Piacenza - Una messa nel luogo in cui 600 anni fa si assistevano i condannati a morte. Si è tenuta ieri sera nella chiesa di Santa Maria in Torricella per ricordare la figura di Eluana e pregare per lei. In tanti, poco dopo le 21, si sono radunati nel piccolo tempio di via la Primogenita per la messa officiata, tra gli altri, dal cappellano dell'oratorio, don Lorenzo Buttafava, e dal parroco di Sant'Antonino, don Giuseppe Basini. Tutto è partito da Comunione e Liberazione che ha anche avvisato il vescovo Gianni Ambrosio. Di fronte ad avvenimenti come questi - osserva Luciano Ferrari, responsabile piacentino di Cielle - l'unica cosa che rimane è un'impotenza grande che bisogna riconoscere. Occorre chiedere che qualcun'altro, Dio, ci venga in aiuto». «Perché quanto accaduto - continua - non finisca con la morte di una persona ma, come è stato con Gesù, questa porti ad un frutto grandissimo».
Anche Carlo Dionedi, vice presidente del Forum delle associazioni familiari e coordinatore provinciale dell'associazione Famiglie numerose è proiettato verso il futuro: «Rispettiamo il dolore dei genitori, ma guardiamo avanti affinché questa storia ci serva per fare una legge con il principio di non negare mai a nessuno alimentazione idratazione».
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Il testo integrale su Libertà dell'11 febbraio 2009
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mercoledì 11 febbraio 2009
venerdì 6 febbraio 2009
Ambrosio: per Eluana silenzio e preghiera
Piacenza - Per Eluana silenzio e preghiera. È questo, in estrema sintesi, il senso dell’intervento del vescovo Gianni Ambrosio sul caso di Eluana Englaro dalle colonne del settimanale diocesano il Nuovo Giornale in uscita oggi. Il vescovo Ambrosio si rivolge ai fedeli piacentini utilizzando l’organo ufficiale della diocesi con un messaggio che assume ancor più valore essendo scritto in prossimità della Giornata del malato che si celebrerà domenica. Ambrosio invita i piacentini a fermarsi a riflettere in silenzio e a pregare. Fa riferimento alla Madonna, al santo rosario e, citando il lungo discorso del segretario generale della Cei, monsignor Mariano Crociata, sul caso Englaro, osserva come «la vera pietà è quella testimoniata dalle suore che hanno accudito Eluana». In gioco, quindi, è «la capacità della nostra società di rendere possibile l’accompagnamento di chi è nella sofferenza e in difficoltà fino ad arrivare al termine naturale della propria esistenza. Senza accanimento né abbandono terapeutico, in un’alleanza non solo tra medico e paziente, ma di tutta la società».
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Il testo su Libertà del 6 febbraio 2009
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Il testo su Libertà del 6 febbraio 2009
Argomenti
Eluana Englaro,
Gianni Ambrosio
venerdì 21 novembre 2008
Caso Englaro, per il vescovo Monari la condanna di Eluana è la sconfitta di fronte al dolore
“Eluana perde quel filo di vita che possedeva; ma noi perdiamo qualcosa della nostra umanità”. Lo ha detto il vescovo di Brescia (ma anche cittadino onorario di Piacenza) Luciano Monari all'Agenzia Sir. “Il mondo è più freddo, adesso; la società umana è più egoista. Non siamo capaci di assicurare a Eluana i legami di umanità che rendono effettivo, attuale, il suo potenziale di umanità”. E “non è questione del coma”, puntualizza il vicepresidente della Cei, in quanto “una persona in coma può essere inserita realmente in una rete di relazioni, di rapporti, di gesti e anche di parole che sono umani e umanizzanti. Tutti quelli che si prendono cura degli altri sanno, per esperienza, che ricevono un abbondante ‘ritorno’ di umanità, di fiducia, di speranza. Eluana, come ogni persona sana o malata che sia, è in grado di donare umanità: tutto dipende dalle persone che l’accostano, dall’apertura di umanità che esse portano in sé”. In questo senso, spiega Monari, “la condanna di Eluana è in realtà un’accusa verso di noi; ci dice che il nostro tasso di umanità è debole; che non siamo capaci di affrontare vittoriosamente situazioni dolorose come queste; che chiediamo alla morte di liberarci da un peso che non riusciamo a portare. Eluana sarà nelle mani del Signore che, lo so, sono ricche di misericordia. Ma noi ci troviamo consegnati a mani d’uomo che si sono mostrate deboli e fredde. Che non venga l’inverno”.
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Eluana Englaro,
Luciano Monari
Caso Englaro, per il vescovo Monari l'uomo ha negato la vita (1)
Nel caso di Eluana Englaro, “è stata sconfitta l’umanità dell’uomo”, perché “abbiamo rinunciato a essere quello che dobbiamo diventare”. Ad affermarlo in un'intervista dell'Agenzia Sir è mons. Luciano Monari, oggi vescovo di Brescia (oltre che cittadino onorario di Piacenza) e vicepresidente della Cei, che osserva: “Ogni persona umana nasce debole ed è affidata all’accoglienza degli altri. Se sono uomo in senso pieno (intelligente e responsabile, con fiducia nella vita e desiderio di amare), lo debbo alle relazioni ‘umane’ con tutti quelli che mi hanno accolto e amato”. E’ in primo luogo la famiglia, sottolinea il vescovo, ad essere “costruita su questo vincolo di solidarietà: ciascuno riceve la sua piena umanità dagli altri e ciascuno è chiamato a farsi responsabile dell’umanità degli altri”. Nel caso di Eluana, sostiene Monari, “ci siamo arresi; abbiamo rinunciato a darle umanità. Abbiamo visto la sua malattia così invalidante e così lunga che abbiamo detto: ‘non ci riesco più a farla essere umana; non voglio più’ Di fronte a ogni persona siamo chiamati a dire: ‘E’ bene che tu viva; io prendo posizione a favore della tua vita’. Nel caso di Eluana abbiamo detto: ‘E’ meglio che tu muoia; la tua vita non ha più senso’. Solo che il senso della vita non è una qualità attaccata ai muscoli; è piuttosto un valore legato ai vincoli umani (e, per chi crede, divini) che una persona vive”.
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