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lunedì 26 novembre 2012

Bregantini a Cives: le nozze di Cana strada per il cambiamento

Le nozze di Cana, con la tramutazione dell'acqua in vino, indicano la strada per il cambiamento. Ne è convinto Giancarlo Maria Bregantini, arcivescovo di Campobasso, che traccia la via maestra della 12ª edizione di Cives, il corso di formazione di Università Cattolica e diocesi di Piacenza-Bobbio. Un corso con l'obiettivo di formare cittadini responsabili all'interno della società, iniziato giovedì sera con la prolusione pubblica del religioso trentino, inviato in prima linea nella Locride, poi promosso nella sede metropolitana di Campobasso.


"Non hanno più vino". E' la madre di Gesù, Maria che dà l'annuncio al figlio nel Vangelo di Giovanni. «Ad accorgersi che manca qualche cosa è una donna - osserva il vescovo -. Le donne hanno questo gradissimo dono: di accorgersi per prime delle situazioni di precarietà». «C'è bisogno di aria nuova» dice Bregantini citando papa Giovanni XXIII° quando, 50 anni fa, ebbe la forza di intuire che per la Chiesa c'era bisogno di "vino nuovo". «C'è bisogno di aria nuova - ribadisce -, lo dicono anche i giovani che in questi giorni hanno manifestato in tutta Europa dove, sullo sfondo, ci sono proprio le giare vuote delle nozze di Cana, la delusione di chi teme per il proprio futuro». «Ci sono le giare vuote dei senza lavoro, quello che noi chiamiamo oggi precariato» e che il cardinale Angelo Bagnasco (presidente della Conferenza episcopale italiana) ha definito con «cinque parole: fragilità sociale, malattia dell'anima, fatalismo subito, futuro spezzato, sperpero antropologico».

All'allarme lanciato Gesù risponde: "L'ora mia non è ancora venuta". «Non è ancora pronto - evidenzia Bregantini -. Quante volte ci accorgiamo che non siamo pronti a cambiare! Il rischio oggi è di un cambiamento apparente ma non vero... La Bibbia ci ricorda sempre che il cambiamento non deve cancellare il passato. Quando sono andato a Campobasso mi sono chiesto: è giusto cambiare? Mi ha aiutato il mondo rurale, mio fratello mi ha insegnato come si fa a potare. Bisogna avere occhio. La bravura del contadino non è di vedere ma di intravvedere e il cambiamento è possibile se si guarda lontano. Occorrono gli occhi della lungimiranza, della fede». Ancora: «Il passato non va tagliato ma potato. Bisogna essere capaci di capire quali rami devono restare. La nostalgia, che ha radici profonde ma frutti acerbi, viene sostituita dalla benedizione che ha le radici profonde e lo sguardo verso il futuro. La memoria mi ricorda il passato ma il memoriale è lo stile con cui il mio passato diventa presente verso il futuro».

Terzo passaggio. La madre di Gesù dice ai servitori: "Fate tutto quello che egli vi dirà". «Ho imparato da padre Pino Puglisi la forza della Parola. La parola di Dio ci dà il coraggio del cambiamento. Prendiamo la lettera a Filemone di San Paolo. Filemone era un uomo ricco e colto. Un suo schiavo scappa e a Roma incontra Paolo. Invece di dargli la libertà, glielo rispedisce perchè venga accolto non come schiavo ma come un fratello carissimo. Paolo rispetta la legge romana ma la cambia dal di dentro, quel cuore non è più un cuore di schiavo ma un cuore di fratello. Il cristiano osserva la legge ma va oltre. Il cambiamento è nel cuore».

Quarto passaggio: "Riempite di acqua le giare". «Non è oro ma acqua. Il cambiamento è fatto di piccole cose. La vita è fatta di sogni e di segni. Uno di questi segni è la domenica. Con i vescovi abbiamo fatto una battaglia per cambiare la liberalizzazione degli esercizi commerciali aperti la domenica. Se c è bisogno si apre, se no no. Con che cuore le commesse mamme vanno a lavorare la domenica, unico giorno in cui il figlio è a casa da scuola. La domenica è la sintesi di un segno per un sogno grande: la lotta alla precarietà».

Ultimo passaggio: il vino nuovo. «La politica va cambiata ma con un cuore nuovo. Abbiamo bisogno di creare un clima di serenità e di mitezza. Il cambiamento esige un cuore nuovo». Cita "la Gabbianella e il gatto": «Vola solo chi osa farlo. Cambia chi ha il coraggio di cambiare. Il 25 novembre firmiamo sul sagrato delle chiese. È un segno, per fare esplodere la potenzialità di cambiamento, per arrivare al sogno di un lavoro che non è merce. La riforma del lavoro oggi non è in linea con molti principi della dottrina sociale della Chiesa. Il problema è l'innesto, non i licenziamenti. I ragazzi fanno male a tirare i sassi, ma la protesta è perchè le giare sono vuote».

Federico Frighi





17/11/2012 Libertà



mercoledì 21 novembre 2012

Bregantini: la crisi è l'epoca delle giare vuote

Le nozze di Cana, con la tramutazione dell'acqua in vino, indicano la strada per il cambiamento. Ne è convinto Giancarlo Maria Bregantini, arcivescovo di Campobasso, che traccia la via maestra della 12ª edizione di Cives, il corso di formazione di Università Cattolica e diocesi di Piacenza-Bobbio. Un corso con l'obiettivo di formare cittadini responsabili all'interno della società, iniziato giovedì sera con la prolusione pubblica del religioso trentino, inviato in prima linea nella Locride, poi promosso nella sede metropolitana di Campobasso.


"Non hanno più vino". E' la madre di Gesù, Maria che dà l'annuncio al figlio nel Vangelo di Giovanni. «Ad accorgersi che manca qualche cosa è una donna - osserva il vescovo -. Le donne hanno questo gradissimo dono: di accorgersi per prime delle situazioni di precarietà». «C'è bisogno di aria nuova» dice Bregantini citando papa Giovanni XXIII° quando, 50 anni fa, ebbe la forza di intuire che per la Chiesa c'era bisogno di "vino nuovo". «C'è bisogno di aria nuova - ribadisce -, lo dicono anche i giovani che in questi giorni hanno manifestato in tutta Europa dove, sullo sfondo, ci sono proprio le giare vuote delle nozze di Cana, la delusione di chi teme per il proprio futuro». «Ci sono le giare vuote dei senza lavoro, quello che noi chiamiamo oggi precariato» e che il cardinale Angelo Bagnasco (presidente della Conferenza episcopale italiana) ha definito con «cinque parole: fragilità sociale, malattia dell'anima, fatalismo subito, futuro spezzato, sperpero antropologico».

All'allarme lanciato Gesù risponde: "L'ora mia non è ancora venuta". «Non è ancora pronto - evidenzia Bregantini -. Quante volte ci accorgiamo che non siamo pronti a cambiare! Il rischio oggi è di un cambiamento apparente ma non vero... La Bibbia ci ricorda sempre che il cambiamento non deve cancellare il passato. Quando sono andato a Campobasso mi sono chiesto: è giusto cambiare? Mi ha aiutato il mondo rurale, mio fratello mi ha insegnato come si fa a potare. Bisogna avere occhio. La bravura del contadino non è di vedere ma di intravvedere e il cambiamento è possibile se si guarda lontano. Occorrono gli occhi della lungimiranza, della fede». Ancora: «Il passato non va tagliato ma potato. Bisogna essere capaci di capire quali rami devono restare. La nostalgia, che ha radici profonde ma frutti acerbi, viene sostituita dalla benedizione che ha le radici profonde e lo sguardo verso il futuro. La memoria mi ricorda il passato ma il memoriale è lo stile con cui il mio passato diventa presente verso il futuro».

Terzo passaggio. La madre di Gesù dice ai servitori: "Fate tutto quello che egli vi dirà". «Ho imparato da padre Pino Puglisi la forza della Parola. La parola di Dio ci dà il coraggio del cambiamento. Prendiamo la lettera a Filemone di San Paolo. Filemone era un uomo ricco e colto. Un suo schiavo scappa e a Roma incontra Paolo. Invece di dargli la libertà, glielo rispedisce perchè venga accolto non come schiavo ma come un fratello carissimo. Paolo rispetta la legge romana ma la cambia dal di dentro, quel cuore non è più un cuore di schiavo ma un cuore di fratello. Il cristiano osserva la legge ma va oltre. Il cambiamento è nel cuore».

Quarto passaggio: "Riempite di acqua le giare". «Non è oro ma acqua. Il cambiamento è fatto di piccole cose. La vita è fatta di sogni e di segni. Uno di questi segni è la domenica. Con i vescovi abbiamo fatto una battaglia per cambiare la liberalizzazione degli esercizi commerciali aperti la domenica. Se c è bisogno si apre, se no no. Con che cuore le commesse mamme vanno a lavorare la domenica, unico giorno in cui il figlio è a casa da scuola. La domenica è la sintesi di un segno per un sogno grande: la lotta alla precarietà».

Ultimo passaggio: il vino nuovo. «La politica va cambiata ma con un cuore nuovo. Abbiamo bisogno di creare un clima di serenità e di mitezza. Il cambiamento esige un cuore nuovo». Cita "la Gabbianella e il gatto": «Vola solo chi osa farlo. Cambia chi ha il coraggio di cambiare. Il 25 novembre firmiamo sul sagrato delle chiese. È un segno, per fare esplodere la potenzialità di cambiamento, per arrivare al sogno di un lavoro che non è merce. La riforma del lavoro oggi non è in linea con molti principi della dottrina sociale della Chiesa. Il problema è l'innesto, non i licenziamenti. I ragazzi fanno male a tirare i sassi, ma la protesta è perchè le giare sono vuote».

Federico Frighi





17/11/2012 Libertà

martedì 13 novembre 2007

Ancora sul caso del vescovo Bregantini

Torno sul caso del trasferimento del vescovo Giancarlo Maria Bregantini da Locri a Campobasso. Ritengo molto significativa, al proposito, l'intervista concessa dal presule al quotidiano l'Adige del 10 novembre 2007. Bregantini, come molti sanno, è un trentino.


10/11/2007 08:05
RIVA DEL GARDA - «Mi sento come le foglie su un albero in autunno, ma tira un forte vento». Sono le 14.30 e, mentre il sole scende dietro la Rocchetta, il Garda viene spazzato dal «balinòt», il vento che scende da Tenno. È quello il momento in cui al Palameeting arriva monsignor Giancarlo Bregantini, il vescovo trentino di Locri-Gerace trasferito a Campobasso. Torna in mente una delle ultime frasi di Enzo Biagi e ci si immagina un presule smarrito e rassegnato. Ma Bregantini è venuto a Riva, invitato alla convention della Cgm, non per celebrare i funerali suoi e della lotta anti 'ndrangheta in Calabria ma per lanciare un nuovo messaggio di speranza. Monsignor Bregantini, molti pensavano di non vederla qui oggi. «Dico la verità. Inizialmente la mia idea era disdire tutti gli impegni presi. Cambiamo storia e vita, mi sono detto. Sarebbe però stato un po' morire dentro se avessi detto basta e avrei dato ragione a chi sostiene che la Locride senza Bregantini resta orfana. Invece non è così. Ho voluto esserci proprio per dire che nulla cambia. L'albero potato rinasce». I trentini cosa possono fare per Locri? «Continuare a essere vicini alla sua gente. Lo spostamento di sede non significa spostamento di ideali. Io chiedo ai trentini di dimostrare la loro fedeltà alla Calabria come hanno fatto con me. Le cose fatte con i trentini sono efficaci e hanno messo radici buone. Continuate a sostenerle». Ci sono o non ci sono state pressioni per il suo trasferimento? «L'iter è stato talmente rapido da non consentire pressioni. Monsignor Dini, che ha cessato il suo incarico per raggiunti limiti di età, ha chiesto di avere me come successore, tutti i vescovi hanno espresso il loro consenso così come i cardinali in assemblea plenaria. Poi c'è stata la firma del papa, ma è accaduto tutto in poche settimane». Come gliel'hanno comunicato? «Stavolta mi hanno chiamato a Roma, non come quando mi nominarono vescovo di Locri che trovai la lettera fra gli auguri di Natale. In Vaticano sono poi abilissimi (sorride) . Non ti dicono "lei vorrebbe, le piacerebbe", ma "guardi, questa è la lettera del Santo Padre, lei non ci dica se è d'accordo, ma ci dimostri il suo assenso"». Mai pensato di dire no? «Sì, molte volte. Specialmente nei primissimi giorni il combattimento interiore è stato molto molto sofferto. Mi sono sentito come Gesù nell'orto: "Sia fatta non la mia ma la tua volontà". Ho parlato con molte persone, ma alla fine ho pensato che quando si obbedisce si affida la propria storia a chi è più grande di noi». E se avesse detto no? «Difficilmente mi avrebbero mandato. Però nei nostri ambienti, dove tutto si sa un po' alla volta anche sotterraneamente, i preti della mia diocesi ai quali ho chiesto di spostarsi, spesso in modo eroico, mi avrebbero potuto rinfacciare il diniego. Ciò sarebbe stato fonte di un'interiore debolezza e incoerenza che diventa incapacità di proporre cose alte. Se sei capace di dire sì di fronte a cose alte, poi il volo resta alto, altrimenti diventa basso e anche meschino». In questi giorni le sono arrivati messaggi dal Trentino? «Tanti, inizialmente di preoccupazione. Io non potevo rispondere perché dall'alto ti dicono "non smentisca né confermi" che non so nemmeno cosa voglia dire». Chi l'ha sostenuta di più? «Mio fratello Piero. Da buon contadino, quando gli ho chiesto il suo parere, è rimasto in silenzio dieci secondi e poi mi ha detto tre cose: "Hai sempre obbedito e continua a obbedire. Anche noi viviamo diversi stadi, prima eravamo genitori e ora siamo nonni, ma la vita continua. Infine cambiare ti farà bene, ti ringiovanirà». E sua mamma che dice? «Lei ha accompagnato le intuizioni di mio fratello e sta vivendo questo passaggio con grande serenità. Più di una volta mi ha detto "dai che ti passa, non esser così tragico". E poi, in dialetto, "boni e tristi i se trova dapertut". Lei, che ha 87 anni, ha consolato me». Esclude l'ingerenza di poteri forti nel suo trasferimento? «Sì. Piuttosto è adesso che potrebbero innescarsi logiche di innesto di poteri forti nel vuoto che io potrei lasciare. Questo pericolo c'è e per questo ora chiedo a tutti, autorità e semplici cittadini, di riempire questi vuoti con presenze fortificate. Bisogna dimostrare che esiste continuità e dare conseguenti segnali positivi, ad esempio nella scelta del vescovo che mi succederà. Tutto il dibattito di questi giorni servire a far riflettere il Vaticano». È stato rassicurato in questo? «Certo, il cardinale Re mi ha fatto una lunga telefonata per ribadirmi piena fiducia e dire che la mia è stata una promozione». A Campobasso? «Nel senso che il Molise è una regione strategica, perché vicina a Puglia, Campania e Roma. E Campobasso, come metropolia, ogni cinque anni guida la conferenza episcopale». In Molise però non c'è la mafia. «No, ma c'è una politica assistenzialista dominata dalla logica devastante delle raccomandazioni. A noi non tocca vincerle, ma creare una coscienza di pulizia interiore che è attesa dalla gente. Avremo altre fatiche e altre responsabilità». Il governatore trentino Dellai ha però parlato di "segnale inquietante". «Non la scelta ma la consequenzialità potrebbe diventare inquietante se non accompagnata da fatti veri e risposte efficaci. Di certo c'è gente che non dico abbia brindato come ha scritto Gianantonio Stella sul Corriere, ma ha comunque detto che ora è il momento di procedere in maniera forte. Tocca a noi reagire». Qualcuno ha sostenuto che il trasferimento è stato dettato da esigenze di protezione della sua integrità fisica. «Allora è stata un'eccessiva dimostrazione di affetto (ride) . No, guardi, non c'è motivo. Non ho mai attaccato personalisticamente la 'ndrangheta. La nostra tattica non è mai stata quella del muro contro muro perché la mafia se la contrasti in modo diretto, la rafforzi. Fai sapere loro che sono troppo importanti. Bisogna invece ridicolizzarla e svuotarla dall'interno come ha fatto Saviano con il suo libro "Gomorra". È un intellettuale ma fa più rumore di mille poliziotti o di tanti giudici perché ha fatto apparire la mafia cretina, stupida e vuota. La mafia è veramente fragile, si riveste della corazza che le diamo noi attribuendole forza. Lo insegna il libro dei Promessi Sposi: don Rodrigo e l'innominato erano paurosi. Il primo lo affronta fra' Cristoforo con quel dito alzato e il monito "verrà un giorno" che poi sarà vincente, l'innominato viene sconfitto dalla fragilità di Lucia che in realtà è più forte di lui». I ricordi più belli di questi 13 anni? «Sono i momenti in cui ho condiviso le lacrime e le paure della gente più fragile. L'ultimo è stato quando, io vescovo, ho partecipato ai funerali di un ragazzo suicida, Bruno Piccolo, il teste chiave nelle indagini per il delitto Fortugno. La mafia gli aveva bruciato il terreno attorno, togliendoli la speranza di una onorabilità. Lui era un "infame". Ai funerali non c'era né sindaco, né polizia, né magistratura, né la famiglia Fortugno, nonostante sia stato merito suo la scoperta degli assassini. Ho denunciato tutto questo in prima pagina nella mia rubrica sul Quotidiano di Calabria e il mio attacco diretto ha provocato un sacco di fastidio. Ma la Chiesa deve schierarsi laddove ci sono più lacrime. Se non sono consolate, le lacrime diventano macigni che ti impediscono di sperare, ma se sono consolate da una mano che ci sta vicino, le lacrime ti aiutano a sperare. Compito della Chiesa è consolare il popolo e schierarsi con chi ha sofferto di più. Io, consolando, ho dato una lezione di chiarezza a chi non lo fa, come spesso accade con le forze politiche o quelle del male».
Guido Pasqualini

venerdì 9 novembre 2007

Il caso Bregantini, ecco come si fa un vescovo


Pubblichiamo il messaggio di addio del vescovo Carlo Maria Bregantini alla diocesi di Locri-Gerace. Oltre ad essere, a nostro avviso, estremanente significativo, riporta alcuni passaggi importanti per capire i tempi e le modalità della nomina di un vescovo.


padre CARLO MARIA BREGANTINI C.S.S.
VESCOVO
CATTEDRALCATTEDRALE
LOCRI, 8 NOVEMBRE 2007
MESSAGGIO ALLA CHIESA DI LOCRI-GERACE
IN OCCASIONE DELLA NOMINA
AD ARCIVESCOVO METROPOLITA
DI CAMPOBASSO-BOJANO

1. Carissimi fratelli e sorelle,
carissimo Mons. Vincenzo Nadile, mio fedelissimo Vicario
generale;
carissimi Presbiteri, Religiosi e Diaconi, con i dolcissimi
seminaristi, gioia e corona del mio episcopato;
carissime e affettuose consacrate che siete il profumo di
Cristo nei tanti paesi della Locride, con tutti i giovani, il
coraggio e la speranza di questa terra.
 Rivolgo un doveroso ossequio a tutte le autorità
presenti, di ogni ordine e grado, con un particolare
saluto ai sindaci, grato della vostra partecipazione.
A tutti voi, carissimi, la luce del Signore Gesù, il Risorto,
il Vivente vi doni quella pace che sempre è concessa a
chi obbedisce e compie, pur tra tante lacrime, il Suo divino
volere, nel quale risiede la vera gioia.
“Chi semina nella lacrime, raccoglie nella gioia” (Salmo 126,
5), dice quel salmo da me pregato tante volte con voi, in
giorni di dolore cocente.
2. Conoscete la ragione di questo ritrovarci qui, di questo
sofferto ma fiducioso momento, che diviene motivo di
forte preghiera a Dio e alla Vergine Maria Immacolata,
fedele Patrona di questa amata terra della Locride.
Per un disegno misterioso del Signore, il Santo Padre Benedetto
XVI, mi ha chiamato a reggere la cattedra arcivescovile
metropolitana di Campobasso-Boiano, nel Molise.
“Al Papa non si può dire di no!”, mi diceva chiaramente
mons. Mariano Magrassi, di venerata memoria, quando
nella sua veste di Arcivescovo di Bari, mi ha esortato, nel
gennaio 1994, a venire presso di voi, quaggiù nella Locride,
come vostro Pastore.
E voi mi avete accolto con tenerezza infinita, come un figlio
di questa sofferta ma dignitosa terra di Calabria ed
insieme come padre di consolazione nel vostro cammino.
Insieme siamo cresciuti, guidati sempre dalla mano provvidenziale
di Dio Amore.
Insieme abbiamo patito, sperato e gioito dei piccoli e tenaci
semi di speranza, piantati con fiducia lungo i sentieri
sassosi e a tratti insanguinati di questa terra, fatta ora giardino,
che io ho amato, ed amo come mia sposa, nel nome
di Gesù, vero sposo della Sua Chiesa.
Proprio per questo intensissimo amore reciprocamente
dato, è ora doloroso e piangente questo mio saluto di congedo.
3. Da quando infatti, giovedì 18/10/07 il Nunzio Apostolico,
mons. Giuseppe Bertello mi ha invitato a Roma e mi ha
comunicato il pressante invito del Papa ad assumere questo
nuovo servizio nella Chiesa di Campobasso, non ho
smesso di sentirmi come Gesù nell’orto del Getsemani, nel
ripetere:
“Passi da me questo calice, o Padre, tuttavia sia fatta la Tua volontà
non la mia” (Mt 26, 39).
Ho sentito vicina Maria, serva del Signore, nel suo si all’-
Angelo Gabriele: “si faccia di me, secondo la Tua Parola” (Lc
1, 38) come ripetiamo ogni giorno, nel dolce canto dell’-
Angelus, poco fa ripetuto con fede.
4
Ho tanto guardato a san Giuseppe, nella piccola icona
che conservo sull’altare in Episcopio, ripreso mentre l’-
angelo lo rassicurava: “non temere Giusepppe di prendere
con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei è opera
dello Spirito Santo” (Mt 1,20).
Gesù, Maria e Giuseppe. In loro compagnia ho vegliato e
pianto in questa settimana; e con la forza della fede, sostenuto
dalla preghiera e della loro intercessione, ho rinnovato
con cuore libero la mia obbedienza a Dio.
4. Mi chiederete certamente com’ è nata questa nomina.
Per quanto mi è dato capire le cose sono andate così:
nel mese di Luglio di quest’anno, dal 9 al 13, ho accolto
l’invito dell’Arcivescovo di Campobasso, mons. Armando
Dini, di predicare un corso di esercizi spirituali al clero
di quella diocesi e delle diocesi vicine.
Pochi giorni dopo, lo stesso Arcivescovo Dini presenta al
Papa le sue dimissioni, in quanto raggiunti i 75 anni di
età. Nella successiva richiesta di informazioni, come presumo,
alla Nunziatura è stato indicato subito il mio nome
dai Vescovi della regione ecclesiastica Abruzzo-
Molise, accolto poi cordialmente dai Cardinali e Vescovi
della Commissione Plenaria della Congregazione dei Vescovi;
inserito successivamente nella terna di nomi è stato
infine scelto dal Papa Benedetto XVI.
Tutto qui. Tutto alla luce di Dio. Tutto nella tradizione di
uno stile ormai consolidato e lucido.
Niente, dunque, trame oscure, niente giochi di potere, né
di invidia o gelosia.
E questo lo dico con forza contro chi ha scritto o sostenuto
tesi infondate e negative.
Comprendo il vostro affetto per me e capisco certi toni
appassionati della stampa, ma vi chiedo paternamente di
riportare tutto dentro i normali sentieri dell’obbedienza,
in un trasferimento di certo molto doloroso ma che – lo
sento alla luce di Dio- mi gioverà profondamente a vari
livelli: spiritualmente, psicologicamente e umanamente.
5. Del resto se non avessi accolto in spirito di obbedienza
questo trasferimento - o promozione come si usa dire in
termini ecclesiastici - cosa mi avrebbero potuto dire i parroci
quasi tutti da me trasferiti durante questi 13 anni,
spesso anche essi tra lacrime e fatiche notevoli?
Come avrei potuto guardarli negli occhi e mantenere intatta
la mia coerenza?
“Chi obbedisce si santifica!”, esortava un’anziana di Placanica
quando il parroco lasciava quella parrocchia.
L’obbedienza, carissimi, è sigillo di tutte le virtù perché è
generata dall’umiltà per essere fondamento di pace. L’obbedienza
è libertà, profezia, servizio che si fa gratuità e
benedizione. Scrive Papa Benedetto nel suo libro su Gesù
di nazaret: “dove si fa la volontà di Dio è cielo. L’essenza del
cielo è l’essere una cosa sola con la volontà di Dio, unione tra
volontà e verità. La terra diventa “cielo” e in quanto in essa si
fa la volontà di Dio, mentre è solo ”terra”, polo opposto al cielo
se e in quanto essa si sottrae alla volontà di Dio. Perciò noi
chiediamo che le cose in terra vadano come in cielo, che la terra
diventi “cielo”.
6. Certo, mi direte, e noi? Gregge privo del suo pastore? Non
rischiamo di vedere disperse e frenate le pecore se cambia
il pastore?
No! Statene certi! Perché il pastore agisce, infatti, in due
modi, come ci spiega bene la Parola di Dio:
a - rendendo prima di tutto solide e forti le tante iniziative
di bene portate avanti durante questi anni, non
ancora completate ma che hanno messo radici profonde
e che di certo saranno rafforzate dalla mano
di Dio.
Mi riferisco alla Cittadella Vescovile di Gerace, seminario
e episcopio, che ho trovato in tristi rovine
piangenti, e che ora è una realtà qusi tutta completata,
maestosa e bella. Penso ai lavori al santuario di
Polsi, che ne hanno fatto un luogo di fede e di preghiera
atteso e sempre più frequentato. Guardo anche
alla ricostruzione del santuario di Bombile a
seguito della rovinosa frana del 28 aprile 2004 e al
Convento dei Cappuccini di Gerace, per accogliere
le Carmelitane Scalze di clausura: le affidiamo entrambe
alla Madonna, con grande fiducia.Ed infine
affido a Dio il tanto desiderato Centro Pastorale di
Locri, nostro sogno, luogo soprattutto per i giovani,
di formazione, condivisione e cultura non solo per
la Città, ma per la Diocesi tutta. Ed affido al Signore
anche la realtà dellaComunità dello Scoglio, in avanzata
fase di discernimento positivo, quasi un sicomoro
di luce per i tanti Zaccheo feriti dalla vita.
b - e poi, avendo presente che è il Signore il grande
Pastore che provvederà alla successione, siamo
certo che Dio ci darà un eccellente Vescovo successore,
che saprà continuare e portare a compimento
le nostre attese. Dio sa sempre quando e chi chiamare
al suo servizio.
Se toglie, lo fa per collocare con maggior forza i
suoi servi. Anzi, per dirla con il Manzoni, potremmo
scrivere che “Dio non turba mai la gioia dei suoi
figli, se non per prepararne loro una più certa ed una
più grande”.
Per chiudere, vorrei raccogliere il mio cammino con voi
in questa frase: Porto con me quello che ho da voi e con
voi imparato, e lascio a voi quello che ho seminato con
amore pieno e fervido.
7. Chiedo perdono a tutti coloro che involontariamente nel
lungo cammino di questi anni, ho offeso, ferito con espressioni
dure o sbrigative; a chi ho poco ascoltato, a
chi ho poco amato.
Sento però che nel disegno di Dio anche questi momenti
di fragilità e di limite si saranno un po’ alla volta trasformati
in occasioni di grazia rinnovata, aumentando così
la gioia, nella logica paolina che sempre “dove ha abbondato
il peccato, ha sovrabbondato la grazia” (Rm 5,20).
8. Ringrazio invece con affetto crescente tutti coloro con cui
ho lavorato, pregato, sperato e amato.
In questi anni che sono divenuti, anche tramite loro, rapidissimi;
come per Giacobbe (il messaggio che quest’anno
ho rivolto ai giovani delle scuole!) che nell’amare profondamente
Rachele, affermava, infatti, che “i suoi anni di servizio
gli sembravano pochi tanto era il suo amore per lei” (Gn
29,20) .
In particolare il mio ringraziamento affettuoso lo rivolgo:
• a mia madre Albina, che mi ha intensamente sostenuto
e seguito;
• a padre Tarcisio che mi ha fedelmente accompagnato
da quasi trent’anni con affetto di padre e di nonno;
• al Vicario generale, al Cancelliere e all’Economo, al
Vicario Giudiziale, ai Vicari Foranei, ai Canonici;
• alla Curia Vescovile, che in questi anni si è fortificata,
rinvigorendosi in un servizio di intensa promozione
pastorale;
• ai sacerdoti, ai diaconi, ai seminaristi, ai religiosi e
alle religiose, che hanno portato con me, spesso in
condizioni precarie ed eroiche il peso del regno di
Dio, annunciandolo con franchezza e giovanile ardore,
pur segnati dall’età e dalle fatiche apostoliche;
• Al Seminario Diocesano e Regionale, insieme alla pastorale
vocazionale, grato di tanto impegno delicato e
prezioso e grati a Dio degli undici nostri seminaristi
diocesani, che stanno camminando verso il sacerdozio,
sparsi in luoghi diversi.
• alla Commissione Sinodale diocesana, che tanto si è
impegnata, con zelo e intelligenza, per l’avvio di una
così importante iniziativa, che avrebbe voluto essere
la sintesi di tutto questo nostro cammino pastorale,
attuato in questi anni, insieme con voi tutti
• all’Istituto di Scienze Religiose e alla Scuola Teologico-
Pastorale, spina dorsale per la formazione dei laici;
• al Cammino Emmaus, che sta ringiovanendo tutta la
pastorale diocesana;
• alla Caritas con la quale abbiamo sognato e realizzato
cose belle, vive ed efficaci a servizio dei poveri e degli
umili, che restano la perla della Locride;
• alla Scuola Diocesana di Formazione Socio-Politica
che di anno in anno sta assumendo i contorni di una
vera fucina di impegno intelligente per la Città dell’uomo;
• a tutte le iniziative di Cooperazione sociale aggregate
nel Goel, segno di fiducia credibile e fedele per i giovani
disoccupati di questa terra;
• ai Fratelli e alle Sorelle degli eremi e alle monache
Carmelitane Scalze, costellazione di preghiera e di intercessione;
• alla Pastorale giovanile, cuore pulsante del futuro, di
condivisa sollecitudine per il futuro cammino dei giovani
in questa terra;
• all’Ufficio tecnico, che in questi anni ha realizzato opere
di forte interesse culturale e sociale, nel restauro e
costruzione di chiese e di case canoniche ed opere parrocchiali;
• all’Ufficio Stampa e Comunicazioni Sociali, sempre
vicino, leale, intelligente, capace di dare alle notizie
il giusto taglio, oltre a renderle messaggio e non
scoop;
• alle Confraternite, ora serene e più unite, così preziose
se bene accolte e seguite,dentro la realtà di una
religiosità popolare da riscoprire;
• A tutti i Movimenti ed Associazioni, che innervano
la pastorale delle nostre parrocchie, grati del loro
zelo, perché siano, uniti sempre di più tra di loro, il
lievito nella pasta;
• Al cammino ecumenico, che ha fatto passi preziosi
in questi anni, che anticipano e promettono lidi inediti
di unità e di pace;
• e……nel caso abbia dimenticato qualcuno, ogni volto
è custodito nelle pieghe della mano e del cuore di
Dio, che sempre ricompensa con abbondanza chi Lo
serve con fedeltà.
Per tutti, vi affido questo pensiero di san Paolo: “Ringrazio
Dio per ogni cosa ogni volta che io mi ricordo di voi, pregando
sempre con gioia in ogni mia preghiera, a motivo della vostra
cooperazione, alla diffusione del Vangelo dal primo giorno fino
al presente” (Fil 1,3).
Faccio mie queste parole di San Paolo dalla Lettera ai Filippesi,
che quest’anno ci accompagna per vivere la spiritualità
di comunione, auguro a voi tutti, con uno sguardo
al futuro: “sono persuaso che colui che ha iniziato in voi quest’opera
buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo
Gesù” (Fil 1, 6).
Questo compimento è ora affidato direttamente a voi,
alla vostra capacità di collaborare tra voi con qualità e
gratuità, certo che sempre con le parole di Paolo: “ciò
che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, è quello
che dovete fare. E il Dio della pace sarà con voi!” (Fil 4, 9).
Proprio per questo, utilizzando le parole di Paolo, anche
io posso dire come lui, nei vostri confronti che “vi
porto nel cuore, voi che siete tutti partecipi della grazia che
mi è stata concessa, sia nelle catene sia nel consolidamento
del vangelo. Infatti Dio mi è testimone del profondo affetto
che io porto per voi nell’amore di Cristo Gesù.” (Fil 1,7).
9. Perciò sento nel cuore di lasciarvi alcune consegne,
“perchè la vostra carità si arricchisca sempre più in conoscenza
e in ogni genere di discernimento, per distinguere
sempre il meglio, ricolmi dei frutti di giustizia e di amore”
(Fil 1, 11) .
Ai giovani:
vi chiedo di lottare sempre contro la logica del destino,
a vincere con fiducia la rassegnazione, certi che i piccoli
passi portano a grandi mete, sapendo sempre intrecciare
sogni e segni, con sereno equilibrio e fattiva concretezza.
In Gesù Risorto avete la risposta ad ogni domanda
che angoscia il vostro cuore.
Amatelo e seguitelo fino alla croce, nella logica del seme
che muore al fine di portare frutto. Poiché siete stati
seme, germoglio ed ora dovete essere frutto!
Alle scuole:
siate laboratori di speranza, capaci di educare sempre
al bene, conquistando il futuro con dignità e qualità.
Grazie del cammino fatto insieme tramite i messaggi
annuali, reciproco stimolo alla maturità di scelte di vita
controcorrenti e alternative.
Ai preti e ai diaconi:
Rivestitevi sempre di grande zelo e passione per il Vangelo,
capaci di incarnarlo in santa letizia, con cuore aperto
e col sorriso sulle labbra, per essere credibili in
Cristo Risorto. Vi chiedo di non aver paura di stare col
Signore Gesù, perché solo in sua compagnia darete
frutti di consolazione e di speranza alle famiglie, ai giovani,
ai poveri e agli ultimi. L’obbedienza generosa vivetela
col nuovo Vescovo, chiunque il Signore invierà: e
solo così sarete felici e liberi, sempre. Ed impegnatevi
sempre di più nella pastorale vocazionale, per dare un
futuro a questa diocesi.
Ai consacrati e alle consacrate:
siate sempre carichi di entusiasmo per lanciare in alto i
nostri cuori e nello stesso tempo sappiate piegarvi sulle
ferite della gente come balsamo di consolazione e di
misericordia.
Al mondo della politica:
amate questa terra con serio e leale impegno per dare
stabilità e motivazioni di crescita verso il bene comune,
perché diventi realmente un giardino, come insieme
tante volte abbiamo sognato.
Spendetevi per questa terra perché siete chiamati a costruire
con la gente il suo futuro, partendo sempre dal
passo fragile e stanco dei piccoli e degli ultimi.
Ai fratelli deviati dalla mafia:
è a voi che rivolgo con cuore evangelico una consegna
importante: la misericordia di Dio non si scandalizza
del peccato, anzi Gesù si ferma proprio nella casa di
Zaccheo, perché non è bloccato dai pregiudizi della
gente né dall’orrore del male compiuto da quest’uomo,
ma è spinto solo dall’amore del Pastore che, inquieto,
va in cerca della pecorella smarrita. Fate ritorno alla
pace di Dio, nelle vostre famiglie, con azioni di coraggio
e di perdono,vero profumo per i nostri paesi.
Alle altre chiese sorelle di Calabria:
nel dirvi grazie per la vicinanza che ci avete sempre
dato nei nostri amari momenti di dolore, vi abbraccio
tutte con fraterno affetto chiedendo a voi una collaborazione
crescente, reciproca e attenta per la comune
appartenenza a questa terra di Calabria, che serviamo
con passi differenti verso la stessa meta di liberazione
evangelica, quasi come nuvole di forma diversa ma di
egual natura.
In conclusione, a tutti chiedo
 Annunciate, con animo deciso e con gesti concreti,
che il bene vince sempre contro ogni male e disperazione.
 Denunciate tutto ciò che si viola e calpesta il progresso
di questa terra.
Rinunciate apertamente alla disonestà, in tutte le
sue forme, perché siete chiamati a più nobile bellezza.
Perciò al termine di questo mio lungo saluto desidero
rinnovare ed esprimere il mio amore per voi, assicurandovi
nel contempo il mio costante ricordo e la mia
viva preghiera perché non vi abbandono: sarete anzi
sempre nel mio cuore, dolcemente stretto al cuore di
Dio.
Miei carissimi, ora vi saluto con le parole di Paolo che
più di ogni altra cosa si fanno voce del mio cuore:
“Avete fatto bene a prendere parte alle mie tribolazioni…,
sono ricolmo dei vostri doni,
che sono un profumo di soave odore,
un sacrificio accetto e gradito a Dio.
Il mio Dio a sua volta,
colmerà ogni vostro bisogno secondo la vostra richezza
con magnificenza in Cristo Gesù.
Al Dio e Padre nostro sia gloria nei secoli dei secoli.
Amen”.
(Fil 4, 14.18-19).
+ P. GIANCARLO MARIA BREGANTINI
VESCOVO