Si chiamerà Isiibook e sarà la vetrina dell'Isii Marconi con le foto e i curricula degli studenti che si sono diplomati. E' l'idea a cui sta lavorando l'infaticabile Maurizio Pavesi, il professore piacentino che dopo 39 anni di insegnamento e 3.500 studenti avviati alla matematica è andato in pensione alla fine del 2012.
«L'idea - spiega il prof - è di ricontattare gli studenti che hanno frequentato l'Itis, adesso Isii, per realizzare prima un libro cartaceo poi un'edizione elettronica. Una foto dello studente, un suo breve curriculum e cosa sta facendo in questo momento». L'obiettivo è di presentarlo ai genitori nell'ambito di "scuola aperta" «affinchè si tocchino con mano le potenzialità dell'istituto». «Il fine ultimo - confida - è quello di creare un movimento di ex allievi dell'istituito che possa davvero dare una mano alla scuola».
Sposato con la signora Paola, una figlia (Alessandra), Pavesi, nato 65 anni fa in via Sansone, da sempre nutre una vera e propria passione per la scuola. «L'ultimo giorno - racconta - quelli di prima, sulla lavagna, mi hanno accolto con la scritta "Pave sei uno di noi". Mi sono emozionato».
«Ho sempre cercato di avere un rapporto franco con gli studenti - spiega il suo metodo -. Prima di pubblicare le medie degli scrutini, ad esempio, facevo controllare loro i voti per essere sicuri che fossero corrette». Un antesignano del registro elettronico ma anche del tutoraggio: «Già nel 1990 mettevo vicino uno studente bravo di matematica ad uno meno bravo affinchè il primo potesse aiutare l'altro. Oppure facevo esercizi di matematica già svolti, li abbiamo chiamati di auto-aiuto, dove lo studente meno bravo poteva portarseli a casa e cercare di recuperare nella materia».
«Che scuola ho lasciato quando sono andato in pensione? - riflette -. Una scuola molto diversa. Solo all'Itis, dal 1984, ho visto tre presidi ed ho assistito ad un cambiamento notevole. Nel senso che purtroppo la scuola è stata abbandonata dalle istituzioni. Ho sempre sentito dai politici la promessa di fare qualche cosa per la scuola e per i giovani, ma alla fine si è sempre visto abbastanza poco». Si diceva di Isiibook, sulla falsa riga di Facebook. «Sì, perchè l'Isii Marconi ha ancora molto da dire a Piacenza - è convinto -. Non vorrei essere troppo partigiano ma anche noi abbiamo delle eccellenze, ragazzi che stanno facendo lavori in Microsof, chi con i tecnici del suono a livello europeo, chi nel campo della domotica».
Il professor Pavesi è conosciuto anche per il suo impegno nel volontariato. Alla metà degli anni Novanta ha messo in campo "Anche noi diamo un calcio alla droga" a favore del Ceis-La Ricerca di don Giorgio Bosini, trasformandosi, con il suo spirito da pitbull (uno che non molla mai), in cacciatore di autografi famosi di mezza serie A di calcio.
«Il pittore Franco Corradini regalò a don Giorgio un bozzetto - racconta -. Noi lo mettemmo sulla maglietta del Ceis e cominciammo a venderela per raccogliere fondi. Un giorno, assieme ad Elena Corona, ci venne l'idea di farlo firmare al Piacenza Calcio». Da Piovani ai grandi della seria A il passo fu breve. «Grazie al Piacenza, quando le squadre avversarie venivano da noi, andavamo negli alberghi a caccia di autografi sulle magliette». Gli aneddoti sono innumerevoli. Al Park Hotel Batistuta si beccò dal prof una severa ramanzina: «Ci fece aspettare mezz'ora, andò a prendere il caffè e si recò in camera. La cosa non ci fece piacere e io glielo dissi. Poi però firmò». Il più gentile Giacinto Facchetti: «Ci mise a disposizione tutta l'Inter per gli autografi». La sorpresa Franco Causio che allora giocava nell'Udinese: «Arrivammo in ritardo, ci fece trovare tutte le magliette firmate e piegate».
Oltre all'Isiibook il professor Pavesi ha aperto un nuovo fronte di solidarietà con la Ronda della Carità: «La cosa è nata per caso da un articolo su Libertà. Coinvolsi i miei studenti e riuscimmo a raccogliere sacchi a pelo per i senza fissa dimora».
Ancora sulla scuola: «E' stata la mia vita, da giovane andavo a casa e dicevo a mia moglie: "Mi piace, mi diverto, mi pagano anche, che cosa voglio di più? ". Oggi devo ringraziare tutto il personale e i miei colleghi che mi hanno sempre aiutato».
«Un augurio a questa scuola così disastrata? Che il mestiere dell'insegnante non sia così sottovalutato; passa per quello che fa 18 ore poi basta. Ma non è così. Pensate ai compiti che deve preparare e poi correggere, alle lezioni, al rapporto umano da gestire, perchè i ragazzi non sono macchine. Vorrei che il 2013 portasse l'uomo politico in generale a dare una mano ai giovani cominciando dalla scuola, dove il ragazzo passa sei ore al giorno della sua vita. Una scuola migliore potrebbe essere un buon inizio per aiutare i giovani di oggi».
Federico Frighi
03/01/2013 Libertà
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lunedì 14 gennaio 2013
domenica 13 gennaio 2013
Madre denuncia il figlio per salvarlo dalla droga
«Parlate, non abbiate vergogna di chiedere aiuto o perderete la vostra vita e vostro figlio! » E' un messaggio di speranza che arriva da una madre che sotto Natale si è vista prelevare dalla polizia il proprio figlio di 23 anni con problemi di droga: ricovero obbligatorio presso una struttura di recupero. Potrebbe sembrare una disgrazia. Per "madre coraggio" è una vittoria dopo un anno e mezzo di minacce (anche di morte), di violenze in casa, dopo una situazione che, iniziata sotto traccia, era divenuta insostenibile, fino a alla "denuncia" in questura. Piacentina, impiegata, madre di due figli: una giovane, sulla trentina, laureata, e un ragazzo, di 23, più attratto dal lavoro che dallo studio. Ma non era quello il problema.
«Avevo iniziato a vedere qualche cosa ai tempi delle Medie - racconta la signora -. Immaginavo fumasse già allora qualche canna; una volta avevo preso una telefonata ma avevano buttato giù... Poi alle superiori aveva iniziato a frequentare l'Alberghiero. Lo portavamo in macchina per essere sicuri che andasse veramente a scuola. Quando mio marito veniva via, lui saltava sul pullman e tornava in città».
«L'abbiamo convinto a fare due anni in un istituto professionale - prosegue la storia - ed era riuscito a finire il corso per montatore di macchine utensili. Lo hanno preso per uno stage in una grossa azienda piacentina, ma di lavoro neppure a parlarne».
La situazione è degenerata un anno e mezzo fa quando sono scoppiate le crisi di astinenza: «Voleva più soldi. Scardinava le porte di casa, dava testate contro mio marito; un giorno ha preso il coltello da cucina e mi ha detto che avessi chiamato il dottore sarei morta».
Inizia un cammino difficile, tra gli specialisti di tossicodipendenze: «Una mia collega mi ha suggerito di fargli fare una visita da un medico che lo ha poi inviato al Centro di salute mentale. Probabilmente avrebbero potuto affidarlo subito al Sert dove c'è lo specialista della doppia diagnosi. Invece lo hanno bombardato di farmaci e mio figlio usciva più innervosito di prima; mi dicevano che le canne erano l'ultimo problema... In realtà le cose andavano sempre peggio, il consumo di cannabinoidi cresceva, i casi di violenza in casa aumentavano, tanto che io sono dovuta stare per tre mesi da mia figlia e da mia suocera perchè ero diventata il principale bersaglio di mio figlio».
«Quando entravo in casa - ricorda - sembrava si accendesse un videogioco di distruzione. Io per lui sono quella che ha fatto cinque esposti al questore, quella che lo ha fatto andare in diagnosi e cura». Era arrivato ad un punto di non ritorno ed aveva sostituito l'hashish alla marijuana. «Ne consumava quantità industriali fino ad arrivare a spendere 600-700 euro al mese. Mi chiede dove trovava i soldi? Glieli davamo noi, per tutto un anno».
«All'inizio pensavamo che una canna o due fossero solo una ragazzata - ammette l'errore comune -. Non è stato così. I medici dicevano che il problema era psichiatrico: disturbo della personalità a tratti con possibili reazioni anche violente. Da qui sarebbe arrivata la droga. Noi abbiamo sempre pensato il contrario: dalla droga ai disturbi. Intanto dal Centro di salute mentale è stato mandato al Sert».
Decisivo è stato l'intervento della questura: «Non ce la facevo più e sono andata in viale Malta dove ho fatto cinque esposti, il primo a giugno 2012. Ho scritto pagine in cui raccontavo quello che stava accadendo. Ad un certo punto, d'ufficio, tutti i miei esposti sono finiti in Procura. Mi hanno preso sotto la loro ala protettrice la dirigente Maria Pia Romita e l'ispettore capo Tiziana Sartori che non finirò mai di ringraziare assieme agli agenti delle volanti. Lei non ci crederà, ma in questura ho trovato della gente formidabile, sia dal punto professionale sia dal punto umano».
Il figlio finisce alla Novate. Per tre mesi. «Forse sarebbe stato meglio meno - dice la madre -. Il problema è che in carcere si sono scambiati i farmaci: io ti dò le tue 80 gocce di Entumin e tu mi dai il tuo Seroquel... tritavano lo Stilnox per dormire e lo sniffavano con il naso». Alla fine è stato scarcerato e sotto Natale lo hanno portato in una comunità di recupero in Piemonte.
«Mio figlio mi ha dato tutta la colpa, ma fa lo stesso. La mia speranza è che lo facciano riflettere. E' un ragazzo bello, alto, ha il futuro davanti. Però quando torna dovrà trovare un lavoro, anche pesante, ma un lavoro». Un consiglio ha chi sta vivendo lo stesso problema: «Parlare, senza vergognarsi, rivolgersi alle istituzioni (Sert e Csm), poi alla questura».
E' forte "mamma coraggio": un donnone tutto d'un pezzo che sorride dello scampato pericolo quando racconta i particolari efferati con cui il figlio (con il coltello in mano) l'ha minacciata di morte. «Spero che il 2013 vada un filino meglio del 2012, solo un filino - si accontenta -. Spero che mio figlio torni a casa consapevole che ha usato delle cose che non doveva usare. Ho un peso qui - si tocca il cuore - ma sono contenta perchè ora so che è protetto e che lo stanno curando. Però mi manca molto... ». Si commuove. «Il 31 dicembre gli ho telefonato per fargli gli auguri. "Ma che auguri! " Mi ha risposto arrabbiato. "Beh, insomma, io te li faccio lo stesso" gli ho replicato io. Poi ho messo giù perchè non voglio farmi vedere piangere».
Federico Frighi
02/01/2013 Libertà
«Avevo iniziato a vedere qualche cosa ai tempi delle Medie - racconta la signora -. Immaginavo fumasse già allora qualche canna; una volta avevo preso una telefonata ma avevano buttato giù... Poi alle superiori aveva iniziato a frequentare l'Alberghiero. Lo portavamo in macchina per essere sicuri che andasse veramente a scuola. Quando mio marito veniva via, lui saltava sul pullman e tornava in città».
«L'abbiamo convinto a fare due anni in un istituto professionale - prosegue la storia - ed era riuscito a finire il corso per montatore di macchine utensili. Lo hanno preso per uno stage in una grossa azienda piacentina, ma di lavoro neppure a parlarne».
La situazione è degenerata un anno e mezzo fa quando sono scoppiate le crisi di astinenza: «Voleva più soldi. Scardinava le porte di casa, dava testate contro mio marito; un giorno ha preso il coltello da cucina e mi ha detto che avessi chiamato il dottore sarei morta».
Inizia un cammino difficile, tra gli specialisti di tossicodipendenze: «Una mia collega mi ha suggerito di fargli fare una visita da un medico che lo ha poi inviato al Centro di salute mentale. Probabilmente avrebbero potuto affidarlo subito al Sert dove c'è lo specialista della doppia diagnosi. Invece lo hanno bombardato di farmaci e mio figlio usciva più innervosito di prima; mi dicevano che le canne erano l'ultimo problema... In realtà le cose andavano sempre peggio, il consumo di cannabinoidi cresceva, i casi di violenza in casa aumentavano, tanto che io sono dovuta stare per tre mesi da mia figlia e da mia suocera perchè ero diventata il principale bersaglio di mio figlio».
«Quando entravo in casa - ricorda - sembrava si accendesse un videogioco di distruzione. Io per lui sono quella che ha fatto cinque esposti al questore, quella che lo ha fatto andare in diagnosi e cura». Era arrivato ad un punto di non ritorno ed aveva sostituito l'hashish alla marijuana. «Ne consumava quantità industriali fino ad arrivare a spendere 600-700 euro al mese. Mi chiede dove trovava i soldi? Glieli davamo noi, per tutto un anno».
«All'inizio pensavamo che una canna o due fossero solo una ragazzata - ammette l'errore comune -. Non è stato così. I medici dicevano che il problema era psichiatrico: disturbo della personalità a tratti con possibili reazioni anche violente. Da qui sarebbe arrivata la droga. Noi abbiamo sempre pensato il contrario: dalla droga ai disturbi. Intanto dal Centro di salute mentale è stato mandato al Sert».
Decisivo è stato l'intervento della questura: «Non ce la facevo più e sono andata in viale Malta dove ho fatto cinque esposti, il primo a giugno 2012. Ho scritto pagine in cui raccontavo quello che stava accadendo. Ad un certo punto, d'ufficio, tutti i miei esposti sono finiti in Procura. Mi hanno preso sotto la loro ala protettrice la dirigente Maria Pia Romita e l'ispettore capo Tiziana Sartori che non finirò mai di ringraziare assieme agli agenti delle volanti. Lei non ci crederà, ma in questura ho trovato della gente formidabile, sia dal punto professionale sia dal punto umano».
Il figlio finisce alla Novate. Per tre mesi. «Forse sarebbe stato meglio meno - dice la madre -. Il problema è che in carcere si sono scambiati i farmaci: io ti dò le tue 80 gocce di Entumin e tu mi dai il tuo Seroquel... tritavano lo Stilnox per dormire e lo sniffavano con il naso». Alla fine è stato scarcerato e sotto Natale lo hanno portato in una comunità di recupero in Piemonte.
«Mio figlio mi ha dato tutta la colpa, ma fa lo stesso. La mia speranza è che lo facciano riflettere. E' un ragazzo bello, alto, ha il futuro davanti. Però quando torna dovrà trovare un lavoro, anche pesante, ma un lavoro». Un consiglio ha chi sta vivendo lo stesso problema: «Parlare, senza vergognarsi, rivolgersi alle istituzioni (Sert e Csm), poi alla questura».
E' forte "mamma coraggio": un donnone tutto d'un pezzo che sorride dello scampato pericolo quando racconta i particolari efferati con cui il figlio (con il coltello in mano) l'ha minacciata di morte. «Spero che il 2013 vada un filino meglio del 2012, solo un filino - si accontenta -. Spero che mio figlio torni a casa consapevole che ha usato delle cose che non doveva usare. Ho un peso qui - si tocca il cuore - ma sono contenta perchè ora so che è protetto e che lo stanno curando. Però mi manca molto... ». Si commuove. «Il 31 dicembre gli ho telefonato per fargli gli auguri. "Ma che auguri! " Mi ha risposto arrabbiato. "Beh, insomma, io te li faccio lo stesso" gli ho replicato io. Poi ho messo giù perchè non voglio farmi vedere piangere».
Federico Frighi
02/01/2013 Libertà
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