martedì 20 settembre 2011
Vicini e lontani/ Monari in treno con i pendolari
(fri) Il vescovo Luciano Monari, a Piacenza per dodici anni e mezzo, oggi a Brescia, per preparare il prossimo sinodo diocesano ha deciso di scendere sui binari, o meglio, in carrozza. Da Brescia a Milano "pendolano" ogni giorno per lavoro più di 23mila bresciani che prendono il treno verso il capoluogo lombardo. Un'intera comunità che vive gran parte della propria settimana sui mezzi di trasporto pubblico, il treno in particolare. Così monsignor Luciano Monari - cittadino onorario di Piacenza - ieri mattina ha deciso di prendere il regionale delle 7 e 27 e di fare il viaggio con i suoi pendolari intervistandoli per comprendere meglio problemi, disagi e speranze di vita. La notizia del vescovo in treno è stata ripresa da diversi organi di stampa nazionali.
16/09/2011 Libertà
domenica 22 maggio 2011
Vicini e lontani/ Il vescovo Monari incontra gli immigrati della gru
Il vescovo Luciano Monari per due volte ha incontrato gli immigrati sul sagrato della chiesa per parlare con i manifestanti. Ha espresso solidarietà, ma anche perplessità per l'azione. Alla fine però è arrivato ad un punto di incontro: i manifestanti hanno potuto rimanere sul sagrato, a patto di non attaccare cartelli e striscioni e soprattutto a patto di non impedire l'accesso al Duomo ai fedeli.
venerdì 9 aprile 2010
Pedofilia/Monari: non nascondiamoci
Siamo responsabili delle persone che si allontanano dal Vangelo
Se Paolo scriveva “non diamo motivo di scandalo a nessuno, perché non venga criticato il nostro ministero”, noi siamo costretti, con vergogna, a tacere questa frase e a piangere sul danno fatto alla Chiesa. Se il disonore ricadesse solo su noi stessi, sarebbe pur sempre sopportabile; ma portare la responsabilità di persone che si allontanano dalla fede e dal vangelo ci pesa terribilmente. Con umiltà e vergogna ci presentiamo oggi davanti al Signore. Stiamo davanti all’altare a motivo del ministero che esercitiamo, ma nello spirito ci collochiamo in fondo al tempio, dove stava il pubblicano della parabola battendosi il petto e dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore.”
Generalizzare è ingiusto, ma non nascondiamoci
Le generalizzazioni sono sempre ingiuste e ingenerose e spesso nascono da motivazioni impure. Tuttavia non vogliamo nasconderci; sappiamo che non serve giustificarci o esibire i nostri certificati di credito, anche reali. Serve piuttosto assumere consapevolmente l’amarezza del momento che stiamo vivendo per trovare la forza di una conversione sincera e profonda. Siamo sacramento di Cristo; solo se riusciamo a manifestare il rispetto e l’amore di Cristo per ogni uomo e in particolare per i bambini, i poveri, i malati, gli anziani saremo davvero preti.
Accusano il celibato, riflettiamo quando la tempesta mediatica sarà cessata
Si parla molto, in queste settimane, di cambiare le regole, di abolire l’obbligo del celibato per coloro che, nella chiesa latina, chiedono l’ordine del presbiterato. Naturalmente il celibato è legge ecclesiastica – non c’è bisogno di dirlo. Ma il fatto che sia legge ecclesiastica non significa che sia cosa da poco, se è vera la promessa che “ciò che legherete sulla terra sarà legato anche in Cielo”. E sant’Ignazio ci ha insegnato che non è cosa saggia cambiare le proprie scelte quando ci si trova in mezzo a tensioni e turbamenti. La tempesta mediatica che si è scatenata ci impedisce di ponderare le cose con serenità e chiarezza e vale la pena attendere tempi più tranquilli per riflettere e capire e decidere.
Il celibato: legame totalizzante con Dio
Piuttosto siamo richiamati, da subito, a riflettere sul senso del nostro celibato e a verificare il modo in cui lo viviamo. Il celibato, ci ricorda ripetutamente il Papa, è il segno che il servizio al Regno di Dio è per noi non semplicemente una professione, ma una scelta totalizzante, attorno alla quale si organizza tutta la vita; Gesù Cristo, il Vivente, “colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue”, si è insediato così profondamente nella nostra coscienza, ha riempito e plasmato così profondamente i nostri pensieri e desideri che non rimangono le energie psichiche necessarie per costruire altri legami totalizzanti e definitivi come è quello che lega l’uomo e la donna nel matrimonio. Penso sia per questo che anche persone non direttamente interessate si fanno paladine dell’abolizione del celibato: perché non riescono a capire che la relazione con Dio sia realmente operante a livello dell’immaginazione, del desiderio, delle decisioni concrete. Sospettano che in noi debba esserci qualche ipocrisia per la quale nascondiamo il nostro vero vissuto. In realtà, pensano così perché non conoscono né Dio né noi.
Il celibato non può avere surrogati, sennò è una castrazione
Ma naturalmente il valore testimoniale del celibato dipende dal modo concreto in cui lo viviamo. Perché se si vive il celibato surrogando la mancanza di una moglie e di una famiglia propria con diversi tipi di dipendenze, il risultato è quello di una vita dimezzata e il celibato appare una forma di castrazione.
Internet, tv, riconoscimenti pubblici: il rischio di una doppia vita
Quando parlo di ‘dipendenze’ mi riferisco a comportamenti diversi che vanno da quelli più semplici e innocenti – piccole manie o attaccamenti – fino a una vera e propria ‘doppia vita’ che lacera la persona e rende la sua esistenza un inferno per lei e per gli altri. Ciascuno di noi può riconoscere dentro di sé queste dipendenze se solo siamo sinceri con noi stessi e non operiamo razionalizzazioni indebite. Si tratta spesso, come dicevo, di piccole manie che creano qualche disagio – come atteggiamenti rigidi di fronte a cose secondarie o spese eccessive per cose inutili o incapacità di spegnere la televisione o bisogno di navigare curiosamente su internet o bisogno incoercibile di apparire o di avere riconoscimenti. A volte non sono nemmeno peccati in senso stretto. Eppure sono comportamenti che tradiscono, in misura più o meno grande, la debolezza del nostro celibato e lo rendono inefficace quando non controproducente. Se siamo irritati e irritabili, se diventiamo scostanti con le persone, se ci imponiamo puntigliosamente per cose banali, se la gente ci deve prendere con le pinze per timore di essere aggredita, l’incontro con noi celibi non può che essere deludente. E allora, a che cosa serve un celibato che non manifesti la tenerezza di Dio, la sua accoglienza, la premura per ogni persona umana? Non è una contraddizione in termini? Un celibato non addolcito dall’abbandono in Dio produce facilmente una gramigna spirituale fatta di insoddisfazione, malumore, accidia.
Gli strumenti per salvarci ci sono
Abbiamo tutti gli strumenti per fare della nostra vita qualcosa di bello e di utile: basta una preghiera fatta con intelligenza e con cuore per evitare derive; basta un atteggiamento di ascolto sincero della parola di Dio per non essere ingannati dalle sirene del mondo; basta tenere un contatto regolare col sacramento della penitenza per non indurire cuore e cervice; basta avere un direttore spirituale serio al quale dire tutto dei nostri moti del cuore per non decadere senza rendercene conto. I mezzi ci sono; soprattutto c’è, come sostegno solido, il dono di un’amicizia personale col Signore.
lunedì 15 marzo 2010
sabato 9 gennaio 2010
Black and white 2010
Unica è l’origine di tutti gli uomini in Adamo; unica la vocazione di tutti gli uomini in Cristo. La varietà dei popoli, la diversità delle culture, la molteplicità delle lingue esprimono l’infinita ricchezza del mistero di Dio a cui immagine l’uomo è stato creato. Ma nessun popolo per quanto numeroso, nessuna cultura per quanto raffinata, nessuna tradizione per quanto ricca può esprimere davvero la bellezza di Dio senza l’apporto degli altri popoli, delle altre culture, delle altre tradizioni. Questo è il mistero che Paolo ha visto risplendere davanti ai suoi occhi quando ha contemplato la gloria di Cristo e il disegno di Dio che Egli, Cristo, è venuto a compiere nel mondo. Questo mistero, abbiamo ascoltato nella seconda lettura, “non è stato manifestato agli uomini delle precedenti generazioni come ora è stato rivelato ai suoi santi apostoli e profeti per mezzo dello Spirito: che le gentili (i pagani) sono chiamati, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del vangelo.” In Cristo Dio offre la salvezza all’umanità intera e questa salvezza consiste esattamente nella vittoria sulle divisioni per diventare una cosa sola, un unico corpo, un’unica Chiesa insieme con tutti gli altri. In Cristo ci è data una memoria comune – quella della salvezza che Dio ha operato per noi; ci è data una speranza comune, quella di partecipare alla vita stessa di Dio; ci è data una forma di vita comune, quella dell’amore fraterno. Come ricorda san Giovanni: Da questo abbiamo conosciuto l’amore: Egli ha dato la sua vita per noi. Quindi anche noi dobbiamo donare la vita per i fratelli.
In questo modo si compiono le promesse dei profeti, come quella di Isaia che abbiamo ascoltato nella prima lettura. Mentre il mondo intero è immerso nelle tenebre, Isaia vede Gerusalemme, alta sul colle di Sion, illuminata dalla gloria di Dio; lo splendore della città di Dio si riflette sul mondo intero e muove tutti i popoli a mettersi in cammino, come pellegrini, verso la città santa: “Cammineranno le genti alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere. Alza gli occhi intorno e guarda: tutti costoro si sono radunati, vengono a te. I tuoi figli vengono da lontano, le tue figlie sono portate in braccio… Uno stuolo di cammelli ti invaderà, dromedari di Madian e di Efa, tutti verranno da Saba, portando oro e incenso e proclamando le glorie del Signore.” È l’immagine di una vitalità immensa; c’è di tutti: uomini che vengono da lontano, dalle zone lontane dell’Arabia e dello Yemen; cammelli e dromedari che permettono di attraversare i deserti aridi; oro e incenso, segni di ricchezza. Sembra che la vita prorompa vittoriosa, irresistibile. In realtà la città che il profeta ha davanti agli occhi, la Gerusalemme degli anni immediatamente successivi al ritorno dall’esilio, è una piccola città, economicamente povera, politicamente serva, priva di libertà e di autonomia. Ma è pur sempre la città di Dio; e basta quello perché gli occhi del profeta vedano una bellezza nascosta e proclamino un destino di gloria. Tutti i popoli, tutte le razze si riuniscono in quella città e trovano nel Signore motivo di esultanza e forza di comunione. Se a Babele Dio aveva confuso le lingue dei popoli e i popoli erano stati dispersi su tutta la faccia della terra, adesso la gloria di Dio li convoca e fa di loro i figli di una città nuova e santa.
Non so se esista un’immagine più bella e affascinante della Chiesa, di questa madre che riceve figli da ogni angolo del mondo e a tutti imprime una forma nuova, divina. Il giorno di Pentecoste erano presenti a Gerusalemme genti “di ogni nazione che è sotto il cielo.” E tutti si sentono in patria perché odono parlare la loro lingua nativa. Non è proprio questo il miracolo della Chiesa? In realtà a operare la riunificazione degli uomini è la croce di Gesù, innalzata fuori delle mura di Gerusalemme: su quella croce sono inchiodati i peccati, le cattiverie, le divisioni del mondo intero; e da quella croce sgorga un fiume di acqua limpida che lava le brutture del mondo, una sorgente di vita che rinnova e santifica il mondo. Cristo ha abbattuto il muro di separazione che teneva i pagani lontani dalla salvezza, esclusi dall’eredità di Israele, nemici gli uni degli altri. Cristo ha subito il tradimento, l’ingiustizia, la violenza da parte di tutti: dei Romani come dei Giudei, dei sacerdoti come dei discepoli. Nessuno è innocente di fronte a lui, ma tutti ricevono ugualmente da lui perdono e grazia. Chi sta davanti alla croce con la consapevolezza del suo peccato comprende che i suoi risentimenti verso gli altri vengono sciolti, che le sue paure vengono superate da una corrente di grazia che unisce e rinsalda.
Ecco perché acquista grande significato questa eucaristia che celebriamo. La chiamiamo Messa dei popoli e lo è davvero a vedere la molteplicità delle provenienze di noi che siamo qui insieme. Veniamo da tutti i continenti e parliamo molte lingue diverse; eppure ci troviamo qui e uniamo le nostre voci nella comune lode di Dio, ci scambiamo sinceramente un segno di comunione e di pace, ci sentiamo liberi da paure o da timidezze. Davvero l’universalità, la cattolicità della Chiesa si manifesta nel modo più chiaro. Ma vale la pena ricordare che ogni eucaristia è necessariamente cattolica, cioè universale. Fosse anche celebrata da poche persone in una parrocchia isolata di montagna, rimarrebbe pur sempre una esperienza di cattolicità, di universalità perché Cristo è di tutti e tutti sono chiamati a riconoscersi in lui. Un’eucaristia che chiudesse pregiudizialmente l’ingresso a un battezzato, chiunque egli sia, cesserebbe di essere eucaristia vera perché rinnegherebbe la cattolicità della Chiesa che è una sua nota essenziale. È bello allora che ci troviamo qui oggi. La Chiesa bresciana vuole dire in questo modo che vi riconosce come suoi figli dal momento che essa, la Chiesa bresciana, non è altra dalla chiesa romana, da quella brasiliana o congolese o filippina. Gesù è venuto per riunire quelli che sono vicini e quelli che sono lontani. E san Giovanni Cristostomo spiegava: “degli uni e degli altri Cristo fa un corpo solo. Così chi risiede a Roma considera gli Indiani come sue proprie membra. C’è un’unione che si possa paragonare a questa? Cristo è la testa di tutti.” A me sembrano espressioni bellissime, che possono darci speranza in un tempo come questo segnato da tensione e da aggressività. La Chiesa sta in mezzo al mondo come segno di quella comunione alla quale tutti gli uomini sono chiamati. Voi venite dal mondo intero; siete stati portati a Brescia dalle necessità concrete delle vostre famiglie. Bene, a Brescia siete a casa vostra, qui trovate la stessa chiesa che vi ha generato alla fede, trovate lo stesso Cristo che vi è stato annunciato, lo stesso Spirito che vi ha santificato.
Insieme siamo il corpo di Cristo e cioè la presenza di Cristo oggi, nel nostro mondo. Viene da tremare a pensare alla responsabilità che questo comporta. Col nostro modo di vivere, di parlare, dobbiamo manifestare la presenza di Cristo oggi, in questo luogo; il nostro cuore dovrebbe mostrare la tenerezza del cuore di Gesù; le nostre parole dovrebbero avere la grazia delle parole di Gesù. Quanto siamo distanti! Quanto abbiamo da crescere! Noi crediamo che la Chiesa è il corpo di Cristo; lo dice san Paolo con parole così chiare che non ci è lecito dubitare. Nello stesso tempo misuriamo con sofferenza la distanza tra la verità di Gesù e il nostro modo concreto di vivere e di pensare. Ma non ci perdiamo d’animo; quello che il Signore ci chiede, egli per primo ce lo dona con la sua grazia. Sappiamo perciò che la comunione è possibile anche tra culture diverse, anche parlando in lingue diverse. Perlomeno è possibile camminare e avvicinarci gli uni agli altri, attirati come siamo dalla medesima croce di Gesù. Quanto più ci avviciniamo a lui tanto più siamo prossimi gli uni agli altri e riusciamo a riconoscere il volto del nostro Signore nel volto diverso degli altri.
La tradizione del presepe mostra i re magi come segno dell’universalità dei credenti: vengono da lontano, mossi da una stella; di loro uno è bianco, uno nero, uno color cioccolata; uno porta oro, segno di regalità, uno incenso, segno di onore divino, uno mirra, segno di sofferenza e di passione. Ci sono proprio tutti ed è necessario che ci siano tutti; ne mancasse uno, mancherebbe qualcosa alla rivelazione del mistero di Gesù. Così, ammirando i magi, comprendiamo meglio il senso dell’epifania e benediciamo il Signore perché ci ha raccolti insieme: veniamo da un unico padre, Adamo; e cresciamo verso un unico corpo, Cristo. Dio vi benedica! Vi faccia sentire la tenerezza del suo amore; vi renda consapevoli della vostra dignità: siete figli di Dio! Vi aiuti a portare il peso non sempre leggero della vita; il tempo che viviamo, con la crisi economica e le paure che la crisi porta con sé è motivo di preoccupazioni. La Chiesa bresciana farà quello che le è possibile. Ma al di là di questo vorremmo che sentiste, qui a Brescia il calore della Chiesa in cui siete nati e dalla quale avete ricevuto il vangelo. Quando frequentate le parrocchie, non sentitevi come estranei accolti provvisoriamente ma come persone che vivono nel loro ambiente, in quello spazio che Dio ha creato per loro.
monsignor Luciano Monari, vescovo di Brescia
lunedì 16 novembre 2009
Crocifisso - Monari sulla sentenza: pronunciamento dogmatico
ntenza della Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo che ha
chiesto di togliere i crocifissi dalle scuole; ma, a una prima
valutazione, sembra proprio di essere di fronte a una sentenza
ideologica e quindi stolta. I giudici sono partiti con un'idea
precisa della laicità; un'idea cartesiana, chiara e distinta, ma che
esce dalla testa dei giudizi, senza nessuna considerazione previa dei
fatti, del mondo concreto nel quale la laicità può e deve essere
vissuta. Hanno detto: laicità significa esclusione dalla vita pubblica
della scelta religiosa; mentre, infatti, alla vita pubblica debbono
partecipare ugualmente tutti i cittadini, la scelta religiosa è
eminentemente personale e quindi 'di parte'; portata nella vita
pubblica, creerebbe inevitabilmente delle disuguaglianze,
privilegiando qualcuno (chi condivide una certa visione religiosa) ed
emarginando altri (chi a quella visione è ostile o estraneo). Avendo
chiarissima questa idea, i giudici l'hanno applicata alla realtà;
hanno trovato che in un certo numero di scuole è presente il
crocifisso; hanno valutato che questa presenza configgeva con l'idea
di laicità che a loro sembra perfetta (è chiara e distinta) e hanno
pronunciato il giudizio: via i crocifissi dalle scuole perché le
scuole possano essere luoghi dove tutti si trovano a proprio agio e
non luoghi in cui qualcuno non si sente rispettato (nella fattispecie:
la persona che ha presentato il ricorso).
In realtà il mondo su cui i giudici sentenziano non è una lavagna
pulita; è un mondo che si è creato attraverso i secoli e che ha preso
forma a partire dalle scelte di molte persone, dalle loro idee e dai
loro comportamenti. È a partire da questo mondo che si deve costruire
un concetto corretto di laicità. Immaginare di poter cancellare tutto
quello che si è formato attraverso i sentieri tortuosi della storia e
di poter istituire per decreto una società che risponda a un'idea
perfetta di società (appunto: un'idea chiara e distinta) è
illusione che si è pagata cara in passato e che impoverisce la vita
culturale, la rende meno umana. In concreto: la società occidentale è
stata formata (non solo ma soprattutto) dalla visione cristiana della
realtà. Basta pensare all'arte, alla letteratura, all'assetto
urbanistico e soprattutto al vissuto delle persone concrete. In
particolare ha avuto un portato immenso la visione cristiana
dell'uomo come creatura di Dio, fatto a sua immagine e somiglianza.
Il riconoscimento del valore del singolo, la concezione della società
come luogo di solidarietà, il rispetto per l'uomo povero e debole,
nascono da queste radici. Potranno rimanere i 'diritti dell'uomo'
se ciò che in passato ha fondato la dignità dell'uomo viene reciso?
Qualcuno potrà anche rispondere di sì; ma in ogni modo questa è la
domanda che ci si deve porre e alla quale si deve cercare di
rispondere. E anche qui bisognerà rispondere in modo concreto, non
ideologico. Si tratterà di vedere quali comportamenti produce la
scelta cristiana; se sono comportamenti umanamente arricchenti o
mortificanti, se contribuiscono al bene della società o se producono
danni. Si tratterà di verificare l'effetto che il rifiuto della
trascendenza produce nell'esistenza dell'uomo: lo rende più
libero? O lo rende più inquieto, più insoddisfatto, più facilmente
preda di seduzioni stupide, di promesse illusorie?
Certo, il mondo cambia. Potrà avvenire che il riferimento a Gesù
Cristo, così importante in passato, diventi meno significativo e meno
diffuso; e allora inevitabilmente cambierà la fisionomia delle nostre
città e delle nostre scuole. Ma appunto: è a questo che si dovrà
fare attenzione, non al concetto astratto di laicità. Mi sembra di
essere un sostenitore dell'approccio empirico al problema e ho a che
fare con un approccio ideologico. È interessante notare che giudici i
quali si presentano come difensori della laicità, pensino e decidano
in modo ideologico e dogmatico. E che noi, da sempre considerati con
disprezzo 'dogmatici' abbiamo imparato un approccio più sfumato,
più attento alla realtà delle cose, più concreto.
Inviato da iPhone
sabato 29 novembre 2008
Monari e Lanfranchi insieme a Cesena
Costruiti attorno al quesito “Se questo è un uomo”, in questa seconda edizione i Dialoghi si muoveranno “alla ricerca della verità”. Dalla ricerca del senso della vita di un anno fa, si scruterà l’uomo in rapporto a un altro grande dilemma: da che parte sta la verità? Dopo il primo incontro di dicembre, seguiranno quattro appuntamenti, tutti nel primo lunedì del mese, da febbraio a maggio, con una sosta nel mese di gennaio.
Il 2 febbraio è atteso a Cesena Magdi Cristiano Allam, lunedì 2, sarà la volta del noto psicopedagogista Pietro Lombardo. La giornalista e opinionista di Avvenire Marina Corradi, lunedì 6 aprile parlerà di “corpo e persona”, mentre lunedì 4 maggio lo scienziato di fama mondiale Antonino Zichichi. Fortemente voluti dal vescovo Antonio Lanfranchi, i Dialoghi sono “un percorso di riflessione e di proposta. Un luogo in cui mettere in relazione le attese umane e il dono della fede, la ragione e la speranza. Si tratta di “dialoghi” - ha scritto monsignor Lanfranchi - perché vogliamo che abbiano il taglio della ricerca condivisa, dell’incontro esistenziale, della fecondità proveniente dal confronto e dall’ascolto reciproco. E sono “per la città”, ossia rivolti a tutti, nessuno escluso. Perché non c’è persona che non si interroghi sul significato del vivere, sui cardini esistenziali della propria esperienza, su cosa sia lecito attendere e cercare per il futuro”.
venerdì 21 novembre 2008
Caso Englaro, per il vescovo Monari la condanna di Eluana è la sconfitta di fronte al dolore
Caso Englaro, per il vescovo Monari l'uomo ha negato la vita (1)
martedì 7 ottobre 2008
BIBBIA GIORNO E NOTTE/Monari legge il Levitico
fri
lunedì 28 aprile 2008
Monari su Rai Uno per la messa della domenica
"Leggiamo la realtà alla luce dell'amore di Gesù"
In Gesù uomo Dio si è fatto vicino agli uomini e si è manifestato come amore; per questo Gesù ha allietato una festa di nozze, ha sfamato le folle, ha aperto gli occhi a un cieco, ha ridato la vita a Lazzaro. È venuto, Gesù, perchè gli uomini abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza, perchè siano liberi nella verità e vivano la pienezza della gioia. Abbiamo così conosciuto, attraverso Gesù, il volto di amore del Padre. O meglio: i discepoli hanno visto il volto del Padre; per il mondo, invece, e cioè per tutto quello che nel mondo e nella storia pretende di affermarsi come autonomo, come assoluto... per il mondo Dio è rimasto ignoto.
Il mondo ha sì visto le opere di Gesù; ma non le ha né capite né accettate. Per questo la morte di Gesù lo sottrae definitivamente agli occhi del mondo; il mondo non lo vedrà più. Lo vedranno, invece, i discepoli perchè la loro vita si è aperta a Lui nella fede; lo amano, e non solo a parole ma con l’osservanza concreta dei suoi comandamenti.
Amare Gesù, infatti, equivale a osservare i suoi comandamenti. Questi non sono prescrizioni arbitrarie e capricciose che Gesù impone ai suoi discepoli; al contrario, essi esprimono semplicemente la forma di Gesù, il suo stile, i pensieri e i desideri del suo cuore, la logica delle sue scelte. Ai discepoli non viene chiesta l’obbedienza a una legge esterna ed estranea, ma piuttosto la comunione di amicizia con Gesù, la condivisione della sua anima: «Voi in me e io in voi» (Gv 14, 20). Voi in me attraverso l’amore e la conformità di vita; io in voi donandovi la vita e la gioia che mi vengono dal Padre nel quale sempre dimoro. Anche i discepoli dovranno conoscere l’amarezza del distacco da Gesù.
La sua morte non è apparente ma reale e la sua risurrezione non è tornare indietro a riprendere la vita di prima; è invece ingresso in una condizione di vita nuova e definitiva. E tuttavia Gesù può promettere: «Non vi lascerò orfani» (Gv 14, 18). E spiega: «Io pregherò il Padre ed Egli vi darà un altro Paraclito, un difensore, perchè rimanga con voi per sempre» (Gv 14, 16). Gesù è stato, nel corso della sua vita terrena, un difensore per i discepoli: li ha protetti dalle paure e dalle seduzioni del mondo, li ha condotti a credere e conoscere l’amore del Padre, li ha fatti entrare in uno spazio alternativo di vita, uno spazio che è libero dai condizionamenti del mondo e riceve la sua forma invece dall’amore creativo di Dio. Di questo Paraclito Gesù dice che è lo «Spirito di verità» (Gv 14, 17) e poco prima aveva detto: «Io sono la verità» (Gv 14, 6): in lui e attraverso di lui si compie la rivelazione del Padre e quindi la rivelazione del suo amore per gli uomini. È questa rivelazione che dissipa le tenebre della paura e dell’errore e apre il cuore dell’uomo alla libertà e all’amore.
“Lo Spirito di verità” è quindi lo Spirito che opera in Gesù e fa sì che le parole di Gesù siano parole del Padre e le opere di Gesù siano opere del Padre. La perfetta corrispondenza del Padre e del Figlio nell’amore è frutto proprio dello Spirito che ora viene promesso da Gesù ai discepoli. Questo Spirito aprirà il loro cuore alla rivelazione dell’amore del Padre e trasformerà in questo modo pensieri, sentimenti, desideri dei discepoli perché tutto prenda la forma prodotta in essi dall’amore di Dio. Credere nell’amore, vivere dell’amore di Dio, lasciare che la propria vita prenda forma da questo amore, vivere l’amore fraterno fino al dono della propria vita come anche Gesù ha donato la sua vita per noi: tutto questo è l’opera che lo Spirito compie nella vita del discepolo; questa è la trasformazione che fa di fragili persone umane dei figli di Dio a immagine del Figlio Unigenito.
Questo il messaggio, difficile forse ma certo illuminante, del Vangelo di oggi. Le conseguenze? Che ogni cosa e ogni avvenimento può e deve essere interpretato alla luce della rivelazione di Cristo: amicizia e amore, lavoro e politica, cultura e ricerca, scienza e tecnica... cambiano significato secondo che siano interpretati in chiave di egoismo individualista che cerca solo di massimizzare il proprio vantaggio, o secondo che siano interpretate alla luce di un amore che tende a una reciprocità sempre più ampia e feconda tra le persone. Anche cultura e comunicazione possono lasciarsi illuminare da questo messaggio; ci verrebbero risparmiati i messaggi confezionati dalla volontà di stupire, di colpire emotivamente e ci verrebbe aperta la strada al riconoscimento di quell’amore che abita ogni parola e ogni gesto umano e che cerca faticosamente di venire alla luce.
† Mons. Luciano Monari,
Vescovo di Brescia
mercoledì 13 febbraio 2008
Per Monari uno scritto di Giorgio La Pira
Ancora: «Oggi siamo qui per ribadire che la cittadinanza non è mera questione anagrafica o residenziale, ma espressione di impegno civile, di sentimenti di condivisione, di volontà di crescita della collettività: per tutte queste ragioni. eccellenza, Piacenza è onorata di annoverarla tra i propri cittadini». Tocca al presidente Ernesto Carini consegnare la pergamena. Reggi invece, regala, a Monari un’opera dello storico sindaco di Firenze, il servo di Dio Giorgio La Pira. Il titolo: “La preghiera forza motrice della storia”. Monari ringrazia, saluta, e dopo il rinfresco al Ranuccio, se ne va. Lo rivedremo sabato pomeriggio, alla consacrazione del nuovo vescovo Gianni Ambrosio, fatta da pastore della Chiesa ma anche da cittadino onorario di Piacenza. Affiancherà il cardinale Tarcisio Bertone che di cittadinanze ad honorem ne può vantare almeno due: quella di Vercelli e quella di Alassio, entrambe conferitegli lo scorso anno.
fed.fri.
Il testo integrale su Libertà del 12 febbraio 2008
martedì 12 febbraio 2008
Monari: Piacenza sia la Gerusalemme celeste
Monari cita il penultimo capitolo, il 21 dell’Apocalisse: la Gerusalemme celeste con le sue mura compatte ma anche con le sue dodici porte sempre aperte.
«La beatitudine, per la Bibbia, è una città. Noi ... se dovessimo pensare alla beatitudine penseremmo ad un bel prato verde con tanti fiori, alberi, un ruscello che ci passa in mezzo, con poca gente, qualche animale: quella, per noi, è l’espressione della felicità, della gioia, della libertà. Per la Bibbia l’espressione della felicità è una città compatta, con un muro che la circonda tutta. La concezione dell’uomo che ha la Bibbia non è quella dell’individuo isolato ma quella della persona che sta in relazione con gli altri». Monari insiste su questo punto: «Dire che la città ha un’anima significa che le relazioni che si stabiliscono tra i cittadini, tra le persone con funzioni e servizi diversi ma che si intrecciano, sono il volto vero, misterioso ma autentico, della città. La città è fatta di servizi, di strutture, ma anche di anima, di umanità che si trasmette da uno all’altro, che si arricchisce nel confronto». «Vivere nella città - continua Monari - vuol dire accettare il limite di una realizzazione che non è mai completa e perfetta, ma che è autentica fino a che ci sono delle persone autentiche, che pensano, che soffrono, che amano. Auguro a Piacenza proprio questo: che i rapporti interpersonali, che la percezione che la vita di ciascuno è intrecciata con la vita degli altri, diventi la più profonda possibile. Le differenze è giusto che ci siano ma devono stare dentro alla consapevolezza della dipendenza reciproca, del fatto che dipendiamo gli uni dagli altri, che gioiosamente dobbiamo accettare».
Federico Frighi
Il testo integrale su Libertà di oggi, 12 febbraio 2008
Monari cittadino di Piacenza, il discorso di Reggi
Eccellenza, è con la stima più sincera, in questa occasione così prestigiosa per la città di Piacenza, che anche a nome della Giunta, del Consiglio comunale e di tutta la comunità locale, Le porto il saluto della città, carico di quell’affetto e di quella riconoscenza su cui si fonda il Suo legame con il nostro territorio.
Piacenza vive oggi una giornata importante, una giornata storica: per la prima volta, a seguito di una decisione assunta dall’assemblea consiliare, viene conferita la cittadinanza onoraria a un vescovo. Non solo, ma occorre ricordare che da queste parti l’istituto dell’onoreficenza cittadina non è certo abusato. Rappresenta infatti un elemento di considerazione autentica, di grande attenzione e riveste un grande significato per ognuno di noi.
Da oggi, Lei è un cittadino di Piacenza a tutti gli effetti. Questo è per tutti noi motivo di orgoglio e di viva soddisfazione. Nei dodici anni in cui Lei ha guidato la nostra Diocesi, ha saputo coinvolgerci con la Sua profonda umanità e con la Sua grande ricchezza culturale, interpretando in modo esemplare il ruolo che Le era stato assegnato.
Cito, a questo proposito, un intellettuale laico piacentino, Piergiorgio Bellocchio: il suo ultimo libro si intitola "Al di sotto della mischia" e ammonisce, come dice lui stesso, "contro tutto ciò in cui può annidarsi un sintomo, una minaccia di imbarbarimento, una sparizione, una perdita di umanità". Lei ha fatto proprio questo, Eccellenza, nei dodici anni trascorsi a Piacenza: le Sue parole sono state un prezioso ed incessante monito contro l’aridità di questi tempi, il Suo comportamento umile un esempio contro l’arroganza imperante. II Suo carisma e la Sua presenza, sempre rispettosa dei rispettivi ruoli, hanno rivelato una partecipazione volutamente discreta ma incisiva, costante e coerente, alla vita della nostra città. Lei ha rappresentato la Chiesa che ognuno di noi vorrebbe, portatrice di valori universali quali la solidarietà e la pace, il rispetto della dignità umana e l’attenzione verso le fasce più deboli della cittadinanza, pronta all’ascolto e al dialogo, che sono sempre stati elementi prioritari nel Suo episcopato.
Penso spesso, in questi giorni tormentati da incertezza e da confusione istituzionale e politica, alle Sue parole sul mandato di chi governa, inteso come servizio alla persona basato "sulla magnanimità (che è il contrario della meschinità e della piccineria), la lucidità (che è il contrario dell’ideologia e del pressapochismo) e la carità", senza trascurare la necessità di una partecipazione consapevole dei cittadini.
Lo diceva anche Giorgio La Pira, prestigioso intellettuale cattolico e sindaco di Firenze nell’immediato Dopoguerra: "Il pieno adempimento del nostro dovere avverrà solo quando noi avremo collaborato, direttamente o indirettamente, a dare alla società una struttura giuridica, economica e politica adeguata al comandamento principale della carità". Questo voleva dire, come spiegava lui stesso rifacendosi al Vangelo, "lavoro per chi ne manca, casa per chi ne è privo, assistenza per chi ne necessita, libertà spirituale e politica per tutti".
In questi anni, Eccellenza, Lei ci ha insegnato che il cammino da percorrere è la rinuncia agli egoismi, l’apertura dei propri orizzonti al di là della sfera privata, perché l’ambizione fine a se stessa e la contrapposizione senza confronto non possono avere alcuna efficacia. Più volte, nei Suoi discorsi, ci ha invitato a stare
dalla parte degli ultimi, ad essere generosi nel rispondere alle richieste di aiuto. Un’esortazione che richiama il discorso che Giovanni Paolo II fece al Parlamento italiano nel 2002, in cui il Pontefice sostenne che "al centro di ogni giusto ordine civile deve esserci il rispetto per l’uomo, per la sua dignità e i suoi inalienabili diritti". In quella circostanza, Papa Wojtyla disse che "le sfide che stanno davanti a uno Stato democratico esigono, da tutti gli uomini e le donne di buona volontà, indipendentemente dall’appartenenza politica di ciascuno, una cooperazione solidale e generosa all’edificazione del bene comune".
A nome di tutti i presenti e della comunità piacentina, mons. Luciano, vorrei ringraziarLa ancora una volta per aver portato questo stesso messaggio anche nella nostra realtà, chiedendoci una riflessione concreta e tutt’altro che superficiale sui grandi temi del nostro tempo. Oggi siamo qui per ribadire che la cittadinanza non è mera questione anagrafica o residenziale, ma espressione di impegno civile, di sentimenti di condivisione, di volontà di crescita della collettività: per tutte queste ragioni, Eccellenza, Piacenza è onorata di annoverarLa tra i propri cittadini.
Grazie.
domenica 10 febbraio 2008
Monari soggetto da museo

Ecco che cosa ha detto il vescovo Luciano Monari alla presentazione del suo ritratto eseguito da Ulisse Sartini.
Innanzitutto naturalmente debbo ringraziare con tutto il cuore l’”Opera Pia Alberoni” per questa committenza. Debbo ringraziare il maestro Sartini per l’impegno che ci ha messo nel risultato. Ringrazio soprattutto perché lo leggo come un segno di affetto, di amicizia, di legame, e sono le cose che a me stanno più a cuore.
Mi sono detto: è un passo avanti perché sono anche soggetto museale, di museo; e questo non semplicemente come battuta, perché un ritratto in qualche modo fissa la vita di una persona. La vita di una persona è una avventura, è un romanzo che procede anno in anno con trasformazioni, cambiamenti, novità, esperienze, ecc. E un ritratto in qualche modo fissa, cioè fa in anticipo quello che farà la morte. Alla fine la morte conclude il ritratto della nostra persona, della nostra avventura, e rende questo ritratto definitivo, si potrebbe dire eterno.
Ebbene, una pittura in qualche modo l’anticipa, ma detto in modo positivo, non come se questo fosse la paura della morte che mi viene addosso o cose di questo genere; ma al contrario come un invito a rivedere il senso della mia esistenza: di tutto quello che sono stato, di quello che è diventato, dei miei limiti, di quello che non sono riuscito a fare, perché mi debbo confrontare con il risultato della fatica, delle sofferenze, degli errori, delle speranze che hanno accompagnato il mio cammino.
E un ritratto mi aiuta in questo senso a dire quello che diciamo tutte le sere a “compieta”: “Ora, o Signore, lascia che il tuo servo vada in pace, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza”. Che è come dire: c’è una maturità, un compimento della mia vita, c’è un limite nella mia vita che mi porto dietro, lo consegno a Te, porta a compimento Tu quello che non sono riuscito a fare.
E questo è il primo pensiero.
E tra le varie osservazioni, tra le varie indicazioni, una era quella del “sorrida dentro”. Adesso non mi ricordo le parole precise, ma il senso era esattamente questo: dovevo riuscire a sorridere dentro, sorridere dal di dentro… E questo per me è stata una cosa bellissima, perché vuole dire: evidentemente il sorriso deve vedersi fuori, altrimenti non cambia niente, non si può esprimere niente neanche dal punto di vista artistico. Però non è un fatto muscolare, non è semplicemente il fatto che i muscoli prendono una certa forza; è invece una rivelazione, deve il sorriso diventare una rivelazione, la rivelazione di quello che c’è dentro, la rivelazione, credo, della gioia di vivere, della gioia di esistere, di quel sì radicale alla vita che sta dentro a tutti i nostri comportamenti e a tutti i nostri rapporti.
E mi richiamava quello che sappiamo tutti, ma è bello ricordarci: l’uomo è carne, ma carne che esprime un’anima. È anima, è pensiero, ma è un pensiero incarnato, che si vede, che si vede in forme, in colori, in movimenti, in atteggiamenti, e così via… che in fondo la vita dell’uomo è arte. “Arte”, vuole dire: è fatta di materiali, come una tela, è fatta di materiali concreti di colori; però è capace di contenere un’anima, è capace di contenere un desiderio, una speranza, una attesa, una dignità, una profondità di vita. E questo credo sia prezioso, perché ci richiama in qualche modo – mi richiama al mio compito ‑ al nostro compito.
Voglio dire: noi siamo un’anima incarnata, questo è quello che siamo, ma questo è quello che dobbiamo essere: dobbiamo riuscire a incarnare, a esprimere quello che siamo dentro. Siamo un corpo, una carne, ma dobbiamo riuscire a fare sì che questa carne sia espressione di un’anima, di un cuore, di un desiderio; e questo è quello che siamo, ma nello stesso tempo quello che dobbiamo diventare.
Dicevo prima, il “mistero della mano”, di quello che una mano può essere. Ma evidentemente, quello che una mano è, è quello che riusciamo a metterci dentro noi nella mano, porta i sentimenti che abbiamo, dobbiamo avere quei sentimenti perché la mano li possa portare ed esprimere; e soprattutto si intende il volto, gli occhi.
In qualche modo siamo anche noi gli artisti del nostro corpo. Noi riceviamo un corpo dai nostri genitori, è secondo un certo codice genetico; però non rimane così per tutta la vita, lo plasmiamo noi. Lo plasmiamo con tutti i nostri comportamenti, con tutti i nostri sentimenti, con tutti i nostri impegni, con i nostri errori… s’intende. Cioè ogni comportamento in qualche modo lascia un piccolo segno, quasi invisibile ma che c’è dentro al nostro volto, dentro al nostro corpo. E l’impegno è proprio quello di dare una forma che sia la più bella e la più ricca e la più completa possibile.
E qui mi viene in mente che san Paolo nella Lettera ai Galati scrive così:
«figlioli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore finché non sia formato Cristo in voi!»
“Non sia formato Cristo in voi”, vuole dire: fino a che il vostro corpo non prenda una forma che è essenzialmente la forma di Cristo.
E un pochino prima aveva detto:
«non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me».
Che vuole dire: il nostro compito è addirittura dare al nostro corpo la forma di Cristo. Ma che cosa vuole dire “forma di Cristo”? Vuole dire tante cose:
Forma di uomo autentico, cioè di uomo che sia libero e responsabile.
Forma di uomo fiducioso, quel sì alla vita che ricordavo prima, e che si esprime in un sorriso di fondo. “Dare la forma di Cristo al nostro corpo”, vuole dire quello di un uomo obbediente, che sa cercare la verità e sa sottomettersi alla Verità.
E vuole dire soprattutto quello di “uomo innamorato”, che sa amare e cercare di fare della sua vita un dono.
Credo che la vera tristezza che noi ci portiamo dentro, a volte questo me la sento… è quando ci rendiamo conto che non riusciamo a esprimere l’umanità piena, quando mortifichiamo l’uomo che è in noi; quando mortifichiamo il Cristo, la presenza del Signore che è in noi.
Mi capita… siccome mi capita spesso di incontrare i giovani, e mi piace tantissimo… E mi verrebbe da dire, ma non posso evidentemente fare questo discorso qui… Però mi verrebbe da dire: “Attenzione, datevi da fare! Io sono arrivato fino a qui, e mi rendo conto di tutti i miei limiti, voi dovete andare più avanti, dovete riuscire ad esprimere ancora meglio l’umanità dell’uomo, la presenza di Cristo dentro la nostra vita. C’è molto da fare, da esplorare, da cercare, da realizzare, da migliorare…”.
Mi piacerebbe riuscire a trasmettere la voglia di vivere, la voglia di crescere umanamente dentro. Perché dicevo, quello che mi rimane come tristezza è proprio la tristezza di quello che non sono, che non sono riuscito a fare… che non ho voluto fare per cattiveria, per infedeltà…
Chiuso… adesso sono in Galleria, insieme con tutti i ritratti di persone… Importanti? Ebbene, lo sono stati. Sono davanti al Signore, e davanti al Signore cambiano molte cose.
Può succedere quello che si legge nel cap. 16° di Luca, che “chi è ricco si trova povero davanti al Signore, e chi era povero si trova immensamente ricco”.
Allora questa Galleria di quadri, di persone, di vescovi, che hanno servito Piacenza, sì c’è perché i vescovi evidentemente ha un suo significato di autorità, di valore, ecc. Però vale la pena guardarli custodendo la consapevolezza di questo: che alla fine i valori che entrano in questo mondo sono realtà autentiche, ma sono effimere e passeggere, e che alla fine deve rimanere, e che rimane alla fine di tutte queste persone, quello che hanno saputo vivere di amore e di dono agli altri, di servizio e di relazione autentica.
Tutti gli anni quando si faceva la festa del “Cerati”, don Bracchi rileggeva, ripeteva, sempre le parole che sono sulla tomba del Cerati:
“Nihil fuit – nihil est – et utinam sit aliquid apud deum” ‑ “Non è stato niente, adesso non è niente, Dio voglia che sia qualche cosa davanti a Dio”. “Dio voglia che della sua vita ci sia qualche cosa, un frammento che custodisce valore davanti a Dio, perché questo è l’unico che rimane”.
La contessa Matilda ‑ siccome sono reggiano e quasi di “Canossa”, alla contessa Matilda sono affezionato ‑ firmava così: “Matilda dei grazia quid est” – “Matilde, se per grazia di Dio è qualche cosa”.
Ecco, i ritratti io credo che li dobbiamo guardare così, per quello che dicono, per quello che suggeriscono, per quello che fanno capire, per il mistero che tentano di esprimere… con la consapevolezza della nostra fragilità e debolezza; con anche la consapevolezza che quello che rimane è in realtà quello che l’uomo è riuscito a trasformare in bontà e amore della sua vita.
Grazie ancora al maestro Sartini. Grazie all’Alberoni. Grazie al dott. Gasparotto e al dott. Fugazza perché hanno lavorato e faticato. Che Dio vi benedica.
martedì 22 gennaio 2008
Monari cittadino di Piacenza l'11 febbraio
giovedì 10 gennaio 2008
Chiesa e non solo nel marasma mediatico
Nel marasma mediatico odierno mi sembra significativo riportare questo scritto di monsignor Luciano Monari, risalente allo scorso 4 novembre in occasione della giornata per il quotidiano Avvenire. Penso sia valido per tutto.
"Chiesa strumentalizzata
nel marasma mediatico"
C’è un modo semplice per creare dal nulla una notizia appetibile: basta prendere le dichiarazioni di una persona pubblica che riesca a suscitare sentimenti forti di simpatia o di antipatia; estrarre da queste dichiarazioni un elemento significativo isolandolo dal contesto; dare l’interpretazione più provocatoria possibile e lanciare la notizia. È accaduto così per il discorso di Benedetto XVI a Ratisbona dove la citazione di un testo medievale è stata fatta passare per un giudizio del Papa sull’Islam; è accaduto così per alcune dichiarazioni di monsignor Bagnasco quando gli è stato attribuito falsamente un giudizio odioso sui Dico. E gli esempi si potrebbero moltiplicare. In Italia la Chiesa fa notizia; ma fa notizia solo quando la si può collocare, a torto o a ragione, da una parte dello schieramento politico o la si può contrapporre polemicamente ad altre posizioni. Non è facile, in questo marasma della comunicazione, venire a sapere con precisione i fatti e riuscire a dare interpretazioni corrette, che rispettino i fatti stessi. Accade così che tensioni politiche o culturali si scaricano anche all’interno delle comunità cristiane creando sospetti, giudizi, contrapposizioni dolorose. Se non vogliamo lasciarci condizionare da visioni tendenziose, dobbiamo procurarci informazioni che siano complete e corrette, che nascano da una conoscenza dei meccanismi reali che operano nella vita ecclesiale. Non si tratta di rifiutare a priori i giudizi laicisti e nemmeno quelli anticlericali. Si tratta, però, di disporre degli strumenti conoscitivi necessari per valutare correttamente quello che viene detto di noi. Avvenire fa quello che qualche anno fa veniva chiamata “controinformazione”. Temi come quello della famiglia e della vita, dell’eutanasia e del testamento biologico, dell’Otto per mille e dell’esenzione Ici, sono bombe che vengono confezionate e gettate con piacere nello spazio della discussione pubblica. È giusto ascoltare, riflettere, formarsi un giudizio equilibrato; ma è necessario avere davanti i dati del problema, senza censure e senza alterazioni. E questo, purtroppo, non è la condizione di chi s’informa solo su giornali cosiddetti “laici”.
Avvenire, 4 novembre 2007
Monsignor Luciano Monari, Vescovo di Brescia
domenica 16 dicembre 2007
Monari: "Luna Stellata abbia come fondamenta quelle del Signore"
Il vescovo Luciano Monari, sabato 15 dicembre, era a Piacenza l'inaugurazione della nuova se di Luna Stellata, la casa per mamme che vogliono uscire dal mondo della droga e per i loro bambini. Di seguito pubblico l'intervento integrale del vescovo di Brescia.
L’inaugurazione della nuova sede della Comunità "Luna Stellata" suscita in noi sentimenti di gratitudine e di speranza. Anche noi in qualche modo diventiamo cooperatori di Dio ogni volta che in spirito di servizio veniamo incontro alle necessità del prossimo e della comunità. L’aiuto del Signore accompagni sempre il cammino di questa comunità.
Lettura Vangelo di Luca 6, 47-49:
«[47]Chi viene a me e ascolta le mie parole e le mette in pratica, vi mostrerò a chi è simile: [48]è simile a un uomo che, costruendo una casa, ha scavato molto profondo e ha posto le fondamenta sopra la roccia. Venuta la piena, il fiume irruppe contro quella casa, ma non riuscì a smuoverla perché era costruita bene. [49]Chi invece ascolta e non mette in pratica, è simile a un uomo che ha costruito una casa sulla terra, senza fondamenta. Il fiume la investì e subito crollò; e la rovina di quella casa fu grande».
Bisogna trovare quindi delle fondamenta che siano sufficientemente stabili per riuscire a dare una comunità grande, in modo che quando uno si ritrova con gli ostacoli il fondamento mantenga l’unità della costruzione. Così dice il Vangelo, e dice anche che questo fondamento radicato è quello che arriva fino alla parola di Dio, che trova lì le motivazioni ultime della sua realizzazione.
E voglio dire: una casa come questa si può costruire per molti motivi, il motivo è quello del bisogno immediato, il motivo è quello di una comunità come Piacenza che vive la solidarietà e l’amore e l’attenzione e la premura nei confronti degli altri... Se però vogliamo che sia costruita sul fondamento più solido, dobbiamo costruirlo sulla parola di Dio.
E uno dice: "Ma perché? Non basta il senso di solidarietà e di fraternità", ecc.? Va benissimo! Ma la parola di Dio è quella che dice l’amore di Dio per noi; è quella che dice che prima di quello che facciamo noi, prima del nostro impegno e della nostra buona volontà c’è un amore che ci ha raggiunto e che ci ha raggiunto gratis, e ci dice che la nostra vita è fondata sull’amore di Dio.
Allora se questo fondamento rimane solido, se siamo convinti che della nostra vita siamo debitori e in qualche modo ne dobbiamo essere riconoscenti, allora l’attenzione alla vita degli altri viene fuori necessaria. Non è semplicemente una scelta che faccio io quella dell’interessarmi degli altri, è il rendermi conto che io sono così, che io sono fatto, impastato, dell’amore di Dio, e non posso rifiutare l’amore agli altri, non posso perché andrei contro me stesso, negherei il significato della mia vita, toglierei valore alla mia stessa esistenza se non mi prendo cura della esistenza degli altri. Se uno arriva a quel fondamento lì, dopo tutti gli ostacoli che ci possono essere non riescono a distruggere la decisione di fare del bene e di volere bene agli altri, nemmeno le esperienze di delusione o nemmeno le esperienze di non accoglienza o di rifiuto.
Perché istintivamente il discorso è: se io faccio del bene e mi viene restituita la riconoscenza e l’affetto, sono contentissimo e continuo a farlo. Ma se io faccio del bene e quello che io faccio non viene riconosciuto, e non c’è un ritorno, e non c’è un affetto che mi viene donato, mi viene da dire: "Ma chi me lo fa fare?". E invece il discorso è: "chi te lo fa fare" è la tua stessa vita, perché tu sei fatto così, è l’amore di Dio per te; questo non viene meno in nessuna situazione, in nessun momento; e questo ti aiuta soprattutto nei momenti difficili.
Perché nel momento in cui siamo contenti di fare le cose non c’è problema, lo facciamo volentieri e grazie a Dio che è questo. Però possono capitare i momenti della delusione o i momenti della solitudine, i momenti del dire: "non ce la faccio, chi me lo fa fare". Allora lì bisogna che il portamento sia abbastanza profondo per avere delle motivazioni che rimangono, che rimangono di fronte a qualunque risultato.
Bene, posto questo, c’è solo da dire quello che è stato detto all’inizio, cioè la gioia per una Casa come questa, perché è segno di maternità ed è un immenso segno di speranza.
Perché le mamme e i bambini per noi danno questa dimensione di apertura al futuro di cui abbiamo un bisogno enorme. Abbiamo bisogno di speranza che lo possiamo quasi toccare con mano tanto è solido, e realtà come queste un briciolino di speranza sono convincenti.
Allora voglio solo ringraziare chi ha lavorato per la "Casa", voglio ringraziare chi ci lavora dentro. E voglio ringraziare naturalmente le mamme per le quali questa Casa è fatta, perché la responsabilità più grande l’hanno fatta loro con la loro scelta della maternità, che il Signore le benedica e dia a loro la gioia di quello che sono, la gioia di quel bambino che è affidato alle loro mamme per lui. Che sappiano di avere vicino la comunità di Piacenza, che sappiano vedere vicino il nostro affetto e la nostra riconoscenza.
Si ringrazia Vittorio Ciani per la collaborazione.
