mercoledì 5 settembre 2012
Ambrosio, la fede sia compagna di vita
«Nell'avventura della nostra Missione Popolare abbiamo sperimentato la grazia del Signore e la buona disponibilità di molti - ricorda Ambrosio -. Ma abbiamo pure constatato la difficoltà della nostra Chiesa di diventare più missionaria. La fatica della missionarietà è la fatica della fede, perché la fede è l'anima della missione». Al fianco di Ambrosio il vicario per la pastorale monsignor Giuseppe Busani. Davanti una platea di oltre un centinaio tra clero, religiosi e laici provenienti da ogni parte della diocesi. Diciassette le pagine della lettera pastorale che qui riportiamo per brevi stralci, probabilmente i più significativi.
«Anche per noi e per le nostre comunità la fede - osserva il vescovo - è un dono da riscoprire e un'esperienza di amore da rinnovare». «Sappiamo che oggi, nel mondo occidentale, e soprattutto in Europa, molti - ammette Ambrosio - pensano di non aver bisogno della fede come "compagna di vita che permette di percepire con sguardo sempre nuovo le meraviglie che Dio compie per noi" (Porta fidei, n. 15). Questa "compagna di vita" non apparirebbe più necessaria, anzi, per alcuni, essa sarebbe di intralcio». In realtà «la crisi della fede in Dio rivela la crisi del credere umano, mette a nudo la difficoltà di avere fiducia nell'altro, manifesta l'incapacità di sperare e di rivolgere lo sguardo al futuro: è la situazione del nostro Paese e dell'Europa».
Il vescovo ci tiene a chiarire che «non si tratta di far leva sulla delusione di molti ideali o sulla constatazione che la sola ragione umana non è stata in grado di dare un fondamento a valori e comportamenti necessari per vivere e per convivere. Piuttosto si tratta di riconoscere che l'uomo, anche l'uomo moderno, non è totalmente sordo alla voce della coscienza e dei "valori supremi e sublimi"».
«La stessa crisi che stiamo attraversando, grave e profonda, ci chiama in causa - continua il presule -. Ci sentiamo come in un vicolo cieco, ci sembra di procedere su sabbie mobili: siamo provocati e sospinti a prendere coscienza del nostro essere persone bisognose di pane, di lavoro, di socialità, di visione della vita, di speranza. Se vogliamo imboccare un cammino diverso, dobbiamo affrontare le domande della vita e dare una risposta convincente. Queste domande affiorano in ogni persona. Anche in chi sembra essere ormai indifferente, anche in chi vorrebbe ignorarle o in chi le deride. Sono l'orizzonte del cammino umano, il pungolo che sospinge l'uomo a pensare e a riflettere, lo stimolo per continuare a cercare».
«Con intelligenza, ma anche con coraggio - prosegue il vescovo - dobbiamo affermare che l'uomo non basta a se stesso e che la svalutazione della realtà è distruttiva della nostra umanità. La questione della fede è vitale per la nostra esistenza personale e per la nostra vita collettiva. E dobbiamo pure affermare, con la parola e con la testimonianza, che le domande fondamentali trovano la risposta nella fede in Dio». Anche all'interno della comunità ecclesiale «dobbiamo avvertire il bisogno di parlare di Dio, di raccontare le esperienze di fede nella nostra famiglia e nelle nostre comunità. La questione della fede è la prima questione: la comunità ecclesiale non può mai dimenticarlo. Non si tratta di fare e di organizzare, non si tratta di cercare soluzioni per la nostra pastorale. L'orientamento è inverso: occorre partire da Dio»
La parola per aprire la porta della fede è il raccoglimento. «Raccoglimento vuol dire ‘unire insieme i diversi aspetti della vita e concentrarsi su ciò che è fondamentale». Per arrivare a credere nell'amore di Dio e a riconoscere la verità di Gesù Cristo, occorre percorrere un cammino che comporta diversi momenti e diverse tappe. Il vescovo individua nel racconto di Nicodemo «non solo i momenti significativi della fede ma anche l'insieme dinamico, dialogico e relazionale della fede». A chiudere l'immagine teologo, H. U. von Balthasar: «Poco prima di morire, disse che se si vuole comprendere cosa è la fede cristiana, bisogna guardare il sorriso di un bambino. Il suo sorriso significa questo: so di essere amato».
02/09/2012 Libertà
martedì 4 settembre 2012
Martini, le preghiere all'ora del diavolo
La conoscenza tra il cardinale Martini e il vescovo di Piacenza-Bobbio risale tuttavia a diversi anni prima, quando Ambrosio era giovane seminarista a Roma e Martini giovane prete laureando con una tesi sul papiro Bodmer e il Vangelo di Giovanni. «Martini era di Torino, io di Vercelli, ci trovavamo agli incontri regionali» ricorda Ambrosio che in seguito dovette leggersi un discreto numero di pubblicazioni in tedesco sulla New Age, invitato proprio da Martini. «Mi chiamò - racconta - e mi disse che in una libreria in Germania aveva visto il tal libro sulla New Age. Sapeva che mi stavo occupando del fenomeno e volle egli stesso approfondire l'argomento». «E' questo un piccolo esempio - sottolinea - di quello che era Martini: un uomo attento all'ascolto, attento ai problemi del mondo e aperto al dialogo».
Una persona anche molto timida e schiva. «Riuscii tuttavia a fargli accettare la laurea honoris causa in Scienze della comunicazione - ricorda con soddisfazione il vescovo -. Mi confidò che ne aveva rifiutate tante di lauree, ma questa era della Cattolica».
Anche dopo il ritiro a Gerusalemme l'amicizia tra Martini e Ambrosio è proseguita a distanza. «Era finita l'Intifada - evidenzia il presule - e Martini voleva che riprendessero i pellegrinaggi in Terra Santa. Mi scrisse un biglietto di pugno che affissi alla bacheca della Cattolica di cui intanto ero diventato assistente generale. Di lì a poco partimmo con un bel gruppo verso la Terra Santa suggellando la ripresa dei pellegrinaggi. Martini ci accolse a Gerusalemme e stette con noi oltre un'ora e mezza». L'ultimo contatto diretto con il cardinale fu nel dicembre del 2007 quando Martini scrisse un biglietto di auguri per la nomina di Ambrosio a vescovo di Piacenza-Bobbio. «Con la morte del cardinale Martini - si dice convinto Ambrosio - la Chiesa perde un grande uomo di Dio, un maestro di spiritualità».
Federico Frighi
03/09/2012 Libertà
sabato 7 aprile 2012
Ambrosio: nei preti si veda lo sguardo di Dio
sabato 17 dicembre 2011
Ambrosio ai politici: unità, speranza, responsabilità per far crescere il Paese
Vi ringrazio per la vostra presenza a questo incontro in cui ci scambiamo gli auguri di un buon Natale e di sereno anno nuovo. Nello stesso tempo è l’occasione per esprimere il mio ringraziamento personale e della comunità ecclesiale per il vostro servizio di amministratori, non facile già nei momenti più tranquilli ma certamente più difficile in questo periodo.
Come già negli anni scorsi, desidero offrire un piccolo dono. Quest’anno non abbiamo un’enciclica sociale come la Caritas in veritate di Benedetto XVI. Allora ho pensato di offrirvi un documento del Comitato Scientifico delle Settimane Sociali dei Cattolici Italiani. A Reggio Calabria si è tenuta la 46a Settimana Sociale dei Cattolici Italiani dal 14 al 17 ottobre 2010 con questo titolo: Cattolici nell’Italia di oggi. Un’agenda di speranza per il futuro del Paese. Poi il 22 febbraio 2011 è uscito il documento conclusivo intitolato Un cammino che continua…dopo Reggio Calabria. Questo è il piccolo dono che vi offro: si tratta di una riflessione sul nostro Paese e sul suo futuro. È un documento un po’ lungo. So che non avete molto tempo da dedicare alla lettura, allora ho pensato di proporvi tre parole – peraltro presenti nelle prime pagine - per suscitare il vostro interesse ad approfondire l’agenda di speranza per il futuro del Paese.
Al n. 3 di questo documento si legge che sono tre le parole capaci di conservare la memoria della 46a Settimana Sociale: unità, speranza, responsabilità. Effettivamente queste sono state le parole riassuntive e conclusive dei lavori. Credo che possiamo e dobbiamo farle nostre in questo momento difficile. Cosa hanno significato per la Settimana Sociale e cosa possono significare soprattutto per voi amministratori?
Parto dall’unità. La Settimana Sociale – con le relazioni, il confronto, il lavoro nei gruppi di studio e in assemblea – è stata l’occasione per una riflessione a molte voci dei cattolici italiani. Tutte le diocesi italiane vi hanno partecipato, insieme ai gruppi, ai movimenti, alle associazioni. È stato un momento importante di discernimento comunitario, di riflessione comune, di racconto di esperienze. Al termine di quelle giornate, la prima indicazione è stata questa: “Non va smarrito quel senso di unità nato dalla meraviglia provata quando nei momenti assembleari e nelle sessioni di studio ci siamo reciprocamente testimoniati la dedizione appassionata e le competenze personali, la vitalità delle Chiese locali e il loro faticoso e attivo sperare”. Il fatto dell’unità è stato molto arricchente non solo a livello personale ma anche a livello ecclesiale, in quanto è stato un modo per coinvolgere soggetti diversi per perseguire in modo concreto il cammino verso il bene comune.
Credo che questa via di unità sia fondamentale. L’esperienza dei cattolici a Reggio Calabria, che insieme hanno cercato e proposto un’agenda di speranza per l’Italia, è la via da percorrere. Sappiamo che le difficoltà possono spingerci a chiuderci in noi stessi, ma è una strada senza alcun sbocco, che non porta da nessuna parte. Ci si salva solo insieme, ci viene ripetuto dal Presidente della Repubblica: “io sono convinto, ha affermato il Presidente, che riusciremo tutti insieme a fare ciascuno la propria parte con senso di giustizia, ma anche con alto senso di responsabilità e spirito di sacrificio”. Se questo ci viene ricordato come invito e come ammonimento, è perché finora questa non è sempre stata la strada che abbiamo percorso. È facile pensare all’altro che non percorre questa strada. Ma dobbiamo pensare anche a noi stessi, alle nostre pratiche amministrative, al nostro modo di pensare la vita politica. Se non si percorre questa strada, risulterà difficile ‘salvarci’. Non penso solo alla crisi e alle sue conseguenze. Penso a quell’impegno a “promuovere anzitutto una cultura dell’uomo, della vita, della famiglia, fonte di uno sviluppo autentico”. Ecco la prima parola e il conseguente invito per dare risposte collettive ai nostri problemi con un più vivo senso di unità.
La seconda parola è la speranza. Troviamo nel nostro documento questa frase: “il lungo e ricco cammino di preparazione” ci ha aiutato a “diventare più consapevoli della forza della speranza”. Sì, posso anch’io testimoniare, insieme alle persone della nostra diocesi che erano a Reggio Calabria, che il clima di ascolto reciproco, di confronto costruttivo, senza conflitti e senza esasperazioni, ci ha resi più consapevoli della speranza. Credo che tutti dobbiamo favorire questa esperienza che ci apre alla speranza. La nostra storia italiana attesta che così è avvenuto nei momenti più difficili e delicati della nostra vicenda storica: la forza della speranza ha dato slancio a un popolo che, su posizioni diverse, ha saputo costruire la nostra Italia.
Qui mi permetto di suggerire due rapide considerazioni. La prima è nel nostro documento: “Ci siamo detti come stanno le cose e qual è la posta in gioco, abbiamo messo a fuoco le questioni cruciali e realisticamente prioritarie. Non ci si è nascosti di fronte ai dati della realtà”. È davvero importante questo realismo, che ci evita sia di far finta che i problemi non esistano sia di cadere in un certo disfattismo a causa delle polemiche da salotto che inducono al fatalismo e alla rassegnazione. Credo che sia sufficiente ricordare che la ‘commedia dell’arte’ è nata in Italia ed è diventata molto popolare, ricordando però che in questo caso ‘arte’ significava il ‘mestiere’, la professione di commediante: non a caso all’estero è stata chiamata ‘commedia italiana o all’italiana’.
La seconda considerazione è anch’essa molto presente nel documento. La riassumo così: proprio la situazione di crisi che viviamo deve aiutarci a uscir fuori dall’errore commesso non solo negli ultimi decenni ma da parecchio tempo, quello di non considerare l’uomo come un intero, ma di vederlo sempre e solo dal punto di vista dei suoi bisogni materiali, nella logica riduttiva del produttore/consumatore, anzi spesso solo come consumatore.
La terza parola è responsabilità. Anche in questo caso l’esperienza di Reggio Calabria ha favorito la presa di coscienza della responsabilità in riferimento a ogni ambito della vita, in particolare in riferimento alla vita civile e ai giovani. Il documento si sofferma su diversi aspetti in cui è necessario lavorare seriamente per il bene di tutti e di ciascuno pensando al futuro: questo deve essere l’intento di tutti. Anche qui mi chiedo se e come questa presa di coscienza possa valere per tutti i nostri cittadini, dai genitori agli amministratori, dalla scuola alla comunità ecclesiale. Nel travaglio del nostro tempo, responsabilità vuol dire che noi dobbiamo ricuperare sia un sano e salutare realismo – molte sono le illusione da abbandonare – sia uno slancio progettuale che faccia leva su verità degne dell’uomo. Va smascherata l’idea che più si ha e più si è felici, non è vero che più si consuma e più si è appagati. Responsabilità significa allora riscoprire altri beni, apprezzarli e valorizzarli. Penso ai beni relazionali nella famiglia, nei luoghi di lavoro, nella società civile: sono assai più preziosi di altri beni e concorrono decisamente ad aumentare la nostra felicità. Ma per accogliere e far valere questi altri e più preziosi beni, occorre il concorso di tutti, anche delle amministrazioni, nella loro gestione delle risorse e poi anche nella concezione stessa dell’amministrazione. Se si segue e si pratica un modello verticistico di vita sociale, si diffonde la ‘cultura del dovuto’: questa cultura, lo vediamo, non aiuta a formare una società civile responsabile.
Unità, speranza, responsabilità: sono tre parole semplici ma fondamentali per il bene comune, per far sì che il nostro Paese torni a crescere, per dare un futuro meno incerto alle generazioni più giovani. Siamo tutti chiamati in causa in quest’opera che è di amore verso il nostro Paese, verso i nostri concittadini, verso i nostri giovani. So che voi amministratori già state facendo parecchio in questa direzione e anche di questo vi ringrazio molto.
Concludo rinnovando a voi, alle vostre famiglie e ai vostri concittadini gli auguri più fervidi di buone feste natalizie. Vi assicuro anche l’accompagnamento della comunità ecclesiale, in particolare con il sostegno della preghiera.
+ Gianni Ambrosio
Vescovo di Piacenza-Bobbio
lunedì 4 aprile 2011
Volontari perchè?
domenica 20 marzo 2011
Ambrosio: figli d'Italia è dono di Dio
«Nelle Sacre Scritture di oggi troviamo la lode e la gratitudine per i doni di Dio; tra questi anche la grazia di appartenere ad un popolo che ha una storia, un destino, un volto comune». Così il vescovo Gianni Ambrosio parla ai piacentini nella messa (ieri pomeriggio), in San Francesco, per i 150 anni dell'unità d'Italia. «In mezzo a tutte le difficoltà rendiamo grazie a Dio - dice il presule - per la nostra Italia, di cui siamo figli, e da cui deriva la nostra identità umana civile e religiosa. Siamo consapevoli, al di là di ogni retorica, che tutto questo è un dono». Ad ascoltare, nelle prime file, il sindaco Roberto Reggi (in fascia tricolore), l'assessore provinciale Paolo Passoni (in fascia azzurra), il prefetto Antonino Puglisi, il questore Calogero Germanà, il comandante provinciale dell'Arma, colonnello Paolo Rota Gelpi. Poi assessori e consiglieri comunali, rappresentanti delle forze armate e della società civile. Accanto al vescovo, il vicario episcopale per la città, monsignor Luigi Chiesa, e il parroco di San Francesco, don Giuseppe Frazzani.
«Siamo convinti, al di là di ogni presunzione e di ogni mancanza di memoria - ribadisce Ambrosio -, che essere figli di questa nostra Italia è una responsabilità bella, ma grande ed anche esigente. Con questa celebrazione invochiamo la grazia di essere più consapevoli del nostro essere figli dell'Italia, riconoscendo l'identità plurale e variegata, all'interno della grande famiglia dell'Europa e naturalmente di Dio». Il Vangelo si chiude con la regola d'oro: "Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi fatelo a loro". «E' la regola d'oro che ci tiene fuori - si augura il vescovo - da quell'individualismo ingannevole, dalla polemica estenuante, distruttrice e ci impegna per la vita buona che tutti desideriamo, per quel bene comune che dobbiamo perseguire per vivere bene».
fed. fri.
18/03/2011 Libertà
domenica 23 gennaio 2011
Ambrosio ai giornalisti: davanti a voi avete delle persone
Può darsi, ma nella sua generosità, il titolo coglie un aspetto significativo della comunicazione.
Si comunicano le notizie, le informazioni, le nozioni, i fatti della vita, ma alla fin fine la comunicazione è sempre da una persona ad un’altra persona o a molte persone. In qualche modo, pur attraverso molte mediazioni e mezzi assai diversi, si comunica sempre qualcosa di sé a un’altra persona, si racconta sempre qualcosa di sé, e si coinvolge l’altro nel proprio racconto. E l’altro accoglie sempre qualcosa che proviene da un’altra persona.
Se si riconosce che la comunicazione avviene tra persone, allora la comunicazione dovrebbe sempre ‘educare’, nel senso di aiutarci a crescere come persone, altrimenti non vi è comunicazione. Nel senso ancora di aiutarci a creare un contesto in cui si apprezzano le persone, in cui si ha il gusto della vita, in cui si insegna a ‘vedere’ e dunque ad aprire gli occhi, in cui si stimola la fame di ‘conoscere’, perché il dinamismo dell’intelligenza si liberi dal torpore che deriva dalla superficialità e dalla noia. Potremmo continuare, e la conclusione sarebbe sempre la stessa: altrimenti non si ha una comunicazione tra persone.
Questo può apparire molto distante dalla comunicazione odierna: è vero, lo sapete voi, lo so anch’io, lo sappiamo tutti. Ma sappiamo anche che in questo modo il nostro contesto non è molto bello e le nostre relazioni non sono molto felici. Ma non mi soffermo sull’analisi della nostra realtà. Vorrei invece suggerire qualche spunto di riflessione per ricuperare l’impegno educativo nel mondo della comunicazione. Lo faccio in riferimento al documento della Chiesa italiana Educare alla vita buona del Vangelo e in riferimento a una alleanza educativa tra le scienze dell’educazione e le scienze della comunicazione.
2) Parto dal documento Educare alla vita buona del Vangelo: è il documento in cui sono indicati gli orientamenti pastorale della Chiesa italiana. Mi soffermo sul n. 51, dedicato alla comunicazione della cultura digitale. Prima però vi è un cenno alla società che merita di essere ripreso, perché ci ricorda che siamo sempre persone in relazione che vivono nella stessa ‘casa’, anche se questa casa è grande, come la nostra città o come la società italiana o la società globale.
Ascoltiamo il testo: “La società nella sua globalità, infatti, costituisce un ambiente vitale dal forte impatto educativo; essa veicola una serie di riferimenti fondamentali che condizionano in bene o in male la formazione dell’identità, incidendo profondamente sulla mentalità e sulle scelte di ciascuno. Inoltre, i vari ambienti di vita e di relazione – non ultimi quelli del divertimento, del tempo libero e del turismo – esercitano un’influenza talvolta maggiore di quella dei luoghi tradizionali, come la famiglia e la scuola. Essi offrono perciò preziose opportunità perché non manchi, in tutti gli spazi sociali, una proposta educativa integrale” (n. 50). Non mi soffermo a commentare questo passo del documento, ma – ripeto – è buona cosa tenerlo presente, perché è al suo interno che si colloca il rapporto fra comunicare e educare.
Il n. 51 del documento è intitolato: La comunicazione nella cultura digitale. Sottolineo alcuni aspetti di questo numero. Innanzi tutto è indicata l’attenzione della Chiesa per il mondo della comunicazione: “La comunità cristiana guarda con particolare attenzione al mondo della comunicazione come a una dimensione dotata di una rilevanza imponente per l’educazione”.
Poi il testo esplicita il senso di questa rilevanza imponente per l’educazione. Innanzi tutto si prende atto della enorme possibilità di contatti: “La tecnologia digitale, superando la distanza spaziale, moltiplica a dismisura la rete dei contatti e la possibilità di informarsi, di partecipare e di condividere”. Subito però si aggiunge: “anche se rischia di far perdere il senso di prossimità e di rendere più superficiali i rapporti”. Per cui le possibilità sono grandi, ma incombe il rischio di superficialità dei rapporti e del venir meno della prossimità.
Vi sono parecchie implicazioni sociali, etiche e culturali che accompagnano il diffondersi di questo nuovo contesto esistenziale dovuto alla cultura digitale. Insisterei in particolare su questa implicazione: “Agendo sul mondo vitale, i processi mediatici arrivano a dare forma alla realtà stessa. Essi intervengono in modo incisivo sull’esperienza delle persone”. In poche parole si evidenzia ciò che i processi mediatici compiono, e cioè danno forma alla realtà, la presentano secondo il loro punto di vista e secondo le possibilità del loro strumento, e poi arrivano all’esperienza delle persone, fino a influire sulla loro esperienza. Quindi configurano il contesto in cui in viviamo e arrivano al cuore delle persone.
Poi il documento offre tre consigli.
Il primo è quello di educare alla conoscenza e all’uso dei media. Questi processi mediatici “vanno considerati positivamente, senza pregiudizi, come delle risorse, pur richiedendo uno sguardo critico e un uso sapiente e responsabile. Il loro ruolo nei processi educativi è sempre più rilevante: le tradizionali agenzie educative sono state in gran parte soppiantate dal flusso mediatico. Un obiettivo da raggiungere, dunque, sarà anzitutto quello di educare alla conoscenza di questi mezzi e dei loro linguaggi e a una più diffusa competenza quanto al loro uso”.
È importante il modo di usare i mezzi di comunicazione: “Il modo di usarli è il fattore che decide quale valenza morale possano avere. Su questo punto, pertanto, deve concentrarsi l’attenzione educativa, al fine di sviluppare la capacità di valutarne il messaggio e gli influssi, nella consapevolezza della considerevole forza di attrazione e di coinvolgimento di cui essi dispongono”.
Ma questo non basta: occorre anche tutelare i soggetti più deboli: “Un particolare impegno deve essere posto nel tutelare l’infanzia, anche con concreti ed efficaci interventi legislativi”. Questo consiglio è anch’esso importante: è riferito all’infanzia, con i soggetti più a rischio, ma credo che non si debba limitare questo impegno alla sola infanzia.
Infine un terzo consiglio, molto importante: “Pure in questo campo, l’impresa educativa richiede un’alleanza fra i diversi soggetti. Perciò sarà importante aiutare le famiglie a interagire con i media in modo corretto e costruttivo, e mostrare alle giovani generazioni la bellezza di relazioni umane dirette”.
Credo che valga davvero la pena di attuare questa alleanza educativa, alleanza tra i diversi soggetti, tra la famiglia, la scuola, le agenzie educative e il mondo della comunicazione.
3) Come esempio di questa alleanza permettetemi di citare l’ambito dell’università.
Alcuni anni fa mi capitò tra le mani un libro che mi incuriosì per il suo titolo: Teleduchiamo. Poi il sottotitolo precisava l’argomento: Linee per un uso didattico della televisione (a cura di R. Giannatelli e P.C. Rivoltella, Elledici, Torino, 1994) Poiché conoscevo gli autori di questo libro, mi sono lasciato incuriosire anche dal contenuto del libro. Gli autori di questo libro – anzi i curatori – sono Roberto Giannatelli e Pier Cesare Rivoltella Il primo è un professore salesiano che insegna all’università salesiana di Roma ed è anche il presidente del Med, Media education, l’altro, Rivoltella è docente all’Università Cattolica di Milano.
Non entro nel merito del libro. Prendo solo lo spunto per dire che la questione dell’educazione e della comunicazione convergono ormai da tempo come discipline – scienze della educazione e scienze della comunicazione – che vogliono porsi al servizio dell’educare e del comunicare. Così è nata, come movimento che viene dalla base, prima nei paesi anglofoni e poi anche in Italia, la Media Education, un movimento pedagogico e comunicativo che si è fatto carico della integrazione curricolare dei media nella scuola, come risposta alle esigenze della cultura massmediale, della vita individuale e sociale.
Cosa vuol dire questo?
L’educazione tende a promuovere le potenzialità umane dell’individuo, ad insegnargli il significato delle cose, aiutandolo a capire, a giudicare, a scegliere, ad acquistare autonomia di fronte alle cose e ai fatti.
Ma la comunicazione nelle sue varie forme va in questa direzione?
Prendiamo ad esempio una particolare forma di comunicazione, la pubblicità, che, come ben sappiamo, è una forma diffusa e pervasiva di comunicazione. La pubblicità assolutizza un qualche aspetto positivo di un prodotto, esalta le conseguenze derivanti dal possesso di quel prodotto. Il rischio di comunicare valori fittizi è incombente. Non solo per l’esaltazione degli aspetti positivi di un bene, ma anche per il fatto che quelle forma di comunicazione tende a non richiamare, anzi ad escludere, la riflessione che tiene presente anche altri aspetti, magari non così positivi o anche negativi. In questo modo la pubblicità, con la sua diffusione massiccia, con il suo ritmo martellante, tende ad inculcare un sistema valoriale ampiamente distorto, ma tende anche a non aiutare – forse a impedire – la stessa riflessione.
Si può agire su due versanti.
Il primo è un intervento educativo da parte dei genitori e della scuola in grado di situare la pubblicità nei suoi limiti, fornendo soprattutto agli studenti – dal bambino al ragazzo e al giovane - gli opportuni strumenti critici di difesa. Ma questo non vale solo per la pubblicità, ma per ogni forma di comunicazione.
Il compito educativo consiste nell’adottare una strategia educativa in grado di aiutare gli studenti ad orientarsi, a conoscere le funzioni positive e le tecniche della comunicazione, a comprenderne il linguaggio, ma anche a difendersi dai suoi eccessi aggressivi, a smascherare i suoi inganni, a sottrarsi al condizionamento ideologico che essa esercita con l’insieme dei suoi messaggi.
Si tratta dunque di un compito difficile, che ha come obiettivo ideale l’autonomia intellettuale – di pensiero, di riflessione, di capacità critica - degli studenti. Si tratta di educare all’uso dei media, sapendo che i media informano, ma possono imporre precisi messaggi valoriali, possono rispondere solo al business commerciale.
La Media Education è una proposta educativa-comunicativa, cioè un intervento didattico che aiuta a riflettere sui media, individua obiettivi, elabora metodologie, mette a punto strategie opportune.
Ma questo non basta. Allora vorrei suggerire questo: se tutti devono avere una passione per l’uomo, per la sua vita, per la sua dignità, per la polis, per la vita sociale, allora tutti devono avere una certa “cura educativa”. Anche chi comunica, chi è nel mondo della comunicazione e anche della pubblicità.
La cura della relazione in cui si manifesta la preoccupazione per l’altro non può essere assente nel momento in cui si entra nel mondo dei media. L’attenzione verso l’altro nell’esercizio del comunicare è basata sul fatto di riconoscere l’altro come soggetto: ma se non lo riconosco come soggetto, non riconosco me stesso come soggetto. Se l’altro è una cosa, anch’io sono una cosa. E non è bello né per me né per l’altro.
Concludo. Siamo tutti invitati a considerarci e a stimarci come soggetti e a riconoscere che vi è un legame sociale in cui tutti siamo coinvolti. Se con responsabilità diamo il nostro contributo per questo considerazione reciproca – siamo soggetti – e per questo riconoscimento – siamo dentro a vincoli di solidarietà che sono il nostro legame sociale – , allora comunicare è sempre educare.
+Gianni Ambrosio
Vescovo di Piacenza-Bobbio
mercoledì 6 ottobre 2010
Da San Francesco uno stile di vita per l'Italia di oggi
Un esempio per i giovani ma anche un testimone di onestà e sobrietà per tutti gli italiani. Ecco perché è attuale San Francesco d'Assisi. Lo evidenzia il vescovo Gianni Ambrosio nella celebrazione solenne tenutasi ieri pomeriggio nella basilica dedicata al patrono d'Italia. Una celebrazione che ha visto la presenza delle istituzioni civili e militari, oltre che, naturalmente, religiose. In prima fila il prefetto, Silvana Riccio, il presidente della Provincia, Massimo Trespidi (in fascia azzurra), l'assessore Anna Maria Fellegara (in fascia tricolore) in rappresentanza del sindaco di Piacenza, il questore Michele Rosato, il brigadier generale Francesco Castrataro, il comandante provinciale della Finanza, Maurizio De Panfilis, il colonnello dei carabinieri Edoardo Cappellano. Poi tanti altri, accolti dal parroco don Giuseppe Frazzani che fa gli onori di casa e dai canti della Schola Cantorum di San Francesco e Santa Maria in Gariverto, diretta da Mirka Mori.
Se San Francesco è stato il testimone che è stato - osserva il vescovo Ambrosio - fondamentale è l'incontro con Gesù Cristo: «San Francesco ha seguito Cristo fino in fondo, si è lasciato affascinare dal signore Gesù ed ha sempre avuto il desiderio di essere la sua immagine viva nella storia quotidiana. Francesco non ha bisogno di nulla semplicemente perchè ha trovato Cristo. Nell'incontro con il Signore Gesù scopre il senso nuovo della sua vita. Diventa una creatura nuova, come dice l'apostolo Paolo; vuole vivere il Vangelo di Gesù e diventa una creatura in un certo senso già risorta, nonostante cammini sulla polvere della terra». «Francesco ha tenuto in grande considerazione - va avanti il vescovo - i segni dalla presenza di Gesù nella storia: l'eucarestia e la chiesa come popolo del Signore in cammino. Francesco ha messo in luce quelle stupende qualità che lo fanno apparire così attuale anche rispetto ai grandi temi del nostro tempo: la ricerca della pace, la salvaguardia della natura, la promozione del dialogo tra gli uomini, il valore portante della fraternità universale». Se San Francesco è dunque un grande maestro per l'Italia lo è a partire da Cristo e dall'incontro con Cristo. Ambrosio sottolinea più volte, nel corso dell'omelia, come il poverello di Assisi sia «patrono dell'Italia e di tutti noi italiani». Ancora: «La vita di Francesco e il suo fascino hanno conquistato la nostra cultura, le nostre città, Piacenza compresa. Dobbiamo al francescanesimo quei caratteri di ricca umanità e di solidarietà spontanea, come pure di laboriosità, che nei secoli hanno fatto grande la nostra nazione». Infine la preghiera: «Ci rivolgiamo a San Francesco perchè avvertiamo tutti il bisogno che la figura di Francesco risplenda davanti a noi, sospingendoci a guardare in alto, svincolati dalle cose terrene». Il santo di Assisi è testimone anche di «una vita sobria e onesta di cui i nostri giovani hanno tanto bisogno, così come la nostra nazione come stile di vita». Il vescovo ricorda poi che, a breve, guiderà il pellegrinaggio dei sindaci e degli amministatori della Bassa Valtrebbia e Valluretta ad Assisi con la lampada votiva. «Pregheremo per le nostre comunità - dice Ambrosio - perché possano sempre vivere in pace e concordia». All'offertorio, tra i doni portati all'altare, anche l'olio votivo donato dal Comune di Piacenza, grazie al quale arde perenne la lampada di San Francesco in una cappella dietro all'altare della basilica cittadina. In mattinata la messa celebrata da padre Secondo Ballati con il conferimento del Sacramento degli infermi.
Federico Frighi
05/10/2010, Libertà
martedì 5 ottobre 2010
Ambrosio: educazione in secondo piano, ecco il perchè della crisi di valori
«La madre di tutte le crisi? E' la disattenzione della cultura italiana verso il tema dell'educazione». Lo dice il vescovo di Piacenza-Bobbio, Gianni Ambrosio. Lo ribadisce il presidente dello Ior (la banca vaticana), Ettore Gotti Tedeschi, quando afferma che per anni è mancato l'insegnamento della dottrina con la conseguenza che si sono abbandonate le leggi naturali dell'economia e dunque non si fanno più figli. Entrambi, Ambrosio e Gotti Tedeschi, erano ospiti ieri pomeriggio, nell'auditorium di Sant'Ilario, dell'edizione 2010 della Settimana Francescana, presentati dall'avvocato Gianguido Guidotti e dal parroco di San Francesco, don Giuseppe Frazzani. E' il secondo sabato consecutivo che le strade del banchiere di Dio e del vescovo si incrociano (otto giorni fa la giornata di studi su Dio, Diritto, Natura). In mezzo ci sono stati, per Gotti Tedeschi, l'incontro con papa Ratzinger e la presentazione del libro "Denaro e Paradiso", per Ambrosio la stesura romana del documento della Cei "Educare alla vita buona del Vangelo", che verrà pubblicato il prossimo 28 ottobre. Si tratta degli "Orientamenti pastorali" della Chiesa Italiana nei prossimi dieci anni.
«La disattenzione della cultura italiana verso l'educazione è la madre di tutte le crisi» evidenzia il vescovo che sottolinea come la Chiesa, di fronte alle situazioni di difficoltà di oggi, si appelli alla vita buona del Vangelo quale modello per la società. «Abbiamo bisogno di cogliere il senso della realtà stessa - prosegue -. I vescovi comprendono bene lo smarrimento e le inquietudini della vita odierna, tuttavia siamo invitati a vedere nella realtà odierna l'offerta di una possibilità. La missione educativa come avventura umana di sempre vale anche nel nostro oggi». I luoghi critici vanno affrontati senza paura cogliendo la sfida di trasformarli in altrettanti attività educative, osserva Ambrosio. «Il tempo dell'educazione non è mai finito - dice - e noi, come credenti, siamo incoraggiati a trovare le nuove ragioni per trarre le opportunità di un nuovo inizio».
«L'elemento fondamentale - osserva - è il Vangelo, in quanto la Chiesa è discepola di Gesù. Ma la vita buona interpella tutti. Noi siamo invitati a far interagire la vita buona del Vangelo con la vita buona del cuore umano».
La tesi di Gotti Tedeschi è che «l'emergenza educativa c'è perché molti preti non hanno insegnato dottrina. Se non insegno dottrina non insegno il senso della vita. Questo è il primo scoglio da superare». Le povertà: «Ci sono tre tipi di povertà: scelta, subita, provocata». Quella scelta è di San Francesco: «Si distaccò dal mondo, dai beni terreni, dalla morte, dai bisogni materiali, dalla cultura (almeno all'inizio) ». Poi la povertà subita «dovuta al fatto che non si riesce a creare ricchezza o non si ha la vocazione economica». Infine la povertà provocata: «Quando mancano i valori, i principi economici prendono la supremazia. Il nostro modello attuale è di assoluto consumismo e ha prodotto la nuova povertà. Il paradosso economico degli ultimi anni parte dalla negazione che ci sia un'economia naturale: che la crescita sia legata alla popolazione». «Troppo potere economico è oggi in mano a persone non capaci - continua il presidente dello Ior -, questo mi preoccupa non poco. In più sono stati negati molti pilastri del capitalismo sostituendo l'imprenditore con i fondi d'investimento». Insomma, il futuro non è roseo. Ecco perché, per Gotti Tedeschi, almeno per i prossimi cinque anni dovremo fare i conti con la cinghia tirata. Ecco perchè il programma dei vescovi - come ha sottolineato l'avvocato Gianguido Guidotti - è addirittura decennale.
Federico Frighi
03/10/2010
domenica 20 giugno 2010
Ambrosio: contro la povertà cuore grande e occhio vigile
L’anno 2010 è stato designato dalle istituzioni europee "anno della lotta alla povertà e all'esclusione sociale", con lo scopo di sensibilizzare tutti, dalle istituzioni locali e sovranazionali all’opinione pubblica europea, nell'impegno di lottare contro la povertà. La Comece, la Commissione degli episcopati dell'Unione Europea, sostiene questa importante iniziativa. Nello stesso tempo la Comece invita a considerare il fatto che la povertà, che troppi cittadini europei già conoscono, è aggravata dall’attuale crisi economica mondiale. Le politiche in atto non sono arrivate ad affrontare il problema alla sua origine: su questo occorre suscitare una riflessione. Se la situazione finanziaria-economica è dovuta ad una crisi morale, sarà allora necessito ridare il fondamento morale all'agire economico, per ritrovare l'equilibrio tra interessi individuali ed interesse di tutti: il bene comune deve essere messo in primo piano, così come appare necessaria una migliore conciliazione tra la libertà, la legalità e la giustizia … L'Anno europeo contro la povertà è uno strumento per approfondire la conoscenza di un fenomeno che mette a rischio di vulnerabilità sociale ampi strati di popolazione e per impegnare l’'agenda politica europea e nazionale su questo tema così rilevante... Il 14 febbraio scorso, memoria dei santi Cirillo e Metodio, patroni d'Europa, Benedetto XVI ha dato il suo personale contributo all'iniziativa, visitando l'ostello per i poveri "Don Luigi Di Liegro" della Caritas di Roma, accanto alla stazione Termini. Con questa visita, il Santo Padre ha inteso «incontrare idealmente tutti i poveri d'Europa; inginocchiandosi davanti a loro»... Questa attenzione alla povertà e all'esclusione fa parte dell'impegno costante dei cristiani e delle Chiese. L'Anno europeo contro la povertà ci aiuta a far crescere l'attenzione per i poveri, insieme all'attenzione per il bene comune e per l'educazione. Ma deve anche aiutare la società civile a prendere coscienza della necessità di ridefinizione di alcuni stili di vita collettiva... Si tratta allora di aver un cuore grande che sappia venire incontro a chi è nel bisogno, bisogno di aiuto materiale e soprattutto bisogno di relazioni umane. Ma si tratta anche di avere l'occhio vigile per lottare contro quelle cause che spingono a cadere nella spirale della povertà e della solitudine. È questo l'impegno responsabile della comunità cristiana.
† Mons. Gianni Ambrosio,
Vescovo Piacenza-Bobbio
venerdì 4 giugno 2010
Sacro Cuore/ Ambrosio ai preti: curiamo di più la santa messa
abbiamo anticipato la nostra tradizionale “festa del Sacro Cuore” per poter partecipare alle celebrazioni conclusive dell’Anno sacerdotale che si terranno a Roma dal 9 all’11 giugno. Coloro che potranno partecipare a questo incontro mondiale dei sacerdoti, rappresenteranno tutto il nostro presbiterio, sia nella profonda comunione con il Santo Padre sia nella preghiera per tutti i sacerdoti e per la loro missione nella Chiesa e nella società contemporanea.
Lo scorso anno ci siamo soffermati sulla Missione popolare diocesana (MPD) e sull’Anno sacerdotale proclamato da Benedetto XVI in occasione dei 150 anni della morte del santo Curato d’Ars. Abbiamo iniziato la MPD il
Quest’anno riflettiamo ancora su questi stessi punti, considerati in un’ottica particolare, quella riguardante più direttamente il nostro essere presbiteri in una Chiesa che vuole essere missionaria e che, per questo, vuole aprirsi al soffio dello Spirito Santo che “è il protagonista di tutta la missione ecclesiale” (Giovanni Paolo II, Redemptoris missio, n. 21). Focalizzo in particolare la riflessione sulla missione e sulla comunione: l’obiettivo di porre la missione al centro della nostra vita e del nostro ministero di presbiteri esige l’apertura alla comunione, da vivere tra noi e con gli uomini del nostro tempo.
Richiamo, come in esergo, due frasi molto belle e assai impegnative di Giovanni Paolo II. La prima la troviamo nell’enciclica Redemptoris missio (n.26): “Lo Spirito spinge il gruppo dei credenti a «fare comunità», a essere chiesa. Dopo il primo annunzio di Pietro il giorno di Pentecoste e le conversioni che ne seguirono, si forma la prima comunità (At 2,42; At 4,32). Uno degli scopi centrali della missione, infatti, è di riunire il popolo nell'ascolto del vangelo, nella comunione fraterna, nella preghiera e nell'eucaristia. Vivere la «comunione fraterna» (koinonìa) significa avere «un cuor solo e un'anima sola» (At 4,32), instaurando una comunione sotto tutti gli aspetti: umano, spirituale e materiale”.
La seconda frase la troviamo nell’enciclica Novo millennio ineunte: “Occorre promuovere una spiritualità della comunione, facendola emergere come principio educativo in tutti i luoghi ove si plasma l’uomo e il cristiano, dove si educano i ministri dell’altare, i consacrati, gli operatori pastorali, dove si costruiscono le famiglie e le comunità” (n. 43).
Queste frasi, che meriterebbero una considerazione attenta, costituiscono lo sfondo della riflessione che propongo. Essa tende a valorizzare ciò che noi siamo per grazia di Dio: siamo discepoli, siamo fratelli e siamo annunciatori-testimoni. Questi sono i termini più frequenti che troviamo nel libro degli Atti degli Apostoli per delineare la figura del cristiano: sono termini che caratterizzano anche noi cristiani che abbiamo ricevuto la grazia del ministero ordinato per servire la Chiesa di Cristo. Solo nella fedeltà alla memoria di Gesù come suoi discepoli, solo come fratelli che vivono la comunione, solo come testimoni che annunciano con la vita il messaggio ricevuto, noi viviamo veramente il sacerdozio ministeriale, noi realizziamo la carità pastorale, noi continuiamo nella storia la missione stessa di Cristo, l’inviato del Padre.
1. L’amicizia: con Gesù e tra di noi
1.1. Desidero iniziare la riflessione ringraziandovi per la vostra presenza a questa festa della fraternità sacerdotale nella nostra diocesi di Piacenza-Bobbio. Siamo qui per condividere l’amicizia tra noi, come fratelli che vivono nell’unico presbiterio. E soprattutto siamo qui a condividere l’amicizia con il Signore Gesù. Perché la fraternità del presbiterio è in stretta connessione con la nostra identità di presbiteri, che si fonda sul nostro essere discepoli, sulla relazione di amicizia con Gesù, sul rimanere nel suo amore (Gv 15,9). Per Benedetto XVI questo costituisce il cuore dell’identità del presbitero: “Non vi chiamo più servi, ma amici: in queste parole si potrebbe addirittura vedere l’istituzione del sacerdozio. Il Signore ci vede suoi amici: ci affida tutto; ci affida se stesso, così che possiamo parlare con il suo Io – in persona Christi capitis. Che fiducia! […] Non vi chiamo più servi ma amici. E’ questo il significato profondo dell’essere sacerdote: diventare amico di Gesù Cristo. Per questa amicizia dobbiamo impegnarci ogni giorno di nuovo. […] Non vi chiamo più servi, ma amici. Il nucleo del sacerdozio è l’essere amici di Gesù Cristo” (Benedetto XVI, Giovedì Santo,
Proprio a partire da questa amicizia, possiamo vivere gioiosamente la comunione, innanzi tutto nel presbiterio e poi nell’intera comunità ecclesiale. Abbiamo in comune la vocazione, il sacramento del battesimo e dell’ordine, la stessa missione. Abbiamo in comune lo Spirito Santo effuso nei nostri cuori e il comandamento di Gesù. Se facciamo interagire i diversi livelli della fraternità, come rapporto amicale, come impegno collaborativo, come sostegno spirituale, la nostra fraternità cresce e matura sul piano umano, sul piano evangelico e sul piano pastorale.
Quest’anno la nostra festa della fraternità sacerdotale coincide, almeno per la nostra Cattedrale, con la solennità del Corpus Domini: questa sera vi sarà la processione eucaristica per le vie della nostra città di Piacenza. È una coincidenza che ci aiuta a ricordare che proprio l’Eucaristia, come ben sappiamo, dà forma alla nostra vita di discepoli, di presbiteri, di pastori. L’Eucaristia è la memoria viva di Gesù, delle sue parole ed opere, della sua obbedienza al Padre e dell’amore per noi, della sua morte e risurrezione. L’amore di Cristo per noi, accolto nella fede, suscita la nostra risposta all’invito di Gesù: “Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato” (Gv 13,34). L’amore ricevuto nell’Eucaristia diventa amore fraterno: “Se dunque io, il Signore e il maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l’esempio perché come vi ho fatto io, facciate anche voi” (Gv 13,14-15). E l’amore fraterno dei discepoli rende visibile la presenza di Gesù in mezzo a noi.
1.2. Desidero ringraziarvi perché, sia pur nella fatica e con tutti i nostri limiti, ci è data la grazia di vivere la comunione fraterna. La sperimentiamo in diversi modi questa comunione, su cui non è il caso di soffermarci, ben sapendo che il modo migliore per esprimere la gratitudine per questa comunione è condividerla e celebrarla nella sua sorgente originaria e permanente. Desidero solo citare l’incontro comunitario che abbiamo avuto nella parrocchia di Santa Franca, il giorno successivo al mercoledì delle Ceneri. Abbiamo così iniziato insieme la grande scuola della Quaresima in stile penitenziale e accostandoci al sacramento della penitenza in cui è all’opera Dio “dives in misericordia” (Ef 2,4).
La nostra comunione è un segno di Dio-agape, di Dio-comunione (cf 1Gv 1,3; 4,8), un segno certamente piccolo, eppure significativo, di quella “intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” (Lumen Gentium, n.1), che è la missione del popolo della Nuova Alleanza. Una missione che coinvolge ed interpella in particolare i Dodici, i loro successori e quanti sono associati a loro mediante il sacramento dell’Ordine, con l’imposizione della mani e l’invocazione dello Spirito (cf 2 Tm 1,6). Il nostro sacerdozio ha in Cristo la sua origine e la sua configurazione essenziale. È riferito al Corpo di Cristo, che è insieme Corpo eucaristico e Corpo ecclesiale. Attraverso l’ordinazione ogni sacerdote viene inserito in un presbiterio concreto attorno al Vescovo. Si tratta non solo di una determinazione giuridica, ma anche di una dimensione teologica e spirituale della nostra identità di preti e della nostra corresponsabilità nell’unica missione. Il rapporto preti-presbiterio-vescovo-chiesa rimanda ultimamente al Vangelo: la Chiesa è per il servizio del Vangelo nella storia degli uomini. Da questa diakonìa la Chiesa riceve la sua forma in modo che sia adatta a suscitare la fede e a dare forma alla vita secondo la fede ecclesiale.
Possiamo allora rendere grazie al Signore per il dono di poter esercitare il nostro ministero come “un’opera collettiva”, come precisa la Pastores dabo vobis (n. 17), operando in modo ecclesiale, in comunione con il Vescovo e con i confratelli. Rendo grazie al Signore e esprimo la mia gratitudine a voi sacerdoti per la dedizione con la quale svolgete il vostro ministero pastorale, invitandovi a sentirvi sempre più parte viva dell’unico presbiterio diocesano, condividendo la missione affidata dal Signore Gesù ai suoi apostoli. Proprio nella Lettera per l’indizione dell’Anno sacerdotale, Benedetto XVI ha scritto che “il ministero ordinato ha una radicale ‘forma comunitaria’ e può essere assolto solo nella comunione dei presbiteri con il loro Vescovo”. Credo che questa testimonianza di comunione debba davvero confortarci. Essa poi ci stimola a crescere in un atteggiamento di maggiore attenzione e di ascolto reciproci. Anche per aiutarci a comprendere meglio e ad approfondire il significato di alcune scelte pastorali diocesane che intendono rinnovare il nostro slancio missionario: si tratta di ricercare insieme questa slancio dinamico, che non può che essere frutto della corresponsabilità ecclesiale, di una corresponsabilità che è di tutti, secondo doni e compiti diversi e complementari.
2. Apertura a Dio e collaborazione tra noi
2.1. Mentre rendiamo grazie a Dio per il dono della comunione che viviamo nell’amicizia condivisa nel nostro presbiterio, siamo stimolati a rendere missionario sia il nostro cuore sia la nostra comunità, aprendoci alla comunione e vivendola come dono grande ma esigente, che richiede un rinnovamento del nostro stile personale ed ecclesiale.
Missione e comunione procedono insieme. Perché dobbiamo aprirci insieme all’avvento di Dio e alla sua accoglienza nella nostra vita. Perché dobbiamo vivere di fede insieme: l’avvento di Dio, in Gesù, avviene tra gli uomini, si attua dentro la nostra storia di uomini.
Lo Spirito Santo, che è all’opera in noi e nelle nostre comunità, ci aiuta a renderci conto che la Chiesa è, per sua natura, missionaria, come afferma il Concilio (Ad Gentes 2). Più noi riflettiamo sul mistero della Chiesa, più ci rendiamo conto che la Chiesa è missionaria. Essa non esiste per sé, ma per gli altri: per la gloria di Dio e per la salvezza del mondo. Non si può essere Chiesa senza essere missionari, senza aprirci al progetto di Dio e diventando collaboratori e ministri di questo suo progetto.
Questo vale per l’insieme della Chiesa, come comunità dei battezzati sparsi in ogni parte della terra. Questo vale per le nostre comunità locali: in esse, anche se piccole e anche se disperse sui monti, è presente Cristo. Questo vale per ciascuno di noi: “il prete non è prete per sé, lo è per voi”, affermava il Curato d’Ars (citato da Benedetto XVI nella Lettera per l’indizione).
Dobbiamo diventare tutti più consapevoli di questo nesso tra missione e comunione per sentirci mandati, per rievangelizzare persone ed ambienti diventati insensibili o refrattari all’annuncio del Vangelo. Dobbiamo avvertire che solo la consapevolezza dell’invio dà consistenza al volto missionario della Chiesa e al volto di ciascuno di noi.
Credo che siamo invitati a superare quella visione ristretta che ci rinchiude nel “qui e ora” e nel nostro orto: questo non è lo sguardo illuminato e liberato che proviene dal Vangelo, questo è uno sguardo che poco si addice a chi ha la speranza nel cuore e sente di doverla donare ai fratelli. La missione esige un orizzonte ampio.
2.2. Penso che alcune questioni concrete, come il numero delle Messe da celebrare o l’aiuto tra comunità situate in montagna ed altre situate in pianura, potrebbero essere meglio illuminate e meglio affrontate se collocate nel dinamismo della missione e della comunione. Come sappiamo, la pastorale della Chiesa non è un ricettario, ma è una traditio viva che ci coinvolge nella nostra libertà e responsabilità e che si fonda sulla nostra dedizione per la causa del Signore e per il bene del popolo che ci è affidato. In quest’ottica sarà pure importante riflettere insieme sul numero delle Messe, ma ancor più importante sarà ricordare che la missione è iscritta nel cuore dell’Eucaristia, che lo stile missionario non è fuori dalla celebrazione ma è dentro: così si diventa annunciatori del grande evento di grazia che viene celebrato.
Se curiamo la qualità celebrativa dell’Eucaristia, allora la stessa celebrazione appare in tutta la sua bellezza e svolge secondo la sua verità la piena espressività dell’Eucaristia. Lo stile missionario comporta il rilancio della vita liturgica delle nostre comunità, soprattutto là dove è subentrata una certa stanchezza e dove le azioni liturgiche hanno perso agli occhi di molti il loro fascino. La MPD è un’occasione propizia per ripensare la vita liturgica come cuore vivo dell'azione pastorale, destinata a far sì che tutta la vita sia illuminata dalla fede e sia arricchita dalla carità.
Così pure siamo invitati a perseguire con determinazione un cammino che favorisca un dialogo sempre più vivo tra le comunità in vista di una più stretta collaborazione. Siamo incoraggiati a compiere passi concreti per consolidare e dare continuità alla pastorale di insieme tra le comunità cristiane delle Unità pastorali. Non possiamo affrontare gli interrogativi circa la sostenibilità dell’ attuale pratica pastorale nel futuro ormai prossimo se non nell’ottica della pastorale d’insieme.
Inserisco qui la visita che sto facendo a voi, sacerdoti: sarà terminata, credo, entro il mese di agosto. Una visita, come ho detto, che è prima di tutto di amicizia e di conoscenza di voi, sacerdoti, nel contesto in cui operate. Poiché la nostra Chiesa si è impegnata nella MPD – è questa la nostra priorità pastorale, una priorità che rende non attuabile la visita pastorale –, ho pensato che fosse mio dovere incontrarvi nelle parrocchie in cui risiedete e nell’Unità pastorale, anche per poter operare un discernimento più attento in vista dei necessari cambiamenti, richiesti dalle esigenze delle parrocchie, ma che non possono non tener conto delle esigenze dei presbiteri.
2.3. Non credo poi di dire nulla di nuovo sottolineando la necessità di una crescita nella consapevolezza del valore della partecipazione e della corresponsabilità. Gli organismi di partecipazione (Consiglio Pastorale, Consiglio per gli Affari Economici) possono diventare luoghi per un’autentica esperienza di comunione, in cui, senza la confusione di ruoli o funzioni, tutti aprono la mente e il cuore per mettersi insieme in ascolto dello Spirito e insieme cercare le risposte alle esigenze delle nostre comunità.
Così si cresce insieme in quella coscienza di essere tutti membri del Popolo di Dio, sia pur con ministeri molto diversi, chiaramente espressa dai Padri conciliari nella Lumen gentium (n. 10). Desidero in proposito citare una riflessione del Santo Padre Benedetto XVI fatta in apertura di un Convegno della diocesi di Roma (maggio 2009) in cui ha evidenziato la necessità di “migliorare l’impostazione pastorale così che, nel rispetto delle vocazioni e dei ruoli dei consacrati e dei laici, si promuova gradualmente la corresponsabilità dell’insieme di tutti i membri del Popolo di Dio. Ciò esige un cambiamento di mentalità riguardante particolarmente i laici, passando dal considerarli “collaboratori” del clero a riconoscerli realmente “corresponsabili” dell’essere e dell’agire della Chiesa, favorendo il consolidarsi di un laicato maturo ed impegnato. Questa coscienza comune di tutti i battezzati di essere Chiesa non diminuisce la responsabilità dei parroci. Tocca proprio a voi, cari parroci, promuovere la crescita spirituale e apostolica di quanti sono già assidui e impegnati nelle parrocchie: essi sono il nucleo della comunità che farà da fermento per gli altri”.
Come vedete, per il santo Padre il riconoscimento concreto del ruolo dei laici fa crescere “la coscienza comune di tutti i battezzati di essere Chiesa”. Questo risponde alle istanze del Concilio, e risponde pure a quell’idea, anch’essa conciliare, di ampliare gli spazi della missione della Chiesa. Questo è quanto mai importante anche per la stessa vita dei sacerdoti che rischiano ritmi di lavoro difficili da sostenere. Vi invito ad una intelligente valorizzazione della ‘ministerialità’ laicale (uso il termine ministerialità tra virgolette, in senso molto ampio). Proprio il coinvolgimento delle persone e delle famiglie più disponibili e capaci di offrire una viva e concreta testimonianza cristiana può dare nuovo impulso all’attività pastorale all’insegna della missione. Siamo chiamati a dedicare un’attenzione particolare agli animatori, che in questa prima fase della MPD hanno svolto con entusiasmo il loro servizio: vogliamo continuare a coinvolgerli nel loro compito di animazione e di coordinamento. Ma non dimentichiamo che la Missione è popolare e dunque tutti sono invitati a diventare missionari, a mettersi in gioco sulla strada della collaborazione e della corresponsabilità.
3. Per il secondo anno della MPD: fiducia ed entusiasmo, ascolto e invito
3.1. Con una rinnovata convinzione del nostro essere discepoli di Gesù e con una più avvertita e consapevole comunione, siamo più disponibili e più preparati per il secondo anno della MPD.
Innanzi tutto l’orizzonte ampio della missione ci aiuta anche ad avere più fiducia e a generare più fiducia. Perché la fiducia fa parte di quella vita nuova che deriva dallo Spirito Santo, dato a ogni credente: essa fa parte dell’agape, dell’amore che proviene da Dio, quell’amore che il Crocifisso ha vissuto e reso visibile nella storia e che come Risorto continua a riversare sull’umanità nel dono del suo Spirito. Questo dono penetra nel cuore e spinge alla comunione fraterna: “perché tutti siano una sola cosa” (Gv 17, 21). Nella comunione ecclesiale si fa esperienza della fiducia, accolta e donata. Nella lettera ai Galati (5, 22), Paolo presenta il comportamento cristiano come “frutto dello Spirito” e nomina per primo l’agape seguito dalla gioia. Nell’elenco seguono altre manifestazioni dell’agape, dell’amore, della comunione fraterna, della buona relazionalità, della fiducia reciproca: la pace, la longanimità, la bontà, la benevolenza, la fedeltà.
Credo che sia stato positivo – e motivo di fiducia – il primo tempo degli esercizi spirituali popolari nelle Unità pastorali. Al centro dell’esperienza vi è stata la gioia di condividere, insieme ai fedeli laici, l’ascolto orante del Vangelo di Luca, con la possibilità del silenzio e la fecondità dello scambio. Entro gennaio si terranno gli altri due ritiri già predisposti. So che in ogni Unità pastorale si continua a proporre, nella quotidianità, la lettura del Vangelo di Luca attraverso la meditazione personale, gli incontri comunitari, i gruppi di Vangelo nelle case. Nel tempo di Quaresima abbiamo anche vissuto, con larga partecipazione di sacerdoti, religiosi e religiose e fedeli laici, la lectio divina in Cattedrale.
Se i primi cristiani hanno offerto al mondo ciò che essi hanno incontrato, e cioè Gesù Cristo, così anche noi, come comunità cristiane e come persone credenti in Gesù Cristo, siamo invitati a lasciarci affascinare dalla novità dell’evento di Gesù Cristo. Solo se assaporiamo con gioia tutta la grazia di vivere in Cristo una vita nuova, evitiamo di chiuderci in noi stessi, ma trasformiamo questa esperienza in annuncio e testimonianza di Gesù e in nuova fraternità (cf At 2, 42-47; Mt 18; Gv 13, 34-35).
Abbiamo sicuramente ancora vivo il gioioso ricordo della giornata di apertura della Missione popolare dei ragazzi di domenica 18 aprile. I ragazzi, insieme ai giovani ed agli adulti, sono infatti missionari, soggetti e non solo destinatari della Missione. Anzi, sono una risorsa per la comunità, perché aiutano tutti a dire con freschezza e con semplicità la perenne novità del Vangelo.
Nella Veglia di Pentecoste di sabato 22 maggio, ci siamo riuniti in Cattedrale per invocare insieme lo Spirito Santo sul cammino della Missione popolare. Naturalmente lo Spirito Santo lo invochiamo sempre, ben sapendo che è lo Spirito Santo a continuare nella storia la missione di Gesù. Nel lungo discorso di addio che l’evangelista Giovanni ci presenta, Gesù, per ben cinque volte, assicura i suoi discepoli con la promessa del dono dello Spirito (Gv 14, 16-17; 14, 26; 15, 26; 16, 7-11; 16,13-15). È lo Spirito che insegna ogni cosa, è lo Spirito che fa ricordare. È ancora lo Spirito che opera per mezzo degli Apostoli, come ricorda spesso il libro degli Atti degli Apostoli. E nello stesso tempo è sempre lo Spirito che opera anche negli uditori, perché abbiano la vita eterna e conoscano l’unico vero Dio e colui che ha mandato, Gesù Cristo (cf Gv 17,3).
La missione non si fonda sulle capacità umane, ma sul dinamismo e sulla forza dello Spirito. La sua venuta trasforma gli Apostoli in testimoni, infondendo in loro l’audacia che li spinge a trasmettere agli altri la loro esperienza di Gesù e la speranza che li anima. Lo Spirito dà loro la capacità di dire e di testimoniare a tutti che Gesù è il Cristo. E questo con ‘franchezza’, ma anche con entusiasmo e con vigore: il termine greco ‘parresia’ suggerisce anche questi significati, come evidenziava Giovanni Paolo II nell’enciclica Redemptoris missio (n. 24), nella consapevolezza che, senza l’entusiasmo, la missione scade. Invochiamo allora lo Spirito Santo e lasciamolo agire in noi, per avere anche in noi quell’entusiasmo che è necessario per la nostra MPD. Sarà bene ricordare ancora che la MPD mira a dare nuova energia ed entusiasmo evangelico alla vita ordinaria delle nostre comunità attraverso la riscoperta e rivitalizzazione delle esperienze fondamentali e costitutive della vita cristiana.
3.2. Nel Consiglio Pastorale diocesano del 20 marzo e nel Consiglio presbiterale si sono raccolti i primi suggerimenti in vista del secondo anno della MPD. I diversi organismi pastorali continuano ad elaborare insieme contenuti, forme e iniziative del cammino del secondo anno. Ma tutti siamo davvero invitati a collaborare e a suggerire.
Nei mesi di settembre-ottobre dedicheremo alcuni momenti di formazione sulle proposte del secondo anno. Come ben sapete, abbiamo immaginato la MPD come un cantiere aperto. Non è stata scelta la strada di una progettazione che fissa sin dall’inizio tutti i passaggi, ma abbiamo scelto di offrire alcuni orientamenti di fondo in base ai quali costruire assieme le tappe del cammino.
Nel primo anno l’intenzione è stata quella di andare alle radici evangeliche della vita cristiana. La dinamica del secondo anno potrebbe essere quella dell’ascolto, dell’apertura, dell’invito: la MPD esige sensibilità e apertura verso tutti.
Sottolineo in particolare l’ascolto. Solo nell’ascolto del fratello possiamo entrare nella sua vita e, se disponibile, accompagnarlo verso la fede perché possa dare forma alla sua vita. Ascoltare è un verbo che ricorre insistentemente nelle Sante Scritture. Innanzi tutto l’ascolto è la condizione per incontrare il Signore, è la strada per avvicinarsi a Lui. Ma è anche il luogo di attenzione per diventare ‘prossimi’. Quindi l’ascolto dei fratelli è una scelta esigente che deriva dalla fedeltà al Vangelo: solo ascoltando, possiamo testimoniare la fedeltà al Vangelo. Se l’amore di Dio comincia nell’ascolto della sua Parola, così l’amore per il fratello comincia dall’ascoltarlo, dall’imparare ad ascoltarlo. È il primo servizio che si deve al prossimo, per accoglierlo e per condividere in tratto di strada. È un serio impegno missionario quello dell’ascolto, perché ridà all’altro la dignità, lo responsabilizza, lo accompagna, lo aiuta, gli fa spazio per inserirlo nella comunità, gli offre motivi di speranza. Questo vale per ogni persona, soprattutto quando versa nel bisogno. Credo che in varie forme la nostra Chiesa sappia venire incontro alle persone in difficoltà offrendo risposte concrete alle diverse forme di povertà, non solo materiale. Un bene enorme, spesso nascosto, di cui solo Dio conosce fino in fondo tutta la ricchezza. Ma l’attenzione all’ascolto vale per tutte le persone. Vale in particolare per i giovani: desideriamo ascoltarli nei loro bisogni più profondi per accogliergli, per incoraggiarli, per sostenerli nella loro ricerca. Vale per la vita nelle sue espressioni più significative. Siamo invitati a mettere sempre in circolo l’ascolto della Parola e l’ascolto della vita. Come ha evidenziato Benedetto XVI nell’enciclica Caritas in veritate (n. 6), “la ‘città dell'uomo’ non è promossa solo da rapporti di diritti e doveri, ma ancor più e ancor prima da relazioni di gratuità, di misericordia e di comunione”: questi relazioni sorgono là dove ci si ascolta e ci si accoglie.
Sottolineo poi, insieme all’ascolto, l’importanza dell’invito. Sì, desideriamo invitare ed ospitare: per dialogare, per condividere un’esperienza di vita, per esercitare insieme l’intelligenza aperta alla verità, per ridare senso alla cultura nell’orizzonte del Vangelo. Siamo consapevoli di avere nel Vangelo un dono prezioso, una risorsa insostituibile per la vita buona del mondo e di ogni persona, per donare luce all’esperienza umana del nascere, dell’amare, del soffrire, del morire. Il Vangelo è la notizia sempre nuova della bontà di Dio che si china su di noi per aiutarci a vivere come figli. Per questo la Chiesa ascolta, invita, accoglie, si fa ospitale: ha un dono grande da condividere, un dono che non le appartiene perché è destinato a tutti.
Non siamo estranei all’odierno travaglio culturale, anche perché ci interpella e ci coinvolge. Così risuonano per noi le parole di Paolo VI nell'enciclica Ecclesiam suam: “La Chiesa si fa parola; la Chiesa si fa messaggio; la Chiesa si fa colloquio” (n. 67). Desideriamo cercare insieme nuove vie di dialogo e nuove forme di invito e di ospitalità, aprendo le nostre comunità ecclesiali e sforzandoci di incontrare gli uomini dove vivono e operano, dove soffrono e gioiscono. Potrebbe essere molto utile, a questo proposito, recuperare gli ambiti del Convegno ecclesiale di Verona, che invitano a condividere il Vangelo (accolto, annunciato e pregato) come Parola buona sulla fragilità (felicità e sofferenza / sofferenza e fragilità), sulle relazioni (vita affettiva), sul modo di vivere il tempo (festa, lavoro), sulla cittadinanza.
Concludo con una frase della Nota pastorale dell’Episcopato italiano Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia (
+ Gianni Ambrosio
Vescovo di Piacenza-Bobbio
domenica 9 maggio 2010
Ambrosio: il cardinale Poggi esempio per i preti
Carissimo vescovo Carlo, carissimi sacerdoti, carissimi fedeli,
desidero innanzi tutto ricordare le espressioni di grande stima di Benedetto XVI nei confronti del cardinale Luigi Poggi. Egli è stato – ha detto il Papa – “testimone di quella fede coraggiosa che sa fidarsi di Dio, solerte collaboratore della Santa Sede, in particolare come Nunzio Apostolico in vari Paesi e come Archivista e Bibliotecario di Santa Romana Chiesa, rendendo ovunque una apprezzata testimonianza di fervoroso zelo sacerdotale e di fedeltà al Vangelo”.
Desidero poi ricordare alcune frasi che il cardinale Ersilio Tonini mi ha comunicato al telefono questa mattina. “Il cardinale Poggi ha saputo non solo conservare ma anche aumentare quella grande ricchezza umana e cristiana della sua famiglia, dei suoi genitori. Il suo papà era sarto, sarto per i preti. Egli mi regalò – mi ha pregato di dirlo pubblicamente – il mio primo vestito da prete, vista la difficoltà di pagarlo. Con questo cuore grande e discreto ha vissuto il figlio, il cardinale Luigi Poggi”.
Desidero infine citar alcune frasi della lettera che mons. Luciano Monari mi ha inviato per partecipare con la preghiera e l’affetto al cordoglio della Chiesa piacentina: “l’immagine che custodisco di lui è quella di un vero prete, consacrato totalmente a Dio e alla Chiesa che, nonostante gli incarichi di prestigio esercitati negli anni di servizio alla Santa Sede, aveva mantenuto una semplicità e un’umiltà ammirevole”.
Mi unisco a queste espressioni di cordoglio e di sincera stima da parte del Santo Padre e di mons. Monari, rivolgendo le mie condoglianze innanzi tutto ai famigliari del caro cardinale Poggi e poi ai sacerdoti e laici che l’hanno conosciuto ed hanno goduto della sua fedele amicizia.
Siamo qui, raccolti in commossa preghiera in questa basilica di san’Antonino, per consegnare il cardinale Luigi Poggi all’infinita misericordia del Padre. Egli si è spento a questa vita terrena nel tempo pasquale. La nostra preghiera di commiato sia ripiena della luce e della speranza della Pasqua: nella fede che noi professiamo in Cristo morto e risorto, sappiamo che la morte è apertura verso la vita, è passaggio alla vera nostra vita, quella eterna nella comunione di Dio.
Ricordiamo il cardinale Poggi come un ottimo prete, cresciuto in un ambiente ricco di umanità e di fede, un prete che ha messo la sua intelligenza e la sua umanità al servizio del Vangelo e della Chiesa, soprattutto nei delicati compiti diplomatici. Insieme alle riconosciute competenze, operò sempre con rigore e lealtà verso la Chiesa e i suoi superiori.
Ed anche con grande discrezione. Ricordo che in un’intervista pubblicata sul Corriere della Sera di undici anni fa (
Alcuni hanno evidenziato – giustamente – la sua piacentinità, che egli ha saputo esprimere al meglio nelle sue grandi doti di cuore, nella capacità di entrare facilmente in dialogo con chiunque, nella vivace sensibilità culturale, nella lucida e serena visione della storia. D’altronde il fatto stesso che abbia voluto essere sepolto qui a Piacenza, in questa basilica dedicata al patrono della città e della diocesi, è un segno evidente del suo amore per questa Chiesa e per questa città.
L’Eucaristia che celebriamo, prima di essere di suffragio per il nostro fratello Luigi, è lode e ringraziamento a Dio per il dono del suo Figlio, il Signore Gesù, che ha dato la sua vita per noi. E nel Signore Gesù è ringraziamento a Dio per il dono di questo nostro confratello e concittadino, per il suo servizio sacerdotale ed episcopale, per il suo esempio di dedizione al Vangelo, di servitore della Chiesa e di mitezza cristiana.
Affidiamo alla misericordia di Dio questo fratello, lasciando risuonare nel nostro cuore il grido possente della fede dell’apostolo Paolo che avvolge della luce pasquale chiunque viva in Cristo e muoia nella braccia di Cristo: “Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui?…Chi ci separerà dall’amore di Cristo? …Io sono persuaso che né morte, né vita…né alcuna altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore”.
Risuoni nel nostro cuore la parola di Gesù che è stata proclamata: “Questa è la volontà del Padre mio, che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; io lo risusciterò nell’ultimo giorno”.
Il cardinale Poggi ha camminando fra le difficoltà della vita e della storia credendo in Dio, professando la fede nel Figlio del Padre, vivendo nell’amore verso Dio e verso i fratelli.
Le parole di Gesù e il grido dell’apostolo siano il viatico che ci accompagna nel nostro cammino di pellegrini verso la patria che ci attende. Lì, ove è arrivato, il cardinale Poggi possa sperimentare la gioiosa verità della fede pasquale che su questa terra egli ha professato, ha celebrato e ha testimoniato.
La nostra Chiesa, che il cardinale ha sempre stimato ed amato, lo affida ora alla misericordia di Dio e intercede per lui. Lo accolga la comunione dei Santi in cui egli ha creduto, lo accolga la Madre del Signore che egli ha venerato con affetto filiale. Siamo certi che, dall’alto, il cardinale Poggi pregherà per noi, per la nostra Chiesa, per quanti lo hanno conosciuto e a cui ha voluto bene.
Amen.
+ Gianni Ambrosio
Vescovo di Piacenza-Bobbio