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sabato 23 marzo 2013

Ambrosio: il Conclave alla luce della fede

L'unità della Chiesa (in tutte le sue componenti) con il Papa, la preghiera allo Spirito Santo come forza per essere vicini ai cardinali nel momento della scelta del successore di Pietro, il grazie a Benedetto XVI. Sono i punti cardine dell'omelia del vescovo Gianni Ambrosio nella messa piacentina "Pro eligendo pontefice". Una celebrazione voluta per invitare i fedeli della diocesi di Piacenza-Bobbio alla preghiera «in un momento del tutto particolare» per la Chiesa cattolica, come ha evidenziato Ambrosio. «L'elezione del nuovo Papa ci richiama al fatto decisivo della Chiesa, che si edifica sul fondamento della fede apostolica - ha osservato -. In unione con il Papa e con i vescovi, siamo confermati nell'amicizia con il Signore Gesù, nel suo amore, e siamo sospinti a vivere la grazia di questa amicizia facendo ciò che egli ci comanda». Nella piccola chiesa di San Raimondo, in corso Vittorio Emanuele, ieri sera sono stati in tanti ad accogliere l'invito del vescovo. Assieme ad Ambrosio diversi sacerdoti e parroci del centro storico, i seminaristi del Collegio Alberoni che hanno prestato il servizio liturgico. Dietro la grata le monache benedettine del monastero di clausura (le padrone di casa); nell'assemblea i rappresentanti dei vari movimenti ecclesiali, dall'Azione Cattolica a Comunione e Liberazione, dai Focolarini alle Comunità neocatecumenali.


«Radunati in questa chiesa di San Raimondo, preghiamo per il futuro Papa in comunione con tutta la Chiesa cattolica» invita il vescovo. «Insieme al Papa, nella comunione ecclesiale, possiamo diventare adulti e maturi nella fede, "vivendo secondo la verità nella carità", superando lo spaesamento e vincendo la paura e la solitudine».

«Siamo qui in preghiera per invocare la luce dello Spirito Santo sui cardinali - continua Ambrosio - perché scelgano il pastore che, nello spirito del Pastore supremo, guidi il gregge del Signore. Invochiamo poi lo Spirito Santo su tutti noi, su tutta la santa Chiesa, popolo di Dio che cammina nella storia per donare agli uomini la grazia e la gioia di incontrare Gesù, che è la "luce degli genti", "lumen gentium"».

Il vescovo richiama le parole pronunciate da Benedetto XVI nella sua ultima udienza in piazza san Pietro prima di lasciare il ministero petrino: «Possono esserci di aiuto per vivere questo momento con la sapienza della fede e non con lo sguardo semplicemente umano che si ferma alla cronaca esteriore». "La Chiesa è viva. Ho sempre saputo che la barca del Signore non è mia, non è nostra, ma sua - diceva papa Ratzinger -. E il Signore non la lascia affondare. È lui che la conduce. Questa è stata ed è una certezza che nulla può offuscare. Oggi ringrazio Dio perché non ha mai fatto mancare la sua luce, la sua consolazione, il suo amore".

«Noi tutti ci uniamo al suo ringraziamento a Dio - ha concluso Ambrosio - così come ringraziamo lui, Benedetto XVI, esprimendogli il nostro affetto, la nostra riconoscenza, la nostra ammirazione. Il dono del suo magistero con le encicliche, i sinodi, le esortazioni apostoliche, le catechesi settimanali, i numerosi messaggi, è la linea sicura per il cammino delle comunità cristiane e dell'umanità intera. Ci uniamo alla sua preghiera, che è il servizio che egli svolge per la Chiesa "nell'ultima tappa del suo pellegrinaggio sulla terra"».

Federico Frighi

12/03/2013 Libertà



Ambrosio: un Papa attento all'Europa

«Forse Benedetto XVI non sarà l'ultimo l'ultimo papa europeo, come annunciato da Bernard Lecomte nel suo "Benoît XVI, le dernier pape européen" (2006). Certamente non è pensabile che l'Europa non abbia più nulla da dire al mondo». E' uno dei passaggi più significativi del fondo del vescovo Gianni Ambrosio pubblicato sull'edizione di sabato dell'Osservatore Romano. Il quotidiano vaticano, in vista del Conclave che inizierà domani, sta pubblicando scritti che appaiono come contributi sui temi caldi che dovrà affrontare il nuovo Papa. Riflessioni e meditazioni che non passeranno di certo inosservate ai cardinali riuniti per le Congregazioni generali. Come vice presidente della Comece - l'organismo che riunisce i rappresentanti delle Conferenze episcopali dei Paesi membri dell'Unione Europea - è stato chiesto al vescovo di Piacenza-Bobbio di ricordare ai "grandi elettori" il valore dell'Europa.


Ambrosio cita il monito di Benedetto XVI in occasione dei festeggiamenti per i cinquant'anni dei Trattati di Roma: "L'Europa sembra incamminata su una via che potrebbe portarla al congedo dalla storia". «L'immediato riferimento del Papa riguardava la crisi demografica del vecchio continente - scrive Ambrosio -, ma il discorso coinvolgeva i diversi aspetti dell'odierna vicenda europea. Queste parole evidenziano la preoccupazione per la crisi di civiltà del nostro continente: l'Europa, con l'indebolimento della sua identità culturale e religiosa, rischia di ridurre la persona a una sola dimensione, quella orizzontale. Come se la storia europea del secolo passato non insegnasse nulla, come se le tragiche esperienze non attestassero che l'uomo perde l'orientamento e compie passi disumani quando si chiude in se stesso e cancella Dio dal suo orizzonte».

Insieme alla preoccupazione è sempre emersa la fiducia di Benedetto XVI nell'Europa. Il vescovo ricorda l'intervento di Julia Kristeva, psicanalista francese, su Avvenire del 13 febbraio scorso: "Papa Benedetto ha ridato speranza a un'Europa in crisi". Ma anche come diversi intellettuali - soprattutto nel Nord Europa - non abbiano gradito il suo insegnamento. «Quando la polemica lascerà il posto alla riflessione - osserva - ci sarà la possibilità di comprendere più a fondo la portata del pensiero di Joseph Ratzinger». In Europa oggi, evidenzia Ambrosio, «le differenze nazionali non costituiscono più un problema, le diversità non sono divisioni. Le nazioni restano, con la loro diversità culturale. Questo è un tesoro da condividere tra i popoli, fino a far nascere una grande sinfonia di culture. L'Europa, che ha inventato la forma dello Stato nazionale, con aspetti positivi ma anche con le guerre nazionalistiche, e poi l'ha esportata nel mondo, ora sta mostrando al mondo il parziale superamento di quella forma, avviandosi verso una modalità di convivenza e collaborazione che va oltre i confini statuali».

Su questo cammino incombe, sottolinea Ambrosio, il rischio dell'Europa contemporanea: la perdita di se stessa, della sua anima «che il cristianesimo aveva "contribuito a forgiare", acquisendo un ruolo "non soltanto storico ma fondativo nei confronti dell'Europa". Se la visione religiosa è centrale per ogni cultura, se la relazione con Dio è essenziale per il cammino dell'umanità, l'Europa non può ignorare la questione della fede che coinvolge l'uomo e Dio. Questa è la sfida». «Nonostante le molte difficoltà - tuttavia - la speranza di un cammino diverso è sempre presente in Benedetto XVI. La ragione di questa speranza risiede nel desiderio di Dio che è presente nel cuore dell'uomo».

Federico Frighi


11/03/2013 Libertà



venerdì 22 febbraio 2013

Quaresima, silenzio e conversione

«La Quaresima ci ricorda che solo nel silenzio possiamo prendere in mano la nostra vita e possiamo riprenderci il tempo dell'ascolto». Lo ha detto il vescovo Gianni Ambrosio che ieri sera in duomo ha presieduto la cerimonia delle Ceneri in Duomo. Insieme al silenzio, l'altro grande segno: l'imposizione delle ceneri sul nostro capo. «Questo gesto è accompagnato dal monito di Gesù: "Convertiti e credi al Vangelo" (Mc 1,15) - ha evidenziato il vescovo - oppure dal monito tratto dal libro della Genesi: "Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai" (Gn 3, 19). Sono ammonizioni severe, che si richiamano vicendevolmente. Solo ricordando la verità della nostra vita possiamo evitare di fare di noi stessi un idolo, fino a presumere di poter decidere il senso della nostra esistenza». Il vescovo ha poi esortato alla conversione e ricordato l'esempio di Benedetto XVI e la sua rinuncia al ministero di vescovo di Roma e di successore di Pietro: «Nell'anno della fede, accogliamo questa decisione come un atto di fede del nostro Santo Padre, un atto umile e coraggioso e preghiamo per Lui e per la Chiesa, come egli ci ha chiesto».


14/02/2013 Libertà

mercoledì 6 febbraio 2013

Il Papa ad Ambrosio: fate conoscere San Colombano

«San Colombano merita di essere conosciuto di più. E' una figura importante per l'Europa che ha contribuito a rendere unita». L'invito al vescovo Gianni Ambrosio arriva direttamente da papa Benedetto XVI nel corso della "visita ad limina" iniziata ieri mattina in Vaticano dal capo della diocesi di Piacenza-Bobbio. La visita ufficiale che ogni vescovo deve fare al Papa ogni cinque anni presentando lo stato della propria diocesi. «Ho trovato il Santo Padre in buona salute, attento e disteso - spiega monsignor Ambrosio ancora nella capitale (la visita si concluderà mercoledì) - ha parlato a noi vescovi e si è intrattenuto brevemente con ciascuno».


Da qualche anno a questa parte Benedetto XVI ha rivoluzionato il protocollo delle "visite ad limina" per riuscire a ricevere, nei cinque anni previsti, tutti i vescovi del mondo. E' stato dunque soppresso il colloquio personale di 15 minuti del Papa con ogni presule, in favore di un'udienza più veloce. Per contro sono state rese più ferree le regole da rispettare nei passaggi alle varie Congregazioni. Monsignor Ambrosio è stato ricevuto nella biblioteca privata del Papa assieme ad un primo gruppo di vescovi dell'Emilia Romagna. Oltre al presule di Piacenza-Bobbio c'erano Paolo Rabitti, arcivescovo (ormai emerito) di Ferrara-Comacchio, Claudio Stagni, vescovo di Faenza-Modigliana, Lino Pizzi, vescovo di Forlì-Bertinoro, Francesco Cavina, vescovo di Carpi, Carlo Mazza, vescovo di Fidenza e il cardinale Carlo Caffarra, arcivescovo di Bologna. E' stato proprio Caffarra a prendere la parola dopo le foto ufficiali con il Papa (insieme al segretario, arcivescovo Georg Ganswein), i vescovi e gli accompagnatori. Monsignor Ambrosio era con don Paolo Bonini, assistente spirituale della Università Cattolica a Roma. Caffarra ha parlato a nome proprio e dei vescovi dell'Emilia Romagna, presentando la situazione della regione, senza tralasciare il recente terremoto. Il Papa ha replicato con motivi di incoraggiamento, dimostrando anche di essere bene informato sulle conseguenze del sisma. Poi è toccato ai singoli vescovi.

Ambrosio si è sentito ricevere una domanda particolare, apparentemente senza un perchè. «La vostra diocesi confina con la Liguria, vero? » ha detto papa Ratzinger, dimostrando di avere ben chiara la geografia italiana.

«Il Papa aveva bene in mente Bobbio e San Colombano - spiega Ambrosio -, tanto che nel colloquio privato si è soffermato sull'invito a far conoscere sempre di più il santo che, come ha evidenziato, ha unito l'Europa. Naturalmente ho invitato il Santo Padre alle celebrazioni del 2015 per i 1.400 anni dalla morte del santo». «Vediamo... con l'aiuto del Signore» la risposta del Papa.

Ambrosio, nel suo breve intervento pubblico, ha evidenziato le caratteristiche della diocesi di Piacenza-Bobbio, ricordando il pellegrinaggio a Roma durante l'Anno Paolino con 35 sindaci e amministratori e, per San Colombano, i pellegrinaggi a Milano (a 1.400 dal suo arrivo) e in Irlanda, a Belfast. «Ho accennato al fatto che la nostra diocesi ha avuto parecchi cardinali - continua Ambrosio - e il Papa subito mi ha chiesto del Collegio Alberoni e di quanti seminaristi oggi vi studiano». Benedetto XVI ai vescovi dell'Emilia-Romagna ha quindi auspicato un impegno prioritario nella pastorale giovanile, in quella universitaria, nella cultura e nei rapporti con i rappresentanti delle istituzioni. La "visita ad limina" nella biblioteca papale è durata un'ora. Al termine Benedetto XVI ha omaggiato ciascun vescovo di una croce pettorale dorata, riproduzione della croce di Giustino II, custodita in un reliquiario del 570 dopo Cristo nella Basilica di San Pietro. Infine una busta con trenta rosari e venti immaginette riguardanti il Natale.   Libertà, 3 febbraio 2012

lunedì 28 gennaio 2013

Ambrosio sulla Gaudium et Spes: la storia umana ha come fine Cristo


L’eredità del Concilio. Incontro giornalisti, 26 gennaio 2013

Intervento del vescovo di Piacenza-Bobbio mons. Gianni Ambrosio all’incontro dei giornalisti

Sarebbe necessario avere assai più tempo a disposizione per cercare di affrontare il tema che mi è stato proposto. Ma pur con molto tempo a disposizione, risulterebbe sempre difficile, forse impossibile, esprimere in modo sintetico l’eredità dell’evento conciliare. Piuttosto che tentare una sintesi, preferisco soffermarmi solo su un documento del Concilio, e precisamente sulla Costituzione pastorale Gaudium et Spes.

Condivido infatti il parere del beato Giovanni Paolo II: “Devo confessare che la Gaudium et Spes mi è particolarmente cara, non solo per le tematiche che sviluppa, ma anche per la diretta partecipazione che mi è stato dato di avere alla sua elaborazione. Quale giovane vescovo di Cracovia, infatti, fui membro della sottocommissione centrale, incaricata di provvedere alla redazione del testo. Proprio l’intima conoscenza della genesi della GS mi ha consentito di apprezzarne a fondo il valore profetico e di assumerne ampiamente i contenuti nel mio magistero, fin dalla prima enciclica Redemptor Hominis. In essa, raccogliendo l’eredità della Costituzione Conciliare, volli ribadire che il destino e la natura della umanità e del mondo non possono essere definitivamente svelati se non alla luce del Cristo crocifisso e risorto” (Giovanni Paolo II, Discorso nel XXX anniversario della promulgazione della Costituzione pastorale Gaudium et Spes, 8.11.1995).

Anche a me è particolarmente cara la GS, perché è soprattutto grazie a questa Costituzione che la Chiesa si presenta all’uomo di oggi come il popolo di Dio che annuncia e testimonia l’amore di Dio per il mondo. È un grande “annuncio di vita e di speranza”, come disse Giovani Paolo II nel suo discorso commemorativo. Questa Costituzione evidenzia il carattere ministeriale della Chiesa, cioè la Chiesa vuole essere sempre più a servizio di Dio e del suo Regno e, precisamente per questo, a servizio del mondo. Così pure è molto rilevante l’influsso della Gaudium et Spes nel favorire la partecipazione attiva del laicato cattolico alla vita della Chiesa e all’animazione evangelica delle realtà temporali.

Indico innanzi tutto la novità della GS e poi mi soffermo rapidamente sui suoi contenuti di fondo. Concludo proponendo una chiave di lettura di tutto il documento.



La novità

Vorrei far notare in primo luogo che questa Costituzione è una novità per la storia della Chiesa. Nel corso dei duemila anni di storia della Chiesa, nei ventuno Concili ecumenici, mai è stata promulgata una Costituzione pastorale. Abbinare il termine Costituzione – cioè che fonda la Chiesa – all’aggettivo ‘pastorale’ è sorprendente. La dicitura è totalmente nuova. I Padri conciliari hanno pensato di introdurre prima del testo una lunga nota, in cui si spiega cos’è una Costituzione pastorale e quale è il valore del suo insegnamento. È “pastorale” nel senso che la Costituzione è “basata sui principi dottrinali”, ma intende esporre l’atteggiamento della Chiesa verso il mondo e gli uomini d’oggi: occorre dunque tener conto “delle mutevoli circostanze con le quali sono connessi, per loro natura, gli argomenti di cui si tratta”. Quindi vi è l’aspetto dottrinale ma “consta di elementi non solo immutabili, ma anche contingenti”.

Ma la novità del titolo dice la novità del contenuto. Questa Costituzione, a differenza di ogni altra, non espone soltanto principi generali di fede, ma si esprime anche in merito a questioni concrete del mondo contemporaneo. Entra nella storia, così mutevole, per esaminare i “segni dei tempi”. Parla della pace e della guerra, fino ad evocare la guerra nucleare. Tratta del lavoro e dell’economia, si sofferma sulla scienza e sulla cultura, sul matrimonio e sulla famiglia. Affronta le questioni del mondo, i problemi della vita odierna per aiutare gli uomini a capire ciò che è in gioco in quell’ambito della vita.

Non solo. Questo documento non si rivolge soltanto ai fedeli, ma a tutta la famiglia umana. All’inizio del Concilio, vi era il desiderio di rivolgersi alle questioni degli uomini di oggi, ma non era stato previsto un documento di questi tipo. Soltanto nel corso della riflessione e delle discussioni, si evidenziò la necessità di chiarire questo atteggiamento rispetto alla situazione del mondo odierno.

Però bisogna fare attenzione. Alcuni dicono che questo documento tratta del rapporto tra la Chiesa e il mondo. Non è esatto. Nel titolo non è scritto “messaggio della Chiesa al mondo contemporaneo”, ma è scritto “la Chiesa nel mondo contemporaneo”. La Chiesa non si pone davanti al mondo, ma comprende se stessa come una realtà facente parte del mondo, in solidarietà con gli uomini. Tra la Chiesa e il genere umano vi è intima unione e la Costituzione si rivolge a tutti gli uomini per aiutare gli uomini a entrare in questa intima unione con Cristo.

Anche questa è una novità significativa. La Chiesa non solo non si considera accanto o sopra il mondo, ma si dichiara inserita in esso. E quindi si sottolinea il rapporto di mutualità (GS 40) e reciprocità con il mondo, si indica l’aiuto che la Chiesa può dare al mondo (GS 41-43) ma anche quello che può ricevere dal mondo, compreso da chi ostacola o avversa la Chiesa (GS 44).

È davvero significativa la frase diventata molto nota con cui inizia il documento: “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo” (n. 1).

La Costituzione rappresenta una novità indiscussa, e ancor più nuovo è il modo in cui essa affronta i temi, con un atteggiamento di dialogo. Qui troviamo esplicitata una delle caratteristiche fondamentali del Concilio Vaticano II, e cioè il dialogo.

I contenuti

Indico molto rapidamente i contenuti di fondo della Costituzione GS.

Nell’introduzione (nn. 4-10), viene descritta la condizione dell'uomo nel mondo contemporaneo (speranze e angosce, profonde trasformazioni delle condizioni di vita, mutamenti nell’ordine sociale, mutamenti psicologici, morali e religiosi, squilibri per questi cambiamenti, aspirazioni a una vita piena, interrogativi profondi del genere umano).

La Parte prima (nn. 11-45) è intitolata La Chiesa e la vocazione dell'uomo. Si compone di quattro capitoli che delineano l’antropologia cristiana. In particolare viene posta in luce la ricerca umana del significato: la questione della nostra origine, lo scopo della nostra vita, la presenza del peccato e della sofferenza, l’inevitabilità della morte, il mistero dell’esistenza al di là della morte. Sono tutte domande che non si possono eludere (nn. 4. 10. 21. 41). Questi interrogativi sollecitano il cuore umano e lo spingono a cercare una risposta piena e definitiva. La GS sottolinea con forza che tale risposta si trova soltanto in Gesù Cristo, il quale è “la chiave, il centro e il fine di tutta la storia umana” (n. 10). Connessa al problema del significato è anche l’attenzione che il documento conciliare dedica alla sfida dell’ateismo contemporaneo (nn. 19-21). Questa prima parte si conclude proprio con La missione della chiesa nel mondo contemporaneo: mutua relazione tra chiesa e mondo, chiesa a servizio degli uomini, della società e dell’attività umana, l’aiuto che la Chiesa riceve dal mondo.

Nella Parte seconda (nn.46-90) vengono affrontati alcuni problemi umani più urgenti. È composta da 5 capitoli. Il primo riguarda la Dignità del matrimonio e della famiglia e sua valorizzazione, il secondo la cultura, la sua promozione, il terzo la Vita economico-sociale, il quarto La vita della comunità, il quinto La promozione della pace e la comunità delle nazioni. La conclusione si sofferma sui compiti dei singoli fedeli e delle Chiese locali per costruire un mondo giusto e per condurre il mondo al suo fine. “Così facendo, risveglieremo in tutti gli uomini della terra una viva speranza, dono dello Spirito Santo, affinché alla fine essi vengano ammessi nella pace e felicità somma, nella patria che risplende della gloria del Signore”.


La chiave di lettura

Per me il cuore pulsante del documento è il n. 22, intitolato Cristo, l'uomo nuovo.

Inizia così: “In realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell'uomo”. Poi troviamo questa affermazione fondamentale: “Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l'uomo a se stesso e gli manifesta la sua altissima vocazione”. Occorrerebbe leggere con calma tutto il numero. Ma vengo subito alla fine, ove è scritto: “Tale e così grande è il mistero dell'uomo, questo mistero che la Rivelazione cristiana fa brillare agli occhi dei credenti. Per Cristo e in Cristo riceve luce quell'enigma del dolore e della morte, che al di fuori del suo Vangelo ci opprime. Con la sua morte egli ha distrutto la morte, con la sua risurrezione ci ha fatto dono della vita, perché anche noi, diventando figli col Figlio, possiamo pregare esclamando nello Spirito: Abba, Padre!”.

Tutta la storia umana ha come fine Cristo, è la ragion d'essere del cosmo e del mondo. Cristo è il centro della Chiesa e la missione della Chiesa è annunciare e testimoniare questa verità, che solo nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell'uomo.

Questo legame tra Cristo e l’uomo è il cuore del messaggio della GS: “Con l’incarnazione, il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo. Ha lavorato con mani d'uomo, ha pensato con intelligenza d'uomo, ha agito con volontà d'uomo, ha amato con cuore d’uomo (…) ; in lui Dio ci ha riconciliati con se stesso e tra noi e ci ha strappati dalla schiavitù del diavolo e del peccato; così che ognuno di noi può dire con l’Apostolo: il Figlio di Dio «mi ha amato e ha sacrificato se stesso per me» (Gal 2,20). Quindi al centro del documento conciliare sta il mistero di Cristo/il mistero dell’uomo, l’uomo visto nella luce pasquale, l’uomo unito a Cristo. La Chiesa è chiamata a servire Dio e l’uomo, perché si realizzi compiutamente il progetto di Dio e del suo amore a favore dell’umanità.

Ho iniziato citando Giovanni Paolo II e concludo con una sua affermazione: “Bastano questi rapidi cenni per sottolineare l’amplissimo orizzonte nel quale si muove la GS. Con essa la Chiesa ha voluto davvero abbracciare il mondo. Guardando agli uomini nella luce di Cristo, essa ha saputo coglierne gli aneliti profondi e i bisogni concreti. Ne è risultata una specie di “magna charta” dell’umana dignità da difendere e da promuovere”.

+Gianni Ambrosio

sabato 19 gennaio 2013

Ambrosio: serve un'economia attenta all'uomo

Un'economia attenta all'uomo, che valorizza la responsabilità e la solidarietà, per un'Europa e, per analogia, una città, Piacenza, dove nessuno si senta abbandonato. E' il contributo dei vescovi europei della Comece nell'affrontare la crisi economica. La settimana scorsa a Bruxelles davanti alla Commissione europea, ieri mattina nella Curia di Piacenza davanti agli amministratori piacentini il vescovo Gianni Ambrosio ha presentato il documento con le riflessioni proposte dalla Chiesa nel vecchio continente.


«Come vescovi non possiamo non vedere e non leggere i "segni dei tempi" - evidenzia Ambrosio - i segni di questo nostro tempo, con realismo e con lungimiranza. Sappiamo che il ripiegamento su di sé non è possibile, è un'illusione pericolosa. Il mondo di oggi è caratterizzato dalla globalizzazione, anzi è segnato da una interconnettività globale: siamo interconnessi, interdipendenti». Nella sala al primo piano della Curia una quarantina di «servitori dello Stato» per citare il presidente della Provincia, Massimo Trespidi, che ha preso la parola per ringraziare il vescovo. Il prefetto Antonino Puglisi, il questore Calogero Germanà, il sindaco di Piacenza Paolo Dosi e la sua giunta quasi al completo, primi cittadini ed assessori dei Comuni della provincia, consiglieri comunali, la parlamentare Paola De Micheli. A fianco del vescovo, Massimo Magnaschi, responsabile della Pastorale del Lavoro, e il vicario episcopale monsignor Eliseo Segalini. Il vescovo parla di economia sociale di mercato «una nozione-chiave per ritrovare la fiducia dei cittadini, sia all'interno dei nostri Paesi sia nel progetto europeo: questo è fondamentale per la nostra Italia, per la nostra Europa. Prima ancora di essere un modello economico, l'economia sociale di mercato è un orizzonte di valore di grande importanza per l'Europa (per il nostro Paese insieme agli altri Paesi, per la nostra città insieme alle altre città) ».

Quattro le caratteristiche: «L'opportunità di valorizzare di più il significato dell'azione libera e gratuita non solo nell'ambito dell'attività economica ma anche nell'ambito della vita sociale e politica». Poi «la necessità di una politica sociale forte nell'economia sociale di mercato. In base ai principi di solidarietà e di sussidiarietà occorre assicurare una protezione sociale soprattutto a tutti quelli che sono nel bisogno o si trovano in difficoltà nel far fronte ai molteplici problemi della vita. In Europa nessuna persona dovrebbe sentirsi abbandonata».

Un terzo pilastro: la questione ecologica. «Una ridefinizione delle nostre relazioni con la natura è la condizione di una gestione durevole delle risorse naturali e dell'impegno contro le conseguenze dei cambiamenti climatici».

Infine per poter essere un'economia competitiva ed efficace, occorre favorire la creazione di un contesto culturale in cui sia possibile tradurre in decisioni politiche e in azioni necessarie tutto ciò favorisce la competitività, l'iniziativa, la responsabilità e la cooperazione, dallo sviluppo delle risorse umane alla capacità di confrontarsi con un mercato globalizzato, superando sprechi e rigidezze».

Federico Frighi
23/12/2012 Libertà

giovedì 8 novembre 2012

Quei santi di tutti i giorni

E' la festa di tutti i santi, quelli noti ma anche e soprattutto quelli meno noti, i santi della vita quotidiana. Lo dice il vescovo di Piacenza-Bobbio, Gianni Ambrosio, nella messa al cimitero per la ricorrenza di Ognissanti. «Siamo qui per pregare per le anime dei defunti, per esprimere con un gesto, con un segno, magari un fiore, il nostro affetto per i nostri cari. Perchè questi nostri cari ci hanno dato la vita, ci hanno dato l'amore» afferma il presule nell'omelia all'aperto, davanti al Famedio. Di fronte tanti piacentini tra i quali l'assessore Silvio Bisotti, con la fascia tricolore, in rappresentanza della città. «Hanno fatto per noi tanti sacrifici - continua Ambrosio - e hanno lasciato a noi una ricchezza grande che deve essere ricordata in questo periodo di crisi, in questo periodo difficile, una ricchezza fatta di valori buoni, di esempi generosi, di tutto ciò che ci aiuta per vivere bene, per camminare sulla strada giusta, sulla strada della vita». Le parole del vescovo risuonano chiare, grazie alla filodiffusione, in ogni reparto dove va in scena quella corrispondenza d'amorosi sensi tra chi è rimasto e chi non c'è più.

«Proprio qui nel cimitero, che sembra essere il luogo del silenzio, noi possiamo dire e ascoltare parole molto significative - evidenzia il presule -. La prima è quella del ringraziamento, per tutto ciò che i nostri cari ci hanno donato. La gratitudine è il sentimento spontaneo un figlio nei confronti del padre e della madre. Poi una seconda parola, quella della preghiera perchè le loro anime siano accolte dalla misericordia di Dio che è padre ed amore». «Ma siamo qui anche per ascoltare -esorta Ambrosio -. Oggi celebriamo la scelta di tutti i santi noti ma anche di tutti i santi della vita quotidiana, che nella semplicità della loro vita hanno saputo amare il Signore, hanno creduto nella sua bontà, hanno pregato, hanno camminato su quella strada della santità che è la strada delle Beatitudini che sono state proclamate nel Vangelo di oggi, hanno fatto tante opere di buona carità. Questi santi della vita quotidiana, nostri fratelli e nostre sorelle, ci dicono una parola importante, decisiva: che Dio ci attende, vuole accoglierci nel suo amore, ci dicono che Gesù è la risurrezione e la vita, che chi crede in Gesù, anche se muore, vivrà». Ancora: «I nostri fratelli defunti si sono fidati di Dio e questa fiducia è l'inizio della vita santa, della vita aperta all'amore di Dio, di quella vita che ha il suo destino, il suo sbocco finale là nel mistero dell'amore di Dio. Noi questa parola la conosciamo perchè ci viene da Gesù stesso, dal figlio di Dio che si è fatto uomo come noi, che ha voluto condividere la nostra vita fino alla morte per renderci capaci di partecipare della sua risurrezione e dunque di oltrepassare il silenzio e l'oscurità della morte». «Preghiamo affinchè in questo anno della fede - conclude il vescovo -questo annuncio di vita e speranza arrivi davvero a tutti e da questo luogo, il cimitero, questo annuncio arrivi a tutta la nostra città. L'uomo non è condannato alla morte ma chiamato alla vita. Nel cuore di Dio nulla andrà perduto di quello che abbiamo fatto seguendo il Signore Gesù, vivendo il suo Vangelo nella quotidianità della sua vita».
A fianco del vescovo diversi parroci della città, in particolare delle parrocchie che ieri erano impegnate nei pellegrinaggi al cimitero urbano. E' infatti tradizione che nei giorni dei Santi e dei Morti ogni parrocchia cittadina effettui il pellegrinaggio più la messa al campo santo urbano. Ieri era la volta delle parrocchie di Sant'Anna, Santa Brigida e San Paolo.
Oggi, venerdì 2 novembre, alle 10.30, si terrà la commemorazione dei Caduti, in occasione della cerimonia presso il cimitero urbano di Piacenza.
Alla presenza delle massime autorità civili e militari, dopo la celebrazione della funzione religiosa presso il Famedio, il corteo si snoderà lungo un percorso per la deposizione delle corone d'alloro, raggiungendo, al termine, la lapide dei partigiani fucilati durante la II Guerra Mondiale dove avrà luogo l'allocuzione ufficiale del sindaco Paolo Dosi.

Federico Frighi





02/11/2012 Libertà



domenica 28 ottobre 2012

Gmg 2013, anche il vescovo in Brasile

Ci saranno anche i giovani della diocesi di Piacenza-Bobbio alla Giornata Mondiale della Gioventù che si terrà nel luglio del 2013 in Brasile, a Rio de Janeiro. Iniziano questa settimana le iscrizioni vere e proprie all'ufficio di Pastorale giovanile nella curia di Piacenza, dopo un lungo lavoro di verifiche e programmazione.


«La diocesi ha deciso di fare questa esperienza che sta diventando sempre più importante per i giovani - evidenzia il vicario generale, monsignor Giuseppe Illica - e che in Brasile assume un significato particolare per la presenza delle missioni piacentine fin dal 1964». Ad accompagnare il gruppo sarà lo stesso vescovo Gianni Ambrosio, che già lo scorso anno visse con i piacentini, la Gmg di Madrid, assieme a don Paolo Cignatta, responsabile della Pastorale Giovanile.

Sarà un po' come ritornare alle origini della storia moderna della Chiesa piacentino-bobbiese con la scelta missionaria post Concilio Vaticano II. Nel 1964, su invito del Papa, che chiede di collaborare con le Chiese dell'America Latina, rilanciando l'Enciclica "Fidei Donum", scritta per l'Africa, due sacerdoti piacentini, don Giuseppe Castelli e don Pietro Callegari, si mettono al servizio, il primo della chiesa di Guamà, nel Parà, in Brasile, ed il secondo della chiesa di Ciudad de Guatemala, in Guatemala. Da allora è iniziata una storia missionaria che continua ancora oggi.

Il Brasile è stato scelto da Benedetto XVI come paese ospitante la ventottesima Giornata mondiale della gioventù (Gmg) e l'annuncio della città di Rio de Janeiro è stato dato dallo stesso pontefice al termine della Gmg del 2011 a Madrid. In quell'occasione i giovani piacentini erano in oltre 500 alla veglia finale nell'aeroporto militare di Cuatro Vientos. L'anno prossimo saranno necessariamente molti meno. La distanza e soprattutto il prezzo del viaggio (circa 2.500 euro) pesano sulle tasche delle famiglie in un periodo di crisi economica. Nel 2008, in occasione della Gmg australiana, a Melbourne e a Sydney, volarono con la Pastorale giovanile diocesana una quarantina di piacentini. A questi vanno poi aggiunti gli aderenti alle comunità neocatecumenali con modalità partecipative diverse. L'obiettivo, per la Pastorale giovanile diocesana, è quello di replicare i numeri del 2008, pur tenendo conto della situazione di forte crisi economica allora non così evidente. La proposta brasiliana prevede l'esperienza missionaria a Picos, dal 14 al 20 luglio 2013, città con la quale Piacenza sarà ufficialmente gemellata. I giovani verranno accolti in strutture del centro parrocchiale San Francesco. Poi il trasferimento in aereo a Rio de Janeiro dove dal 23 al 28 luglio si terranno le giornate ufficiali con le catechesi dei vescovi e la grande veglia con papa Benedetto XVI. Subito dopo il ritorno in Italia. "Andate e fate discepoli tutti i popoli" (Mt 28,19) lo slogan scelto per Rio 2013.

Federico Frighi





23/10/2012 Libertà



martedì 23 ottobre 2012

Ambrosio: insieme per aiutare l'Africa

Sono 64 le realtà piacentine che, con modalità varie, si occupano dell'Africa nel mondo del volontariato e della cooperazione internazionale. A metterlo in luce è il convegno "Piacenza for Africa" andato in scena ieri pomeriggio all'Università Cattolica, organizzato da Africa Mission e Centro missionario diocesano.


«Mi auguro che questo incontro sia l'inizio di un cammino importante che attesti l'impegno di solidarietà e di evangelizzazione di Piacenza per l'Africa» è l'auspicio del vescovo di Piacenza-Bobbio, Gianni Ambrosio, in apertura dei lavori. «Possiamo unire le vostre forze, nel rispetto della specificità di ciascuno, anche perchè forse ci sono bisogni che solo insieme possiamo affrontare» evidenzia ancora il presule prima del saluto del sindaco Paolo Dosi e degli interventi delle tante realtà presenti. Non tutte e 64, come fa rilevare Carlo Ruspantini, direttore di Africa Mission-Cooperazione e Sviluppo: «Abbiamo ricevuto una risposta da circa il 50% e solo 15 gruppi hanno inviato i dati richiesti prima del convegno».

Secondo la ricerca di Africa Mission, il 90% delle associazioni sono nate nel territorio piacentino: il 24% negli anni Settanta, il 18 negli anni Novanta e il 59 negli anni Duemila. Le varie realtà sono per il 58% associazioni e per il 42% parrocchie, gruppi parrocchiali e istituti religiosi. Da notare che l'86% del totale delle realtà che opera per l'Africa, a Piacenza, è legato alla Chiesa cattolica piacentina, mentre il 14% è laico.

Ben 344 sono i volontari impegnati in attività di sensibilizzazione e raccolta fondi a Piacenza e 182 coloro che hanno fatto un'esperienza diretta in Africa.

I progetti, portati avanti attualmente da 40 realtà, sono 80 in 17 stati diversi (Burkina Faso, Burundi, Camerun, Congo, Eritrea, Etiopia, Kenia, Mali, Marocco, Mozambico, Repubblica Democratica del Congo, Somalia, Sud Sudan, Sudan, Tanzania, Togo, Uganda).

Sul fronte dei progetti, di 67 su 80 si hanno informazioni. La maggior parte è rivolta verso il settore della sanità (19%), seguito da istruzione ed educazione (16%), socio-educativo (15%), agricoltura, sviluppo rurale e zootecnia, supporto alle realtà locali e acqua (10%). Poi sostegno a distanza, diritti e pari opportunità. Ultima l'emergenza (4%).

I beneficiari dei progetti sono per il 46% la popolazione in generale, per il 28% i bambini, per il 10 % i giovani, poi le donne (4%), le famiglie (4%), i detenuti e i profughi (3%).

Oltre ai promotori (Africa Mission e Centro missionario) sono intervenuti, per presentare la loro attività le associazioni "Amici di Lengesim", "Padre Antonino Magnani", "Mamme della Speranza onlus", "Kanagà 2000", "Overseas", "Piccoli al centro", "Michele Isubaleu onlus", "Gocce d'acqua per il Congo", Gruppo missionario Fatima, Gruppo volontari di Emergency, "Alì 2000 onlus", "Avè", "William Bottigelli", "Mondo aperto", "Valeria Tonna onlus" e Caritas diocesana, "Progetto mondo MLAL", l'istituto comprensivo di Rivergaro (scuole primarie di Quarto e Niviano), la parrocchia di Roveleto, le suore di monsignor Torta, il medico piacentino Eugenio Ferri del Movimento dei Focolari e la Facoltà di Agraria della Cattolica, che ha presentato due interventi promossi nel continente africano. Sono stati illustrati, inoltre, i progetti "In viaggio con Erodoto" e "Kamlalaf". In chiusura la riflessione di Paolo Rizzi (direttore del Laboratorio di economia locale in Cattolica) sulla globalizzazione per l'Africa

Federico Frighi


21/10/2012 Libertà



lunedì 22 ottobre 2012

Aperto in diocesi l'anno della fede

In una cattedrale gremita di fedeli e con una solenne cerimonia densa di simboli, concelebrata dal clero assieme al vescovo Gianni Ambrosio, si apre l'Anno delle fede nella diocesi di Piacenza-Bobbio. Si apre con una coincidenza particolare, la festa della dedicazione della cattedrale di Piacenza. «Le pietre dell'edificio chiesa e le pietre vive di questa comunità si intrecciano e ci richiamano alle grandi cose che Dio compie nella storia umana grazie agli uomini di fede» evidenzia il vescovo durante la solenne omelia. La processione iniziale, a cui prendono parte anche i 36 delegati laici delle Unità pastorali, varca in silenzio la soglia della porta principale del Duomo di Piacenza, la "porta fidei" della diocesi. Accolta all'interno della cattedrale dalla litania dei santi, eseguita da una formazione dei diversi cori della diocesi diretta da Anna Solinas e Paola Gandolfi (all'organo il maestro Gabriele Barbieri). Accanto al vescovo, il vicario generale monsignor Giuseppe Illica e il vicario episcopale monsignor Giuseppe Busani.


Il vescovo Ambrosio fa inizialmente memoria del sacramento del battesimo, partenza del cammino della fede di ogni persona. Nell'omelia richiama la prima lettura con Salomone e le braccia alzate verso il cielo. «Raffigura bene la missione della Chiesa - evidenzia il vescovo -, la vita di fede è vita di preghiera e le mani alzate verso il cielo aiutano ad alzare lo sguardo ed a prendere coscienza che Dio è nei cieli ed è quaggiù sulla terra». Ancora: «La preghiera ci fa conoscere la presenza di Dio ovunque e Gesù Cristo è il fondamento della nostra fede. Accogliamo dunque l'Anno della fede con le mani rivolte al cielo». Le mani rivolte verso il cielo, tuttavia, non sono sufficienti se non sono accompagnate da un atteggiamento auspicato dal beato papa Carol Wojtyla nella sua omelia ad inizio di pontificato. Il vescovo Ambrosio lo richiama per i fedeli di Piacenza-Bobbio. «Risuona per noi ancora una volta il messaggio del beato Giovanni Paolo II: "Non abbiate paura! Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo". Questo memorabile messaggio vi è la traduzione concreta del Concilio».

Dopo l'omelia, prima della professione di fede, il vescovo compie la cosiddetta "traditio", la consegna del Credo nella versione del Simbolo apostolico ai delegati laici delle Unità pastorali accompagnati dai rispettivi sacerdoti moderatori. Contemporaneamente i diaconi distribuiscono copia del testo a tutta l'assemblea. La sottolineatura del Credo, lo ricordiamo, risponde all'invito del Papa a riscoprire la fede contenuta nel motu proprio "Porta fidei" con il quale Benedetto XVI ha indetto l'Anno della fede, in contemporanea con i 50 anni dell'apertura del Concilio Vaticano II e con i 20 anni della diffusione del Catechismo della Chiesa cattolica. Al termine della messa la recita della preghiera a "Maria Ianua Coeli" dinanzi alla Madonna del Popolo. L'Anno della fede si chiuderà il 24 novembre del 2013

Federico Frighi


15/10/2012 Libertà



lunedì 8 ottobre 2012

Ambrosio: siamo imitatori di San Francesco

«In tempi di crisi di valori, in tempi di una visione edonistica e consumistica della vita, in tempi di comportamenti disonesti che rovinano la società, di fronte alla figura di San Francesco, dobbiamo farci suoi seguaci e suoi imitatori. San Francesco ci indica il cammino verso i valori autentici». Lo ha detto il vescovo Gianni Ambrosio ieri pomeriggio nella celebrazione in onore di San Francesco, patrono d'Italia. La basilica ha ospitato la messa per la festività liturgica del Poverello di Assisi. Presenti le più alte autorità civili e militari di città e provincia, dal prefetto Antonino Puglisi al sindaco Paolo Dosi, al presidente dell'amministrazione provinciale Massimo Trespidi.


«Il Signore vi dia pace; è il saluto di San Francesco d'Assisi, protettore della nostra Italia» ha esordito il vescovo Ambrosio. Al suo fianco il parroco di San Francesco, don Giuseppe Frazzani, e il vicario episcopale per la città (neo parroco della Santissima Trinità) monsignor Luigi Chiesa. «Attorno a San Francesco si ritrovarono molti giovani - ha proseguito il presule -, come santa Chiara, oggi 800 anni dalla sua consacrazione a Dio. San Francesco non si è limitato solo ad invocare la pace ma è stato egli stesso portatore di pace, quella pace vera che viene da Dio ma che passa anche attraverso il nostro impegno». Ancora: «Ha scritto a tutti gli abitanti dell'umanità per invitarli alla pace. Ma soprattutto ha diffuso la pace vivendo il Vangelo. La fraternità francescana è stata e continua ad essere l'immagine bella, luminosa e splendente di una umanità rinnovata, riconciliata con se stessi, con gli altri, con il creato, con Dio». «Noi, celebrando San Francesco - ha evidenziato - vogliamo davvero invocare questa pace nella sua pienezza di significato, per noi, per il nostro Paese, per la nostra Italia. Il suo messaggio è sempre attuale, nuovo di quella novità insita nel Vangelo».

Ha citato il Papa sull'Anno della Fede. «Benedetto XVI ci dice di tenere lo sguardo fisso su Gesù Cristo... lo sguardo di San Francesco è proiettato al crocifisso di San Damiano. Con questa preghiera: "Altissimo glorioso Dio illumina le tenebre de lo core mio e damme fede retta, speranza certa e caritate perfetta"». «San Francesco - ha osservato il vescovo - è davvero il riformatore e il restauratore della Chiesa e della società alla luce della sapienza del Vangelo». Durante la celebrazione, come tradizione, il sindaco Dosi ha donato l'olio per la lampada votiva.

Federico Frighi





05/10/2012 Libertà

Visita pastorale, meno cerimonie più relazioni

Meno cerimonie, più dialogo con la gente. E' quanto chiede la base del clero di Piacenza-Bobbio al vescovo Gianni Ambrosio per la prossima visita pastorale, prevista nel 2013.


Si è riunito ieri nella Sala degli Affreschi di palazzo vescovile il Consiglio presbiterale diocesano che ha avuto, all'ordine del giorno, come argomento principale, la visita pastorale del vescovo alla diocesi (proposte e suggerimenti), evento ecclesiale attualmente nella fase di preparazione. In tempi recenti ha tenuto una visita pastorale il vescovo Antonio Mazza e due il vescovo Luciano Monari. E' stato anche sottolineato che la visita pastorale del vescovo alla propria diocesi nel passato aveva un aspetto soprattutto di controllo, mentre nei nostri tempi questo momento di vita diocesana ha assunto sempre più un ruolo pastorale. Da parte sua il cancelliere vescovile don Mario Poggi ha ricordato che la visita pastorale è l'anima di tutto il governo episcopale e in questo atto l'aspetto del controllo non deve essere sottovalutato. I presbiteri delle singole zone hanno riportato i consigli espressi dalla base del presbiterio diocesano. In estrema sintesi: la visita dovrà avere uno sguardo particolare all'incontro del vescovo con i sacerdoti, dovrà essere un momento di speranza e di incoraggiamento, il vescovo dovrà ascoltare e incontrare la gente, auspicabile sarebbe che il capo della diocesi si fermasse nelle singole parrocchie. Il vescovo dovrebbe privilegiare le Unità pastorali, valorizzare i laici e stimolarli ad assumere specifiche responsabilità, incontrare anche gli amministratori civici, far precedere il tutto da momenti formativi, invitare le singole comunità ad avere una particolare cura del proprio sacerdote interessandosi anche del suo stato di salute e tenendo conto che è persona che vive sola. E' stata raccomandata la visita agli ammalati, è stato consigliato di incontrare le realtà del lavoro e sociali in genere. Non esaurire la visita in cerimonie; coinvolgere la società su temi concreti. Le indicazioni al vescovo sono state tante, precise e circostanziate, vicariato per vicariato.

Il presule, nelle comunicazioni iniziali, ha sottolineato come i tempi attuali chiedano sempre di più momenti di vita spirituale. A questo proposito il capo della diocesi ha richiamato, per la città, il ruolo di centri di spiritualità come quello di San Raimondo. Il vescovo ha poi toccato la questione della fraternità sacerdotale di don Pietro Cantoni. «Quando si sono proposti alla nostra diocesi - ha detto in estrema sintesi - abbiamo intrapreso con loro un dialogo. Una volta sentito il parere del consiglio episcopale abbiamo ritenuto di interromperlo».

Un lungo e affettuoso applauso quando il vescovo ha infine annunciato la nomina di monsignor Luigi Chiesa a parroco della Santissima Trinità.
fed. fri.





05/10/2012 Libertà

Ambrosio vice presidente per Firenze 2015

Il vescovo di Piacenza-Bobbio, Gianni Ambrosio è stato nominato vice presidente del Comitato preparatorio del quinto Convegno Ecclesiale Nazionale si terrà a Firenze nel 2015 sul tema della fede. In vista di tale appuntamento il Consiglio Permanente ha costituito un Comitato preparatorio, del quale ha eletto la presidenza: un presidente e tre vice presidenti (espressioni rispettivamente del Nord, del Centro e del Sud dell'Italia), oltre al segretario generale della Conferenza episcopale italiana. Presidente del Comitato Preparatorio del V° Convegno ecclesiale nazionale (a Firenze nel 2015) è stato nominato Cesare Nosiglia, arcivescovo di Torino. Vice presidenti del Comitato Preparatorio sono Gianni Ambrosio, vescovo di Piacenza - Bobbio, per il Nord Italia; Mansueto Bianchi, vescovo di Pistoia, per il Centro Italia; Antonino Raspanti, vescovo di Acireale, per il Sud Italia. Il compito affidato al Comitato concerne la presentazione alla prossima Assemblea Generale non solo della proposta del titolo del Convegno, ma del programma del percorso preparatorio e delle modalità più idonee a favorire il coinvolgimento e la partecipazione del popolo cristiano nelle sue varie articolazioni.



04/10/2012 Libertà

martedì 14 febbraio 2012

Chiesa ed elezioni, il prete non indichi ma illumini

I Vescovi della Regione Emilia-Romagna hanno indirizzato ai fedeli delle loro comunità una comunicazione in vista delle elezioni regionali del 2010. Ritengo che questa comunicazione meriti di essere ripresa e proposta in occasione delle elezioni comunali a Piacenza.

“1. Come Vescovi, la nostra prima inderogabile missione è di annunciare il Vangelo proponendo ad ogni uomo la via della fede, come via della libertà, come via della responsabilità e della salvezza.
Ma il Vangelo che dobbiamo annunciare contiene anche una precisa concezione dell’uomo e di tutta la sua realtà, personale e sociale, che risponde in modo adeguato alle fondamentali esigenze della sua persona.
È questa concezione il nucleo portante della Dottrina Sociale che la Chiesa ha sempre proclamato e testimoniato, e che l’attuale pontefice Benedetto XVI ha mirabilmente sintetizzato nell’espressione «valori non negoziabili».

2. Essi costituiscono patrimonio di ogni persona, perché inscritti nella coscienza morale di ciascuno.
A questi valori anche ogni cristiano deve riferirsi come criterio ineludibile per i suoi giudizi e le sue scelte nell’ordine temporale e sociale.
Eccoli sinteticamente: la dignità della persona umana, costituita ad immagine e somiglianza di Dio, e perciò irriducibile a qualsiasi condizione e condizionamento di carattere personale e sociale; la sacralità della vita dal concepimento fino alla morte naturale, inviolabile ed indisponibile a tutte le strutture ed a tutti i poteri; i diritti e le libertà fondamentali della persona: la libertà religiosa, la libertà della cultura e dell’educazione; la sacralità della famiglia naturale, fondata sul matrimonio, sulla legittima unione cioè fra un uomo e una donna, responsabilmente aperta alla paternità e alla maternità; la libertà di intrapresa culturale, sociale, e anche economica in funzione del bene della persona e del bene comune; il diritto ad un lavoro dignitoso e giustamente retribuito, come espressione sintetica della persona umana; l’accoglienza ai migranti nel rispetto della dignità della loro persona e delle esigenze del bene comune; lo sviluppo della giustizia e la promozione della pace; il rispetto del creato.

3. È questo complesso di beni che costituisce l’orizzonte immutabile di ogni giudizio e di ogni impegno cristiano nella società. Persone, raggruppamenti partitici e programmi devono pertanto essere valutati a partire dalla verifica obiettiva del rispetto di quei beni.
Perciò la coscienza cristiana rettamente formata non permette di favorire col proprio voto l’attuazione di un programma politico o la promulgazione di leggi che non siano coerenti coi valori sopraddetti, esprimendo questi le fondamentali esigenze della dignità umana.

4. Siamo consapevoli di avere proposto ai nostri fedeli non solo orientamenti doverosi per l’oggi, ma anche un costante cammino educativo, mediante cui l’assimilazione dei valori della Dottrina Sociale della Chiesa porta a giudizi e a scelte responsabili e coerenti, sottratte ai ricatti dei poteri ideologici e massmediatici o avvilite da interessi particolaristici.
Vorremmo che crescesse, anche in forza di un rinnovato e quotidiano impegno educativo delle nostre Chiese, un laicato che proprio a causa della sua appartenenza ecclesiale, fosse dedito al bene comune della società.

5. La Chiesa non deve prendere «nelle sue mani la battaglia politica» [cfr. Benedetto XVI, Deus caritas est, 28]. Pertanto clero ed organismi ecclesiali devono rimanere completamente fuori dal dibattito e dall’impegno politico pre-elettorale, mantenendosi assolutamente estranei a qualsiasi partito o schieramento politico. Per i sacerdoti questa esigenza è fondata sulla natura stessa del loro ministero (cfr. Congregazione per il Clero, Direttorio per il ministero e la vita dei Presbiteri 33, cpv.1°: EV 14/798).

6. Ma è un diritto dei fedeli essere illuminati dai propri pastori quando devono prendere decisioni importanti. Se un fedele chiedesse al sacerdote come orientarsi nella situazione attuale, il sacerdote tenga presente quanto segue.
Ogni elettore è chiamato ad elaborare un giudizio prudenziale che per definizione non è mai dotato di certezza incontrovertibile. Ma un giudizio è prudente quando è elaborato alla luce sia dei valori (cfr. § 2) umani fondamentali che sono concretamente in questione sia delle circostanze rilevanti in cui siamo chiamati ad agire.
Ciò premesso in linea generale, ogni elettore che voglia prendere una decisione prudente, deve discernere nell’attuale situazione quali valori umani fondamentali sono in questione, e giudicare quale parte politica – per i programmi che dichiara e per i candidati che indica per attuarli – dia maggiore affidamento per la loro difesa e promozione.
L’aiuto che i sacerdoti devono dare quindi consiste nell’illuminare il fedele perché individui quei valori umani fondamentali che oggi in Regione (in Comune) meritano di essere preferibilmente e maggiormente difesi e promossi, perché maggiormente misconosciuti o calpestati. Il Magistero della Chiesa è riferimento obbligante in questo aiuto al discernimento del fedele.
Ma il sacerdote deve astenersi completamente dall’indicare quale parte politica ritenga a suo giudizio che dia maggior sicurezza in ordine alla difesa e promozione dei valori umani in questione. Questa indicazione infatti sarebbe in realtà un’indicazione di voto.

La nostra Regione (il nostro Comune di Piacenza), così come l’intera nostra nazione, sta attraversando un momento difficile. Pensiamo in primo luogo e siamo vicini alle famiglie colpite da gravi difficoltà economiche; e a chi ha perduto o rischia di perdere il lavoro.
La consultazione elettorale è una occasione nella quale ogni fedele è invitato ad esercitare mediante il voto una parte attiva nella doverosa edificazione della comunità civile.
In questo modo «la carità diventa carità sociale e politica: la carità sociale ci fa amare il bene comune e fa cercare effettivamente il bene di tutte le persone, considerate non solo individualmente, ma anche nella dimensione sociale che le unisce» [Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa n. 207]”.

Sono certo che questa comunicazione dei Vescovi della nostra Regione sarà di aiuto a ogni ‘fedele laico’ per partecipare in modo responsabile alla vita pubblica, promuovendo il bene comune e operando per un giusto ordine nella società (cfr. Benedetto XVI, Deus caritas est, 29) e nella nostra città di Piacenza. Con la mia Benedizione.

+ Gianni Ambrosio, vescovo di Piacenza-Bobbio

domenica 29 gennaio 2012

Ambrosio in Africa: grazie alla chiesa missionaria

Un viaggio pastorale in Uganda per vedere da vicino la realtà fondata da monsignor Enrico Manfredini e da don Vittorio Pastori. Lo sta affrontando il vescovo Gianni ambrosio che si è recato prima a Kampala, poi a Moroto, nei luoghi di Africa Mission e del suo braccio operativo, l'ong Cooperazione e Sviluppo. E' la prima volta che un vescovo di Piacenza-Bobbio visita l'Uganda dopo la fondazione del movimento missionario da parte del vescovo Enrico Manfredini e dell'allora Vittorio Pastori nel 1972. Nè il vescovo Antonio Mazza, nè il vescovo Luciano Monari ebbero mai l'occasione di scendere nella terra dei Karimojong in visita pastorale. Vi riesce monsignor ambrosio in un momento importante per Africa Mission: il suo quarantesimo anniversario dalla fondazione.
«Vado volentieri a vedere che cosa si sta facendo in Uganda» aveva detto Ambrosio prima di partire. «Penso che sia importante - evidenzia il vescovo - avere questo sguardo missionario verso terre come ad esempio Brasile e Africa affinchè si possa respirare uno stile di vita diverso, di dedizione, di volontariato, che deve segnare in qualche modo la vita del pastore di una chiesa e della chiesa stessa» «Tutto questo - osserva Ambrosio - assume un significato particolare in una terra in cui opera una realtà fondata da don Vittorione e dal vescovo Manfredini. Nonostante Africa Mission sia ramificata in gran parte d'Italia, il suo cuore batte sempre a Piacenza ed è bene che rimanga qui». Infine l'Africa, un continente dalle grandi potenzialità che non deve essere lasciato solo. «E' la prima volta che mi reco nell'Africa sub-sahariana ma nella mia mia esperienza di assistente dell'Università Cattolica del Sacro Cuore ho più volte accompagnato alla laurea studenti provenienti da quelle zone. Studenti che una volta inseritisi nel mondo della ricerca hanno mantenuto con me i contatti e mi hanno fatto avere le loro pubblicazioni. Lo sviluppo, anche di quelle terre, passa proprio da qui: dall'educazione».

martedì 27 dicembre 2011

Ambrosio: l'uomo non si rinchiuda nella solitudine

(Is 52, 7-10; Eb 1, 1-6;Gv 1, 1-18)
1. “E il Verbo si fece carne” (Gv 1, 14). Con queste parole, collocate al centro del primo capitolo del suo Vangelo, il cosiddetto prologo, l’evangelista san Giovanni ci introduce nel mistero del Natale, la festa dell’Incarnazione. Il fatto decisivo della storia umana è presentato con questo sobrio annuncio: “E il Verbo si fece carne”. Nella contemplazione del mistero di Dio e dell’uomo con cui Giovanni apre il suo Vangelo, vengono richiamate le prime parole del libro della Genesi: Dio si rivela nella sua grande opera, la creazione del mondo e soprattutto dell’uomo. Questo è il prologo assoluto della storia che è storia di salvezza fin dall’inizio, perché fondata su Dio che si rivela e si dona: Egli è all’origine della vita e pone il suo sigillo creatore sull’uomo e sulla donna, fatti “a sua immagine” e chiamati a vivere nella sua amicizia. Ora la lunga storia della salvezza arriva al suo culmine. Dopo aver parlato in vari modi per mezzo dei profeti, come ricorda la lettera agli Ebrei, ora Dio “ha parlato a noi per mezzo del Figlio” (Eb 1, 2): egli nasce da una donna e pone la sua tenda tra noi. Con parole che richiamano la normalità dell’esperienza umana del nascere, il Verbo eterno, che “era, in principio, presso Dio”, assume la nostra natura umana. Egli che è luce e vita, viene alla luce e alla vita su questa nostra terra.
2. “Veniva nel mondo la luce vera, (…) eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne ne fra i suoi, e i suoi non l’hanno accolto” (Gv1,11). Anche in questo caso l’evangelista Giovanni è scarno ma molto efficace nel descrivere il dramma dell’umanità. Già a Betlemme Gesù nasce in una stalla perché nell’albergo non c’è posto per lui. Poi è il suo popolo, preparato dalla predicazione profetica, a non accogliere il Verbo di Dio. Infine è l’intera umanità che attende la Parola ma è poca disposta ad ascoltarla.
Nel profondo del cuore l’uomo cerca Dio e attende la sua benevolenza, la sua vicinanza, il suo amore. Ma quando arriva il momento, quando Dio si manifesta e viene ad abitare tra la sua gente, non c’è posto per Lui. Tutto lo spazio e tutto il tempo sono per altre cose, sono per le proprie cose: non rimane nulla per Dio.
Forse l’uomo del terzo millennio, l’uomo del nostro Occidente, ha pensato di fare un passo in più: rinunciare persino a ogni attesa e costruire un mondo in cui Dio è superfluo. Tanto più di un Dio che si china su di noi e vuole manifestarci il suo amore e donarci la sua salvezza. Questo è il dramma dell’uomo, in particolare dell’uomo di oggi che arriva a rinchiudersi nella sua solitudine, nel suo ristretto orizzonte, nel buio della sua stanza e del suo cuore. Non è questa – lo sappiamo e lo sperimentiamo ogni giorno – la strada della vita e della luce.

3. “A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio” (Gv 1,12). Cari fratelli, riconosciamo la grazia che proviene dall’accogliere Cristo: con Lui e grazie a Lui diventiamo figli di Dio e possiamo vivere come suoi figli. Per questo Cristo è venuto e questo è il senso ultimo della nostra storia umana: diventare in Cristo figli di Dio.
Celebriamo allora la sua nascita, ma riconosciamo che nell’accogliere Lui, noi festeggiamo anche il nostro natale, la nostra nascita come figli di Dio, partecipiamo della vita stessa di Cristo che ha in sé la vita e la luce. Accogliere è il grande verbo della fede cristiana, è il verbo che genera la vita vera, abitata dalla presenza in noi di Colui che è la vita.
Nel Credo professiamo la fede con queste parole: “Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo, per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo”. L’incarnazione è “per noi uomini e per la nostra salvezza”, per riconciliarci con Dio e farci conoscere la sua benevolenza di Padre, per ridonarci la gioia dell’autentico progetto di umanità che ci conduce a diventare “partecipi della natura divina” (2 Pt 1,4).
La gioia del Natale è destinata a tutto il popolo: “Vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo” (Lc 2, 10). Tutti noi siamo i destinatari della benevolenza del nostro Dio, tutti abbiamo bisogno di luce e di speranza, tutti dobbiamo poter confidare nell’amore di un Dio che è Padre che ci ama. Sono tante le persone, vicine e lontane, che vengono in mente in quanto più bisognose dell’annuncio natalizio: penso a chi fatica e soffre, a chi ha perso il lavoro, ha chi non ha più fiducia, ha chi si è lasciato ingannare dalle cose che luccicano, a chi è solo e disperato. Preghiamo perché la nascita di Gesù Cristo possa portare a tutti la gioia della vita dei figli di Dio, la gioia di una vita nuova, una vita che dalla fede attinge la forza e l’entusiasmo. Preghiamo perché ogni persona che ha accolto e riconosciuto Gesù Cristo, sappia offrire a ogni uomo che incontra ragioni per vivere e per sperare. Amen.

+Gianni Ambrosio, vescovo

Messa di Natale 2011

Ambrosio: il Natale illumini la nostra vita

NATALE DEL SIGNORE, MESSA DELLA NOTTE
(Is 9, 2-4.6-7; Tt 2, 11-14; Lc 2, 1-14)

Carissimi fratelli, carissime sorelle

1. Siamo qui perché Qualcuno ci ha chiamati e noi abbiamo risposto, in modo più o meno consapevole. Questo Qualcuno ha un nome, un volto, un cuore. Si chiama Gesù, Dio che salva, il suo volto è il volto del Figlio di Dio, il suo cuore è ricolmo di amore. Egli, il Signore Gesù, ci ha invitati qui perché noi potessimo gioire nel vedere l’amore di Dio per noi ed accogliere la sua benevolenza verso tutti noi. Questa è la grazia e la bellezza del Natale cristiano che ancora una volta ci è dato di celebrare e di vivere facendo memoria della nascita di Gesù a Betlemme. È lui che ci ha chiamati per “porre la sua tenda tra noi” e nei nostri cuori ed invitarci ad accogliere la sua salvezza. Celebriamo allora la memoria della nascita di Gesù a duemila anni di distanza, ma quell’evento non è solo una memoria significativa ma è una presenza viva e attuale: riviviamo con stupore in questa notte santa il mistero della nascita di Gesù e insieme viviamo con gioia il mistero della nostra rinascita. Il Figlio eterno di Dio, fatto uomo nel grembo di una donna, è il nostro salvatore: è venuto per liberarci dall’oscurità, dalle tenebre, dal male e donarci la luce, la grazia e la forza di una vita nuova, una vita redenta, la vita dei figli di Dio. Ci mettiamo ancora una volta in ascolto della Parola di Dio che è stata proclamata con l’atteggiamento di meraviglia, di lode e di preghiera di Maria, di Giuseppe e dei pastori.

2. Il profeta Isaia ci parla di un “popolo che camminava nelle tenebre”. La difficile situazione storica del popolo di Israele descritta dal profeta vale anche per noi oggi: le difficoltà, l’incertezza, l’oscurità segnano la nostra vita odierna. Isaia annuncia che “il popolo vide una grande luce” e questa luce viene dalla nascita di un figlio che ha titoli regali ed è portatore di pace: “Perché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio (…), il suo nome sarà Principe della pace”.
L’annuncio di Isaia si compie nella nascita di Gesù: egli è la speranza dell’umanità e di ciascuno di noi. Siamo chiamati a fare nostra la gioiosa professione di fede dell’apostolo Paolo: “è apparsa la grazia (la benevolenza) di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini”. È apparsa e si è manifestata la benevolenza di Dio nella fragilità del Bambino che nasce a Betlemme. “Egli – prosegue Paolo – ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità”. Guardando il volto di quel Bambino, diciamo anche noi con gratitudine: “ha dato se stesso per noi”. Il Figlio di Dio si fa uno di noi per donare se stesso per noi come nostro salvatore.

3. Il racconto evangelico della nascita di quel bambino appare scarno, ma l’evento è inaudito. Ci troviamo sconcertati di fronte al modo con cui Dio manifesta il suo amore e guida la storia dell’umanità. Nel cuore della notte, Dio si fa vicino a noi e nel dono dell’Emmanuele fa risplendere la luce per tutta l’umanità. “Non temete”, dice l’angelo del Signore ai pastori: “ecco vi annunzio una grande gioia (…), oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore”. Sono convinto che l’invito a “non temere” è oggi particolarmente prezioso per tutti noi, pieni di paura non solo di fronte alle sofferenze e alle difficoltà, ma anche di fronte a Dio e alla sua benevolenza. Questa paura ci rende sospettosi e diffidenti. Pensiamo con molta presunzione di salvarci da soli, con la forza delle nostri mani e delle nostre opere. Pensiamo di poter riporre ogni fiducia nelle cose che passano, che difendiamo a denti stretti. Ma Dio non vuole incuterci timore, vuole invece donarci fiducia e speranza. Egli viene in nostro aiuto donandoci il Salvatore che ci libera dal male e ci rende capaci di vivere come suoi figli.

4. Cari fedeli, anche noi, come i pastori, affrettiamoci verso quel “bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia”. Nel segno fragile di quel Bambino, Dio ci assicura il suo amore, la sua presenza. Possiamo allora riprendere il nostro cammino con l’entusiasmo della fede, con la luce della speranza, con la forza dell’amore: grazie a quel Bambino, ci riconosciamo figli nel rapporto con il Padre che ci ama e ci riconosciamo fratelli di ogni essere umano, tutti amati da Dio. Questa è la prospettiva luminosa in cui tutta la storia, personale e sociale, può essere vissuta come storia di vita e di speranza, anche nella svolta epocale cui ci sta costringendo l’attuale crisi economico-finanziaria ed etica. Nel mistero del Natale, troviamo le ragioni per vivere e per sperare, troviamo la luce per illuminare il nostro cammino. Accogliamo questo mistero con la semplicità dei pastori e con la fede disponibile di Maria, la Madre. Sia proprio Lei a prenderci per mano e ad accompagnarci a Cristo per farci incontrare personalmente con lui e trovare in lui la nostra unica salvezza e il principio della nostra gioia e della nostra speranza. Sia questo, carissimi fedeli, per tutti noi e per le nostre famiglie l'augurio più bello per il nostro Natale cristiano. Amen.

+Gianni Ambrosio, vescovo

Messa della notte di Natale 2011

mercoledì 9 novembre 2011

Morti e santi, una festa del focolare

Bella l'omelia del vescovo Ambrosio lo scorso primo novembre al cimitero urbano. Pubblichiamo solo ora l'articolo con colpevole ritardo. I propri cari che non ci sono più, quelli che ci sono ancora su questa terra, i santi, tutti uniti attorno ad una sorta di focolare domestico. E' una riflessione che dà forza e che non ci fa sentire soli anche se a volte così ci pare di essere.

Una grande festa di famiglia: i santi, i defunti, le preghiere di chi è su questa terra. Una festa intima e di speranza, perchè la morte non è la parola fine. E' il vescovo Gianni Ambrosio a spiegare nella messa di Ognissanti al cimitero urbano il significato delle celebrazioni del primo e 2 novembre.
Una messa celebrata davanti al Famedio, nel cuore del cimitero urbano, con sacerdoti, diaconi, religiose e tanti piacentini che si sono fermati nell'insolito tepore di una giornata autunnale. Assieme al vescovo ci sono il parroco del Capitolo, don Giuseppe Sbuttoni, quello di Sant'Anna, don Luigi Fornari, di San Paolo, monsignor Bruno Perazzoli, don Giuseppe Formaleoni e quattro diaconi, tra i quali Sergio Fossati e Cesare Scita reggenti la cappellania del cimitero urbano. In prima fila, a rappresentare il Comune di Piacenza, il vice sindaco Francesco Cacciatore in fascia tricolore. Tra le colonne del Famedio, ad animare la celebrazione, i ragazzi del coro della parrocchia di Santa Maria del Suffragio, la chiesa del Capitolo.
«Quella di oggi è come una grande festa di famiglia - dice il vescovo -, i nostri fratelli e le nostre sorelle che ci accolgono nella pienezza della vita e nell'amore di Dio, la porta del cielo si è aperta per loro. Commemorando i defunti noi ricordiamo i nostri familiari, insieme alla preghiera nel cimitero della nostra città».
«La parola cimitero significa luogo del riposo, luogo del sonno - evidenzia Ambrosio - un termine scelto dai cristiani per indicare coloro che riposano ma che attendono di essere svegliati in attesa appunto della chiamata della vita eterna. I cristiani non hanno voluto utilizzare il termine necropoli, la città dei morti. Hanno scelto una parola che richiamasse il sonno e l'attesa, dunque manifestasse la fede nella vita e nella risurrezione, la speranza per la pienezza della vita».
Il vescovo sottolinea come sia significativo «il fatto di celebrare insieme la festa dei Santi e di commemorare i defunti. Da questo luogo del sonno e dell'attesa siamo invitati ad innalzare lo sguardo verso il cielo, dove coloro che ci hanno preceduti finalmente hanno trovato il volto del Signore». «La nostra visita al cimitero - continua il vescovo - la nostra preghiera si carica di intensità e affetto, diviene espressione di speranza». «Ogni anno in questa celebrazione abbiamo qualcuno in più per cui pregare - ammette Ambrosio nella sua omelia trasmessa in tutti i reparti dagli altoparlanti dell'impianto interno - per alcuni i genitori, per altri i fratelli, lo sposo, la sposa, i figli; la morte è sempre un evento che turba e colpisce, ma non è sempre oscurità o tenebra e soprattutto non è l'ultima parola».
Torna il concetto della festa di famiglia: «Nella nostra preghiera noi ci sentiamo misteriosamente uniti, ed è questo il senso della festa familiare, ai fratelli che chiamiamo santi perchè già partecipi della vita di Dio, ai fratelli che ci hanno lasciato e che attendono la visione piena del volto di Dio». Relazioni senza le quali il cimitero sì rischierebbe di rimanere un'arida necropoli e queste visite novembrine aride tradizioni popolate solo di ricordi, importanti, ma non rivolti verso il cielo.
«Nella nostra vita quotidiana rischiamo di rimanere chiusi in noi stessi - osserva infine il vescovo - senza uno sguardo ampio, senza questa prospettiva sul nostro futuro. L'apostolo Giovanni dice che già fin da ora siamo figli di Dio e da lui siamo benedetti e il suo amore impedisce che la morte abbia l'ultima parola. Il nostro è un pellegrinaggio diretto verso il volto di Dio».
Federico Frighi


02/11/2011 Libertà

sabato 9 luglio 2011

Ambrosio: ascoltiamo giovani, disoccupati e precari

«Piacenza deve volare alto, come hanno fatto i nostri padri, riconoscendo Sant'Antonino come figura ideale di vita per affermare che al centro della convivenza civile non ci sono successo e ricchezza ma l'amore... Solo così riusciremo a rispondere alle emergenze etiche e sociali dei giovani e del lavoro». Il vescovo Gianni Ambrosio sceglie il pulpito della basilica patronale, sceglie la festa del 4 luglio, per dare una scossa alla città. Per ricordare che ci sono due invocazioni alle quali occorre dare una risposta. Quella dei giovani, «di tutti i nostri giovani, sia quelli originari sia quelli immigrati a Piacenza» con l'urgente bisogno «di un contesto educativo che sappia indicare una meta e dischiudere un orizzonte di speranza e di futuro». Quella di chi ha perso il lavoro e di chi è precario, perchè «anche nella nostra città si registrano gli effetti della crisi economica e delle difficoltà finanziarie di alcune imprese: in particolare incombe il rischio di chiusura o trasferimento di aziende storiche».
Una scossa non urlata quella di Ambrosio e neppure ad alta voce - non è nello stile del vescovo - ma non per questo meno efficace e diretta. Davanti a sè ha una basilica gremita: in prima fila il prefetto Antonino Puglisi, il sindaco Roberto Reggi - all'offertorio porterà il suo decimo cero da sindaco -, il presidente della Provincia Massimo Trespidi e tutte le altre autorità riunite per il santo patrono. Accanto, oltre al parroco don Giuseppe Basini, tre vescovi: Enrico Solmi di Parma, Carlo Mazza di Fidenza e Donal McKeown, ausiliare di Belfast (Irlanda del Nord).
«E' motivo di stupore il fatto che la memoria di questo giovane martire continui ancora oggi, a distanza di 1.700 anni» esordisce il vescovo. Sant'Antonino «non è solo il patrono ma è anche il simbolo della nostra città» ci tiene ad osservare il presule. E' importante, perchè - continua - è «come se Piacenza - la Piacenza del passato e, speriamo, quella di oggi - volesse dire che proprio nella figura di un giovane, di un giovane santo e coraggioso fino al martirio, si esprime al meglio, come ideale, il desiderio dei suoi concittadini, e cioè che al centro della convivenza cittadina ci sia l'amore».
«Celebrando sant'Antonino e riconoscendolo come figura ideale di vita - evidenzia - noi siamo invitati a riaffermare che il cuore della nostra città pulsa non per la ricchezza o per il successo o per il potere ma per quella forza grande che è l'amore. Questa scelta fatta nel passato dai nostri padri ha permesso alla nostra città di volare alto: È una scelta che non può essere dimenticata oggi, perché anche oggi abbiamo bisogno di volare alto, superando le visioni riduttive dell'uomo e della convivenza civile». Tra poco sarà monsignor Ambrosio a consegnare a don Giorgio Bosini l'Antonino d'oro. Un premio azzeccato più che mai. Tanto da divenire quest'anno una sorta di Oscar. Lo dicono i lunghi minuti di applauso con tutta la chiesa in piedi, una standing ovation a tutti gli effetti. Lo fa intendere il vescovo Ambrosio che mette don Giorgio Bosini tra coloro che hanno seguito la testimonianza di Sant'Antonino: «Questo premio, conferito nella memoria del nostro santo patrono, rappresenta per la nostra città e per tutti noi una precisa sollecitazione: ravviviamo le nostre risorse di cuore e di intelligenza, perché le sfide che stanno davanti a noi possono essere affrontate solo con un di più di cuore e di intelligenza». Queste sfide, le più urgenti, sono oggi, come detto il grido dei giovani, dei disoccupati, dei precari.
Dobbiamo rispondere - invita il vescovo - «altrimenti diventa molto facile per i nostri giovani pensare che "la vita sia altrove"» dice citando Bauman. «Così si diffonde, con questo "altrove" sempre sfuggente, una mentalità consumistica e strumentale che arriva ad investire ogni ambito della vita: anche le relazioni più importanti e le esperienze più significative si disperdono in questo agitarsi inquieto di tanti giovani». «L'altra voce che invito ad ascoltare - dice Ambrosio - è quella che proviene da chi vive in situazioni di disoccupazione e di precarietà lavorativa. Anche qui non possiamo essere fatalisti, non possiamo arrenderci gettando la spugna».
Federico Frighi

Libertà 5 /07/2011

venerdì 17 giugno 2011

Ambrosio: nella Chiesa spazio ai laici

Festa del Sacro Cuore
16 giugno 2011


Relazione del Vescovo mons. Gianni Ambrosio


La pastorale della montagna (e non solo):
segni di speranza con risorse limitate

Ringrazio tutti voi che manifestate, con la vostra partecipazione alla festa del Sacro Cuore, il desiderio di accrescere la nostra fraternità sacerdotale. Così mentre festeggiamo il Sacro Cuore di Gesù, accogliamo il messaggio fondamentale del Vangelo: Dio è amore. In modo suggestivo l’icona del Sacro Cuore di Gesù ci sospinge ad amarci gli uni gli altri rendendo così visibile l’amore di Dio che è in noi.
In questo spirito di fraternità e di comunione, riflettiamo insieme sulla nostra missione per poter operare insieme, in una pastorale non a caso detta ‘pastorale di insieme’, che affronta le sfide del tempo e del territorio, condividendo le attenzioni e le iniziative per rendere più missionaria la nostra azione ecclesiale. Le indicazioni che offrirò nascono dall’amore alla nostra Chiesa diocesana. Sono certo che questo amore coinvolge tutti noi, sacerdoti, come coinvolge anche tutti i fedeli laici, perché l’amore non fa distinzioni, neppure tra sacerdoti e laici. Tutti siamo chiamati ad amare la Chiesa diocesana, nostra madre. E nella Chiesa nostra madre, la misura dell’amore non è data unicamente dal lavoro che compiamo, dal ruolo che svolgiamo, dall’importanza che noi diamo a quel lavoro e a quel ruolo. Al primo posto sta l’amore: così siamo nella Chiesa e lavoriamo come Chiesa, sapendo che nell’amore il lavoro porta frutti. Proprio perché amiamo la Chiesa diocesana, la sentiamo nostra e ci facciamo carico di essa, vivendo in amicizia e in solidarietà con tutti i suoi membri.
Come sappiamo, nello scorso mese il decimo Consiglio Presbiterale ha concluso i suoi lavori: in cinque anni ha tenuto ventisette assemblee. Gli argomenti, oggetto di riflessione e di dibattito, sono stati parecchi. Tra questi spicca l’argomento “Pastorale della montagna”, con un documento presentato all’assemblea il 2 dicembre 2010 e votato il 3 febbraio 2011. Il Consiglio Presbiterale ha ritenuto di affidare a questo nostro incontro il compito di indicare alcuni orientamenti pastorali di attuazione. Alla luce della riflessione e del dibattito confluito nel documento, volentieri cerco di mettere a fuoco e di precisare alcune linee direttive. A fondamento di queste impegno ci deve essere una rinnovata presa di coscienza del nostro essere Chiesa e della nostra corresponsabilità pastorale che, in nome di Cristo, siamo tutti chiamati ad esercitare. Su questo aspetto è necessario soffermarsi, innanzi tutto per collocare la questione della pastorale della montagna all’interno della nostra pastorale diocesana. Considero inoltre queste indicazioni pastorali frutto di quella Missione Popolare diocesana che stiamo realizzando con l’aiuto dello Spirito Santo.

1. Il dono e l’impegno della comunione

Permettetemi di ripetere ciò che dissi lo scorso anno: “Siamo qui per condividere l’amicizia tra noi, come fratelli che vivono nell’unico presbiterio. E soprattutto siamo qui a condividere l’amicizia con il Signore Gesù. Perché la fraternità del presbiterio è in stretta connessione con la nostra identità di presbiteri, che si fonda sul nostro essere discepoli, sulla relazione di amicizia con Gesù, sul rimanere nel suo amore (Gv 15,9)”.
Proprio nell’amicizia con il Signore Gesù e tra noi, desidero ringraziare Dio insieme a tutti voi per il bene che ci ha dato di compiere nelle forme e nei modi più diversi. Penso a voi, cari parroci, che non vi risparmiate nel guidare le comunità a voi affidate. Sento il dovere di manifestare a tutti il mio apprezzamento per il lavoro che svolgete con dedizione e con entusiasmo. Resto spesso ammirato nel vedere la grande sensibilità nell’esercizio del vostro ministero presbiterale e la generosa dedizione dell’intera esistenza al Signore. Sono certo che, nonostante le difficoltà, che non mancano, voi non vi lamentate per il “pondus diei et aestus”, il peso del giorno e il caldo, come invece avvenne per i lavoratori della parabola evangelica che hanno sopportato il peso della giornata e il caldo (Mt 20,12). Semmai, ma la cosa è comprensibile e certamente non in contrasto con l’insegnamento evangelico, per molti si fa sentire il pondus annorum, il peso degli anni, così come appare a tutti pesante il cumulo di responsabilità che il ministero comporta. Permettete che rivolga una speciale parola di affetto a quanti sono i più anziani e che continuano a svolgere generosamente e in varie forme il ministero pastorale. Sono convinto che esista un eroismo quotidiano, spesso nascosto, nei nostri sacerdoti, l’eroismo di chi sa bene che la bellezza e la grandezza del sacerdote consistono nell’essere servi del gregge del Signore, un gregge da servire fedelmente nella quotidianità, davanti a Dio.
Vorrei che da parte di tutti fosse genuino e doveroso il canto del ringraziamento per la bellezza del nostro ministero, bellezza non oscurata dalla opacità dei nostri limiti, dalla stanchezza dell’età e del lavoro e dalle nostre molte insufficienze. Vorrei pure rendere grazie con tutti voi per il cammino, lento ma continuo, di comunione: sappiamo che questo è l’anelito del Cuore di Cristo e non può non essere desiderio vivo di tutti noi. In questa crescita di comunione tra noi, non dimentico il servizio di comunione che ogni pastore è chiamato a svolgere perché siano buone le relazioni all’interno della comunità e perché sia sincero il dialogo con ogni persona di buona volontà. Così la nostra Chiesa è segno di Dio nella storia, come ci ricorda il primo numero della Lumen Gentium: “la Chiesa è, in Cristo, in qualche modo il sacramento, ossia il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano”.
Certo, non sempre il segno è trasparente, lo sappiamo. Per questo all’inizio della celebrazione eucaristica, confessiamo a Dio i nostri peccati e invochiamo la preghiera dei nostri fratelli, quelli che sono in cammino con noi e quelli giunti alla beatitudine: “precor (…) et vos, fratres, orare pro me ad Dominum Deum nostrum”. Nella certezza della misericordia di Dio e della preghiera dei fratelli, possiamo sempre essere operatori di comunione, considerando tutti come fratelli da amare e da aiutare con tutto noi stessi, sull'esempio di Cristo. Chiediamo con insistenza che il Risorto effonda su tutti noi il suo Santo Spirito perché si compia il desiderio del Padre: che tutti abbiano la vita, la vita di Dio, la vita di amore e di comunione. Lo Spirito ci renda partecipi della comunione trinitaria, ci faccia vivere della stessa vita della SS. Trinità. Questo mistero di comunione è fonte di fiducia e di speranza anche per la nostra vita pastorale. Se ci lasciamo condurre dallo Spirito di comunione, rafforziamo non solo la fraternità sacerdotale ma intensifichiamo anche la comunione ecclesiale e la corresponsabilità di tutti i fedeli. Ciascuno porta nella vita ecclesiale le sue qualità ma anche i suoi limiti e le sue pigrizie: tutti diventiamo più disponibili alla generosità, pur sapendo che siamo segnati da molte inerzie e da molte fatiche. La vastità del nostro territorio, la diversità dei luoghi e la complessa tipologia della popolazione sono una caratteristica del nostra realtà ecclesiale: sono una ricchezza grande e bella, ma esigono anche un laborioso impegno per edificare la comunione ecclesiale. Coltiviamo con particolare cura questo impegno a tutti i livelli, perché cresca la comunione entro le singole comunità e tra le comunità all’interno delle unità pastorali, nel vicariato e nella diocesi.

2. La pastorale della montagna e la chiesa diocesana

La pastorale della montagna è questione di tutta la diocesi. Sappiamo bene che due terzi della nostra diocesi è territorio collinare e montagnoso, un territorio, peraltro, molto vasto e anche molto complesso nella sua articolazione geografica. Sappiamo pure molto bene, come il documento evidenzia, ciò che questa situazione comporta: spopolamento, età media elevata, scarsità di attività economica locale, minor presenza di servizi. Nel documento presentato si accenna anche allo “spopolamento pressoché totale in un discreto numero di casi”. Questo cenno allo spopolamento quasi totale mi ha richiamato alla mente una relazione che ho avuto modo di leggere in questi giorni, una relazione sui molti ‘paesi fantasma’ o ‘borghi abbandonati’ della nostra Italia, paesi di origine antica con una propria identità e una propria storia, un tempo abitati ma poi lentamente abbandonati o quasi abbandonati. Anche se è difficile definire i criteri per identificare e classificare questi cosiddetti ‘borghi abbandonati’, nella relazione si afferma che “questa realtà (è) composta da 5.838 ‘paesi abbandonati’”. È una cifra davvero notevole: essa “rappresenta infatti il 72% di tutti i comuni italiani (sono circa 8.000 i comuni italiani)” (G. A. Montoli, Paesi fantasma e borghi da vivere: un patrimonio italiano, in Maggi Group Real Estate, Rapporto 2010. L’andamento del mercato immobiliare. Focus su Piacenza, Lodi e Milano, XI Edizione, Anno 2011, p. 25).
È difficile dire se la nostra situazione diocesana rifletta o accentui una situazione largamente diffusa in molte altre diocesi dell’Italia. In ogni caso, la descrizione della situazione del nostro territorio attuata nel documento presentato al Consiglio Presbiterale è precisa e anche severa: nel documento non si esita a parlare di mancanza di “prospettiva di futuro”, in quanto mancano l’economia, il lavoro, i servizi in molte zone collinare e montagnose della nostra diocesi.
Noi non siamo certamente in grado di offrire prospettive di futuro rispetto alla situazione economica-lavorativa. Ma dobbiamo offrire segni di speranza, come già è stato fatto nel passato. Sapendo però che, a differenza del passato, le risorse disponibili sono assai limitate: è molto diminuito e diminuirà di molto il numero dei sacerdoti a sevizio delle comunità. Sapendo anche che, per continuare ad essere un segno di speranza in montagna, come anche negli altri territori e nei diversi ambienti di vita (pensiamo in particolare alla pastorale giovanile e vocazionale), noi dobbiamo attuare innanzi tutto forme di pastorale di insieme: è una necessità urgente. Così come è necessario e urgente ritrovare ciò che è veramente essenziale nella nostra missione: altro punto, questo, meritevole di approfondimento.

3. Il cammino verso la corresponsabilità

I segni di speranza che provengono dal passato anche recente della nostra Chiesa sono tanti. Grazie alla receptio dell’insegnamento conciliare e al Sinodo diocesano (1987-1991), la nostra Diocesi ha preso coscienza di essere popolo di Dio, invitato a diventare sempre più vivo e operoso nel cuore della vita, nei paesi come nella città, attraverso l’azione coordinata e responsabile di tutte le sue componenti. La Missione popolare in preparazione al Grande Giubileo del 2000 ha consentito alla nostra comunità ecclesiale di prendere coscienza del fatto che il mandato di evangelizzare non riguarda solo alcuni ma tutti i battezzati. La Missione popolare che stiamo realizzando in questi anni va nella stessa direzione: far maturare in noi, battezzati in Cristo Gesù, la gioiosa consapevolezza di appartenere all’unico popolo di Dio e di diventare narratori della speranza cristiana in tutti i luoghi e in tutti gli ambiti.
Non deve stupire se la Missione popolare vuole innanzi tutto promuovere la crescita missionaria di quanti sono già assidui nelle parrocchie: essi sono il nucleo della comunità e devono diventare il fermento per tutti gli altri. Queste comunità hanno la gioia di riscoprire la loro identità e la loro capacità di annuncio e di testimonianza, lasciandosi educare all’ascolto orante della Parola di Dio e accogliendo le domande, spesso inespresse, dei fratelli bisognosi di luce.
La Missione non si rivolge alle persone considerandole solo come destinatarie di un messaggio, ma sono piuttosto chiamate a rispondere a un invito, anzi all’invito di Cristo. Noi siamo Chiesa, perché Cristo, Parola eterna del Padre, ci convoca, ci raduna, ci immette nella sua amicizia, ci fa suo popolo, ci invia a continuare la sua missione.
Si tratta di risvegliare in tutti noi la fede in Dio e il nostro essere Chiesa. Perché la fede ecclesiale è per tutti un segno della presenza dell’amore di Dio e deve esserlo in modo sempre più limpido e riconoscibile. La fede è relazione profondamente personale con Dio, ma con una essenziale componente comunitaria. Ravviviamo questi legami che sono inseparabili: il legame intimo e personale con Dio e il legame con la comunità, sperimentando la bellezza e la gioia di essere uniti al Padre e di essere uniti ai fratelli e alle sorelle. Vivere la relazione di figlio e di fratello/sorella è particolarmente importante oggi. Lo è per tutti, lo è in particolare per i giovani, maggiormente esposti al crescente individualismo della cultura odierna che, come ben sappiamo, comporta come inevitabili conseguenze l’indebolimento dei legami interpersonali e l’affievolimento delle appartenenze. Nella fede in Dio siamo uniti nel Corpo di Cristo e diventiamo partecipi della sua relazione con il Padre: così, tutti uniti nello stesso Corpo, esperimentiamo e viviamo la comunione tra di noi.

Molta strada tuttavia resta ancora da percorrere. Troppi battezzati non si sentono parte della comunità ecclesiale e vivono ai margini di essa. Pochi sono, in proporzione al numero degli abitanti delle parrocchie, i fedeli laici che sono pronti a rendersi disponibili per lavorare nei diversi campi. O forse non siamo ancora in grado di suscitare vocazioni alla corresponsabilità, capaci di rispondere all’invito della missione. Sappiamo che non è semplice passare dalla considerazione dei fedeli laici come nostri ‘collaboratori’ – di noi, sacerdoti – al riconoscimento di ‘corresponsabili’ dell'essere e dell’agire della Chiesa, favorendo il consolidarsi di una coscienza solida in tutti i battezzati di essere Chiesa. Non è facile, ma dobbiamo renderci conto che questa è la strada da percorrere. Non è una scelta, come a volte si dice, è una strada obbligata: proprio per questo deve essere scelta perché sia la nostra strada. Mai dimenticando che questo passaggio non diminuisce affatto la responsabilità dei parroci. Occorre un cambio di mentalità che ci interpella come sacerdoti, così come interpella i fedeli laici. Nel rispetto delle vocazioni diverse e dei ruoli dei ministri ordinati e dei laici, occorre promuovere la corresponsabilità di tutti i membri del popolo di Dio.

4. La sfida della trasmissione della fede

Pur sapendo bene che le difficoltà di vario genere non mancano, noi, per essere fedeli al mandato del Signore, non possiamo rassegnarci alla conservazione dell’esistente. Anche perché vi sono ormai segnali che ci costringono a constatare l’incepparsi della trasmissione della fede, soprattutto in riferimento alle nuove generazioni. Questa è la grande sfida da affrontare, come ci viene indicato dal Santo Padre e dagli Orientamenti pastorali della Chiesa italiana. Questa sfida vale sia per la montagna che per la pianura, sia per i piccoli centri che per la città di Piacenza e di altri contesti urbani.
Il Signore ha mandato i suoi discepoli nel mondo e continua a inviare anche noi per la missione senza indicarci con precisione le vie da percorrere, senza offrirci una strategia definita. Ma il Signore ci ha assicurato la sua presenza: questa è la certezza di fondo. E questo è l’invito di Gesù, anch’esso fondamentale: praticare il suo stile, lo stile di Gesù. Noi siamo al suo sevizio: è lui che, con lo Spirito, chiama e attrae a sé per offrire a tutti la vita e la gioia piena.
Fiduciosi nella grazia dello Spirito, che Cristo risorto ci ha garantito, dobbiamo far fronte alla sfida della trasmissione della fede. Non solo e non tanto per il ‘fare’ della nostra Chiesa, ma per l’ ‘essere Chiesa’, non solo per migliorare o riformulare l’impostazione pastorale in montagna e in pianura, ma per aiutarci ad essere popolo di Dio nel Corpo di Cristo, per non smarrire la nostra identità e per non venire meno alla nostra missione.
La Chiesa esiste per la missione e nello stile evangelico affronta le sfide. Nella nostra realtà diocesana sono molti i frutti della missione ecclesiale del passato, missione che ha segnato la storia, il costume, il volto delle comunità. Passando nelle vallate, non si può fare a meno di scorgere i tanti campanili, segni di una tradizione ricca e coraggiosa. Forse oggi a noi risultano troppi questi campanili, sia per il ridotto numero di sacerdoti sia per le molte strutture, che esigono cura, tempo e danaro. Ma non possiamo non esser stupiti e ammirati nel vedere i tanti segni della fede del popolo di Dio che, pur nelle ristrettezze economiche e nelle difficoltà dei tempi, ha pensato alla trasmissione della fede e ha favorito il senso di appartenenza ecclesiale, conservando con cura le antiche chiese o costruendo nuove chiese. Anche per i cristiani dei secoli passati non è stato semplice né facile porre segni di speranza. Ma l’hanno fatto con fiducia e con gioia. La memoria di questi nostri fratelli dice a noi che occorre partire da qui, dalla fiducia e dalla gioia. Questo è l’atteggiamento di fondo dei discepoli del Cristo Risorto. La fiducia e la gioia sono la base della vita credente e sono la prima forma della missione. Noi sacerdoti e le nostre comunità dobbiamo aprici a questo dono pasquale. Così nella nostra preghiera, nella pratica della fraternità, nella pienezza di umanità, nella carità vissuta come pratica quotidiana attestiamo la bellezza dell’opera di Dio che in Cristo ci ha riconciliati in lui e ha invitato noi a fungere da ambasciatori, come se Dio esortasse per mezzo nostro: “vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio” (cf 2 Cor 5, 17-20).

5. La vicinanza

La vicinanza della Chiesa alle persone e al territorio – la parrocchia come casa tra le case – è l’attenzione pastorale di base. Nel passato questa vicinanza è stata espressa sia in montagna (non sopprimendo le parrocchie, anche se molto piccole) come anche nelle periferia di Piacenza, con la costruzione di nuove parrocchie. Come la parrocchia è casa tra le case, così è il prete, uomo in mezzo agli uomini: per favorire l’incontro delle persone con Cristo.
Come esprimere la vicinanza della Chiesa senza riferirci esclusivamente all’edificio-chiesa, al campanile e neppure alla figura del sacerdote? Certo, siamo ben consapevoli dell’importanza del parroco in una comunità. Nella Nota pastorale dei vescovi italiani Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia troviamo scritto: “senza sacerdoti le nostre comunità presto perderebbero la loro identità evangelica, quella che scaturisce dall’Eucaristia che solo attraverso le mani del presbitero viene donata a tutti” (n.12).
Allora ci poniamo seriamente la questione: come esprimere la vicinanza della Chiesa, sapendo che i sacerdoti sono pochi (e diminuiranno di molto) e che la comunità cristiana, che ha bisogno di nutrirsi dell’Eucaristia, non potrà gioire di questo dono ogni domenica. Credo che, come è già avvenuto in altre fasi della nostra storia cristiana, il futuro della vita cristiana e della nostra Chiesa dipendano dalla missionarietà di tutto il popolo di Dio e dal moltiplicarsi di piccole comunità o di gruppi di fedeli, come ‘luoghi’ dove è possibile sperimentare la fede in Cristo, organizzare la speranza ed esercitare la carità.

6. La qualità della celebrazione eucaristica

Spesso la pastorale della montagna – ma, in verità, non solo la pastorale della montagna – sembra essere ricondotta alla celebrazione domenicale dell’Eucaristia, come se non contassero gli altri giorni della settimana e come se non esistessero altre forme di celebrazione.
Riconosciamo tutti la centralità dell’Eucaristia: Ecclesia de Eucharistia è il titolo dell’ultima enciclica pubblicata dal beato Giovanni Paolo II (17 aprile 2003). Sappiamo pure molto bene l’importanza della celebrazione domenicale dell’Eucaristia. La Chiesa come popolo che “Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di lui” (1 Pt 2,9) si edifica e cresce con l’Eucaristia.
Ma dobbiamo chiederci con onestà se nelle nostre celebrazioni proclamiamo le opere meravigliose di Dio e se edifichiamo veramente la comunione. Dobbiamo con serietà domandarci se il nostro modo di celebrare l’Eucaristia ci introduce alla bellezza del mistero, se alcune nostre celebrazioni sono davvero celebrazioni della liturgia cristiana, se sono “la modalità con cui la verità dell'amore di Dio in Cristo ci raggiunge, ci affascina e ci rapisce, facendoci uscire da noi stessi e attraendoci così verso la nostra vera vocazione: l’amore» (Sacramentum caritatis n. 35).
Nulla di strano in questi interrogativi: dobbiamo sempre nuovamente imparare a custodire – vorrei anche dire, spero senza eccedere – e imparare a difendere la celebrazione eucaristica perché manifesti, comunichi, attraverso i segni sacramentali, la vita divina e riveli agli uomini e alle donne il volto della Chiesa. Dobbiamo custodire, e forse anche difendere, la celebrazione eucaristica per offrire alla comunità la grazia di sperimentare la bellezza del mistero di Cristo, la gioia di essere ‘assemblea’ convocata. Pensiamo anche al sacerdote celebrante e chiediamoci come possa svolgere il suo servizio nella rincorsa affannosa delle varie celebrazioni.
Stiamo per celebrare il Congresso eucaristico nazionale, che si terrà ad Ancona il prossimo mese di settembre. Ritengo che nelle diverse comunità, oltre ai momenti di celebrazione in sintonia con la Chiesa italiana, vi possano essere anche momenti di approfondimento per aiutarci a ricuperare il senso genuino della celebrazione eucaristica.

Possiamo e dobbiamo procedere con fiduciosa convinzione in questa direzione. Anche per evitare la contro-testimoninanza di ciò che è la Chiesa. Sarebbe infatti molto strano se la Chiesa, “sacramento visibile dell’unità” dell’umanità, contribuisse, con una artificiosa suddivisione della comunità ecclesiale in minuscole parrocchie, ad accrescere il senso della frammentazione, anziché a porre segni di unità. Naturalmente questi segni di unità sono da porre non solo a livello celebrativo, ma anche a quello della concreta vita quotidiana della comunità ecclesiale e, quindi, dell’effettiva testimonianza di vicendevole servizio, di corresponsabilità dell’animazione delle comunità, di preghiera fatta insieme, di meditazione della Parola di Dio.
La direzione su cui procedere può contribuire a valorizzare sul serio le Unità pastorali, che in alcuni casi necessitano di revisione. Credo anche che, per valorizzare l’Unità pastorale, occorra soprattutto valorizzarne il centro, puntando decisamente su quelle comunità che hanno più servizi, specie scolastici e sociali. È a partire da un centro che si pensa e si lavora pastoralmente, dando così volto e figura all’Unità pastorale in una logica integrativa e in una visione di pastorale d’insieme. Questo spostamento di attenzione pastorale è molto importante: si tratta di mettere in conto un po’ di movimento, forse più nella nostra mente di ‘chierici’ che non in quella dei fedeli laici. Se la Chiesa ha un compito di sostegno nella ricerca della salvaguardia delle piccole comunità, essa deve dare il proprio contributo offrendo la testimonianza dell’unità. E questo vuol dire concretamente che offriamo un futuro alle nostre piccole parrocchie se le aiutiamo anche a convergere verso centri più popolati, in modo che vi sia una maggiore corrispondenza tra la comunità ecclesiale e la concreta realtà umana e culturale dei nostri paesi, assicurando la nostra vicinanza anche con celebrazioni significative.

7. L’équipe animatrice e il referente parrocchiale

Nel documento presentato al Consiglio presbiterale si legge: “si sta cercando di far nascere la figura, oltre quella del parroco e del diacono, del referente parrocchiale che tenga i rapporti tra il parroco e la singola parrocchia”. Accolgo la proposta: ritengo che si debba procedere su questa strada, in quanto l’esigenza è seria e merita di essere attuata. Suggerisco qualche spunto di approfondimento e un possibile cammino.
Innanzi tutto si tratta di dare effettivo spazio al riconoscimento di un compito diversificato ma condiviso all’interno dell’unica missione, come ci è stato ricordato dal Concilio Vaticano II (cf Apostolicam actuositatem, n. 2). Possiamo fare ricorso alla categoria di ‘ministero’ per caratterizzare i diversi profili vocazionali di quest’unica missione. Ma non dimentichiamo che questa categoria di ministero è ancora molto ecclesiastica. Ho il sospetto che il suo uso in riferimento alle vocazioni laicali abbia rischiato, e rischi tuttora, di non rispettarne la vera natura. Quindi facciamo pure ricorso a questo termine, ma con una certa prudenza, per evitare visioni molto clericali, al di là delle nostre lodevoli intenzioni. Il Concilio Vaticano II ha invitato i sacerdoti a immaginare e valorizzare il panorama vocazionale partendo dalla vocazione laicale ed esprimendola al plurale con questa espressione: “charismata laicorum multiformia” (Presbyterorum ordinis, n. 9, EV 1/1272).

Non è il caso, mi sembra, di precisare a priori la figura del referente pastorale, ma di farla crescere all’insegna della ministerialità, facendo leva sulla disponibilità, sulla cooperazione, sul volontariato. Forse non è neppure il caso di soffermarsi più di tanto sulla questione del nome ‘referente’, che in alcuni posti ha assunto una connotazione anche giuridica, con il rischio di non favorire né la comunione né la pastorale di insieme. Poiché si tratta di caratterizzazioni vocazionali-ministeriali che corrispondono a criteri di servizio ecclesiale, queste figure, più che di precisazioni teoriche, dovranno soddisfare a condizioni di natura operativa. Andranno quindi valutate secondo la loro valenza pratica, in base alle scelte verso cui muovono, agli equilibri di valori che orientano, al servizio che prestano. Oltre che pratici, saranno poi i giudizi storici che diranno se, nel tempo, queste caratterizzazioni avranno promosso veramente la missione evangelizzatrice della Chiesa in un rapporto vivo e stretto tra Chiesa, vita quotidiana e territorio, nella fedeltà allo Spirito e ai suoi segni nei tempi.
Si tratta di partire da una disponibilità laicale che spesso esiste di fatto, quasi spontanea oppure già voluta dal parroco e in qualche modo riconosciuta dalla gente. Spesso questo servizio informale è limitato a una sola persona, attiva da tempo e assai generosa. Si tratta di allargare il senso di questa ministerialità diffusa, valorizzandola, promuovendola, precisandola. Senza cadere in vuote formalità e senza enfatizzare la responsabilità – si richiede un servizio che è possibile a tutti coloro che amano la Chiesa di cui sono membri –, occorre impegnarsi per far crescere la disponibilità a servire la comunità parrocchiale perché sia viva e svolga la sua missione.
Più che puntare su una singola persona, è quanto mai opportuno favorire la crescita di un gruppo di persone capaci di aiutare la comunità a non essere passiva, ma protagonista, lavorando insieme in modo coordinato, facendo sintesi delle varie esigenze. Una équipe animatrice del territorio, composta da tre o quattro membri, è già un grande segno di responsabilità battesimale e di missione evangelizzatrice ed è già quella prossimità dell’azione della Chiesa che agisce, come lievito, nel vissuto umano, con percorsi di missione semplici e immediati (dalla visita all’ammalato e alle famiglie ad altri servizi pratici).
Sarà opportuno prendere in attenta considerazione la proposta dell’équipe animatrice perché dalle esperienze in atto nei vari paesi si ricava che sono queste piccole comunità a offrire frutti migliori rispetto alle figure singole di ‘referenti’ od ‘operatori pastorali’. Infatti le figure singole, senza essere inserite in un piccolo gruppo, rischiano di non essere sempre l’espressione della prossimità, della comunione, della collaborazione (come ad esempio è avvenuto nella Chiesa tedesca, ed anche in altri luoghi in cui la figura del referente si è molto clericalizzata e burocratizzata).
Tramite questa équipe animatrice, in cui già vi sono funzioni diverse, tutte al servizio della comunità, si potrà successivamente individuare qualcuno (uomo o donna, anziano o giovane) cui viene chiesto il servizio di coordinamento per venire incontro all’esigenza di rendere non solo viva ma unita la comunità parrocchiale.
Queste indicazioni valgono per ogni realtà parrocchiale. Ma soprattutto nelle parrocchie ove il presbitero non è residente, è necessario che la comunità parrocchiale, a cominciare dal parroco o dall’amministratore parrocchiale, si senta impegnata ad una azione di promozione e di discernimento per arrivare poi a fare la proposta di servizio a qualche fedele laico riconosciuto idoneo e stimato dalla popolazione. Il servizio potrà essere precisato per tappe, da percorre con il parroco, passando da una collaborazione di base, minima ma sempre preziosa, ad responsabilità più articolata e continua.
Naturalmente si dovrà pensare alla formazione delle persone che si rendono disponibili per far parte delle équipe animatrici e diventare poi coordinatori o referenti pastorali. Vista la nostra situazione geografica che rende difficile la partecipazione a iniziative diocesane organizzate a Piacenza, si dovrà pensare di dare vita nei vari territori a momenti di formazione secondo una proposta diocesana. Si tratta di favorire un accompagnamento formativo non solo teorico ma anche pratico (partecipando in modo collaborativo nel Consiglio pastorale, ad esempio: l’occasione è buona perché l’Unità pastorale abbia il suo Consiglio pastorale), mirato non solo alla crescita della vita cristiana ma anche della ecclesialità concreta che si esprime in rapporti reciproci costruttivi sia con la comunità che con il parroco. Si dovrà anche pensare ad un mandato comunitario, pubblico, temporaneo, in cui far risaltare la ministerialità, la vocazionalità, la volontarietà, lo spirito di servizio, le relazioni di gratuità e di comunione.
Concludo. Sarà bene ricordare che la missione ecclesiale non si fonda sulle nostre capacità umane, ma sullo Spirito, sul suo dinamismo e sulla sua grazia. Ciò che è avvenuto per gli apostoli, diventati testimoni coraggiosi e resi capaci di trasmettere la loro fede in Gesù risorto, avviene anche in noi e avviene anche nelle nostre comunità. Lo Spirito Santo ci dona la capacità di dire e di testimoniare che Gesù è il Cristo, con ‘franchezza’, con entusiasmo, con fiducia. Invochiamo allora lo Spirito Santo e lasciamolo agire in noi, per avere anche in noi entusiasmo e fiducia e per donare entusiasmo e fiducia alle nostre comunità.

Adempimenti e incarichi

- Affido a ogni parroco il compito di dare lettura, almeno sintetica, di questi orientamenti nelle prossime riunioni del Consiglio pastorale della parrocchia, dell’Unità pastorale (ove esiste) e nei gruppi parrocchiali per discutere insieme come cercare di attuarli.
- Incarico i Vicari Episcopali territoriali e i Moderatori delle Unità pastorali di promuovere una valutazione coordinata delle celebrazioni eucaristiche domenicali e di riflettere insieme sull’attuazione degli orientamenti indicati.
- Incarico il Vicario Generale e i Vicari episcopali territoriali di promuovere i necessari confronti per favorire le forme più opportune per un cammino orientato ad un’effettiva pastorale di insieme, con una pratica pastorale più condivisa, nelle Unità pastorali e nelle zone pastorali. Una particolare attenzione deve essere dedicata alla pastorale giovanile, coinvolgendo il Direttore della Pastorale giovanile.
- Incarico il Vicario Generale e i Vicari territoriali di dare vita a uno scambio tra le comunità ecclesiali di montagna e di pianura. Iniziamo già con il prossimo periodo estivo, trovando alcuni sacerdoti disponibili per le celebrazioni domenicali in montagna, ma pensiamo anche all’inverno per vedere se vi è la possibilità di un aiuto infrasettimanale da parte di sacerdoti che operano in montagna.
- Incarico il Vicario generale, insieme al Vicario della pastorale, ai Vicari territoriali e ai direttori degli Uffici della Curia di dare vita a momenti di formazione specifica per le persone che si rendono disponibili per animare la comunità, per nuovi percorsi di missione, per il coordinamento della parrocchia come possibile referente. Si preveda anche una possibile forma di ‘mandato’ sia al piccolo gruppo di animazione sia possibile referente. Si esamini anche l’opportunità o l’obbligatorietà di inserire queste persone nell’Associazione Priscilla.
- Incarico l’Economo diocesano, insieme al Vicario Generale, al Direttore dell’Ufficio beni culturali e a un gruppo di consulenti, di valutare e attuare ciò che può essere fatto per una maggior corresponsabilità laicale riferita alla gestione e alla cura degli immobili e all’amministrazione delle risorse della comunità.

+ Gianni Ambrosio, vescovo