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sabato 23 marzo 2013

Il sogno: Francesco Papa, Scalabrini santo

O adesso o chissà quando. Nella casa madre degli Scalabriniani è la prima cosa a cui hanno pensato. In Curia il vescovo Gianni Ambrosio è la prima riflessione che ha fatto, a caldo, mentre la tv ancora inquadrava piazza San Pietro. Se Jorge Mario Bergoglio, figlio di migranti italiani, è diventato Papa, dietro c'è il grande lavoro del vescovo Giovanni Battista Scalabrini, il vescovo degli emigranti.


Proclamato Beato nel 1997, il prossimo gradino è quello della santificazione. O adesso, dicevamo, o chissà quando.

In via Torta vengono i brividi al solo pensarci. «Ne abbiamo parlato a tavola - confessa padre Stelio Fongaro -, sappiamo che è possibile e naturalmente saremmo molto felici se il cammino arrivato alla beatificazione procedesse». Grazie alla sensibilità del nuovo pontefice. Padre Fongaro è stato per due volte in Argentina a predicare gli esercizi spirituali agli Scalabriniani. La prima nel 1985, quando Bergoglio stava per partire per il dottorato in Germania; la seconda nel 1996, appena prima che divenisse arcivescovo coadiutore di Buenos Aires (Baires). «Era una figura conosciuta e seguita e tra i nostri padri se ne diceva un gran bene» ricorda. «E' vero quello che ha detto il vescovo Ambrosio - è d'accordo -, Scalabrini starà esultando». «Sosteneva proprio che se i migranti sono seguiti - continua -, mantenendo la loro cultura, la loro lingua, la loro religione, così manterranno la fede e saranno loro gli evangelizzatori delle Americhe. Era questo il pensiero di Scalabrini che chiamava le Americhe la terra promessa del Cattolicesimo». Comportamenti che non erano affatto scontati se è vero che «gli americani - evidenza padre Fongaro - si chiedevano che razza di cattolici fossero gli italiani che una volta sbarcati cambiavano la loro religione». Dunque la vocazione di Jorge Mario Bergoglio e il suo diventare Papa è anche il frutto del prezioso lavoro di Scalabrini.

Padre Sante Zanetti, economo generale della congregazione, conosce bene papa Francesco, per averlo incontrato più volte negli anni passati in Argentina come superiore provinciale, dal 2001 al 2007. Sabato scorso era a Piacenza per una riunione, poi è volato a Roma, dove risiede, e dove ha assistito, sorpreso come tutti, all'elezione del nuovo pontefice. Nei prossimi giorni andrà a trovarlo, ricordando i vecchi tempi tempi e magari cominciando a parlare della santificazione di Scalabrini.

«Papa Francesco è una persona decisa - ne tratteggia i caratteri -, di grande cultura, con una preparazione che non fa pesare a nessuno, semplice, breve, non grida mai; oltre ad aver sposato la causa dei poveri è una persona che ha scelto di vivere povero e lo dimostra con cose molto concrete, con la sua maniera di viaggiare e di parlare». Ha dimostrato sempre quell'attenzione ai migranti, frutto di quella sua esperienza di figlio di piemontesi: «Il giorno del migrante veniva a celebrare nel nostro santuario, e si presentava molto spesso alle manifestazioni di chiesa in favore degli oppressi sul lavoro o contro la tratta delle persone».

Ancora: «Ricordo che veniva nelle bidonville con i nostri seminaristi, luoghi in cui la polizia non entra; lui girava con la sua borsa in mano attorniato dai bambini che gli facevano festa».

«Ogni volta che lo incontravo - prosegue - trovavo sempre una persona affabile, semplice. Mi diceva di andare in episcopio alle 8 del mattino e che mi avrebbe aperto lui la porta».

Sulla conoscenza del carisma di Scalabrini non ci sono dubbi. «In una delle ultime sue presenze nel santuario della Madre dei migranti - racconta padre Zanetti - invocava Scalabrini come il protettore di tutti coloro che hanno lasciato la loro patria. Ribadiva spesso la sua origine migrante. Una volta venne in Italia, in Piemonte. Prima di ripartire per Buenos Aires si portò via un sacchettino di terra del suo paese».

Federico Frighi

15-3-2013 Libertà




sabato 22 ottobre 2011

Missione dei migranti, occasione d'unità per la Chiesa

Pubblichiamo il testo integrale dell'articolo di padre Gaetano Parolin, superiore degli Scalabriniani di Piacenza, in occasione della Missione Popolare dei migranti che si terrà domani pomeriggio nel duomo di Piacenza.

Costumi, danze e canti. Bandiere, stendardi e icone. Porteranno il meglio della loro cultura, i migranti che domenica 23 ottobre, alle ore 16 in Duomo, celebreranno la Missione dei migranti. Il titolo potremmo sembrare improprio. E’ infatti la Chiesa che sente una missione per i migranti. No, esiste anche una missione dei migranti, un contributo che solo loro possono portare alle nostre comunità. Del resto, questo è evidente dal punto di vista demografico, sociale e culturale. La dimensione religiosa non ne è esente. La vivacità, il senso della festa, la partecipazione sono tratti che li caratterizzano da un punto di vista religioso e dai quali qualcosa possiamo imparare.
Ma porteranno soprattutto la loro fede, da condividere con i fratelli italiani. Che pertanto sono caldamente invitati a partecipare, per testimoniare che anche la nostra comunità diocesana è una chiesa cattolica, composta cioè di gruppi e di espressioni diverse, ma uniti dalla stessa fede, dalla stessa speranza e dalla stessa carità. E’ questa la cattolicità vera, che potremmo chiamare sociologica, perché abita e caratterizza anche il nostro territorio. Siamo una società multietnica, che comprende diverse espressioni, denominazioni e religioni. La missione non è il movimento di un gruppo verso l’altro, ma la tensione di tutti verso l’unità.
Nel secondo anno della missione diocesana popolare le tematiche affrontate erano particolarmente significative per i migranti. Si parlava di relazioni, di fragilità, di cittadinanza. Il tema proposto per il prossimo avvento è addirittura l’ospitalità, l’accoglienza. E’ la dimensione della Chiesa che vuole essere accogliente dell’altro, del diverso, del migrante. Non dev’essere però una dimensione a senso unico. Rischierebbe infatti di creare relazioni non di fraternità, ma di potere. Il migrante infatti vuole anche offrire, condividere, partecipare. Non si presta infatti a fare il più piccolo, il più debole, perché noi possiamo esprimere la nostra superiorità, anche nell’ospitalità. Il riconoscimento, l’accoglienza, crea sempre un circuito, una relazione reciproca, una danza, in cui tutti ci troviamo gli uni di fronte agli altri, in cui tutti siamo accolti e accoglienti, riconoscenti e riconosciuti. La missione per i migranti non mira ad assistere un gruppo di emarginati, ma ad essere Chiesa insieme.
“La missione dei migranti”, vuole sottolineare questa seconda dimensione. Sì, anche i migranti hanno una missione. Di rendere vera la cattolicità, di fare più bella l’unità, perché più ricca, più varia, meno omologante.
Il rapporto tra missione e migrazioni è antico. Fin dall’inizio, la diffusione del Vangelo è stata legata alle reti migratorie. I movimenti migratori hanno costituito un elemento funzionale alla sua diffusione, come direbbe il grande teologo africano J.J. Hanciles. Il Cristianesimo è una religione di migranti, di stranieri che ospitano altri stranieri. Secondo lo stesso autore, stiamo anzi assistendo ad un rovesciamento di prospettiva. La missione, grazie sempre alle migrazioni, non ha più la direzione Nord-Sud del mondo, ma quella opposta, dal Sud al Nord. Dall’Asia, dall’Africa, dall’America latina arrivano gruppi e persone animate da uno spirito missionario molto più vivace di quello delle chiese europee o americane.
Il rapporto migrazioni-missione non ha però solo carattere storico. E’ anche ma teologico. Le migrazioni aiutano ad approfondire, direi a modificare il concetto stesso di missione. Tanto che oggi si parla della missione per e con i migranti come il nuovo paradigma della missione stessa della Chiesa. La missione è infatti sempre straniera. Non è nostra, è di Dio. E’ la migrazione, l’estasi stessa di Dio, il movimento di Dio verso l’uomo, il suo mistero d’amore riversato nel mondo. Noi la condividiamo come un dono, come una grazia. Non è la Chiesa che ha una missione, ma è la missione che ha una Chiesa. La missione è sempre un movimento, non un andare geografico, ma un movimento esistenziale, un movimento dal centro ai margini, dove Dio è presente. E’ obbedienza e sinergia con lo Spirito, l’amore di Dio presente nel mondo. E’ incontro con l’altro e quindi con la propria verità. E’ relazione, cammino d’amore, profezia e comunione pentecostale, dove le differenze parlano lo stesso linguaggio.
La celebrazione di domenica 23 ottobre avrà anche carattere ecumenico. Alla processione che precede la Messa, verso le 15.30, parteciperanno la comunità greco ortodossa cattolica, la chiesa ortodossa macedone e la chiesa ortodossa romena, con danze e canti, assieme ai vari gruppi di migranti cattolici, che esibiranno le loro bandiere, le loro immagini sacre e animeranno la celebrazione eucaristica, presieduta dal Vicario Generale Mons. Giuseppe Illica, con i loro canti e le loro danze.
L’invito a partecipare è esteso quindi a tutti, comunità residenti e comunità immigrate, per testimoniare che formiamo la stessa Chiesa pellegrina, in cammino verso la patria vera e per condividere, nella varietà delle culture, la stessa fede, la stessa speranza, la stessa carità.

P. Gaetano Parolin, cs.,

venerdì 25 marzo 2011

L'Unità d'Italia vista da Scalabrini

Nel 150° dell'Unità d'Italia si può festeggiare l'Italia unita rifacendosi alla società di oggi e rivivendo il passato solo come un ricordo sbiadito, oppure si può festeggiare andando a rivedere che cosa è veramente accaduto 150 anni fa. Se si sceglie la seconda opzione, chi è cattolico scopre che c'è poco da festeggiare visto che l'Unità d'Italia venne vista in chiave anticattolica. Lo dice il cardinale Velasio De Paolis a Piacenza per i 50 anni di sacerdozio. Spiega anche l'unità d'Italia secondo il beato Giovanni Battista Scalabrini. Un pensiero d'inizio 900 che oggi sembra essere addirittura troppo avanti rispetto al contesto storico attuale.


«La patria non è fatta solo dagli italiani ma da tutti coloro che sono in Italia. Il beato Giovanni Battista Scalabrini ha invitato all'accoglienza dei migranti facendoli sentire all'interno di una comunità, operando per la costruzione di una comunità unita nel rispetto reciproco, non contro qualcuno o qualche cosa». Il cardinale Velasio De Paolis, presidente della Prefettura degli Affari Economici della Santa Sede, lo dice a Piacenza dove si trova per celebrare i 50 anni da sacerdote, suoi e di altri cinque confratelli scalabriniani. Una riflessione a margine della festa dei Missionari di San Carlo nella cattedrale dove per trent'anni fu vescovo il fondatore della congregazione e dove oggi è sepolto il beato Scalabrini. Sua eminenza ci tiene a mettere tutti i puntini sulle "i". «Centocinquanta anni fa Roma non apparteneva ancora all'Italia - dice mentre ripone i paramenti nella sacrestia del Duomo -. Da studioso non posso non osservare come l'unità che si celebra oggi si sia compiuta all'insegna dell'anticattolicesimo. Non si mette in discussione il valore unità d'Italia, ma l'animus con cui la si è cercata, un animus che non è ancora superato. Purtroppo». «L'unità degli italiani poi - continua -oggi non ha più senso. Viviamo in una cultura che non è più nazionale ma sovranazionale. In Italia oggi abbiamo parecchi milioni di immigrati. Questa è una cosa positiva. Dobbiamo abituarci a convivere ricordando che il nazionalismo è una brutta malattia. Quante guerre abbiamo fatto in nome dei nazionalismi. Un conto sono i valori etnici, un conto è l'assolutizzazione dei valori etnici. Il nazionalismo è una piaga, l'amore per la patria e suoi valori no». La messa per il Cinquantesimo è stata celebrata nella cappella del Santissimo Sacramento, accanto al sepolcro del beato Scalabrini. Altare davanti al quale il vescovo degli emigranti era solito sdraiarsi prono a pregare. «Nel 1961 eravamo in dodici ad essere ordinati sacerdoti nella chiesa di San Carlo, in via Torta. Oggi siamo rimasti in sette» evidenzia il cardinale De Paolis. «Sono felice di celebrare questo cinquantesimo nel luogo in cui Scalabrini ha vissuto ed è stato glorificato da Giovanni Paolo II» dice mentre indossa la casula che venne data proprio a papa Wojtyla. Durante la consacrazione, utilizzerà poi il calice che usava lo stesso Scalabrini. Ci sono i compagni di ordinazione e una quindicina di sacerdoti tra cui il parroco del Duomo, monsignor Anselmo Galvani, quello di San Paolo, monsignor Bruno Perazzoli, e, naturalmente, il superiore padre Gaetano Parolin.
Oltre al cardinale De Paolis, hanno celebrato il cinquantesimo anniversario di ordinazione padre Giovanni Baggio (inviato in Argentina), padre Lino Celeghin, padre Ermete Nazzani, padre Angelo Risoli. Padre Risoli e padre Nazzani sono entrambi piacentini (una vita rispettivamente in America Latina e Canada, in Australia e Stati Uniti). Cinquantanni di sacerdozio anche per padre Amerio Ferrari (piacentino) e per padre Domenico Rodighiero, assenti perchè ancora in missione in Belgio e negli Stati Uniti. «Abbiamo bisogno della parola di Dio - dice il cardinale - senza siamo smarriti nel mondo. Nel nostro cinquantesimo vogliamo dirgli grazie». «Si parla oggi di nuova evangelizzazione, sottolineando che forse c'è stato un periodo in cui l'evangelizzazione è mancata, perchè l'evangelizzazione è sempre nuova. Ecco la grande notizia che il sacerdote è sempre chiamato ad annunciare al mondo».
Federico Frighi


19/03/2011 Libertà

sabato 8 gennaio 2011

Albania, emergenza alluvione per le Scalabriniane

Le suore Scalabriniane in Albania stanno facendo cose grandi. Nel 1999 le ho viste di persona e penso che se, tra le tantissime situazioni bisognose di aiuto nel mondo, si sceglie di sostenerle non si fa certo torto a nessuno. Ora la missione di Jubani è sotto lo scacco delle acque e assediata dagli sfollati. Se qualcuno vuol fare qualche cosa, questo è il momento giusto.

Nel nord dell’Albania, flagellato un mese fa da forti precipitazioni e conseguenti alluvioni, continua a permanere lo stato di emergenza. In particolare nel distretto di Scutari sono state invase dalle acqua oltre 3mila abitazioni e 14mila ettari: molte persone hanno visto sommergere da acqua e fango la propria casa, le stalle e i campi, perdendo gran parte di ciò che possedevano e che dava loro sostentamento.
La situazione resta precaria anche per la forte saturazione del terreno e per i livelli dei fiumi che restano elevati. Molti sono gli sfollati che non hanno potuto tornare alla propria abitazione a causa dei danni provocati dalle esondazioni dei fiumi e del lago di Scutari.
Le suore Scalabriniane hanno a Juban, a 15 km da Scutari, la loro missione, fortunatamente risparmiata perché in più elevata rispetto alla piana circostante. La casa e i vicini locali dell’ambulatorio e della foresteria (costruiti dalla Caritas diocesana di Piacenza-Bobbio in occasione dell’emergenza profughi dal vicino Kosovo alcuni anni fa) sono serviti e servono tuttora ad ospitare nuclei famigliari che non hanno più un posto sicuro dove abitare.
La Caritas diocesana di Piacenza-Bobbio intende sostenere l’operato delle suore Scalabriniane che in questa fase, ancora emergenziale, stanno tentando di rispondere alle principali esigenze dei più colpiti, per poterne consentire un graduale ritorno alla normalità, nella speranza che il tempo torni favorevole.
E’ stato pertanto stanziato un primo contributo pari a 5000 euro che verrà utilizzato per l’acquisto di viveri, vestiti, attrezzature, capi di bestiame.
Per sostenere gli interventi in Albania si possono utilizzare le seguenti modalità:
• versamento diretto presso i nostri uffici in Via Giordani, 21 a Piacenza dalle ore 9 alle 12 e dalle 15 alle 18 dal lunedì al venerdì
• C/C bancario tramite Banca di Piacenza intestato a Fondazione Caritas Diocesana (causale “EMERGENZA ALBANIA”) - Iban: IT61 A 05156 12600 CC0000032157

domenica 6 giugno 2010

Ambrosio: Scalabrini esempio di carità senza confini

(fri) «Scalabrini è un esempio limpido di quella carità evangelica che
non ha confini, ha riconosciuto nelle persone che migravano il suo gregge
e ha voluto come un buon pastore aiutare quelle persone lontane, in qualche
modo radunandole e sostenendole». Lo ha detto il vescovo Gianni Ambrosio
ieri pomeriggio in Duomo per le celebrazioni del 105° anniversario della
morte del vescovo beato Giovanni Battista Scalabrini. Di fronte a rappresentanti
delle congregazioni maschile e femminile fondate da Scalabrini che qui
a Piacenza hanno la casa madre, il vescovo ha evidenziato come il Beato
«ha aiutato i nostri migranti a vivere gli impegni della fede cristiana
e li ha sostenuti nella difesa dei loro diritti fondamentali operando per
sensibilizzare le comunità ad un'accoglienza rispettosa e solidale».

«Scalabrini - ha proseguito Ambrosio - era un grande lavoratore e organizzatore ma
la vera ragione della riuscita del suo progetto va ricercata nel grande
amore verso Dio e verso il prossimo». La celebrazione si è svolta in più
lingue e con le bandiere dei paesi del mondo in cui si trovano gli Scalabriniani
a testimonianza dello spirito di universalità che permea le due congregazioni.
In prima fila, assieme al questore e al sindaco, il nuovo prefetto Silvana
Riccio, alla sua prima uscita pubblica a Piacenza.

da Libertà, 2 giugno 2010

lunedì 2 giugno 2008

Ambrosio: Scalabrini dono per la Chiesa di Piacenza-Bobbio

Piacenza- «Il beato Giovanni Battista Scalabrini è stato un dono per la chiesa piacentina, un punto di riferimento per tutti i migranti». Così il vescovo di Piacenza-Bobbio, Gianni Ambrosio, ha ricordato ieri il suo illustre predecessore che resse la cattedra di San Vittore a cavallo tra Ottocento e Novecento. Ieri, primo giugno, ricorreva la devozione che la Chiesa ha dedicato al vescovo dei migranti e la diocesi piacentino-bobbiese ha voluto celebrarla con una messa solenne in cattedrale. Nona domenica del tempo ordinario, il Vangelo del giorno riportava l’ultima parte del discorso della montagna: Gesù, beato, invita ad unirsi a lui. Il vescovo Ambrosio è partito proprio da qui per introdurre il ricordo di Giovanni Battista Scalabrini: «Alcuni gesti di bontà possono trasformarsi in idoli a gloria di chi li compie - osserva il presule -. È su questo, dice Gesù, che saremo giudicati nell’ultimo giorno». «Sono passati undici anni da quando il Papa ha proclamato beato Giovanni Battista Scalabrini - evidenzia Ambrosio -. Il vescovo dei migranti è stato proclamato beato perché ha seguito Gesù ed è diventato suo discepolo facendo la volontà di Dio». Il vescovo definisce Scalabrini un pastore, un educatore, un cristiano «che ha accolto la parola del Signore». Lo ricorda come autore dell’abile ed originale intreccio di fedi e culture diverse ma anche, nel mondo più ecclesiale, dell’altrettanto abile tela che raffigurava sia la cura ai missionari sia quella ai fedeli della sua diocesi che più volte aveva incontrato. Ambrosio ne mette poi in evidenza la «carica di carità, gli orizzonti di fede, lo sguardo di speranza».
F.Fri.

Il testo integrale su Libertà del 2 giugno 2008

In San Carlo quattro nuovi Scalabriniani

Piacenza- La piccola chiesa di San Carlo non è riuscita a contenere tutti. Molti, tra parenti, amici e confratelli, hanno dovuto rimanere fuori. Srinish Priyankara Rosan Wickramasinghe Arachchighe Appuhami (Sry Lanka), Sergio Ricciuto, Vincenzo Maria Tomaiuoli e Federico Costa, tutti e tre italiani (a fianco dell’altarre) hanno emesso la loro professione di fede e sono entrati nella famiglia degli Scalabriniani. La celebrazione è stata presieduta da padre Gabriele Parolin, superiore della Regione Afro-Europea G.B. Scalabrini, assieme al superiore della casa piacentina, padre Franco Visconti, dal maestro padre Francesco Mazzone e da padre Sergio Durigon. I quattro novizi consacrati hanno studiato due anni nel convento piacentino ma non si fermeranno in città. Tutti continueranno gli studi: chi a Bogotà, chi a San Paolo del Brasile, chi in città europee.

sabato 10 novembre 2007

"Scalabrini, costruttore di una famiglia senza confini"

Celebrati in duomo i dieci anni della beatificazione di Giovanni Battista Scalabrini
"Fede e speranza gli orizzonti di Scalabrini"
L'omelia dell'amministratore diocesano monsignor Lino Ferrari

Piacenza- Sono passati dieci anni, ce lo ricordava nella presentazione padre Sisto Caccia, da quando Giovanni Battista Scalabrini vescovo di Piacenza e padre dei migranti è stato proclamato Beato. Tanti di noi erano presenti in piazza San Pietro consapevoli di vivere una esperienza forte di Chiesa, e fieri di vedere che un nostro vescovo e padre era proposto alla Chiesa universale come esempio di carità e di servizio senza confini.
E sentiamo come provvidenziale che tale avvenimento sia coinciso con la festa della Dedicazione della Basilica Lateranense. Le letture proclamate in questa Eucaristia ci stimolano a leggere la vita di Scalabrini come di un pastore animato dallo zelo per rendere decorosa ogni chiesa di pietra, ma soprattutto per edificare il tempio spirituale dei fedeli in ogni angolo della Terra.

Il luogo dove incontrare Dio è questione fondamentale per ogni uomo, non è dunque banale o campanilistica la domanda che la Samaritana rivolge a Gesù: “È nel tempio di Gerusalemme che dobbiamo adorare Dio o nel tempio costruito sul monte Garizim?”. Risponde Gesù: “È venuto il tempo in cui tutto è rinnovato”.
Adorare Dio è ancora indispensabile per l’uomo credente, ma adorare – un verbo che in pochi versetti ricorre ben nove volte – non è una posizione del corpo o un rito, bensì un modo di porsi davanti a Dio nella preghiera come nella vita. L’adorazione è l’atteggiamento di chi vive riconoscendo in tutto il primato di Dio, qui significativamente indicato con il nome di Padre: «i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità». “In Spirito e Verità”, vuole dire: guidati dallo Spirito Santo a riconoscere Gesù come verità; è Lui infatti che svela un disegno salvifico di Dio. Gesù è la Verità ed è il vero Tempio, il luogo in cui il Padre si mostra a noi: «Chi ha visto me ha visto il Padre» (Gv 14, 9), dice Gesù all’apostolo Filippo.

Penso siano pochi i vescovi che hanno stimolato come ha fatto lui, clero e fedeli, ad avere cura delle loro chiese, per renderle non solo decorose ma belle.
Durante il primo Sinodo del 1879 affermò: “Alla chiesa che è la casa di Dio e la porta del Cielo, conviene assolutamente la santità. Questa santità, che deve avere sede principalmente nel cuore e nell’animo di coloro che entrano in chiesa, deve apparire anche esteriormente in modo che si possa conoscere l’augusta maestà di Dio dalla forma, dalla solennità, dall’eleganza, dall’ornato e specialmente dal nitore dell’edificio.
Nel territorio della Diocesi nel corso dei trent’anni del suo episcopato Scalabrini ha consacrato o riconsacrato duecentoventi chiese. Particolare impegno egli profuse nel restauro di questa Cattedrale, annunciato con una lettera nel 1894, restauro che venne terminato nel 1902.
Ma più importante è pensare a Scalabrini nel suo rapporto con il tempio spirituale, la Chiesa. Ciò che maggiormente lo impegnava era la costruzione della comunità cristiana. Anche la bellezza delle chiese di pietra era finalizzata a fare bella la “chiesa delle anime”, come lui la chiamava.
Diceva: “Attraverso la catechesi, che non è solo istruzione, occorre formare ed educare le persone e le coscienze, coltivare e sviluppare non solo la mente ma il cuore. E poi la parola di Dio, l’Eucaristia, la Carità vissuta, solo così si può nutrire e conservare la fede che è il bene più grande per l’uomo”.
Scalabrini si è speso senza riserve per la sua Chiesa, per il gregge a lui affidato. Anche il vostro carisma di missionari e missionarie tra i migranti è nato da qui. Erano suoi diocesani coloro che erano partiti per terre lontane, diocesani di cui non poteva disinteressarsi, soprattutto perché non venisse meno la loro fede e i valori morali che possedevano e anche il loro bene materiale.
Il mese scorso abbiamo celebrato il “Quarantesimo della presenza dei nostri sacerdoti fidei donum in Brasile”. È doveroso credo, ricordare che hanno avuto in Scalabrini un illustre precursore. Ricordiamo il viaggio del 1904 di Scalabrini in Brasile, quel viaggio che lo provò duramente anche nel fisico e probabilmente influì per la sua morte avvenuta l’anno seguente.

Voglio terminare con una citazione che di Scalabrini ha fatto il nostro vescovo mons. Luciano Monari, in uno dei suoi interventi. È un modo anche per sentirlo presente il vescovo Luciano, lui che tante volte ha detto di “avere trovato in Scalabrini una ispirazione importante anche per la sua missione di pastore”.
Scriveva Scalabrini: “Mentre il mondo si agita abbagliato dal suo progresso, mentre le razze si mescolano e si confondano ‑ attraverso il rumore delle nostre macchine al di sopra di questo lavoro febbrile di tutte queste opere gigantesche, e non senza di loro ‑ si va maturando quaggiù un’opera ben più vasta, ben più nobile, ben più sublime: l’unione in Dio per Gesù Cristo di tutti gli uomini di buon volere”.
E commentava il vescovo Luciano: “Mi affascina questa visione del grande vescovo, questo suo modo di interpretare la storia alla luce di un progetto grande che ha il suo centro e la sua sintesi in Cristo. Quanto vorremmo che la nostra Chiesa avesse lo stesso sguardo di fede e lo stesso orizzonte di speranza, nell’affrontare i problemi che sbiadiscono l’unità interna e quelli legati al nuovo contesto multietnico che troppe volte incute solo paura”.

L’Eucaristia che celebriamo ravvivi il nostro grazie al Signore per avere donato un vescovo Santo non solo a Piacenza ma alla Chiesa universale.
E al Beato Scalabrini chiediamo di intercedere ‑ per il pastore che attendiamo, per i suoi missionari e le sue missionarie ‑ perché siano fedeli al carisma che li ha affascinati, e per tutti noi perché tendiamo alla santità guardando a lui che ha saputo operare una straordinaria sintesi di azione e contemplazione, ed è stato appassionato servitore dell’umanità ferita e costruttore della Chiesa di Cristo, famiglia che non conosce confini.

Si ringrazia Vittorio Ciani per la preziosa collaborazione

venerdì 9 novembre 2007

"Scalabrini santo, non è padre Pio"


Per Scalabrini santo manca il miracolo
In duomo oggi i dieci anni di beatificazione. Il postulatore padre Sisto Caccia: "La sua è una santità fina, quella di padre Pio popolare"
Piacenza
- Per Scalabrini santo serve un miracolo che, però, a dieci anni dalla beatificazione non si riesce a trovare. Così la Chiesa piacentina celebra questo pomeriggio l'anniversario dell'elevazione alla gloria degli altari del vescovo degli emigranti. L'appuntamento è per le ore 18 e 30 nel duomo di Piacenza. Presiede l'amministratore diocesano monsignor Lino Ferrari. "Dopo il primo miracolo non ne sono arrivati altri - spiega padre Sisto Caccia, che della causa di santificazione di Giovanni Battista Scalabrini è il postulatore - abbiamo solo ricevuto segnalazioni di una quindicina di grazie". Per lo più si tratta di persone scampate ad incidenti stradali che dicono di aver invocato il vescovo beato. "In qualche caso riceviamo anche segnalazioni che non esiterei a definre strane - continua padre Sisto - Un giorno sono venuti da me due signori che, provenienti da Alessandria erano stati a Cremona. Ebbene, secondo loro per intercessione del beato Scalabrini, transitando in auto da Piacenza ed arrivando nella città lombarda, erano riusciti a farlo senza passare sul Po2". Stranezze e suggestioni a parte, la devozione popolare per Scalabrini non ha ancora raggiunto il suo massimo livello. "Scalabrini è di una santità fina - osserva padre Sisto - diversa da quella, ad esempio, di padre Pio". L'unico miracolo ad oggi attribuito a Scalabrini è quello della beatificazione: una suora guarita da un tumore in circostanze scientificamente inspiegabili.
fed.fri.
(nella foto, Scalabrini in partenza per il Brasile)

Il testo integrale dell'articolo si può leggere su Libertà, del 9 novembre 2007