Visualizzazione post con etichetta clausura. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta clausura. Mostra tutti i post

martedì 1 settembre 2009

Dalla Gmg di Colonia a suora di clausura

Nel convento delle Carmelitane Scalze piacentine di San Lazzaro sabato prossimo, 5 settembre, una giovane suora terrà la sua professione temporanea. L’importante appuntamento è fissato alle ore 16 nella chiesa del monastero di clausura di via Spinazzi 36. A tenere la professione temporanea sarà suor Maria Cecilia di Gesù Amore. La concelebrazione eucaristica sarà aperta a tutti e sarà presieduta dal superiore provinciale Padre Attilio Viganò. Suor Maria Cecilia ha partecipato in prima persona alla Giornata mondiale della Gioventù di Colonia e, due mesi dopo - nell'ottobre 2005 - ha deciso di entrare nel monastero di clausura delle Carmelitane Scalze.

lunedì 10 dicembre 2007

Dall'Africa al monastero di san Raimondo

Dopo l'ordinazione diaconale di Paolo Inzani, la diocesi di Piacenza-Bobbio vede la consacrazione di una nuova suora. Si tratta di di suor Maria Costanza N’Dione (25 anni), benedettina del monastero di clausura di San Raimondo. Ha preso i voti solenni l'8 dicembre alla presenza dell'amministratore diocesano monsignor Lino Ferrari, di cui riportiamo il testo integrale dell'omelia.

Sappiamo che il dogma dell’Immacolata Concezione è stato definito soltanto nel 1854, ma molte comunità cristiane già dal secolo VIII celebravano la festa del Concepimento Immacolato di Maria. Nel contesto dell’Avvento e nella prospettiva del Natale la Chiesa celebra in Maria l’amore di Dio che ci precede e opera senza nostro merito. In Maria l’umanità viene ricondotta all’integrità del progetto di Dio.
Abbiamo sentito nella prima lettura il richiamo al “primo peccato” che ha staccato l’uomo da Dio. Il “peccato” è scelta di autonomia da Dio, visto dall’uomo come avversario o come concorrente per la propria libertà e la propria realizzazione. Il peccato originale è consistito in questo prendere le distanze: “decido io come vivere, decido che cosa è bene e che cosa è male”. Adamo ed Eva cercano la realizzazione della loro vita lontano da Dio. Ricordate il racconto della Creazione; al termine di ogni giornata – raccontata dal Libro della Genesi – il Signore contempla quanto ha creato, e dice la Scrittura: «Vide che era cosa buona» (Gen 1, 4.10.12.18.21.25). Dopo la creazione dell’uomo e della donna, aggiunge: «Vide che era cosa molto buona» (Gen 1, 31). Il Signore ha fatto bene le cose, ha creato l’uomo come vertice del creato, come creatura capace di dialogare con Dio, e di vivere in armonia con tutto il creato. Il peccato ha rotto questo dialogo e questa armonia. Maria è la creatura che ci aiuta a capire quello che era il progetto di Dio. E le parole che l’angelo le rivolge esprimono questa pienezza di vita: «Rallegrati piena di grazia» (Lc 1, 28). È quasi il nome che Dio dà a Maria: «piena di grazia». E vuole dire: Dio ha posto in Lei quella bellezza che il peccato aveva deturpato.

Ieri sera il Vescovo mons. Luciano Monari celebrando in Cattedrale per l’Ordinazione del diacono Paolo Inzani, commentando questa espressione del Vangelo diceva: “quel piena di grazia ci richiama lo sguardo benevolo di Dio, che è una sguardo creativo, quando Dio guarda la creatura la rende bella”. Maria Immacolata è il segno della vittoria di Dio e del bene. Dunque segno di speranza, ci aiuta a capire che nonostante il male che vediamo nel mondo alla fine sarà il bene a vincere sul male, sarà la vita a vincere sulla morte.

Il catechismo della Chiesa Cattolica dice che il “peccato originale è lo stato di privazione della santità e della giustizia originale. È un peccato da noi contratto e non commesso”. Noi risentiamo di questo germe di male che portiamo dentro, e sentiamo però anche la nostalgia di quel bene a cui eravamo destinati; guardando a Maria Immacolata quella nostalgia si fa più forte: Immacolata, senza macchia, tutta pura.

Ho riletto alcune omelie di Paolo VI nella festa dell’Immacolata, e colpisce sempre la capacità di Paolo VI di esprimere i concetti con quella attenzione alle parole, veniva chiamato il “cesellatore delle parole”. Ma il suo pensiero manifesta anche un amore grande e profondo, biblicamente fondato, verso Maria SS. in una pagina inizia ricordando quel canto, che tante volte abbiamo ripetuto anche noi: “Tota pulchra es Maria”. E dice: “Basterebbe questo pensiero per inebriare i nostri spiriti che tanto più sono avidi di umana bellezza quanto più falsa più impudica più deforme e più dolente la sembianza umana ci è oggi presentata nella molteplice e quasi ossessionante visione dell’arte figurativa”.

Pensavo davvero a quante immagini o sculture del nostro tempo nell’arte contemporanea manifestano l’angoscia, la percezione di un uomo diviso in se stesso. Si ferma a questo pensiero chi vuole per restaurare la scienza della bellezza e per scoprirne i suoi trascendenti rapporti; e per il gaudio interiore e per il costume esteriore ritrova in Maria la più alta la più vera la più tipica figura dell’estetica spirituale umana.
Davanti ad una persona accogliente calibrata e generosa ci è forse capitato di esclamare: “che capolavoro, che bella persona!”.

E davanti a Maria proviamo questo senso, potremmo dire, di estasi di contemplazione: “come è riuscita bene, davvero come il Signore lo ha voluta lo ha progettata!”.

Maria è immagine della Chiesa. Guardando a Lei pensiamo a come è chiamata ad essere la Chiesa, che Dio continua a plasmare perché dia carne alla sua Parola, la renda visibile e credibile, come Maria ha concepito nel suo seno la Parola fatta carne.
Ma anche noi personalmente siamo chiamati in causa in questa festa di Maria. Ce lo ha ricordato san Paolo nella seconda lettura, nel brano della Lettera agli Efesini, dove Paolo benedice il Padre, perché ha guardato anche a noi con il suo sguardo di benevolenza e «ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo» (Ef 1, 3). E aggiunge Paolo: «In Lui – in Cristo – ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità» (Ef 1, 4).
Ci colpisce questa espressione perché siamo consapevoli della nostra fragilità e del nostro peccato; eppure anche noi siamo chiamati alla santità. Siamo qui in una Comunità religiosa, tra poco parteciperemo a questo rito di consacrazione di professione solenne.

I consacrati sono il segno più evidente che la grazia opera, e che l’uomo può rispondere con l’«Eccomi» come Maria. È bello pensare che quell’”eccomi” è quasi il nome che Maria si dà, è come se dicesse: “Sono qui, o Signore, con un desiderio soltanto: di vivere tutta l’esistenza in una continua obbedienza a te, ciò che desidero e ciò che voglio Signore è che la mia vita sia un “sì” fedele senza cedimenti alla tua volontà”. E quell’”eccomi” di Maria è durato tutta la vita, anche nei momenti difficili, anche ai piedi della croce.
Per chi si consacra al Signore, Maria rimane il modello più grande a cui guardare. E la consacrazione è la scelta di Dio, per dire: Lui è il bene irrinunciabile per tutti.
I religiosi ci testimoniano già ciò che noi saremo, ci parlano delle realtà future. E la loro esistenza non è mai una fuga dal mondo, ma un vivere pienamente la loro vocazione nella Chiesa per il mondo. Allora vogliamo dire grazie al Signore per quanto povera nella vita, anche di queste sorelle e di tutti i consacrati; lo vogliamo anche esprimere a loro il nostro grazie per il dono che sono per noi con la loro testimonianza, per il dono che sono per la nostra Chiesa con la preghiera quotidiana, con l’offerta della loro vita.

E vogliamo raccogliere per noi soprattutto tre messaggi da questa Celebrazione.

Il primo, la grazia. La grazia di Dio ci previene sempre, non si basa sui nostri meriti. E questo deve fare nascere lo stupore e la gratitudine.
Secondo messaggio, la purezza. L’uomo si realizza non assecondando le passioni, non seguendo gli istinti, ma affidandosi al Signore, mantenendo il cuore unito a Lui e distaccato dalle cose.
Il terzo messaggio, la fedeltà. Il “per sempre eccomi”, quella parola che vogliamo fare
nostra guardando a Maria, chiedendo a Lei l’aiuto per assomigliarle di più.

Si ringrazia Vittorio Ciani per la collaborazione.


giovedì 22 novembre 2007

Una clausura vicina alla città

Una clausura vicina alla città
Con le monache carmelitane del monastero di San Lazzaro

Il testo integrale dell'articolo è su Libertà di oggi, 22 novembre 2007

Piacenza -
Pregano insieme, da sole ed in silenzio tutti i giorni dell’anno per la città ed i suoi abitanti. Ieri era il giorno in cui la città avrebbe dovuto ringraziarle. Il giorno pro orantibus, come stabilito dalla Chiesa. Loro sono le monache di clausura e ieri era la loro festa. In città sono 31, suddivise su due monasteri: 17 le Benedettine, in corso Vittorio Emanuele, e 14 le Carmelitane scalze, in via Spinazzi. Siamo andati a trovare queste ultime, nel loro monastero di San Lazzaro. Suor Maria Paola è la madre priora e viene da Parma. È lei che si presenta assieme a suor Prisca Maria, di Trento, laureata in fisica a 29 anni e poi entrata in monastero. Dietro alla grata nel parlatorio grande. Un simbolo antico che le separa dal resto del mondo, dalla città, in questo caso. «Molte cose sono cambiate - osserva la madre priora -, oggi, per noi, i rischi della vita sono aumentati». Un simbolo che le monache custodiscono e dal quale sono custodite. «È necessario per salvaguardarci - continua -, oggi i contatti con l’esterno sono aumentati a dismisura». Gli esempi sono tanti: «I medici (a parte quello di base) non vengono più in monastero, così se una di noi ha bisogno del dentista deve uscire, accompagnata da una sorella». Anche il “traffico” in entrata può disturbare: «Muratori, operai, tecnici del computer, oggi le cose si rompono più spesso che nel passato e quindi c’è bisogno del loro intervento all’interno della zona di clausura». Poi c’è il telefono, che suona spessissimo: «A turno c’è una suora telefonista». La clausura, insomma, è minacciata ogni giorno di più. Per le monache è un prezioso tesoro da custodire; viene dalla clausura la loro forza spirituale e senza di essa non potrebbero aprirsi alla città, come stanno facendo in questi anni. Al mattino alle 7 e 30, ad esempio, la messa è pubblica (le monache sono nel “coro” al riparo dagli sguardi del mondo). Dal primo di ottobre, dalle 17 e 30 alle 18 e 30, tutti i giorni, la gente può partecipare alla preghiera silenziosa, sempre nella chiesa del monastero. Sono aumentate sensibilmente le persone che chiedono di confrontarsi con le monache nei due parlatori del monastero. «Molte giovani mamme vengono qui - rivela suor Maria Paola - e ci raccontano le loro storie». La grata aiuta: «Una volta una di loro mi disse che proprio grazie a questa inferriata che ci separava era riuscita a dirmi tutto». Il problema più grande dei piacentini? «La famiglia che si sfascia, la mancanza di comunione tra le mura domestiche, un cattolicesimo sempre più precario». Il segreto della rinascita? «Il recupero delle radici del battesimo, come ci propone la diocesi». La modalità principale: «La preghiera. La nostra è una visione ottimistica della vita - osserva suor Prisca - che trae origine dalla scoperta di una paternità (quella del Signore) in cui tutti siamo immersi al di là di ogni ideologia ed ogni schieramento». Assistenti spirituali di una Piacenza malata, presenza viva nella Chiesa piacentina, le monache (nella loro clausura) sono più vicine alla città di quanto non si possa immaginare. E vogliono continuare ad esserlo.
Federico Frighi

Dalla clausura una preghiera per Meredith

Una preghiera per Meredith

Il testo integrale dell'articolo è su Libertà di oggi 22 novembre 2007

Piacenza -
Durante il pranzo in refettorio ieri in via Spinazzi, le monache hanno potuto parlare tra di loro. È stato questo l’unico segno concreto nella loro festa - il giorno pro orantibus -, l’unica concessione allo schema della giornata, rigidamente regolato da un collaudato protocollo. Le Carmelitane piacentine, peraltro, sono avvezze a pranzare con le notizie. In refettorio, a mezzogiorno, ascoltano in religioso silenzio il radiogiornale di Radio Vaticana con il quale si tengono in contatto con il mondo e grazie al quale possono ampliare gli orizzonti delle loro preghiere. Fino, ad esempio, a Meredith, la giovane ragazza britannica uccisa a Perugia. La televisione è bandita. Non così internet. Se ne occupa chi ha le competenze, vedasi suor Prisca Maria che lavora al sito delle monache. È in via di completamento e si trova all’indirizzo www.ilcarmelo.it. Si definiscono «fraternità orante al servizio dei fratelli, attirata nel mistero del Dio vivo per stare alla sua presenza in ogni tempo, esonerata da ogni servizio attivo nella Chiesa per tenere viva la frontiera interiore, separata dalla storia per contemplarla meglio, per amarla di più, per capirla di più, confrontandola con la Parola».
fed.fri.

domenica 28 ottobre 2007

In clausura il nuovo millennio

Chiara, nel Duemila

festeggerà la clausura


da Libertà, 23 dicembre 1999




Cosa ci si può aspettare da una vita chiusa in un monastero, dietro le
grate della clausura? Lo abbiamo chiesto a Chiara, per la quale il nuovo
millennio si apre con l'ingresso in convento. Mentre il conto alla rovescia
scivola verso l'anno Duemila con il suo strascico di luci e party celebrativi,
Chiara, 25 anni, agente immobiliare, sceglie di entrare in clausura nel
monastero di San Lazzaro delle Carmelitane di Santa Teresa. Penitenza e
delusione per come va il mondo fuori dalla grata? Macché. San Giovanni
Bosco, a chi gli chiedeva che cosa fosse la santità, rispondeva: «Per noi
è soprattutto una grande allegria». Chiara, se provi a farle i complimenti
per la scelta coraggiosa, si mette a ridere. «Guardi che questa non è una
dimensione di sacrificio. Io, se devo dire la verità, mi sono sempre divertita
nella vita, e lo sta facendo anche adesso». Ammetterà però che la scelta
è coraggiosa. «Ci vuole del coraggio ad imparare la dimensione della rinuncia
ma a rispondere non ce ne vuole tanto. Io non ho scelto nulla. Lo spirito
soffia quando, come e dove vuole». Certo però uno deve anche saper rispondere.
«E' il Signore che ha scelto questo momento. Ti prende una grande gioia
alla quale non si può dire di no. Ho lasciato la mia famiglia in lacrime.
Volevano che entrassi in clausura con l'anno nuovo. Ma in questa cosa c'è
un amore talmente forte dentro, che ti porta a prendere il largo e ad affidarti.
E quindi vai. Perché quella è l'unica dimensione possibile». Come ha conosciuto
la clausura? «Premetto che non ho mai frequentato la vita ecclesiale. Sono
stata con mia madre a Lourdes e, mentre comperavamo dei dolcetti, mi è
capitato fra le mani un opuscolo che spiegava in modo simpatico la vita
delle claustrali». Per lei che cosa è il Duemila? «Penso che questo sia
un momento di passaggio, in cui la Chiesa ha bisogno di testimonianze forti.
E' l'anno in cui i figli si riconciliano con il Padre». In che senso?
«E' l'anno della speranza. Dei grandi colloqui fra gli uomini e le religioni.
Spero che il Duemila sia l'anno dell'unità». Che cosa sogna una suora
di clausura? «Il sogno più grande è che l'uomo torni ad essere uomo e
non abbia più grandi pretese. Che ritorni a fare la volontà di Dio in maniera
semplice senza pensare a grandi cose che lo portano lontano dalla natura
e da quello che dovrebbe essere». Come si sente di fronte al mondo che
ha appena lasciato di là dalla grata? «Mi sento un fiore di questo prato
variopinto che è il mondo. Ognuno ha la sua bellezza, sceglie di essere
quello che vuole o che può essere nel momento presente. Non giudico male
le persone che cercano di passare il Capodanno nella maniera più goliardica
possibile. L'ho fatto anch'io». E lei come lo passerà? «Io vivrò di
poco. Per me sono finite le grandi feste. Dopo il Te Deum passerò il Capodanno
a vegliare con le sorelle aspettando la benedizione del Santo Padre. Tutti
i ragazzi che hanno deciso di vivere questo passaggio di secolo in un altro
modo, li avrò di fronte, nell'eucarestia. Magari non lo sanno, ma il Signore
è lì anche per loro». Che cosa lascia nel Novecento? «La pretesa dell'uomo,
ed anche la mia, di volere fare tutto di propria volontà e testa senza
chiedere consiglio a Dio o alla propria coscienza». E che cosa porta con
sé della sua vita passata? «A livello personale vorrei portarmi qualche
cosa che non ho: non vorrei far ridere con una parola troppo grossa, ma
è la forza del martirio. Lo diceva monsignor Tonini: per la chiesa comincerà
il nuovo martirio che non è fisico ma psicologico. Mi auguro di avere la
forza di dare un nome e comunicare agli uomini la speranza che c'è nel
mio cuore. Dovesse costare tutto. Il vero miracolo non è che Dio faccia
la volontà degli uomini, ma che gli uomini facciano la volontà di Dio».
Grazie, Chiara, perché ci tiene con i piedi per terra e ci fa pensare.
«Sì, però tenga presente che questa è una dimensione di gioia, non di
privazione fine a se stessa. Le assicuro che passo gran parte del mio tempo
a ridere. Non so se ridevo più fuori o più qui dentro».

Federico Frighi