venerdì 13 luglio 2012
Lavanda, il nuovo ulivo
05/07/2012 Libertà
Sant'Antonino, arrivederci a Sarajevo!
Il cardinale Vinko Puljic, l'arcivescovo di Sarajevo che rimase nella capitale della Bosnia Erzegovina durante l'assedio più lungo della storia moderna, saluta così i piacentini dopo 48 ore trascorse all'ombra del Duomo. Lo fa dal pulpito della basilica di Sant'Antonino, alla sua destra il vescovo Gianni Ambrosio, alla sua sinistra il parroco don Giuseppe Basini. Parla all'inizio e alla fine della celebrazione. Si vede che è contento e soddisfatto dell'accoglienza ricevuta e lo dirà anche dopo, in sacrestia, una volta smessi i paramenti ed indossata la veste cardinalizia nera con la fascia e lo zucchetto rossi. Puljic è una persona concreta e non lascia Piacenza con un saluto di circostanza.
«Grazie al fraterno invito del vostro vescovo Gianni Ambrosio e del parroco don Giuseppe Basini - dice all'inizio della messa patronale, nel suo simpatico italiano imparato da autodidatta, ascoltando Radio Vaticana - quest'anno celebro insieme a voi la festa del vostro grande patrono Sant'Antonino Martire. Nella sala dei Teatini, nella conversazione con il direttore Gaetano Rizzuto (martedì sera, ndr.), ho cercato di spiegare che cosa significa essere cristiano nella multietnica e multireligiosa Bosnia Erzegovina dopo la guerra dal 1991 al 1995, nata dalla disgregazione della ex Jugoslavia. Oggi, in questa antica basilica che si può considerare un orgoglio di Piacenza, celebriamo la festa del martirio di Sant'Antonino, patrono della città».
«Qui vivono tanti cittadini della Bosnia Erzegovina che ci sono vicini - osserva poi a conclusione della celebrazione - ma anche i piacentini possono dare il loro segnale di amicizia e vicinanza per aiutare ad appoggiare i nostri cattolici in Bosnia Erzegovina a rimanere nel loro paese, a restaurare le loro case e dare loro il coraggio di rimanere a vivere in Bosnia Erzegovina».
«Vi voglio ringraziare per la vostra vicinanza specialmente durante e dopo la guerra, con la vostra Caritas impegnata nella diocesi di Banja Luka - ci tiene ad evidenziare il cardinale -, ma non dimenticatevi di noi che vogliamo sopravvivere nel nostro paese, costruire pace e uguaglianza nel nostro paese; non dimenticate i cattolici di Bosnia Erzegovina, noi viviamo insieme musulmani, ebrei, ortodossi; tutti abbiamo bisogno di una pace giusta e una società civile prospera». «Noi cattolici - prosegue Puljic - siamo grati alla Cei (Conferenza episcopale italiana) per l'aiuto che ci ha dato, in modo particolare per il sostegno e il mantenimento delle scuole cattoliche che sono scuole interetniche nelle quali offriamo insegnamenti per i bambini e i ragazzi delle diverse confessioni». Ancora: «Tutti noi in Bosnia Erzegovina siamo grati alle persone di buona volontà che ci visitano e mostrano un sincero interesse nei nostri confronti. Ci aiuti Sant'Antonino martire e patrono di Piacenza, sia per tutti noi esempio e testimonianza della fede aperta in Dio. Grazie per tutto e arrivederci in Sarajevo». Magari in occasione dell'incontro mondiale per la pace che la Comunità di Sant'Egidio ha promosso dal 9 all'11 settembre prossimi nella capitale della Bosnia Erzegovina. Un incontro con tutti i capi delle religioni per portare a Sarajevo lo spirito di Assisi. «Vogliamo dare un segno forte al mondo - ha detto il cardinale nella serata ai Teatini - che le religioni possono convivere se c'è rispetto l'uno dell'altro».
fed. fri.
05/07/2012 Libertà
S'Antonino, una risposta in tempo di crisi
Un Sant'Antonino che guarda, con il suo esempio di santo laico, alla città di Piacenza immersa nella crisi economica; ma anche al mondo, in particolare a quella fetta di Europa, i Balcani, dove da poco si è conclusa una guerra fratricida e dove si sta tentando di portare una pace vera ed una convivenza tra etnìe e religioni diverse. E' il vescovo Gianni Ambrosio a sottolinearlo nella sua omelia pronunciata accanto al cardinale Vinko Puljic, arcivescovo di Sarajevo, testimone di pace in questo Sant'Antonino 2012.
«È una grazia avere qui con noi il cardinale Vinko Puljic che presiede questa solenne celebrazione in onore del nostro santo patrono - evidenzia il vescovo - e insieme a noi prega il Signore per la nostra Chiesa e per la nostra città, così come noi preghiamo per lei eminenza, per la sua Chiesa e per la pace e la fratellanza in Bosnia-Erzegovina».
La basilica di Sant'Antonino è gremita di fedeli. Nelle prime file ci sono tutte le autorità cittadine, tra cui il prefetto Antonino Puglisi, il comandante dell'Arma dei carabinieri, colonnello Paolo Rota Gelpi, il vice questore Maria Elisa Mei, il sindaco Paolo Dosi, il presidente della Provincia, Massimo Trespidi, il presidente della Camera di Commercio Giuseppe Parenti. Sulla destra dell'altare campeggia il gonfalone di Sant'Antonino con ai lati due agenti di polizia municipale in alta uniforme. Tutto secondo il tradizionale cerimoniale, compresa l'offerta dei ceri. Qui, l'unica novità: per la prima volta, a donare quello della città di Piacenza è il neo sindaco Paolo Dosi. Il destinatario non è il vescovo Ambrosio, ma il cardinale Puljic che presiede la celebrazione.
Monsignor Ambrosio, come detto, pone l'accento sulla figura del patrono, esempio di santo laico per i nostri tempi. «La nostra Chiesa, scegliendo il martire Antonino come suo patrono, ha riconosciuto in lui Cristo stesso - sottolinea il capo della diocesi -. Questa intima unione tra Cristo e il martire Sant'Antonino ci invita a celebrare con rinnovato stupore le festa che tiene viva la memoria del nostro patrono e ravviva la nostra fede cristiana».
«Il patrono della nostra comunità diocesana e della nostra città di Piacenza - continua il presule - è un giovane e, non dimentichiamolo, Antonino è un laico, diremmo oggi, un giovane laico che, nella sua testimonianza, mostra che la nuova fede, la fede cristiana, è trasparenza di umanità, è libertà dagli idoli, è forza che cambia il modo di pensare e di vivere».
«Abbiamo bisogno di questa fede - esorta Ambrosio - per far emergere un'umanità che stiamo perdendo, per vincere i tanti i idoli di turno, per trasformare la vita. Dalla fede deriva la fiducia nella vita, l'impegno di vivere le relazioni nella loro bellezza, il coraggio di guardare avanti e di imboccare strade nuove senza fermarsi davanti ai vitelli d'oro». La crisi e il terremoto in Emilia: «Soprattutto oggi, con la crisi generale che non lascia ancora intravvedere la sua fine, con un mondo che è crollato a causa del terremoto avvenuto qui vicino a noi, abbiamo bisogno di rivolgere lo sguardo a Dio per imparare di nuovo il senso dell'esistenza, dell'amare, del costruire, del soffrire e del gioire. Abbiamo bisogno di ritrovare parole, virtù e stili di vita che abbiamo trascurato: sobrietà, solidarietà, condivisione, responsabilità, sacrificio, gratuità. Possiamo come cristiani, come cristiani laici che vivono ed operano nel quotidiano, sfidare la crisi evangelizzandola, portando la parola, la luce, la libertà, la forza del Vangelo dentro i problemi e le situazioni per aiutarci a uscire dal tunnel? È la grazia che chiediamo festeggiando il nostro giovane martire Antonino».
Il vescovo dedica parte della sua omelia all'Antonino d'oro, all'esempio dei coniugi Chiappini. «È significativa la motivazione della scelta di insignire i coniugi Chiappini dell'Antonino d'oro - dice Ambrosio -: "Il conferimento vuole essere un atto di stima e di gratitudine nei confronti di una coppia di coniugi cristiani che hanno fatto della generosa accoglienza della vita e del volontariato la loro scelta comune". L'esempio di questa famiglia - Umberto ci ha lasciato da poco - ci aiuta comprendere il valore fondamentale di ogni famiglia che accoglie la vita. Se il cuore è aperto alla vita, allora si scopre la bontà della vita e si diffondono le ragioni del vivere. Oggi, come sappiamo, sembra regnare l'indifferenza verso quel valore decisivo che è la vita. Così il nostro presente rischia di essere melanconico e il nostro futuro di diventare sempre più incerto: vale per la nostra città e per il nostro Paese.
Se si apre il cuore alla vita, si apre anche la porta della casa per accogliere i fratelli e vivere buone relazioni. Così la vita si rigenera e si cresce nella fiducia, così si offrono motivi di speranza. Questo è ciò che Umberto e Giulia hanno fatto, aiutati dal Signore ed educati secondo buoni principi in famiglia e a scuola».
Un esempio, quello di Umberto e Giulia Chiappini, per tutte le famiglie piacentine: «Questa è la vocazione di ogni famiglia. Ma questa vocazione, che pure è accolta ed è vissuta da molte famiglie, anche oggi, anche qui da noi, non è aiutata, non è favorita. Speriamo che la situazione possa cambiare in fretta. Perché i nostri ragazzi e i nostri giovani hanno bisogno di vedere concretamente la bellezza di una vita aperta all'amore e di trovare lì le ragioni del vivere. E poi perché nessun sviluppo è possibile in una società che non investe nella vita, nella relazione sociale, nella comunione coniugale».
Infine un accenno all'Incontro mondiale delle famiglie che si è tenuto a Milano all'inizio di giugno: «La partecipazione così ampia ha dimostrato quanta sia radicata l'idea di una famiglia fondata su un amore aperto alla vita e solidale con tutti. Benedetto XVI si è fatto interprete di questa consapevolezza che la famiglia è il nostro patrimonio più importante. "La vostra vocazione, ha detto il Santo Padre rivolgendosi alle famiglie, non è facile da vivere, specialmente oggi, ma quella dell'amore è una realtà meravigliosa, è l'unica forza che può veramente trasformare il mondo". Accogliamo il messaggio che Benedetto XVI ha affidato a tutte le famiglie. Rendiamo lode a Dio per il dono di sant'Antonino e invochiamo su tutti la protezione del nostro patrono».
Federico Frighi
05/07/2012 Libertà
domenica 29 aprile 2012
Santi e lotterie non vanno d'accordo
La scelta di evocare il santo patrono su una lotteria, pur benefica, ha infatti dato origine a perplessità negli ambienti ecclesiastici piacentini che solo ieri mattina, a 24 ore dalla presentazione dell'iniziativa, hanno appreso la notizia. Una serie di telefonate e uno scambio di mail poi il parroco della basilica, don Giuseppe Basini, spiega in prima persona a Pietro Perotti, uno degli organizzatori della Scuola di Polizia, le perplessità nate con la nuova denominazione. «Pur apprezzando l'iniziativa con finalità oltretutto benefiche più che scontate - evidenzia il parroco - legare il nome del santo patrono ad una lotteria ci sembra che non aiuti a percepire la strada che abbiamo scelto di percorrere in questi ultimi anni: ovvero riportare l'attenzione della comunità cattolica piacentina su Sant'Antonino, riproponendo la sua figura all'interno di un percorso di carattere devozionale, formativo e culturale». Va bene la fiera, ma legare il nome del santo ad una lotteria sembra dunque inopportuno. In diocesi ci sono stati altri casi del genere ma con radici che affondano nella tradizione. Qui invece si trattava di creare qualche cosa ex novo. Da qui la riflessione del parroco della basilica che è stata prontamente raccolta dagli organizzatori; i quali, non solo hanno messo in evidenza la loro buona fede, ma in spirito di collaborazione hanno deciso di fare un passo indietro.
«E' stata una scelta fatta in assoluta buona fede quella di ricorrere al patrono della città di Piacenza per rendere ancor più importante e significativa questa lotteria a favore dell'Unicef che accompagna la Placentia Marathon per il suo decimo anno conscutivo» spiega Perotti. Il nome del santo era finito su ogni biglietto e il manifesto pubblicitario riportava sullo sfondo la sagoma della basilica patronale. «Non volevamo appropriarci della figura di Sant'Antonino - continua Perotti - e devo dire che ci era anche venuto uno scrupolo all'ultimo momento, tanto che abbiamo contattato il nostro cappellano, quello della Polizia di Stato, ma alla fine avevamo deciso di tenere il nome del santo. Ora torniamo alla nostra denominazione originaria».
Federico Frighi
19/04/2012 Libertà
sabato 9 luglio 2011
Il vescovo di Belfast: religione strumentalizzata dalla politica
«Che qui nella basilica ci si trovi a celebrare non solo un santo ma l'orgoglio di una città assieme ai rappresentanti delle istituzioni e dello Stato è una cosa che mi stupisce - osserva -. Da noi, tra Chiesa e Stato, non c'è questa partecipazione. In centri dalle dimensioni di Piacenza poi, è una cosa del tutto sconosciuta». Così come il calore riservato al vescovo: «Durante la passeggiata tra il vescovado e la basilica del patrono ero assieme al vostro vescovo e ho visto come è amato; la gente lo saluta, lo ferma per strada, gli stringe la mano. A Belfast queste cose non succedono». A Belfast il conflitto tra cattolici e protestanti è ancora forte. Anche se per McKeown «la religione non c'entra nulla in un conflitto che è tra chi si sente inglese e chi irlandese». «La religione - spiega - viene sfruttata come arma e strumentalizzata. Durante gli anni più difficili, tra i Settanta e gli Ottanta, mentre i politici non erano pronti a stare insieme nello stesso edificio, le chiese erano impegnate a tenere cucita la società». «Il problema è essenzialmente politico - prosegue -. Tra l'altro è anche più facile per il governo inglese dire che "si vuol portare la pace lassù in Irlanda del Nord dove si fanno la guerra tra cattolici e protestanti". In realtà sono le chiese a tenere insieme il tessuto sociale. Ci sono persone a cui interessa che la convivenza non sia stabile, sennò non si riesce più a parlare di unire l'Irlanda». «Il nostro obiettivo oggi? Che nessuno muoia. I vescovi cattolici hanno sempre condannato le violenze».
Libertà 05/07/2011
Ambrosio: ascoltiamo giovani, disoccupati e precari
Una scossa non urlata quella di Ambrosio e neppure ad alta voce - non è nello stile del vescovo - ma non per questo meno efficace e diretta. Davanti a sè ha una basilica gremita: in prima fila il prefetto Antonino Puglisi, il sindaco Roberto Reggi - all'offertorio porterà il suo decimo cero da sindaco -, il presidente della Provincia Massimo Trespidi e tutte le altre autorità riunite per il santo patrono. Accanto, oltre al parroco don Giuseppe Basini, tre vescovi: Enrico Solmi di Parma, Carlo Mazza di Fidenza e Donal McKeown, ausiliare di Belfast (Irlanda del Nord).
«E' motivo di stupore il fatto che la memoria di questo giovane martire continui ancora oggi, a distanza di 1.700 anni» esordisce il vescovo. Sant'Antonino «non è solo il patrono ma è anche il simbolo della nostra città» ci tiene ad osservare il presule. E' importante, perchè - continua - è «come se Piacenza - la Piacenza del passato e, speriamo, quella di oggi - volesse dire che proprio nella figura di un giovane, di un giovane santo e coraggioso fino al martirio, si esprime al meglio, come ideale, il desiderio dei suoi concittadini, e cioè che al centro della convivenza cittadina ci sia l'amore».
«Celebrando sant'Antonino e riconoscendolo come figura ideale di vita - evidenzia - noi siamo invitati a riaffermare che il cuore della nostra città pulsa non per la ricchezza o per il successo o per il potere ma per quella forza grande che è l'amore. Questa scelta fatta nel passato dai nostri padri ha permesso alla nostra città di volare alto: È una scelta che non può essere dimenticata oggi, perché anche oggi abbiamo bisogno di volare alto, superando le visioni riduttive dell'uomo e della convivenza civile». Tra poco sarà monsignor Ambrosio a consegnare a don Giorgio Bosini l'Antonino d'oro. Un premio azzeccato più che mai. Tanto da divenire quest'anno una sorta di Oscar. Lo dicono i lunghi minuti di applauso con tutta la chiesa in piedi, una standing ovation a tutti gli effetti. Lo fa intendere il vescovo Ambrosio che mette don Giorgio Bosini tra coloro che hanno seguito la testimonianza di Sant'Antonino: «Questo premio, conferito nella memoria del nostro santo patrono, rappresenta per la nostra città e per tutti noi una precisa sollecitazione: ravviviamo le nostre risorse di cuore e di intelligenza, perché le sfide che stanno davanti a noi possono essere affrontate solo con un di più di cuore e di intelligenza». Queste sfide, le più urgenti, sono oggi, come detto il grido dei giovani, dei disoccupati, dei precari.
Dobbiamo rispondere - invita il vescovo - «altrimenti diventa molto facile per i nostri giovani pensare che "la vita sia altrove"» dice citando Bauman. «Così si diffonde, con questo "altrove" sempre sfuggente, una mentalità consumistica e strumentale che arriva ad investire ogni ambito della vita: anche le relazioni più importanti e le esperienze più significative si disperdono in questo agitarsi inquieto di tanti giovani». «L'altra voce che invito ad ascoltare - dice Ambrosio - è quella che proviene da chi vive in situazioni di disoccupazione e di precarietà lavorativa. Anche qui non possiamo essere fatalisti, non possiamo arrenderci gettando la spugna».
Federico Frighi
Libertà 5 /07/2011
lunedì 27 giugno 2011
Sant'Antonino al centro della civitas
«Sono iniziative che ci aiutano a tenere viva l'attenzione verso il santo patrono e ad aumentarne la devozione». Così il parroco di Sant'Antonino, don Giuseppe Basini, spiega il significato delle Manifestazioni Antoniniane che accompagnano e preparano la città all'evento del 4 luglio. «La basilica patronale è sempre stata al centro della civitas - osserva don Basini - e dunque nostro intento è anche quello di creare occasioni perchè si rifletta sul valore della cittadinanza e dell'essere cittadini». Si inizia lunedì 27 giugno con il concerto d'organo Le Souffle du Vent (maestro Marco Vincenzi, ore 21), che, come spiega Claudio Saltarelli, porta in basilica musiche di ispirazione francese. Poi il confronto fra il sindaco Roberto Reggi e il presidente della Provincia, Massimo Trespidi, sul tema del servizio alla città, moderato dal professor Fausto Fiorentini (il 28 giugno nella sala dei Teatini, ore 21). Ancora musica giovedì 30 giugno in basilica con il concerto polifonico del Coro Farnesiano, diretto dal maestro Mario Pigazzini. Coro in formazione allargata ai giovani, come spiega Elisabetta Amatucci. Il clou è venerdì primo luglio (ore 21, Teatini). Interviene Ernesto Olivero, fondatore del Sermig di Torino. Modera Barbara Sartori, giornalista de il Nuovo Giornale. Lunedì 4 luglio, alle 20 e 45 in basilica, il concerto Stella Splendens, canti e musica strumentale dalla via Francigena al Cammino di Santiago, con i gruppi Enerbia, Eudamonia e il Coro Gioia. A presentare l'iniziativa Maddalena Scagnelli e Leonardo Ghizzoni. L'Ensamble Eudaimonia - viene spiegato - è formato da musicisti dalla formazione ampia che spazia dalla ricerca etnomusicologica alla didattica, dall'uso degli strumenti antichi e della loro costruzione all'esecuzione vocale. A loro si affianca il gruppo vocale Gioia del liceo piacentino, formato da giovani allieve e allievi che da anni partecipano ad un'esperienza di laboratorio musicale integrato nel curriculum scolastico e il gruppo di ricerca Enerbia sulle tradizioni musicali dell'Appennino. Gli eventi - come sottolinea don Basini - si tengono grazie al Comune di Piacenza e ai contributi Fondazione di Piacenza e Vigevano, Banca di Piacenza e Camera di commercio.
fed. fri.
24/06/2011 Libertà
domenica 19 settembre 2010
Sant'Antonino, sul sagrato un buon gelato
Bene la pavimentazione in porfido rosso ma la piazza sia libera dall'arredo urbano. Piuttosto, si attrezzi la fermata degli autobus per permettere agli anziani di sedersi. La pensa così don Giuseppe Basini, dirimpettaio illustre di piazza Sant'Antonino, essendo da qualche anno parroco della basilica patronale, dopo la scomparsa di monsignor Gabriele Zancani. Il rapporto tra la basilica e la piazza è sempre stato molto stretto. Basti solo pensare che le reliquie del santo patrono, ogni 4 luglio attraversano la piazza in processione, portate da Santa Maria in Cortina fino in basilica. Ecco spiegata la ragione dell'intervento. «Avremmo voluto pronunciarsi con il consiglio della parrocchia, purtroppo il termine delle osservazioni on line non era compatibile con la ripresa delle attività pastorali dopo la pausa estiva, così parlo da parroco, a titolo personale» ci tiene a premette don Basini. «La scelta del porfido rosso va bene - osserva - così come la salvaguardia del trottatoio come richiamo dell'elemento storico. Mi permetto però di suggerire un look minimalista per la piazza».
Don Basini la vede completamente vuota: «Un conto se fosse passata la linea del concorso di idee. Visto che si è deciso di agire diversamente, non penso sia opportuno mettere elementi di arredo, neppure mobili, come gli ipotizzati cubi di pietra. Al di là della forma e dei materiali, li vedo poco fruibili: in estate la piazza è un forno, d'inverno c'è troppo freddo». Meglio lasciare dunque piazza Sant'Antonino libera, per permettere lo svolgimento delle varie manifestazioni e degli avvenimenti di carattere cittadino. Anche perchè, per sedersi, i giovani un posto ce l'hanno già: «E' il sagrato. Lo utilizzano già oggi come luogo di ritrovo. Chi vuole può entrare in chiesa, è sempre aperta. Chi vuole può invece sedersi sui gradini anche solo per mangiare un gelato. Non sarà mai scacciato. L'importante, naturalmente, è che non si sfoci nel bivacco». Piuttosto, don Basini caldeggia panchine e coperture per gli anziani che aspettano il bus: «Li vedo costretti ad aspettare in piedi, magari con le borse del mercato appoggiate per terra. Quando piove, poi... ». ...
Libertà, 17 settembre 2010
martedì 7 luglio 2009
S.Antonino 2009/Ambrosio: la Chiesa ha il dovere di farsi sentire
1. Nel giorno della festa di sant’Antonino, tutta la comunità piacentina si ritrova per onorare il patrono della città e della diocesi. Nel giovane Antonino, che ha confessato la sua fede in Gesù Cristo fino al martirio, Piacenza ha riconosciuto il suo speciale patrono, quasi il garante della sua identità. Nel corso dei molti secoli la nostra comunità ha trovato nella figura e nell’esempio di questo giovane martire la luce che illumina il cammino, la concordia che anima la vita comune, la forza che vince gli ostacoli. E noi, oggi, dopo diciassette secoli, ancora una volta ci rivolgiamo a Lui per sollecitare la sua intercessione e il suo aiuto.
2. Vi confesso, cari amici, che sono rimasto sorpreso, appena a conoscenza della mia destinazione a Vescovo di questa amata Chiesa, che il nostro patrono non fosse la figura di un grande vescovo, come sant’Eusebio per la mia diocesi o sant’Ambrogio per Milano o san Petronio per Bologna o san Bernardo degli Uberti per la diocesi di Parma. Qui invece non vi è come patrono un grande vescovo, che pure non manca nella nostra storia: penso al primo vescovo san Vittore, e ancor più, penso a san Savino, che lottò contro il paganesimo e l’eresia ariana e che, secondo la tradizione, ebbe rapporti con sant’Ambrogio di Milano e san Bassiano di Lodi.
Qui abbiamo come patrono un giovane. Se sul suo conto poche sono le notizie certe, ciò che conosciamo è prezioso e decisivo: quel giovane ha creduto nel Signore Gesù testimoniando la sua fede fino al martirio.
A noi non è giunta neppure una parola del nostro patrono, ma il suo gesto è eloquente: è il gesto di un giovane che afferma il primato del Dio vivo su ogni imperatore di turno, il gesto di un giovane che vuole essere fedele alla verità di Dio ed essere fedele alla propria libertà. Questo gesto sta all’origine della nostra comunità piacentina.
La giovane e piccola comunità cristiana piacentina ha ritenuto che questo giovane che ha creduto fino al dono della sua vita meritasse di essere invocato come patrono: in Antonino è ben riconoscibile il segno e la presenza di Gesù che dona la sua vita per noi.
Questo pure deve aver pensato il vescovo san Savino, cui si deve il rinvenimento del corpo del nostro patrono: in questo giovane testimone di Gesù Cristo, il vescovo trova il riferimento sicuro per la fede, per la libertà, per la coerenza di vita della comunità cristiana.
Sono trascorsi molti secoli da allora. Noi siamo qui, in questa basilica dedicata al santo patrono e che conserva le sue reliquie, per riesprimere la stessa scelta, la stessa fiducia e la stessa invocazione della comunità cristiana di allora che voluto sant’Antonino come patrono. Ne invochiamo la protezione sulla nostra città, sui suoi abitanti, sugli amministratori della polis. Per tutti chiediamo ciò che conta, e cioè la fede, la speranza e la carità, la concordia, la pace e la libertà. Così la comunità cresce cercando il bene di ciascuno e di tutti.
2. Possiamo dare un nome preciso a questo bene che invochiamo e che ricerchiamo accogliendo la precisa indicazione nel brano del Vangelo che la liturgia ci ha proposto. Ascoltiamo Gesù che conferisce alle sue parole una solennità particolarmente accentuata: "In verità, in verità, io vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto".
L’immagine del chicco di frumento che marcisce nella terra per generare nuove spighe è di grande efficacia e rende prontamente il nucleo del messaggio di Gesù. Questo testo dell’evangelista Giovanni offre una formulazione originale dell’immagine del chicco di grano: se non morisse, resterebbe solo.
Gesù è il Figlio unigenito, è unico nella sua natura assolutamente singolare. Ma non vuole restare solo, isolato rispetto agli uomini. Egli è il Figlio e vuole che tutti noi, con Lui, diventiamo figli. Accettando di morire, egli è come il seme che non resta solo, ma porta frutto. Nella sua morte viene generata una moltitudine di figli del Padre, e perciò egli diventa il fratello di molti fratelli. Non a caso nel vangelo di Giovanni Gesù chiama i suoi discepoli "fratelli", soltanto dopo la sua morte, perché proprio questa morte ha infranto le barriere dell’unicità e della solitudine per suscitare la comunione, la condivisione.
Questa legge del chicco di grano non vale soltanto per il Figlio di Dio, ma vale per tutti: "chi ama la sua vita la perde". Chi pensa solo alla propria autorealizzazione, ha posto la premessa per fallire l’obiettivo dell’esistenza umana. Chi pensa solo ai propri interessi, si illude e ha già perso in partenza l’orizzonte degno della vita. L’affermazione di Gesù è perentoria: "chi ama la sua vita la perde". Ma è perentoria e senza eccezioni la legge della fecondità del chicco di grano: se non marcisce, non porta alcun frutto.
Il senso pieno di queste affermazioni lo troviamo nelle frasi successive: "Se uno mi vuole servire, mi segua (…), se uno serve me, il Padre lo onorerà".
Vi è un ‘se’ all’inizio della frase: "se uno mi vuol servire". Ancora una volta troviamo espressa la realtà, come la troviamo nella legge della fecondità del chicco di grano. Il servizio è libero: non può che essere così. Solo nella libertà e nella generosità si afferra la vita e si segue Gesù che è la via, la verità e la vita.
A sottolineare questo tratto di libertà e di generosità nel servizio, Giovanni fa ricorso al vocabolario della diaconia, che si contrappone al servizio dello schiavo, un servizio che non è tale, perché imposto. Il discepolo che entra nella logica del servizio, entra nella vita e nella comunione di vita, con Gesù e con il Padre.
È espresso così in modo efficace il "tesoro" della verità evangelica: la fede cristiana non è un’idea, non è un’astratta adesione a dei princìpi, ma è una relazione, un incontro, una relazione, un’esperienza di presenza e di comunione che si realizza nella concretezza del servizio.
Allora la parola che precisa quel bene verso cui tendere è questa: ‘servizio’. Servizio reso a Gesù, accogliendo in noi il suo sguardo, il suo orizzonte, la sua morte in croce; servizio reso ai fratelli, comunicando loro la gioia di aver incontrato Gesù e di seguirlo là dove egli è, mettendo anche noi il grembiule per lavare i piedi, come egli ha fatto nell’ultima cena.
3. Cari amici, può darsi che questa verità appaia ad alcuni come una questione che riguarda i cristiani, i credenti in Gesù Cristo. E così è, certamente. Siamo qui come comunità cristiana per rendere grazie a Dio in questa basilica dedicata a sant’Antonino. Ma proprio in nome di Antonino, che non era un vescovo, ma era un giovane, forse un soldato, oso dire che questa verità non è per qualcuno, ma è per tutti. Oso anche dire che è nell’interesse di tutti riconoscere la fecondità del chicco di grano che marcisce e così porta frutti. È un affare di tutti riconoscere che solo nella libertà, nella generosità, nel servizio si afferra la vita e si dà senso alle vicende della vita.
Sono, questi, gli orizzonti imprescindibili della vita umana. Sono, queste, le dimensioni che qualificano la vita e la rendono pienamente umana e profondamente cristiana. Se una certa insensibilità a questi orizzonti si è ormai diffusa anche da noi, se una certa indifferenza a queste dimensioni si è ormai propagata nella convinzione che esse riguardano solo alcuni, allora occorre far valere le ragioni che spingono verso una visione autenticamente umana della vita, soprattutto oggi, anche nella nostra città come nel nostro Paese e nella nostra Europa.
Se queste ragioni sembrano sfuggirci, se questa visione dell’esistenza umana ci appare lontana, ciò è dovuto al fatto che siamo immersi in un sistema di pensiero nebbioso che non privilegia più né sapienza, né intelletto, né ricerca del vero e del bene.
Ne soffriamo tutti.
Ne soffre la politica, perché tende a non essere ricerca del bene comune attraverso il confronto e il dialogo, disposti a rinunce ragionevoli in vista di un bene comune più grande e più condiviso. Essa tende invece a diventare una continua richiesta di singoli e di gruppi di interesse, con un succedersi di veti incrociati, che rende faticoso, intricato, poco trasparente il governo della cosa pubblica.
Ne soffre il costume etico, rischiosamente esposto non solo allo scadimento, ma all’inconsistenza, al vuoto. Se si esalta il soggettivismo esasperato, se tutte le posizioni sono equiparate in modo indiscriminato, allora è inevitabile che finisca col prevalere la posizione che suona immediatamente più facile, più piacevole, meno impegnativa. Non si ricerca più una società "buona", verso cui tendere, ma ci si accetta una convivenza fiacca, opaca, senza forma, senza dignità.
Ne soffre la cultura, e cioè la visione del mondo e dell’uomo, quasi insensibile alle sollecitazioni della ricerca del significato delle cose, della vita, delle relazioni. E’ soffocante una cultura che si ferma a ciò che appare, dominata da una ragione che vuole essere "misura di tutte le cose", dopo averle appiattite secondo un criterio che risponde solo alla logica dell’utilità e del dominio.
Ne soffrono la famiglia e la scuola, per la debolezza e la fragilità psicologica e affettiva delle relazioni familiari e per le difficoltà del compito educativo.
Ne soffrono i giovani, come purtroppo vediamo. Si stanno profilando situazioni che hanno caratteristiche quasi inedite, che vanno dalla demotivazione scolastica ai vari casi di relazioni difficili con forme di violenza sugli altri o su se stessi.
Se nessuno può stare a guardare, non può certo la nostra Chiesa limitarsi a considerazioni più o meno preoccupate. Per questo intende impegnarsi in questi prossimi anni per la Missione popolare diocesana e per la questione educativa. Questo impegno, lo sottolineo ancora, è per il bene di tutti, sapendo che l’educazione è affare di tutti e che tutti sono chiamati a quel bene grande che ha il nome di ‘servizio’.
Sappiamo anche, come afferma san Paolo nella seconda lettura, che "noi abbiamo un tesoro in vasi di creta". San Paolo conosce bene la fragilità umana, le difficoltà, gli ostacoli. Anche a noi non sfuggono, in quanto ne facciamo esperienza quotidiana. Ma Paolo ricorda che il "tesoro" della verità cristiana a noi affidata in "vasi di creta", si trasmette attraverso la nostra povertà e la nostra debolezza, "perché appaia che la potenza straordinaria viene da Dio e non da noi".
Carissimi fratelli, ci rivolgiamo a sant’Antonino, nostro patrono e nostro amico presso il Signore della storia, perché ci aiuti ad affrontare questi impegni con coraggiosa saggezza: a tutti doni la luce della verità, la forza della speranza, la serenità del cuore. Amen.
†Gianni Ambrosio
Vescovo di Piacenza-Bobbio
Le motivazioni del Vescovo
nell’accogliere l’Antonino d’oro.
Ringrazio di cuore tutti i canonici di questa basilica e in particolare don Giuseppe Basini per questa onorificenza dell’Antonino d’oro 2009. Don Giuseppe, quando è venuto a sottopormi la proposta o la decisione dei canonici, non ha subito ricevuto la mia approvazione. Non l’ha neppure pretesa. Mi ha solo detto: "le lascio la lettera con le motivazioni e poi Lei decida, liberamente". Mi sono consultato e ho accettato.
Sono tre i motivi che mi hanno indotto ad accogliere – e con gioia – questo premio.
Il primo è sant’Antonino stesso. Parecchi anni fa, avevo preparato un corso sui pellegrinaggi, soprattutto in Terra Santa. Così mi capitò tra le mani l’Itinerarium Antonini Placentini: un prezioso diario di viaggio, purtroppo alquanto ignoto ai piacentini, attributo per secoli ad Antonino, che descrive il viaggio di un pellegrino di Piacenza che, con alcuni compagni, parte dalla nostra città per recarsi in Terrasanta negli anni 560-570. Lo studio più approfondito, in argomento, è quello di una cara professoressa dell’Università Cattolica di Milano, Celestina Milani. Da questo diario ho tratto il mio motto episcopale: vestigia Christi sequentes. Sono le parole con cui questo pellegrino, nelle prime righe, motiva il pellegrinaggio in Terra Santa: per camminare sulle orme di Cristo. A fine luglio, se Dio vorrà, con cento giovani della nostra Chiesa, tornerò in Terra Santa, per lo stesso motivo, camminare sulle orme di Cristo.
Il secondo è più personale: questo premio è un segno di affetto nei miei confronti e con grande affetto lo accolgo.
Poi vi è un terzo motivo, più ecclesiale, dovuto al legame tra il vescovo e il suo popolo. Non c’è popolo senza vescovo e non c’è vescovo senza popolo. Così questo legame viene descritto da san Giovanni Crisostomo in una sua nota omelia: "Noi siamo un solo corpo e non si separa il capo dal corpo, né il corpo dal capo…" (San Giovanni Crisostomo, Prima dell’esilio, nn.1-3; PG 52,427*-430). Per cui accolgo questo premio come premio dato a me e dunque a tutto il popolo, a tutta la comunità, in particolare a tutti i sacerdoti di questa nostra Chiesa, nella speranza di vivere sempre ciò che san Crisostomo esprime: "noi siamo un solo corpo e non si separa il capo dal corpo, né il corpo dal capo…". Grazie di cuore.
domenica 28 giugno 2009
Sant'Antonino 2009/Martedì la giornata del malato
La Basilica di Sant'Antonino, in collaborazione con l'Ufficio diocesano per la pastorale della salute e con il Vicariato della città, organizza nella basilica del Patrono, il prossimo 30 giugno, martedì, la prima giornata dei malati e degli anziani. Come sottolinea il parroco don Giuseppe Basini, si tratta della prima giornata dei malati e degli anziani promossa in occasione della festa patronale e in tale occasione ci sarà la possibilità di ricevere il sacramento dell'Unzione degli infermi; al termine ai presenti verrà consegnata un'immagine ricordo di Sant'Antonino.
Questo il programma: alle 16,30 accoglienza in basilica; alle 17.00 celebrazione eucaristica, con possibilità di ricevere il sacramento dell’unzione degli infermi, presieduta dal vicario generale monsignor Lino Ferrari; alle 18 rinfresco in piazza sant’Antonino.
Per chi avesse problemi di carattere organizzativo e logistico (e per altre informazioni) consigliamo di prendere contatto con Teresio Cerini, segretario dell’Ufficio per la pastorale della salute (cell. 3477266294); per il trasporto dei malati hanno dato la loro disponibilità associazioni di volontariato quali la Pubblica Assistenza 118, Croce Rossa, Croce Bianca Misericordia, UNITALSI, Alpini.
Da sottolineare anche che l'accesso alla Basilica per le auto è libero dalle ore 16.00 alle 19.00 passando da via Giordani.
giovedì 25 giugno 2009
S.Antonino 2009/Lunedì 29 il concerto d'organo di Berzolla
La serata proseguirà con una delle più significative composizioni del cosiddetto Novecento storico, ovvero la Prima Sonata di Paul Hindemith (1895-1963) scritta nel 1937 in quello stile che spesso viene definito “neoclassico”, ma che nelle mani del compositore tedesco assume un’intensità espressiva del tutto particolare. Di Petr Eben (1929-2007) verranno invece eseguiti i sette movimenti che formano il grande affresco “Mutationes”, composto nel 1980 per uno o due organi, tra le più rappresentative opere del compositore cecoslovacco che fu anche organista e grande improvvisatore. A conclusione della serata il Maestro Berzolla eseguirà la Sesta Sonata di Felix Medelssohn (1809-1847) nel secondo centenario della nascita. Riagganciandosi alla tradizione barocca Mendelssohn costruisce il primo movimento di questa composizione su un tema di Corale: si tratta del Vater Unser (il Padre Nostro) sul quale vengono sviluppate quattro variazioni. Il tema del Corale serve anche come soggetto della Fuga che costituisce il secondo movimento, mentre il Finale è un Lied nel più puro stile mendelssohniano.
Massimo Berzolla (1963) si è diplomato con il massimo dei voti al Conservatorio “G. Nicolini” di Piacenza nella classe di Luigi Toja e in Composizione sotto la guida di Bruno Bettinelli; si è poi perfezionato in Organo con lo stesso Luigi Toja e con Giuseppe Zanaboni; ha inoltre studiato Direzione d'orchestra con Nicola Samale e, all'Accademia Pescarese, con Gilberto Serembe. È stato per tre decenni organista titolare e direttore di coro della Cattedrale di Piacenza; responsabile per la Musica Sacra della Diocesi di Piacenza-Bobbio, è direttore dell’Istituto di Musica Sacra “San Cristoforo” e si occupa della trascrizione e valorizzazione del prestigioso Fondo Musicale dell'Archivio del Duomo di Piacenza. Particolarmente apprezzato come interprete del repertorio novecentesco, svolge attività concertistica come solista in Italia e all’estero; è attivo inoltre come direttore, collaborando con l’Orchestra Filarmonica Italiana, con il Gruppo Strumentale “V. L. Ciampi”, e, stabilmente, con il Gruppo Strumentale “Ricercare”; numerose sono poi le sue composizioni già eseguite da varie formazioni cameristiche, orchestrali e vocali, che hanno riscosso un notevole consenso di pubblico e di critica e che sono state trasmesse radiofonicamente (RAI-Mediaset); notevole anche la sua attività di arrangiatore, in collaborazione tra gli altri con l’Ensemble Strumentale Scaligero. È fondatore e direttore della Cappella Musicale “Maestro Giovanni”, gruppo vocale da camera con il quale svolge attività concertistica e servizio liturgico, anche in collaborazione con gruppi strumentali. Molto attivo come compositore di musica vocale e strumentale, ha inciso un CD contenente sue opere strumentali per la casa discografica “Millennio”; un doppio CD interamente dedicato a sue composizioni intitolato Ludus è stato inoltre realizzato dall’etichetta Bottega Discantica, che ha anche edito alcuni suoi brani. Ha composto musica per il teatro e il dramma spirituale in musica Giustina - ex ossibus, rappresentato nel settembre 2001. (www.massimoberzolla.it)
L’ingresso è libero. Per eventuali informazioni: 339/6727981.
mercoledì 24 giugno 2009
S.Antonino 2009/ Niente pisarei e liscio ma un'occasione per riflettere
Lunedì 29 giugno
Sant'Antonino patrono dei malati
Martedì 30 giugno,
Alle 21, in Sant’Ilario, il vescovo emerito di Ivrea, Luigi Bettazzi, uno dei padri conciliari, ricorderà la figura di Helder Camara, l’arcivescovo brasiliano delle favelas. Un incontro che si inserisce sulla scia della missione popolare diocesana.
Venerdì 3 luglio
In Sant’Ilario alle 21, fede e scienza con lo scienziato piacentino Lucio Rossi, il costruttore dell’acceleratore di particelle del Cern di Ginevra che dovrebbe spiegare l’origine dell’universo.
La musica che parla all’anima: Massimo Berzolla, il 29 giugno alle 21 in S. Antonino,
Coro Farnesiano, il primo luglio alle 21 sempre in basilica
Orchestra giovanile di Taiwan, il 2 luglio alle 21 ancora in basilica.