sabato 5 aprile 2008
Premio giornalistico dedicato a don Ciatti
fed.fri.
Il testo integrale su Libertà di oggi, 5 aprile 2008
Dedizione, fede e passione, in Cattolica la giornata universitaria
Da Libertà, 5 aprile 2008
giovedì 3 aprile 2008
Il senato del vescovo affronta la questione educativa
Tra gli argomenti all’ordine del giorno ha impegnato maggiormente l’assemblea quello relativo al “presbitero e la questione educativa”. Si tratta di un tema che sta interessando anche la Chiesa in generale; recentemente il Papa si è espresso sul tema con una lettera inviata alla diocesi e alla città di Roma; tra l’altro l’argomento sarà nell’agenda della prossima riunione della Conferenza Episcopale Italiana. Inoltre il problema educativo potrebbe essere al centro del programma pastorale del prossimo anno e non è da escludere che sia anche l’argomento della prossima lettera enciclica di mons. Gianni Ambrosio.
Lo stesso Vescovo ha introdotto il dibattito con un intervento ampio e organico: mons. Ambrosio ha giustificato l’impegno educativo facendo riferimento alle Sacre Scritture ed in particolare a San Paolo (prima lettera ai tessalonicesi: 2,8: “Così affezionati a voi avremmo voluto darvi non solo il vangelo di Dio, ma la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari”). Questo sottolinea – ha commentato il Vescovo – che il fatto educativo parte dall’affetto e passa attraverso la relazione umana, tende quindi a coinvolgere sia l’educatore sia l’educando. Lo scopo è quello di comunicare il vangelo, ma tra educazione in genere ed educazione cristiana non vi è contrasto in quando quest’ultima tende a trasmettere la verità in un clima di libertà, dando spazio al rispetto della persona.
Mons. Ambrosio non si è nascosto che oggi vi sono diverse difficoltà dovute a nuove condizioni sociali e in questo ha richiamato il recente intervento del Papa alla diocesi di Roma: Benedetto XVI in particolare ha parlato di emergenza educativa che ha le proprie radici nel relativismo e nel soggettivismo, oggi sempre più diffusi. Mons. Ambrosio da parte sua ha sottolineato l’importanza che il fatto educativo sia basato sull’incontro; parta dalla trasmissione di una solida esperienza cristiana (anche oggi è possibile educare cristianamente) che venga da lontano, come mostrano le Sacre Scritture e che sia aperta al futuro.
Sul fatto educativo il Vescovo ha valuto consultare il Consiglio Presbiterale in quanto su questo tema potrebbe esprimersi con uno specifico documento pastorale anche se, al termine del dibattito, ha precisato che le proprie indicazioni si inseriscono e si inseriranno in un percorso che certamente la comunità piacentina sta già compiendo e tendono soprattutto ad essere stimolo di confronto e di approfondimento.
E un primo approfondimento è già venuto proprio dal dibattito, molto ampio, che ha fatto seguito alle parole del Vescovo; citiamo in sintesi alcuni contributi: un fatto educativo presuppone un’esperienza da trasmettere (per questo è necessario un approfondimento) e affetto e rispetto per l’educando di cui si dovrà esaminare attentamente il contesto. Tra l’altro nel dibattito sono emerse linee diverse: vi è stato chi ha sostenuto la necessità di privilegiare ambiti specifici (la famiglia, gli adulti, i giovani, ecc.), mentre altri si sono pronunciati sulla necessità di approfondire lo stile relazionare da adottare nel processo educativo. In genere è stato sottolineato con forza che non esiste contrasto tra il fatto educativo in se stesso e l’educazione cristiana. Ovviamente questo non toglie che ci debbano essere aggiustamenti rispetto a quanto è stato fatto finora: un obiettivo da raggiungere è quello di coordinare le esperienze finora messe in atto. Nella Chiesa piacentina non mancano esempi preziosi, ma in genere ognuno tende a seguire un proprio cammino. Da qui la necessità di ricorrere ad un progetto coordinato basato sulle sinergie.
Il Consilio ha poi preso in esame il programma degli esercizi spirituali per il clero diocesano nell’ambito del documento sulla formazione permanente che il “Presbiterale” ha approvato lo scorso anno. Il Vescovo ha proposto – e in seguito verranno indicate le date – due momenti annuali per incontri spirituali per il clero, uno alla Bellotta ed un secondo residenziale, alle Pianazze.
Da parte sua il vicario generale mons. Lino Ferrari ha comunicato diverse informazioni sulla vita della diocesi; ne ricordiamo alcune: è stata confermata la festa del Corpus Domini con la processione per le vie del centro il giovedì sera, 22 maggio; nell’ultima settimana di agosto verrà riproposto un nuovo corso di giornalismo residenziale a Bedonia per operatori della comunicazione (i parroci sono invitati a segnalare i nomi di persone interessate); il giorno 11 maggio, domenica, è prevista la giornata del quotidiano cattolico (“Avvenire” pubblicherà una pagina sulla diocesi); in luglio la diocesi riceverà la vista della statua della Madonna di Lourdes che sta visitando le Chiese particolari italiane: la sacra effigie sarà in città nei giorni 19 e 20, mentre il 21 verrà trasferita a Borgotaro; venerdì 11 aprile (giornata di preghiera e di digiuno), alle 20, nella basilica di Sant’Antonino, si terrà una veglia di preghiera con il Vescovo per i missionari martiri; il 13 aprile, domenica, in cattedrale, alle ore 18,30, alcuni seminaristi riceveranno i ministeri del lettorato e dell’accolitato.
Il Consiglio Presbiterale Diocesano tornerà a riunirsi giovedì 8 maggio.
Comunicato stampa diocesi di Piacenza-Bobbio
Veglia con il vescovo per i missionari martiri
Il 6 aprile alle 21 al Corpus Domini
incontro missionario sul Sighet
Domenica 6 aprile alle ore 21 presso il salone parrocchiale del Corpus Domini si terrà l'incontro "Sighet: quando un incontro diventa Speranza". L'incontro, organizzato in collaborazione con il Centro Missionario Diocesano, rappresenta un'occasione unica per conoscere la testimonianza di padre Filippo Aliani, frate missionario cappuccino a Sighet, in Romania. Al termine della serata, vi sarà l'opportunità di conoscere una speciale proposta estiva rivolta a tutti i giovani.
Padre Filippo lavora da cinque anni con il gruppo giovanile di volontariato "Gruppo Speranza" per infondere la speranza in un futuro nuovo, diverso ed arginare la piaga dell'alcolismo e dell'abbandono minorile. Il primo contatto con la realtà di Sighet lo ebbe qualche anno fa, quando partecipò ad un Campo di Solidarietà Missionaria organizzato dalla Lega Missionaria Studenti dei Gesuiti di Roma. Colpito dalla gravità della situazione, dal fenomeno dell’abbandono minorile, dalla povertà materiale ma soprattutto valoriale della popolazione, decise di tornare e di rimanere stabilmente per provare a cambiare qualcosa, investendo sui giovani.
“L’abbandono a Sighet - racconta padre Filippo - è una vera e propria malattia, il non sentirsi desiderati e amati è una lebbra che distrugge l’umanità di queste persone, le isola sempre di più e le conduce a una morte interiore e relazionale. I ragazzi che vivono questa esperienza di abbandono rimangono segnati profondamente ed è veramente difficile lavorare con loro perché non hanno la capacità di capire quale è il loro vero bene e, se riescono a capirlo, di perseguirlo. Inoltre non riescono a inserirsi nella società, con le responsabilità che questo comporta, non riescono ad avere una progettualità. Vivono alla giornata e seguono ciò che è più semplice e comodo, indipendentemente dalle conseguenze che questo comporta”.
Tanti sono i progetti che padre Filippo ha attualmente all'attivo con i suoi ragazzi: il volontariato presso gli orfanotrofi e le case famiglia, la donazione degli alimenti alle famiglie, il sostentamento di una nuova casa famiglia attraverso la pizzeria-gelateria “Pinocchio” e la formazione di una cooperativa socio-educativa gestita da giovani educatori.
mercoledì 2 aprile 2008
Niente droga per la suora
Piacenza - Stazione ferroviaria di Piacenza, tunnel sotto i binari. Anche la suora non sfugge al fiuto di Pagy, pastore tedesco femmina di tre anni. E' uno dei due cani antidroga in servizio al comando provinciale della Guardia di Finanza. La suora in questione non presentava tracce di sostanze proibite. Al contrario del cittadino extracomunitario che i finanzieri , sulla destra, stanno perquisendo.
Ambrosio sarà alla Festa Granda degli alpini
da Libertà, 2 aprile 2008
lunedì 31 marzo 2008
"Non essere incredulo ma credente"
Cari fratelli e sorelle,
oggi la liturgia celebra ancora il grande giorno di Pasqua. In verità, la liturgia cristiana celebra sempre la Pasqua. Non vi sarebbe alcuna celebrazione cristiana senza la Pasqua. E non vi sarebbe neppure il Vangelo senza la risurrezione di Gesù. Come potrebbe esserci un «lieto annuncio» senza il Risorto? Ogni celebrazione cristiana proclama che Gesù è il vivente. Egli è la fonte della vita. Egli è la parola di vita che non viene messa a tacere con la morte ma risuona ancora più potente proprio a partire dall'evento della morte. La fede nella risurrezione è sempre il cuore della celebrazione cristiana, memoriale di una persona viva che si fa presente in mezzo a noi per farci rinascere in Dio ed entrare nella vita stessa di Dio. Celebrando il Cristo morto e risorto, il cristiano trova il volto e il nome per la speranza dell'uomo: il volto di Cristo nostra Pasqua, speranza di vita, di vittoria sul potere del male, di perdono, di riconciliazione.
La Parola del Signore proclamata in questa Celebrazione ci invita a incontrare il Risorto così come l'hanno incontrato gli Apostoli, per passare anche noi, come loro, dall'esitazione e dal dubbio alla professione di fede piena, alla ‘beatitudine’ della fede di coloro che credono senza dover passare attraverso il ‘vedere’ e il ‘toccare’. Soffermiamoci innanzi tutto su un’espressione piuttosto curiosa che troviamo all’inizio del brano evangelico: «La sera di quel giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli (…) venne Gesù» (Gv 20, 19). “Il primo giorno dopo il sabato”: quest’espressione dell'evangelista Giovanni troverà più tardi il suo senso pieno, quando il “primo giorno dopo il sabato” verrà chiamato dai cristiani dies domini o dies dominmicus, e cioè giorno del Signore, perché è il giorno – “il primo dopo il sabato” ‑ in cui il Signore ha manifestato la sua gloria vincendo la morte: ogni domenica ricorda e celebra la Pasqua del Signore. Ma il giorno del Signore è anche il giorno dei discepoli del Signore, della comunità cristiana, il giorno in cui la comunità credente, radunata in assemblea Eucaristica, rende lode al suo Signore, ascoltandone la Parola, sperimentandone la presenza, accogliendo il dono della sua pace e del suo Spirito.
Anche noi, allora, come l’apostolo Tommaso, possiamo dire: «Mio Signore e mio Dio» (Gv 20, 28). È la sua professione di fede, semplice e profonda. Fede in Gesù, Signore e Dio, ma anche, potremmo dire, fede nel nostro rapporto vitale con Lui. Tommaso, con quel ‘mio’ Signore, dice che ormai la sua esistenza è inseparabile dal rapporto con il Signore. Quella di Tommaso sia anche la nostra professione di fede. È la fede della Chiesa, invitata oggi ad imparare sempre di nuovo a dire a Gesù: «Mio Signore e mio Dio», professando la fede nel Signore e riconoscendo di essere legati definitivamente con il Signore. Egli, il vivente, è con noi e in noi e noi siamo in Lui. Ma il cammino che l'apostolo Tommaso ha percorso per arrivare alla gioiosa professione di fede è stato faticoso. Tommaso si mostra incredulo, chiuso in se stesso, rinchiuso nel limitato orizzonte del ‘vedere’ e del ‘toccare’: egli teme l'avventura della fede che è fiducia, disponibilità, apertura senza condizioni e senza riserve. L'esito della storia di Tommaso, dubbioso e povero di fede, è confortante per tutti noi che procediamo a tentoni nel cammino spesso incerto della fede. Gesù, infatti, manifesta la sua premurosa e paziente attenzione nei confronti di Tommaso e così la sua incredulità si trasformerà in fede limpida e gioiosa che esclama: «Mio Signore e mio Dio».
Questa gioia della fede nel Signore risorto trasforma l’esistenza di san Tommaso e degli altri apostoli e discepoli di Gesù. E trasforma anche la nostra esistenza che diventa testimonianza, missione. Gesù dice ai discepoli: «Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi» (Gv 20, 21). Li manda nel mondo a continuare la sua opera con la forza del suo Spirito per vincere il male, per perdonare i peccati, per annunciare e testimoniare la risurrezione, per offrire la pace. Gesù affida ai discepoli e, attraverso ai discepoli, affida a noi la sua opera, affida alla nostra Chiesa di Piacenza-Bobbio la sua missione. Un compito stupendo, un compito affascinante.
Desidero infine ricordare tre circostanze che si inseriscono molto bene nella gioiosa professione di fede Pasquale e nella missione che ci è affidata. La prima circostanza è la festa che celebriamo qui in Cattedrale in onore di Maria Santissima, che riconosciamo e veneriamo come Madonna del Popolo. Un titolo molto vero, molto profondo: Maria viene dal popolo di Dio e, diventata la Madre del Signore Gesù, accompagna il cammino della Chiesa, come Madre del nuovo popolo di Dio. Preghiamo Maria che ha accolto la Parola di Dio e l’ha vissuta nell’obbedienza perché ci aiuti a professare e a testimoniare la fede Pasquale. Le altre due circostanze sono un segno di questa fede Pasquale che diventa vita Pasquale. Sono stati celebrati in questi giorni i dieci anni della Casa della Carità voluta dal mio caro predecessore mons. Luciano Monari con l’intento di essere un piccolo segno di quello che la Chiesa, le comunità cristiane, tutti i cristiani debbono diventare: capaci di accogliere, di accogliere tutti. Infine l’ultima circostanza: sono qui con noi tanti amici della parrocchia di san Gregorio Magno della diocesi di Salerno, con il loro parroco e con il gruppo folcloristico. Molti piacentini, attraverso la Caritas, diedero loro una mano in occasione del terremoto. E da allora l’amicizia non è venuta meno: li ringraziamo di cuore per la loro presenza. Anche questo è un segno di quella Pasqua che ci rende creature nuove, animate dallo Spirito di amore e di pace. Amen.
† Mons. Gianni Ambrosio,
Vescovo Piacenza-Bobbio
Si ringrazia Vittorio Ciani per la collaborazione.
domenica 30 marzo 2008
FOTO/ I 10 anni della Casa della carità
Ecco una breve galleria fotografica della festa per il decennale della Casa della Carità tenutosi sabato pomeriggio 29 marzo nel giardino del palazzo vescovile di Piacenza.

Il vescovo Gianni Ambrosio e , a destra, don Giuseppe Basini.
Il vescovo Ambrosio benedice con il ramoscello d'ulivo.
Il simbolo della Casa della Carità riprodotto sulla torta di compleanno.


Quando la carità genera stupore
sone - circa trecento - accorse per il decennale e, soprattutto, del grande segno che la struttura posta al primo piano di un’ala del palazzo vescovile è in grado di mostrare. «È qui che abita la carità di Dio - osserva il vescovo durante l’omelia - è qui che si osserva lo stupore della Pasqua, della presenza di
Dio in mezzo all’uomo, della vita nuova che si manifesta attorno ad un progetto. Dobbiamo rendere grazie al Signore per questo dono». Il dono è, naturalmente, la Casa della Carità che ieri celebrava i suoi primi dieci anni di vita. La volle il vescovo Luciano Monari assieme al Consiglio presbiterale perché diventasse «un segno della responsabilità che la chiesa e la città hanno di accogliere le persone più in difficoltà». Poveri, disabili, persone senza più nessuno al mondo. Ed è lo stesso vescovo Monari che il suo successore, monsignor Ambrosio cita più volte nella sua omelia. Dall’altare, assieme al superiore delle Case della Carità, don Romano Zanni, al segretario vescovile don Giuseppe Basini (colui che, in questi anni, ha seguito da vicino ogni passaggio della Casa) e a due ospiti della struttura con il compito di reggere le sacre scritture e la mitria, dall’altare Ambrosio ha voluto ringraziare Monari e tutte le persone che
nel tempo si sono adoperate «come in un mazzolino di fiori» perchè «è l’insieme che fa la bellezza». È stata suor Antonella, una delle due religiose d
ella congregazione dedicata a seguire le Case della Carità, ad inizio di celebrazione, a ricordare i protagonisti di questa storia, gli ospiti, molti dei quali non ci sono più. «La nonna Ione, Corrado, Carletto, Luigi, Pino, la Tina, Luisella, Maria - cita la suora -. Poi i nostri parenti, amici e benefattori e infine don Mario, suor Maria e suor Concetta, senza i quali questa casa non sarebbe nata».Alla fine, la festa, con una maxi torta con dieci candeline e l’immagine dei tre pani, il simbolo della Casa.Federico Frighi
Il testo integrale su Libertà del 30 marzo 2008
venerdì 28 marzo 2008
Che bello fare la suora!
Sono 24 le suore piacentine che hanno rinnovano la loro professione di vita religiosa con il ricordo del 50° - 60° - 70° anniversario durante la festa del Sì in Santa Maria di Campagna. Ecco i loro nomi:
50° anniversario
Suor Giovanna della Croce, Carmelitane di S. Teresa
Suor Adriana Andriotto, Figlie della Chiesa
Suor Emilia Albertin, Figlie di S. Giuseppe
Suor Filomena Fornari , Figlie di Maria Ausiliatrice
Suor Giovanna Maria Forlini, Orsoline di Maria Immacolata
Suor Odilla Bortignon, Missionarie di S. Carlo Scalabriniane
Suor Assunta Zonta, Missionarie di S. Carlo Scalabriniane
60° anniversario
Suor Maria Immacolata del Verbo Incarnato, Carmelitane di S. Teresa
Suor Paola Villa, Figlie di Gesù Buon Pastore
Suor Irene Moro, Missionarie di S. Carlo Scalabriniane
Suor Angela Toniolo, Missionarie di S. Carlo Scalabriniane
Suor Giustina Cavalli, Missionarie di S. Carlo Scalabriniane
Suor Eufrasia Piotto, Missionarie di S. Carlo Scalabriniane
Suor Arcangela Parolin, Missionarie di S. Carlo Scalabriniane
Suor Dorotea Simioni, Missionarie di S. Carlo Scalabriniane
Suor Serafina Bordignon, Missionarie di S. Carlo Scalabriniane
Suor Chiara Vecchiato, Missionarie di S. Carlo Scalabriniane
Suor Marta Bernardi, Figlie di Maria Ausiliatrice
Suor Lina Scunzani, Figlie di Maria Ausiliatrice
Suor Maria Musatti, Figlie di Maria Ausiliatrice
Suor Giulia Romagnoli Figlie di Maria Ausiliatrice
Suor Maria Nava, Figlie di Maria Ausiliatrice
Suor Angela Molinari, Figlie di Maria Ausiliatrice
70° anniversario
Suor Angela Cavalli, Missionarie di S. Carlo Scalabriniane
Hanno festeggiato il loro 50° anniversario del sì anche due religiosi:
padre Vitale Chiarolini, Padri Sacramentini
padre Francesco Crivellari, Padri Sacramentini.
Si ringrazia Vittorio Ciani per la collaborazione.
Mille anni di Sarsina, il vescovo Lanfranchi dà il via alle celebrazioni
Con l’inaugurazione ufficiale ha preso il via un ricco carnet di eventi religiosi e culturali che coprirà l’intero anno giubilare fino al 31 maggio 2009, quando, in piazza Plauto, uno spettacolo di Aterballetto decreterà la chiusura ufficiale della manifestazione. Tra gli eventi religiosi il grande pellegrinaggio del 25 aprile a Sarsina (con la messa celebrata dal cardinale Giovanni Battista Re), la messa del 28 agosto in ricordo di San Vicinio presieduta dal cardinale Angelo Bagnasco. Nel mese di agosto in data da definire, la cantata per il millennio della cattedrale eseguita da Ennio Morricone.
Il testo integrale su Libertà del 27 marzo 2008
Triani confermato all'Azione Cattolica
Il testo integrale su Libertà di oggi, 28 marzo 2008
mercoledì 26 marzo 2008
Spiritualità per le famiglie
UFFICIO PASTORALE DEL MATRIMONIO E DELLA FAMIGLIA.
Carissimi, veniamo a voi per comunicarvi che
DOMENICA 6 APRILE
PRESSO LA PARROCCHIA DI S. FRANCA PIACENTINA
ci ritroveremo per una giornata di spiritualità durante la quale sarà presente anche il nostro Vescovo, mons. Gianni Ambrosio
Il tema su cui avremo l’opportunità di riflettere sarà il seguente
LA FAMIGLIA TESTIMONE DEL RISORTO
“Se siete risorti con Cristo cercate le cose di lassù”.
La giornata si snoderà secondo questo programma:
ore 9,15: arrivi e accoglienza
ore 9,30: preghiera e presentazione del tema della giornata (Don Franco Capelli e una coppia di sposi)
ore 10,30: riflessione in coppia o in piccoli gruppi
ore 12,00: scambio in assemblea
ore 12,30: pranzo
ore 14,00: preparazione della Celebrazione dell’Eucaristia
ore 15,00: Celebrazione Eucaristica presieduta da Mons.Gianni
ore 16,00: conclusione e saluti.
Note organizzative:
Il pranzo ci verrà fornito da un catering. Per questo è’ molto importante che ci comunichiate la vostra presenza.
Lo stesso discorso vale per i bambini. Per poterci organizzare con le baby-sitters abbiamo bisogno di sapere quanti sono.
Si richiede conferma dell’adesione entro il 31 marzo, chiamandoci al n. 0523/756185 o al cell.339/2421049 (Flavio e MariaLetizia Caldini)
Vi auguriamo un’ottima Pasqua e vi chiediamo di sensibilizzare le coppie delle vostre comunità perché valorizzino questo momento.
A presto
Marialetizia e Flavio
Don Franco
Piacenza 19.03.2008
Diffuso dall'ufficio stampa della diocesi di Piacenza-Bobbio oggi 26 marzo 2008
martedì 25 marzo 2008
Ambrosio, anche il vescovo fa Pasquetta
Alla Pellegrina era la prima volta.
«È un’opera segno del Sinodo, come gesto concreto di carità, di attenzione alle situazioni più difficili, di emergenza, che la Chiesa diocesana ha voluto allora e che continua a portare avanti anche oggi» evidenzia il vescovo.
Un luogo che pone degli interrogativi. «Da un lato ho avuto un’impressione di grande ospitalità - racconta don Gianni -, di grande affetto che mi hanno mostrato questi ragazzi e ragazze. Ho pranzato con loro, abbiamo fatto una foto assieme, mi hanno chiesto di andare presto a trovarli».
Da un lato l’accoglienza e l’amicizia. Dall’altro? «Dall’altro il cuore gonfio; vedere queste situazioni di estrema difficoltà fa piangere il cuore. Sono situazioni difficili, con molti punti interrogativi, misteri della vicenda umana».
«Questa casa - è convinto monsignor Ambrosio - ci insegna il rispetto che dobbiamo all’uomo in qualsiasi situazione venga a trovarsi. Non solo: anche la necessità di una educazione che sappia davvero superare ostacoli e difficoltà derivanti dai pregiudizi. Questa amicizia che hanno chiesto anche a me e a don Giorgio così come ai tanti volontari che seguono la casa, è il segno del desiderio di avere una mano amica che ti aiuti a tirarti su. Alla fine questa mano amica è la società nel suo insieme. Questo è davvero un insegnamento che ognuno di noi deve raccogliere. Sono segni importanti, che valgono per tutti e devono valere in particolar modo per i giovani». La Pellegrina chiede insomma di non venire dimenticata da Piacenza.
Gli amici, è vero, ci sono. «Tutte le domeniche i ragazzi hanno il pranzo offerto e preparato da gruppi familiari - osserva il vescovo - che lo portano in silenzio, senza rumore, senza comunicarlo in giro. Una volta al mese le parrocchie, a turno, vanno alla Pellegrina per una celebrazione eucaristica e passano là la serata. Con un poco di fatica, mi è stato detto - c’era più entusiasmo qualche anno fa -, però sono ancora sette-otto le parrocchie che incontrano i ragazzi. Anche questa è una cosa meritevole di essere sottolineata. Dobbiamo sentire questa casa come un aiuto da dare a questi fratelli che, per un verso o per l’altro, hanno inciampato in una realtà quanto mai dolorosa e triste».
La mattinata di Pasquetta era iniziata in carcere, ad incontrare per la messa un secondo gruppo di detenuti che la settimana passata (mercoledì scorso) non avevano potuto partecipare alla celebrazione per motivi di spazio.
Infine la visita alle Scalabriniane. Un’altra casa che merita di essere sostenuta. «Era il cinquantesimo della morte di madre Lucia, co-fondatrice delle Scalabriniane - ricorda monsignor Ambrosio - colei che ha riportato l’attenzione della congregazione verso gli immigrati in Italia. Mentre all’inizio erano sorte per aiutare i nostri italiani che andavano all’estero, lei capì che era il momento di aiutare coloro che venivano in Italia. Una scelta davvero strategica».
Federico Frighi
Il testo integrale su Libertà di oggi, 25 marzo 2008
Ambrosio: il mondo è troppo lento, la Pasqua ci invita a correre
La Pasqua, con l’annuncio della Resurrezione, è la festa per eccellenza del Cristianesimo, il principio di ogni festa cristiana, il cuore della nostra fede. Nell’augurio pasquale c’è il mistero di Gesù Cristo, morto e risorto, il riconosimento della fedeltà di Dio padre per il suo figlio Gesù Cristo e di tutti noi. Abbiamo urgente bisogno di lasciarci sorprendere dall’annuncio pasquale (come dice l’evangelista giovanni usando il verbo "correre") senza arrenderci all’evidenza della morte, senza cadere sotto il peso del male, dell’ingiustizia, delle cose che non vanno. Bisogna correre per andare incontro al Signore risorto, per vivere veramente la Pasqua nella sua dimensione di vita nuova e di speranza vera. Appena Maria di Magdala giunge al sepolcro vede che la lastra pesate è stata ribaltata. Subito corre per gridare la sua tristezza, lo hanno portato via. Anche Pietro e Giovanni corrono insieme verso il Sepolcro, una corsa che esprime bene l’ansia di vita nuova. Anche noi riprendiamo a correre. La nostra andatura è diventata troppo lenta, troppo pesante. In ogni ambito emerge la paura di rischiare, in ogni settore domina la pigrizia di un realismo triste che che non fa sperare più nulla. Siamo rassegnati a tutto e il peggio ci sembra inesorabile. La nostra cultura è attraversata da fredde correnti di indifferenza, di disistima, di disimpegno. Biosgna uscire da ogni cenacolo dalle porte chiuse. La Pasqua è anche fretta, l’amore fa correre veloci. È giunto il momento in cui scoprire nel crocifisso il Risorto, di sentire la sua presenza, di vivere alla luce della speranza, è giunto il momento della fede, della fede cristiana, per cui non bastano più gli occhi di sempre, quelli carnali, ma servono gli occhi della fede. È giunto il momento in cui far valere per noi, per l’umanità intera, quel lievito nuovo che fa fermentare tutta la Pasqua. A noi cristiani del terzo millennio è rivolto il monito di Paolo: «Non sapete che un po’ di lievito fa fermentare tuttaa la pasta? Togliete via il lievito vecchio per essere pasta nuova, poiché siete azzimi. È davvero giunto il momento in cui è necessario questo lievito nuovo, fatto di amore e di verità per l’uomo, rischiosamente esposto alle varie tentazioni che invitano a deturpare l’umano, a ridurlo a semplice cosa. L’apostolo Paolo conclude il suo invito dicendo: Cristo nostra Pasqua è stato immolato. Sono parole in cui l’apostolo, con grande semplicità, dice che in Cristo, nostra Pasqua, tutta la nostra realtà umana è stata radicalmente trasformata; quanto è accaduto in lui è destinato ad accadere in ogni uomo. Il lievito nuovo della Pasqua, rende nuova la Pasqua, rende nuova la pasta, la storia umana, quella vecchia, fatta di peccato, è destinata alla corruzione. Quella nuova non conosce come suo destino ultimo la corruzione per la presenza del Cristo risorto. La parola definitiva sulla nostra esistenza è stata pronunciata: sarà vita per sempre.
lunedì 24 marzo 2008
S.Maria di Campagna, il ballo dei bambini
La festa sarà aperta oggi: alle ore 18.30 vi sarà una solenne celebrazione presieduta dal M.R.P. Bruno Bartolini, Ministro Provinciale dei Frati Minori dell’Emilia Romagna.
Martedì vi saranno S. Messe alle ore 7.30 – 8.30 – 10 - 11
Alle 18.00 preghiera del Rosario con litanie cantate.
Alla Santa Messa delle ore 18.30, celebrata dal nuovo Vescovo di Piacenza-Bobbio, S. E. Mons. Gianni Ambrosio, le religiose della Diocesi rinnoveranno il loro “sì” di consacrazione al Signore e verranno festeggiate 23 suore che celebrano il 50°, 60° e 70° di professione religiosa.
Nel pomeriggio dalle 14 alle 17.30 si invitano i genitori a portare i figli per il “ballo dei bambini”.
La solennità liturgica sarà celebrata lunedì 31 marzo S. Messe ore 7,30 - 8,30; alle 18,30 S. La messa è concelebrata e presieduta da Don Giuseppe Formaleoni, parroco di S. Sisto.
domenica 23 marzo 2008
Ambrosio: la libertà di Cristo vince la nostra schiavitù
Ecco il testo dell'intervento del vescovo di Piacenza-Bobbio, Gianni Ambrosio, durante la veglia della notte di Pasqua nella cattedrale di Piacenza.
Carissimi fedeli,
Ecco
Ecco il santo mistero di questa notte di grazia, di salvezza. Una salvezza che si svela progressivamente nelle varie tappe della lunga storia di salvezza. Le letture dell’Antico Testamento scandiscono queste tappe ma soprattutto ricordano che questa salvezza è preparata da Dio per il suo popolo e trova il suo compimento in Cristo risorto. Con lui il nostro futuro è aperto, definitivamente aperto verso una speranza fondata.
Questa vittoria sull’oscurità e sulla morte ha riguardato prima di tutto Gesù, il Verbo di Dio che si è fatto uomo. In questa notte egli, “spezzando i vincoli della morte, risorge vittorioso dal sepolcro”. E’ la proclamazione dell’angelo nel brano evangelico: «l’angelo disse alle donne: non abbiate paura, voi! So che cercate Gesù il crocifisso. Non è qui. È risorto» (Mt 28,6).
L’umanità di Cristo ha conosciuto la trasformazione più radicale: è diventata partecipe della stessa vita divina, vivificata per sempre dalla potenza della vita divina.
Ma ciò che in Cristo è accaduto - il mistero della sua risurrezione – e che questa notte celebriamo nello stupore e nella gioia, vale anche per noi in questa notte di grazia. Essa è la notte di Cristo vittorioso ma è anche la notte che cambia il destino dell’uomo, il destino di ciascuno di noi. Siamo uniti a Gesù Cristo e per mezzo di Lui siamo uniti al Padre.
Sempre nell’Exultet abbiamo cantato: “O notte veramente gloriosa, che ricongiunge la terra al cielo, e l’uomo al suo Creatore”. E l’apostolo Paolo nell’epistola afferma: “se siamo stati uniti a lui con una morte simile alla sua, lo saremo anche con la sua risurrezione” (Rm 6, 5).
La risurrezione di Cristo è come una primizia, quanto è accaduto in Cristo è destinato ad accadere anche in ciascuno di noi. La sua libertà vince la nostra schiavitù, la sua santità sconfigge la nostra miseria grazie ai sacramenti della fede che sanciscono e rinsaldano il nostro legame con Cristo e ci fanno vivere e rivivere in Cristo. È il motivo per cui proprio in questa notte di Pasqua, cuore della liturgia cristiana, rinnoveremo le promesse del nostro battesimo e battezzeremo, pieni di gratitudine, tredici nostri fratelli e sorelle che si accostano al fonte battesimale per essere battezzati nell’acqua e nello Spirito: li accogliamo con gioia nella nostra grande famiglia che è la santa Chiesa.
Per mezzo dei sacramenti, la presenza di Gesù Cristo si fa viva e tangibile nella nostra vita, nella comunità ecclesiale, nella trama dei rapporti dell’umana esistenza: Gesù risorto è in mezzo a noi. E anche noi, come le donne di cui parla il Vangelo, come le generazioni cristiane prima di noi, in fretta corriamo per comunicare la nostra gioia ai fratelli.
Buona Pasqua a tutti e poiché fra i battezzati vi sono anche persone di lingua francese, spagnola e inglese, volentieri nella loro lingua diciamo Joyeuses Pâques, Happy Easter, Feliz Pascua de Resurrección!
sabato 22 marzo 2008
Ambrosio per la Via Crucis: preghiamo perché tutti conoscano la croce di Cristo
il racconto della Passione secondo Giovanni inizia con Gesù nell’’orto degli ulivi’, prostrato per l’angoscia di morte. Nella prima lettura il profeta Isaia esclama: «Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori… È stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità».
Anche noi abbiamo iniziato la Celebrazione, prostrati a terra, come Gesù nell’orto degli ulivi.
Ora ci poniamo in contemplazione della croce e del suo mistero. Fissando lo sguardo sul volto lacerato e dolente del crocifisso, noi questa sera contempliamo e adoriamo la santa croce: in essa riconosciamo il simbolo della nostra salvezza, perché il mistero della Croce è il mistero della Redenzione.
Portiamo questa sera ai piedi della croce noi stessi e l’umanità intera. E insieme portiamo tutta l’iniquità del male, quello spensierato che quasi non ha coscienza di sé e quello consapevole e intenzionale.
E lì, ai piedi della croce, ci rendiamo conto che nessuna nostra iniquità è più grande del perdono di Cristo: la salvezza è offerta a tutti. La croce è la rivelazione dell’amore del Figlio che ama l’uomo sino alla fine: un amore più grande del peccato, un amore più forte della morte. La via della croce, percorsa del suo Figlio fatto uomo, è la via che conduce alla risurrezione e alla vita eterna.
La parola di Dio che abbiamo ascoltato svela la verità della croce. L’amore del Figlio, come ci è stato ricordato nella seconda lettura, è amore che condivide fino in fondo la nostra condizione umana. «Non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità essendo stato lui stesso provato in ogni cosa, come noi, eccetto il peccato». È questa totale condivisione che ha portato Gesù fino alla morte di croce.
La Croce che contempliamo e adoriamo è il nostro tesoro. Nel Battesimo siamo stati segnati con il segno della croce: siamo diventati in Cristo figli del Padre. Tutto nella nostra vita cristiana è come autenticato da questo marchio, da questa garanzia: ogni luce di speranza viene di qui, da questo patibolo degli schiavi che è diventato la sorgente del mondo rinnovato.
La croce è il segno distintivo della nostra identità di cristiani, è la nostra tessera di riconoscimento. Ai piedi della croce il popolo che “Dio si è acquistato" è chiamato a intercedere per tutte le genti, per tutta la famiglia umana, per annunciare a tutti gli uomini le grandi opere di Dio, il suo progetto di universale misericordia.
Il pensiero di tanti che non conoscono ancora il mistero e la grazia di questo segno ‑ non conoscono il grande e unico avvenimento di salvezza che è il cuore della storia del mondo ‑ ci rattrista e al tempo stesso ci sprona a pregare, come stiamo per fare nella grande ‘preghiera universale’, quasi allargando le braccia della croce sino ai confini della terra per far sentire a tutti la tenerezza dell’amore di Dio che tutto perdona. E ci sprona a far nostra la parola di san Paolo e a testimoniarla nella vita: «Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo del quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo».
Anche a nome di tanti che non conoscono il mistero e la grazia della croce, cantiamo con voce commossa il nostro saluto adorante: “Ecco il legno della croce, al quale fu appeso Cristo, Salvatore del mondo”.
† Mons. Gianni Ambrosio,Vescovo Piacenza-Bobbio
Si ringrazia Vittorio Ciani per la collaborazione.
venerdì 21 marzo 2008
Ambrosio per l'Ultima cena: è la grande ora della storia
facciamo memoria – nel senso pieno dell’espressione biblica ‑ dell’ora di Gesù, della sua ora di rivelazione e di passione: «Sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine». Gesù, curvo e inginocchiato nell’atteggiamento dello schiavo, lava i piedi dei suoi discepoli: il Figlio si fa servo, servo per amore, servo per manifestare l’amore del Padre, servo per donare la sua vita di amore ai discepoli. Nel fare memoria dell’’ora di Gesù’, noi la viviamo come dono fatto a noi: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici». La liturgia del Giovedì Santo – e in particolare questa Eucaristia in Cena Domini ‑ ci riporta al momento originario del culto cristiano, al suo significato più autentico, alla sua verità. Mentre tutte le religioni trovano la loro espressione di culto in un sacrificio che l'uomo offre a Dio, il culto cristiano è l'Eucaristia, rendimento di grazie al Padre che in Gesù si dona a noi, fino al sacrificio totale della sua vita. L'Eucaristia, istituita da Gesù nel contesto della ‘cena pasquale ebraica’, è il punto d'arrivo di tutta la manifestazione e l'azione di Dio nella storia della salvezza. Nella prima lettura dell’Esodo vengono ricordate le regole liturgiche dell’antica cena pasquale: al centro stava l’agnello come simbolo della liberazione dalla schiavitù in Egitto, la grande liberazione attuata da Dio stesso. Israele non poteva dimenticarsi di Dio, non doveva dimenticare che Dio aveva personalmente preso in mano la storia del suo popolo e che questa storia sarebbe sempre stata storia di libertà se continuamente basata sulla comunione con Dio. Sullo sfondo di questa cena pasquale, ecco la cena celebrata da Gesù con i suoi la sera prima della sua Passione.
È la nuova Pasqua che Egli ci ha donato nella santa Eucaristia, con l’inserimento della novità, del dono del suo corpo e del suo sangue. La celebrazione della Cena del Signore, nel segno del pane spezzato e donato e del vino versato, ha in se stessa tutta la verità di ciò che sta per compiersi nel Venerdì Santo e nella ‘notte pasquale’: l'Eucaristia è infatti il memoriale della morte e risurrezione del Signore nell'attesa del suo ritorno. «Ogni volta che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunciate la morte del Signore finché egli venga». Proprio questa novità è il punto di partenza per la vita del nuovo popolo di Dio. Il suo amore, quell’amore in cui Egli si dona liberamente per noi, è ciò che ci salva. Noi siamo nati qui, noi figli della “Nuova Alleanza nel suo sangue”, noi, come Chiesa, veniamo da qui, dall’Eucaristia, dalla cena del Signore, sullo sfondo dell’antica cena pasquale. Celebriamo l’ora di Gesù, ne facciamo memoria, ma questa ora di Gesù è anche la nostra ora, e quindi celebriamo la nostra nascita, il nostro essere ‘popolo sacerdotale’. Il principio della vita cristiana, l'origine della nuova vita, la vita dei figli, è qui: l'amore di Gesù per noi. Il suo corpo donato per noi è il pane capace di dare la vita a noi e al mondo intero. Per l’evangelista Giovanni, come abbiamo ascoltato nel brano del Vangelo che la liturgia odierna ci ha offerto, la Pasqua nuova di Gesù, che ha al suo centro la Croce, presenta una inaudita verità. Essa è espressa in modo estremamente eloquente nell’episodio della ‘lavanda dei piedi’. Prima di lasciare i suoi e «di passare da questo mondo al Padre», Gesù compie questo gesto: è un gesto che racchiude in sé il mistero della sua morte per noi, compimento del disegno di salvezza: la sua morte è la grande “ora” della storia, è l’ora dell’amore sino alla fine. Gesù offre la sua vita nella piena coscienza che «il Padre gli ha dato tutto nelle mani». E Gesù depone la sua veste ‑ la sua verità più intima, il suo essere Figlio, tutto ciò che il Padre aveva messo nelle sue mani ‑ per cingersi della veste o del grembiule del servo: «Spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo [...]; umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte, e alla morte di croce». Egli offre spontaneamente la sua vita: «Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo». Il Signore Gesù, nell’Eucaristia, resta sempre in mezzo a noi con la veste di servo, che è la sua gloria. Il suo servizio è il volto dell'amore di Dio, è la rivelazione definitiva e piena di Dio.
Simon Pietro non capisce: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Mi pare troppo semplice dire che Pietro ragiona in termini di prestigio o forse di rispettosa ammirazione e non di servizio. C'è qualcosa di più profondo da capire, da parte di Pietro e di tutti, c'è in gioco una logica diversa, una ragione del tutto nuova, del tutto inedita e alla fine sconcertante. Gesù gli risponde che se non si lascerà lavare i piedi, non avrà parte con lui. Solo chi accetta di lasciarsi trasformare da questo amore che dà la vita per noi, può essere associato al suo stesso servizio e potrà amare come è stato amato. Celebrare l'Eucaristia, prendere e mangiare il corpo di Gesù, vuole dire associarsi a lui e vivere di lui, che nella sua morte si è fatto nostro pane di vita. «Vi ho dato infatti l'esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi». Dall’Eucaristia viene la capacità di vivere come figli e come fratelli: è l'amore ricevuto dal Padre attraverso Gesù nostro fratello, che ci rende capaci di amarci come fratelli nel servizio reciproco, l’amore vicendevole. L'ora di Gesù sia la nostra ora: l'Eucaristia diventi davvero “la sorgente e il culmine” della nostra vita, la vita dei discepoli di Gesù. Così sia.
† Mons. Gianni Ambrosio,
Vescovo Piacenza-Bobbio
Si ringrazia Vittorio Ciani per la collaborazione.
Ambrosio per la messa del crisma: teniamo aperti occhi, cuore e mani
a tutti rivolgo il mio cordiale saluto.
In particolare un saluto davvero affettuoso lo rivolgo ai cresimandi qui presenti e che rappresentano tutti coloro che in questo anno riceveranno il sacramento della Confermazione. Nella comunione fraterna del presbiterio vogliamo ricordare i preti ammalati che sentiamo profondamente vicini e riconosciamo attivamente partecipi, con la loro preghiera e con la loro sofferenza, della comunione sacramentale. Ricordiamo poi i nostri missionari sparsi in diverse parti del mondo, soprattutto in Africa e in Brasile: sono il segno prezioso della missionarietà e dell’apertura al mondo della nostra Chiesa piacentina-bobbiese. Ricordiamo infine i sacerdoti che celebrano gli anniversari di ordinazione. Comincio dai due sacerdoti che hanno 60 anni di ordinazione, mons. Bracchi Pietro e don Pagliughi Giovanni. Anche i sacerdoti che compiono 50 anni di ordinazione sono due, don Marenzi Cesare e don Valla Gian Matteo. Ancora due sono i sacerdoti che compiono il 25º anniversario di ordinazione, don Guarnieri Gianmarco e don Plessi Giancarlo. Infine ricordo quelli che sono al 10º anniversario di ordinazione, don Arrisi Fausto, don Campisi Andrea, don Cattivelli Franco, don Cavalli Silvio, don Cavanna Angelo, don Pascariello Domenico, don Lazzarini Luigi, don Tiengo Luciano. Assicuriamo a questi sacerdoti una preghiera particolare, un ringraziamento sincero e un augurio cordiale.
Carissimi sacerdoti e diaconi, carissimi fedeli, presiedo per la prima volta la concelebrazione della Messa del crisma. La mia commozione è forte, perché grande è il mistero di questo giorno in cui il Signore diede ai Dodici il compito sacerdotale di celebrare, nel pane e nel vino, il sacramento del suo corpo e del suo sangue fino al suo ritorno. Il Signore ha posto così le sue mani su di noi e ci ha fatto partecipi di se stesso, della sua vita, del suo sacerdozio: ha voluto e vuole esercitare il suo sacerdozio per nostro tramite. Cari confratelli, in questo sacramento noi siamo una cosa sola. Una cosa sola con Lui, il Signore Gesù, che ci ha attirati a sé e noi, colmati del suo dono, siamo diventati suoi. Una cosa sola tra noi, in quanto abbiamo ricevuto lo stesso dono dallo stesso Signore Gesù e viviamo dello stesso vincolo sacramentale che il Signore ha offerto a noi. Questo mistero di comunione ci coinvolge e si offre a noi come grazia rinnovata ogni volta che noi celebriamo il sacramento. Ma l’abitudine, la quotidianità, la disattenzione possono in qualche modo sciupare – lo sappiamo – ciò che è grande e bello. Sia allora davvero benedetta quest’ora in cui ricordiamo – nel senso pieno del ‘fare memoria’ – quell’’ora’ in cui il Signore ha posto le sue mani su di noi e ci ha fatto partecipi di questo mistero. Per me quest’ora è particolarmente intensa. Sì, lo è per me, e mi sia consentito di ricordarlo. Ma è intensa e commovente per tutti noi, perché siamo tutti partecipi dello stesso vincolo sacramentale. Per tutti è grazia vivere insieme la Celebrazione della messa crismale che ravviva in un modo particolarmente vivo e forte quel vincolo, richiamando la derivazione del nostro sacerdozio dal Signore Gesù, sommo e unico sacerdote della nuova ed eterna Alleanza (cfr. Eb 13, 20). Avete poi partecipato numerosi – e vi ringrazio ancora ‑ alla Celebrazione della mia ordinazione episcopale in questo Cattedrale gremita e festante. Anche quella grande partecipazione di popolo radunato qui attorno alla mensa dell’altare del Signore e al nuovo pastore di questa Chiesa piacentina-bobbiese, fa sì che quest’ora sia per tutti noi intensa, in quanto conferma e rinnova il vincolo di comunione che lega il Vescovo ai suoi presbiteri e i presbiteri tra loro nell’unico presbiterio della nostra Chiesa. È passato appena un mese da quel giorno in cui il Signore, attraverso l’imposizione delle mani dei Vescovi in comunione con il Santo Padre, ha posto le sue mani su di me e mi ha inviato a questa Chiesa come pastore e padre. Sono invece passati quarant’anni da quel giorno in cui il Signore mi ha imposto le mani concedendomi la grazia del presbiterato attraverso il gesto sacramentale dell'imposizione delle mani da parte del mio Vescovo. È sempre lui, il Signore Gesù, che ci attira verso di sé, che impone su di noi la sue mani, che ci chiede di donargli le nostre mani perché siano unte con l’olio che è il segno dello Spirito Santo e della sua forza.
Cari confratelli nel sacerdozio, sentiamo vivo e forte in noi il bisogno di dire la nostra gratitudine per la grazia del presbiterato ricevuto. E sentiamo pure risuonare nell’intimo della coscienza di ciascuno di noi l’ammonimento di Paolo al discepolo Timoteo: «Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te per l’imposizione delle mie mani» (2 Tim 1, 6). Con le parole dell’esortazione Pastores dabo vobis, possiamo dare un contenuto preciso a questo invito di “ravvivare il dono di Dio che è in noi”: “non è solo il risultato di un impegno della memoria e della volontà (di Timoteo, di ciascuno di noi), è (anche e soprattutto) l’effetto di un dinamismo di grazia intrinseco al dono di Dio: è Dio stesso, dunque, a ravvivare il suo stesso dono, meglio, a sprigionare tutta la straordinaria ricchezza di grazia e di responsabilità che in esso è racchiusa” . La parola del Signore di questa divina liturgia insiste su questo dono. In modo semplice e immediato questa verità traspare dal Salmo responsoriale «Ho trovato Davide, mio servo, dice il Signore, con il mio santo olio l’ho consacrato». “Ho trovato Davide”: è il Signore che cerca e trova. La sua scelta è gratuita, la sua elezione è immeritata: “la mano del Signore ‑ prosegue il Salmo 89, 22 ‑ è il sostegno di Davide, il braccio del Signore è la forza di Davide”. La consacrazione di Davide prefigura la consacrazione del Figlio Unigenito del Padre. «Lo spirito del Signore è su di me, per questo mi ha consacrato con l’unzione». Di questo dono, di questa grazia, di questa unzione dello Spirito Santo ciascuno di noi è divenuto partecipe. Noi oggi celebriamo, con più forte intensità, la misericordia del Padre che ha costituito sommo ed eterno sacerdote il suo Verbo, inviato «per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista».
Noi oggi rendiamo grazie, con più viva gratitudine, a «Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fatto di noi un regno di sacerdoti» . Noi oggi siamo consapevoli, con maggior evidenza, di essere partecipi della stessa unzione sacerdotale del Verbo incarnato e di essere inseriti dentro all’atto redentivo di Cristo, in quanti ministri e servi della sua redenzione, del suo essere Redemptor hominis, redentore di ogni uomo, redentore di tutti gli uomini. La celebrazione della misericordia del Padre, il rendimento di grazie a “Colui che ci ama e ci ha liberati dai peccati”, la nostra collocazione nel mistero della redenzione definiscono la nostra identità, segnano il nostro essere, caratterizzano il nostro agire. Come Davide, anche noi siamo stati trovati, anzi, in Cristo, siamo stati pensati e voluti dal Padre per essere consacrati con lo stesso Spirito che ha consacrato Cristo, per essere mandati a servire il popolo di Dio che è la Chiesa. È dunque nel nostro essere riferiti a Cristo – in lui, con lui e per lui – che troviamo il senso della nostra vita, la sorgente della nostra gioia, la passione del nostro essere ministri della sua redenzione. E nel riferimento fondamentale e radicale a Cristo Signore, ecco spalancato davanti a noi l’orizzonte dell’uomo. Perché Cristo è per l’uomo: “per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo” (propter nos homines et propter nostram salutem), affermiamo nel Credo. Il nostro riferimento a Cristo diventa riferimento all’uomo, il nostro “essere in Cristo” indica il nostro essere rivolti all’uomo. Tutta l’opera del Verbo incarnato si trova racchiusa in quel suo essere Crucifixus pro nobis (Credo), nel suo donarsi all’uomo per la sua pienezza di vita nella comunione dell’amore trinitario. E la nostra partecipazione sacramentale al suo sacerdozio ha nella stessa finalità la sua motivazione: rendere presente Lui e il suo amore in mezzo agli uomini. Soffermiamoci ancora sui segni nei quali ci è donato il sacramento. I segni essenziali dell'ordinazione sacerdotale sono tutti manifestazioni di quella Parola che chiama e che invia, di quell’Amore che sceglie e rende capaci di vita nuova coloro che sono stati scelti: l'imposizione delle mani, la consegna della Parola che Egli affida a noi, la consegna della patena e del calice. In particolare l’antico gesto dell'imposizione delle mani non solo esprime il fatto consolante di essere sotto la protezione delle mani del Signore ma dice pure la nostra appartenenza al Signore, il nostro essere assunti in servizio, il nostro stare a sua disposizione. Per questo le nostre mani sono state unte con l'olio. Nella forza dello Spirito Santo, queste mani umane, benedette con il santo olio, sono rese capaci di mettersi al servizio dell’amore del Signore per trasformare e per rinnovare nell’amore questo nostro mondo. Anche di questo dono facciamo memoria, ravvivando così il dono di Dio che è in noi vivendo per Colui in vista del quale il mondo è stato creato. Le nostre mani sono oggi nuovamente messe al servizio del Signore, mentre gli rinnoviamo la preghiera umile e confidente perché Egli ci prenda per mano e ci guidi, al di là dell’insufficienza delle nostre povere persone, al di là dei timori per la grandezza del compito, al di là della paura per le difficoltà di vario genere che incontriamo nel nostro percorso esistenziale e nella nostra attività pastorale. Sì, non ci nascondiamo le difficoltà, non facciamo finta di non vedere i limiti, le debolezze, le fragilità, le contraddizioni, il peccato. Gli occhi devono restare sempre aperti. Ma aperto deve soprattutto restare il nostro cuore per risentire quella voce amica che dice: “Coraggio, non temere”. Aperta deve restare la nostra mano per essere afferrati dalla sua mano, quella di Gesù che solleva Pietro che sta per affondare. Dobbiamo, certo, essere vigili: il tesoro è in vasi fragili. Lo sappiamo bene. Ma più che fermarci a fissare lo sguardo sulla fragilità, è assai meglio fissare lo sguardo sul tesoro. Lo sguardo di fede in Gesù, Figlio del Dio vivente, è il mezzo grazie al quale conserviamo l’amicizia con Lui e in questa amicizia ‘conosciamo’ tutto ciò che è necessario ‘conoscere’: «Vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l'ho fatto conoscere a voi». Sarebbe triste se, a forza di guardare ai vasi fragili, a forza di puntare il dito accusatore, non ci si rendesse più conto della straordinaria fiducia che genera questa ‘conoscenza’ che deriva dall’amicizia con Lui, e che si alimenta e cresce nella preghiera, nella lettura spirituale della Scrittura santa, nella comunanza di atteggiamenti, di stile di vita, di pensieri, di azioni. La fiducia nel Signore che ha posto la sua mano su di noi è anche fiducia nell’uomo, così come il nostro essere in Cristo è anche un rivolgersi all’uomo, all’uomo di oggi che ha bisogno di questo Dio che in Gesù Cristo che si è fatto carne e sangue, amandoci fino a morire per noi. Credo di poter affermare, alla luce di questa fiducia che poggia sull’amicizia con il Signore, che è possibile scorgere molti segni davvero positivi e promettenti di questa Chiesa piacentina-bobbiese, come pure di questa nostra realtà civile e sociale. Lo affermo, questo, con sincera convinzione, e soprattutto lo affermo per rendere grazie al Signore buono e misericordioso e anche per rendere grazie a voi, sacerdoti e fedeli laici, che, con la vostra dedizione, con il vostro impegno e con la vostra testimonianza, avete coltivato bene questa vigna del Signore.
Cari confratelli nel sacerdozio, celebriamo nella gioia il dies natalis del nostro sacerdozio, rendendo grazie per il dono sorprendente del nostro inserimento sacramentale nel sacerdozio di Cristo. Così il sacrifico di sé che Cristo ha compiuto è reso presente in ogni luogo e in ogni tempo, perché sia dato ad ogni uomo la grazia di parteciparvi. Esso è reso presente nel sacramento dell’Eucaristia: sacramentum sacrificii Christi, come dice S. Tommaso. Proprio dentro a questo grande mistero, il mysterium fidei che è l’Eucaristia, noi scopriamo e viviamo la profonda verità del nostro sacerdozio intimamente collegato all’Eucaristia. La teologia cattolica ha coniato una formulazione di questo mistero che dà le vertigini e che riguarda il nostro essere e il nostro agire in persona Christi. Questa formulazione non significa “a nome di Cristo” o tanto meno “nelle veci di Cristo”; ma significa l’identificazione sacramentale con l’unico ed eterno sacerdote, soprattutto – e in modo del tutto eminente ‑ quando celebriamo l’Eucaristia, principio e fondamento della nostra esistenza sacerdotale. È dunque l’Eucaristia la verità del nostro essere sacerdotale. Nell’Eucaristia che stiamo celebrando in questo Giovedì santo rendiamo grazie a Dio per il dono grande della nostra configurazione a Cristo in forza della quale in Lui e con Lui ciascuno di noi può dire in verità: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio». Amen.
† Mons. Gianni Ambrosio,
Vescovo Piacenza-Bobbio
Si ringrazia Vittorio Ciani per la collaborazione.