lunedì 5 novembre 2007

L'omelia di Monari per Ognissanti

Pubblichiamo oggi l'omelia del vescovo Luciano Monari
tenuta nella cattedrale di Brescia in occasione
della ricorrenza di Ognissanti.
Si ringrazia per la collaborazione Vittorio Ciani.


1. Celebriamo oggi la festa di Tutti i Santi perché hanno manifestato questa identità di «figli di Dio».
L’identità cristiana è definita in una stupenda frase di san Giovanni nella sua Lettera, quando scrive:
«Carissimi,vedete [1]quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!» (1 Gv 3, 1).
Celebriamo oggi la festa di Tutti i Santi perché hanno manifestato questa identità di «figli di Dio». L’amore di Dio ha messo nella loro vita la Sua santità, ha messo qualche cosa della sua bellezza, della sua giustizia, e i santi risplendono ai nostri occhi per questo: risplendono della luce di Dio, risplendono dell’amore di Dio, che non è un dio geloso, che non tiene affatto per sé quello che lui è e possiede; è al contrario un Dio che gioisce solo nel donare agli uomini la ricchezza e la bellezza della sua vita.
2. L’”uomo” è il Santo, ed è il santo perché questo santo introduce nel vissuto quotidiano la bellezza di Dio, l’amore di Dio, la santità di Dio; questo è l’uomo! Questo è il Santo! E questa è la nostra vocazione!
E contemplando l’esistenza dei Santi in fondo riusciamo anche noi a comprendere meglio quale sia il significato della nostra vita e della nostra vocazione. Vocazione di ogni uomo è chiaramente la stessa: diventare uomo. Perché l’uomo non nasce fatto, ma nasce da fare, nasce con delle potenzialità e con delle capacità che poco alla volta si debbono sviluppare verso una pienezza di maturità, una pienezza di umanità.
Ma che cosa è la “pienezza di umanità”? Quali sono le immagini nelle quali possiamo riconoscere la nostra vocazione? È forse un eroe come colui che è intrepido e forte, capace di combattere e di vincere, cioè Alessandro Magno capace di diventare padrone del mondo? È questo l’uomo, l’uomo che siamo chiamati a diventare? O è colui che aveva tante ricchezze che non riusciva nemmeno a contarle? O sono i più famosi politici e astuti? Chi è l’uomo? Cosa significa diventare uomo?
Dal nostro punto di vista la risposta è: l’”uomo” è il Santo, ed è il santo perché questo santo introduce nel vissuto quotidiano ‑ cioè nella vita di tutti i giorni, nei rapporti personali, nel suo lavoro, nella sua famiglia, nelle sue responsabilità sociali… in tutto questo ‑ la bellezza di Dio, l’amore di Dio, la santità di Dio; questo è l’uomo! Questo è il Santo! E questa è la nostra vocazione!
Il modello di ogni cristiano rimane Gesù Cristo
1. Il modello di ogni cristiano rimane Gesù Cristo. Se noi siamo figli di Dio, Gesù è il Figlio, quello in cui la filiazione divina si esprime in perfezione.
Dobbiamo imparare a diventare persone libere e capaci di amare e gioiose nel donare, riconoscente per quello che abbiamo ricevuto e contenti di trasmettere agli altri la grazia che ci viene da Dio. In questo evidentemente il modello di ogni cristiano rimane Gesù Cristo. Se noi siamo figli di Dio, Lui è il Figlio, quello in cui la filiazione divina si esprime in perfezione. Noi siamo dei figli di Dio che tentano di farsi, che non riescono mai a realizzare in pienezza questa identità, c’è sempre uno scalino tra quello che siamo e quello che riusciamo a esprimere.
Ma Gesù è il Figlio di Dio pienamente! La sua umanità ‑ quindi i suoi pensieri, le sue parole, i suoi gesti ‑ è pienamente plasmata dal rapporto filiale con il Padre, è piena della fiducia senza riserve che lui come Figlio ha nei confronti del Padre.
Ricordate le ultime parole di Gesù sulla croce nel Vangelo di Luca:
«Padre, nelle tue mani consegno la mia vita» (Lc 23, 46).
E questo è stato l’atteggiamento costante, atteggiamento di fiducia e atteggiamento di obbedienza, perché il
«Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e portare a compimento la sua opera» (Gv 4, 34).
2. Gesù è capace ‑ ed è il miracolo più grande ‑ di non rispondere al male con il male, ma è capace di assorbire il male e la cattiveria e di trasformarla in bontà in amore.
Per questo Gesù non si lascia sedurre da tutte le promesse mondane, dalla promessa della ricchezza o del potere o del pane o del successo.
E per questo Gesù è capace ‑ ed è il miracolo più grande ‑ di non rispondere al male con il male, ma è capace di assorbire il male e la cattiveria e di trasformarla in bontà in amore (cfr. 1 Pt 2, 23).
Gesù è capace di fare questo perché ha consegnato la difesa della sua vita nelle mani del Padre, non ha bisogno di difendersi perché c’è qualcun altro che si è assunto il ruolo e il compito della sua difesa.
3. I Santi quando si scontrano con il male non diventano cattivi, al contrario sono capaci di trasformare il male che ricevono in perdono, in misericordia, in fraternità; e sono capaci di custodire la speranza sempre.
Così è Gesù! E i Santi vanno esattamente in quella direzione: sono quelli che hanno saputo, ad imitazione di Gesù, dire di sì alla vita, sempre! Accogliendola dalle mani del Padre, come dono aperto; e proprio per questo passano in mezzo al mondo facendo del bene, creando un pochino di gioia e di consolazione degli altri, per questo distruggono il male che incontrano: quando si scontrano con il male non diventano cattivi, al contrario sono capaci di trasformare il male che ricevono in perdono, in misericordia, in fraternità; e sono capaci di custodire la speranza sempre, nei momenti tranquilli della vita ma anche nei momenti tempestosi; e questi evidentemente sono quelli che tengono in piedi il mondo.
Chiaramente per tenere in piedi il mondo ci vorranno i manager, ci vorranno i politici… ci vogliono tutte queste persone, ma per tenere in piedi il mondo ci vuole della gente che sappia amare, che sappia portare il peso della vita e donare con gratuità agli altri un pochino di speranza.
Ricordare le persone a cui siamo creditrici
1. Ripercorrere nella nostra vita tutte quelle persone alle quali noi siamo creditrici della nostra gioia di vivere.
E forse potrebbe essere l’occasione questa per ripercorrere nella nostra vita tutte quelle persone alle quali noi siamo creditrici della nostra gioia di vivere: i genitori che ci hanno accolto e ci hanno sostenuto, le persone che ci sono state amiche e fedeli, quelli che ci hanno insegnato a conoscere il mondo e a essere saggi in questo mondo… Sono una miriade di persone, che hanno avuto anche i loro difetti, non erano persone perfette, però hanno avuto un cuore buono e ci hanno trasmesso una fiducia grande nella vita. Sono queste le persone che oggi ricordiamo con riconoscenza e con il senso del nostro debito.
2. È vero che la nostra bontà è sempre una bontà limitata, ma è altrettanto vero che riflette davvero la bellezza di Dio, e quindi nei confronti di queste persone che ci hanno amato abbiamo un autentico debito di riconoscenza.
E abbiamo bisogno di tenere queste persone qui davanti ai nostri occhi. Perché nel contesto in cui noi viviamo c’è stranamente… ‑ almeno sembra a me, dopo voi valutate se è vero o se non è vero; ma a me sembra che in questo mondo ci sia una tendenza strana a sporcare ogni cosa. Quando c’è qualche cosa o qualcuno che appare bello, facciamo i salti mortali per andare a trovare i difetti e i limiti e le macchie o tutti questi elementi qui… Forse facciamo fatica a sopportare una bontà troppo vera, troppo autentica. E ci portiamo dentro – sbagliato – un desiderio quasi di degradare la persona, di fare vedere che la persona umana non è così eroica come si potrebbe pensare o così bella o così pura o così Santa. E invece no!
È vero che la nostra bontà è sempre una bontà limitata, ma è altrettanto vero che riflette davvero la bellezza di Dio, e quindi nei confronti di queste persone che ci hanno amato abbiamo un autentico debito di riconoscenza.
3. E se le guardiamo con questi occhi, ritroviamo la speranza nell’uomo, la speranza nel fatto che l’uomo, capace di disastri immensi, è però capace di giustizia e di amore, di bontà e di perdono.
E se le guardiamo con questi occhi, ritroviamo la speranza nell’uomo, la speranza nel fatto che l’uomo, capace di disastri immensi, è però capace di giustizia e di amore, di bontà e di perdono.

E io chiedo al Signore questo per tutti noi: che il Signore ci indica la consapevolezza della sua presenza in mezzo agli uomini e gli impegni che questa presenza produce: la purezza del cuore, la bontà e la pazienza; e che scuotendoci, mettendo nel nostro cuore lo stupore per queste cose, metta anche i desideri di diventare anche noi un pochino più buoni e un pochino più puliti, un pochino più capaci di trasmettere attorno a noi gioia e desideri di Dio.

domenica 4 novembre 2007

Nuovo vescovo, per Piacenza ballottaggio De Scalzi-Ambrosio

Nuovo vescovo, per il dopo Monari ballottaggio De Scalzi-Ambrosio
Dopo la scelta del bresciano Sigalini per l’Azione Cattolica
attese a cascata le nomine di Piacenza e Parma

da Libertà, 4 novembre 2007

(fed.fri.) - Dopo le ricorrenze di Ognissanti e dei Morti qualche cosa si muove per il futuro vescovo di Piacenza-Bobbio. Ieri mattina alle 12 in punto (come vuole la tradizione) il bollettino della Santa Sede riportava, tra le notizie del giorno, la nomina di monsignor Domenico Sigalini, bresciano, vescovo di Palestrina, ad assistente generale dell’Azione Cattolica. Il mandato è triennale e, almeno per il momento, il presule rimane anche vescovo della diocesi laziale. Era una nomina, quella del nuovo responsabile dell’Azione Cattolica, che i curiali piacentini attendevano con una certa curiosità. Un po’ perché è dallo scorso giugno che si vociferava di monsignor Antonio Lanfranchi ai vertici di via Conciliazione, un po’ perché, scemata in seguito quest’ultima ipotesi, si era capito che da quella nomina, a cascata, sarebbero arrivate anche quella di Parma e, soprattutto, di Piacenza-Bobbio. Ad oggi sembra di comprendere come, per la scelta del successore di monsignor Luciano Monari, sia in corso un “sacro ballottaggio” tra il vescovo ausiliare di Milano e abate di Sant’Ambrogio, Erminio De Scalzi (67 anni, già presule), e l’assistente ecclesiastico generale dell’Università Cattolica, monsignor Gianni Ambrosio (65 anni). Il primo, già segretario personale del cardinale Carlo Maria Martini, è vescovo da 12 anni e, fino ai primi di ottobre, era il candidato numero uno per Piacenza-Bobbio, diocesi che avrebbe preferito a Parma, quando gli è stato chiesto di scegliere. Poi l’intoppo: il piemontese Ambrosio (diocesi di Vercelli, conterraneo del cardinale Tarcisio Bertone) dice no all’Azione Cattolica nazionale preferendo un’esperienza in diocesi. Si blocca tutto. A Roma mandano Sigalini, Ambrosio torna in corsa per una diocesi di prestigio del nord Italia: Parma o Piacenza-Bobbio (in attesa c’è anche Savona). A Piacenza Ambrosio ritroverebbe l'Università Cattolica, della quale, come detto, è assistente generale, e potrebbe dunque portare avanti in maniera più agile il mandato che, nel 2006, gli era stato prolungato per cinque anni. Altra notizia importante del bollettino della Santa Sede di ieri è la ripresa – dopo una settimana di sospensione - delle udienze di tabella del cardine Giovanni Battista Re (prefetto della Congregazione per i vescovi) con papa Benedetto XVI. Da domani ogni giorno è buono per un annuncio che riguardi Piacenza. Non è neppure escluso che, tra Ambrosio e De Scalzi, in caso di disaccordo, spunti un terzo nome: quello del salesiano don Alberto Lorenzelli, superiore provinciale dell’ispettoria salesiana ligure-toscana, 54 anni, nato in Argentina da genitori italiani, grande amico del cardinale Tarcisio Bertone.

Il ricordo di don Benzi

Questa sera a Piacenza si ricorda don Benzi


Le comunità Papa Giovanni XXIII presenti a Piacenza si ritroveranno per un momento di preghiera questa sera in ricordo di don Oreste Benzi - morto il 2 novembre per un infarto - alle ore 21, nella chiesa del Preziosissimo Sangue, a Piacenza, in via Zanella 15. Tutta la cittadinanza è invitata. In provincia di Piacenza ci sono diverse testimonianze dell'opera di don Oreste Benzi. Vi sono tre case famiglia (Caorso, Fiorenzuola e Piacenza), una casa di preghiera ed accoglienza (Rottofreno), una famiglia accogliente (Fiorenzuola).Nel Piacentino il sacerdote era quasi di casa. Tante le volte in cui aveva portato la propria parola. L'ultima, lo scorso 30 settembre, per il "Congrosso 2007" - la festa di tutti i giovani che hanno partecipato alle attività estive organizzate dalla Comunità - assieme al vescovo Luciano Monari. Il 5 giugno scorso era intervenuto nel convegno "Tutti i figli di Dio hanno le ali" organizzato dalla Caritas diocesana nell'auditorium del centro studi della Cassa. Nell'ottobre del 2005 fu ospite della Giornata delle missioni. Lo ricordano durante la manifestazione in Sant'Ilario "El ventaglio del tiempo" (1999), a Rottofreno, nel 2001, all'inaugurazione della cappellina di una delle sue case famiglia. Nel novembre del 2000, in questura, incontrò l'allora capo della polizia Adamo Gulì per un progetto di recupero delle straniere costrette a prostituirsi; il mese prima fu ospite alle Settimane migratorie a Piacenza. Ancora: Caorso (per San Rocco), San Nicolò fino alla grande iniziativa di Montale, quando, nel 2002, partecipò alla serata di preghiera nei luoghi della prostituzione piacentina.

sabato 3 novembre 2007

48583, scade a mezzanotte l'sms per l'acqua

Mancano poche ore e, alla mezzanotte, verrà disattivato il numero di Africa Mission al quale mandare gli sms per l'acqua. Inviando un sms con il telefonino al numero 48583 da telefoni cellulari Tim, Vodavone, Wind e Tre, nonché da telefoni fissi Telecom Italia abilitati all’invio di messaggi si dona un euro per la costruzione di un pozzo per l'acqua in Uganda, nell'assetata terra del Karamoja, dove don Vittorione e il vescovo Enrico Manfredini, nel 1972, iniziarono la loro missione al fianco dei più poveri.

Monsignor Sigalini all'Azione Cattolica

Il Santo Padre ha nominato, per il prossimo triennio, Assistente Ecclesiastico Generale dell’Azione Cattolica Italiana S.E. Mons. Domenico Sigalini, Vescovo di Palestrina.

Fonte: bollettino Santa Sede del 3 novembre 2007.

Con questa nomina è fuori gioco uno dei più votati candidati alla successione del vescovo Luciano Monari. Monsignor Domenico Sigalini - mi dispiace per i tanti che lo avrebbero voluto vescovo di Piacenza-Bobbio - per i prossimi tre anni sarà l'assistente ecclesiastico generale dell'Azione Cattolica Italiana mantenendo l'incarico di vescovo di Palestrina. Considerando che dal sondaggio sono ormai fuori Dante Lafranconi, vescovo di Cremona, e Antonio Lanfranchi, vescovo di Cesena-Sarsina, i calcoli non sono così difficili.

venerdì 2 novembre 2007

La morte di don Oreste Benzi

Il vescovo Luciano Monari (a destra) con don Oreste Benzi lo scorso 30 settembre a Piacenza

"Ciò che fummo siete, ciò che siam sarete"

Piacenza - Nella prima uscita pubblica piacentina come amministratore diocesano di Piacenza-Bobbio, monsignor Lino Ferrari ha ricordato il vescovo Luciano Monari e pregato per il futuro pastore che il Papa invierà alla chiesa emiliana. Pubblichiamo l'omelia che monsignor Ferrari ha tenuto nel cimitero urbano di Piacenza per la solennità di Ognissanti. Un grazie a Vittorio Ciani per la collaborazione.

È festa grande oggi per la Chiesa che guarda con stupore e gratitudine alla santità dei suoi figli.
Se è vero che la storia del popolo di Dio è anche storia di infedeltà e di peccato, ci sono più ragioni per dire che è una storia di santità, una santità nascosta, feriale, che costituisce la vera ricchezza della Chiesa; una santità di cui anche noi per grazia siamo partecipi.
Insieme alla gratitudine presentiamo al Signore le nostre fragilità e i nostri peccati, per essere rinnovati dal suo perdono.
Celebriamo l’Eucaristia nella solennità di Tutti i Santi accanto alle tombe dei nostri morti. C’è il rischio che prenda il sopravvento il rimpianto e la tristezza. Il legame c’è tra i nostri morti e la festa odierna, perché siamo certi che tante persone a noi care, che hanno percorso con noi un tratto più o meno lungo della vita, fanno parte della schiera dei Santi.
Ma è importante capire la radice della loro gioia e della loro comunione con Dio.
La prima Lettera di Giovanni, ne abbiamo sentito proclamare una parte, afferma che la vocazione cristiana è una “vocazione filiale”: carissimi, «[1]Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!» (1 Gv 1, 1).
Non è un modo di dire, una illusione, siamo davvero «figli di Dio»; e la santità è la realizzazione di tale vocazione.
È un codice genetico, un dna, che modella la vita fisica, e c’è ne è uno anche all’origine dell’esistenza cristiana. Vuole dire che nel nucleo centrale della nostra esistenza c’è qualcosa che viene davvero da Dio, quella che potremo chiamare la “santità ontologica radicata nel nostro essere” ; l’abbiamo ricevuto in dono con il Battesimo.
Ci ricorda Paolo nella Lettera ai Romani che:
«[4]Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova» (Rm 8, 4).
Quella santità ricevuta in dono deve diventare sorgente di una santità conquistata anche con l’impegno personale di una “santità morale”.
E abbiamo come aiuto, per vivere da «figli di Dio», la Parola che è Luce e ci indica il cammino, e lo Spirito: lo Spirito che è forza che agisce nell’intimo.
Che il cristiano porti in sé l’immagine di Cristo e ne assuma i lineamenti, nel modo di pensare e di agire, dipende proprio dal dono dello Spirito che abita in lui. Dono che se è riconosciuto e accolto rende attivi.
Era ancora san Giovanni a dire:
«[3]Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso, come egli è puro» (1 Gv 1, 3).
Sente il desiderio di valorizzare quel dono ricevuto, e di fare si che la vita sia in sintonia con la volontà di Dio, abbia davvero i lineamenti di una vita da figlio.
Allora comprendiamo il valore della testimonianza del cristiano. Il cristiano dovrebbe lasciare intravedere attraverso i comportamenti chi è Dio, e che lui è presente, è all’opera nel mondo.
La pagina di Vangelo proclamata ci ha presentato le “Beatitudini”. Beatitudini che sono anzitutto l’identikit di Gesù, il suo essere Figlio di Dio, Gesù lo ha manifestato così: vivendo povero, libero dai beni materiali, misericordioso verso i peccatori, verso coloro che erano nella sofferenza e nel bisogno.
Un programma di vita alto, ma credibile anche per noi, ci viene proposto. Perché le Beatitudini ce le siamo viste venire incontro in volti concreti: di persone povere ma radiose, sofferenti ma serene, miti ma forti.
All’ingresso di un cimitero era stato scritto: “Ciò che fummo siete, ciò che siam sarete”. Una espressione che può incutere timore. Siamo stati anche noi giovani, forti, capaci di fare tante cose, ora siamo polvere. Ma può essere anche una espressione che trasmette speranza: “Come voi abbiamo camminato a fatica sorretti dalla fede e provati da tante difficoltà, ora siamo nella luce e nella gioia: Quel che fummo siete, quel che siamo sarete”.
Il Signore ci aiuti a riconoscere il dono ricevuto, quella santità che è stata posta in noi con il Battesimo; e ci aiuti a sentirci parte di quella famiglia, la Chiesa, che ci fa sperare fin d’ora in una possibilità di vita nuova e piena, che già sperimentiamo nella “Comunione dei Santi”.

giovedì 1 novembre 2007

Drillmec e Africa Mission insieme per l'acqua

Oltre diecimila gli sms per l'acqua,
c'è tempo fino a sabato al 48583
La Drillmec aiuterà Africa Mission per la perforazione dei pozzi


da Libertà, 31 ottobre 2007

Piacenza - Sabato prossimo sarà l’ultimo giorno utile per poter partecipare alla costruzione di un pozzo per l’acqua in Uganda con Africa Mission inviando un sms con il telefonino al numero 48583 da telefoni dai cellulari Tim, Vodavone, Wind e Tre, nonché da telefoni fissi Telecom Italia abilitati all’invio di messaggi. Con un messaggino si donerà un euro. Con una chiamata allo stesso numero, dal fisso Telecom Italia, si potranno donare 2 euro. «Al momento ci sono arrivati 7mila sms solo con la compagnia Tim - rivela il direttore di Africa Mission-Cooperazione & Sviluppo, Carlo Ruspantini -, confidiamo nella generosità della gente che ha compreso qual’è la nostra missione». Con le altre compagnie, si stima che la cifra totale, a domenica scorsa, fosse oltre le diecimila unità. Dal sito di Africa Mission si apprende che il costo per la realizzazione di un nuovo pozzo è di 10.000 euro, il costo medio per la riattivazione di 3.000, il costo di impianto e mantenimento di una rete di monitoraggio 50.000 euro annui. L’iniziativa dell’sms è inserita nell’ambito delle iniziative collaterali della maratona di Venezia, tenutasi il passato fine settimana, che vedeva Africa Mission come sponsor sociale. «È stata una bella manifestazione - traccia un primo bilancio Ruspantini - e la nostra presenza è stata importante: gli organizzatori hanno abbracciato in pieno gli obiettivi e le finalità del nostro movimento. La diretta Rai ha fatto tre passaggi su Africa Mission e il campione Di Cecco ha dato consistenza e supportato la raccolta della nostra associazione». Alla maratona erano scritti oltre 6.500 atleti, arrivati 5.293.Da Piacenza hanno corso per Africa Mission Roberto Calza, Stefano Cammi, Paolo Lentoni, Marco Mazzoni, Celso Marani, Claudio Ferri del gruppo “Staffetta dell’amicizia”, Fabio Gennaro (Castelsangiovanni). Intanto è stata sancita la collaborazione tra Africa Mission e la Drillmec di Gariga per la fornitura di pezzi di ricambio per le macchine per la perforazione dei pozzi. «In Uganda abbiamo una sola perforatrice funzionante - spiega Ruspantini - acquistata con il soldi del governo italiano nell’89, girata al governo ugandese, e tornata in comodato d’uso ad Africa Mission». Un accordo informale, come ha rimarcato il presidente Claudio Cicognani. «Avevo conosciuto don Vittorione 21 anni fa - ricorda -, l’abbiamo sempre sostenuto in vari modi. Oggi Carlo Ruspantini ci ha chiesto se potevamo dargli una mano per i pozzi d’acqua. Abbiamo detto di sì».

mercoledì 31 ottobre 2007

Basta zucche, Halloween mette l'aureola


Borgotrebbia fa scuola e negli oratori

si moltiplicano le feste con i bambini vestiti da santi

Basta zucche, Halloween mette l'aureola

I parroci: nessuna crociata, solo il rispetto delle nostre tradizioni


da Libertà, 31 ottobre 2007


PIACENZA - Finte zucche e cappelli da strega, teschi di plastica e forconi da diavolo. La Chiesa piacentina dice basta con la festa di Halloween (in scena questa sera) e risponde con le ali degli angeli e le aureole dei santi. L’esempio di Borgotrebbia - dove il parroco ha inventato, tre anni fa, la festa con i bambini vestiti da santi - ha fatto dunque scuola. «Siamo stati i primi ad inizare a Piacenza - ricorda don Pietro Cesena, parroco di Borgotrebbia - e altre parrocchie ci stanno seguendo su questa strada: San Nicolò, Sacra Famiglia, Santissima Trinità, Caorso». «Se la bellezza salverà il mondo, la bruttezza e l’orrore lo manderanno sempre più giù - è convinto -. Occorre ribadire che noi abbiamo un’altra cultura e tradizione. La nostra festa? Credo che sia una giusta rivendicazione culturale di cose che per noi sono più importanti. È un discorso educativo, non una pianificazione americane delle multinazionali che vendono zucche di plastica». I bambini della parrocchia, nei giorni scorsi, assieme ai genitori ed agli educatori, hanno cercato su internet e sui libri le caratteristiche del santo che corrisponde al loro nome. Questo pomeriggio si maschereranno di conseguenza. «Si fa festa assieme ai bambini sul tema dei santi - spiega il parroco - poi si mangia una grande torta e domani tutti a messa». Qualche problema c’è con i nomi delle nuovissime generazioni: Kevin o Jessica, ad esempio. «Per Kevin siamo riusciti a trovare un santo irlandese - dice - per il resto useremo degli escamotage, comunque anche questo costituisca motivo di riflessione su come i genitori scelgono i nomi dei loro figli». A pochi isolati di distanza c’è la parrocchia della Sacra Famiglia. «Halloween non mi interessa, è una carnevalata - non le manda a dire don Angelo Cavanna, il parroco -, una delle classiche feste importate dagli Stati Uniti». Quest’anno non è riuscito ad organizzarla ma il prossimo la festa dei santi con i bambini sbarcherà anche nella sua parrocchia: «La ritengo una buona idea, un’ottima occasione per riflettere sulla santità, la farò».Chi, questo pomeriggio, va in scena è don Massimo Cassola che, assieme alla coordinatrice dei catechisti, Vittoria Dagradi, ha messo a punto l’evento alla Santissima Trinità. «È la prima volta - spiega il sacerdote -, lo facciamo volentieri perché quella di don Cesena è una buona idea ed è giusto che venga propagandata». Ma attenzione! Nessuna crociata: «Non è un’anti-festa, solo una sottolineatura della festa cristiana dei santi. Ed è una festa perchè gli uomini sono felici, le ricorrenze dei santi e dei morti non devono essere associate alla tristezza, noi cristiani, con la resurrezione, vinciamo la morte. Nella festa di Halloween i vivi che si mascherano da morti lo fanno per esorcizzare la paura».Anche i sacerdoti con i capelli bianchi, come monsignor Giancarlo Conte, parroco di San Giuseppe Operaio, avvertono il pericolo. «Di per sé su questa festa pagana, di origini celtiche, non nutro particolari opposizioni - dice monsignor Conte - sempre che non prenda il posto di due celebrazioni importantissime: lo sguardo ai nostri santi e il ricordo dei cari che ci hanno lasciato».

Federico Frighi

martedì 30 ottobre 2007

Nuovo vescovo, settimana di pausa

Un silenzio di tomba. Nella settimana dei Santi e dei Morti i lavori della Congregazione per i vescovi si sono presumibilmente fermati. Nulla trapela dalla plenaria di giovedì scorso, pertanto per il successore di Luciano Monari occorrerà attendere a tempo indeterminato. Tra l'altro, sabato avrebbe dovuto tenersi la tradizionale udienza di tabella del cardinale Giovanni Battista Re, prefetto della Congregazione per i vescovi, con papa Benedetto XVI. Il bollettino della sala stampa vaticana non ha però riportato nulla. A questo punto della situazione c'è chi, nella Curia piacentina, è convinto di vedere il nuovo vescovo addirittura oltre Natale. Una cosa appare piuttosto evidente: che la terna piacentino-bobbiese è composta da monsignor Gianni Ambrosio (assistente ecclesiastico generale dell'università Cattolica) e monsignor Erminio De Scalzi (vescovo ausiliare di Milano e abate di Sant'Ambrogio). Sul terzo nome è mistero fitto. Potrebbe essere monsignor Domenico Sigalini, vescovo di Palestrina oppure - più probabile - un'outsider, di cui però preferisco parlare più avanti, quando le cose saranno leggermente più chiare.

lunedì 29 ottobre 2007

48583, sms per un pozzo d'acqua


E’ ancora in corso la campagna di raccolta fondi di Africa Mission per la realizzazione di nuove strutture idriche nella più arida regione ugandese, il Karamoja. Fino a sabato 3 novembre, sarà possibile donare 1 euro mandando un sms al numero 48583 da telefoni cellulari Tim, Vodavone, Wind e Tre, nonché da telefoni fissi Telecom Italia abilitati all’invio di messaggi. Con una chiamata allo stesso numero, sempre dal fisso Telecom Italia, si potranno donare ben 2 euro.
Il costo per la realizzazione di un nuovo pozzo: 10.000 euro
Costo medio per la riattivazione di un pozzo: 3.000 euro
Costo di impianto e mantenimento di una rete di monitoraggio: 50.000 euro annui
Impianto di una rete di distribuzione dell’acqua in 5 punti: 7/10.000 euro
Dotazione di un generatore con sistema solare fotovoltaico: 15.000 euro

Rizzuto saluta il vescovo Monari

"Monari ha saputo parlare a tutti"

da Libertà, 21 ottobre 2007

Il fondo del direttore di Libertà, Gaetano Rizzuto

Oggi pomeriggio, alte 16, in Duomo, Piacenza abbraccia il "suo" vescovo-amico, Luciano Monari, amato dai piacentini. Il vescovo di tutti. Saremo in tanti, per dirgli affettuosamente grazie. Grazie per i suoi 12 anni vissuti con noi, con semplicità. Grazie per le tante cose che ha fatto, con entusiasmo. Grazie per le "scosse" che ha dato alla città e alla sua classe dirigente. Grazie per i tanti insegnamenti che lascia, come un patrimonio e una eredità da custodire bene. Grazie perché ha saputo parlare a tutti, perché ha saputo ascoltare tutti.
Il vescovo Luciano ‑ per tanti resta "don Luciano" ‑ lascia a Piacenza un segno profondo e una impronta indelebile. È stato accolto con simpatia, sin dal prima giorno. I piacentini sono subito entrati in sintonia col giovane vescovo arrivato da Sassuolo. In questi 12 anni lo hanno sostenuto, aiutato, seguito ed incoraggiato. Hanno ascoltato la sua parola chiara, profonda, colta e immediata. Un grande comunicatore. Apprezzata la sua capacità di dire le cose importanti nel modo più chiaro possibile, per farsi capire da tutti. Nei piccoli e grandi eventi sa sempre trovare le parole giuste e trasmettere un messaggio di valori. Un vescovo amico, e fratello. Un testimone autentico di una Chiesa viva.
Oggi mentre lo salutiamo scorrono davanti ai nostri occhi le immagini, i gesti, le parole di 12 anni vissuti intensamente con il vescovo Luciano chiamato a continuare a Brescia la sua missione. Rivediamo la sua sensibilità verso i suoi preti, i poveri, i bambini, i giovani, i volontari, gli ammalati, i lavoratori, le donne, gli handicappati, gli immigrati, i bisognosi.
Riascoltiamo i suoi moniti ai potenti, come quello di cinque anni fa durante la festa di S. Antonino. Rileggiamo i suoi forti messaggi lanciati in momenti importanti della vita piacentina, come gli Stati Generali e il Patto per Piacenza. Sfogliamo i suoi tanti interventi ‑ Libertà ha avuto l'onore di pubblicarli ‑ sui grandi temi della società dalla bioetica alla famiglia, dal lavoro alla pace. Piacenza resta nella vita di Monari: qui ha tanti amici. Ha costruito tanti legami, profondi. Qui si è trovato bene, tra la sua gente.
Torni, ogni tanto, caro vescovo Luciano. Qui ha seminato bene e il raccolto è stato fruttuoso. Lascia una città e una provincia in cammino verso il futuro con qualche speranza in più di farcela. Il suo contributo è stato importante per tenere accesa questa fiaccola della speranza.
Ciao, vescovo Luciano.

Riti per le solennità dei santi e dei morti

Diocesi Piacenza-Bobbio
“Riti al Cimitero urbano di Piacenza"

29 Ottobre 2007

Giovedì prossimo, 1° novembre, ricorre la Solennità di tutti di Santi e alle ore 15 al Cimitero urbano l’amministratore diocesano mons. Lino Ferrari presiederà la celebrazione dell’Eucaristia a suffragio dei defunti della diocesi; parteciperanno al rito i canonici della cattedrale e i parroci urbani.

In questi giorni le singole parrocchie cittadine compiranno il tradizionale pellegrinaggio al cimitero urbano con la celebrazione della Messa nella chiesa di Santa Maria del Suffragio; questo il calendario:

1° novembre parrocchia di Santa Maria del Suffragio, Capitolo (ore 10,30); Sant’Anna (ore 15);

2 novembre, venerdì, commemorazione dei defunti: San Sisto (ore 9); alle 10,30 Messa al Famedio militare in suffragio di tutti i caduti in guerra; parrocchie di Santa Teresa, San Giovanni in Canale Cattedrale, Santa Franca, San Paolo, Santa Brigida (ore 15);

4 novembre, domenica: Corpus Domini (ore 9); San Francesco, San Pietro, Santa Maria in Gariverto (ore 15); San Giuseppe Operaio, Nostra Signora di Lourdes (ore 16);

5 novembre, lunedì: Centro Manfredini (ore 15);

8 novembre, giovedì: parrocchia di Sant’Antonino (ore 15);

9 novembre, venerdì: parrocchia di San Savino (ore 10).

Curia

Gli uffici della Curia di Piacenza saranno chiusi al pubblico nel giorni di giovedì è venerdì, 1° e 2 novembre.

domenica 28 ottobre 2007

Tonini prete da 70 anni

Il cardinale piacentino, oggi 92enne, venne ordinato

a Santimento dal vescovo Menzani il 18 aprile del 1937

"Tonini, prete da settant'anni"

Per l'anniversario gli auguri di Ratzinger e un convegno di bioetica


da Libertà, 18 aprile 2007


Oggi interviene a Melegnano ad un convegno di bioetica, domani presenterà
un libro a Cinisello Balsamo, ieri mattina, a Ravenna, ha parlato per oltre
un'ora ai microfoni di una troupe Rai. È la vita frenetica di un arzillo
92enne che da settant'anni esatti veste la talare e ne va fiero. Mai un
ripensamento, mai un “rospo ingoiato” o un “obbedisco” uscito tra i denti.
Il cardinale Ersilio Tonini non ha difficoltà a dire: «Sono nato prete
e nella mia vita sono stato fortunato: ho fatto quello che avevo sempre
desiderato sin da quando avevo sei anni». Questa mattina ricorrono i 70
anni esatti dal giorno dell'ordinazione di Tonini; due giorni fa, Benedetto
XVI° ha festeggiato il suo ottantesimo compleanno. Il cardinal Tonini e
papa Ratzinger non hanno mancato di scambiarsi vicendevolmente gli auguri per questi due eventi da celebrare.

In realtà il cardinale piacentino, a quanto racconta la suora sua assistente,
non ha dato troppa pubblicità ai suoi settant'anni di sacerdozio che, a
Ravenna, sono stati celebrati ieri mattina con una cerimonia molto sobria
all'interno della comunità in cui Tonini vive. È tuttavia sufficiente una
telefonata da Piacenza perché la macchina dei ricordi del cardinale si
metta in moto e continui inesauribile con incredibile dovizia di particolari.
«Nel 1937 siamo stati ordinati sacerdoti in 24 dal vescovo Menzani - esordisce
il cardinale -, in 4 a Santimento il 18 aprile. Il vescovo, in quel periodo,
stava facendo la visita pastorale ed è stato per questo motivo che l'ordinazione
non si tenne in cattedrale. Di quei 24 siamo rimasti in due: io e monsignor
Luigi Molinari, che fece il parroco a Pianello».
«Di quella data ho un
ricordo splendido - dice Tonini - era il giorno in cui si arriva allo scopo
di tutta una vita, un sogno che si corona». Già, perché Ersilio Tonini
ha cominciato presto ad avere le idee chiare: «Ho iniziato a rendermene
conto a 6 anni: mio padre stava menando la polenta sul fuoco la sera, io,
che ero piccolino, mi infilai sotto il camino e gli chiesi, in dialetto,
se ci volevano molti soldi per studiare da prete. Mi rispose che ce ne
volevano tanti. Poi si confidò con mia madre la quale, un giorno, mi chiamò
e mi disse: “Sono desideri belli, però ora sei piccolo, poi si vedrà, adesso
pensa a fare il bravo a stare vicino al Signore, ma non rivelare a nessuno
il tuo desiderio sennò non saresti più libero». «Fu un suggerimento ottimo
- continua il cardinale -, se avessi cambiato parere sarei stato segnato
per la vita, se avessi reso pubblico il mio desiderio, qualcuno avrebbe
potuto tentare di convincermi a desistere». Tonini è un fiume in piena:
«Un giorno un contadino che aveva intuito qualche cosa mi disse: “Ragazzo
non vorrai mica fare il prete?! Perché, devi sapere, sono tutte favole
e i preti servono solo a mantenere la santa bottega”. Io non dissi nulla
e mi tenni tutto per me, con una gran voglia di guardarci dentro. Quando
arrivai al liceo mi buttai sulla filosofia e gli studi supportarono il
mio convincimento».
Settant'anni con la medesima “casacca” sono un primato
invidiabile: «I momenti belli sono stati tanti. Non mi sono mai pentito,
assolutamente. Quando ero chierichetto a Centovera e il parroco parlava
a messa mi chiedevo perché non potessi farlo anch'io». Siccome a San Damiano
era già tutto esaurito, tutte le domenica il piccolo Tonini andava a piedi
fino a Centovera per fare il chierichetto. «Rifarei la stessa scelta anche
ora, a distanza di settant'anni: era un desiderio per il quale sono nato,
non ho sognato altro che fare il prete».
«Nel mio paese - prosegue - quando
hanno saputo che il figlio di un contadino andava a fare la quarta elementare
a San Giorgio e la quinta a Carpaneto si sono meravigliati tutti, quando
hanno capito che volevo andare in seminario erano molto sorpresi. Nel mio
paese non era mai accaduta una cosa del genere». La scelta di fare il prete
sorprenderebbe oggi come allora, ma oggi, come allora, Tonini direbbe di
sì: «Oggi il problema è un altro: il clima familiare. A casa mia c'era
una grande serenità, mio padre non ha mai alzato la voce con mia madre.
Oggi c'è una tensione verso lo star bene, mia madre, invece, mi comunicò
lo stupore per essere al mondo». «Sono stato molto fortunato come uomo
e come sacerdote. Ho fatto tanto: lo studio a Roma, poi Piacenza e la guerra,
a Salsomaggiore, il Nuovo Giornale, la nomina a vescovo, insomma ti rendi
conto che c'è un'attenzione di Dio su di te».
Federico Frighi

Tonini, mangerei una mela transgenica

Il cardinale piacentino protagonista

di un convegno sugli organismi geneticamente modificati

"Mangerei una mela transgenica"

Tonini: la ricerca scientifica è un dovere e un dono


da Libertà, 18 marzo 2001


«Una mela transgenica? Se ho la garanzia degli scienziati che non ci
sono elementi inquinanti la mangerei volentieri». Il cardinale Ersilio
Tonini prende le difese degli organismi geneticamente modificati, chiama
applausi per gli scienziati ed i ricercatori, invita la gente ad informarsi
di più senza lasciarsi prendere dai pregiudizi. Nei giorni il cui il “popolo
di Seattle”, le divisioni anti globalizzazione manifestano, al Global Forum
di Napoli, l'ennesimo no a tutto ciò che sembra portare il pianeta Terra
fuori dalla sua natura, il cardinale interviene al fianco degli scienziati
per difendere i “cibi Frankestein”.
Lo fa dal pulpito profano del Teatro dei Filodrammatici, dove è stato
invitato dalla Famiglia Piasinteina a portare la sua opinione e quella
della Chiesa sui cosiddetti “ogm”: gli organismi geneticamente modificati.
Assieme al porporato anche due esperti del mondo scientifico: il professor
Gianfranco Piva, preside della facoltà di Agraria della Cattolica di Piacenza,
nonché direttore dell'istituto di Scienze degli Alimenti e della Nutrizione,
ed il professor Francesco Salamini, direttore generale del Max-Planck Institut
di Colonia. A fare gli onori di casa il presidente della Famiglia, Danilo
Anelli, ed il coordinatore della serata Mauro Tagliaferri. «La ricerca
scientifica è un dono ed un dovere sacrosanto», non ha dubbi il cardinale
Tonini. «Non possiamo dimenticare - spiega - che nella visione cristiana
la conoscenza è un dono di Dio, un dovere ed una responsabilità. Nella
Bibbia sta scritto che l'uomo deve utilizzare la natura per scoprirne i
tesori, dunque ecco che ogni scoperta scientifica è un'esaltazione della
vita umana, della grandezza del dono di Dio». Tonini porta le parole di
Giovanni Paolo II: «Il Papa, nel discorso ai genetisti del 5 marzo 1984,
li invitava a procedere con il massimo fervore nella ricerca sul genoma
umano». Il perché, secondo il porporato, è semplice: «Un domani sarà possibile
eliminare per sempre quei morbi impietosi come l'Alzheimer ed il Parkinson
ed altre malattie oggi ritenute incurabili». Occorreranno però delle misure,
delle regolamentazioni della ricerca. «Questo non spetta agli scienziati
- dice il porporato - ma alle istituzioni. Il potere politico ha il dovere
sacrosanto di tutelare l'essere umano» sottolinea con forza. «L'uomo non
potrà mai utilizzare un suo simile come strumento di ricerca» mette bene
in chiaro, ed osserva che la ricerca deve avere dei significati e degli
scopi terapeutici. Può l'intelligenza umana modificare gli alimenti? Può
trasformare i cibi? «Se questo volesse dire garantire all'uomo una facilità
di accesso al necessario per vivere ed una cura più razionale dell'alimentazione
non ci vedrei nessun contrasto» fa sapere il cardinale. «Gli scontri nascono
quando la paura prende il sopravvento. Non condivido la sfiducia totale,
il gridare all'allarme, come se i prodotti della terra fossero i soli a
dare garanzie all'uomo». Nel campo dei cibi transgenici, secondo Tonini,
la Chiesa non dirà mai di no. «Chiederà, questo sì, molta serietà agli
scienziati; pretenderà che diano serie e precise garanzie all'essere umano.
Ma non ostacolerà mai la ricerca». Il porporato piacentino ricorda la nascita
della facoltà di Agraria, realizzata da padre Gemelli con i soldi del calmiere
del latte: «Nacque per la ricerca, con la benedizione della Chiesa e degli
agricoltori del posto». Ma anche la situazione drammatica che sta vivendo
l'Africa, «dove di fame si muore ed i bambini mangiano le formiche». «Io
sono vescovo - si mette una mano sul cuore - e questa gente, come tutte
le creature, ho il dovere di proteggerle. Con gli organismi geneticamente
modificati si potrà dare finalmente da mangiare a tutti e si potranno portare
cure a chi prima non ne ha mai assunte perché la sua dieta è sempre stata
poverissima, quasi inesistente».

Federico Frighi

Tonini su Marta e Milagros

Sulla vicenda delle gemelline siamesi peruviane

Tonini, i giornalisti hanno agito bene

da Libertà, 30 maggio 2000


L'obiettivo dell'opinione pubblica mondiale puntato sulle gemelline Marta
e Milagros sancisce la vittoria dell'uomo sui falsi idoli dello sport e
dello spettacolo. Con questa riflessione il cardinale Ersilio Tonini, a
margine del convegno alla Cattolica, è intervenuto in difesa dei mezzi
di comunicazione che «hanno illuminato a giorno» la vicenda delle gemelline
siamesi peruviane. Fallito il tentativo di salvare una delle piccole, il
dramma consumatosi all'ospedale di Palermo ha messo sotto accusa tv e giornalismo
per l'eccessiva pubblicità con cui, secondo alcuni (anche tra le alte sfere
della Chiesa cattolica), sarebbe stato trattato il caso di Marta e Milagros.
Diversamente ha dimostrato di pensarla il porporato: «Che il mondo intero
abbia trepidato per queste due creature e si sia intenerito di fronte al
loro caso significa che finalmente la nostra attenzione non si è fermata
solo su Schumacher, la formula uno o i prossimi campionati europei di calcio;
ma che c'è qualche cosa di più grande: il mondo intero che si ferma ad
ascoltare la storia di due bambini». «I bambini - ha continuato il porporato
- sono stati da sempre il tesoro e la misura del valore della società».
Tonini ha portato ad esempio le popolazioni latine: «I romani, che non
erano stupidi, avevano tradotto nel loro linguaggio questo grande valore:
i figli li hanno chiamati necessarii». « A prima vista sembrerebbe il contrario
- ha proseguito -: che i genitori siano necessari ai figli. Invece i romani
erano già arrivati alla conclusione che i figli erano irrinunciabili da
un punto di vista affettivo». Monsignor Tonini, da giornalista qual'è
(in passato è stato direttore del settimanale della diocesi piacentina
«Il nuovo Giornale» ed oggi scrive le sue riflessioni sul «Corriere della
sera"), ha difeso la categoria, vittima, secondo il porporato di un abbaglio
pilotato. «Il mondo giornalistico è stato deviato - ha detto Tonini -:
non ci hanno fatto sapere quale era la percentuale di riuscita dell'intervento
chirurgico sulle gemelline. Se ci avessero rivelato che c'era soltanto
il dieci per cento di probabilità che l'intervento riuscisse, allora sì
che c'era da chiedersi se fosse veramente valsa la pena di porre questa
sfida». Il dito è puntato verso gli uomini della scienza: «Gli scienziati
devono essere più precisi, sono loro che devono aiutare l'opinione pubblica
a dare un giudizio morale». E ancora: «Il fatto diventa valore quando l'intelligenza
lo misura». Un esempio: «Dell'animale si giudica solo il risultato di un'azione:
il cane che sbrana non ha consapevolezza di sbranare». Diverso è per l'uomo:
«Dell'azione umana non si riportano soltanto i dati di fatto: ci si interroga
se una data cosa era giusta o non era giusta». «E quale è la misura per
giudicare» si è chiesto Tonini «se non la dignità della persona umana».
La conclusione: «Se la risposta, anche della morale, è stata incerta è
perché non ci sono state date indicazioni scientifiche abbastanza sicure».
Montanelli ha altre opinioni Indro Montanelli non la pensa come il cardinale
Tonini, a proposito dell'interesse dei media sulla vicenda delle gemelline
siamesi. «Una storia sfruttata come uno spettacolo, quando non c'era nulla
da spettacolarizzare": non ha dubbi Montanelli nel bollare con un secco
«non mi è piaciuta per niente» la vicenda delle due gemelline siamesi Marta
e Milagros, morte durate l'operazione per tentare di separarle e consentire
a una di loro di sopravvivere. Montanelli, che esprime dubbi sulla decisione
di fare l' operazione, a margine di un convegno per ricordare il ventennale
dell' uccisione del giornalista Walter Tobagi, afferma che «aver messo
l'intervento sotto gli occhi di tutti puzza di esibizionismo», e dice di
essere «dalla parte del chirurgo che non ha voluto partecipare: i fatti
gli hanno dato ragione, anche se l'intervento fosse riuscito e si fosse
salvata una vita, mi domando che vita sarebbe stata». Per Montanelli infatti,
a prescindere dagli aspetti fisiologici dell' intervento, non si è pensato
a quelli morali e psicologici, perchè se Marta fosse sopravvissuta «avrebbe
sempre saputo che era viva grazie alla morte della sorella».

Federico Frighi

In clausura il nuovo millennio

Chiara, nel Duemila

festeggerà la clausura


da Libertà, 23 dicembre 1999




Cosa ci si può aspettare da una vita chiusa in un monastero, dietro le
grate della clausura? Lo abbiamo chiesto a Chiara, per la quale il nuovo
millennio si apre con l'ingresso in convento. Mentre il conto alla rovescia
scivola verso l'anno Duemila con il suo strascico di luci e party celebrativi,
Chiara, 25 anni, agente immobiliare, sceglie di entrare in clausura nel
monastero di San Lazzaro delle Carmelitane di Santa Teresa. Penitenza e
delusione per come va il mondo fuori dalla grata? Macché. San Giovanni
Bosco, a chi gli chiedeva che cosa fosse la santità, rispondeva: «Per noi
è soprattutto una grande allegria». Chiara, se provi a farle i complimenti
per la scelta coraggiosa, si mette a ridere. «Guardi che questa non è una
dimensione di sacrificio. Io, se devo dire la verità, mi sono sempre divertita
nella vita, e lo sta facendo anche adesso». Ammetterà però che la scelta
è coraggiosa. «Ci vuole del coraggio ad imparare la dimensione della rinuncia
ma a rispondere non ce ne vuole tanto. Io non ho scelto nulla. Lo spirito
soffia quando, come e dove vuole». Certo però uno deve anche saper rispondere.
«E' il Signore che ha scelto questo momento. Ti prende una grande gioia
alla quale non si può dire di no. Ho lasciato la mia famiglia in lacrime.
Volevano che entrassi in clausura con l'anno nuovo. Ma in questa cosa c'è
un amore talmente forte dentro, che ti porta a prendere il largo e ad affidarti.
E quindi vai. Perché quella è l'unica dimensione possibile». Come ha conosciuto
la clausura? «Premetto che non ho mai frequentato la vita ecclesiale. Sono
stata con mia madre a Lourdes e, mentre comperavamo dei dolcetti, mi è
capitato fra le mani un opuscolo che spiegava in modo simpatico la vita
delle claustrali». Per lei che cosa è il Duemila? «Penso che questo sia
un momento di passaggio, in cui la Chiesa ha bisogno di testimonianze forti.
E' l'anno in cui i figli si riconciliano con il Padre». In che senso?
«E' l'anno della speranza. Dei grandi colloqui fra gli uomini e le religioni.
Spero che il Duemila sia l'anno dell'unità». Che cosa sogna una suora
di clausura? «Il sogno più grande è che l'uomo torni ad essere uomo e
non abbia più grandi pretese. Che ritorni a fare la volontà di Dio in maniera
semplice senza pensare a grandi cose che lo portano lontano dalla natura
e da quello che dovrebbe essere». Come si sente di fronte al mondo che
ha appena lasciato di là dalla grata? «Mi sento un fiore di questo prato
variopinto che è il mondo. Ognuno ha la sua bellezza, sceglie di essere
quello che vuole o che può essere nel momento presente. Non giudico male
le persone che cercano di passare il Capodanno nella maniera più goliardica
possibile. L'ho fatto anch'io». E lei come lo passerà? «Io vivrò di
poco. Per me sono finite le grandi feste. Dopo il Te Deum passerò il Capodanno
a vegliare con le sorelle aspettando la benedizione del Santo Padre. Tutti
i ragazzi che hanno deciso di vivere questo passaggio di secolo in un altro
modo, li avrò di fronte, nell'eucarestia. Magari non lo sanno, ma il Signore
è lì anche per loro». Che cosa lascia nel Novecento? «La pretesa dell'uomo,
ed anche la mia, di volere fare tutto di propria volontà e testa senza
chiedere consiglio a Dio o alla propria coscienza». E che cosa porta con
sé della sua vita passata? «A livello personale vorrei portarmi qualche
cosa che non ho: non vorrei far ridere con una parola troppo grossa, ma
è la forza del martirio. Lo diceva monsignor Tonini: per la chiesa comincerà
il nuovo martirio che non è fisico ma psicologico. Mi auguro di avere la
forza di dare un nome e comunicare agli uomini la speranza che c'è nel
mio cuore. Dovesse costare tutto. Il vero miracolo non è che Dio faccia
la volontà degli uomini, ma che gli uomini facciano la volontà di Dio».
Grazie, Chiara, perché ci tiene con i piedi per terra e ci fa pensare.
«Sì, però tenga presente che questa è una dimensione di gioia, non di
privazione fine a se stessa. Le assicuro che passo gran parte del mio tempo
a ridere. Non so se ridevo più fuori o più qui dentro».

Federico Frighi



Tonini, salviamo la montagna

Due giorni di festa per Ersilio Tonini a Farini

Il cardinale: "Non isoliamo la montagna"

da Libertà, 20 giugno 2002


Eminenza, lo sa che se qualcuno si rompe una gamba a Farini lo si deve
portare in ambulanza sino a Piacenza dove c'è il posto di pronto soccorso
più vicino? «O perbacco! Neanche a Pontedellolio?» No, si deve fare un'ora
di strada sino a raggiungere la città. Il cardinale ci pensa un attimo
e ripete: «Quello che potrò fare per Farini lo farò certamente». Poi ricorda
un episodio in cui si trovava dall'altra parte: «La prima volta che venne
Alcide De Gasperi a Piacenza ebbi modo di accostarlo e gli consegnai un
articolo firmato da me ed intitolato “Ferriere, Comune mulattiera”». Anche
allora ci si lamentava dell'isolamento della montagna. «De Gasperi mi incitò
a continuare a denunciare la situazione. “Parlano dell'Italia come il giadino
d'Europa - disse - in realtà siamo la montagna d'Europa. Bisogna che se
ne parli perché è necessario che i parlamentari ne siano persuasi”». Fu
proprio da un incidente occorso ad una domestica di Ferriere, mentre accompagnava
il padrone in Liguria, che Tonini lanciò la campagna, assieme alle Acli,
per la mutua alle domestiche. Ebbene, se oggi le domestiche hanno la mutua,
lo si deve all'Alta Valnure. Per monsignor Tonini l'Alta Valnure non è
una scoperta. Piuttosto un ritorno. «Ho frequentato queste zone, Gambaro
in particolare, quando ero a Piacenza insegnante in seminario e direttore
de Il Nuovo Giornale. Ancora prima, studente a Roma, andavo a Cogno San
Bassano per un po' di vacanza presso il parroco. In quegli anni - era il
1948 - ci si trovava spesso con i sacerdoti della zona per incontri comunitari,
per passare un po' di tempo assieme». Nei ricordi del cardinale c'è una
gita alla sorgente del Nure assieme ai compagni di tonaca in cui Tonini
tenne scherzosamente una sorta di orazione solenne dedicata alle meraviglie
della natura ed alla nascita del torrente. In Alta Valnure ci si andava
anche per rilassarsi dalle quotidiane fatiche della cura d'anime. «In quei
tempi ci si preparava alle elezioni del '48 e c'era un grande fermento
che impegnava anche noi al settimanale diocesano». Erano i tempi degli
scambi vivaci tra comunisti e cattolici che vedevano l'allora don Tonini
paladino, ovviamente, dei secondi. «Lo stile, il linguaggio che si usava
tra me ed i comunisti era molto schietto ma molto sereno» ci tiene comunque
a precisare il porporato. Altra meta praticata era Brugneto «anche se lì
ero giovanissimo (andavo al ginnasio)». Ancora: «Era un posto ideale per
distrarsi, andavo nel Nure a pescare le trote, una mia grande passione».
L'Alta Valnure insomma è sempre stata per Ersilio Tonini, in quegli anni,
quello che oggi è la Valle d'Aosta per Carol Wojtyla: un piccolo angolo
di paradiso in terra. Il cardinale arriva a Farini ad un anno di distanza
dopo che per un malore dovette rinunciare all'invito di dodici mesi fa.
«Adesso, grazie a Dio, sto bene e ritorno in questi posti molto volentieri»
dice Tonini. Inaugurerà una via dedicata a don Anacleto Mazzoni. «Lo conoscevo
bene: quando entrai in seminario lui era agli ultimi anni. Ricordo i discorsetti
che faceva durante le feste, le poesie che componeva. Era stato parroco
a Rivergaro dove aveva fatto un gran bene. Era un prete dal cuore largo,
senza grandi fronzoli, concreto, intelligente ma vicino alle persone che
conosceva ad una ad una, sempre di buon umore, con quel senso dello humor
moderato che hanno tradizionalmente i piacentini».

Federico Frighi

Giuseppe De Carli racconta il Giubileo del Duemila



Intervista a Giuseppe De Carli, vaticanista del Tg1


"E' stato un trionfo di confessioni"


Il vaticanista De Carli racconta le sue dirette sul Giubileo




da Libertà, 12 gennaio 2001




Trecentosettantanove giorni di Giubileo, 57 dirette televisive, oltre 300 ore di trasmissione. Giuseppe De Carli è uno dei testimoni privilegiati di questo Anno Santo appena terminato. Da quattordici anni giornalista vaticanista del Tg1, responsabile dell'informazione religiosa del primo canale Rai, ha seguito passo dopo passo il grande Giubileo del Duemila raccontandolo alla gente perché si sapesse che cosa stava veramente accadendo, quale nuovo mattone si stava aggiungendo al palazzo della storia. Milanese di nascita, De Carli è di origine piacentina essendo il padre nato all'ombra del Gotico. Conserva ancora in città ed a Castelvetro Piacentino diversi parenti e l'altra sera è stato ospite del circolo “Il Carroccio”, dove ha presentato il suo “Breviario del nuovo millennio. Pensieri su un mondo che verrà”, edito dalla San Paolo, in cui ha raccolto le interviste andate in onda per tre anni, nell'edizione delle 13,30 del Tg1 del sabato, sotto la rubrica “Le parole del millennio”. Si è trattato di una sorta di preparazione a quell'Anno Santo che De Carli ha appena finito di raccontare. «Dal punto di vista umano, il Giubileo è stata un'avventura incredibile. Immaginavo la fatica, ma non l'intensità di ciò che ho provato. E' stato come entrare in un tunnel di emozioni da cui sono uscito solo il 7 gennaio con l'Angelus del Papa e l'ultima diretta. Da giornalista ho cercato di fermarmi sulla soglia di queste emozioni. Io, mi sono sempre detto, parlo a chi crede come a chi non crede. Durante le dirette qualche volta però mi è venuta la pelle d'oca». - Ad esempio? «Quando il Papa è entrato nel Santo Sepolcro; quando ha messo il biglietto con le richieste di perdono tra le pietre del muro del pianto, quando al Sinai ha cominciato a parlare di Mosè; quando a Tor Vergata ha invitato i giovani ad essere le “sentinelle dell'alba del millennio”. Quando avevo visto i primi programmi di questo Anno Santo li avevo considerati una sorta di parata di Giubilei particolari in contrasto con quello che doveva essere lo spirito di questo evento. Devo dire che sono stato smentito dai fatti e mi sono ricreduto». - Perché le scelte di una Chiesa considerate da molti anacronistiche si sono invece dimostrate azzeccate? «Innanzitutto perché la Chiesa ha dimostrato di parlare alle singole categorie, di avere qualcosa da dire ai politici come agli agricoltori come agli operatori ecologici, ai giovani come agli anziani, ai giornalisti come agli scienziati, ai laici come ai preti ed ai vescovi». - E poi? «E poi c'è tutto un aspetto del Giubileo che i media non hanno messo bene in evidenza. Non è l'acquisto delle indulgenze quello centrale, ma la riscoperta del sacramento della confessione. Nessuno di noi giornalisti se l'era immaginato all'inizio. Due milioni di giovani sono andati a Roma e mezzo milione si è confessato. Hanno dovuto triplicare il numero delle panche nella basilica vaticana, quintuplicare quello delle altre basiliche patriarcali. Ho visto preti stramazzare al suolo, svenuti, per la fatica di confessare senza sosta». - Che ruolo ha avuto la persona di Carol Woityla in questo Giubileo? «I grandi gesti del Papa sono stati fondamentali: il viaggio in Terra Santa, il culmine di tutto un Pontificato; la Giornata del perdono il 12 marzo. E' stato, quest'ultimo, l'atto più rivoluzionario di un Papa da duemila anni a questa parte. Quando mai un'istituzione, l'unica che ha attraversato tutta la storia da Cristo ad oggi, chiede perdono delle colpe commesse dai suoi figli, magari in nome di Cristo?». - Il Giubileo ha raggiunto il suo obiettivo? «Non lo so. La cosa certa è che ha dimostrato innanzi tutto la vitalità della Chiesa; ha dimostrato che in Occidente c'è un'istituzione più dinamica di tutte le altre. La politica non attrae più, la Chiesa invece aggrega; e su valori di fondo. Uno può dire che non è vero. La risposta è che c'è un Papa, vecchio, malandato, scosso dal morbo di Parkinson, che riesce ad attirare due milioni di giovani a Tor Vergata». - E il dialogo con le altre religioni? Questo Giubileo era partito bene. Poi, però ... «E' forse questo il lato con più ombre. Dopo il gesto del Papa con l'ebraismo e con l'Islam sulla spianata delle moschee, la visita ai campi profughi della Palestina, il muro del Pianto, le cose si sono un po' arenate. Ha contribuito il documento del cardinale Ratzinger, “Dominus Iesus”, sulla unicità della salvezza nella Chiesa cattolica. Ha irritato molto le altre religioni. Nella sostanza ha detto le cose del Concilio, ma forse la forma andava modificata. Nella lettera apostolica “Novo in eunte millennio”, che Woityla ha firmato il 6 di gennaio, c'è tutta una parte in cui si parla dell'impegno ecumenico di questo Papa quasi ottantenne che afferma che il futuro della chiesa sta nel dialogo con le altre culture religiose». - Non era facile riuscire a comunicare il contenuto di questo Giubileo. Che giudizio dai su quello che è passato alla gente? «E' stato un Giubileo che è riuscito a comunicare. Certo, ci sono state delle difficoltà. Non tutti bucano lo schermo come il cardinale Tonini che con quel suo volo scavato sembra quasi uno scoiattolo e viene ascoltato perché è credibile. Però la Chiesa ha un altro grandissimo comunicatore: il Papa. Che non rispettando le regole della comunicazione riesce a farsi capire da tutti, anche grazie alla sua corporeità malandata. La gente si identifica in questo Papa sofferente, tenace, determinato, e lo tocca come se fosse una reliquia. Io, in questi anni, ho avuto l'impressione di fare la cronaca non dell'attività di un Papa ma di quella di un santo». - Questo Papa non arriverà a 120 anni come Mosè. Chi sarà il suo successore? «Siamo a pochi giorni dal prossimo concistoro e Woityla, probabilmente domenica, rivelerà i nomi dei nuovi cardinali. In quel momento avremo il quadro completo di come sarà composto il sacro collegio che andrà al futuro conclave. Se, come pare, la grande maggioranza sarà di cardinali non italiani, saremo probabilmente avviati verso un nuovo papa latino-americano. Teniamo infatti conto che la metà dei cattolici del mondo si trovano in America Latina. Come la scelta profetica cadde su di un pontefice slavo nel momento di massimo attrito della Guerra Fredda, la prossima mossa potrebbe essere quella di andare verso un nuovo continente, diverso dall'Europa».


Federico Frighi

Santini, inseguendo il Papa viaggiatore

Intervista ad Alceste Santini, vaticanista l'Unità

Inseguendo il Papa viaggiatore

"Ha umanizzato la Chiesa confrontandosi coi poveri"


da Libertà, 4 marzo 2001


Alceste Santini, da quasi quarant'anni «vaticanista» de “l'Unità”, è stato l'unico giornalista che, nel periodo della Guerra Fredda, poteva permettersi di dialogare con Mosca e con il Vaticano nel medesimo tempo. Grande amico del braccio destro di Giovanni Paolo II, quel monsignor Agostino Casaroli di cui fu certo anche consigliere ed informatore privilegiato, ma nello stesso tempo uomo di fiducia di un sistema partitico che aveva ne “l'Unità” il suo organo di informazione ufficiale. Cose politiche e cose religiose, un connubio non facile: «Non è stato mai difficile parlare di un Papa su un giornale di partito - assicura -. Mi sono sempre posto di fronte al pontefice ne più ne meno di come un altro giornalista si pone di fronte alla cronaca, alla politica o ad altre questioni». Per molti altri, tuttavia, è una tentazione, quasi in odore di zolfo, in cui si cade sempre e regolarmente. Specie nell'imminenza di elezioni politiche delicate come quelle che stanno per arrivare. Quando un segretario di Stato come il cardinale Angelo Sodano convoca prima Rutelli e poi Berlusconi ed annuncia che seguiranno tutti i leader dei vari partiti politici che cosa significa? Che le consultazioni non si tengono più sul Quirinale ma sul Vaticano? «E' stata una vera e propria gaffe. Il cardinale Casaroli non ci sarebbe mai caduto. Lo stesso papa Wojtyla, durante il suo terzo viaggio in Brasile, nel '91, disse che spetta ai laici compiere, in piena libertà ed autonomia e responsabilità, le loro scelte sociali e politiche. Questo perché, per usare sue parole, “un'interferenza diretta da parte di ecclesiastici o religiosi nella prassi politica, o l'eventuale pretesa di imporre, in nome della Chiesa, una linea unica nelle questioni che Dio ha lasciato al libero dibattito degli uomini, costituirebbe un inaccettabile clericalismo”. La stessa cosa vale per quei fedeli laici che, nelle questioni temporali, pretendessero di agire, senza alcuna ragione o titolo, in nome della Chiesa, come suoi portavoce o sotto la protezione della gerarchia ecclesiastica».- Ciò non toglie che nel mondo politico odierno i voti dei cattolici sono sempre corteggiatissimi. Non le pare? «Questo Papa, sul piano delle scelte sociali ha riempito un vuoto lasciato da un mondo che è crollato, quello dell'est, che dapprima rappresentava una certa speranza, l'idea socialista, poi tradita nella sua realizzazione pratica. Una volta caduto quel mondo, i partiti ed i movimenti di ispirazione socialista sono rimasti disorientati. Il Papa ha riempito quel vuoto, sia per le cose che ha detto, sia per l'autorità morale che rappresenta. Un esempio per tutti: di fronte a Clinton, Wojtyla disse espressamente di non potere accettare il liberismo economico ed il mercato selvaggio, perché tende ad escludere larga parte dell'umanità fino ad eliminare i più deboli. Fu un'affermazione fortissima che la sinistra che noi oggi conosciamo in Europa, non dice». - E' un Papa più di destra o di sinistra? «Non lo classificherei né da una parte né dall'altra. Abbiamo un Papa che dice cose che vengono portate avanti da una sinistra impegnata che però oggi non è in grado di rilanciare queste idee fondamentali per offrire una prospettiva; ma abbiamo anche un Papa nelle questioni della vita di coppia, del matrimonio, nella sessualità, nella genetica rimane legato alla tradizione». - Lei ha seguito e raccontato la vita di papa Wojtyla per 92 viaggi che, come scrive nel suo libro, hanno cambiato la geografia del mondo. Chi è per lei Giovanni Paolo II? «E' un Papa che ha umanizzato la Chiesa confrontandosi con popoli e tradizioni diverse, favorendo la partecipazione e la collegialità. E' un uomo di grande preghiera e di spiritualità. Ha un atteggiamento interiore che lo spinge a relazionarsi con tutte le persone a prescindere dal loro modo di pensare. Ha detto lui stesso che frammenti di verità stanno in tutte le culture e le religioni. Sta ai cristiani a ricostruire l'unico grande mosaico». - Che cosa ha rappresentato il Giubileo del 2000? «Quello del 1950 fu celebrato nel segno del ritorno all'unica chiesa, escludendo ebrei, musulmani, protestanti, comunisti scomunicati. Il Giubileo appena concluso è stato all'insegna di un grande dialogo con tutte le categorie sociali e le religioni. A maggio, non a caso, ha convocato il concistoro straordinario con tutti i cardinali per analizzare i due grandi temi del futuro: quello della collegialità e quello dell'ecumenismo». - Giovanni Paolo II quale eredità lascerà al suo successore? «Il futuro Papa non potrà più rimanere dentro le mura del Vaticano, dovrà continuare questi viaggi, ad andare incontro alle genti. Ha dato una prima indicazione: il primo millennio è servito affinché il cristianesimo da Gerusalemme arrivasse a Roma, il secondo millennio perché si affermasse in America Latina ed Africa, il terzo millennio in Asia, dove vivono tre miliardi e mezzo di persone, di tradizioni culturali e religiose diverse, ma dove i cattolici sono poco più di 100 milioni». - Si dice che il prossimo Papa sarà un latino americano. Che cosa ne pensa? «E' possibile: il baricentro del cattolicesimo mondiale ormai si è spostato nell'America Latina, dove vive più della metà del miliardo e 40 milioni di cattolici presenti nel mondo. Fare un nome è molto difficile ed anche poco serio. E' da sei anni che ci proviamo ma questo Papa continua a regnare. Si può solo dire che il collegio cardinalizio è Wojtyliano, non c'è più un cardinale creato da Giovanni XXIII e ne sono rimasti solo una ventina fatti da Paolo VI. Il conclave, quando sarà il momento, valuterà la situazione politica mondiale e sceglierà la persona più adatta».
Federico Frighi