venerdì 30 gennaio 2009

Catechisti, una giornata di formazione

Piacenza - Si svolgerà il pomeriggio di domenica 8 febbraio (14.30, parrocchia di S. Franca), dal titolo «Tu sei il mio Dio, i miei giorni sono nelle tue mani», una giornata di formazione per i catechisti.

Alla “giornata” sono invitati tutti i catechisti della diocesi, come occasione di approfondimento e di formazione “ad alto livello”.

Sarà infatti presente all’incontro, con la relazione iniziale, Mons. Bassano Padovani, della Diocesi di Lodi, già direttore dell’Ufficio catechistico nazionale; le conclusioni saranno invece affidate al nostro Vescovo Mons. Gianni Ambrosio.

Inoltre, saranno attivati sei gruppi di formazione cui parteciperanno liberamente i catechisti (approfondimento biblico e di metodo, ascolto di musica, film, ecc…). Alla giornata partecipano anche gli oltre 70 giovani iscritti al corso base loro dedicato, che vedrà la sua conclusione.

Attenzione: chiediamo ai parroci di favorire la partecipazione e di indicare entro il 4 febbraio il numero indicativo di partecipanti all’Ufficio catechistico (segreteria@catechistipiacentini.net e 0523 308344)


Comunicato stampa diocesi di Piacenza e Bobbio

Una giornata per i catechisti

giovedì 29 gennaio 2009

Otto per mille alla Chiesa, l'intuizione del cardinale Casaroli

Piacenza - L’8 per mille nasce con il nuovo “Accordo di revisione del Concordato fra l’Italia e la Santa Sede” - osserva monsignor Lino Ferrari - sottoscritto il 18 febbraio 1984 a Villa Madama nella logica della “indipendenza” e della “collaborazione”. Tra l’altro, firmatario per la Chiesa cattolica fu un piacentino: il cardinale segretario di Stato, Agostino Casaroli». Il nuovo sistema ha comportato da parte della Chiesa la rinuncia alla congrua e ai fondi per l’edilizia per il culto, dunque alle forme di finanziamento automatico da parte dello Stato previste a suo tempo anche a titolo di risarcimento rispetto alle leggi eversive del patrimonio ecclesiastico. «Gli aiuti per l’otto per mille noi li intendiamo in una idea di Chiesa che, forte degli insegnamenti del Concilio - evidenzia il vicario generale - vive un’esperienza di comunione, partecipando ai problemi della gente. Una Chiesa che vuole testimoniare la povertà evangelica, non perchè rinuncia alle risorse materiali, ma perchè non tiene nulla per sé e tutto rimette in circolazione intervenendo là dove c’è bisogno».
fri

Il testo integrale su Libertà del 29 gennaio 2009

Chiesa, dall'8xmille 4,5 milioni di euro

Piacenza - Se non ci fosse l’8 per mille ben oltre il 50 per cento delle attività della diocesi di Piacenza-Bobbio non avrebbe copertura finanziaria e dunque non sarebbe possibile. Lo ammette tranquillamente l’economo diocesano don Giorgio Bosini che, assieme al vicario generale, monsignor Lino Ferrari, e all’incaricato diocesano Romolo Artemi, ha reso note le entrate e le assegnazioni dell’8 per mille per il 2008. Lo scorso anno la chiesa cattolica piacentina ha ricevuto 4,5 milioni di euro dalle firme dei cittadini dalla dichiarazione dei redditi. Tale somma è stata così distribuita: per il culto e la pastorale 743.291,97 euro, per gli interventi caritativi 419.053,01, per il sostentamento del clero circa 3,4 milioni di euro (destinati all’Istituto diocesano per il sostentamento del clero, presieduto da monsignor Antonio Bozzuffi). Da precisare che settori come la carità e i beni culturali si avvalgono anche di altri contributi provenienti o direttamente dalla Cei (Conferenza episcopale italiana) su singoli progetti o da enti pubblici e privati che operano in diocesi. A titolo di esempio, secondo i dati resi noti da don Bosini, nel 2008 sono stati erogati alla diocesi 260mila euro dalla Fondazione Cariparma, oltre 300mila dalla Fondazione di Piacenza e Vigevano. Per le esigenze del culto altri 350mila euro provenienti direttamente da un fondo Cei e destinati ogni anno alla diocesi di Piacenza-Bobbio per il finanziamento di 4 o 5 progetti (al 30-40 per cento); sempre dalla Cei circa 20mila euro per gli allarmi delle chiese, 25mila per la manutenzione degli organi, 50mila per gli archivi ecclesiastici diocesani. Nell’aiuto ai bisognosi non va dimenticato che la Chiesa solo in minima parte ricorre all’otto per mille, avendo in campo ben altre forze come volontari e altri aiuti provenienti dalle comunità parrocchiali e dai singoli fedeli.
Ciò nonostante i soldi non bastano e si rende necessaria una razionalizzazione. Come ha confermato l’economo don Bosini, è in corso una mappatura con strumentazioni satellitari di tutte le chiese della diocesi (sono oltre 800). Diverse dovranno chiudere, soprattutto nel territorio collinare e di pianura. Una lista non è ancora stata redatta ma quel che è certo è che vi sono luoghi di culto che necessiterebbero di interventi di migliaia di euro a fronte di una frequentazione di meno di una decina di fedeli. È chiaro che saranno queste le prime chiese a chiudere i battenti.
Molto più severa si è fatta poi la procedura per l’ottenimento dei fondi per finanziare i vari progetti. I criteri sono sempre più selettivi. Don Bosini ricorda l’iter: entro giugno gli uffici amministrativi della diocesi raccolgono le varie domande provenienti da parrocchie e da singole realtà diocesane. «Non si tratta, però, di domande provenienti da singoli sacerdoti o enti - precisa l’economo -. Seguendo i principi di comunione, corresponsabilità, trasparenza, rigore le singole domande devono aver superato già una prima verifica alla partenza. Ogni parrocchia deve avere un Consiglio parrocchiale economico composto da laici; ogni parrocchia si muove nell’ambito di una circoscrizione che è l’Unità Pastorale e pertanto ogni intervento dev’essere visto in un contesto più ampio e articolato con il parere dell’Unità Pastorale». La diocesi è divisa in sette Vicariati: «In prospettiva saranno chiamati ad un ruolo sempre più importante anche sul piano del coordinamento delle risorse economiche». Questo rigore permette agli organi diocesani (Consiglio economico, Collegio dei consultori, vescovo...) di prendere decisioni in accordo con il quadro generale delle esigenze da rapportare alle disponibilità.
fri

Il testo integrale su Libertà del 29 gennaio 2008

martedì 27 gennaio 2009

I funerali di don Franchi celebrati dal vescovo di Fidenza

Piacenza - I funerali di don Ferruccio Franchi, già parroco di Mercore di Besenzone,
si terranno domani, mercoledì 28 gennaio, alle ore 15, nella chiesa
parrocchiale di Mercore e saranno presieduti dal vescovo di Fidenza mons.
Carlo Mazza (il sacerdote era incardinato nella diocesi di Fidenza), mentre
la diocesi di Piacenza Bobbio sarà rappresentata dal vicario generale mons.
Lino Ferrari (il vescovo mons. Ambrosio è impegnato a Roma con il
pellegrinaggio diocesano).

Comunicato stampa diocesi Piacenza-Bobbio

Il cardinale Ruini al festival della teologia

Piacenza - Sarà il cardinale Camillo Ruini la guest star del prossimo Festival della teologia in programma a Piacenza nel mese di maggio. Nato a Sassuolo il 19 febbraio 1931, è stato Cardinale vicario del pontefice per la Città e la Provincia di Roma e Arciprete della Basilica Lateranense dal 1° luglio 1991 al 27 giugno 2008; era stato Pro-Vicario dal 17 gennaio dello stesso 1991. È stato inoltre Presidente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) dal 7 marzo 1991 alla stessa data del 2007.
Attualmente il cardinale si gode la pensione nel suo appartamento appena fuori le mura vaticane, scrive interventi per Avvenire, un libro per Mondadori ed è presidente del comitato per il progetto culturale della Cei.

Morto don Franchi, già parroco di Mercore

E' morto lunedì 26 gennaio, a Mercore di Besenzone, don Ferruccio
Franchi, già parroco di questa comunità. Nato il 21 novembre 1921, era stato
ordinato sacerdote il 28 maggio 1944. Don Franchi era incardinato nella
diocesi di Fidenza: Mercore, infatti, fino a qualche anno fa era parrocchia
della diocesi di Fidenza e, quando sono stati rivisti i confini, è passata a
Piacenza. I parroci avevano però la facoltà, pur mentenendo il loro
incarico, di scegliere - come ha fatto don Franchi - di restare nella loro
diocesi di provenienza.
I funerali si terranno mercoledì prossimo, 28 gennaio, alle ore 15, nella
chiesa parrocchiale di Mercore.
Con successivo comunicato daremo altre informazioni.

Comunicato stampa diocesi di Piacenza-Bobbio

lunedì 26 gennaio 2009

La croce di suor Leonella in S.Bartolomeo sull'Isola Tiberina

Piacenza - La croce di suor Leonella Sgorbati riposerà per sempre a Roma nel mezzo dell’Isola Tiberina. Lì, nella basilica di San Bartolomeo, l’hanno deposta le sue consorelle e la madre generale suor Gabriella Bono. Il ricordo della suora piacentina (agazzanese di origine) assassinata a Mogadiscio il 17 settembre del 2006 è una croce, la croce che la religiosa teneva al collo nel momento dell’agguato. Sarà per sempre custodita nella cappella che ricorda i martiri dell’Africa. «Questa croce, in modo straordinario ci parla dell’amore di suor Leonella per i giovani - ha detto don Angelo Romano, rettore della basilica di San Bartolomeo - della generazione di infermiere e di cristiane che lei ha formato a un incontro con il dolore, carico di speranza e di promessa di guarigione; questa croce ci parla della sua forza interiore, che bene sapeva comunicare con il suo sorriso, espressione di un senso della vita chiaro e illuminato dalla Parola di Dio». Ancora: «Suor Leonella non si è lasciata intimidire dalla forza del male. Ha nutrito una grande fiducia negli uomini e nei popoli, perchè anzitutto ha creduto nel Signore Gesù».
fri

Il testo integrale su Libertà del 25 gennaio 2009

Ambrosio, quella della stampa è una crisi non solo economica ma di fiducia

Piacenza - «Se il giornalismo è attuato con senso di responsabilità verso i lettori, allora la comunicazione e l'educazione non solo convergono ma si alleano». A parlare è il vescovo di Piacenza-Bobbio nella ricorrenza di San Francesco di Sales, patrono della stampa. «Siamo in tempi di crisi economica, più in generale - osserva Ambrosio - di crisi della nostra epoca segnata dalle “passioni tristi”: espressione di Spinoza tornata in auge grazie al titolo di un recente libro di Benasayag e Schmit (L'epoca delle passioni tristi). Gli autori suggeriscono la necessità di creare e ricreare i legami vitali. Una strada da percorrere ricreando o rinnovando anche il legame tra educazione e comunicazione». Ambrosio cita la crisi mondiale della stampa. «L'editoria - osserva - dovrà nel 2009 fare i conti con una riduzione della pubblicità e con una contrazione delle copie vendute. Neppure il web potrà correre in aiuto». «Sarebbe molto superficiale - evidenzia - ritenere che la crisi sia dovuta solo alla difficile congiuntura economica. In realtà è venuta meno la fiducia e occorre recuperarla». Per Ambrosio ciò significa due cose. La prima: «Tutti gli operatori della comunicazione debbono rendersi conto che svolgono un ruolo importante per la vita sociale, come informatori dell'opinione pubblica». La seconda: «L'opinione pubblica deve avere la possibilità di poter riconoscere che gli operatori della comunicazione svolgono bene questo ruolo importante». In definitiva, «solo ritornando ai lettori non secondo il marketing, ma in quanto cittadini, si ricupera la fiducia».
Ambrosio riprende il tema della Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali. «Credo che il Papa consideri chi opera nei media anzitutto come un operatore culturale. La notizia è un bene pubblico e chi opera nella comunicazione svolge un servizio culturale, in quanto fornisce gli elementi di informazione, di conoscenza per la visione del mondo dei cittadini. Occorre cercare una convergenza fra le istanze educative e la comunicazione».
fri

Il testo integrale su Libertà del 25 gennaio 2009

sabato 24 gennaio 2009

Ambrosio: giornalisti comunicatori ed educatori

Diocesi di Piacenza-Bobbio
Ufficio stampa


Incontro con i giornalisti: intervento del Vescovo

Educazione e Comunicazione

Dico a tutti il mio grazie per la cortese presenza a questo incontro del Vescovo con i giornalisti e con gli operatori della comunicazione sociale nella ricorrenza del patrono, San Francesco di Sales. Per me è una felice occasione per rivedere persone di cui conosco ed apprezzo la professionalità e di cui mi onora l’amicizia ed anche per esprimere loro gratitudine per l’attenzione che riservano alla vita religiosa della città e della diocesi, e, in particolare, al Vescovo di questa Chiesa.
A questo nostro incontro è stato assegnato anche un titolo: educazione e comunicazione.
Posso confidarvi che mi sono preoccupato quando ho visto un simile titolo, molto vasto e impegnativo. Poi mi sono rincuorato leggendo il tema della 43ª Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali. Un tema anch’esso impegnativo: “Nuove tecnologie, nuove relazioni. Promuovere una cultura di rispetto, di dialogo, di amicizia”. Questa seconda parte del tema non è lontana dal nostro argomento, l’educazione e la comunicazione, anzi la promozione della cultura di rispetto, di dialogo, di amicizia può aiutarci a precisare il rapporto tra l’educazione e la comunicazione.
Credo che sia questa la vocazione di chi opera nella comunicazione: siete chiamati ad assumervi in prima persona la promozione di una cultura rispettosa, dialogante, amichevole, capace di infondere fiducia e speranza. Sviluppo solo due rapidi punti.

1. Non possiamo ignorare la situazione di crisi nella quale ci troviamo. Non mi riferisco solo alla crisi economica ma, più in generale, alla nostra epoca segnata, come è stato detto, dalle “passioni tristi”, un’espressione di Spinoza tornata in auge grazie al titolo di un recente libro di M. Benasayag e G. Schmit, intitolato appunto L’epoca delle passioni tristi. Gli autori suggeriscono la necessità di creare e ricreare i legami che possono essere chiamati, con buona ragione, vitali. È una strada da percorrere ricreando o rinnovando anche il legame tra educazione e comunicazione.
Ma è possibile ricreare e rinnovare questo legame? Credo di sì. Partendo dalla situazione di incertezza che riguarda tutti, anche la comunicazione e i giornalisti, vorrei sostenere che proprio oggi è necessario pensare a un nuovo legame tra educazione e comunicazione.

Tutti gli osservatori affermano che l’attuale crisi finanziaria-economica influenza in modo diretto i media e soprattutto la stampa. D’altronde questi osservatori dicono ciò che sta già avvenendo.
Se per esempio guardiamo agli Stati Uniti, lì il terremoto è già in atto. È avvenuto il collasso della Tribune Corp. (proprietaria di Los Angeles Times e Chicago Tribune). È poi in atto la crisi del New York Times, fondato nel 1851: è stata annunciata la possibilità di ipotecare la sede, il nuovo grattacielo di Renzo Piano a Manhattan, per raccogliere 225 milioni di dollari di liquidità. Possiamo continuare: la società MediaNews Corp., proprietaria di ventinove quotidiani, fra cui il Denver Post, è stata declassata dall’agenzia di rating Moody’s in quanto non più in grado di saldare i debiti. Insomma, negli USA la crisi dei media non risparmia nessuno, neanche le testate più solide e blasonate. L’editoria americana sta attraversan­do una crisi profonda: secondo alcuni studiosi sarebbe senza precedenti una simile crisi. Non sono pochi coloro che auspicano che il governo di Washington intervenga contro il fallimento dei giornali con offerte generose, come si pensa di fare per salvare le industrie dell’automobile. Ma sarebbe molto superficiale ritenere che la crisi dell’editoria sia dovuta solo alla difficile congiuntura economica: sono tanti i motivi della crisi, su cui tornerò più avanti.
Se Atene piange, Sparta non ride. Anche l’Europa manifesta non poche difficoltà. Pensiamo alla Francia. È noto il travaglio che da anni sta vivendo Le Monde. Prima vi è stata la lunga crisi della dirigenza del gruppo, poi quella riguardante i dipendenti. Nel 2008, stando alle dichiarazioni di Éric Fottorino, presidente della testata, e di David Guiraud, vice presidente e direttore generale, la perdita dovrebbe aggirarsi attorno ai 4,7 milioni di euro, che però – così dicono – dovrebbe essere in parte riassorbita dalle prospettive di guadagno nel 2009. Comunque il quotidiano ridurrà le pagine da 32-30 a 28-26 a partire da questi giorni, dal 20 gennaio, opterà per una gerarchizzazione delle notizie, cercherà di collegare meglio il giornale stampato con quello web.
La crisi di Le Monde ci fa comprendere che non è solo l’attuale congiuntura a mettere in difficoltà l’editoria: il tentativo di aprirsi sempre più al web – da parte di un quotidiano che per decenni ha rifiutato le foto come poco consone al giornalismo serio – è motivato da due ragioni: la diminuzione dei lettori del giornale (in particolare sotto la direzione di J-M. Colombani) e la diminuzione di introiti pubblicitari nel mondo della carta stampata.
È pure nota la lunga crisi di Liberation, che fra l’altro ha subito un duro colpo con la morte di Carlo Caracciolo, propostosi quale editore del rilancio.
Così in Spagna: i quotidiani iberici registrano una paurosa disaffezione dei lettori.

Non dissimili sono gli scenari riguardanti il nostro Paese, anche se è più difficile avere dati precisi in Italia (pensiamo solo al fenomeno delle copie-omaggio). Comunque da noi la situazione non è rosea: la diffusione sta calando, dapprima ha colpito i periodici poi anche i quotidiani.
Credo che sia da cercare col lanternino un gruppo edito­riale che da Torino a Milano a Ro­ma non vada predisponendo una riorganizzazione, con relativi ta­gli. Meno pubblicità, forse meno pagine, forse meno…tutto il resto.
Insomma, il 2009 sarà un anno difficile per i media, in particolare per i giornali. Le previsioni non sono rosee, anzi tendono verso il nero. L’editoria dovrà nel 2009 fare i conti con una riduzione degli investimenti pubblicitari e con un’ulteriore contrazione delle copie vendute. E neppure il web potrà correre in aiuto dei giornali di carta. Neppure il sito online con il maggior successo può compensare le perdite del suo corrispettivo cartaceo.

Ho fatto alcuni cenni alla situazione di crisi dei media, perché credo che da qui occorra partire per far sì che la situazione odierna sia vissuta come occasione per riflettere e per scegliere. La crisi può trasformarsi in opportunità per il bene della comunicazione e della vita sociale se si riconosce che è venuta meno la fiducia e dunque occorre ricuperarla.

Ciò significa due cose.
La prima: credo che tutti gli operatori della comunicazione debbono rendersi conto che svolgono un ruolo importante per la vita sociale, come informatori dell’opinione pubblica.
La seconda: credo che l’opinione pubblica deve avere la possibilità di poter riconoscere che gli operatori della comunicazione svolgono bene questo ruolo importante.
In definitiva, solo ritornando ai lettori – ai lettori non secondo il marketing, ma ai lettori in quanto cittadini che vivono nel nostro contesto sociale – si ricupera la fiducia: in un periodo di crisi il lettore ha ancora più bisogno di informazioni per comprendere ciò che sta avvenendo.

2. Riprendo il tema della Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali. Appare evidente la fiducia del Papa nei confronti delle possibilità dei media: egli ritiene che i media possano dare un grande aiuto nel favorire un clima di dialogo e di fiducia. Credo che il Papa consideri chi opera nei media anzitutto come un operatore culturale. La notizia è un bene pubblico e chi opera nella comunicazione svolge un servizio culturale, in quanto fornisce gli elementi di informazione, di conoscenza per la visione del mondo dei cittadini.
Dunque chi opera nella comunicazione non può non ragionare sul rapporto fra comunicazione ed educazione. Credo che questo ragionamento possa essere fatto soprattutto a livello locale. Ecco allora qualche ulteriore spunto per questo ragionamento.

Non è sufficiente la cosiddetta Media Education, ovvero l’educazione ai mass media: quanti corsi su questo argomento, certamente importante in quanto prepara alla recezione intelligente dei mass media. Ma occorre andare oltre e cercare una convergenza fra le istanze educative e la comunicazione: da questo punto di vista credo che siamo ancora poco disponibili e siamo anche poco preparati. Anche perché la linea dell’autonomia tra i due campi, quello comunicativo e quello educativo, è dominante, è la più seguita.
Se si vuole, questa autonomia è la visione illuminista e funzionalista dei rapporti sociali, che vorrebbe mantenere isolati e incomunicabili i vari campi della conoscenza e i diversi ambiti della vita.
Si dice: “gli affari sono affari”. Ogni ambito della vita risponde solo a se stesso, alle poche generiche regole stabilite all’interno del proprio ordine professionale. Prendendo a prestito il titolo del libro di Giorgio Bocca, potremmo dire: E’ la stampa, bellezza! (Feltrinelli 2008), sottintendendo che la stampa ha qualche regola stabilita dall’Ordine (in verità, Bocca, come sappiamo, denuncia proprio la crisi di etica della stampa).

Considerando il peso di questa corrente funzionalista, i due ambiti – la comunicazione e la educazione - sono destinati a ignorarsi, svolgendo ruoli sociali diversi e, spesso, in antitesi fra loro. Questa concezione è responsabile, per esempio, della totale separazione tra i corsi e i programmi della facoltà di Scienze della formazione e i corsi e i programmi della Facoltà di Scienze della Comunicazione. Al limite vi è un mini-corso che può intitolarsi Etica della comunicazione, in cui si considerano alcune questioni che hanno rilevanza etica e pedagogica.
A me pare che la prospettiva di una convergenza sostanziale tra i due ambiti sia strategica per ricuperare quella fiducia che è a rischio, se a volte non è andata persa. Il cronista e l’opinionista non possono comunicare ‘a distanza’, non possono parlare o scrivere ‘da nessun luogo’, cioè irresponsabilmente, lasciando fuori dalla comunicazione il volto dell’altro o l’etica della responsabilità: si crea un clima di indifferenza e di cinismo che rovina la comunicazione, e dunque rovina la vita sociale.
Ciò che deve caratterizzare questa convergenza strategica è l’idea, forse alquanto utopica, della costruzione della comunità civile. Sarà anche utopica questa idea, ma se nessuno si impegna nel costruire la comunità civile, allora la comunità sarà poco civile e l’opinione pubblica sarà poco intelligente.
In altre parole, se si accetta l’idea di una convergenza tra comunicazione e educazione, allora si ci incammina verso questo obiettivo: favorire la diffusione di un’etica della responsabilità sociale per quel bene prezioso che è la notizia, l’informazione, l’opinione argomentata.
Allora non basta la lettura critica dei mezzi d'informazione. Si tratta invece di rivedere la logica della comunicazione, del sistema di comunicazione: deve prevalere la logica della responsabilità di ciò che si comunica e del modo in cui si comunica. Questa responsabilità non può non avere al suo centro le istanze educative.
Se il giornalismo è attuato con senso di responsabilità verso i lettori, allora la comunicazione e l’educazione non solo convergono ma si alleano. Occorre che il professionista riconosca il diritto del pubblico ad una informazione corretta e affidabile: questo riconoscimento obbliga il professionista a rispettare sia le regole tecniche di ricerca delle informazioni e delle notizie sia le norme etiche di diffusione della notizia, senza travisarla e senza enfatizzarla.
Si eviterebbero così tante polemiche che lacerano il tessuto comunitario, che non creano un clima di fiducia ma un clima di rissa, come i famosi polli di Renzo che s’ingegnavano a beccarsi, “come accade troppo sovente tra compagni di sventura”, annotava il Manzoni.

Concludo ricordando che ciò che può apparire utopia sta realizzandosi in alcuni Paesi dove si lavora parecchio sul tema della Educomunicazione: ci si rende conto che non basta la convergenza tra educazione e comunicazione, ma occorre arrivare ad una sorta di alleanza. Con questo convincimento: la società ha bisogno di professionisti della stampa e dei media con la mente aperta e attenta ai bisogni dei bambini, dei giovani e del mondo dell’educazione in generale.
Sono certo che tutti noi cerchiamo di avere e cerchiamo di favorire questa mente aperta e attenta alla crescita della società civile.

†Gianni Ambrosio
Vescovo di Piacenza-Bobbio

Piacenza, 24 gennaio 2009

giovedì 22 gennaio 2009

Nomine, don Coppellotti cappellano della polizia municipale

Piacenza - Con atto proprio dell’Ordinario diocesano in data 13 gennaio 2009 il M. R.
Sesenna don Angelo, parroco di Bettola, mantenendo i precedenti incarichi, è
stato nominato amministratore parrocchiale della parrocchia di Santa Maria
Assunta in Recesio, Comune di Bettola, Provincia di Piacenza, resasi vacante
in seguito alla morte dell’ultimo titolare il M. R. Bussolati don Giuseppe.


Con atto proprio dell’Ordinario diocesano in data 19 gennaio 2009 il M.R.
Barghi padre Osvaldo dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini del convento di
San Bernardino in Piacenza, è stato nominato amministratore parrocchiale
delle parrocchie:
* San Giorgio in Bilegno, Comune di Borgonovo Val Tidone, Provincia di
Piacenza;
* Sant’Ilario vescovo in Breno, Comune di Borgonovo Val Tidone, Provincia di
Piacenza;
* Sant’Alessio in Mottaziana, Comune di Borgonovo Val Tidone, Provincia di
Piacenza.


Con atto proprio dell’Ordinario diocesano in data 19 gennaio 2009 il M. R.
Coppellotti don Serafino, parroco di Nostra Signora di Lourdes in Piacenza,
è stato nominato cappellano del Corpo di Polizia Municipale del Comune di
Piacenza.


Con atto proprio dell’Ordinario diocesano in data 19 gennaio 2009 il M. R.
Perazzoli mons. Bruno, parroco di San Paolo in Piacenza, è stato nominato
Assistente Ecclesiastico del Movimento di Impegno Culturale (MEIC) per la
diocesi di Piacenza-Bobbio in sostituzione del M. R. Bavagnoli don Luigi.


Piacenza, dalla Curia Vescovile, 21 gennaio 2009,


il Cancelliere Vescovile
don Mario Poggi

mercoledì 21 gennaio 2009

Da Parma una volta al mese arriva l'esorcista

Piacenza - Ha iniziato in sordina, senza farsi troppo notare, ma è stato sufficiente che sulle locandine ci fosse scritto “esorcista” perché nella piccola chiesa di San Giuseppe, all’Ospedale, non si entrasse più dalla gente che c’era. Sarà così, verosimilmente, anche tra due giovedì, il 29 gennaio, quando don Pietro Viola, esorcista della diocesi di Parma, tornerà a Piacenza per la consueta messa di guarigione organizzata dalla cappellania dell’ospedale civile in accordo con la Curia. Visti i problemi di salute e l’età avanzata dell’esorcista titolare della diocesi di Piacenza-Bobbio (monsignor Gianbattista Lanfranchi, 87 anni, parroco di Seminò) contro “l’odore di zolfo” si corre dunque ai ripari con una sorta di consulente esterno. Il desiderio dei vertici della diocesi piacentina è di individuare al più presto una nuova figura di esorcista titolare da affiancare all’attuale. Un’operazione non facile visto che le candidature per una mansione come questa scarseggiano. Nell’attesa si ricorre anche all’“esorcista a domicilio”.
«Nella mia parrocchia in diocesi di Parma - osserva don Viola - arriva gente da Cremona, Reggio Emilia e anche da Piacenza. Non è per sfiducia negli esorcisti diocesani. Il problema è che coloro che realmente hanno bisogno le provano tutte pur di stare bene». Non è tutto zolfo quello che si odora: «Noto molti casi di depressione, esaurimento nervoso, tristezza cronica; per più della metà delle persone che arrivano il problema è di questa natura» precisa don Viola. Il diavolo comincia ad essere visibile solo nei casi più gravi: «Per esempio la gente che ha partecipato alle sedute spiritiche. Queste persone è come se avessero stretto un patto col diavolo e poi ci sono rimaste incastrate. Alcuni non riescono più a tirarsi fuori. Il diavolo trova terreno fertile, in generale, quando le famiglie non sono cristiane o sono poco praticanti. Quando vado nelle case oggi sono sempre meno i simboli religiosi, è come se non ci fosse alcuna difesa». Emicrania e mal di stomaco persistenti ed inspiegabili per gastroenterologi e neurologi a volte, per l’esorcista, possono essere un sintomo di presenza demoniaca. Tuttavia, anche tra il clero molti sono scettici nei confronti di questa lettura delle cose: «Guardi, anch’io quando arriva una persona non ci credo per principio. So solo, però, che pregando e avendo fiducia, Dio può salvarti». Certi segnali, per don Viola, sono inequivocabili: «Qualcuno dà proprio segni di presenza demoniaca. Durante il rito dell’esorcismo cade a terra senza forze, ha conati di vomito. Questo è un segnale».A Piacenza non ha effettuato alcun esorcismo e ci tiene a precisarlo. Non viene nella chiesetta dell’ospedale con questo scopo e comunque occorrerebbe il permesso del vescovo caso per caso. Tuttavia alla fine di ogni celebrazione chiama coloro che dicono di avere necessità di un’assistenza particolare. Tutti insieme, per una preghiera comune.«La sacrestia è sempre strapiena e ci sono 20-25 persone a volta - dice don Pietro -. Segno che anche a Piacenza si vive una situazione di ricerca e di disagio». Un consiglio. «Di non aver paura: alla fine è Dio che permette il diavolo. Satana cerca il nostro male ma non ci riesce. Quello che Dio lascia fare è sempre per la tua santificazione spirituale». Alla fine insomma, questo diavolo non è poi così diavolo come lo si dipinge.
Federico Frighi

Il testo integrale su Libertà del 21 gennaio 2009

martedì 20 gennaio 2009

Tutti gli editoriali di don Conte

Piacenza - Da questa settimana nei Sacri corridoi esordisce un nuovo appuntamento. Di volta in volta pubblicheremo gli editoriali di don Giancarlo Conte (è monsignore ma guai a chiamarlo così) scritti per Libertà e Avvenire. Ringraziamo don Giancarlo per la possibilità che ci ha dato di ospitare i suoi scritti, citandone naturalmente la fonte. Don Giancarlo Conte, 78 anni, dal 1971 è parroco di San Giuseppe Operaio a Piacenza. Giornalista, editorialista di Libertà e Avvenire, nel 2007 è stato nominato monsignore dal vescovo Luciano Monari. Partiamo dall'attualità, con la strage degli innocenti nella striscia di Gaza e in Israele.

Ora nessuno più le chiama 'bombe intelligenti'. Dopo la bomba che fa strage in una scuola gestita dall’Onu. La guerra in corso tra i palestinesi di Hamas e gli israeliani è una delle più crudeli contro i bambini. I missili palestinesi Qassam uccidono o feriscono bimbi ebrei, mentre le bombe di cannone o di aereo israeliane massacrano bambini palestinesi. «Siamo governati da pazzi», diceva una scritta murale a Piacenza, negli anni bui del terrorismo. La si potrebbe ripetere in questa situazione di guerra senza fine. Finché il mondo sarà governato dalla legge del taglione «occhio per occhio, dente per dente», assisteremo di continuo a stragi di questo genere. I pazzi di Hamas dicono: gli ebrei uccidono i nostri figli, noi uccideremo i loro. I bambini trasformati volutamente in oggetti di vendette assurde. Perché muoiono tanti bambini palestinesi (sono già più di 350) a Gaza? Non certo perché sono presi di mira appositamente, ma perché nella Striscia con un milione e mezzo di abitanti i minori di 15 anni sono il 45%, cioè circa 700mila.
Davvero si può dire che «Gaza è la tomba dell’infanzia». Alcune famiglie muoiono per intero. Un solo esempio: in un edificio colpito da una bomba sono morti 5 adulti e 7 fratelli piccoli, l’ultimo dei quali non aveva ancora un anno. Tutti bambini che da quando sono nati hanno visto soltanto la guerra. Non va meglio nelle città israeliane colpite dai razzi Qassam.
Una bimba di 3 mesi nei giorni scorsi è scampata per miracolo alla morte, grazie a una sorellina di 7 anni che ha fatto appena in tempo a portarla nei pressi del rifugio, quando un missile è scoppiato ferendola alla fronte. C’è un cimitero ebraico pieno di piccole lapidi di bambini uccisi dai missili di Hamas.
A Gaza gli ospedali sono stracolmi all’inverosimile e nell’impossibilità di curare tutti i feriti. Addirittura alcune ambulanze (talvolta vigliaccamente usate da Hamas per spostare soldati) vengono colpite da proiettili e i feriti trasportati muoiono dissanguati perché il conducente è morto o fuggito. Le case di Gaza sono senza luce e con il forte rischio di epidemie per mancanza di acqua pulita. Il parroco dei cattolici palestinesi di Gaza dice che i bambini arabi vedono tutto, sentono la guerra e impazziscono di dolore. Molti hanno smesso di mangiare, sono passivi, non giocano più, parlano a stento e si aggrappano ai genitori. Gli stessi sintomi dei bambini ebrei che vivono al confine di Gaza.
Una psicologa israeliana afferma: «I bambini hanno ansie, attacchi di panico, vogliono dormire coi genitori, riprendono a fare la pipì a letto anche se già grandicelli». In passato si parlava di «danni collaterali alla guerra», cioè di morti e feriti accidentali tra i civili. Oggi non lo si può più dire perché – quando la guerra si combatte in un centro abitato – si sa che muoiono sempre e soprattutto civili e bambini. Possiamo – di fronte a queste guerre infinite – noi adulti di tutto il mondo assistere alle stragi di bambini (ebrei, palestinesi, congolesi...) senza reagire attivamente o almeno con lo sdegno delle parole o la preghiera? Perché ci devono essere nel mondo bambini che non fanno a tempo a gustare l’affetto dei genitori, le cose belle della vita e la gioia di vivere?
Davvero l’umanità di oggi non sa più difendere i propri bambini, speranza del domani?
Guardiamoli, noi adulti, quei piccoli volti in lacrime e disperati che tv e giornali ci mostrano ogni giorno. E diciamo ai nostri bambini che – un giorno, forse – di guerre non ce ne saranno più.
don Giancarlo Conte
- Avvenire - 18 gennaio 2009

Si ringrazia Vittorio Ciani per la collaborazione

Continua la mostra su San Paolo

Piacenza - Continua nella basilica di San Francesco fino al 30 gennaio la mostra su San Paolo. E' composta da 22 pannelli fotografici di grande formato, oltre al pannello centrale introduttivo. Due le sezioni: la prima illustra i luoghi della vita di San Paolo, la seconda si incentra sull’esperienza umana del santo. Accanto all’esposizione un ricco calendario di incontri. Rcco quelli rimasti: “La musica sulle orme di San Paolo”, venerdì 23 gennaio, alle 18, di nuovo in San Francesco, con “I giovani sulle orme di San Paolo”, sabato 24 gennaio, nel duomo di Piacenza, alle 21, “Noi come Paolo, conquistati da Cristo. Musica e testimonianze”. Infine, venerdì 30 gennaio, alle ore 21, sempre in San Francesco, l’incontro conclusivo “Sulle orme di San Paolo, apostolo delle genti”. La mostra su San Paolo è stata organizzata con la collaborazione dell’Ufficio catechistico diocesano, l’Ufficio per la pastorale scolastica, il Servizio diocesano per il Progetto culturale, il Servizio per la pastorale giovanile, la Consulta delle aggregazioni laicali, la Fondazione San Benedetto, l’Istituto diocesano per la musica sacra San Cristoforo, l’Unione cristiana imprenditori e dirigenti.
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domenica 18 gennaio 2009

Congo, 700 sfollati nella missione di padre Segalini

Piacenza - Da aggredito a soccorritore. Basta poco in Africa perchè il vento cambi. Padre Romano Segalini, sotto assedio fino a qualche giorno fa da parte dei ribelli di Joseph Kony nella sua missione di Watsa (Repubblica democratica del Congo), da ieri sta accogliendo sotto la sua ala protettrice gli sfollati di tre missioni vicine distrutte dei fanatici dell’Esercito di Liberazione del Signore. A riferirlo è una fonte dell’Ufficio missionario di Piacenza-Bobbio. Si è appreso che padre Segalini sta, in queste ore, dando ospitalità a circa 700 sfollati dalle missioni distrutte dai ribelli.
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Il testo integrale su Libertà del 17 gennaio 2009

venerdì 16 gennaio 2009

Cessato pericolo per padre Romano Segalini

Piacenza - «Padre Romano sta bene e il pericolo sembra passato. La gente del posto si è armata di lance e sta difendendo la missione dai ribelli». Lo ha annunciato il diacono Roberto Porcari (Ufficio Missionario) l'altra mattina in Provincia. La missione di Watsa, nel Congo democratico del Nord, era stata seriamente minacciata dai ribelli del sanguinario Joseph Kony che aveva ucciso almeno 400 persone nelle vicinanze subito dopo le festività natalizie.

giovedì 15 gennaio 2009

A Carlo Devoti il premio per la pace Livia Cagnani

Piacenza - «Questo premio, di cui sono onorato, ha il sapore dello spirito olimpico, lo stesso che ho vissuto io nel 1972 a Monaco con la nazionale azzurra di volley, lo stesso che ho tentato di portare a Ferriere con la Casa Montagna, lo stesso che vorrei portare nelle piazze in occasione dell’Expo di Milano nel 2015». Sono le parole di Carlo Devoti, 62 anni, maestro dello sport, fondatore di Casa Montagna, al quale ieri mattina è stato assegnato il premio per la pace Livia Cagnani 2008. Al missionario padre Romano Segalini (superato al ballottaggio) è invece andato un premio speciale attribuito dalla Provincia. Come ha scritto l’apposita commissione nella motivazione della scelta, «Devoti ha promosso la cultura della pace, soprattutto attraverso lo scambio interculturale tra giovani generazioni di cinque diversi continenti». Devoti, con la Scuola di Sport a Bedonia prima e la Casa Montagna di Ferriere poi, «ha portato nella nostra provincia migliaia di giovani provenienti da ogni parte del mondo - continua la motivazione - in particolare da quelle zone dove i conflitti bellici hanno causato disastri umanitari (Palestina, Israele, ex Jugoslavia, Ossezia e Georgia, il Caucaso) contribuendo non solo al rilancio della nostra montagna, ma anche e soprattutto alla conoscenza di arti, tradizioni, storia e valori di popoli di cinque continenti, allo scambio e all’arricchimento reciproco, alla diffusione di valori di multiculturalità, dando un importante contributo alla diffusione e all’affermazione tre le giovani generazioni di una autentica cultura di pace». Questa, dunque, la motivazione. «Di fronte a tale riconoscimento - osserva Devoti - mi viene in mente lo spirito olimpico di Monaco di Baviera». Era il 1972 e Carlo Devoti c’era, nella nazionale azzurra di volley. «Lo spirito di scambio, di amicizia, l’aiuto e il sostegno reciproci, il confronto pacifico tra culture diverse, la condivisione, è stato lo spirito olimpico - sottolinea -, insomma, che mi ha guidato e che ho tentato di riproporre con la Casa Montagna». Devoti parte da qui, da questo premio, per arrivare all’Expo del 2015 e portare come contributo di Piacenza una grande manifestazione con migliaia di giovani di tutto il mondo: «Un meeting mondiale all’interno dei sei mesi dell’Expo, con incontri nelle scuole, nelle associazioni, spettacoli di piazza. La Casa Montagna assieme alle strutture di accoglienza dell’Appennino Piacentino e Parmense saranno la base di partenza, garantiranno l’ospitalità a quelli che dovrebbero essere almeno 20mila giovani». «In questi giorni stiamo realizzando un’associazione internazionale con tutte le associazioni arrivate a Casa Montagna. Vorrei proprio che Piacenza fosse veramente la città dei bambini e dei giovani e per questo continuasse a venire ricordata».
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Il testo integrale su Libertà del 15 gennaio 2009

mercoledì 14 gennaio 2009

Vescovo di Bergamo, Beschi (vice di Monari) vince il ballottaggio con il piacentino Lanfranchi

Piacenza - Manca ancora l’annuncio ufficiale ma il nuovo vescovo di Bergamo sarà monsignor Francesco Beschi, il vice di Luciano Monari a Brescia. Dunque niente da fare per il piacentino monsignor Antonio Lanfranchi che pure era uno dei favoriti della terna. La decisione è stata presa giovedì scorso nella plenaria della Congregazione per i vescovi, guidata dal cardinale Giovanni Battista Re. Papa Benedetto XVI sabato mattina ha confermato la nomina con la sua firma. Lanfranchi e Beschi erano stati scelti assieme al bresciano Domenico Sigalini (vescovo di Palestrina e assistente nazionale dell’Azione Cattolica) nella terna da presentare al Papa per scegliere il successore del vescovo di Bergamo Roberto Amadei, dimissionario per raggiunti limiti di età. Il ballottaggio tra il nuovo vice di Monari e il “vecchio” vicario generale è stato però vinto dal primo.Per il vescovo Lanfranchi la promozione è dunque rimandata. Di un anno e mezzo o poco più. Il prossimo novembre compirà i 75 anni l’arcivescovo di Modena Benito Cocchi, un’altra vecchia conoscenza piacentina, ricoprendo il ruolo di amministratore apostolico nell’interregno tra il vescovo Antonio Mazza e Luciano Monari. Con il pensionamento di Cocchi, Lanfranchi potrebbe essere nominato suo successore. Gli scenari del “fantaclero” potrebbero poi continuare con le voci sempre più insistenti di una promozione, anche qui tra un anno e mezzo o poco più, di Luciano Monari ad arcivescovo di Milano quando il cardinale Dionigi Tettamanzi andrà in pensione. Monari era già in terna per Milano quando fu scelto proprio l’attuale cardinale.
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Il testo integrale su Libertà del 14 gennaio 2009

Padre Segalini, da 32 anni in Africa

Piacenza - Padre Romano Segalini, 65 anni, missionario piacentino, si trova nella Repubblica democratica del Congo dal marzo del 1976. La sua attuale missione è a Dondi, un villaggio a 8 chilometri dalla città di Watsa, 50mila abitanti nel nord est del Congo. Bidonville i cui abitanti lavorano nelle miniere d’oro pagati, i più fortunati, 2 dollari al giorno. A Dondi-Watsa padre Romano ha aperto il centro di formazione pastorale e sociale Paolo VI. In vista delle elezioni del 2006 ha creato i gruppi giustizia e pace per aiutare la gente del posto a creare da sola il proprio futuro. Accanto al centro ha creato un istituto di veterinaria che ha già il terzo anno. Poi il piccolo ospedale Madre Teresa di Calcutta con 30 posti letto ma senza medici. Va avanti con una decina di infermieri, uno dei quali fa degli interventi chirurgici, cesari, laparatomie, ernie, cisti e via dicendo. Oltre all’Aids, a mietere vittime, a Dondi, è la malaria. Padre Romano ne è malato cronico da trent’anni. Il futuro, per la missione di padre Romano, è una scuola materna per i figli delle donne che vanno a lavorare nei campi e il progetto agricolo per formare i giovani che escono dall’istituto di veterinaria.
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Da Libertà dell'11 gennaio 2009

Padre Segalini e i ribelli, si muove la diplomazia

Piacenza - Si percorre la strada diplomatica per bloccare l’incursione dei ribelli antigovernativi alle porte della missione di padre Romano Segalini nel nord-est della Repubblica Democratica del Congo. Il vescovo Gianni Ambrosio ha contattato i vertici della Comunità di Sant’Egidio ed in particolare un sacerdote, don Matteo Zuppi, esperto conoscitore delle varie realtà africane e in quasi tutte le delegazioni della Chiesa cattolica ricevute dai vari capi di Stato e di Governo del continente nero. Il sacerdote tenterà di mettersi in contatto con i vertici dell’Lra (l’esercito di Liberazione del Signore), il gruppo di ribelli guidato dal sanguinario Joseph Kony che da quasi 20 anni imperversano nel nord Uganda, arruolando bambini e bambine a forza tra le file della milizia, saccheggiando e distruggendo villaggi e causando quasi 2 milioni di sfollati. L’Lra è giunto alle porte della missione del piacentino padre Romano Segalini a Watsa, nel nord della Repubblica democratica del Congo. I ribelli hanno ucciso almeno 400 persone con stupri e violenze di ogni genere. Padre Segalini ha chiesto aiuto al vescovo e ai parlamentari per scongiurare un attacco alla missione. Il capo della diocesi di Piacenza-Bobbio non ha perso tempo.
Il contatto con la Comunità di Sant’Egidio è stato facilitato anche grazie alla conoscenza diretta tra la Comunità e monsignor Ambrosio. Il vescovo, durante la sua permanenza romana come assistente ecclesiastico generale dell’Università Cattolica, ha partecipato a diversi incontri di preghiera della Sant’Egidio.
A ieri la situazione era in fase si stallo. Dall’Uganda, intanto, altri missionari si starebbero muovendo per un’azione diplomatica parallela. Tra questi il piacentino Roberto Gandolfi.
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Il testo integrale su Libertà del 13 gennaio 2009