domenica 10 aprile 2011

Vicini e lontani/ A Brescia la lettera del vescovo Luciano Monari sui migranti

L’immigrazione in Italia è uno dei fenomeni più rilevanti
degli ultimi anni, un fenomeno che è destinato a segnare
in modo significativo il futuro del nostro paese come,
d’altra parte, il futuro dell’intera Europa occidentale.
Come è inevitabile, questo fenomeno produce una serie di
problemi che è compito della politica affrontare e risolvere
nel modo migliore. Ma il problema non è solo politico;
è anzitutto un problema umano, quello dell’incontro, del
confronto e dell’interazione di persone che provengono
da paesi diversi, parlano lingue diverse e sono portatrici di
culture diverse. Non mi è naturalmente possibile affrontare
i numerosi e complessi problemi che questo fenomeno
pone e che vanno ben al di là delle mie competenze. Ma
come vescovo non posso non interrogarmi sul significato
del fenomeno e sulla risposta che la comunità cristiana è
chiamata a dare. Provo allora a dire quello che mi sembra
sia l’essenziale.
1. Il fenomeno dell’immigrazione. La prima domanda
riguarda le comunità cristiane: diocesi, parrocchie,
gruppi ecclesiali; come debbono interpretare il fenomeno
dell’immigrazione? e quale atteggiamento debbono tenere
nei confronti degli immigrati? Non è difficile capire che il
fenomeno delle migrazioni, degli spostamenti dell’uomo
da una terra all’altra è antico quanto l’uomo stesso. Le condizioni
di vita variano da un posto all’altro, si modificano
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col passare del tempo e l’uomo tende naturalmente a cercare
quelle condizioni di vita che offrano opportunità più
grandi e permettano un benessere maggiore. C’è una radicale
inquietudine nell’uomo, che non gli permette mai
di accontentarsi di quanto conosce e possiede e lo spinge
a una conoscenza sempre più ampia, a una crescita incessante
dal punto di vista economico, culturale, relazionale.
Proprio per questo la storia dell’uomo è affascinante e tragica
nello stesso tempo: è stata, ed è, un’immensa avventura
che ha accresciuto nell’uomo la coscienza di sé e la consapevolezza
delle sue possibilità; che ha portato a una conoscenza
e a un controllo maggiore sull’ambiente di vita fino
a trasformarlo e a renderlo adatto alla vita dell’uomo. Basta
pensare a quella straordinaria realizzazione che sono le città
moderne con la loro ricchezza e complessità che permette
di soddisfare un numero impensabile di bisogni e di desideri.
Tutto questo, però, pagando un prezzo a volte elevato
di sofferenze, paure, insuccessi.
C redo che si debba vedere l’immigrazione all’interno
di questo fenomeno più ampio e tipicamente umano: la
ricerca di condizioni di vita sempre migliori, l’impulso ad
allargare gli interessi e le relazioni fino a comprendere, al
limite, tutte le persone. D’altra parte, la storia della salvezza
inizia con una migrazione, quando il Signore disse ad
Abramo: “Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela, dalla
casa di tuo padre verso la terra che io ti mostrerò. Io ti be6
nedirò…” Spinto da questa parola, Abramo è vissuto come
(semi)nomade, ha percorso tutto il margine della mezzaluna
fertile per giungere nella terra di Canaan dove ha abitato
come straniero e ospite. E quando la terra di Canaan
fu colpita dalla carestia, Abramo e i suoi discendenti cercarono
altre terre dove poter sopravvivere e migrarono in
Egitto. Diverso è il motivo della migrazione opposta, quella
che dall’Egitto condusse i figli di Giacobbe verso la terra
di Canaan al tempo di Mosè: fu la politica di sterminio
da parte di Faraone a muovere Dio perché salvasse il suo
popolo conducendolo verso un’altra terra. Ma proprio la
storia dell’esodo ci dice il paradosso presente nel fenomeno
della migrazione: gli Israeliti, minacciati di sterminio,
migrarono verso la terra di Canaan; ma questa terra era già
occupata e l’insediamento non poteva avvenire senza contrasti,
guerre, sofferenze.
Sarebbe ingenuo cercare nella Bibbia la soluzione ai
problemi attuali dell’immigrazione; ma nell’esperienza di
Israele possiamo intravedere la profondità del fenomeno,
la sua complessità e anche le tensioni che inevitabilmente
porta con sé. Sognare un mondo dove ciascun popolo abbia
una sua terra, viva entro confini ben determinati e non
abbia contrasti con altri popoli ed altre terre è illusione; e
le illusioni servono solo a preparare risvegli più amari. Vale
la pena prendere atto della situazione per imparare a controllarla
e dirigerla al meglio; come?
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2. Comunità cristiana e immigrati. È giusto anzitutto
chiederci che cosa ci domanda il Signore attraverso questo
imponente fenomeno. Giungono nella nostra terra persone
che provengono da altre Chiese: cattolici provenienti dall’America
Latina, ortodossi che vengono dall’Europa orientale,
cristiani cattolici e protestanti che vengono dall’Africa
e dall’Asia. Come comportarci? Ogni comunità cristiana è
una realizzazione particolare dell’unica Chiesa santa, cattolica
e apostolica. Ogni comunità cristiana è quindi chiamata
ad accogliere i credenti battezzati da qualunque parte essi
provengano: sono a pieno titolo membri delle nostre stesse
comunità – come noi e non meno di noi. Questo richiede
una sensibilità attenta sia da parte di chi arriva sia da parte
di chi accoglie. Un cattolico che viene dall’America Latina
arriva in una comunità cristiana organizzata, che ha una sua
identità e una sua storia. Proprio perché identità e storia della
Chiesa bresciana sono ricchissime è molto facile che chi
viene da fuori si senta estraneo e abbia, all’inizio, l’impressione
di essere respinto dalla nuova comunità: quanto più
una comunità è ‘strutturata’, tanto più alta appare la soglia
di ingresso. È necessario impegnarsi attivamente per offrire
un’accoglienza calda; ci vogliono persone che prendano l’iniziativa
di andare incontro ai nuovi arrivati, di interessarsi
di loro, di introdurli poco alla volta nei diversi luoghi e alle
diverse iniziative della parrocchia. Si tenga presente che una
rete pastorale così fitta come quella presente a Brescia è
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abbastanza rara nel mondo e che quindi un certo senso di
disorientamento diventa molto facile. Per questo non possiamo
lasciare all’iniziativa degli immigrati tutta la fatica di
inserirsi nella comunità; deve essere anche la comunità che
se ne fa carico in modo esplicito. Anche nel caso più felice,
però, i nuovi arrivati non potranno integrarsi immediatamente;
hanno alle spalle tradizioni proprie, soprattutto
pensano e parlano spontaneamente in una lingua propria.
Anche se apprendono l’italiano, sarà difficile che riescano
davvero a ‘pensare italiano’. Per questo la diocesi ha eretto
una missio cum cura animarum, con il suo centro alla Stocchetta,
che opera in vari luoghi del territorio diocesano grazie
all’apporto di missionari di varie etnie. Alla Stocchetta
viene celebrata regolarmente l’eucaristia nelle principali lingue
(inglese, polacco e spagnolo); in altre chiese vengono
celebrate Messe in francese, inglese (per gli Africani e per i
Filippini), cingalese, ucraino. Partecipare a queste eucaristie
celebrate nella lingua nativa permette ai cristiani immigrati
di sentirsi a proprio agio, di comunicare con connazionali,
di pregare secondo forme loro usuali. Sono convinto che
per la prima generazione di immigrati questo servizio sia
indispensabile; pur con le poche forze di cui disponiamo,
dobbiamo cercare di garantirlo. Tutto questo non significa
che le parrocchie di residenza possano disinteressarsi degli
immigrati cattolici delegando tutto alla ‘Migrantes’. Anzitutto
perché non tutte le domeniche sarà possibile per gli
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immigrati raggiungere questi centri etnici; ma soprattutto
perché è importante che i nuovi arrivati si integrino nel
territorio in cui risiedono. Ciò richiede che si creino legami
di conoscenza e di stima con i cristiani residenti; che
si vivano momenti di preghiera comune, di festa comune.
Se un immigrato si sente cercato e accolto, si integrerà più
facilmente nel territorio; e soprattutto avrà chiara la percezione
che la fede crea tra tutti i battezzati un legame saldissimo,
maggiore di quello che nasce dalla medesima cultura.
Non sto esagerando. A chi gli annuncia: “Ecco tua madre
e i tuoi fratelli ti cercano”, Gesù risponde: “Chi è mia madre
e chi sono i miei fratelli?... Chiunque fa la volontà del
Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e
madre.” Gesù vuole dire che la condivisione della medesima
fede crea tra le persone un legame più forte dello stesso
legame di sangue, di parentela. Davvero la Parola di Dio ci
rigenera; davvero a motivo di questa parola siamo figli di
Dio; davvero l’essere figli di Dio fa di noi dei fratelli e delle
sorelle in senso reale. Questo legame di fraternità manifesta
tutta la sua forza proprio nel rapporto con persone che
non abbiamo mai visto né conosciuto prima e che tuttavia
riconosciamo vicine a motivo del medesimo battesimo che
ci unisce realmente a Cristo, del medesimo Spirito che anima
i nostri sentimenti. In questa linea vanno valorizzate
tutte le occasioni per introdurre i cristiani immigrati nella
vita della comunità: feste, incontri di caseggiato, gruppi
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di ascolto della Parola di Dio, devozione mariana; e vanno
colte le occasioni di incontro e di aiuto reciproco.
Un ragionamento analogo andrà fatto per i cristiani ortodossi
e per i protestanti o evangelici. A livello della carità,
della comunione della collaborazione e dell’aiuto reciproco
non ci sono limiti; a livello dell’espressione della fede (cioè
per la partecipazione ai sacramenti) bisogna che tutto sia
fatto con chiarezza e senza ambiguità; la confusione non
giova a nessuno. Per i particolari rimando ai diversi documenti
della Santa Sede nonché al prezioso “Vademecum
per la pastorale delle parrocchie cattoliche verso gli orientali
non cattolici” pubblicato dalla Cei.
Un problema nuovo e complesso riguarda i movimenti,
le sette, le molteplici comunità religiose che, nate in Africa
e in America Latina, si stanno impiantando anche in mezzo
a noi e attirano numerosi seguaci. Da una parte, questi
movimenti sono il segno del forte bisogno religioso che è
presente nella nostra società; dall’altra parte, però, si tratta
di esperienze radicalmente lontane dalla fede cattolica.
Alla loro origine non sta la rivelazione concreta, storica di
Dio in Gesù di Nazaret, ma la soddisfazione di un bisogno
psicologico soggettivo.
P er questo è necessaria una grande cautela. Bisogna che
i nostri fedeli siano avvertiti del pericolo che questi movimenti
rappresentano per la fede; e bisogna che la nostra
prassi pastorale sia chiara, non ambigua. Non deve passare
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l’idea che si possa essere cristiani mettendo insieme esperienze
religiose contraddittorie. È per questo motivo che
non si debbono offrire (o affittare) gli ambienti parrocchiali
per incontri di questi movimenti o per pratiche psicologiche
che sconfinano nel religioso.
3. Il dialogo con credenti di altre religioni. Naturalmente
i problemi più difficili si presentano nel rapporto
tra la comunità cristiana e immigrati di altre religioni:
musulmani, induisti, buddisti… Con tutti questi non c’è
evidentemente una comunione di fede. Possiamo allora disinteressarcene?
Naturalmente no. Dobbiamo partire dalla
convinzione che tutti gli uomini formano una famiglia unica,
voluta e creata da Dio. C’è dunque un amore eterno
e generoso di Dio che si rivolge verso ogni creatura umana;
e se Dio ama ciascun uomo, lo stesso amore aperto a
tutti è chiesto a ciascuno di noi. Non possiamo disprezzare
nessuno, non possiamo essere indifferenti all’esperienza
di nessuno; siamo chiamati ad amare tutti e cioè a volere
e difendere la vita di tutti. Su questo non ci sono dubbi o
incertezze.
N aturalmente questo non significa essere relativisti e
cioè pensare che tutte le religioni siano uguali e che tutte
le appartenenze religiose si equivalgano. Può confondere le
religioni in una miscela indistinta solo chi non le conosce
o chi ritiene che nell’ambito della religione non ci sia que12
stione di vero e falso, ma solo di preferenze personali. Non
è certo questo la concezione cristiana della religione. Noi
siamo convinti che Dio si è rivelato in pienezza nella vita,
nella morte e nella risurrezione di Gesù di Nazaret; siamo
quindi convinti che la rivelazione dell’amore di Dio che ci
è data in Gesù e che il comandamento dell’amore fraterno
siano ‘veri’ e cioè comandino la sottomissione della nostra
intelligenza, l’obbedienza della nostra vita. Ma questo non
ci porta a disprezzare le altre religioni e gli altri credenti.
Anzitutto perché tutte le religioni conoscono e proclamano
alcuni aspetti veri di Dio e dell’uomo e possono favorire
la crescita della convivenza umana nel rispetto reciproco.
In secondo luogo perché la persona umana è un soggetto
cosciente di sé, libero e responsabile; è un dovere etico
rispettare il cammino di libertà responsabile che ciascuno
riesce a percorrere.
L’unico atteggiamento personale davvero disprezzabile
è quello inautentico, cioè quello che non si lascia guidare
dalla verità conosciuta, ma che ‘bara al gioco’ e cioè rifiuta
per interesse o per capriccio quello che pure sa essere vero;
insomma, quello che non è pulito nella coscienza. Ma
il giudizio sulla coscienza delle persone solo Dio è in grado
di darlo. Noi possiamo solo vedere l’esterno, ipotizzare
i processi che stanno dietro ai comportamenti, ma senza
dare giudizi definitivi. Per questo è doveroso verso tutti
quell’amore che accetta cordialmente l’esistenza dell’altro,
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considera questa esistenza una ricchezza per il mondo e per
se stessi, prende posizione a favore della vita dell’altro in
modo da proteggerla, per quanto è possibile. Con tutti gli
uomini i cristiani condividono l’esistenza, con tutti sono
destinatari dell’amore di Dio; di conseguenza sono chiamati
a collaborare insieme con tutti nelle cose che favoriscono il
bene sociale: si pensi all’attività economica, alla vita politica,
al volontariato, alle diverse iniziative che possono essere
prese a favore della pace, della concordia tra i popoli, della
difesa dell’ambiente e così via.
Spesso accade che bambini e ragazzi di altre religioni
partecipino alla vita degli oratori e costruiscano nell’oratorio
rapporti sinceri di conoscenza, di rispetto e di amicizia.
Sono esperienze da incoraggiare perché creano fiducia e
contribuiscono a migliorare il clima stesso della convivenza
sociale. L’unica avvertenza è che la presenza di ragazzi
di altre religioni non affievolisca l’impegno di fede, di maturazione
ecclesiale dei gruppi di ragazzi. L’oratorio è luogo
aperto a tutti, ma con una proposta forte di impegno
umano ed ecclesiale.
È positivo che la comunità cristiana organizzi o partecipi
a momenti di dialogo, confronto, festa insieme con tutti.
Questi momenti, se sono compiuti correttamente, favoriscono
l’incontro tra le persone, sciolgono alcuni sospetti e
timori istintivi, creano ponti di collegamento che superano
l’isolamento e diminuiscono la paura. Certo, bisogna avere
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coscienza delle diversità culturali, dei modi diversi nei quali
le singole culture si esprimono, dei valori che vengono
messi in gioco. Non è con il cosiddetto ‘buonismo’ che si
matura; col termine ‘buonismo’ intendo l’atteggiamento
che si preclude per principio di vedere le cose negative, di
individuare gli ostacoli e gli errori; che giustifica ogni cosa
e vuole omogeneizzare le culture senza prendere seriamente
coscienza delle diversità e a volte delle opposizioni che
sono presenti. Il dialogo ha bisogno di una grande apertura
di orizzonte e quindi di studio accurato, di equilibrio
nell’interpretazione, di saggezza nelle decisioni; un buonismo
irenico finisce per produrre danni maggiori.
P er questo motivo bisogna essere prudenti a organizzare
momenti di preghiera insieme. Si tratta di cosa buona che
può favorire il rispetto reciproco; ma è necessario evitare i
rischi di sincretismo o di relativismo, come se le diversità
di fede e di preghiera fossero irrilevanti. È vero che Dio è
più grande di tutte le nostre idee e di tutte le nostre immagini.
Ma non è vero che, per un cristiano, qualsiasi idea o
immagine di Dio sia accettabile.
4. L’annuncio del vangelo a tutti. Tra i compiti della
comunità cristiana sta necessariamente quello dell’annuncio
del vangelo a tutti, nessuno escluso. Siamo convinti che
in Gesù Cristo Dio ha mostrato e donato il suo amore a
tutti gli uomini; possiamo solo desiderare che tutti gli uo15
mini riconoscano e accolgano l’amore di Dio. Per questo
l’annuncio missionario del vangelo è un atto di amore; nasce
dal desiderio sincero di fare conoscere l’amore di Dio e
dall’amore sincero verso tutti gli uomini.
C hi nel suo cuore disprezza gli altri o li considera inferiori
o li esclude dalla sua amicizia, per ciò stesso diventa
incapace di annunciare loro il vangelo. La missione o
nasce dall’amore o non è missione. Forse proprio qui sta
la distanza della missione autentica dall’indifferenza e dal
proselitismo. L’indifferenza non si prende cura alcuna degli
altri: vede che esistono ma volta lo sguardo da un’altra
parte; si preoccupa solo di difendere il suo benessere e la
sua presunta superiorità. A sua volta il proselitismo nasce
dal bisogno di rendere più forte la propria parte (e quindi
se stessi); considera l’altro come un patrimonio potenziale
di cui appropriarsi; mette in opera tutti i mezzi per
conquistare l’altro al proprio ‘partito’ religioso; non nasce
dall’amore per l’altro, ma dall’affermazione di sé.
P ossiamo condurre gli uomini a credere nell’amore di
Dio solo amandoli concretamente, con un amore sincero
e generoso, con una prassi di vita che sia fraterna e accogliente.
Danno di Dio una pessima immagine coloro che
si mostrano fanatici o faziosi o settari; coloro che disprezzano
chi non ha la loro fede; coloro che respingono con
indifferenza chi non condivide il loro modo di pensare e
di agire.
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5. La responsabilità politica dei cristiani e l’immigrazione.
Ma il problema dell’immigrazione non riguarda solo
la prassi della comunità cristiana al suo interno. I cristiani
sono chiamati a partecipare alla vita politica che definisce
i parametri della convivenza delle persone; e debbono fare
questo in un modo che sia coerente con la loro fede. Che
cosa significa questo? Quali sono le conseguenze del vangelo
nel modo di affrontare il problema dell’immigrazione?
Vorrei stare lontano da ogni massimalismo che abbraccia
una posizione, la estremizza senza sfumature, e si rifiuta di
prendere in considerazione le opinioni e le motivazioni altrui.
Per questo mi sembra insostenibile sia la posizione di
chi ritiene necessario ‘accogliere tutti’ sia quella di chi vuole
‘chiudere a tutti’. L’accoglienza dell’altro che il vangelo
chiede – e la chiede davvero! – deve saggiamente fare i conti
con le possibilità concrete, in modo che l’accoglienza non
produca danni maggiori. Accogliere tutti indiscriminatamente
può provocare alterazioni traumatiche della vita economica,
delle relazioni politiche, delle relazioni culturali e
della coesione sociale. A soffrirne sarebbero non solo coloro
che accolgono, ma anche quelli che vengono accolti e che
si troverebbero in una società impoverita, incapace di dare
a loro la speranza che cercano. Viceversa ‘respingere tutti’
è oggettivamente impossibile. C’è un dovere riconosciuto
con accordi internazionali di accogliere i rifugiati che fuggono
da condizioni di ingiustizia e di oppressione; a questo
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dovere nessun paese può legittimamente sottrarsi. E c’è un
dovere di solidarietà di non rifiutare l’aiuto a chi vive situazioni
di povertà. I beni della terra sono di tutti; debbono
servire per il sostentamento di tutti. Chi (come noi) ha ricevuto
in eredità una condizione privilegiata deve rendere
grazie a Dio ma deve, nello stesso tempo, sentire e vivere
la responsabilità verso chi è stato meno fortunato. Per di
più, del lavoro di immigrati abbiamo bisogno: molti nostri
anziani vivono decentemente la vecchiaia per l’assistenza di
tante badanti; molti posti dell’industria e dell’agricoltura
sono coperti da immigrati; molti servizi vitali dipendono
da loro e così via. Rifiutare tutti gli immigrati significherebbe
un abbassamento drastico del nostro stesso tenore di
vita.
I l fatto che nessuna delle due tesi estreme sia accettabile
significa che la soluzione può essere cercata solo attraverso
l’equilibrio dei valori che sono in gioco e che sono diversi:
valori politici, economici, personali (sicurezza delle persone;
ordine sociale; rispetto dei diritti di ciascuno; produzione
di beni e loro equa distribuzione; dignità della persona;
possibilità di guadagnare il necessario per vivere e per mantenere
la propria famiglia e così via). È difficile avere una
formula precisa che determini quanti e quali immigrati si
debbano accettare, quanti e quali si possano rifiutare. Ma
proprio questo dovrebbe avvertirci che il dibattito non è
tra buoni e cattivi, ma tra valutazioni diverse dell’equilibrio
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migliore. Possiamo appassionarci per la nostra valutazione,
ma non dobbiamo considerare quelli che pensano diversamente
indegni di attenzione o di rispetto: questo altererebbe
il confronto e lo trasformerebbe in conflitto, anzi in
un conflitto non risolvibile. Bisogna piuttosto imparare a
riflettere sui dati concreti e sulle motivazioni reali: su questi
il confronto può essere fecondo e può condurre a giudizi
più intelligenti, a decisioni più sagge.
N on sono quindi in grado di risolvere una volta per
tutte il problema. Credo però si possano ugualmente dire
alcune cose. La prima è che chi lavora presso di noi e contribuisce
in questo modo al nostro benessere ha il diritto
di vedere riconosciuta la propria attività e di essere messo
in regola. Se un’immigrata accudisce un anziano italiano e
compie in questo modo un reale servizio al benessere della
nazione italiana ha il diritto di essere regolarizzata. Certo,
l’Italia può scegliere di fare a meno di immigrati e provvedere
da sé ai suoi bisogni; ma se non riesce a fare questo e
i suoi cittadini fanno ricorso a immigrati per compiere un
servizio utile, che migliora il benessere degli Italiani, l’Italia
non può rifiutare a queste persone il riconoscimento giuridico
e la garanzia di quei servizi che noi abbiniamo coerentemente
al lavoro (sanità, scuola). Quando una coppia di
Italiani mette al mondo un figlio, lo Stato riconosce a questo
figlio tutti i diritti propri dei cittadini italiani. Quando
un Italiano fa lavorare un operaio per la sua ditta – il cui
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profitto va a beneficio di tutta la nazione – oppure gode
di un servizio alla persona che lo Stato non è in grado di
garantire, il riconoscimento giuridico è, mi sembra, moralmente
doveroso. E un politico che voglia dirsi cristiano
è chiamato a favorirlo.
C osì mi sembra da migliorare la norma che toglie automaticamente
il permesso di soggiorno a chi perde il lavoro.
La logica di questa norma appare del tutto egoistica:
“Finché mi servi, ti tengo e faccio uso della ricchezza che
produci; ma, appena la tua presenza smette di servirmi, ti
caccio.” Un meccanismo di questo genere è non solo ingiusto
in sé, ma giustifica nel sentire comune un modo di
ragionare egoista e perciò pericoloso. È illusione credere che
questo sentimento possa essere controllato e diretto solo
verso gli immigrati; una volta ammesso per gli immigrati,
tende necessariamente a diffondersi in tutte le direzioni e
contribuisce ad avvelenare anche il tessuto sociale italiano.
Si provi anche solo a immaginare il carico di insicurezze
che produrrebbe questa logica quando venisse applicata alle
diverse dimensioni della vita sociale.
Va ricordato anche il problema dei bambini nati da
genitori stranieri (che non hanno la cittadinanza italiana)
in Italia e che da sempre risiedono in Italia. A loro la legge
attuale, riconoscendo solo lo ius sanguinis, non riconosce
la cittadinanza italiana. Il problema è spinoso perché
questi bambini sono, dal punto di vista culturale, italiani:
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parlano la nostra lingua, frequentano le nostre scuole e vivono
i rapporti di amicizia e di dialogo con ragazzi italiani;
godono e soffrono le nostre ricchezze e le nostre povertà.
Costringerli a essere cittadini di uno Stato che non conoscono
(quello dei loro genitori) e rifiutare la cittadinanza
dello Stato che li ha educati, mi sembra illogico. Il rischio
è fare di loro delle persone culturalmente apolidi: che non
appartengono al paese dove abitano e non hanno niente a
che fare col paese di cui hanno la cittadinanza. Per questo
chiedo ai politici di fare il possibile perché questi bambini
siano ammessi a pieno titolo nel nostro paese: sono una
delle ricchezze che possono aiutarci a superare l’handicap
del declino demografico; i nostri figli hanno interesse (anche
economicamente) ad averli come compagni di lavoro
e di vita.
È evidente che la persona non può essere pensata senza
la sua famiglia. Bisogna quindi cercare di favorire i riavvicinamenti
familiari. Se accogliamo un emigrato, non possiamo
rendere impossibile per la sua famiglia raggiungerlo; e,
nello stesso modo, dobbiamo favorire l’inserimento scolastico
dei suoi figli. Bisogna considerare che un immigrato
è, dal punto di vista economico, un guadagno significativo.
Per condurre un bambino italiano all’età in cui può lavorare
e produrre, la famiglia spende un patrimonio significativo
e lo stato impegna servizi costosi. Ricevere come
operaio un giovane di venti, trent’anni significa godere il
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frutto del lavoro di un adulto senza aver dovuto spendere
nulla per formarlo. Quello che lo Stato può spendere per
la sua famiglia e per la scolarizzazione dei suoi figli è, in un
certo senso, il pagamento di un debito.
I nfine un politico è chiamato a evitare e impedire qualsiasi
forma di discriminazione. Con questo termine mi riferisco
a comportamenti vessatori che trasformano i diritti
in scelte di compiacenza; che usano le lentezze burocratiche
per sfiancare le persone e costringerle alla rassegnazione o
alla rinuncia; che usano due pesi e due misure a seconda
della nazionalità o del colore della pelle. Non è lecito a un
cristiano approfittare della condizione di debolezza del contraente
immigrato per imporre contratti non equi (penso
naturalmente ai contratti di affitto o di lavoro). Discriminare
può sembrare una scelta vantaggiosa, se si considera
solo il profitto economico; in realtà si tratta di un comportamento
che usa l’altro come fosse una cosa e finisce – per
una specie di effetto-boomerang – per corrodere l’anima
di chi lo compie. È un veleno sottile che s’insinua nella coscienza
delle persone e distrugge la loro sensibilità umana:
quando so, anche se esternamente lo nego, di avere umiliato
deliberatamente una persona, perdo la stima di me stesso,
del mio valore di persona e questo produce in me insicurezza
e senso di privazione. Quando impongo un contratto
non equo, inevitabilmente sono portato a pensare che
l’equità sia illusione e finisco per sentirmi io stesso in balia
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dell’arbitrio e dell’interesse egoistico degli altri. Insomma,
l’ingiustizia non solo priva chi la subisce di un diritto che
gli compete, ma priva chi la commette della nobiltà che gli
appartiene come ogni persona umana.
6. Conclusione. Ho voluto scrivere questa lettera per
aiutare le comunità cristiane a prendere in considerazione e
affrontare con serenità un fenomeno oggettivamente complesso.
Il contenuto di questa lettera può lodevolmente essere
ripreso e discusso nei Consigli pastorali per vedere quale
sia la situazione concreta nella parrocchia (o unità pastorale),
che cosa si stia facendo e che cosa sia utile fare perché
la comunità risponda efficacemente a ciò che il Signore si
attende da lei oggi. Ogni situazione che viviamo è per noi
una domanda alla quale dobbiamo cercare di rispondere
alla luce del vangelo. Quanto ho scritto è solo un piccolo
capitolo del racconto che dobbiamo scrivere insieme, mossi
dallo Spirito del Signore.
+ Luciano Monari
Vescovo
Brescia, 15 febbraio 2011
Solennità dei SS. Faustino e Giovita,
patroni della città e della diocesi

giovedì 7 aprile 2011

Una giornata per la famiglia

“Da tre anni abbiamo recuperato la ‘giornata della famiglia perché sentivamo il bisogno di far incontrare le coppie sposate, che spesso nel loro cammino devono far fronte a difficoltà e disagi con il rischio di spegnere lentamente l’entusiasmo e la gioia di essersi sposati in Cristo e nella Chiesa”.

Così si esprime don Francesco Cattadori, direttore dell’ufficio diocesano per la pastorale della famiglia annunciando il programma della giornata diocesana in programma domenica prossima 10 aprile sui temi: “Le famiglie si incontrano” e “Sposarsi in chiesa non basta”.

Gli incontri si terranno al centro pastorale della Bellotta di Pontenure con il seguente programma: accoglienza alle ore 9, alle 9,30 preghiera e canti anche per i bambini.

Alle 10 intervento del vescovo ausiliare di Milano mons. Franco Giulio Brambilla, mentre alle ore 12 il vescovo mons. Gianni Ambrosio presiederà la celebrazione eucaristica.

Alle 13 pranzo: al costo di euro 12 a persona (gratis per i bambini fino a tre anni). Nel pomeriggio è in programma l’approfondimento tematico “Una coppia si racconta; dialogo e confronto”. Sono invitati alla giornata anche i ragazzi e i bambini.

Don Cattadori, sempre sul tema della famiglia, rileva anche come oggi un altro aspetto sia costituito dai mass media spesso impegnati a sgretolare le fondamenta dell’istituzione familiare “Scegliere di sposarsi in Cristo diventa un atto coraggioso che contrasta con un modo nuovo, nato da una cultura dominante, di concepire l’amore tra un uomo e una donna…. E’ necessaria una testimonianza che mostri come la bella notizia del matrimonio cristiano, voluto dal Signore, sia il modo più vero e umanamente esaustivo perché un uomo e una donna possano veramente realizzarsi”.

lunedì 4 aprile 2011

Volontari perchè?

Persone dal cuore grande o chissà. Che cosa spinge i volontari della Pubblica Assistenza Croce Bianca a fare del bene per gli altri? Il vescovo Gianni Ambrosio ha provato a dare una spiegazione: è il grande amore di Gesù per l'uomo che si manifesta nell'uomo.


Il mondo del volontariato risponde ogni giorno con dedizione ed entusiasmo ai comandamenti fondamentali del cristianesimo. Lo ha detto ieri pomeriggio il vescovo Gianni Ambrosio, nella sede della Pubblica Assistenza Croce Bianca, dove ha celebrato la messa per i volontari di quella che verosimilmente è la più numerosa delle associazioni nate a Piacenza.
A fare gli onori di casa il presidente della Croce Bianca, il professor Giancarlo Carrara, assieme al suo vice Renzo Ruggerini. Presente una nutrita rappresentanza degli oltre ottocento iscritti all'associazione ed un gruppo di "colleghi" della Confraternita della Misericordia, guidati dal governatore Rino Buratti. All'altare, assieme al vescovo, il parroco di San Lazzaro, don Pietro Bulla, il cappellano dell'ospedale civile, don Virgilio Zuffada, e il diacono Pierluigi Marchionni. «In questi sette anni da presidente della Croce Bianca - esordisce il professor Carrara - ho imparato tanto dai volontari che, con il loro operato, giorno dopo giorno, penso si siano meritati il patentino per andare in Paradiso, quando sarà l'ora».
Il vescovo annuisce e ringrazia per l'invito. Poi mette in luce le letture del giorno che sembrano fatte apposta per spiegare il fondamento del volontariato. «Se io chiedo ad un volontario perchè lo fa - osserva Ambrosio - quasi sempre la risposta è: "Cerco di dare una mano agli altri"». «In realtà c'è qualche cosa di più profondo che il Signore ci aiuta a far emergere» è convinto il presule. «Il comandamento di Gesù è uno solo - dice riferendosi al Vangelo del giorno -: amare Dio e amare il proprio prossimo come se stessi». Ebbene, così facendo, il volontariato risponde ogni giorno, come evidenzia il vescovo, ai comandamenti fondamentali del cristianesimo. «Noi siamo fatti per amare gli altri - scende più in profondità il capo della diocesi -... nel volontariato, donando qualche cosa di nostro, ci accorgiamo della verità della parola di Dio». Ecco perchè, continua, il volontario stesso, grazie al suo operato quotidiano, riceve una grande lezione e «scopre la verità che è nel suo cuore».
Il vero successo della Pubblica Assistenza Croce Bianca sono proprio i volontari, in prima linea e dietro le quinte che ogni giorno si prodigano per far funzionare la macchina dell'associazione (duecento sono gli operativi). Vi sono volontari che spendono molto più tempo nella sede di via Emilia Parmense 19 che tra quelle domestiche. Solo per citare alcuni progetti della Croce Bianca: il TVB, educazione stradale nelle scuole, il progetto per gli anziani "Mens sana in corpore sano" ogni mercoledì con il vicepresidente professor Renzo Ruggerini, il progetto del dottor Pio Vampirelli, "Potenziamento Cognitivo" per la Terza età e, per finire, la formazione continua per i volontari, anche quest'anno grazie a Paolo Rebecchi, con un corso specifico ed unico nel suo genere.
Federico Frighi


02/04/2011 libertà



venerdì 1 aprile 2011

Un corso per archivisti parrocchiali

L’associazione dei volontari della diocesi “Priscilla”, in collaborazione con gli Archivi Storici Diocesani, propone nel prossimo mese di maggio un corso per archivisti parrocchiali . L’obiettivo è di formare un gruppo di operatori con le necessarie capacità per tutelare e valorizzare il patrimonio documentario conservato negli archivi ecclesiastici locali. Il corso si svolgerà dal 6 al 27 maggio 2011, per quattro venerdì consecutivi, presso il Centro Incontro Priscilla, via G. Alberoni 39, Piacenza, dalle ore 17 alle 19. Durante gli incontri verrà fornito materiale didattico e bibliografico, utile all’approfondimento personale degli argomenti affrontati durante il corso. Al termine verrà rilasciato un attestato di partecipazione. Gli interessati, per iscriversi, devono compilare un modulo che possono avere rivolgendosi al referente di Priscilla per questa iniziativa, Giordano Missieri, presso la Curia vescovile (tel. n. 0523/30.83.33 oppure 3477266294 – 3385326824). Questo il programma degli incontri: 6 maggio, tema: “Archivistica ecclesiastica. Concetti, definizioni.” (relatore dott. Ugo Bruschi degli Archivi Storici Diocesani); 13 maggio: “Fonti per la legislazione archivistica ecclesiastica” (dott. don Angiolino Bulla, direttore Archivi Storici Diocesani); 20 maggio: “Riordino e inventariazione” (Ugo Bruschi); 27 maggio: “Conservazione e consultazione” (don Angiolino Bulla). Ai partecipanti, per le spese di cancelleria, verrà chiesto un contributo di 10 euro. Perchè questo corso? Perchè un corso per archivisti parrocchiali? Lo spiegano gli stessi promotori di Priscilla e le loro ragioni possono essere così riassunte: I REGISTRI PARROCCHIALI. La Chiesa cattolica si è occupata fin dagli inizi di formare archivi e di conservare il patrimonio documentario sulla scorta dell’esperienza acquisita dagli Archivi degli Uffici dell’Impero Romano. Le indicazioni più esplicite su questi argomenti sono state date dal Concilio di Trento. Il cardinale Carlo Borromeo, ad esempio, nei Sinodi tenuti a Milano tra il 1565 e il 1579, ordinò che si istituissero gli archivi presso quelle parrocchie che ancora non li avevano. In varie circostanze, con Costituzioni, lettere e il Codice di Diritto Canonico del 1917 sono state emanate legislazioni archivistiche ecclesiastiche. Sullo stato degli archivi parrocchiali si è espresso anche l’ultimo Codice di Diritto Canonico del 1983, che insiste sulla custodia più idonea di questi preziosi documenti. LA CONSERVAZIONE DEI REGISTRI PARROCCHIALI. Attualmente, alle tradizionali cause che hanno provocato la perdita di un considerevole numero di registri (negligenza nella conservazione, manomissioni, fuoco, guerra, inondazioni, furti ecc.) si sovrappone in modo preoccupante la dissoluzione di numerose, piccole comunità parrocchiali rurali e montanare, con perdita di fonti di informazione sulla loro identità storica. ACCESSIBILITA’ AI REGISTRI PARROCCHIALI. Il Codice di Diritto Canonico del 1983 e precedenti, ribadisce che gli archivi devono essere accessibili alla consultazione, salvo quelli segreti. I REGISTRI PARROCCHIALI: UN PATRIMONIO VERSO LA DISPERSIONE? Si registra ovunque un disinteresse nella Pubblica Amministrazione, negli uomini di cultura e nelle stesse Comunità Parrocchiali (alle quali questi documenti appartengono) verso gli Archivi Parrocchiali, nonostante questi vivano oggi una stagione di grave rischio per la loro conservazione. REGISTRAZIONE CIVILE ED ECCLESISTICA IN ETÀ PRESTATISTICA. L’istituzione dello Stato Civile per tutto il Paese è stato attivato con la dichiarazione dell’Unità d’Italia. Il codice napoleonico del 3 settembre 1807 aveva dato disposizioni in materia, ma la loro incidenza non fu determinante a causa della breve durata del regime.

giovedì 31 marzo 2011

Padre Gherardo in 60 pagine

E' un quaderno, più che un libro vero e proprio. Si può trovare alla Casa del Fanciullo con un'offerta di 5 euro. E' il volumetto su padre Gherardo Gubertini, curato da Fausto Fiorentini, presentato per il decennale della morte del frate dei bambini. Uno strumento buono per fare memoria di un testimone più che mai attuale.

(fed. fri. ) «Oggi più che mai abbiamo bisogno di fare memoria e di riscoprire nella nostra vita, nella cultura dei nostri tempi, delle persone che possono ancora fare da punto di riferimento». Ne è convinta la celebre maestra piacentina Dina Bergamini che, dopo 41 anni di insegnamento alle Elementari, si è dedicata al volontariato proprio alla Casa del Fanciullo.
«Oggi la debolezza della nostra cultura è proprio quella di non avere riferimenti stabili - osserva -. Padre Gherardo è stato invece un punto fermo non solo nelle cose essenziali ma anche nel suo grande dono d'amore. Ha amato i bambini e, attraverso i bambini, ha amato tutte le persone». La testimonianza della maestra Bergamini è racchiusa nelle 60 pagine del libro curato da Fausto Fiorentini per l'associazione Amici della Casa del Fanciullo, assieme a quelle degli insegnanti, di Maria Scagnelli (Tandem), di Alberto Manzoni (Gruppo Famiglie), di Dario Redaelli (casa di Carenno), di Paolo Ripamonti (associazione Amici della Casa del Fanciullo). Il libro è formato da cinque sezioni, ognuna ben identificata da un colore diverso. L'azzurro per gli editoriali: del vescovo Gianni Ambrosio, del guardiano dei francescani padre Secondo Ballati, del professor Fausto Fiorentini. Il blu per i cenni biografici sulla storia del frate. Il rosso sulla storia della Casa del Fanciullo. L'arancio sulle testimonianze. Infine il rosa, con un'antologia degli scritti del frate.
E' stato scelto un formato quaderno (stampato dalle Grafiche Lama), inedito per un libro storico. «E' la prima volta che uso il formato 20X24 che di solito è più adatto ad una pubblicazione artistica. Volevo dare molto spazio alle foto - spiega Fiorentini - perchè si avesse una visione ampia della figura di padre Gherardo». Nel volumetto ci sono anche delle vere e proprie chicche. Oltre alle foto, nella penultima di copertina, lo spartito dell'Ave Maria composta dal frate, che verrà eseguita in cattedrale durante la messa del prossimo 28 agosto, in suffragio, celebrata dal vescovo Gianni Ambrosio. L'Ave Maria venna eseguita per la prima volta in Santa Maria di Campagna dal tenore Flaviano Labò.
Il prossimo appuntamento delle celebrazioni per il decennale della morte del fondatore della Casa del Fanciullo si terrà sabato prossimo, 2 aprile, con il convegno "Figli contesi. I figli delle procedure di separazione e di divorzio: aspetti processuali e psicologici". L'appuntamento è per le ore 15 all''auditorium della Fondazione di Piacenza e Vigevano, in via Sant'Eufemia. Il 17 luglio, poi, a Carenno (Lecco), nella sede estiva della Casa del Fanciullo, a partire dalle ore 11 si terrà la Festa dell'Amicizia, sempre in onore di padre Gherardo.


27/03/2011 Libertà

martedì 29 marzo 2011

Padre Gherardo, la storia continua

Padre Gherardo Gubertini, a dieci anni dalla morte, ha lasciato un'eredità educativa che continua la propria missione nonostante il fondatore della Casa del Fanciullo non ci sia più. Sono tante le opere che, perduta la mente originaria, proseguono arrancando spegnendosi poi nel giro di pochi anni. Non è stato così con la Casa del Fanciullo. Padre Gherardo ha seminato bene.

«Non ricordiamo padre Gherardo per commemorarlo. Può sembrare retorica, ma padre Gherardo è ancora vivo e il libro si muove proprio da questo presupposto». A metterlo bene in chiaro è lo studioso piacentino Fausto Fiorentini, amico di vecchia data della Casa del Fanciullo e curatore del libro presentato ieri in Santa Maria di Campagna, nei locali in cui padre Gherardo Gubertini iniziò la sua missione al servizio dei più piccoli.
La presentazione di "Un piccolo grande frate", edito dall'associazione Amici della Casa del Fanciullo, è una delle tappe più significative delle iniziative organizzate per questo 2011, decennale della morte del frate dei bambini. Il libro riporta un'antologia dei suoi scritti da cui esce il metodo educativo di padre Gherardo. «Prima di tutto la continuità didattica - evidenzia Fiorentini -. La scuola italiana oggi manda a casa i ragazzi a giugno e li richiama a settembre. Padre Gherardo insegnava dodici mesi su dodici. Poi l'importanza della famiglia, infine la scuola cristiana che accoglie tutti ma non trascende dai valori fondamentali». Il decennale è organizzato non solo dalla Casa del Fanciullo, ma anche dalla Diocesi, dal Comune e dai Francescani. Padre Gherardo era prima di tutto un frate del convento francescano e a fare gli onori di casa è padre Secondo Ballati, superiore del convento e rettore della basilica. «Da questo libro - evidenzia - emerge un padre Gherardo poliedrico. Tanto è vero che molti non pensavano a lui come un frate francescano. Quando ti appariva innanzi, ovviamente, te ne accorgevi dal saio. Però non era il classico francescano che va alla questua, tutto chiesa e convento».
Uomo di Dio ma anche della civitas. Ecco perchè è presente l'assessore alla cultura Paolo Dosi: «Padre Gherardo è stata una delle grandi figure che, pur avendo origine in una comunità ecclesiale, ha espresso delle grandi proposte che hanno avuto conseguenze anche di carattere civico. Primo nel suo genere, è riuscito a rispondere alle esigenze di tipo sociale con una modalità diventata riferimento anche per i servizi sociali di oggi, la tutela dei minori, della famiglia, la promozione dell'accoglienza familiare». Paolo Ripamonti, presidente Associazioni amici della Casa del Fanciullo, sottolinea come questo sia il primo libro scritto su padre Gherardo: «Ci dà la possibilità, dopo tanti anni, di ripercorrere la sua vita e di scoprire quanto le sue parole siano attuali». «Sentivamo la necessità di ricordarlo a dieci anni dalla sua scomparsa - dice Maria Scagnelli, responsabile del centro socio-educativo Tandem -, perchè poi non era così scontato che fossimo qui a parlarne; invece ce l'abbiamo fatta, siamo contenti perchè sappiamo che sarà contento».
Federico Frighi


27/03/2011 Libertà

lunedì 28 marzo 2011

Suore da 50 anni

Non solo il sì alla maternità, l'Annunciazione è anche la festa del sì per le religiose, il rinnovo del "matrimonio" con il Signore. Ecco perchè ieri pomeriggio le suore piacentine si sono trovate in Santa Maria di Campagna per la messa con il vescovo, divenuta anch'essa una tradizione della festa del 25 marzo. Monsignor Gianni Ambrosio, nell'omelia, dopo aver elogiato la presenza e il servizio dei francescani nel santuario, ha evidenziato due passaggi espressi nelle sacre scritture del giorno. Il sì della Madonna, "eccomi, sono la serva del Signore", come «gesto dell'obbedienza e della fedeltà a Dio», e quello di Gesù Cristo "eccomi io vengo, Signore, per fare la tua volontà". Il vescovo Ambrosio ha dunque invitato le religiose «a fare della loro vita un dono e un‘obbedienza a Dio».
La Festa del Sì, per le religiose, venne introdotta nei decenni scorsi dall'allora vescovo monsignor Enrico Manfredini, alla guida della Chiesa piacentina dal 1969 al 1983. La Festa del Sì, dunque, si ricollega alla solennità dell'Annunciazione - come Maria ha detto sì alla volontà di Dio, così si festeggiano le religiose che hanno dimostrato la fedeltà alla loro vocazione nella Chiesa - e rappresenta una delle due occasioni comunitarie per le suore. L'altra è il 2 febbraio, giorno della Candelora, in cui la Chiesa celebra la festa per la vita consacrata. A ciascuna religiosa sono state consegnate la nota pastorale del vescovo in occasione del secondo anno della missione popolare, il Libro del Pater, un fiore "per ricordare la bellezza della vita" e un cero "perché dobbiamo sempre tenere accesa la lampada della fede". Sono state festeggiate per i 25 anni di professione, suor Maria Francesca del Cuore di Gesù (carmelitane); per i 50 anni di professione, suor Irma Tonellotti (scalabriniane), suor Costanza Kallukulangara (orsoline), suor Elda Giavarini (suore di S. Dorotea), suor Enrica Zanata (suore di S. Dorotea), suor Anna ElenaClerici (Figlie di S. Anna); per i 60 anni di professione, suor Benedetta Salerno (scalabriniane), suor Eulalia Santi (scalabriniane), suor EmiliaBellucci (salesiane), suor Domenica Benassi (salesiane), suor Adele Lorenzetti (salesiane), suor Elisabetta Lorenzetti (salesiane), suor Maria Pia Ottani (salesiane), suor Agnese Sberna (salesiane) e suor Letizia Terzoli (Figlie di Gesù Buon Pastore).
fri


26/03/2011 Libertà

Il ballo dei bambini, kermesse del sacro

Può il sacro popolare far riflettere sul più profondo sacro celeste? Il ballo dei bambini e tutto ciò che lo circonda, nella basilica di Santa Maria di Campagna, sono lì a rispondere di sì. Provare per credere ...

Una tradizione tra popolare e sacro che rende più a misura d'uomo il grande mistero celeste. Una devozione che, se la si accetta, obbliga a fermarsi un attimo e a farsi delle domande sui grandi perchè della vita. E' tutto questo, ma anche altro, la festa dell'Annunciazione che ieri è stata celebrata in Santa Maria di Campagna con il tradizionale Ballo dei bambini. Più di mille, quasi 1.200 a contare i palloncini con l'effige della Madonna (andati esauriti) donati ai piccoli ballerini, i bambini presi tra le braccia dai frati e innalzati alla Madonna per richiedere la sua santissima protezione. Tutt'intorno i fiori verdi, bianchi e rossi, omaggio dei fioristi di Confcommercio alla Vergine Maria.
Il guardiano e rettore di convento e basilica, padre Secondo Ballati, è estremamente soddisfatto di come vanno le cose. «Quest'anno, secondo me, abbiamo fatto ancora meglio del 2010 - dice osservando bimbi e genitori in fila indiana nella navata centrale -. In questi giorni, dopo la pagina uscita su Libertà, abbiamo ricevuto tante telefonate di persone che ci chiedevano a che ora potevano portare i loro piccoli». A sollevarli, novità di quest'anno, ci sono ragazzi e ragazze vestiti con tuniche bianche. Sono quelli della Gioventù Francescana, il movimento nato in seno al santuario lo scorso 4 ottobre, giorno di San Francesco. Francesco Sabbadini (30 anni), medico, e Giovanna Fieramosca (30 anni), insegnante di religione, raccontano come il gruppo, che oggi conta una decina di giovani, sia nato per caso su impulso di alcuni allievi della scuola di polizia che, trovandosi a Piacenza, avevano come punto di riferimento Santa Maria di Campagna. Si sono uniti anche studenti della Cattolica ed è nato il gruppo che si trova oggi tutti i mercoledì sera alle 21 nella sala del Duca del convento francescano. Ogni domenica alle 18 e 30 prestano servizio in basilica e ieri si sono prestati per dare una mano ai diaconi e ai frati. Solo due i rinforzi con il saio: fra' Nazzareno Burgazzi, originario di Cortemaggiore ma "di stanza" a Parma, e padre Gilberto Aquini, già guardiano di Santa Maria di Campagna.
Un ministrante snocciola il rosario e la folla di fedeli aumenta sempre più. Arriva una neo mamma con il piccolo di 16 mesi, anche una futura mamma con il pancione; dovrebbe partorire proprio il giorno successivo (oggi, per chi legge). La basilica è una vera e propria kermesse del sacro, dal piazzale fino all'altare. Nel presbiterio il Ballo dei bambini, poco più in là la distribuzione dei palloncini con la Madonna, sulle panche i fedeli che attendono il rosario, nelle cappelle laterali i banchetti delle benedizioni. Nel primo, sulla sinistra, c'è padre Vincenzo che ti accosta il reliquiario al capo, recita la formula della benedizione e ti dà una sonora stretta di mano con un sorriso che trasmette bontà. Dopo il portale, sulla destra, c'è il book-shop della basilica, con la preghiera per le mamme, il crocifisso di San Francesco e le famose candele create da padre Cesare e decorate con l'effigie di Santa Maria di Campagna. Oltre naturalmente ai dvd e al film-documentario su Padre Gherardo. Sul sagrato i quattro quintali di busslanein, le ciambelline che le volontarie offrono ai fedeli, infine un paio di giostre per i bambini che non si accontentano di ballare con i frati e la tradizionale pesca di beneficenza pro convento.
Federico Frighi


26/03/2011 Libertà

sabato 26 marzo 2011

Consigli per le offerte/ Vetrina vintage per la Caritas

Abbigliamento usato in ottimo stato ma anche capi nuovi di zecca e persino due abiti da sposa. E' stata inaugurata ieri la vetrina solidale della Caritas diocesana di Piacenza-Bobbio. Fino al 31 dicembre, nel prefabbricato al centro di Barriera Torino, sarà possibile fare un'offerta e portarsi a casa un capo o un oggetto di qualità (usato o nuovo). Il ricavato verrà utilizzato dalla Caritas per l'acquisto della biancheria per i poveri. «Abbiamo riscoperto un posto molto bello rimasto inutilizzato - osserva il direttore Caritas, Giuseppe Chiodaroli - e ci abbiamo fatto la nostra vetrina solidale grazie alla disponibilità del Comune che ci ha concesso questa casetta in comodato gratuito fino al prossimo 31 dicembre». «Abbiamo accessori, biancheria - spiega Emilia Rossi, volontaria Caritas, presente assieme ad Anita Natali, presidente dell'associazione Carmen Cammi, l'associazione dei volontari della Caritas - ma anche vestiti estivi, oggetti di ceramica, quadri e due vestiti da sposa nuovi». «Poi dipende dai momenti. Bisogna venire spesso - consiglia - e vedere se ci sono dei nuovi arrivi». E' il secondo anno che la Caritas apre una vetrina solidale. Nel 2010 si raccolsero ben 8mila euro nello spazio concesso a Barriera Genova. «Qui possono venire tutti - continua Emilia -. Dalle famiglie che magari sono un poco in difficoltà a coloro che sono sempre stati appassionati di vintage, da chi è in cerca di un'occasione alle badanti, ad esempio, che vogliono spedire a casa loro merce di qualità». Perchè qui a Barriera Torino ci finiscono i vestiti e gli oggetti di maggiore qualità che la Caritas riceve in dono. «E' sempre meglio portare le borse con gli indumenti usati nella sede Caritas di via Giordani dove tutto viene smistato - ci tengono a precisare i volontari -. La precedenza viene data ai poveri, ai carcerati, all'Azienda Usl per i servizi di assistenza. Quello che non è possibile donare perchè appunto troppo nuovo o di genere non richiesto dalle persone in difficoltà, finisce alle vetrine solidali. Se qualcuno ha cose molto particolari può comunque rivolgersi direttamente a piazzale Torino». Il punto Caritas è aperto tutti i giorni, dalle ore 9 alle 12 e dalle 15 e 30 alle 18 e 30. Il giovedì è chiuso tutto il giorno così come il sabato pomeriggio e tutta la domenica (salvo aperture straordinarie). A gestirlo ci pensano le volontarie Caritas del settore "guardaroba" insieme a quelli del Centro d'ascolto Caritas. In tutto una decina di persone.
Federico Frighi


20/03/2011 Libertà

venerdì 25 marzo 2011

L'Unità d'Italia vista da Scalabrini

Nel 150° dell'Unità d'Italia si può festeggiare l'Italia unita rifacendosi alla società di oggi e rivivendo il passato solo come un ricordo sbiadito, oppure si può festeggiare andando a rivedere che cosa è veramente accaduto 150 anni fa. Se si sceglie la seconda opzione, chi è cattolico scopre che c'è poco da festeggiare visto che l'Unità d'Italia venne vista in chiave anticattolica. Lo dice il cardinale Velasio De Paolis a Piacenza per i 50 anni di sacerdozio. Spiega anche l'unità d'Italia secondo il beato Giovanni Battista Scalabrini. Un pensiero d'inizio 900 che oggi sembra essere addirittura troppo avanti rispetto al contesto storico attuale.


«La patria non è fatta solo dagli italiani ma da tutti coloro che sono in Italia. Il beato Giovanni Battista Scalabrini ha invitato all'accoglienza dei migranti facendoli sentire all'interno di una comunità, operando per la costruzione di una comunità unita nel rispetto reciproco, non contro qualcuno o qualche cosa». Il cardinale Velasio De Paolis, presidente della Prefettura degli Affari Economici della Santa Sede, lo dice a Piacenza dove si trova per celebrare i 50 anni da sacerdote, suoi e di altri cinque confratelli scalabriniani. Una riflessione a margine della festa dei Missionari di San Carlo nella cattedrale dove per trent'anni fu vescovo il fondatore della congregazione e dove oggi è sepolto il beato Scalabrini. Sua eminenza ci tiene a mettere tutti i puntini sulle "i". «Centocinquanta anni fa Roma non apparteneva ancora all'Italia - dice mentre ripone i paramenti nella sacrestia del Duomo -. Da studioso non posso non osservare come l'unità che si celebra oggi si sia compiuta all'insegna dell'anticattolicesimo. Non si mette in discussione il valore unità d'Italia, ma l'animus con cui la si è cercata, un animus che non è ancora superato. Purtroppo». «L'unità degli italiani poi - continua -oggi non ha più senso. Viviamo in una cultura che non è più nazionale ma sovranazionale. In Italia oggi abbiamo parecchi milioni di immigrati. Questa è una cosa positiva. Dobbiamo abituarci a convivere ricordando che il nazionalismo è una brutta malattia. Quante guerre abbiamo fatto in nome dei nazionalismi. Un conto sono i valori etnici, un conto è l'assolutizzazione dei valori etnici. Il nazionalismo è una piaga, l'amore per la patria e suoi valori no». La messa per il Cinquantesimo è stata celebrata nella cappella del Santissimo Sacramento, accanto al sepolcro del beato Scalabrini. Altare davanti al quale il vescovo degli emigranti era solito sdraiarsi prono a pregare. «Nel 1961 eravamo in dodici ad essere ordinati sacerdoti nella chiesa di San Carlo, in via Torta. Oggi siamo rimasti in sette» evidenzia il cardinale De Paolis. «Sono felice di celebrare questo cinquantesimo nel luogo in cui Scalabrini ha vissuto ed è stato glorificato da Giovanni Paolo II» dice mentre indossa la casula che venne data proprio a papa Wojtyla. Durante la consacrazione, utilizzerà poi il calice che usava lo stesso Scalabrini. Ci sono i compagni di ordinazione e una quindicina di sacerdoti tra cui il parroco del Duomo, monsignor Anselmo Galvani, quello di San Paolo, monsignor Bruno Perazzoli, e, naturalmente, il superiore padre Gaetano Parolin.
Oltre al cardinale De Paolis, hanno celebrato il cinquantesimo anniversario di ordinazione padre Giovanni Baggio (inviato in Argentina), padre Lino Celeghin, padre Ermete Nazzani, padre Angelo Risoli. Padre Risoli e padre Nazzani sono entrambi piacentini (una vita rispettivamente in America Latina e Canada, in Australia e Stati Uniti). Cinquantanni di sacerdozio anche per padre Amerio Ferrari (piacentino) e per padre Domenico Rodighiero, assenti perchè ancora in missione in Belgio e negli Stati Uniti. «Abbiamo bisogno della parola di Dio - dice il cardinale - senza siamo smarriti nel mondo. Nel nostro cinquantesimo vogliamo dirgli grazie». «Si parla oggi di nuova evangelizzazione, sottolineando che forse c'è stato un periodo in cui l'evangelizzazione è mancata, perchè l'evangelizzazione è sempre nuova. Ecco la grande notizia che il sacerdote è sempre chiamato ad annunciare al mondo».
Federico Frighi


19/03/2011 Libertà

giovedì 24 marzo 2011

Consigli per le offerte/ Emergenza acqua in Karamoja

“In questi giorni Africa Mission - Cooperazione e Sviluppo è stata chiamata a rispondere a un’emergenza idrica in tutto il distretto di Amudat, in Karamoja”. La notizia arriva dal direttore di Africa Mission - Cooperazione e Sviluppo, Carlo Ruspantini, in questi giorni in Uganda per coordinare i progetti che la Ong piacentina porta avanti nel Paese africano.

Il Karamoja è una regione dell’Uganda dove la necessità d’acqua è da sempre il principale problema. Un problema che non solo frena lo sviluppo della regione, ma spesso mette in discussione la sopravvivenza stessa della gente. Amudat, un nuovo distretto nella zona sud/est del Karamoja, al confine con il Kenia, è una delle zone più aride della regione e in cui è più difficile trovare acqua in profondità a causa della conformazione geologica del terreno.

Dopo tre anni in cui le stagioni delle piogge sono state irregolari e non abbondanti, oggi nell’area di Amudat il bisogno d’acqua è aumentato in modo esponenziale. Il maggior bisogno di rifornirsi d’acqua ha provocato infatti un iperutilizzo dei pozzi esistenti e quindi una maggiore usura e rottura delle pompe. Inoltre, l’ingresso in Karamoja di bestiame e pastori provenienti dai territori keniani di Pokot e Turkana (fenomeno legato alle condizioni di insicurezza in cui vivono le popolazioni in quelle zone) ha aumentato la necessità di fonti idriche. C’è dunque urgente bisogno di intervenire per riabilitare e riparare pozzi con l’obiettivo di consentire subito l’accesso all’acqua.

“I nostri responsabili di Moroto - riferisce Carlo Ruspantini - si sono subito attivati, recandosi sul posto per cercare di capire l’entità del problema e organizzare gli interventi di prima necessità in modo da dare, nei limiti del possibile, una risposta immediata. La situazione è ancora incerta ed è difficile quantificare tutti gli interventi necessari: ci sono almeno una trentina di pozzi da riparare, più di 13 pozzi sui quali fare dei pescaggi per recuperare la linea dei tubi caduta a causa di tentativi maldestri di riparazione, 10 nuovi pozzi da perforare e diversi meccanici di pompa da addestrare”.

“Chiediamo il contributo e il supporto di tutti gli amici e sostenitori di Africa Mission - Cooperazione e Sviluppo e di tutte le persone sensibili alle problematiche dell’Africa - conclude il direttore dell’Ong - per riuscire a rispondere anche a questa emergenza e a portare subito il nostro aiuto alla gente, sempre fedeli allo stile e allo spirito del nostro fondatore Don Vittorione”.

Per informazioni sulle modalità con cui fare un’offerta per l’emergenza idrica ad Amudat, contattare la segreteria di Africa Mission - Cooperazione e Sviluppo in via Martelli 15 a Piacenza, tel. 0523.499424, email africamission@coopsviluppo.org.

lunedì 21 marzo 2011

La lezione dei francescani-giapponesi

Sono quasi tutti ottuagenari e da missionari francescani ne hanno viste di tutti i colori. Tanto che non li spaventa nè un sisma catastrofico, nè uno tsunami devastante, nè un disastro nucleare. Come i giapponesi, hanno imparato ad accettare tutto perchè tutto fa parte della natura.

Ha chiuso la chiesa al primo piano e da venerdì scorso celebra la messa al pianterreno. «Quando c'è una scossa di assestamento mi aggrappo all'altare e vado avanti a dire messa». La vita continua nella missione cattolica di Itoigawa, Giappone, 150 chilometri in linea d'aria da Fukushima. Per fortuna dalla parte opposta dell'isola, dopo le montagne, sull'altro mare. Laggiù c'è da ormai trent'anni un frate piacentino: padre Domenico Gandolfi, 82 anni. Non usa internet e neppure il fax. Nelle ore successive al disastro è stato difficile contattarlo anche dai suoi stessi confratelli vicini di missione. Finalmente la telefonata da Piacenza: «Sto bene, abbiamo subito qualche danno ma da noi non ci sono stati nè morti nè feriti... Quando c'è stata la prima scossa era a letto, stavo dormendo. Sono rimasto lì è ho aspettato, altro non potevo fare. E' stato terribile».
Oggi che la terra sembra essersi calmata arriva il pericolo nucleare: «Le autorità ci ripetono che qui non corriamo rischi, al momento». Ma la missione è più forte delle radiazioni. La decisione l'hanno presa tutti insieme, i francescani del Giappone: «E' vero: l'ambasciata consiglia ai cittadini italiani che possono lasciare il Giappone di farlo al più presto; noi non lo faremo. Rimarremo qui».
Frate minore della Provincia bolognese, padre Domenico fu ordinato sacerdote nel 1952. Si è formato a Piacenza poi ha studiato a Lovanio, fino a che è stato inviato a Singapore nell'istituto di Sociologia fondato da padre Allegra. Da qui è passato a Taiwan dove è stato parroco. Di nuovo sulla terra ferma, a Hong-Kong, dove si è dedicato allo studio e all'insegnamento. L'obbedienza francescana lo ha portato infine in Giappone, dove risiede ormai da anni. Ha trascorso moltissimo tempo lontano dall'Italia ed è segnato dal fatto di aver conosciuto realtà diversissime, facendo tesoro di tutta questa esperienza. Ora tiene viva la vita della sua comunità cristiana. Si ritrova volentieri a far quattro chiacchiere con l'autista dei pulmini dell' asilo della parrocchia di Itoigawa; probabilmente, se fossero in Italia, ci scapperebbe anche una partita a briscola, ma nei ritmi imposti dalla vita frenetica deve piuttosto pensare a gestire le maestre dell'asilo cattolico. La missione di padre Domenico è proprio sopra l'inferno: la città di Ioigawa. Laggiù fanno finta di nulla, ma proprio laggiù inizia la cosiddetta Fossa Magna. Se la terra dovesse tremare con la medesima magnitudo della settimana scorsa e se l'epicentro fosse proprio laggiù, beh, allora, pace e bene a tutti. «L'isola di Honshu si spaccherebbe in due» scrive padre Mario Canducci, riminese, vicino di missione di padre Domenico e con un passato piacentino in Santa Maria di Campagna. «Ricordo con nostalgia Piacenza - dice - dove passai tre anni bellissimi dal 1957 al 1960». Ora si trova sul bordo dell'Apocalisse: «La terribile forza della natura e gli errori umani sulle centrali nucleari hanno causato migliaia di vittime e danni ingenti. Non sappiamo che succederà».
Anche padre Leone Maria Bassi, genovese, ha un passato piacentino. Ha 88 anni e qualche mese fa l'Ufficio missionario di Piacenza-Bobbio si offrì di pagargli il biglietto aereo per ritornare in Italia. Risposta negativa. Fece voto di rimanere in Giappone. A vita. Domenica si aspettava di non avere nessuno alla messa festiva e non si era preparato l'omelia; con sorpresa si è trovato davanti a quasi 200 fedeli. «I giapponesi - osserva -, davanti a questo disastro, sanno esercitare la virtù della pazienza in un modo, per noi occidentali, impensabile. Se fosse accaduto in Italia, ci saremmo subito chiesti perché Dio ha permesso tutto ciò. Per loro invece tutto questo fa parte della natura e va accettato».
Federico Frighi


18/03/2011 Libertà

domenica 20 marzo 2011

In Sant'Antonino i martiri del nostro tempo

Prosegue nella basilica di S. Antonino a Piacenza, la mostra fotografica “Beati i perseguitati per causa mia”, iniziativa promossa con la collaborazione della rivista “Mondo e missione” e costituita da una galleria di 12 storie di martirio del nostro tempo, fra cui la piacentina suor Leonella Sgorbati, la missionaria della Consolata originaria di Rezzanello, uccisa a Mogadiscio nel settembre del 2006.

La mostra si può visitare fino a giovedì 24 marzo tutti i giorni, dalle ore 10 alle 12 e dalle 16 alle 18. L’iniziativa è promossa dal Centro missionario diocesano, dalla Caritas diocesana e da Il Nuovo Giornale in preparazione alla Giornata dei missionari martiri, che si celebra in tutto il mondo il 24 marzo, giorno dell’uccisione del vescovo di San Salvador Oscar Romero, avvenuta nel 1980.

Martedì prossimo 22 marzo, alle ore 20.45, nella basilica di Sant’Antonino è in programma l’incontro sul tema “Algeria 1996: la strage dei monaci di Tibhirine”. Interviene padre Jean-Marie Lassausse, oggi missionario a Tibhirine, dove nel ‘96 morirono i 7 trappisti; padre Laussausse è autore del libro “Il giardiniere di Tibhirine”. Lo intervisterà la giornalista di “Mondo e Missione” Anna Pozzi, curatrice della versione italiana del libro.
Padre Lassausse, prete della Mission de France, ingegnere agricolo, continua a coltivare, insieme ai due operai dei monaci, i campi del monastero e al contempo cerca di mantenere vive e feconde le relazioni con la popolazione.

IL 24 MARZO IN CATTEDRALE.
I missionari martiri saranno ricordati giovedì 24 alle ore 21 nella preghiera durante il Quaresimale in Cattedrale.

Ambrosio: figli d'Italia è dono di Dio

Il vescovo Gianni Ambrosio è un piemontese e l'unità d'Italia la sente forse più d'altri. Così, nella messa per i 150 anni, ha tenuto una sorta di lezione di alta educazione civica: buoni cittadini si può essere se si osservano certe regole d'oro ma anche e soprattutto se ci si ricorda che la cittadinanza, l'appartenere ad un popolo con una storia e un volto comune, è una grazia di Dio.


«Nelle Sacre Scritture di oggi troviamo la lode e la gratitudine per i doni di Dio; tra questi anche la grazia di appartenere ad un popolo che ha una storia, un destino, un volto comune». Così il vescovo Gianni Ambrosio parla ai piacentini nella messa (ieri pomeriggio), in San Francesco, per i 150 anni dell'unità d'Italia. «In mezzo a tutte le difficoltà rendiamo grazie a Dio - dice il presule - per la nostra Italia, di cui siamo figli, e da cui deriva la nostra identità umana civile e religiosa. Siamo consapevoli, al di là di ogni retorica, che tutto questo è un dono». Ad ascoltare, nelle prime file, il sindaco Roberto Reggi (in fascia tricolore), l'assessore provinciale Paolo Passoni (in fascia azzurra), il prefetto Antonino Puglisi, il questore Calogero Germanà, il comandante provinciale dell'Arma, colonnello Paolo Rota Gelpi. Poi assessori e consiglieri comunali, rappresentanti delle forze armate e della società civile. Accanto al vescovo, il vicario episcopale per la città, monsignor Luigi Chiesa, e il parroco di San Francesco, don Giuseppe Frazzani.
«Siamo convinti, al di là di ogni presunzione e di ogni mancanza di memoria - ribadisce Ambrosio -, che essere figli di questa nostra Italia è una responsabilità bella, ma grande ed anche esigente. Con questa celebrazione invochiamo la grazia di essere più consapevoli del nostro essere figli dell'Italia, riconoscendo l'identità plurale e variegata, all'interno della grande famiglia dell'Europa e naturalmente di Dio». Il Vangelo si chiude con la regola d'oro: "Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi fatelo a loro". «E' la regola d'oro che ci tiene fuori - si augura il vescovo - da quell'individualismo ingannevole, dalla polemica estenuante, distruttrice e ci impegna per la vita buona che tutti desideriamo, per quel bene comune che dobbiamo perseguire per vivere bene».
fed. fri.


18/03/2011 Libertà

Don Illica: preti tra la gente, non dietro alla scrivania

E' stato molto chiaro il nuovo vicario generale della diocesi di Piacenza-Bobbio, monsignor Giuseppe Illica. Di preti ce ne sono pochi e quei pochi non stiano dietro ad una scrivania ma tra la gente ad annunciare e a testimoniare il Vangelo. Di seguito l'articolo dell'ingresso di monsignor Illica in Curia.

Meno sacerdoti amministratori ma più impegnati tra la gente come evangelizzatori, naturalmente con un maggiore coinvolgimento dei laici. Se avesse Photoshop, il programma più famoso di elaborazione immagini, don Giuseppe Illica modificherebbe così la fotografia della Chiesa piacentina.
Lo dice a riflettori spenti nel giorno del suo insediamento in Curia come vicario generale. Ieri mattina la cerimonia pubblica alla presenza del personale degli uffici del Vescovado - d'ora in poi saranno alle sue dipendenze dirette - e del clero di Curia, nonchè dei vicari episcopali e, naturalmente, del vescovo Gianni Ambrosio.
Il presule rivela sorridente che con don Giuseppe c'è stata «una lunga trattativa» prima dell'accettazione del suo nuovo ruolo; del quale poi tratteggia gli aspetti fondamentali. «Il numero 475 del codice di diritto Canonico dice che il vicario generale ha il compito di aiutare il vescovo nel governo della diocesi. Punto - evidenzia Ambrosio -. Il resto lo lascia alla sensibilità nostra e al soffio dello Spirito Santo». «Noi siamo tutti di aiuto all'opera buona di Dio - prosegue - e dobbiamo aiutarci perchè questo sia davvero un cammino comune. A tutti è chiesto di evangelizzare, dunque di dare la buona notizia: al vescovo, ai sacerdoti e ai laici».
«Un altro compito - continua - è quello di santificare». Il che vuol dire «dare una mano allo Spirito Santo attraverso i sacramenti, la liturgia, la celebrazione della Parola del Signore». Infine «le linee di indirizzo per una direzione di marcia comune con un'unità attorno al vescovo e uno spirito comunitario con i vicari episcopali, la mano lunga del vescovo nei diversi ambiti». Una penna a sfera di pregio come dono del presule e della Curia poi la cerimonia termina. Senza rinfresco. Siamo in Quaresima.
A riflettori spenti, nel pomeriggio, don Illica riflette sul ruolo della Chiesa nella società di oggi. Aveva parlato pubblicamente dell'attenzione ai poveri: «Mi viene da dire che non è mai sufficiente perchè i poveri continuano ad esserci, però noi non è che dobbiamo risolvere i problemi, dobbiamo dare dei segni di un amore verso i poveri. Io penso che questa attenzione nella chiesa di oggi ci sia». Ancora: «Sono d'accordissimo con chi parla di una Chiesa con una maggiore responsabilità dei laici. Penso che siano pronti. Ci vuole solo un po' di coraggio, per il resto la preparazione c'è». Parliamo di tempi difficili per la Chiesa di oggi. Ci ferma: «I tempi sono sempre stati difficili, io ho sempre sentito i preti lamentarsi, così come la gente. Non c'è mai un tempo facile o un tempo difficile, c'è il tempo che ci è dato di vivere, noi abbiamo questo e dobbiamo affrontarlo».
L'esperienza della missione in Brasile offre una prospettiva nuova. «Investire sui laici è la testimonianza e l'insegnamento più forte che ci può dare la chiesa brasiliana - è convinto don Illica -, la missione popolare deve poi aiutarci ad aprire delle strade». «Noi preti siamo ormai pochi - ammette - e secondo me dovremmo concentrare il nostro lavoro sull'evengelizzazione, lasciando perdere tante cose, tipo gli aspetti amministrativi che ci stanno occupando troppo tempo, rispetto al numero che siamo. Penso che sarebbe un bel risultato se riuscissimo a dedicarci completamente, direi quasi esclusivamente, alla formazione cristiana dei laici e all'evangelizzazione». Nessun programma: «Che vicario sarò? Personalmente mi propongo di non stare troppo dietro ad una scrivania. Andrò a trovare i parroci. Per il resto non chiedetemi che cosa farò perchè devo imparare giorno dopo giorno. Come ho trovato la Curia? In Curia tutti fanno il loro dovere e lo sanno fare bene. Chi deve imparare, lo ripeto, sono io».
Federico Frighi


15/03/2011 Libertà

venerdì 18 marzo 2011

Campanili tricolori

La bandiera tricolore sul punto più alto della città, i 74 metri dell'Angil dal Dom, la statua dorata dell'angelo che sormonta il campanile della cattedrale. L'ha fatta mettere il parroco del Duomo, il vescovo Gianni Ambrosio l'ha benedetta, in tante altre chiese della diocesi hanno fatto lo stesso, anche dalle canoniche. Perchè essere buoni cristiani vuol dire anche essere buoni cittadini.

«E' un gesto di amore all'angelo e di amore all'Italia». Spiega così, il parroco del Duomo, monsignor Anselmo Galvani, il significato della bandiera tricolore che da ieri sera sventola dai 73 metri della guglia, sotto la protezione e lo sguardo vigile dell'Angil dal Dom. Ci sono il vescovo Gianni Ambrosio, il prefetto Antonino Puglisi, il questore Calogero Germanà, il sindaco Roberto Reggi (in fascia tricolore), il presidente della Provincia, Massimo Trespidi (in fascia azzurra). Poi i canonici della cattedrale e un gruppuscolo di fedeli piacentini. Tutti, poco dopo, con il naso all'insù, verso gli elettricisti Sergio Paraboschi (70 anni) e il figlio Andrea (40), intenti a fissare la bandiera sotto l'ala dell'angelo. Duplice il significato del gesto. «ll vescovo Sanvitale, il 21 marzo del 1848, benedì il tricolore - spiega monsignor Galvani - e un piacentino, scalando la guglia del Duomo, lo issò tra le braccia dell'angelo. Da quel giorno l'angelo del Duomo non fu più solo un metereologo ma anche un segno di appartenenza di tutti i piacentini ad una comunità non solo religiosa come la diocesi, ma anche civile, Piacenza appunto, che per prima diede l'adesione all'amata patria».
Non solo: «Dal 1141, l'angelo vigila notte e giorno sulla cattedrale, sulla città, sui piacentini sparsi nel mondo che hanno fatto onore, non solo a Piacenza, ma a tutta l'Italia». Prima di venire portato in alto, il tricolore viene benedetto. Lo fa il vescovo Ambrosio che ringrazia il parroco della cattedrale e i canonici del Duomo per aver pensato all'iniziativa. Nessun dubbio. Anzi. «In tutte le chiese degli Stati Uniti la bandiera nazionale è ben presente - osserva -, lo stesso dicasi per l'Irlanda ed altri Paesi». Si pone poi nel naturale solco tracciato dal vescovo Sanvitale: «Nel 1848 il vescovo di allora benedisse la bandiera italiana, il vescovo di oggi è contento di compiere il medesimo gesto».
Per l'occasione è stata inaugurata la nuova illuminazione notturna dell'angelo. Enelsole ha donato le nuove lampade a led a luce calda e a basso consumo, che per i prossimi dieci anni non avranno bisogno di manutenzione; la ditta Paraboschi le ha fisicamente installate al posto del vecchio impianto formato da quattro fari da trattore.
Anche il tricolore si inserisce in un contesto eco-compatibile. Il vessillo è infatti in materiale biodegradabile. Rimarrà lassù fino a che non verrà "sciolto" da sole e intemperie.
Federico Frighi


17/03/2011 Libertà

giovedì 17 marzo 2011

La preghiera per l'Italia

Proteggi, o Signore, la Patria nostra che amiamo e serviamo.

Proteggi l'Italia che è stata grande nei secoli gloriosi.

Proteggi l'Italia nei suoi Santi, nei suoi Eroi, nei suoi Genii, nei suoi bimbi,

nelle sue donne e nelle sue madri, nel lavoro quotidiano dei suoi figli.

Rendici sempre più coscienti del suo nome e della sua storia.

E fa che ognuno sia degno d'esser figlio dell'Italia nostra.

Proteggi la Patria nostra e fa che sia fiera, ma non superba, forte, ma non violenta,

distributrice di amore, di bellezza, di giustizia a tutte le genti,

come Frate Francesco l'ha sognata e Dante l'ha cantata. E così sia.

mercoledì 16 marzo 2011

Il Papa a Piacenza? Se Dio vorrà

Verrà il Papa a Piacenza? Sono passati 23 anni dall'ultima visita piacentina di un pontefice. E' un tempo sufficiente ad averne un'altra? Il sindaco Roberto Reggi, sabato a Roma con l'Anci, ci ha provato, nel brevissimo colloquio individuale. La risposta di Benedetto XVI non è stata troppo incoraggiante. Poichè Reggi è stato uno dei dieci-dodici sindaci ricevuti, è verosimile che ogni altro collega, nel suo brevissimo colloquio individuale, abbia fatto il medesimo invito. Ed è verosimile che il Papa abbia risposto, in tutte le occasioni, con la medesima formula: "Se Dio vorrà, molto volentieri". Sotto riportiamo la cronaca dell'incontro come apparsa su Libertà.

«Se Dio vorrà, molto volentieri». Papa Benedetto XVI affida alla volontà dei cieli la sua visita a Piacenza e risponde così al cortese invito del sindaco Roberto Reggi. Siamo nella Sala Clementina del Vaticano, dove, ieri mattina, papa Ratzinger ha ricevuto personalmente i primi cittadini rappresentanti dell'Anci, l'Associazione nazionale comuni d'Italia. Il colloquio tra Reggi e il capo della Chiesa cattolica è durato una manciata di secondi. «L'ho ringraziato per le sue parole che suonano come un sostegno grande per i sindaci e le loro fatiche in questo particolare momento storico» racconta Reggi che è anche riuscito, nel poco tempo a disposizione, a spiegare al Papa come Piacenza sia all'avanguardia nello sviluppo civico dei concetti di solidarietà e sussidiarietà. Temi sottolineati da Ratzinger nel suo intervento. Infine il saluto e l'invito: «Santità, Piacenza l'aspetta».
Prima di Reggi, sono sfilati davanti a Benedetto XVI il sindaco di Torino Sergio Chiamparino, di Firenze Matteo Renzi, di Padova Flavio Zanonato, di Reggio Calabria Giuseppe Raffa. Durante l'incontro di ieri mattina con il pontefice i sindaci hanno sottolineato che con la crisi economica sono in forte aumento le nuove povertà e i bisogni primari delle persone, bisogni che chiedono soluzioni. I sindaci e le amministrazioni locali si trovano a dovere fare a meno di risorse che sono indispensabili. «Nonostante tutto ciò renda particolarmente difficile la nostra opera quotidiana - ha detto Reggi - siamo consapevoli del nostro ruolo e dei nostri doveri. Abbiamo il compito di portare avanti quotidianamente il nostro lavoro e la nostra azione con sacrificio, dedizione e amore per il nostro Paese, operando con fiducia e speranza, con lo stesso spirito di Giorgio La Pira». Il pontefice ha esaltato il ruolo della solidarietà come principio per la convivenza tra diverse espressioni dell'umanità all'interno di uno stesso paese. Parlando dell'immigrazione, ha sottolineato l'importanza dell'elemento di solidarietà. «Oggi la cittadinanza si colloca nel contesto della globalizzazione, che si caratterizza anche per i grandi flussi migratori. Di fronte a questa realtà bisogna saper coniugare solidarietà e rispetto delle leggi - ha detto Benedetto XVI - affinché non venga stravolta la convivenza sociale». Il Santo Padre ha anche ricordato «che le realtà ecclesiali, quali parrocchie, oratori, case religiose, istituti cattolici di educazione e di assistenza si collocano tra "le formazioni intermedie presenti nel territorio che svolgono attività di rilevante utilità sociale, essendo fautrici di umanizzazione e di socializzazione, particolarmente dedite alle fasce emarginate e bisognose. Desidero ribadire che la Chiesa non domanda privilegi, ma di poter svolgere liberamente la sua missione, come richiede un effettivo rispetto della libertà religiosa, che consente in Italia la collaborazione fra la comunità civile e quella ecclesiale».
Federico Frighi


13/03/2011 Libertà

martedì 15 marzo 2011

Via Arata, tregua per la quaresima?

Si può finalmente tirare un sospiro di sollievo sulla vicenda di via Arata? La decisione del parroco, don Giancarlo Conte, di rinunciare al progetto di attrezzare l'area verde, arriva come una boccata d'ossigeno in un'atmosfera rarefatta dove l'aria si tagliava con il coltello. L'effetto boomerang della vicenda contro la Chiesa rischiava di portare più danno del bene che avrebbe fatto un'area di aggregazione per i giovani e dedicata alle feste. E' l'unica cosa che di positivo c'è in questa vicenda.

Per il resto hanno perso veramente tutti.

1) Il Comune. Ancora una volta siamo qui a parlare di difetto di comunicazione! Lo hanno ammesso anche quelli dell'amministrazione sulla prima fase del progetto. Si poteva fare una assemblea pubblica o passare attraverso la Circoscrizione che esiste almeno per essere informata. Niente. Del progetto ne ha scritto per la prima volta Liberta' quando già la concessione comunale era attiva: ovvero dopo il 5 gennaio di quest'anno. Con tutti i soldi che spende il Comune di Piacenza, investa una volta per tutte su un ufficio comunicazione e partecipazione e gli dia poi retta!

2) La parrocchia di San Giuseppe Operaio
Esistono degli organismi partecipativi all'interno della Chiesa, vedasi il consiglio pastorale parrocchiale e il consiglio economico parrocchiale. Si usino! Non ci si può dimenticare di loro quando ci sono 168 mila euro da spendere! Solo così la decisione ultima del parroco può essere veramente partecipata e condivisa.

3) Il comitato di via Arata
Prendersela con un prete che dal '71 ad oggi ha tirato su generazioni di Piacentini attorno al campanile della Galleana, appendere striscioni ai balconi contro la parrocchia, scagliarsi con toni sopra le righe contro un progetto che fa giocare ed educa i bambini cittadini di domani, tutto questo, anche se si ha ragione, se si e' cattolici o anche solo cittadini di oggi non deve essere stato facile. Eppure e' stato. Sono diversi i modi per protestare e per difendere i propri diritti. Ci sono in primo luogo gli esposti, poi le cause legali. Le manifestazioni di piazza e la macchina del fango azionata contro un prete sono cose da far intervenire l'esorcista. In quaresima poi...


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