domenica 31 luglio 2011

Il burattino che non vuol morire

Una storia di migranti che fa di tutto per non finire male. E siamo quasi sicuri che non finirà così. Grazie alla parrocchia di Nostra Signora di Lourdes ma soprattutto grazie a Lucrezia. Che trova la forza per andare avanti nonostante tutto. Tifiamo per lei.

L'amico uccellino non canta più, il bruchino Bru non torna più nella sua casetta, così come Giuseppino non riesce più a riavere le sue angurie. Quei semplici ma sapienti personaggi che incantavano i bambini delle scuole materne, oggi sono fermi immobili. Hanno perso la loro anima che li ha portati in giro per il mondo, dal Brasile all'Argentina all'Italia, in più di 4.500 spettacoli. Pedro, il burattinaio argentino, da domenica scorsa riposa nel cimitero di Piacenza. Rimangono la moglie Lucrezia e il figlioletto che frequenta le elementari. La scomparsa per una malattia incurabile è stato solo l'ultimo scossone che ha dovuto subire questa famiglia di migranti, formatasi a San Paolo del Brasile, arrivata in Italia alla ricerca delle proprie origini e di un futuro migliore. Rimane Lucrezia, 39 anni, con il figlioletto di 7. Un bimbo adorabile ma con grossi problemi di comunicazione. E' autistico.
Lucrezia (brasiliana) e Pedro (argentino con origini siciliane) si incontrano a San Paolo del Brasile. Lei commessa; lui maestro burattinaio. Scocca la scintilla e nel 2001 si sposano e si trasferiscono a Mar del Plata (Argentina). Nasce la compagnia di teatro di animazione e figura "Incanti del mare" (www. incantidelmare. it). Pedro è il maestro, Lucrezia l'aiutante. Vengono invitati dal Festival internazionale dei burattini di Cervia. Partono per l'Italia. Gli dicono che a Piacenza c'è un'associazione di argentini e arrivano all'ombra del Gotico, dove trovano casa aiutati dalla parrocchia di Nostra Signora di Lourdes. Scendono in Brasile poi, nel 2006, tornano a Piacenza. Stavolta sono in tre. Sempre grazie alla parrocchia di Nostra Signora di Lourdes si sistemano in una casa popolare del quartiere. Tutto bene fino a che non si scopre il problema del bambino. Pedro fa qualche lavoretto e porta avanti la compagnia; Lucrezia fa la mamma, la badante della madre del parroco e aiuta il marito. Si va avanti fino a che arriva l'ultima tegola: la morte di Pedro, a 63 anni, per un male che non lascia scampo. Domenica scorsa i funerali celebrati da don Serafino Coppellotti e da monsignor Lino Ferrari.
Lucrezia non si dà per vinta: «Rimarrò qui in Italia, per amore di mio marito e del bambino. Troverò un lavoro, magari con gli anziani, ma anche come tata o come colf. Poi si vedrà». Chissà, forse un giorno anche Giuseppino, il bruchino Bru e i personaggi realizzati in materiale riciclato torneranno a vivere: «Io ci spero. Ho imparato l'arte di Pedro e non voglio che muoia. In Argentina abbiamo lavorato nelle scuole speciali con i bimbi disabili. I burattini rendono più facile la loro vita».
Federico Frighi


30/07/2011 Libertà

Le reliquie da nord a sud

Un esempio di devozione popolare che unisce Nord e Sud Italia. Sono le reliquie di Sant'Eufemia che andranno in Aspromonte.

Le reliquie di Sant'Eufemia lasciano per la prima volta Piacenza. Lo faranno il prossimo agosto alla volta della Calabria, nella cittadina di Sant'Eufemia d'Aspromonte (Reggio Calabria). Tre giorni in cui saranno venerate dai fedeli della parrocchia locale, in diocesi di Oppido Mamertina-Palmi, retta fino allo scorso 2 luglio dal vescovo Luciano Bux. Ad accompagnare le preziose reliquie sarà una delegazione della basilica piacentina guidata dal prevosto monsignor Pietro Casella. «Sono tanti i fedeli di quelle zone che vivono al Nord, attorno a Milano - spiega il monsignore -. Mi avevano chiesto da tempo di poter venerare le reliquie della santa patrona del loro paese d'origine. Ho sottoposto la cosa al vescovo Gianni Ambrosio che ha accolto favorevolmente il trasferimento temporaneo. Così ci siano messi in moto». Monsignor Casella porterà il prezioso reliquiario a Sant'Eufemia d'Aspromonte il 10, l'11 e il 12 agosto. Mercoledì 10 si avrà l'accoglienza delle reliquie con la solenne processione verso la chiesa della cittadina e la celebrazione eucaristica guidata dal parroco don Elia Longo; giovedì 11 l'incontro-dibattito sul tema "Il messaggio di Eufemia di Calcedonia"; venerdì 12 la messa solenne durante la quale saranno poste sulla statua di Sant'Eufemia la corona e il reliquiario realizzato dal maestro Gerardo Secco. Le reliquie piacentine di Sant'Eufemia sono state riconsacrate dal vescovo beato Giovanni Battista Scalabrini. Lo racconta lo stesso monsignor Casella: «Scalabrini era molto attento alle reliquie e, durante il suo episcopato, volle fare una ricognizione completa del contenuto della teca di piombo che si trovava sotto l'altare della basilica. Le fece studiare da un medico archiatra anticlericale e le tenne per un anno. Vi trovò alcune ossa di una giovane donna (Sant'Eufemia) insieme ad alcuni frammenti di ossa di San Sostene e San Vittore, i persecutori di sant'eufemia poi convertitisi». Scalabrini, a quel punto, fece realizzare una nuova teca a cui appose i propri sigilli prima di ricollocare le reliquie sotto l'altare maggiore». Non si allontanarono più da Piacenza fino ad oggi.
Federico Frighi


30/07/2011 Libertà

Il Maruffi nel mercato privato

Che la Chiesa perda i pezzi non è cosa nuova. Lo ha fatto abbandonando la radio diocesana al suo destino e in altre occasioni successive. Viene da dire che stia accadendo anche con la casa di riposo Maruffi, che alla diocesi di Piacenza-Bobbio è legata a doppio filo.

La casa di riposo Maruffi esce dal sistema pubblico e si mette sul mercato privato. Dal primo gennaio 2013 per i nuovi ingressi non esisteranno più tariffe agevolate in convenzione con Asl e Comune ma le rette saranno a tariffa piena, come deciderà il mercato. Lo ha deciso il consiglio di amministrazione della Fondazione Pia Casa di Riposo Maruffi che gestisce la struttura di via Roma e la sua succursale di via Lanza (recentemente ristrutturata grazie al contributo della Fondazione di Piacenza e Vigevano).
Alla fine di giugno si sono concluse le trattative per la firma dei nuovi contratti fra Asl e e 21 soggetti gestori del territorio, comprese le strutture per l'accoglienza degli anziani. Al Maruffi, fino ad ora, vi erano in tutto 68 posti letto tutti accreditati contrattualizzati, ovvero rientranti nelle agevolazioni sanitarie garantite dalla regione Emilia Romagna, tramite il Fondo per la non autosufficienza, gestito da Comuni e Asl. In buona sostanza gli ospiti pagano una media di 48 euro, il 50 per cento circa del costo della retta; il resto - la parte sanitaria - viene sostenuta dal Fondo, in particolare tramite l'Asl. D'ora in poi al Maruffi il sistema di ammissioni cambierà: per un posto accreditato contrattualizzato, un altro sarà a tariffa non agevolata, attualmente circa 67 euro ad utente. Entro il 31 dicembre del 2012, tutti i 68 posti del Maruffi saranno a tariffa non agevolata. Il nuovo corso, va precisato, vale solo per le nuove entrate. Gli attuali ospiti - viene evidenziato - possono stare tranquilli.
«E' una scelta obbligata - spiega il presidente della Fondazione, il professor Piero Venturati - non possiamo permetterci di avere sempre bilanci in rosso e dunque di depauperare il patrimonio della Fondazione con la vendita dei fondi rustici». «Ci siamo trovati con Asl e Comune di Piacenza - continua il presidente - ai quali abbiamo comunicato la nostra scelta. Nessuna polemica con il sistema o altro, solo motivazioni esclusivamente economiche». «Siamo una Fondazione - continua Venturati - e non abbiamo scopo di lucro. Entreremo sul mercato privato e le tariffe ci dovranno consentire di raggiungere il pareggio di bilancio».
La quota di 68 posti (34 oggi più altrettanti fino al 31 dicembre 2012) sarà coperta da altre strutture che ne faranno richiesta: come ad esempio il Vittorio Emanuele, ma potrebbero entrare nella partita anche altri enti come la Madonna della Bomba e il Pio Ritiro Cerati (quest'ultimo in fase di ristrutturazione). La casa di riposo Maruffi nasce come lascito del conte Carlo Luigi Villa Maruffi, benefattore che nel 1851, un anno prima della morte, fondò l'istituto di ricovero per gli artigiani poveri. Il Maruffi è da sempre in stretto collegamento con la diocesi di Piacenza, poi Piacenza-Bobbio. Un rappresentante del vescovo è di diritto nel cda, così come il parroco della basilica di San Savino. Attualmente i due rappresentanti del clero diocesano sono, rispettivamente, don Giampiero Esopi (vice presidente della Fondazione del Maruffi e anche presidente dell'Istituto diocesano per il sostentamento del clero) e monsignor Giampiero Franceschini. L'entrata sul mercato privato comporterà certamente un aumento delle rette per i futuri ospiti. «Da statuto non c'è nessun elemento ostativo ed entrare sul mercato è l'unica scelta che si poteva fare - ribadisce Venturati -. L'unica condizione è il mantenimento di una quota posti per i parrocchiani di San Savino che verrà garantita».
Federico Frighi


16/07/2011 Libertà

Addio a Carlo Roda, difensore dei deboli

Non era cattolico, tanto che non ha voluto funerali ma una sepoltura con rito civile. Però ha fatto tanto bene nella sua vita, prima al fianco dei lavoratori, poi degli anziani. Ecco perchè l'articolo sulla morte di Carlo Roda entra di diritto in questo blog.

E' morto a 79 anni Carlo Roda, uno dei volti e delle anime del volontariato piacentino. Già sindacalista della Cgil al fianco degli autotrasportatori prima e dei braccianti poi, per qualche tempo nella Cia (Confederazione italiana agricoltori) al fianco dei piccoli imprenditori agricoli, infine la grande intuizione dell'Auser che fondò a Piacenza e che diresse per 18 anni; al fianco degli anziani.
Tra i primi ad apprendere la notizia della morte dello storico presidente dell'Auser è l'attuale numero uno provinciale, il suo successore dal 2008, Sergio Danese.
«Sono triste e sorpreso per una scomparsa improvvisa - dice Danese -, avevo visto Roda quindici giorni fa, prima di andare in ferie, e non lo avevo trovato male. Era reduce da una caduta per strada. Si era rotto una gamba ed aveva battuto il capo. Si stava riprendendo, invece... ».
«Sembrava una persona abbastanza ruvida nei rapporti personali - ricorda Danese -, ma aveva una grande sensibilità, ed era capace di capire i bisogni veri della gente sui quali si gettava con grande generosità». Piacentino del sasso, la carriera di Roda inizia negli anni Cinquanta, quando entra nella Cgil e diviene segretario del trasporto merci privato. «Fu protagonista - ricorda l'ex segretario generale Gianfranco Dragoni - di una lotta degli autisti senza precedenti con uno sciopero di 40 giorni». Durante la segreteria Bianconi diventa responsabile organizzativo, mentre nel 1968, con la segreteria di Adriano Trespidi, prende il suo posto alla Federbraccianti dove rimane fino al 1981. «Le lotte si facevano per il contratto nazionale ma anche per quelli provinciali e aziendali - ricorda Rinaldo Balduzzi, allora responsabile organizzativo di Federbraccianti -. Carlo era un maestro e nelle trattative sparava a zero disorientando la controparte, che però lo stimava». «Era una persona molto affabile - continua -, facevamo delle belle gite in Jugoslavia con i braccianti più fedeli». La sua attività sindacale è stata messa nero su bianco su un libro di cui Roda è stato coautore, dal titolo Terra Piacentina. Successivamente si impegna per qualche anno nella Cia, la Confederazione di sinistra dei coltivatori diretti, fino al 1989 quando è nel gruppo fondatore dell'Auser provinciale.
L'Auser (Associazione di Volontariato per l'Autogestione dei Servizi e la Solidarietà) è un'Associazione di volontariato promossa dal sindacato dei pensionati e dalla Cgil ed ora autonoma. A Piacenza conta oltre tremila soci in tutta la provincia e settecento volontari attivi. Il telefono amico Il Filo d'Argento (guidato dalla vice presidente Cesarina Armani), il bus per le terme, l'Università dell'Età Libera, i circoli ricreativi nei Comuni, il servizio socialmente utile sono tutte grandi intuizioni di Carlo Roda e del suo gruppo dirigente. La sua grande esperienza nel volontariato è stata messa al servizio di tutta la provincia con la nomina a vice presidente dello Svep. L'ultimo saluto a Roda si terrà oggi alle ore 16 nel cimitero di Sant'Antonio a Trebbia, dove arriverà dalla casa di cura Sant'Antonino.
Federico Frighi


26/07/2011 Libertà

Una suora trascrive i diari del cardinal Tonini

Su Libertà abbiamo dato la notizia, lo scorso 21 luglio, dei diari segreti del cardinale Ersilio Tonini. Ecco l'articolo in cui spieghiamo che cosa sono e chi li sta trascrivendo.

Grande festa ieri a Ravenna per i 97 anni del cardinale Ersilio Tonini. Nell'Opera Santa Teresa, dove risiede dal 1975, ha celebrato la messa nella cripta ed ha ricevuto l'affetto degli ospiti della casa di riposo ma anche della città di Ravenna. Le Acli lo hanno poi festeggiato con una torta sulla quale campeggiavano 2 candeline. Ma per questo 97esimo compleanno il regalo più bello è stato lo stesso cardinale a farlo. Ha infatti dato disposizione che i suoi diari personali vengano trascritti e salvati sul computer.
In futuro, con il benestare di Tonini, potrebbero anche venire pubblicati. Al momento il diario rimane nella disponibilità del porporato piacentino. Con il benestare della direzione dell'Opera Santa Teresa di Ravenna è stata distaccata una suora che, giorno dopo giorno, ha il compito di leggere le varie pagine e di trascriverle su computer. La delicata mansione è stata affidata a suor Paola Pasini, di Portomaggiore (provincia di Ferrara ma diocesi di Ravenna), fino a poco tempo fa "angelo custode" del cardinale. Fin dal suo arrivo a Ravenna dal 1975, gli è sempre stata vicino e gli ha fatto da segretaria personale e da "semaforo" per le centinaia di giornalisti che chiedevano interviste.
«Sono quaderni personali strettamente privati che sua eminenza ha sempre tenuto con sé e di cui è l'unico a conoscere i contenuti - precisa suor Paola -. Ha voluto che venissero salvati e per questo c'era bisogno di qualcuno che li trascrivesse. Sua eminenza mi perdonerà, ma ha una calligrafia non proprio facile da interpretare, un po' da medico, medico dell'anima s'intende... così la scelta è caduta su di me che conosco la sua scrittura». Il lavoro è lungo e suor Paola è solo all'inizio. «Non è un vero e proprio diario - l'unica rivelazione che concede - ma una serie di pensieri messi per iscritto. Si era prefisso di appuntarsi le cose che più gli facevano bene e pensava che, quando sarebbe diventato vecchio, gli sarebbe stato più difficile pregare il Signore e ringraziarlo senza aver la possibilità di ricordare».
In tutto sono circa 200 quaderni che iniziano dal suo periodo trascorso come parroco a Salsomaggiore nel 1954. Auguri sono arrivati ieri da ogni parte d'Italia: tra gli altri dalla diocesi di Piacenza-Bobbio, con il vescovo Gianni Ambrosio, un telegramma del sindaco di Piacenza, Roberto Reggi, del presidente della Provincia, Massimo Trespidi. «Volersi bene, - scrive Trespidi - un pezzo di pane, e la coscienza netta. Le sue parole, eminenza sono un costante richiamo alla fede e una grande motivazione sulla via della verità. In questo suo 97esimo compleanno Le giungano i nostri più sentiti auguri». Tonini, una vita iniziata il 20 luglio 1914 a Centovera di San Giorgio Piacentino, terzo di cinque figli, è il più anziano porporato del Sacro Collegio che attualmente è formato da 197 cardinali.
Federico Frighi


21/07/2011 Libertà

Tonini, 97 anni e non sentirli

Il 21 luglio il cardinale Ersilio Tonini ha compiuto 97 anni. L'abbiamo intervistato il giorno prima in questo articolo di Libertà.

Non me ne accorgo neanche di avere 97 anni. Io sto benissimo, sono sereno, sono tranquillo, quando ci si vuol bene la vita è più bella». Parola di Ersilio Tonini, cardinale di Santa Romana Chiesa, unico porporato piacentino vivente. Oggi il cardinale Tonini compie 97 anni. Li festeggia a Ravenna, presso l'Opera Santa Teresa, dove vive dal novembre del 1975, celebrando la messa nella chiesa principale con i preti anziani, ospiti della struttura.
Ce lo passa al telefono suor Virginia, la nuova "custode" del cardinale, che da poco si è trasferito al piano superiore, il reparto sacerdoti, dotato di guardia medica 24 ore su 24. Ha appena preso il the delle cinque del pomeriggio ed ha tanta voglia di parlare con la sua Piacenza. «Non me ne accorgo neppure di avere 97 anni - dice convinto - qui sto bene, sono circondato da tanto amore e da tanto affetto». Parla dell'Opera Santa Teresa dove risiede con i preti anziani e dove sono ospitati anche bambini disabili: «C'è una grande carità in giro, qui a Ravenna la gente ha proprio il gusto del voler bene, dell'aiutare, dell'incoraggiare». Risponde pronto anche ad una domanda consumistico-profana: «Che regalo vorrei ricevere per i 97 anni? Vorrei che venisse da me qualcuno che mi dicesse che nella sua famiglia sono tornati pace e serenità, invece spesso purtroppo la famiglia, la casa, è il luogo in cui mettiamo il muso, è il posto delle divisioni». «A Piacenza no - ricorda -, la gente piacentina ha la caratteristica di fare della casa il luogo più bello».
Da "grande vecchio" si permette un consiglio ai giovani di oggi: «Ragazzi, rendetevi conto che la vita è un grande dono, bisogna però viverla, senza lasciarsi prendere dalle paure, dagli smarrimenti, dalle incertezze». Anche se le paure oggi sono tante, come la perdita del lavoro, o la precarietà: «E' vero, è vero, però guardate che oggi la società va molto meglio di un tempo. Bisognerebbe aver vissuto la vita come l'abbiamo vissuta quando io ero a Piacenza negli anni Cinquanta. Anche se però allora c'era un grande fermento civile».
Il cardinale Tonini si augura che la scuola si riappropri del suo grande valore educativo. «Dobbiamo aiutare i nostri ragazzi a far sì che la scuola ti dia il gusto delle cose - e sottolinea "gusto" -. Una frase che non ti viene all'improvviso, finalmente, riesci a farla uscire, una pagina che non andava bene poi ti accorgi che ce l'hai fatta. Questo è il gusto che è capace di dare la scuola».
Come sta di salute la Chiesa di oggi? «Molto bene. Anche perchè ha aperto i suoi confini che vanno al di là dei mari, anche papa Ratzinger è andato nelle zone più lontane del mondo». La chiusura - anche se in realtà è stato l'argomento con cui ha iniziato la lunga telefonata - per Libertà. «Ho vissuto a Libertà parte della mia giovinezza perchè venivamo in via Benedettine a stampare il Nuovo Giornale. Ero molto amico dei due Prati, Marcello sempre giocoso, un po' vivace, Ernesto più riservato, ma ugualmente affettuoso. Mi ricordo i tipografi, le linotype, il piombo. Mi piacerebbe tanto tornarci per visitare il museo della stampa. Ho vissuto momenti molto belli tra giornalisti e tipografi.
Grazie di esservi ricordati di me, abbraccio tutti voi e idealmente tutti i lettori, pregate per me».
Federico Frighi


20/07/2011 Libertà

lunedì 18 luglio 2011

Allarme siccità nel Corno d'Africa

"Non manchi a queste popolazioni sofferenti la nostra solidarietà e il concreto sostegno di tutte le persone di buona volontà".
Con queste parole papa Benedetto XVI ha ricordato la "catastrofe umanitaria" che sta colpendo le regioni del Corno d'Africa, dalla Somalia all'Etiopia. "È necessario - ha aggiunto il Papa - inviare tempestivamente soccorsi a questi nostri fratelli e sorelle già duramente provati, tra cui vi sono tanti bambini".

Sono circa 10 milioni le persone colpite da siccità e carestia che stanno affliggendo la regione dell’Africa Orientale per la scarsità delle precipitazioni degli ultimi 2 anni e il conseguente innalzamento del prezzo di cibo e acqua. Secondo i dati Onu è la peggiore siccità degli ultimi 60 anni e coinvolge 3,2 milioni di persone in Kenya, 2,6 in Somalia, 3,2 in Etiopia, 117mila a Gibuti, ed anche parte della popolazione in Eritrea. A soffrirne sono soprattutto i bambini: in Somalia uno su tre è denutrito. Si teme che l’emergenza travolga anche Tanzania e Sud Sudan.
Si registra anche la perdita di molti capi di bestiame e grandi spostamenti di persone in tutto il Corno d’Africa, soprattutto in Kenya, dove i campi profughi sono ormai al limite della capienza.
“La situazione umanitaria in Somalia è disastrosa” ha dichiarato S.E. Monsignor Giorgio
Bertin, Presidente di Caritas Somalia, amministratore apostolico di Mogadiscio e vescovo di Gibuti. “Nel sud della Somalia – ha aggiunto il vescovo - gli effetti della siccità si sommano a 20 anni di vuoto politico e conflitti. Se vogliamo evitare la catastrofe umanitaria occorre agire velocemente e con grande attenzione alla complessità del contesto”.
La rete Caritas si è attivata per rispondere in modo adeguato e tempestivo a questa crisi.
In Somalia, Caritas Somalia attraverso l’operazione Lifeline, raggiunge con aiuti d’urgenza 7.000 persone, di cui circa 1.400 bambini e anziani. Inoltre la rete Caritas sta offrendo assistenza a 70.000 persone seminomadi nel Somaliland Orientale.
In Kenya, Caritas Kenya distribuisce generi di prima necessità a 40.000 persone nelle aree più gravemente colpite e nella Rift Valley. I primi ad essere soccorsi sono stati i bambini e le mamme, ed è in corso un programma veterinario per assistere circa 15.000 bovini. S.E. Monsignor Peter Kihara, Vescovo di Marsabit, una delle aree più gravemente colpite, ha lanciato un appello per aiuti immediati.
In Etiopia, nella zona meridionale dove i pastori Borana sono in gravi difficoltà per carenza di acqua e di pascoli, la rete Caritas sta aiutando circa 25.000 famiglie nel mantenimento dei propri capi di bestiame. Caritas Etiopia sta inoltre distribuendo cibo e acqua a 80.000 persone nelle regioni di Haraghe e Meki. In Eritrea, la Caritas sta monitorando la situazione per mettere a punto un piano di intervento.
A rafforzamento delle azioni già avviate la rete Caritas sta predisponendo un programma globale di aiuto d’urgenza riguardante i 4 paesi che verrà lanciato nelle prossime settimane.
La Caritas diocesana di Piacenza-Bobbio sostiene Caritas Italiana da anni impegnata nel Corno d’Africa, in collaborazione con le chiese locali, in ambiti diversi: salute, lotta all’esclusione sociale, istruzione. In occasione di questa emergenza Caritas Italiana ha prontamente destinato già 300.000 euro ed è in costante contatto con le Caritas africane attive nei paesi colpiti dalla siccità e ha offerto sostegno alle azioni in atto e al piano in via di definizione. Nel contempo richiama l’attenzione sul problema dei cambiamenti climatici dovuti al riscaldamento globale e sul loro impatto negativo, in particolare sui poveri. Per questo è necessario non solo offrire assistenza nelle emergenze umanitarie, ma soprattutto prevenirle attraverso il sostegno all’agricoltura locale, la riduzione del riscaldamento globale, una gestione appropriata delle risorse idriche in favore delle comunità. Un impegno che riguarda i governi e le istituzioni internazionali, ma anche gli stili di vita quotidiani di ogni persona.

Per sostenere gli interventi nel Corno d’Africa si possono utilizzare le seguenti modalità:
• versamento diretto presso i nostri uffici in Via Giordani, 21 a Piacenza dalle ore 9 alle 12 dal lunedì al venerdì
• C/C bancario tramite Banca di Piacenza intestato a Fondazione Caritas Diocesana (causale “EMERGENZA SICCITÀ”)
Iban: IT61 A 05156 12600 CC0000032157
• CartaSi e Diners telefonando a Caritas Italiana tel. 06 66177001 (orario d’ufficio)

mercoledì 13 luglio 2011

Morto don Alberto Gazzola

E' morto questa mattina don Alberto Gazzola.

Nato a Roccapulzana di Piozzano il 17 settembre 1927 e ordinato sacerdote il
19 maggio 1951, ha iniziato il proprio servizio pastorale come curato a Morfasso; il 22 aprile 1955 è stato nominato parroco di Chiesa Bianca e Rugarlo (parrocchia nel Comune di Bardi soppressa) per passare il 1° marzo
1971 alla guida della comunità parrocchiale di Sariano. E' stato nominato anche amministratore parrocchiale di Gusano. Ha rinunciato alla parrocchia di Sariano il 13 maggio 2008.
Attualmente era ospite della casa di riposo "mons. Castagnetti" di Pianello.

I funerali saranno celebrati nel pomeriggio di venerdì 15 luglio, alle ore 17, nella chiesa parrocchiale di Pianello e saranno presieduti dal vescovo mons. Gianni Ambrosio.

sabato 9 luglio 2011

Il vescovo di Belfast: religione strumentalizzata dalla politica

(fri) In Italia per il 14esimo meeting della famiglia colombaniana, per Sant'Antonino 2011 in basilica c'è anche Donal McKeown, vescovo ausiliare della diocesi di Down and Connor (Belfast, Irlanda del Nord). Comprende e parla perfettamente l'italiano ed ha seguito la cerimonia in tutti i suoi momenti. Rimanendone favorevolmente colpito.
«Che qui nella basilica ci si trovi a celebrare non solo un santo ma l'orgoglio di una città assieme ai rappresentanti delle istituzioni e dello Stato è una cosa che mi stupisce - osserva -. Da noi, tra Chiesa e Stato, non c'è questa partecipazione. In centri dalle dimensioni di Piacenza poi, è una cosa del tutto sconosciuta». Così come il calore riservato al vescovo: «Durante la passeggiata tra il vescovado e la basilica del patrono ero assieme al vostro vescovo e ho visto come è amato; la gente lo saluta, lo ferma per strada, gli stringe la mano. A Belfast queste cose non succedono». A Belfast il conflitto tra cattolici e protestanti è ancora forte. Anche se per McKeown «la religione non c'entra nulla in un conflitto che è tra chi si sente inglese e chi irlandese». «La religione - spiega - viene sfruttata come arma e strumentalizzata. Durante gli anni più difficili, tra i Settanta e gli Ottanta, mentre i politici non erano pronti a stare insieme nello stesso edificio, le chiese erano impegnate a tenere cucita la società». «Il problema è essenzialmente politico - prosegue -. Tra l'altro è anche più facile per il governo inglese dire che "si vuol portare la pace lassù in Irlanda del Nord dove si fanno la guerra tra cattolici e protestanti". In realtà sono le chiese a tenere insieme il tessuto sociale. Ci sono persone a cui interessa che la convivenza non sia stabile, sennò non si riesce più a parlare di unire l'Irlanda». «Il nostro obiettivo oggi? Che nessuno muoia. I vescovi cattolici hanno sempre condannato le violenze».


Libertà 05/07/2011

Ambrosio: ascoltiamo giovani, disoccupati e precari

«Piacenza deve volare alto, come hanno fatto i nostri padri, riconoscendo Sant'Antonino come figura ideale di vita per affermare che al centro della convivenza civile non ci sono successo e ricchezza ma l'amore... Solo così riusciremo a rispondere alle emergenze etiche e sociali dei giovani e del lavoro». Il vescovo Gianni Ambrosio sceglie il pulpito della basilica patronale, sceglie la festa del 4 luglio, per dare una scossa alla città. Per ricordare che ci sono due invocazioni alle quali occorre dare una risposta. Quella dei giovani, «di tutti i nostri giovani, sia quelli originari sia quelli immigrati a Piacenza» con l'urgente bisogno «di un contesto educativo che sappia indicare una meta e dischiudere un orizzonte di speranza e di futuro». Quella di chi ha perso il lavoro e di chi è precario, perchè «anche nella nostra città si registrano gli effetti della crisi economica e delle difficoltà finanziarie di alcune imprese: in particolare incombe il rischio di chiusura o trasferimento di aziende storiche».
Una scossa non urlata quella di Ambrosio e neppure ad alta voce - non è nello stile del vescovo - ma non per questo meno efficace e diretta. Davanti a sè ha una basilica gremita: in prima fila il prefetto Antonino Puglisi, il sindaco Roberto Reggi - all'offertorio porterà il suo decimo cero da sindaco -, il presidente della Provincia Massimo Trespidi e tutte le altre autorità riunite per il santo patrono. Accanto, oltre al parroco don Giuseppe Basini, tre vescovi: Enrico Solmi di Parma, Carlo Mazza di Fidenza e Donal McKeown, ausiliare di Belfast (Irlanda del Nord).
«E' motivo di stupore il fatto che la memoria di questo giovane martire continui ancora oggi, a distanza di 1.700 anni» esordisce il vescovo. Sant'Antonino «non è solo il patrono ma è anche il simbolo della nostra città» ci tiene ad osservare il presule. E' importante, perchè - continua - è «come se Piacenza - la Piacenza del passato e, speriamo, quella di oggi - volesse dire che proprio nella figura di un giovane, di un giovane santo e coraggioso fino al martirio, si esprime al meglio, come ideale, il desiderio dei suoi concittadini, e cioè che al centro della convivenza cittadina ci sia l'amore».
«Celebrando sant'Antonino e riconoscendolo come figura ideale di vita - evidenzia - noi siamo invitati a riaffermare che il cuore della nostra città pulsa non per la ricchezza o per il successo o per il potere ma per quella forza grande che è l'amore. Questa scelta fatta nel passato dai nostri padri ha permesso alla nostra città di volare alto: È una scelta che non può essere dimenticata oggi, perché anche oggi abbiamo bisogno di volare alto, superando le visioni riduttive dell'uomo e della convivenza civile». Tra poco sarà monsignor Ambrosio a consegnare a don Giorgio Bosini l'Antonino d'oro. Un premio azzeccato più che mai. Tanto da divenire quest'anno una sorta di Oscar. Lo dicono i lunghi minuti di applauso con tutta la chiesa in piedi, una standing ovation a tutti gli effetti. Lo fa intendere il vescovo Ambrosio che mette don Giorgio Bosini tra coloro che hanno seguito la testimonianza di Sant'Antonino: «Questo premio, conferito nella memoria del nostro santo patrono, rappresenta per la nostra città e per tutti noi una precisa sollecitazione: ravviviamo le nostre risorse di cuore e di intelligenza, perché le sfide che stanno davanti a noi possono essere affrontate solo con un di più di cuore e di intelligenza». Queste sfide, le più urgenti, sono oggi, come detto il grido dei giovani, dei disoccupati, dei precari.
Dobbiamo rispondere - invita il vescovo - «altrimenti diventa molto facile per i nostri giovani pensare che "la vita sia altrove"» dice citando Bauman. «Così si diffonde, con questo "altrove" sempre sfuggente, una mentalità consumistica e strumentale che arriva ad investire ogni ambito della vita: anche le relazioni più importanti e le esperienze più significative si disperdono in questo agitarsi inquieto di tanti giovani». «L'altra voce che invito ad ascoltare - dice Ambrosio - è quella che proviene da chi vive in situazioni di disoccupazione e di precarietà lavorativa. Anche qui non possiamo essere fatalisti, non possiamo arrenderci gettando la spugna».
Federico Frighi

Libertà 5 /07/2011

Sant'Antonino/ Ambrosio: Piacenza voli alto

Carissimi fratelli e carissime sorelle

1. Suscita sempre stupore il fatto che il patrono della nostra città di Piacenza e della comunità ecclesiale diocesana sia un giovane che ha professato la fede nel Signore fino al martirio. Ed è pure motivo di stupore il fatto che la memoria di questo giovane martire continui ancora oggi, a distanza di 1.700 anni. Lo stupore suscita il rendimento di grazie. Siamo un popolo che sa di essere amato da Dio e che, nelle vicende della storia, fa memoria della morte e risurrezione del Signore Gesù: così vive di fede, di speranza e di carità. Siamo una comunità che desidera incontrare tutti per offrire il Vangelo di Gesù, luce e forza del nostro cammino. Il ‘luogo’ dell’incontro è in quelle dimensioni fondamentali della vita di tutti: le relazioni, la fragilità, la cittadinanza. Lì, nel cuore della vita, ci ritroviamo insieme per ascoltare, per proporre, per darci una mano, per trasmettere ragioni di vita. È la nostra Missione: condividere la Parola del Signore e le esperienze della vita. È la nostra pastorale quotidiana: con la preghiera rivolta al Signore, con l’impegno caritativo rivolto a tutti, con il lavoro educativo con i ragazzi e i giovani, con gli oratori, con i grest e i campi estivi.


2. Celebrando e invocando il santo patrono, siamo invitati ad apprezzare la fondamentale continuità della nostra comunità lungo i secoli. Con gratitudine possiamo riconoscerci figli di quei nostri padri che, nel corso del tempo, hanno costruito e trasmesso a noi una città, una storia, un ambiente di vita, una tradizione: noi siamo eredi di un grande patrimonio di umanità, di cultura, di spiritualità, di vita cristiana. Possiamo far ricorso all’espressione dell’apostolo Paolo che abbiamo ascoltato nella seconda lettura: egli parla di un “tesoro”, riferendosi al servizio che egli compie per i cristiani di Corinto, la missione di annunciare Gesù Cristo. Possiamo ben dire che anche a noi è stato trasmesso un “tesoro” di cui essere sempre consapevoli. Anche perché, come ancora l’apostolo Paolo ci ricorda, si tratta di “un tesoro in vasi di creta”, in vasi fragili, che possono rompersi. Siamo dunque invitati ad avere molta cura del “tesoro” ricevuto, continuando quelle scelte che i nostri padri hanno saputo compiere nelle difficoltà del loro tempo: è la strada del servizio e della responsabilità.


3. Sant’Antonino non è solo il patrono ma è anche il simbolo della nostra città. Come se Piacenza – la Piacenza del passato e, speriamo, quella di oggi – volesse dire che proprio nella figura di un giovane, di un giovane santo e coraggioso fino al martirio, si esprime al meglio, come ideale, il desiderio dei suoi concittadini, e cioè che al centro della convivenza cittadina ci sia l’amore. Il santo è infatti il segno vivo dell’amore: il santo accoglie in sé Dio, che è amore, e vive di questo amore nelle sue relazioni con i fratelli e le sorelle. Se poi, come nel nostro caso, il santo patrono è un martire che ha testimoniato con la vita la fede in Dio, allora abbiamo un ulteriore motivo per far valere ciò che veramente conta, lasciando da parte i tanti idoli seducenti che annullano la nostra libertà.
Celebrando sant’Antonino e riconoscendolo come figura ideale di vita, noi siamo invitati a riaffermare che il cuore della nostra città pulsa non per la ricchezza o per il successo o per il potere ma per quella forza grande che è l’amore. Questa scelta fatta nel passato dai nostri padri ha permesso alla nostra città di volare alto: l’amore è la via della vita che edifica in pienezza l’umano e lo incammina verso Dio, fonte della vita e dell’amore. È una scelta che non può essere dimenticata oggi, perché anche oggi abbiamo bisogno di volare alto, superando le visioni riduttive dell’uomo e della convivenza civile. Dobbiamo aiutarci a vivere nella logica sempre nuova dell’amore, prendendoci cura gli uni degli altri con la forza e con la fedeltà dell’amore. Non in nome di un ideale generico, ma vivendo fino in fondo, senza timori, la logica evangelica del chicco di grano che, se entra nella terra e muore, arriva a produrre molto frutto.

4. Carissimi fratelli e sorelle, l’assegnazione dell’ “Antonino d’oro 2011” al nostro don Giorgio Bosini è un segno di gratitudine nei suoi confronti e nei confronti di tutti coloro che, insieme a lui, hanno testimoniato l’amore per ogni persona, in particolare se segnata da ferite, da disagi, da fragilità. Questo premio, conferito nella memoria del nostro santo patrono, rappresenta per la nostra città e per tutti noi una precisa sollecitazione: ravviviamo le nostre risorse di cuore e di intelligenza, perché le sfide che stanno davanti a noi possono essere affrontate solo con un di più di cuore e di intelligenza.
Don Giorgio, in un’intervista, ha detto che è stata la voce di una ragazza che gli chiedeva di essere aiutata – “aiutami, perché mi drogo” – a spingerlo sulla strada della carità attenta e intelligente, per cercar di offrire un aiuto possibilmente valido e per testimoniare comunque e in modo fattivo l’amore di Dio. Anche oggi sono molte le voci che invocano aiuto, forse più in modo sommesso che ad alta voce. E sono molti i motivi dell’invocazione odierna, ma dietro ai diversi motivi si può scorgere il desiderio di essere e sentirsi amati e il bisogno di speranza.

5. Desidero riferirmi in particolare a due invocazioni. La prima è quella che proviene dalla voce di molti giovani, la seconda è quella che proviene da chi vive situazioni di precarietà lavorativa.
Per la voce dei giovani, di tutti i nostri giovani, sia quelli originari che quelli immigrati a Piacenza, mi limito ad affermare l’urgente bisogno di un contesto educativo che sappia indicare una meta e dischiudere un orizzonte di speranza e di futuro. Altrimenti diventa molto facile per i nostri giovani pensare che “la vita sia altrove”, per citare l’osservazione di un noto studioso (Z. Bauman, Vite che non possiamo permetterci, Laterza, Bari-Roma, 2011). Così si diffonde, con questo “altrove” sempre sfuggente, una mentalità consumistica e strumentale che arriva ad investire ogni ambito della vita: anche le relazioni più importanti e le esperienze più significative si disperdono in questo agitarsi inquieto di tanti giovani.
Non possiamo restare sordi al bisogno di un vitale e serio contesto educativo per ricuperare l’orizzonte del futuro che è quasi scomparso dalla nostra vita e dalla nostra cultura, per ritornare ad apprezzare la vita nella sua realtà, per ricostruire la nostra coscienza – non solo personale ma anche sociale – con la percezione di ciò che è degno di guidare il desiderio dell’uomo e di motivare il sì o il no rispetto alle diverse possibilità che ci stanno di fronte. Possiamo e dobbiamo aiutarci, coinvolgendoci tutti in modo serio, per favorire la crescita della passione educativa: così si supera la rassegnazione, si propongono obiettivi per i quali merita di spendere la vita, si sostengono le testimonianze di uomini buoni e saggi.
L’altra voce che invito ad ascoltare è quella che proviene da chi vive in situazioni di disoccupazione e di precarietà lavorativa. Anche nella nostra città si registrano gli effetti della crisi economica e delle difficoltà finanziarie di alcune imprese: in particolare incombe il rischio di chiusura o trasferimento di aziende storiche. Anche qui non possiamo essere fatalisti, non possiamo arrenderci gettando la spugna. È inutile ribadire che senza lavoro stabile, la vita delle persone perde dignità e diventa fragile. La mancanza di lavoro e la precarietà del lavoro sono una’emergenza sociale e etica, come lo è la questione educativa. Lo ribadiamo con forza per non perdere l’orizzonte delle priorità vere e ineludibili che una città deve garantire. Per molti lavoratori (dai cassaintegrati ai lavoratori in mobilità, dai giovani a cui è stato interrotto il contratto alle tante piccole imprese a rischio, spesso non conteggiate), l’oggi è precario e il domani è denso di incognite. A tutti è chiesto un grande sforzo per offrire le condizioni che possono favorire le soluzioni, ricordando che le sfide ci invitano a ritrovare ciò che è essenziale e a ricuperare nella comune partecipazione un rinnovato dinamismo. Di questo dinamismo abbiamo particolarmente bisogno, in quanto ci dispone alla fiducia e allo slancio creativo, non trascurando nessuna delle energie capaci di contribuire alla crescita della nostra città.

6. Carissimi fratelli e sorelle, la memoria del nostro patrono sant’Antonino ci richiama al passato, alla lunga storia della nostra comunità, alla fede coraggiosa e alla carità operosa di molti che hanno seguito l’esempio del patrono. Ma la memoria del patrono ci rivolge l’invito ad alzare lo sguardo e a guardare avanti, sapendo nella fede che Dio è fedele e mantiene la promessa di chiamarci alla pienezza della vita. Questa fede è vita, questa fede fa vivere, questa fede incide nella storia. La invochiamo con fiducia per noi e per tutti, perché tutti abbiamo bisogno di vivere nell’amore e nella speranza. Amen.

+ Gianni Ambrosio
Vescovo di Piacenza-Bobbio






sabato 2 luglio 2011

Nomine, don Galli a Sant'Antonio

Con Atto proprio di S. E. Mons. Vescovo in data 22 giugno 2011 il M. R.
Galli don Fabio è stato nominato parroco della parrocchia di Sant'Antonio Abate in Sant'Antonio a Trebbia-Piacenza, resasi vacante in seguito al decesso dell¹ultimo titolare il M.R. Segalini don Giuseppe.

Con Atto proprio di S. E. Mons. Vescovo in data 22 giugno 2011 il M. R.
Piscina don Giuseppe, sacerdote novello, è stato nominato vicario parrocchiale della parrocchia di San Giacomo Maggiore in Pontedell'Olio, Provincia di Piacenza.

Piacenza 1° luglio 2011 dalla Curia Vescovile di Piacenza

il Cancelliere Vescovile
don Mario Poggi

lunedì 27 giugno 2011

Sant'Antonino al centro della civitas

Entrano nel vivo le manifestazioni antoniniane, volute dal parroco don Giuseppe Basini per accompagnare e preparare la città verso il 4 luglio, giorno del patrono. Ne parliamo nell'articolo sotto.

«Sono iniziative che ci aiutano a tenere viva l'attenzione verso il santo patrono e ad aumentarne la devozione». Così il parroco di Sant'Antonino, don Giuseppe Basini, spiega il significato delle Manifestazioni Antoniniane che accompagnano e preparano la città all'evento del 4 luglio. «La basilica patronale è sempre stata al centro della civitas - osserva don Basini - e dunque nostro intento è anche quello di creare occasioni perchè si rifletta sul valore della cittadinanza e dell'essere cittadini». Si inizia lunedì 27 giugno con il concerto d'organo Le Souffle du Vent (maestro Marco Vincenzi, ore 21), che, come spiega Claudio Saltarelli, porta in basilica musiche di ispirazione francese. Poi il confronto fra il sindaco Roberto Reggi e il presidente della Provincia, Massimo Trespidi, sul tema del servizio alla città, moderato dal professor Fausto Fiorentini (il 28 giugno nella sala dei Teatini, ore 21). Ancora musica giovedì 30 giugno in basilica con il concerto polifonico del Coro Farnesiano, diretto dal maestro Mario Pigazzini. Coro in formazione allargata ai giovani, come spiega Elisabetta Amatucci. Il clou è venerdì primo luglio (ore 21, Teatini). Interviene Ernesto Olivero, fondatore del Sermig di Torino. Modera Barbara Sartori, giornalista de il Nuovo Giornale. Lunedì 4 luglio, alle 20 e 45 in basilica, il concerto Stella Splendens, canti e musica strumentale dalla via Francigena al Cammino di Santiago, con i gruppi Enerbia, Eudamonia e il Coro Gioia. A presentare l'iniziativa Maddalena Scagnelli e Leonardo Ghizzoni. L'Ensamble Eudaimonia - viene spiegato - è formato da musicisti dalla formazione ampia che spazia dalla ricerca etnomusicologica alla didattica, dall'uso degli strumenti antichi e della loro costruzione all'esecuzione vocale. A loro si affianca il gruppo vocale Gioia del liceo piacentino, formato da giovani allieve e allievi che da anni partecipano ad un'esperienza di laboratorio musicale integrato nel curriculum scolastico e il gruppo di ricerca Enerbia sulle tradizioni musicali dell'Appennino. Gli eventi - come sottolinea don Basini - si tengono grazie al Comune di Piacenza e ai contributi Fondazione di Piacenza e Vigevano, Banca di Piacenza e Camera di commercio.
fed. fri.

24/06/2011 Libertà

giovedì 23 giugno 2011

Nuove nomine, sorpresa e imbarazzo

Sono imminenti nuove nomine nel clero diocesano. Ne abbiamo anticipate alcune la settimana scorsa creando un po' di scompiglio. Si veda quella di don Frazzani da San Francesco a Bedonia. L'articolo è uscito su Libertà due giorni dopo il consiglio episcopale di Albareto di Ziano dove vescovo e vicari hanno preso le decisioni. Sembra che nelle 48 ore successive nessuno abbia comunicato nulla agli interessati, o almeno ad alcuni di loro. Da qui sorpresa ed imbarazzo.


Cambi di campanile in vista nel clero della diocesi di Piacenza-Bobbio. Nei prossimi giorni dovrebbero venire comunicati alcuni trasferimenti di parroci sia in città sia in provincia. Alcuni a sorpresa, altri annunciati da tempo. Tra i primi spicca il trasferimento di don Giuseppe Frazzani (64 anni). Il parroco di San Francesco, Santa Maria in Gariverto e San Pietro, salvo dietro front dell'ultima ora, sarebbe in predicato di lasciare la triplice parrocchia del centro storico. Quando arrivò dal Brasile, nel 2005, i suoi nuovi parrocchiani gli regalarono una bicicletta. Domani gli sarà necessario un mezzo più potente visto che ad attenderlo c'è la zona di Bedonia, nel Parmense, ma in diocesi di Piacenza-Bobbio. Il trasferimento, se dovesse venire confermato, sarebbe comprensibile all'interno delle politiche diocesane sulla pastorale della montagna; politiche che verranno rese note proprio questa mattina dal vescovo Gianni Ambrosio, in occasione della Festa del Sacro Cuore. Nelle tre parrocchie del centro storico - sempre accorpate - dovrebbe arrivare da Tarsogno il parroco don Roberto Mazzari (65 anni), già segretario personale del vescovo Enrico Manfredini. Altra nomina in cantiere sarebbe quella di don Gigi Bavagnoli (58 anni) a parroco di Pontedellolio. Don Bavagnoli già da qualche mese presta servizio nella borgata della Valnure dove ha accompagnato i ragazzi alla cresima. Assieme al novello sacerdote don Giuseppe Piscina (36 anni) dovrebbe rimanere come parroco. L'attuale pastore, don Renzo Corbelletta (69 anni), originario di Borgotaro, ritornerà nelle vallate parmensi dove presterà il proprio servizio pastorale, forse a Tarsogno.
Dalla Val Taro dovrebbe spostarsi più a valle don Piero Lezoli (59 anni), attualmente rettore del seminario di Bedonia che lascerebbe appunto a don Frazzani. Come prossima destinazione si parla di una parrocchia della Val Nure. Ritornando in città, nelle prossime settimane, sarà formalizzata la nomina di don Fabio Galli (38 anni) a parroco di Sant'Antonio. Alla fine dell'estate è poi previsto il rientro in Italia di don Sergio Agosti (49 anni), un sacerdote fidei donum, prestato "in nome della fede" alla diocesi di Manila, Filippine, dove dal 2007 è vice rettore del seminario Redemptoris Mater, gestito dalle comunità neocatecumenali. Don Agosti sarebbe destinato a diventare parroco di un'importante parrocchia della diocesi. Infine le nomine già ufficializzate la settimana scorsa, sulle quali non si può sbagliare. Il vicario generale monsignor Giuseppe Illica si occuperà d'ora in poi anche del servizio del Catecumenato. L'ufficio diocesano, diretto fino a ieri da monsignor Giuseppe Busani, si occupa del percorso spirituale dei nuovi cristiani, di coloro che da altre religioni o anche sette approdano in età adulta al cattolicesimo. Come consuetudine, nella veglia di Pasqua, ricevono i sacramenti cristiani. Confermato assistente ecclesiastico provinciale dell'Mcl don Claudio Carbeni, l'ospedale di Piacenza annovera oggi un nuovo prete nella cappellania sempre diretta da don Virgilio Zuffada: si tratta di don Angelo Brigati che, rientrato in diocesi, ha nel suo curriculum un periodo trascorso nella cappellania dell'ospedale di Teramo. Infine don Mario Tambini è il nuovo cappellano di San Dalmazio e della Confraternita dello Spirito Santo al posto di don Mauro Stabellini, oggi fuori diocesi.
fed. fri.


16/06/2011 Libertà

venerdì 17 giugno 2011

Clero, le prime nomine

Con Atto proprio di S. E. Mons. Vescovo il M. R. Illica mons. Giuseppe,
attuale Vicario Generale, è stato nominato responsabile del Servizio per il
Catecumenato "ad quinquennium".

Con Atto proprio di S. E. Mons. Vescovo il M. R. Carbeni don Claudio,
attuale Vicario episcopale territoriale, è stato confermato nell'incarico di
Assistente ecclesiastico provinciale del Movimento Cristiano Lavoratori.

Con Atto proprio di S. E. Mons. Vescovo il M. R. Brigati don Angelo è stato
nominato Cappellano presso il Presidio Ospedaliero di Piacenza.

Con Atto proprio di S. E. Mons. Vescovo il M. R. Tambini don Mario è stato
nominato Cappellano della Confraternita dello Spirito Santo eretta
nell'Oratorio Ducale di San Dalmazio in Piacenza e rettore del medesimo
oratorio.

Piacenza 10 giugno 2011 dalla Curia Vescovile di Piacenza

Consiglio presbiterale, nominati i rappresentanti

Ieri mattina, nell'ambito delle celebrazioni della festa del Sacro Cuore,
tradizionalmente dedicata al clero diocesano, il Vescovo mons. Gianni
Ambrosio, dopo la celebrazione della Messa nella cappella del Seminario
vescovile di via Scalabrini, nell'aula magna dello stesso istituto ha tenuto
la relazione al clero diocesano sui probemi della diocesi.
Tema di quest'anno la pastorale della montagna.

Al termine della relazione del Vescovo, i sacerdoti hanno eletto i loro
cinque rappresentanti nel nuovo Consiglio Presbiterale (il decimo ha
concluso, infatti, recentemene il proprio mandato quiquennale e dal prossimo
settembre inizierà l'attività l'undicesimo).

Sono stati eletti i sacerdoti:

don Giuseppe Basini,
don Federico Tagliaferri,
don Stefano Segalini,
don Paolo Cignatta,
don Ezio Molinari.
(Mons. Lino Ferrari ha rinunciato in quanto la zona della Val Tidone già
ampiamente rappresentata).

Questi ciqnue sacerdoti si aggiungono ai sette eletti nei vicariati:

don Giovanni Costantino (città),
don Roverto Isola (Val Tidone),
don Giuseppe Rigolli (Val d'Arda),
don Gianni Riscassi (Bassa Trebbia),
don Alfonso Calamari (Bedonia),
don Mario Poggi (Bobbio),
don Stefano Garilli (Val Nure).

Per completare la rosa dei componenti eletti del Consiglio Presbiterale
manca ancora il rappresentante dei Religiosi.

Il Consiglio Presbiterale è poi formato da membri di diritto e da quattro
scelti direttamente dal Vescovo.

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Il Vicario Generale, al termine, ha ricordato che giovedì prossimo, 23
giugno, alle 20,30, a Piacenza, partendo dalla Cattedrale, si terrà la
processione del Corpus Domini;

i sacerdoti, che fossero disponibili durante l'estate a collaboirare con i
confratelli della monstgna, sono pregati di mettersi in contatto con il
Vicario Generale.

Ambrosio: nella Chiesa spazio ai laici

Festa del Sacro Cuore
16 giugno 2011


Relazione del Vescovo mons. Gianni Ambrosio


La pastorale della montagna (e non solo):
segni di speranza con risorse limitate

Ringrazio tutti voi che manifestate, con la vostra partecipazione alla festa del Sacro Cuore, il desiderio di accrescere la nostra fraternità sacerdotale. Così mentre festeggiamo il Sacro Cuore di Gesù, accogliamo il messaggio fondamentale del Vangelo: Dio è amore. In modo suggestivo l’icona del Sacro Cuore di Gesù ci sospinge ad amarci gli uni gli altri rendendo così visibile l’amore di Dio che è in noi.
In questo spirito di fraternità e di comunione, riflettiamo insieme sulla nostra missione per poter operare insieme, in una pastorale non a caso detta ‘pastorale di insieme’, che affronta le sfide del tempo e del territorio, condividendo le attenzioni e le iniziative per rendere più missionaria la nostra azione ecclesiale. Le indicazioni che offrirò nascono dall’amore alla nostra Chiesa diocesana. Sono certo che questo amore coinvolge tutti noi, sacerdoti, come coinvolge anche tutti i fedeli laici, perché l’amore non fa distinzioni, neppure tra sacerdoti e laici. Tutti siamo chiamati ad amare la Chiesa diocesana, nostra madre. E nella Chiesa nostra madre, la misura dell’amore non è data unicamente dal lavoro che compiamo, dal ruolo che svolgiamo, dall’importanza che noi diamo a quel lavoro e a quel ruolo. Al primo posto sta l’amore: così siamo nella Chiesa e lavoriamo come Chiesa, sapendo che nell’amore il lavoro porta frutti. Proprio perché amiamo la Chiesa diocesana, la sentiamo nostra e ci facciamo carico di essa, vivendo in amicizia e in solidarietà con tutti i suoi membri.
Come sappiamo, nello scorso mese il decimo Consiglio Presbiterale ha concluso i suoi lavori: in cinque anni ha tenuto ventisette assemblee. Gli argomenti, oggetto di riflessione e di dibattito, sono stati parecchi. Tra questi spicca l’argomento “Pastorale della montagna”, con un documento presentato all’assemblea il 2 dicembre 2010 e votato il 3 febbraio 2011. Il Consiglio Presbiterale ha ritenuto di affidare a questo nostro incontro il compito di indicare alcuni orientamenti pastorali di attuazione. Alla luce della riflessione e del dibattito confluito nel documento, volentieri cerco di mettere a fuoco e di precisare alcune linee direttive. A fondamento di queste impegno ci deve essere una rinnovata presa di coscienza del nostro essere Chiesa e della nostra corresponsabilità pastorale che, in nome di Cristo, siamo tutti chiamati ad esercitare. Su questo aspetto è necessario soffermarsi, innanzi tutto per collocare la questione della pastorale della montagna all’interno della nostra pastorale diocesana. Considero inoltre queste indicazioni pastorali frutto di quella Missione Popolare diocesana che stiamo realizzando con l’aiuto dello Spirito Santo.

1. Il dono e l’impegno della comunione

Permettetemi di ripetere ciò che dissi lo scorso anno: “Siamo qui per condividere l’amicizia tra noi, come fratelli che vivono nell’unico presbiterio. E soprattutto siamo qui a condividere l’amicizia con il Signore Gesù. Perché la fraternità del presbiterio è in stretta connessione con la nostra identità di presbiteri, che si fonda sul nostro essere discepoli, sulla relazione di amicizia con Gesù, sul rimanere nel suo amore (Gv 15,9)”.
Proprio nell’amicizia con il Signore Gesù e tra noi, desidero ringraziare Dio insieme a tutti voi per il bene che ci ha dato di compiere nelle forme e nei modi più diversi. Penso a voi, cari parroci, che non vi risparmiate nel guidare le comunità a voi affidate. Sento il dovere di manifestare a tutti il mio apprezzamento per il lavoro che svolgete con dedizione e con entusiasmo. Resto spesso ammirato nel vedere la grande sensibilità nell’esercizio del vostro ministero presbiterale e la generosa dedizione dell’intera esistenza al Signore. Sono certo che, nonostante le difficoltà, che non mancano, voi non vi lamentate per il “pondus diei et aestus”, il peso del giorno e il caldo, come invece avvenne per i lavoratori della parabola evangelica che hanno sopportato il peso della giornata e il caldo (Mt 20,12). Semmai, ma la cosa è comprensibile e certamente non in contrasto con l’insegnamento evangelico, per molti si fa sentire il pondus annorum, il peso degli anni, così come appare a tutti pesante il cumulo di responsabilità che il ministero comporta. Permettete che rivolga una speciale parola di affetto a quanti sono i più anziani e che continuano a svolgere generosamente e in varie forme il ministero pastorale. Sono convinto che esista un eroismo quotidiano, spesso nascosto, nei nostri sacerdoti, l’eroismo di chi sa bene che la bellezza e la grandezza del sacerdote consistono nell’essere servi del gregge del Signore, un gregge da servire fedelmente nella quotidianità, davanti a Dio.
Vorrei che da parte di tutti fosse genuino e doveroso il canto del ringraziamento per la bellezza del nostro ministero, bellezza non oscurata dalla opacità dei nostri limiti, dalla stanchezza dell’età e del lavoro e dalle nostre molte insufficienze. Vorrei pure rendere grazie con tutti voi per il cammino, lento ma continuo, di comunione: sappiamo che questo è l’anelito del Cuore di Cristo e non può non essere desiderio vivo di tutti noi. In questa crescita di comunione tra noi, non dimentico il servizio di comunione che ogni pastore è chiamato a svolgere perché siano buone le relazioni all’interno della comunità e perché sia sincero il dialogo con ogni persona di buona volontà. Così la nostra Chiesa è segno di Dio nella storia, come ci ricorda il primo numero della Lumen Gentium: “la Chiesa è, in Cristo, in qualche modo il sacramento, ossia il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano”.
Certo, non sempre il segno è trasparente, lo sappiamo. Per questo all’inizio della celebrazione eucaristica, confessiamo a Dio i nostri peccati e invochiamo la preghiera dei nostri fratelli, quelli che sono in cammino con noi e quelli giunti alla beatitudine: “precor (…) et vos, fratres, orare pro me ad Dominum Deum nostrum”. Nella certezza della misericordia di Dio e della preghiera dei fratelli, possiamo sempre essere operatori di comunione, considerando tutti come fratelli da amare e da aiutare con tutto noi stessi, sull'esempio di Cristo. Chiediamo con insistenza che il Risorto effonda su tutti noi il suo Santo Spirito perché si compia il desiderio del Padre: che tutti abbiano la vita, la vita di Dio, la vita di amore e di comunione. Lo Spirito ci renda partecipi della comunione trinitaria, ci faccia vivere della stessa vita della SS. Trinità. Questo mistero di comunione è fonte di fiducia e di speranza anche per la nostra vita pastorale. Se ci lasciamo condurre dallo Spirito di comunione, rafforziamo non solo la fraternità sacerdotale ma intensifichiamo anche la comunione ecclesiale e la corresponsabilità di tutti i fedeli. Ciascuno porta nella vita ecclesiale le sue qualità ma anche i suoi limiti e le sue pigrizie: tutti diventiamo più disponibili alla generosità, pur sapendo che siamo segnati da molte inerzie e da molte fatiche. La vastità del nostro territorio, la diversità dei luoghi e la complessa tipologia della popolazione sono una caratteristica del nostra realtà ecclesiale: sono una ricchezza grande e bella, ma esigono anche un laborioso impegno per edificare la comunione ecclesiale. Coltiviamo con particolare cura questo impegno a tutti i livelli, perché cresca la comunione entro le singole comunità e tra le comunità all’interno delle unità pastorali, nel vicariato e nella diocesi.

2. La pastorale della montagna e la chiesa diocesana

La pastorale della montagna è questione di tutta la diocesi. Sappiamo bene che due terzi della nostra diocesi è territorio collinare e montagnoso, un territorio, peraltro, molto vasto e anche molto complesso nella sua articolazione geografica. Sappiamo pure molto bene, come il documento evidenzia, ciò che questa situazione comporta: spopolamento, età media elevata, scarsità di attività economica locale, minor presenza di servizi. Nel documento presentato si accenna anche allo “spopolamento pressoché totale in un discreto numero di casi”. Questo cenno allo spopolamento quasi totale mi ha richiamato alla mente una relazione che ho avuto modo di leggere in questi giorni, una relazione sui molti ‘paesi fantasma’ o ‘borghi abbandonati’ della nostra Italia, paesi di origine antica con una propria identità e una propria storia, un tempo abitati ma poi lentamente abbandonati o quasi abbandonati. Anche se è difficile definire i criteri per identificare e classificare questi cosiddetti ‘borghi abbandonati’, nella relazione si afferma che “questa realtà (è) composta da 5.838 ‘paesi abbandonati’”. È una cifra davvero notevole: essa “rappresenta infatti il 72% di tutti i comuni italiani (sono circa 8.000 i comuni italiani)” (G. A. Montoli, Paesi fantasma e borghi da vivere: un patrimonio italiano, in Maggi Group Real Estate, Rapporto 2010. L’andamento del mercato immobiliare. Focus su Piacenza, Lodi e Milano, XI Edizione, Anno 2011, p. 25).
È difficile dire se la nostra situazione diocesana rifletta o accentui una situazione largamente diffusa in molte altre diocesi dell’Italia. In ogni caso, la descrizione della situazione del nostro territorio attuata nel documento presentato al Consiglio Presbiterale è precisa e anche severa: nel documento non si esita a parlare di mancanza di “prospettiva di futuro”, in quanto mancano l’economia, il lavoro, i servizi in molte zone collinare e montagnose della nostra diocesi.
Noi non siamo certamente in grado di offrire prospettive di futuro rispetto alla situazione economica-lavorativa. Ma dobbiamo offrire segni di speranza, come già è stato fatto nel passato. Sapendo però che, a differenza del passato, le risorse disponibili sono assai limitate: è molto diminuito e diminuirà di molto il numero dei sacerdoti a sevizio delle comunità. Sapendo anche che, per continuare ad essere un segno di speranza in montagna, come anche negli altri territori e nei diversi ambienti di vita (pensiamo in particolare alla pastorale giovanile e vocazionale), noi dobbiamo attuare innanzi tutto forme di pastorale di insieme: è una necessità urgente. Così come è necessario e urgente ritrovare ciò che è veramente essenziale nella nostra missione: altro punto, questo, meritevole di approfondimento.

3. Il cammino verso la corresponsabilità

I segni di speranza che provengono dal passato anche recente della nostra Chiesa sono tanti. Grazie alla receptio dell’insegnamento conciliare e al Sinodo diocesano (1987-1991), la nostra Diocesi ha preso coscienza di essere popolo di Dio, invitato a diventare sempre più vivo e operoso nel cuore della vita, nei paesi come nella città, attraverso l’azione coordinata e responsabile di tutte le sue componenti. La Missione popolare in preparazione al Grande Giubileo del 2000 ha consentito alla nostra comunità ecclesiale di prendere coscienza del fatto che il mandato di evangelizzare non riguarda solo alcuni ma tutti i battezzati. La Missione popolare che stiamo realizzando in questi anni va nella stessa direzione: far maturare in noi, battezzati in Cristo Gesù, la gioiosa consapevolezza di appartenere all’unico popolo di Dio e di diventare narratori della speranza cristiana in tutti i luoghi e in tutti gli ambiti.
Non deve stupire se la Missione popolare vuole innanzi tutto promuovere la crescita missionaria di quanti sono già assidui nelle parrocchie: essi sono il nucleo della comunità e devono diventare il fermento per tutti gli altri. Queste comunità hanno la gioia di riscoprire la loro identità e la loro capacità di annuncio e di testimonianza, lasciandosi educare all’ascolto orante della Parola di Dio e accogliendo le domande, spesso inespresse, dei fratelli bisognosi di luce.
La Missione non si rivolge alle persone considerandole solo come destinatarie di un messaggio, ma sono piuttosto chiamate a rispondere a un invito, anzi all’invito di Cristo. Noi siamo Chiesa, perché Cristo, Parola eterna del Padre, ci convoca, ci raduna, ci immette nella sua amicizia, ci fa suo popolo, ci invia a continuare la sua missione.
Si tratta di risvegliare in tutti noi la fede in Dio e il nostro essere Chiesa. Perché la fede ecclesiale è per tutti un segno della presenza dell’amore di Dio e deve esserlo in modo sempre più limpido e riconoscibile. La fede è relazione profondamente personale con Dio, ma con una essenziale componente comunitaria. Ravviviamo questi legami che sono inseparabili: il legame intimo e personale con Dio e il legame con la comunità, sperimentando la bellezza e la gioia di essere uniti al Padre e di essere uniti ai fratelli e alle sorelle. Vivere la relazione di figlio e di fratello/sorella è particolarmente importante oggi. Lo è per tutti, lo è in particolare per i giovani, maggiormente esposti al crescente individualismo della cultura odierna che, come ben sappiamo, comporta come inevitabili conseguenze l’indebolimento dei legami interpersonali e l’affievolimento delle appartenenze. Nella fede in Dio siamo uniti nel Corpo di Cristo e diventiamo partecipi della sua relazione con il Padre: così, tutti uniti nello stesso Corpo, esperimentiamo e viviamo la comunione tra di noi.

Molta strada tuttavia resta ancora da percorrere. Troppi battezzati non si sentono parte della comunità ecclesiale e vivono ai margini di essa. Pochi sono, in proporzione al numero degli abitanti delle parrocchie, i fedeli laici che sono pronti a rendersi disponibili per lavorare nei diversi campi. O forse non siamo ancora in grado di suscitare vocazioni alla corresponsabilità, capaci di rispondere all’invito della missione. Sappiamo che non è semplice passare dalla considerazione dei fedeli laici come nostri ‘collaboratori’ – di noi, sacerdoti – al riconoscimento di ‘corresponsabili’ dell'essere e dell’agire della Chiesa, favorendo il consolidarsi di una coscienza solida in tutti i battezzati di essere Chiesa. Non è facile, ma dobbiamo renderci conto che questa è la strada da percorrere. Non è una scelta, come a volte si dice, è una strada obbligata: proprio per questo deve essere scelta perché sia la nostra strada. Mai dimenticando che questo passaggio non diminuisce affatto la responsabilità dei parroci. Occorre un cambio di mentalità che ci interpella come sacerdoti, così come interpella i fedeli laici. Nel rispetto delle vocazioni diverse e dei ruoli dei ministri ordinati e dei laici, occorre promuovere la corresponsabilità di tutti i membri del popolo di Dio.

4. La sfida della trasmissione della fede

Pur sapendo bene che le difficoltà di vario genere non mancano, noi, per essere fedeli al mandato del Signore, non possiamo rassegnarci alla conservazione dell’esistente. Anche perché vi sono ormai segnali che ci costringono a constatare l’incepparsi della trasmissione della fede, soprattutto in riferimento alle nuove generazioni. Questa è la grande sfida da affrontare, come ci viene indicato dal Santo Padre e dagli Orientamenti pastorali della Chiesa italiana. Questa sfida vale sia per la montagna che per la pianura, sia per i piccoli centri che per la città di Piacenza e di altri contesti urbani.
Il Signore ha mandato i suoi discepoli nel mondo e continua a inviare anche noi per la missione senza indicarci con precisione le vie da percorrere, senza offrirci una strategia definita. Ma il Signore ci ha assicurato la sua presenza: questa è la certezza di fondo. E questo è l’invito di Gesù, anch’esso fondamentale: praticare il suo stile, lo stile di Gesù. Noi siamo al suo sevizio: è lui che, con lo Spirito, chiama e attrae a sé per offrire a tutti la vita e la gioia piena.
Fiduciosi nella grazia dello Spirito, che Cristo risorto ci ha garantito, dobbiamo far fronte alla sfida della trasmissione della fede. Non solo e non tanto per il ‘fare’ della nostra Chiesa, ma per l’ ‘essere Chiesa’, non solo per migliorare o riformulare l’impostazione pastorale in montagna e in pianura, ma per aiutarci ad essere popolo di Dio nel Corpo di Cristo, per non smarrire la nostra identità e per non venire meno alla nostra missione.
La Chiesa esiste per la missione e nello stile evangelico affronta le sfide. Nella nostra realtà diocesana sono molti i frutti della missione ecclesiale del passato, missione che ha segnato la storia, il costume, il volto delle comunità. Passando nelle vallate, non si può fare a meno di scorgere i tanti campanili, segni di una tradizione ricca e coraggiosa. Forse oggi a noi risultano troppi questi campanili, sia per il ridotto numero di sacerdoti sia per le molte strutture, che esigono cura, tempo e danaro. Ma non possiamo non esser stupiti e ammirati nel vedere i tanti segni della fede del popolo di Dio che, pur nelle ristrettezze economiche e nelle difficoltà dei tempi, ha pensato alla trasmissione della fede e ha favorito il senso di appartenenza ecclesiale, conservando con cura le antiche chiese o costruendo nuove chiese. Anche per i cristiani dei secoli passati non è stato semplice né facile porre segni di speranza. Ma l’hanno fatto con fiducia e con gioia. La memoria di questi nostri fratelli dice a noi che occorre partire da qui, dalla fiducia e dalla gioia. Questo è l’atteggiamento di fondo dei discepoli del Cristo Risorto. La fiducia e la gioia sono la base della vita credente e sono la prima forma della missione. Noi sacerdoti e le nostre comunità dobbiamo aprici a questo dono pasquale. Così nella nostra preghiera, nella pratica della fraternità, nella pienezza di umanità, nella carità vissuta come pratica quotidiana attestiamo la bellezza dell’opera di Dio che in Cristo ci ha riconciliati in lui e ha invitato noi a fungere da ambasciatori, come se Dio esortasse per mezzo nostro: “vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio” (cf 2 Cor 5, 17-20).

5. La vicinanza

La vicinanza della Chiesa alle persone e al territorio – la parrocchia come casa tra le case – è l’attenzione pastorale di base. Nel passato questa vicinanza è stata espressa sia in montagna (non sopprimendo le parrocchie, anche se molto piccole) come anche nelle periferia di Piacenza, con la costruzione di nuove parrocchie. Come la parrocchia è casa tra le case, così è il prete, uomo in mezzo agli uomini: per favorire l’incontro delle persone con Cristo.
Come esprimere la vicinanza della Chiesa senza riferirci esclusivamente all’edificio-chiesa, al campanile e neppure alla figura del sacerdote? Certo, siamo ben consapevoli dell’importanza del parroco in una comunità. Nella Nota pastorale dei vescovi italiani Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia troviamo scritto: “senza sacerdoti le nostre comunità presto perderebbero la loro identità evangelica, quella che scaturisce dall’Eucaristia che solo attraverso le mani del presbitero viene donata a tutti” (n.12).
Allora ci poniamo seriamente la questione: come esprimere la vicinanza della Chiesa, sapendo che i sacerdoti sono pochi (e diminuiranno di molto) e che la comunità cristiana, che ha bisogno di nutrirsi dell’Eucaristia, non potrà gioire di questo dono ogni domenica. Credo che, come è già avvenuto in altre fasi della nostra storia cristiana, il futuro della vita cristiana e della nostra Chiesa dipendano dalla missionarietà di tutto il popolo di Dio e dal moltiplicarsi di piccole comunità o di gruppi di fedeli, come ‘luoghi’ dove è possibile sperimentare la fede in Cristo, organizzare la speranza ed esercitare la carità.

6. La qualità della celebrazione eucaristica

Spesso la pastorale della montagna – ma, in verità, non solo la pastorale della montagna – sembra essere ricondotta alla celebrazione domenicale dell’Eucaristia, come se non contassero gli altri giorni della settimana e come se non esistessero altre forme di celebrazione.
Riconosciamo tutti la centralità dell’Eucaristia: Ecclesia de Eucharistia è il titolo dell’ultima enciclica pubblicata dal beato Giovanni Paolo II (17 aprile 2003). Sappiamo pure molto bene l’importanza della celebrazione domenicale dell’Eucaristia. La Chiesa come popolo che “Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di lui” (1 Pt 2,9) si edifica e cresce con l’Eucaristia.
Ma dobbiamo chiederci con onestà se nelle nostre celebrazioni proclamiamo le opere meravigliose di Dio e se edifichiamo veramente la comunione. Dobbiamo con serietà domandarci se il nostro modo di celebrare l’Eucaristia ci introduce alla bellezza del mistero, se alcune nostre celebrazioni sono davvero celebrazioni della liturgia cristiana, se sono “la modalità con cui la verità dell'amore di Dio in Cristo ci raggiunge, ci affascina e ci rapisce, facendoci uscire da noi stessi e attraendoci così verso la nostra vera vocazione: l’amore» (Sacramentum caritatis n. 35).
Nulla di strano in questi interrogativi: dobbiamo sempre nuovamente imparare a custodire – vorrei anche dire, spero senza eccedere – e imparare a difendere la celebrazione eucaristica perché manifesti, comunichi, attraverso i segni sacramentali, la vita divina e riveli agli uomini e alle donne il volto della Chiesa. Dobbiamo custodire, e forse anche difendere, la celebrazione eucaristica per offrire alla comunità la grazia di sperimentare la bellezza del mistero di Cristo, la gioia di essere ‘assemblea’ convocata. Pensiamo anche al sacerdote celebrante e chiediamoci come possa svolgere il suo servizio nella rincorsa affannosa delle varie celebrazioni.
Stiamo per celebrare il Congresso eucaristico nazionale, che si terrà ad Ancona il prossimo mese di settembre. Ritengo che nelle diverse comunità, oltre ai momenti di celebrazione in sintonia con la Chiesa italiana, vi possano essere anche momenti di approfondimento per aiutarci a ricuperare il senso genuino della celebrazione eucaristica.

Possiamo e dobbiamo procedere con fiduciosa convinzione in questa direzione. Anche per evitare la contro-testimoninanza di ciò che è la Chiesa. Sarebbe infatti molto strano se la Chiesa, “sacramento visibile dell’unità” dell’umanità, contribuisse, con una artificiosa suddivisione della comunità ecclesiale in minuscole parrocchie, ad accrescere il senso della frammentazione, anziché a porre segni di unità. Naturalmente questi segni di unità sono da porre non solo a livello celebrativo, ma anche a quello della concreta vita quotidiana della comunità ecclesiale e, quindi, dell’effettiva testimonianza di vicendevole servizio, di corresponsabilità dell’animazione delle comunità, di preghiera fatta insieme, di meditazione della Parola di Dio.
La direzione su cui procedere può contribuire a valorizzare sul serio le Unità pastorali, che in alcuni casi necessitano di revisione. Credo anche che, per valorizzare l’Unità pastorale, occorra soprattutto valorizzarne il centro, puntando decisamente su quelle comunità che hanno più servizi, specie scolastici e sociali. È a partire da un centro che si pensa e si lavora pastoralmente, dando così volto e figura all’Unità pastorale in una logica integrativa e in una visione di pastorale d’insieme. Questo spostamento di attenzione pastorale è molto importante: si tratta di mettere in conto un po’ di movimento, forse più nella nostra mente di ‘chierici’ che non in quella dei fedeli laici. Se la Chiesa ha un compito di sostegno nella ricerca della salvaguardia delle piccole comunità, essa deve dare il proprio contributo offrendo la testimonianza dell’unità. E questo vuol dire concretamente che offriamo un futuro alle nostre piccole parrocchie se le aiutiamo anche a convergere verso centri più popolati, in modo che vi sia una maggiore corrispondenza tra la comunità ecclesiale e la concreta realtà umana e culturale dei nostri paesi, assicurando la nostra vicinanza anche con celebrazioni significative.

7. L’équipe animatrice e il referente parrocchiale

Nel documento presentato al Consiglio presbiterale si legge: “si sta cercando di far nascere la figura, oltre quella del parroco e del diacono, del referente parrocchiale che tenga i rapporti tra il parroco e la singola parrocchia”. Accolgo la proposta: ritengo che si debba procedere su questa strada, in quanto l’esigenza è seria e merita di essere attuata. Suggerisco qualche spunto di approfondimento e un possibile cammino.
Innanzi tutto si tratta di dare effettivo spazio al riconoscimento di un compito diversificato ma condiviso all’interno dell’unica missione, come ci è stato ricordato dal Concilio Vaticano II (cf Apostolicam actuositatem, n. 2). Possiamo fare ricorso alla categoria di ‘ministero’ per caratterizzare i diversi profili vocazionali di quest’unica missione. Ma non dimentichiamo che questa categoria di ministero è ancora molto ecclesiastica. Ho il sospetto che il suo uso in riferimento alle vocazioni laicali abbia rischiato, e rischi tuttora, di non rispettarne la vera natura. Quindi facciamo pure ricorso a questo termine, ma con una certa prudenza, per evitare visioni molto clericali, al di là delle nostre lodevoli intenzioni. Il Concilio Vaticano II ha invitato i sacerdoti a immaginare e valorizzare il panorama vocazionale partendo dalla vocazione laicale ed esprimendola al plurale con questa espressione: “charismata laicorum multiformia” (Presbyterorum ordinis, n. 9, EV 1/1272).

Non è il caso, mi sembra, di precisare a priori la figura del referente pastorale, ma di farla crescere all’insegna della ministerialità, facendo leva sulla disponibilità, sulla cooperazione, sul volontariato. Forse non è neppure il caso di soffermarsi più di tanto sulla questione del nome ‘referente’, che in alcuni posti ha assunto una connotazione anche giuridica, con il rischio di non favorire né la comunione né la pastorale di insieme. Poiché si tratta di caratterizzazioni vocazionali-ministeriali che corrispondono a criteri di servizio ecclesiale, queste figure, più che di precisazioni teoriche, dovranno soddisfare a condizioni di natura operativa. Andranno quindi valutate secondo la loro valenza pratica, in base alle scelte verso cui muovono, agli equilibri di valori che orientano, al servizio che prestano. Oltre che pratici, saranno poi i giudizi storici che diranno se, nel tempo, queste caratterizzazioni avranno promosso veramente la missione evangelizzatrice della Chiesa in un rapporto vivo e stretto tra Chiesa, vita quotidiana e territorio, nella fedeltà allo Spirito e ai suoi segni nei tempi.
Si tratta di partire da una disponibilità laicale che spesso esiste di fatto, quasi spontanea oppure già voluta dal parroco e in qualche modo riconosciuta dalla gente. Spesso questo servizio informale è limitato a una sola persona, attiva da tempo e assai generosa. Si tratta di allargare il senso di questa ministerialità diffusa, valorizzandola, promuovendola, precisandola. Senza cadere in vuote formalità e senza enfatizzare la responsabilità – si richiede un servizio che è possibile a tutti coloro che amano la Chiesa di cui sono membri –, occorre impegnarsi per far crescere la disponibilità a servire la comunità parrocchiale perché sia viva e svolga la sua missione.
Più che puntare su una singola persona, è quanto mai opportuno favorire la crescita di un gruppo di persone capaci di aiutare la comunità a non essere passiva, ma protagonista, lavorando insieme in modo coordinato, facendo sintesi delle varie esigenze. Una équipe animatrice del territorio, composta da tre o quattro membri, è già un grande segno di responsabilità battesimale e di missione evangelizzatrice ed è già quella prossimità dell’azione della Chiesa che agisce, come lievito, nel vissuto umano, con percorsi di missione semplici e immediati (dalla visita all’ammalato e alle famiglie ad altri servizi pratici).
Sarà opportuno prendere in attenta considerazione la proposta dell’équipe animatrice perché dalle esperienze in atto nei vari paesi si ricava che sono queste piccole comunità a offrire frutti migliori rispetto alle figure singole di ‘referenti’ od ‘operatori pastorali’. Infatti le figure singole, senza essere inserite in un piccolo gruppo, rischiano di non essere sempre l’espressione della prossimità, della comunione, della collaborazione (come ad esempio è avvenuto nella Chiesa tedesca, ed anche in altri luoghi in cui la figura del referente si è molto clericalizzata e burocratizzata).
Tramite questa équipe animatrice, in cui già vi sono funzioni diverse, tutte al servizio della comunità, si potrà successivamente individuare qualcuno (uomo o donna, anziano o giovane) cui viene chiesto il servizio di coordinamento per venire incontro all’esigenza di rendere non solo viva ma unita la comunità parrocchiale.
Queste indicazioni valgono per ogni realtà parrocchiale. Ma soprattutto nelle parrocchie ove il presbitero non è residente, è necessario che la comunità parrocchiale, a cominciare dal parroco o dall’amministratore parrocchiale, si senta impegnata ad una azione di promozione e di discernimento per arrivare poi a fare la proposta di servizio a qualche fedele laico riconosciuto idoneo e stimato dalla popolazione. Il servizio potrà essere precisato per tappe, da percorre con il parroco, passando da una collaborazione di base, minima ma sempre preziosa, ad responsabilità più articolata e continua.
Naturalmente si dovrà pensare alla formazione delle persone che si rendono disponibili per far parte delle équipe animatrici e diventare poi coordinatori o referenti pastorali. Vista la nostra situazione geografica che rende difficile la partecipazione a iniziative diocesane organizzate a Piacenza, si dovrà pensare di dare vita nei vari territori a momenti di formazione secondo una proposta diocesana. Si tratta di favorire un accompagnamento formativo non solo teorico ma anche pratico (partecipando in modo collaborativo nel Consiglio pastorale, ad esempio: l’occasione è buona perché l’Unità pastorale abbia il suo Consiglio pastorale), mirato non solo alla crescita della vita cristiana ma anche della ecclesialità concreta che si esprime in rapporti reciproci costruttivi sia con la comunità che con il parroco. Si dovrà anche pensare ad un mandato comunitario, pubblico, temporaneo, in cui far risaltare la ministerialità, la vocazionalità, la volontarietà, lo spirito di servizio, le relazioni di gratuità e di comunione.
Concludo. Sarà bene ricordare che la missione ecclesiale non si fonda sulle nostre capacità umane, ma sullo Spirito, sul suo dinamismo e sulla sua grazia. Ciò che è avvenuto per gli apostoli, diventati testimoni coraggiosi e resi capaci di trasmettere la loro fede in Gesù risorto, avviene anche in noi e avviene anche nelle nostre comunità. Lo Spirito Santo ci dona la capacità di dire e di testimoniare che Gesù è il Cristo, con ‘franchezza’, con entusiasmo, con fiducia. Invochiamo allora lo Spirito Santo e lasciamolo agire in noi, per avere anche in noi entusiasmo e fiducia e per donare entusiasmo e fiducia alle nostre comunità.

Adempimenti e incarichi

- Affido a ogni parroco il compito di dare lettura, almeno sintetica, di questi orientamenti nelle prossime riunioni del Consiglio pastorale della parrocchia, dell’Unità pastorale (ove esiste) e nei gruppi parrocchiali per discutere insieme come cercare di attuarli.
- Incarico i Vicari Episcopali territoriali e i Moderatori delle Unità pastorali di promuovere una valutazione coordinata delle celebrazioni eucaristiche domenicali e di riflettere insieme sull’attuazione degli orientamenti indicati.
- Incarico il Vicario Generale e i Vicari episcopali territoriali di promuovere i necessari confronti per favorire le forme più opportune per un cammino orientato ad un’effettiva pastorale di insieme, con una pratica pastorale più condivisa, nelle Unità pastorali e nelle zone pastorali. Una particolare attenzione deve essere dedicata alla pastorale giovanile, coinvolgendo il Direttore della Pastorale giovanile.
- Incarico il Vicario Generale e i Vicari territoriali di dare vita a uno scambio tra le comunità ecclesiali di montagna e di pianura. Iniziamo già con il prossimo periodo estivo, trovando alcuni sacerdoti disponibili per le celebrazioni domenicali in montagna, ma pensiamo anche all’inverno per vedere se vi è la possibilità di un aiuto infrasettimanale da parte di sacerdoti che operano in montagna.
- Incarico il Vicario generale, insieme al Vicario della pastorale, ai Vicari territoriali e ai direttori degli Uffici della Curia di dare vita a momenti di formazione specifica per le persone che si rendono disponibili per animare la comunità, per nuovi percorsi di missione, per il coordinamento della parrocchia come possibile referente. Si preveda anche una possibile forma di ‘mandato’ sia al piccolo gruppo di animazione sia possibile referente. Si esamini anche l’opportunità o l’obbligatorietà di inserire queste persone nell’Associazione Priscilla.
- Incarico l’Economo diocesano, insieme al Vicario Generale, al Direttore dell’Ufficio beni culturali e a un gruppo di consulenti, di valutare e attuare ciò che può essere fatto per una maggior corresponsabilità laicale riferita alla gestione e alla cura degli immobili e all’amministrazione delle risorse della comunità.

+ Gianni Ambrosio, vescovo

martedì 7 giugno 2011

Morto don Oreste Bionda

E' morto questa mattina, all'ospedale civile, il sacerdote diocesano don Oreste Bionda.
Nato il 20 gennaio 1917 a San Nicolò a Trebbia, era stato ordinato sacerdote il 30 maggio 1942. Aveva iniziato il servizio pastorale come curato di Castel San Giovanni, per passare poi, con lo stesso incarico, a Bardi e in Santa Maria in Gariverto (1946).
Nel 1952 è stato nominato parroco di Mareto e il 1° marzo1972 di Saliceto.
Ha rinunciato alla parrocchia il 1° marzo 2000 ritirandosi a San Nicolò.
Recentemente era ospite della Casa del Clero.
I funerali si terranno giovedì prossimo, 9 giugno, alle ore 17, nella chiesa parrocchiale di San Nicolò a Trebbia e saranno presieduti dal vescovo mons.
Gianni Ambrosio.
Domani sera, mercoledì, alle 20,30, nella parrocchiale di San Nicolò, sarà recitato il S.Rosario.

sabato 4 giugno 2011

A don Giorgio Bosini l'Antonino d'oro 2011

I Canonici del Capitolo della Basilica di Sant’Antonino martire, sono lieti di annunciare che hanno deciso di assegnare il premio “Antonino d’oro 2011” al presbitero diocesano don Giorgio Bosini. Nato a Gossolengo (PC) il 2 novembre 1940, è stato ordinato sacerdote il 22 maggio 1965. Molti e impegnativi gli incarichi che nel tempo gli sono stati affidati. Ricordiamo le nomine a vicario parrocchiale nella comunità cittadina di Nostra Signora di Lourdes, a vice assistente diocesano ACR (Azione Cattolica Ragazzi) e a Direttore della Caritas Diocesana. Attualmente ricopre il ruolo di Economo Diocesano, di Presidente dell’Istituto Madonna della Bomba-Scalabrini e svolge il ministero di Cappellano nella Casa Madre delle Figlie di Sant’Anna. Fino allo scorso anno è stato Presidente dell’Associazione “La Ricerca”, della quale ne è stato il fondatore. Il conferimento del premio vuole essere un atto di stima e di gratitudine nei confronti di don Giorgio che da quarantasei anni vive con passione, umiltà e fedeltà il ministero sacerdotale, animato da un profondo amore a Dio e a ogni persona, in particolare se segnata dal disagio e dalla fragilità. Con le sue parole e con il suo stile di vita, abbastanza schivo e riservato, ha saputo mostrare, anche a chi non vive nell’ambito ecclesiale, il senso e la bellezza contenute nella vocazione sacerdotale. E tutto questo è un grande dono, in un contesto in cui la figura del prete è spesso esposta, per vari motivi, al rischio di perdere di significato e di credibilità agli occhi di molti, in particolare dei giovani. “La vocazione, ha affermato d. Giorgio in un recente intervista a Radio Vaticana, non è un giogo. E' un “sì” che si dice ad una scelta di vita molto bella e se uno si fida della bontà di Dio, quando uno è aperto a questo “sì”, si possono dire anche i “no” a tante cose che magari costano”. Un riconoscimento che gli viene consegnato nel momento in cui si stanno concludendo le manifestazioni celebrative del trentennale dell’Associazione “La Ricerca”. Una realtà che don Giorgio non ha mai definito come “sua creatura”, ma frutto di un impegno comune iniziato nel 1980, su richiesta del vescovo Enrico Manfredini, in seno alla Caritas diocesana. Insieme a un gruppo di volontari, prendendo come riferimento il modello terapeutico Progetto Uomo di d.Mario Picchi, d.Giorgio ha raccolto la sfida di dare una risposta al disagio giovanile e alla tossicodipendenza che, in quegli anni, si stavano diffondendo anche nella nostra città e provincia. Nel tempo l’Associazione ha poi sviluppato una serie di servizi alla persona nel tentativo di dare una risposta ai problemi non solo della droga, ma anche - ad esempio - dell’ anoressia e dell’ alcolismo. Attualmente l’Associazione La Ricerca è una struttura che può contare su una casa di accoglienza e tre comunità terapeutiche (“Emmaus”, “La Vela” e “La Luna Stellata”), ma soprattutto su un'articolata organizzazione che parte dalla prevenzione, ma passa anche attraverso la consulenza, la formazione, la progettazione, l'attività educativa e di animazione. Da non dimenticare poi che don Giorgio ha condiviso fin dall’inizio il cammino di un’altra realtà molto significativa: La Casa d’accoglienza “d.Giuseppe Venturini” per persone malate di AIDS, voluta come opera-segno della carità della nostra chiesa locale a conclusione del XVII Sinodo Diocesano. Suo intento, insieme a quello di tanti altri, è stato quello di mantenere vivo lo scopo di tale realtà, definita dai padri sinodali “come una provocazione per l'intera Chiesa diocesana a camminare sulla via del servizio e della carità operosa”. La speranza è che quanto don Giorgio ha imparato nel contatto con tanti giovani e famiglie segnate dal disagio, possa diventare patrimonio di tutti. Più volte ha affermato: “Si impara prima di tutto ad ascoltare, a guardare le persone non per come appaiono, ma per quello che sono dentro. Ho imparato l’onestà con me stesso, riconoscendo che il Signore, quando ti fa incontrare i poveri, ti dà un beneficio. Non è un problema in più. A me ha fatto crescere molto sul piano umano e nel rispondere al vero bisogno di ogni persona”. E da ultimo, occorre raccogliere il suo invito a investire nell’educazione, perfettamente in linea con gli orientamenti pastorali Educare alla vita buona del Vangelo elaborati dalla Conferenza Episcopale Italiana (CEI) per i prossimi dieci anni: “Dobbiamo puntare sulla prevenzione, sull'educazione, sulla scuola e sulla famiglia. Lavorare perché un ragazzo stia bene e non aspettare che stia male per intervenire”. Pur conoscendo la sensibilità di don Giorgio, poco propenso all’ esposizione mediatica e a ricevere onorificenze ecclesiali e civili, il Capitolo dei Canonici ha valutato opportuno chiedergli di accettare tale premio, come doveroso tributo alla sua persona e all’Associazione “La Ricerca" per tutto il bene compiuto in questi oltre trent’anni di attività. Il premio “Antonino d’oro”, giunto alla 25^ edizione, viene annualmente sponsorizzato e patrocinato dalla Famiglia Piasinteina. Verrà consegnato personalmente dal vescovo Gianni Ambrosio lunedì 4 luglio p.v. nella Basilica Sant’Antonino a conclusione della solenne celebrazione eucaristica delle ore 11.00.

Per il Capitolo dei Canonici di sant’Antonino
Il Presidente Can. Sac. Giuseppe Basini

domenica 29 maggio 2011

Don Sciortino: si investa sulla famiglia

Il direttore di Famiglia Cristiana, don Antonio Sciortino, ospite nella parrocchia della Besurica, spiega perchè la famiglia, nonostante sia passata in secondo piano, sia l'unica salvezza per la società.

«La famiglia non è affatto da rottamare, come qualcuno pensa suonando già le campane a morto. Certo oggi la famiglia ha tanti problemi ma non è essa stessa il problema».
Ad esserne convinto è don Antonio Sciortino, direttore di Famiglia Cristiana, ieri sera a Piacenza, ospite della parrocchia di San Vittore e del parroco don Franco Capelli. Di fronte ha una chiesa con tanta gente che ha scelto di passare la serata ad ascoltare un prete giornalista, il direttore di un settimanale cattolico a volte scomodo perchè sceglie di parlare senza troppi giri di parole. E colpisce nel segno. «Davvero dobbiamo cambiare mentalità e considerare la famiglia la vera risorsa del Paese, la risorsa principale. Dobbiamo considerarla come un capitale umano, sociale ed economico» è convinto don Sciortino. «Se questo Paese, in un momento di grave crisi sociale ed economica che stiamo vivendo - osserva - riesce ancora a stare in piedi, deve davvero ringraziare le famiglie perchè sono il miglior ammortizzatore sociale». «Si fanno carico delle inefficienze istituzionali - dice - si fanno carico di un problema gravissimo di cui i mezzi di informazione poco parlano, ovvero della disoccupazione giovanile. Un giovane su tre oggi è disoccupato e di tutto questo si fa carico la famiglia; così come dell'assistenza degli anziani che sono sempre più numerosi, delle persone con disabilità (7 casi su 10 sono totalmente a carico delle famiglie) ».
Questo Paese, se vuole davvero avere futuro e speranza deve ripartire da qui: «Anche perchè siamo i più vecchi al mondo. Gli stessi vescovi hanno parlato di suicidio demografico. Il Paese si sta davvero suicidando nella totale indifferenza di tutti».
Investire sulla famiglia dunque, vuol dire far crescere il Paese. La famiglia è una risorsa ma rischia di divenire un problema, per i giovani. «In cima ai desideri di tutti i giovani viene sempre, in ogni inchiesta che si fa, la famiglia - ricorda don Sciortino -. Che poi il loro desiderio venga a scontrarsi con la difficoltà di mettere su casa e tutto il resto è un problema che dobbiamo affrontare. Con la flessibilità del lavoro abbiamo in realtà nascosto la precarietà e non si può pensare alla famiglia in una situazione di precariato costante, perchè nessuno ti concede un mutuo, nessuno garantisce per te».
La colpa è di chi amministra? «Penso che vi siano diversi fattori. Abbiamo tolto alla famiglia anche il ruolo pubblico che aveva e che gli riconosce anche la Costituzione. I figli non sono un fatto privato ma il futuro di un Paese».
«Si vorrebbe che non vi fossero più distinzioni di generi - sottolinea -, in tanti documenti si invita a non parlare più di mamma o papà con i bambini a ed usare termini neutri, in modo tale che in questo lassismo e indifferenza ai valori possa passare di tutto. Che qualsiasi forma di unione possa essere spacciata per famiglia... ma se ogni forma di unione è famiglia allora niente più è famiglia».
Anche la Chiesa ha la sua responsabilità: «A mio parere deve ripartire dal punto di vista pastorale mettendo al centro la famiglia: non per nulla viene definita piccola chiesa domestica».
Che cosa direbbe ai giovani che non hanno il coraggio? «Nel biennio 2009-2010 ci sono stati 30mila matrimoni in meno e i giovani in situazioni di crisi preferiscono la convivenza perchè è più economico rispetto allo sposarsi. Le parole di speranza e di coraggio non bastano. Capisco la difficoltà in cui i giovani si trovano ma non bisogna per questo rassegnarsi. Non perchè la famiglia ha tanti problemi noi dobbiamo aggravarli».
Federico Frighi


27/05/2011 Libertà