giovedì 5 febbraio 2009
Giornata del malato, una messa e un convegno con Bonadonna
Ufficio stampa
Giornata mondiale del malato:
gli appuntamenti piacentini
L’11 febbraio prossimo la Chiesa celebra la XVII giornata mondiale del malato che ha per tema: “Educare alla salute, educare alla vita”. L’Ufficio nazionale per la pastorale della Sanità della Cei ha, in proposito, diffuso un documento nel quale vengono esaminati i vari aspetti del problema (il testo può essere reperito nel sito internet della Cei)
A Piacenza la ricorrenza sarà ricordata domenica 8 febbraio, alle ore 16, in cattedrale, con una celebrazione eucaristica presieduta dal vescovo mons. Gianni Ambrosio. Sono invitati, in modo particolare, medici, operatori sanitari, tutto il personale sanitario, associazioni e istituzioni pubbliche e religiose che operano nell’ambito della sanità.
Mercoledì, 11 febbraio, in collaborazione con l’Ordine provinciale dei medici, l’associazione La Ricerca, l’Ausl di Piacenza e il Nuovo Giornale, la diocesi organizza un incontro, alle ore 17,30, all’auditorium della Fondazione in via Sant’Eufemia 12, sul tema: “Educare alla salute. Educare alla vita. Ritrovarsi nella malattia”.
Con l’introduzione del vicario generale della diocesi mons. Lino Ferrari, Giangiacomo Schiavi, piacentino, caporedattore del Corriere della Sera, e Gianni Bonadonna, oncologo divenuto paziente, presenteranno il loro libro: “Medici umani, pazienti guerrieri. La cura è questa”. Al termine sarà proiettato il video: “Ritrovarsi nella malattia”.
Ambrosio rappresentante della Cei a Bruxelles
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Il testo integrale su Libertà del 5 febbraio 2009
lunedì 2 febbraio 2009
Dopo 7 anni torna in Congo il primo prete nero di Piacenza
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Il testo integrale su Libertà del 2 febbraio 2009
domenica 1 febbraio 2009
Emergenza educativa; per Charmet necessario patto tra scuola e famiglia
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Il testo integrale su Libertà di oggi primo febbraio 2009
sabato 31 gennaio 2009
L'ex lefevriano don Cantoni, negare l'Olocausto è una stupidaggine
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Il testo integrale su Libertà del 31 gennaio 2009
Beni culturali, la Chiesa diventa un laboratorio
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Il testo integrale su Libertà del 31 gennaio 2009
venerdì 30 gennaio 2009
Catechisti, una giornata di formazione
Piacenza - Si svolgerà il pomeriggio di domenica 8 febbraio (14.30, parrocchia di S. Franca), dal titolo «Tu sei il mio Dio, i miei giorni sono nelle tue mani», una giornata di formazione per i catechisti.
Alla “giornata” sono invitati tutti i catechisti della diocesi, come occasione di approfondimento e di formazione “ad alto livello”.
Sarà infatti presente all’incontro, con la relazione iniziale, Mons. Bassano Padovani, della Diocesi di Lodi, già direttore dell’Ufficio catechistico nazionale; le conclusioni saranno invece affidate al nostro Vescovo Mons. Gianni Ambrosio.
Inoltre, saranno attivati sei gruppi di formazione cui parteciperanno liberamente i catechisti (approfondimento biblico e di metodo, ascolto di musica, film, ecc…). Alla giornata partecipano anche gli oltre 70 giovani iscritti al corso base loro dedicato, che vedrà la sua conclusione.
Attenzione: chiediamo ai parroci di favorire la partecipazione e di indicare entro il 4 febbraio il numero indicativo di partecipanti all’Ufficio catechistico (segreteria@catechistipiacentini.net e 0523 308344)
Comunicato stampa diocesi di Piacenza e Bobbio
giovedì 29 gennaio 2009
Otto per mille alla Chiesa, l'intuizione del cardinale Casaroli
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Il testo integrale su Libertà del 29 gennaio 2009
Chiesa, dall'8xmille 4,5 milioni di euro
Ciò nonostante i soldi non bastano e si rende necessaria una razionalizzazione. Come ha confermato l’economo don Bosini, è in corso una mappatura con strumentazioni satellitari di tutte le chiese della diocesi (sono oltre 800). Diverse dovranno chiudere, soprattutto nel territorio collinare e di pianura. Una lista non è ancora stata redatta ma quel che è certo è che vi sono luoghi di culto che necessiterebbero di interventi di migliaia di euro a fronte di una frequentazione di meno di una decina di fedeli. È chiaro che saranno queste le prime chiese a chiudere i battenti.
Molto più severa si è fatta poi la procedura per l’ottenimento dei fondi per finanziare i vari progetti. I criteri sono sempre più selettivi. Don Bosini ricorda l’iter: entro giugno gli uffici amministrativi della diocesi raccolgono le varie domande provenienti da parrocchie e da singole realtà diocesane. «Non si tratta, però, di domande provenienti da singoli sacerdoti o enti - precisa l’economo -. Seguendo i principi di comunione, corresponsabilità, trasparenza, rigore le singole domande devono aver superato già una prima verifica alla partenza. Ogni parrocchia deve avere un Consiglio parrocchiale economico composto da laici; ogni parrocchia si muove nell’ambito di una circoscrizione che è l’Unità Pastorale e pertanto ogni intervento dev’essere visto in un contesto più ampio e articolato con il parere dell’Unità Pastorale». La diocesi è divisa in sette Vicariati: «In prospettiva saranno chiamati ad un ruolo sempre più importante anche sul piano del coordinamento delle risorse economiche». Questo rigore permette agli organi diocesani (Consiglio economico, Collegio dei consultori, vescovo...) di prendere decisioni in accordo con il quadro generale delle esigenze da rapportare alle disponibilità.
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Il testo integrale su Libertà del 29 gennaio 2008
martedì 27 gennaio 2009
I funerali di don Franchi celebrati dal vescovo di Fidenza
si terranno domani, mercoledì 28 gennaio, alle ore 15, nella chiesa
parrocchiale di Mercore e saranno presieduti dal vescovo di Fidenza mons.
Carlo Mazza (il sacerdote era incardinato nella diocesi di Fidenza), mentre
la diocesi di Piacenza Bobbio sarà rappresentata dal vicario generale mons.
Lino Ferrari (il vescovo mons. Ambrosio è impegnato a Roma con il
pellegrinaggio diocesano).
Comunicato stampa diocesi Piacenza-Bobbio
Il cardinale Ruini al festival della teologia
Attualmente il cardinale si gode la pensione nel suo appartamento appena fuori le mura vaticane, scrive interventi per Avvenire, un libro per Mondadori ed è presidente del comitato per il progetto culturale della Cei.
Morto don Franchi, già parroco di Mercore
Franchi, già parroco di questa comunità. Nato il 21 novembre 1921, era stato
ordinato sacerdote il 28 maggio 1944. Don Franchi era incardinato nella
diocesi di Fidenza: Mercore, infatti, fino a qualche anno fa era parrocchia
della diocesi di Fidenza e, quando sono stati rivisti i confini, è passata a
Piacenza. I parroci avevano però la facoltà, pur mentenendo il loro
incarico, di scegliere - come ha fatto don Franchi - di restare nella loro
diocesi di provenienza.
I funerali si terranno mercoledì prossimo, 28 gennaio, alle ore 15, nella
chiesa parrocchiale di Mercore.
Con successivo comunicato daremo altre informazioni.
Comunicato stampa diocesi di Piacenza-Bobbio
lunedì 26 gennaio 2009
La croce di suor Leonella in S.Bartolomeo sull'Isola Tiberina
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Il testo integrale su Libertà del 25 gennaio 2009
Ambrosio, quella della stampa è una crisi non solo economica ma di fiducia
Ambrosio riprende il tema della Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali. «Credo che il Papa consideri chi opera nei media anzitutto come un operatore culturale. La notizia è un bene pubblico e chi opera nella comunicazione svolge un servizio culturale, in quanto fornisce gli elementi di informazione, di conoscenza per la visione del mondo dei cittadini. Occorre cercare una convergenza fra le istanze educative e la comunicazione».
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Il testo integrale su Libertà del 25 gennaio 2009
sabato 24 gennaio 2009
Ambrosio: giornalisti comunicatori ed educatori
Ufficio stampa
Incontro con i giornalisti: intervento del Vescovo
Educazione e Comunicazione
Dico a tutti il mio grazie per la cortese presenza a questo incontro del Vescovo con i giornalisti e con gli operatori della comunicazione sociale nella ricorrenza del patrono, San Francesco di Sales. Per me è una felice occasione per rivedere persone di cui conosco ed apprezzo la professionalità e di cui mi onora l’amicizia ed anche per esprimere loro gratitudine per l’attenzione che riservano alla vita religiosa della città e della diocesi, e, in particolare, al Vescovo di questa Chiesa.
A questo nostro incontro è stato assegnato anche un titolo: educazione e comunicazione.
Posso confidarvi che mi sono preoccupato quando ho visto un simile titolo, molto vasto e impegnativo. Poi mi sono rincuorato leggendo il tema della 43ª Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali. Un tema anch’esso impegnativo: “Nuove tecnologie, nuove relazioni. Promuovere una cultura di rispetto, di dialogo, di amicizia”. Questa seconda parte del tema non è lontana dal nostro argomento, l’educazione e la comunicazione, anzi la promozione della cultura di rispetto, di dialogo, di amicizia può aiutarci a precisare il rapporto tra l’educazione e la comunicazione.
Credo che sia questa la vocazione di chi opera nella comunicazione: siete chiamati ad assumervi in prima persona la promozione di una cultura rispettosa, dialogante, amichevole, capace di infondere fiducia e speranza. Sviluppo solo due rapidi punti.
1. Non possiamo ignorare la situazione di crisi nella quale ci troviamo. Non mi riferisco solo alla crisi economica ma, più in generale, alla nostra epoca segnata, come è stato detto, dalle “passioni tristi”, un’espressione di Spinoza tornata in auge grazie al titolo di un recente libro di M. Benasayag e G. Schmit, intitolato appunto L’epoca delle passioni tristi. Gli autori suggeriscono la necessità di creare e ricreare i legami che possono essere chiamati, con buona ragione, vitali. È una strada da percorrere ricreando o rinnovando anche il legame tra educazione e comunicazione.
Ma è possibile ricreare e rinnovare questo legame? Credo di sì. Partendo dalla situazione di incertezza che riguarda tutti, anche la comunicazione e i giornalisti, vorrei sostenere che proprio oggi è necessario pensare a un nuovo legame tra educazione e comunicazione.
Tutti gli osservatori affermano che l’attuale crisi finanziaria-economica influenza in modo diretto i media e soprattutto la stampa. D’altronde questi osservatori dicono ciò che sta già avvenendo.
Se per esempio guardiamo agli Stati Uniti, lì il terremoto è già in atto. È avvenuto il collasso della Tribune Corp. (proprietaria di Los Angeles Times e Chicago Tribune). È poi in atto la crisi del New York Times, fondato nel 1851: è stata annunciata la possibilità di ipotecare la sede, il nuovo grattacielo di Renzo Piano a Manhattan, per raccogliere 225 milioni di dollari di liquidità. Possiamo continuare: la società MediaNews Corp., proprietaria di ventinove quotidiani, fra cui il Denver Post, è stata declassata dall’agenzia di rating Moody’s in quanto non più in grado di saldare i debiti. Insomma, negli USA la crisi dei media non risparmia nessuno, neanche le testate più solide e blasonate. L’editoria americana sta attraversando una crisi profonda: secondo alcuni studiosi sarebbe senza precedenti una simile crisi. Non sono pochi coloro che auspicano che il governo di Washington intervenga contro il fallimento dei giornali con offerte generose, come si pensa di fare per salvare le industrie dell’automobile. Ma sarebbe molto superficiale ritenere che la crisi dell’editoria sia dovuta solo alla difficile congiuntura economica: sono tanti i motivi della crisi, su cui tornerò più avanti.
Se Atene piange, Sparta non ride. Anche l’Europa manifesta non poche difficoltà. Pensiamo alla Francia. È noto il travaglio che da anni sta vivendo Le Monde. Prima vi è stata la lunga crisi della dirigenza del gruppo, poi quella riguardante i dipendenti. Nel 2008, stando alle dichiarazioni di Éric Fottorino, presidente della testata, e di David Guiraud, vice presidente e direttore generale, la perdita dovrebbe aggirarsi attorno ai 4,7 milioni di euro, che però – così dicono – dovrebbe essere in parte riassorbita dalle prospettive di guadagno nel 2009. Comunque il quotidiano ridurrà le pagine da 32-30 a 28-26 a partire da questi giorni, dal 20 gennaio, opterà per una gerarchizzazione delle notizie, cercherà di collegare meglio il giornale stampato con quello web.
La crisi di Le Monde ci fa comprendere che non è solo l’attuale congiuntura a mettere in difficoltà l’editoria: il tentativo di aprirsi sempre più al web – da parte di un quotidiano che per decenni ha rifiutato le foto come poco consone al giornalismo serio – è motivato da due ragioni: la diminuzione dei lettori del giornale (in particolare sotto la direzione di J-M. Colombani) e la diminuzione di introiti pubblicitari nel mondo della carta stampata.
È pure nota la lunga crisi di Liberation, che fra l’altro ha subito un duro colpo con la morte di Carlo Caracciolo, propostosi quale editore del rilancio.
Così in Spagna: i quotidiani iberici registrano una paurosa disaffezione dei lettori.
Non dissimili sono gli scenari riguardanti il nostro Paese, anche se è più difficile avere dati precisi in Italia (pensiamo solo al fenomeno delle copie-omaggio). Comunque da noi la situazione non è rosea: la diffusione sta calando, dapprima ha colpito i periodici poi anche i quotidiani.
Credo che sia da cercare col lanternino un gruppo editoriale che da Torino a Milano a Roma non vada predisponendo una riorganizzazione, con relativi tagli. Meno pubblicità, forse meno pagine, forse meno…tutto il resto.
Insomma, il 2009 sarà un anno difficile per i media, in particolare per i giornali. Le previsioni non sono rosee, anzi tendono verso il nero. L’editoria dovrà nel 2009 fare i conti con una riduzione degli investimenti pubblicitari e con un’ulteriore contrazione delle copie vendute. E neppure il web potrà correre in aiuto dei giornali di carta. Neppure il sito online con il maggior successo può compensare le perdite del suo corrispettivo cartaceo.
Ho fatto alcuni cenni alla situazione di crisi dei media, perché credo che da qui occorra partire per far sì che la situazione odierna sia vissuta come occasione per riflettere e per scegliere. La crisi può trasformarsi in opportunità per il bene della comunicazione e della vita sociale se si riconosce che è venuta meno la fiducia e dunque occorre ricuperarla.
Ciò significa due cose.
La prima: credo che tutti gli operatori della comunicazione debbono rendersi conto che svolgono un ruolo importante per la vita sociale, come informatori dell’opinione pubblica.
La seconda: credo che l’opinione pubblica deve avere la possibilità di poter riconoscere che gli operatori della comunicazione svolgono bene questo ruolo importante.
In definitiva, solo ritornando ai lettori – ai lettori non secondo il marketing, ma ai lettori in quanto cittadini che vivono nel nostro contesto sociale – si ricupera la fiducia: in un periodo di crisi il lettore ha ancora più bisogno di informazioni per comprendere ciò che sta avvenendo.
2. Riprendo il tema della Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali. Appare evidente la fiducia del Papa nei confronti delle possibilità dei media: egli ritiene che i media possano dare un grande aiuto nel favorire un clima di dialogo e di fiducia. Credo che il Papa consideri chi opera nei media anzitutto come un operatore culturale. La notizia è un bene pubblico e chi opera nella comunicazione svolge un servizio culturale, in quanto fornisce gli elementi di informazione, di conoscenza per la visione del mondo dei cittadini.
Dunque chi opera nella comunicazione non può non ragionare sul rapporto fra comunicazione ed educazione. Credo che questo ragionamento possa essere fatto soprattutto a livello locale. Ecco allora qualche ulteriore spunto per questo ragionamento.
Non è sufficiente la cosiddetta Media Education, ovvero l’educazione ai mass media: quanti corsi su questo argomento, certamente importante in quanto prepara alla recezione intelligente dei mass media. Ma occorre andare oltre e cercare una convergenza fra le istanze educative e la comunicazione: da questo punto di vista credo che siamo ancora poco disponibili e siamo anche poco preparati. Anche perché la linea dell’autonomia tra i due campi, quello comunicativo e quello educativo, è dominante, è la più seguita.
Se si vuole, questa autonomia è la visione illuminista e funzionalista dei rapporti sociali, che vorrebbe mantenere isolati e incomunicabili i vari campi della conoscenza e i diversi ambiti della vita.
Si dice: “gli affari sono affari”. Ogni ambito della vita risponde solo a se stesso, alle poche generiche regole stabilite all’interno del proprio ordine professionale. Prendendo a prestito il titolo del libro di Giorgio Bocca, potremmo dire: E’ la stampa, bellezza! (Feltrinelli 2008), sottintendendo che la stampa ha qualche regola stabilita dall’Ordine (in verità, Bocca, come sappiamo, denuncia proprio la crisi di etica della stampa).
Considerando il peso di questa corrente funzionalista, i due ambiti – la comunicazione e la educazione - sono destinati a ignorarsi, svolgendo ruoli sociali diversi e, spesso, in antitesi fra loro. Questa concezione è responsabile, per esempio, della totale separazione tra i corsi e i programmi della facoltà di Scienze della formazione e i corsi e i programmi della Facoltà di Scienze della Comunicazione. Al limite vi è un mini-corso che può intitolarsi Etica della comunicazione, in cui si considerano alcune questioni che hanno rilevanza etica e pedagogica.
A me pare che la prospettiva di una convergenza sostanziale tra i due ambiti sia strategica per ricuperare quella fiducia che è a rischio, se a volte non è andata persa. Il cronista e l’opinionista non possono comunicare ‘a distanza’, non possono parlare o scrivere ‘da nessun luogo’, cioè irresponsabilmente, lasciando fuori dalla comunicazione il volto dell’altro o l’etica della responsabilità: si crea un clima di indifferenza e di cinismo che rovina la comunicazione, e dunque rovina la vita sociale.
Ciò che deve caratterizzare questa convergenza strategica è l’idea, forse alquanto utopica, della costruzione della comunità civile. Sarà anche utopica questa idea, ma se nessuno si impegna nel costruire la comunità civile, allora la comunità sarà poco civile e l’opinione pubblica sarà poco intelligente.
In altre parole, se si accetta l’idea di una convergenza tra comunicazione e educazione, allora si ci incammina verso questo obiettivo: favorire la diffusione di un’etica della responsabilità sociale per quel bene prezioso che è la notizia, l’informazione, l’opinione argomentata.
Allora non basta la lettura critica dei mezzi d'informazione. Si tratta invece di rivedere la logica della comunicazione, del sistema di comunicazione: deve prevalere la logica della responsabilità di ciò che si comunica e del modo in cui si comunica. Questa responsabilità non può non avere al suo centro le istanze educative.
Se il giornalismo è attuato con senso di responsabilità verso i lettori, allora la comunicazione e l’educazione non solo convergono ma si alleano. Occorre che il professionista riconosca il diritto del pubblico ad una informazione corretta e affidabile: questo riconoscimento obbliga il professionista a rispettare sia le regole tecniche di ricerca delle informazioni e delle notizie sia le norme etiche di diffusione della notizia, senza travisarla e senza enfatizzarla.
Si eviterebbero così tante polemiche che lacerano il tessuto comunitario, che non creano un clima di fiducia ma un clima di rissa, come i famosi polli di Renzo che s’ingegnavano a beccarsi, “come accade troppo sovente tra compagni di sventura”, annotava il Manzoni.
Concludo ricordando che ciò che può apparire utopia sta realizzandosi in alcuni Paesi dove si lavora parecchio sul tema della Educomunicazione: ci si rende conto che non basta la convergenza tra educazione e comunicazione, ma occorre arrivare ad una sorta di alleanza. Con questo convincimento: la società ha bisogno di professionisti della stampa e dei media con la mente aperta e attenta ai bisogni dei bambini, dei giovani e del mondo dell’educazione in generale.
Sono certo che tutti noi cerchiamo di avere e cerchiamo di favorire questa mente aperta e attenta alla crescita della società civile.
†Gianni Ambrosio
Vescovo di Piacenza-Bobbio
Piacenza, 24 gennaio 2009
giovedì 22 gennaio 2009
Nomine, don Coppellotti cappellano della polizia municipale
Sesenna don Angelo, parroco di Bettola, mantenendo i precedenti incarichi, è
stato nominato amministratore parrocchiale della parrocchia di Santa Maria
Assunta in Recesio, Comune di Bettola, Provincia di Piacenza, resasi vacante
in seguito alla morte dell’ultimo titolare il M. R. Bussolati don Giuseppe.
Con atto proprio dell’Ordinario diocesano in data 19 gennaio 2009 il M.R.
Barghi padre Osvaldo dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini del convento di
San Bernardino in Piacenza, è stato nominato amministratore parrocchiale
delle parrocchie:
* San Giorgio in Bilegno, Comune di Borgonovo Val Tidone, Provincia di
Piacenza;
* Sant’Ilario vescovo in Breno, Comune di Borgonovo Val Tidone, Provincia di
Piacenza;
* Sant’Alessio in Mottaziana, Comune di Borgonovo Val Tidone, Provincia di
Piacenza.
Con atto proprio dell’Ordinario diocesano in data 19 gennaio 2009 il M. R.
Coppellotti don Serafino, parroco di Nostra Signora di Lourdes in Piacenza,
è stato nominato cappellano del Corpo di Polizia Municipale del Comune di
Piacenza.
Con atto proprio dell’Ordinario diocesano in data 19 gennaio 2009 il M. R.
Perazzoli mons. Bruno, parroco di San Paolo in Piacenza, è stato nominato
Assistente Ecclesiastico del Movimento di Impegno Culturale (MEIC) per la
diocesi di Piacenza-Bobbio in sostituzione del M. R. Bavagnoli don Luigi.
Piacenza, dalla Curia Vescovile, 21 gennaio 2009,
il Cancelliere Vescovile
don Mario Poggi
mercoledì 21 gennaio 2009
Da Parma una volta al mese arriva l'esorcista
«Nella mia parrocchia in diocesi di Parma - osserva don Viola - arriva gente da Cremona, Reggio Emilia e anche da Piacenza. Non è per sfiducia negli esorcisti diocesani. Il problema è che coloro che realmente hanno bisogno le provano tutte pur di stare bene». Non è tutto zolfo quello che si odora: «Noto molti casi di depressione, esaurimento nervoso, tristezza cronica; per più della metà delle persone che arrivano il problema è di questa natura» precisa don Viola. Il diavolo comincia ad essere visibile solo nei casi più gravi: «Per esempio la gente che ha partecipato alle sedute spiritiche. Queste persone è come se avessero stretto un patto col diavolo e poi ci sono rimaste incastrate. Alcuni non riescono più a tirarsi fuori. Il diavolo trova terreno fertile, in generale, quando le famiglie non sono cristiane o sono poco praticanti. Quando vado nelle case oggi sono sempre meno i simboli religiosi, è come se non ci fosse alcuna difesa». Emicrania e mal di stomaco persistenti ed inspiegabili per gastroenterologi e neurologi a volte, per l’esorcista, possono essere un sintomo di presenza demoniaca. Tuttavia, anche tra il clero molti sono scettici nei confronti di questa lettura delle cose: «Guardi, anch’io quando arriva una persona non ci credo per principio. So solo, però, che pregando e avendo fiducia, Dio può salvarti». Certi segnali, per don Viola, sono inequivocabili: «Qualcuno dà proprio segni di presenza demoniaca. Durante il rito dell’esorcismo cade a terra senza forze, ha conati di vomito. Questo è un segnale».A Piacenza non ha effettuato alcun esorcismo e ci tiene a precisarlo. Non viene nella chiesetta dell’ospedale con questo scopo e comunque occorrerebbe il permesso del vescovo caso per caso. Tuttavia alla fine di ogni celebrazione chiama coloro che dicono di avere necessità di un’assistenza particolare. Tutti insieme, per una preghiera comune.«La sacrestia è sempre strapiena e ci sono 20-25 persone a volta - dice don Pietro -. Segno che anche a Piacenza si vive una situazione di ricerca e di disagio». Un consiglio. «Di non aver paura: alla fine è Dio che permette il diavolo. Satana cerca il nostro male ma non ci riesce. Quello che Dio lascia fare è sempre per la tua santificazione spirituale». Alla fine insomma, questo diavolo non è poi così diavolo come lo si dipinge.
Federico Frighi
Il testo integrale su Libertà del 21 gennaio 2009
martedì 20 gennaio 2009
Tutti gli editoriali di don Conte
Ora nessuno più le chiama 'bombe intelligenti'. Dopo la bomba che fa strage in una scuola gestita dall’Onu. La guerra in corso tra i palestinesi di Hamas e gli israeliani è una delle più crudeli contro i bambini. I missili palestinesi Qassam uccidono o feriscono bimbi ebrei, mentre le bombe di cannone o di aereo israeliane massacrano bambini palestinesi. «Siamo governati da pazzi», diceva una scritta murale a Piacenza, negli anni bui del terrorismo. La si potrebbe ripetere in questa situazione di guerra senza fine. Finché il mondo sarà governato dalla legge del taglione «occhio per occhio, dente per dente», assisteremo di continuo a stragi di questo genere. I pazzi di Hamas dicono: gli ebrei uccidono i nostri figli, noi uccideremo i loro. I bambini trasformati volutamente in oggetti di vendette assurde. Perché muoiono tanti bambini palestinesi (sono già più di 350) a Gaza? Non certo perché sono presi di mira appositamente, ma perché nella Striscia con un milione e mezzo di abitanti i minori di 15 anni sono il 45%, cioè circa 700mila.
Davvero si può dire che «Gaza è la tomba dell’infanzia». Alcune famiglie muoiono per intero. Un solo esempio: in un edificio colpito da una bomba sono morti 5 adulti e 7 fratelli piccoli, l’ultimo dei quali non aveva ancora un anno. Tutti bambini che da quando sono nati hanno visto soltanto la guerra. Non va meglio nelle città israeliane colpite dai razzi Qassam.
Una bimba di 3 mesi nei giorni scorsi è scampata per miracolo alla morte, grazie a una sorellina di 7 anni che ha fatto appena in tempo a portarla nei pressi del rifugio, quando un missile è scoppiato ferendola alla fronte. C’è un cimitero ebraico pieno di piccole lapidi di bambini uccisi dai missili di Hamas.
A Gaza gli ospedali sono stracolmi all’inverosimile e nell’impossibilità di curare tutti i feriti. Addirittura alcune ambulanze (talvolta vigliaccamente usate da Hamas per spostare soldati) vengono colpite da proiettili e i feriti trasportati muoiono dissanguati perché il conducente è morto o fuggito. Le case di Gaza sono senza luce e con il forte rischio di epidemie per mancanza di acqua pulita. Il parroco dei cattolici palestinesi di Gaza dice che i bambini arabi vedono tutto, sentono la guerra e impazziscono di dolore. Molti hanno smesso di mangiare, sono passivi, non giocano più, parlano a stento e si aggrappano ai genitori. Gli stessi sintomi dei bambini ebrei che vivono al confine di Gaza.
Una psicologa israeliana afferma: «I bambini hanno ansie, attacchi di panico, vogliono dormire coi genitori, riprendono a fare la pipì a letto anche se già grandicelli». In passato si parlava di «danni collaterali alla guerra», cioè di morti e feriti accidentali tra i civili. Oggi non lo si può più dire perché – quando la guerra si combatte in un centro abitato – si sa che muoiono sempre e soprattutto civili e bambini. Possiamo – di fronte a queste guerre infinite – noi adulti di tutto il mondo assistere alle stragi di bambini (ebrei, palestinesi, congolesi...) senza reagire attivamente o almeno con lo sdegno delle parole o la preghiera? Perché ci devono essere nel mondo bambini che non fanno a tempo a gustare l’affetto dei genitori, le cose belle della vita e la gioia di vivere?
Davvero l’umanità di oggi non sa più difendere i propri bambini, speranza del domani?
Guardiamoli, noi adulti, quei piccoli volti in lacrime e disperati che tv e giornali ci mostrano ogni giorno. E diciamo ai nostri bambini che – un giorno, forse – di guerre non ce ne saranno più.
don Giancarlo Conte
- Avvenire - 18 gennaio 2009
Si ringrazia Vittorio Ciani per la collaborazione
Continua la mostra su San Paolo
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