mercoledì 9 settembre 2009

Pianazze/6, l'intervento del vescovo Brambilla

La Chiesa, Comunione e Missione

S.E. mons. Franco Giulio Brambilla,Vescovo ausiliare di Milano, Preside Facoltà Teologica interregionale
Premessa
«Meditazione sulla Chiesa», titolava un libro che ha affascinato il tempo della mia giovinezza. L'aveva scritto un teologo, Henri de Lubac, cui deve molto la teologia del Novecento. È un testo luminoso, contemplativo, eppure è un'opera scritta nella tribolazione. Proprio mentre la chiesa sembrava non comprendere il senso del suo lavoro teologico. Nella forma singolare del titolo "meditazione sulla chiesa" forse è racchiuso uno sguardo. Lo sguardo che occorre avere sulla chiesa. Né un'osservazione distante di chi s'immagina la chiesa come un terzo incomodo tra il credente e Cristo, né un'identità frettolosa che faccia dimenticare che la chiesa deve rinviare al Si­gnore Gesù. Pertanto una riflessione sulla chiesa è oggi difficile. Forse non così come lo era anni addietro, quando lo slogan corrente proclamava: «Gesù sì, Chiesa no». Certo in un modo diverso, perché oggi si apprezza la chiesa, la comunità, la parrocchia quando è calda nicchia, gruppo aggregante, comunità psichica, oppure quando diventa stazione di soccorso per guarire i mali di oggi.

Il Documento preparatorio di Verona ricorda una bella espressione: "La comunione e la missione sono due nomi di uno stesso incontro": (n. 4). Vorrei delineare il senso della missione della chiesa in due tappe:
- la prima, con un testo biblico;
- la seconda, raccogliendo alcune indicazioni emerse dal Convegno di Verona.

Sono come due tavole per riscaldare il cuore della missione.
1. La comunione che nasce dall’annuncio
Lasciamoci istruire dal prologo della prima lettera di Giovanni. Esso è molto semplice. Ci presenta la Chiesa non come una "cosa" davanti al credente, ma come un evento che genera e alimenta la vita del discepolo. Giovanni sorprende la Chiesa nel suo momento sorgivo, in statu nascenti, come il grembo in cui nasce l'esperienza cristiana.
1 Giovanni 1, 1-4
1 Gv 1, 1 Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita 2(poiché la vita si è fatta visibile, noi l'abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi), 3quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo. 4Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia perfetta.

Il brano è uno tra i più belli della Scrittura e si può suddividere in tre momenti
Il primo momento
Il primo momento corrisponde al primo versetto. «Ciò che era fin dal principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato, ciò che le nostre mani hanno toccato...». Sembra che Giovanni descriva il cammino fin qui percorso: abbiamo visto, contemplato, ascoltato, toccato con mano il mistero di Dio che si rende presente nella carne di Gesù e che ci fa suoi discepoli. A questo punto ci aspetteremmo che Giovanni indichi l'oggetto della sua contemplazione, menzionando Gesù di Nazaret. Invece l'evangelista ci conduce fino a questo punto e poi ‑ come il suo solito ‑ ci fa fare il salto: «... ossia il Verbo della vita». Vale a dire: la Parola della vita.
Che cosa hanno visto, ascoltato, contemplato e toccato gli apostoli? Che cosa ci annunciano? Che cosa abbiamo contemplato sin qui?
Un uomo, una persona che parla le nostre parole, che condivide i nostri sentimenti, che si avvicina a noi, che fascia le nostre ferite, che guarisce il nostro cuore, che accoglie su di sé la pecorella smarrita, che mangia con i peccatori. In tutto ciò, nella parabola che è Gesù, che è la vita di Gesù, noi abbiamo trovato ‑ dice Giovanni ‑ la Parola della vita. È un'espressione stupenda!
Si potrebbe tradurre in due modi: la parola che è la vita e che dà la vita, o forse che dà la vita perché è la vita.
Gesù è affascinante per ogni uomo perché in lui può scorgere la sorgente della vita. Il termine «Parola» (Lógos) è intraducibile: significa infatti verbo, parola creatrice, significato vitale, chiave di volta, principio di comprensione, anima del mondo. Abbiamo incontrato esattamente questo lungo il nostro cammino...

Il primo movimento del ritmo della Chiesa è allora il seguente. Il fondamento della Chiesa non può essere che l'esperienza viva di Gesù di Nazaret. In maniera sorprendente sono implicati tutti i sensi spirituali: udito, vista, tatto, sguardo contemplativo. L'incontro con Gesù non è solo questione dell'anima. Noi possiamo incontrarlo con la totalità del nostro io, della nostra persona e, dunque, della nostra esperienza.

Il testo, poi, mette al versetto 2, in una frase tra parentesi, una specie di nota. Gli antichi non usavano le note a piè di pagina, ma le introducevano nel testo direttamente. Giustamente la traduzione colloca il v. 2 tra parentesi: «Poiché la vita si è fatta visibile ‑ spiega Giovanni nella nota ‑ noi l'abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna che era presso il Padre e si è fatta visibile a noi». Quello che prima Giovanni ha descritto in forma ascendente: dalla storia di Gesù fino alla Parola che è e che dà la vita; poi lo afferma in modo discendente. Perché nessuno sospetti che la Parola della vita intravista nella carne di Gesù sia una proiezione, una conquista dell'impegno, una produzione dell'ingegno.
Il secondo momento
Il secondo momento del ritmo della Chiesa la descrive nel suo sorgere (v. 3). «Quello che abbiamo visto e udito...» ‑ il verso 3 riprende i1 filo sospeso alla prima frase ‑ «... noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi».
L'apostolo, la comunità (l'apostolo non usa il singolare, ma si colloca dentro il "noi" apostolico), la comunione dei discepoli annuncia la sua esperienza viva di Gesù. Lo annuncia in un'esperienza, ma l'esperienza non si ripiega su di sé, non mette in mostra se stessa, bensì rimanda oltre, perché chi ascolta l'apostolo incontri Lui. E dice: “è passato in mezzo a noi, è morto e risorto, lo annunciamo anche a voi, perché voi siate in comunione con noi”.
La Chiesa nasce così: nasce come una comunione attorno all'annuncio dell'apostolo e della comunità apostolica. Non semplicemente perché abitiamo sullo stesso territorio e ci troviamo nel medesimo luogo. Non perché semplicemente celebriamo alcuni gesti tutte le domeniche. Non perché siamo iscritti anagraficamente alla comunità dei cristiani con il battesimo. Noi siamo nella Chiesa perché realizziamo ogni giorno la comunione attorno all'annuncio apostolico.
Il modo con cui noi siamo venuti alla fede dice anche che cosa è la Chiesa o, meglio, chi è la Chiesa.
Non siamo venuti alla fede perché ci è stato trasmesso un libro o una tavola di principi, ma perché ci è stata trasmessa la Parola, che dà la vita, da una comunità apostolica che è fatta dalle persone più semplici:
- dalla mamma e dal papà, che ci hanno insegnato a balbettare per la prima volta Dio con il nome di Padre e a chiamare Gesù quando ci portavano sulle braccia; dalla comunità, dal sacerdote, dal catechista che ci hanno introdotto nei sacramenti dell'iniziazione cristiana;
- dalle persone significative che ci hanno accompagnato fino ai momenti della vita adulta, ai momenti difficili o decisivi della nostra esistenza.

Quando abbiamo perso il papà o la mamma, quando siamo rimasti soli, quando abbiamo scelto di rispondere alla vocazione, quando abbiamo varcato la soglia della chiesa per camminare in una comunità di fratelli... lì non siamo stati i primi, né abbiamo camminato da soli. Possiamo dire che il secondo momento della Chiesa ci pone nello spazio della visibilità: è la Chiesa che si raduna attorno a un annuncio.
Il terzo momento
Il terzo momento è introdotto da un'espressione inattesa. «La nostra comunione...» (non c'è più un "noi" e un "voi", ma ormai è la "nostra" comunione; non c'è più il «noi» della comunità apostolica e il «voi» di chi ascolta, bensì è la «nostra» comunione dell'annuncio trasmesso e accolto: è una comunità sola attorno all'annuncio).
E Giovanni aggiunge poi in maniera inaspettata: «... è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo».
La nostra comunione ‑ quella che realizziamo nelle nostre case, quella che viviamo nella parrocchia ‑ non è un vago segno, non è un rimando incerto alla nostra comunione con Dio, ma è la comunione col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo.
Non c'è altra strada per incontrare il Padre e il Figlio‑ il volto cristiano di Dio ‑ che attraverso questa "nostra" comunione. Per questo, forse, oggi si fa così fatica a incontrarlo! Non c'è altra via, per incontrare il Dio cristiano, che attraverso la comunione visibile.
La comunione invisibile con Dio non passa accanto o a lato dei legami visibili, ma questi sono il segno reale dell'altra.
La comunità credente non può essere un optional, o semplicemente un effetto dell'annuncio della parola. Non si dà evangelo ‑ la buona relazione al Signore ‑ se non dentro la trama di relazioni ecclesiali, luogo dell'accoglienza della Parola, come parola della vita.
La chiesa è l'evangelo accolto, la parola di vita nel prisma della risposta credente, la voce di Gesù che fa eco nel discepolo, la Pasqua del Signore che crea la comunità, l'incontro con Lui che perdona il nostro tradimento e rigenera la nostra solitudine, il dono del suo Spirito che riconcilia le nostre separazioni e solitudini.

In questa comunione è presente il Signore, appare l'icona della comunione trinitaria, il volto trinitario di Dio. E dov'è ‑ si dirà ‑ lo Spirito Santo?
Non è assente o dimenticato, ma è presente come l'atmosfera che collega i tre momenti del ritmo della Chiesa.
Nella prima lettera di Giovanni lo Spirito, è "diffuso" nel clima dello scritto rivolto alla comunità apostolica, costituisce l'atmosfera dell'esortazione alla comunione fraterna, oltre ad essere menzionato in forma esplicita: «Da questo si conosce che noi rimaniamo in lui ed egli in noi: egli ci ha fatto dono del suo Spirito», 1 Gv 4,13.

E alla fine Giovanni conclude: «4Queste cose vi scriviamo perché la nostra gioia sia perfetta» (v. 4). La gioia è il contrassegno della comunione, che unisce e cementa la relazione visibile e l'ascesa a Dio. Non occorre temere di usare l'espressione di Giovanni: «La nostra gioia sia perfetta». La "nostra" gioia è perfetta, quando è la relazione di uomini e donne che hanno trovato pienamente se stessi, che sono contenti, perché insieme hanno sperimentato la Parola che è e dà la vita. E se c'è una gioia, se c'è una contentezza, è quando gli uomini sperimentano un brandello, un frammento, “della comunione col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo” (1 Gv 1, 3).
2. Da Verona tre messaggi per la missione
Ora vorrei declinare questo scenario della Chiesa come comunione che nasce dall'annuncio, richiamando tre messaggi emersi dal Convegno della chiesa italiana a Verona. Mi sembrano particolarmente opportuni per far trovare la dimensione pastorale della missione.
2.1. Il primo messaggio del Convegno di Verona
Il primo messaggio riprende l'insistente richiamo al "primato dell'evangelizzazione" e alla "coscienza missionaria" della Chiesa italiana. Lo ha ricordato a Verona il card. Tettamanzi, Presidente del Convegno, quando ha ricordato il cammino di avvenuta maturazione della "coscienza evangelizzatrice" della Chiesa italiana, mantenendo acuto il senso della "distanza" creatasi tra la fede cristiana e la mentalità moderna. Egli ha interpretato tale distanza come un'opportunità per custodire la differenza della fede cristiana, la sua specificità che «rilancia l'originalità, di più la novità ‑ unica e universale ‑ della speranza cristiana, il DNA cristiano della speranza presente e operante nella storia». Ribadendo però, più avanti, che tale speranza «possiede un formidabile potere di trasformazione sulla visione, di più sull'esperienza odierna dell'uomo».
Il card. Ruini ne ha parlato nei termini di un' «primo obiettivo per il dopo Convegno» e come «il principale criterio intorno al quale configurare e rinnovare progressivamente la vita delle nostre comunità».

In questa cornice, si è inserito il Discorso di Benedetto XVI alla Fiera. Il messaggio del Papa ai delegati ha disegnato davanti agli occhi di tutti il quadro dell'inizio di pontificato, inserendolo nel tema del Convegno e nel contesto spirituale e culturale dell'Italia. Lo ha fatto riconoscendo la singolarità dell'Italia sotto il profilo spirituale e culturale. Qui il Pontefice ha speso parole impegnative, parlando dell'Italia come di un «terreno profondamente bisognoso e al contempo molto favorevole per tale testimonianza». Per un verso il contesto italiano condivide con la cultura occidentale ‑ osserva il Papa ‑ l'atteggiamento di autosufficienza che sta generando un nuovo costume di vita, contrassegnato da una ragione strumentale e calcolante, e dall'assolutizzazione della libertà individuale come sorgente dei valori etici. Dio viene espunto dall'orizzonte della vita pubblica, ma questo si ritorce in un deperimento del senso e in una privatezza della coscienza della quale patisce l'uomo stesso, ridotto a un semplice prodotto della natura. Così la rivendicazione moderna dell'autonomia del soggetto e della libertà perde la spinta propulsiva che l'aveva mossa e finisce per aver torto proprio là dove aveva ragione.
Per l'altro verso il Papa parla della specificità dell'Italia come di un terreno ancora favorevole per la testimonianza cristiana, elencandone con grande accuratezza i tratti: presenza capillare alla vita della gente; tradizioni cristiane radicate e rinnovate nello sforzo di evangelizzazione per le famiglie e i giovani; reazione delle coscienze di fronte a un'etica individualistica; possibilità di dialogo con segmenti della cultura che percepiscono l'insufficienza di una visione strumentale della ragione, ecc. Ciò suscita un appassionato appello del Papa a «cogliere questa grande opportunità», perché rappresenta «un grande servizio non solo a questa Nazione, ma anche all'Europa e al mondo».

Questa specificità dell'Italia non è ‑ credo ‑ una concessione di maniera, perché la invita a riscoprire la sua vocazione ad essere, per così dire, un ponte gettato tra Gerusalemme e Atene, e a riprendere la vena zampillante del cattolicesimo italiano che percorre il «legame costitutivo tra la fede cristiana e la ragione autentica» (card. Ruini). Su questo legame si è distesa la grande architettura del discorso di papa Benedetto. Lo ha fatto, anzitutto, riprendendo il tema centrale del suo magistero: mostrare la fede come il grande "sì" all'uomo, perché è il sì di Dio in Gesù.
Il motivo di fondo di una evangelizzazione/testimonianza capace di dire il grande "sì" della fede, di far palpitare il centro del cristianesimo, è stato poi svolto da Benedetto XVI con una sorta di dittico, che ha molto impressionato per la forza del disegno e la chiarezza dell'esposizione. È questo il motivo di fondo del Pontificato, che si è sviluppato sia nella direzione del confronto con la forma moderna della ragione, sia nella linea del bisogno dell'uomo di amare e di essere amato, per aprirlo a incontrare il volto agapico di Dio.

Sarebbe bello riprendere i tratti specifici della situazione italiana appena ricordati dallo stesso Pontefice. Potrebbero essere tutti raccolti attorno all'immagine del cattolicesimo italiano che si sa debitore di una tradizione di pensiero, ma soprattutto di una prassi credente che è fiduciosa della possibilità di aprire le forme pratiche della vita umana, eredi di una ricca tradizione culturale, per dire la novità del vangelo della Pasqua e la speranza del Risorto. Per questo esso, da un lato, si mostra sospettoso dinanzi a una forma della ragione astorica e strumentale e a una concezione etica individualistica e, dall'altro, continua ad alimentarsi alla corrente viva della sua tradizione spirituale, che non ha patito i rigori del razionalismo d'oltralpe e ha sempre visto con disagio una concezione immediatistica della fede, a prescindere dal debito che essa intrattiene con le forme trasmesse del credere e con le forme pratiche del vivere. Certo il giudizio storico sulla capacità di tenuta di questa originale tradizione spirituale e culturale italiana, oggi pervasa spesso da motivi di importazione della mentalità e teologia francese e tedesca, è sospeso alla sfida di una sua ripresa creativa.

L'insistito richiamo del Papa alla necessità della evangelizzazione di stabilire il legame con la "ragione autentica" va sviluppato con forza non solo nella direzione di aprire la ragione alla fede, ma di declinare il debito che la coscienza ha con le forme pratiche della vita, socialmente costituite e culturalmente mediate, in cui essa necessariamente si esprime e costruisce il proprio futuro di speranza decidendo insieme di sé. La presenza capillare del cattolicesimo italiano alla vita della gente non ha solo i1 senso, per altro nobile, di una prossimità all'esistenza delle persone, ma ha il rilievo di una sapienza che si sa debitrice della propria tradizione culturale che è sempre da capo una promessa e un appello per rivisitare creativamente le forme pratiche del credere dentro le esperienze quotidiane della vita.
Potremmo dirlo, forse, con l'affermazione più forte della "sintesi conclusiva" del card. Ruini: «questa attenzione alle persone e alle famiglie deve assumere però un preciso orientamento dinamico: non basta cioè "attendere" la gente, ma occorre "andare" a loro e soprattutto "entrare" nella loro vita concreta e quotidiana, comprese le case in cui abitano, i luoghi in cui lavorano, i linguaggi che adoperano, l'atmosfera culturale che respirano». Perché non è possibile dire la differenza cristiana che dentro le forme culturali dell'esperienza umana. Soprattutto quelle originarie che costruiscono la trama di fondo delle esperienze di prossimità: la relazione uomo-donna, il legame tra le generazioni, il rapporto fraterno, l'alleanza sociale, l'impegno per le situazioni di bisogno.
2.2. Il secondo messaggio del Convegno di Verona
Il secondo messaggio del Convegno si staglia su questo sfondo. La figura testimoniale della Chiesa è il luogo in cui si attua il primato dell'evangelizzazione. Provo a indicare le tre sottolineature più importanti:
- la figura storica dell'evangelizzazione,
- lo stile con cui elaborarla,
- le figure da mettere in campo.
La figura storica dell'evangelizzazione
In primo luogo, la figura storica con cui riprendere il filo dell'evangelizzazione. Possiamo concentrare questa prospettiva pastorale sotto una cifra sintetica risuonata nel Convegno: la Chiesa italiana di questi anni intende privilegiare e coltivare in modo nuovo e creativo il volto `popolare " del cattolicesimo italiano. Ciò significa: la Chiesa deve prendersi cura anzitutto della coscienza delle persone, della loro crescita e testimonianza nel mondo.
Nella mia relazione di apertura ho cercato di tradurre questa istanza con queste parole: «Occorre che i gesti delle comunità cristiane favoriscano una cura amorevole della qualità della testimonianza cristiana, del valore della radice battesimale, dei modi con cui gli uomini e le donne, le famiglie, i ragazzi, gli adolescenti, i giovani e gli anziani danno futuro alla vita e costruiscono storie di fraternità evangelica.
"Popolarità" del cristianesimo non significa la scelta di basso profilo di un "cristianesimo minimo", ma la sfida che la tradizione tutta italiana di una fede presente sul territorio sia capace di rianimare la vita quotidiana delle persone, di illuminare le diverse stagioni dell'esistenza, di essere significativa negli ambienti del lavoro e del tempo libero, di plasmare le forme culturali della coscienza civile e degli orientamenti ideali del paese.
Popolarità del cristianesimo è allora la scelta della "misura alta della vita cristiana ordinaria" (NMI, 31), che deve servire alla coscienza dei singoli e al ministero pastorale per acquisire una maggiore sapienza evangelica di ciò che è in gioco nelle forme quotidiane dell'esperienza cristiana. Così potrà dare volto a una sapienza cristiana evangelicamente consapevole e culturalmente competente».
La singolarità dell'Italia richiamata dal Pontefice, che riconosce una particolare attenzione alla sua tradizione spirituale e culturale, appella a una ripresa creativa della linfa più viva della forma storica del cattolicesimo italiano, istintivamente insofferente per ogni forma di gelido razionalismo e di intimismo religioso.
Lo stile con cui elaborarla
In secondo luogo, lo stile della evangelizzazione esige di dare smalto alla modalità comunionale della testimonianza.
Forse è giunto il tempo favorevole per una "sinodalità" che veda partecipare alla missione della chiesa tutte le forze del cattolicesimo italiano, ciascuno con il suo dono e la sua responsabilità. Ecclesialità e sinodalità sono insieme un affectus e uno stile:
- un affectus perché oggi «si danno opportunità inedite e urgenze più forti per vivere una comunione ecclesiale più ampia, più intensa, più responsabile e, proprio per questo, più missionaria» (Tettamanzi);
- e uno stile dal momento che «diviene ancora più evidente la necessità di comunione e di un impegno più sinergico tra i laici cristiani e tra le loro diverse forme di aggregazione, mentre si rivelano privi di fondamento gli atteggiamenti concorrenziali e i timori reciproci» (Ruini).
- Un affectus e uno stile che si radicano nell'ecclesiologia di comunione, che, prima di essere un compito, è la forma testimoniale dell'evangelizzazione e la sottolineatura tipica del Convegno. Nessuno può pensare di comunicare Cristo da solo, perché nessuno diventa discepolo e segue il Signore in modo isolato: i profeti e i pionieri del NT, anche quando fanno da battistrada della speranza e disegnano le vie del futuro, lo fanno come membri di una comunità credente e per affascinare altri all'unico incontro con Gesù risorto.
Le figure da mettere in campo.
In terzo luogo, ci si è concentrati sulle figure dell'evangelizzazione.
In molti interventi prima del Convegno cresceva la pressione per mettere a fuoco il tema dei laici. Il titolo dato all'assise, però, favoriva una considerazione non separata del laico, con il conseguente accanimento a cercarne la specificità, spesso da difendere gelosamente contro altre figure ecclesiali. Infatti la prospettiva, con cui parlare del laico, è cambiata sia nel clima ecclesiale, sia nella riflessione teologica.
L'atmosfera ecclesiale dell'ultimo decennio, proprio in un'ottica missionaria, tende a situare la missione dei laici nella comune vocazione di "testimoni" del vangelo ricevuto, del mistero celebrato e della comunione vissuta, da trasmettere nella chiesa e nel mondo.
Il tema teologico della testimonianza è stato fecondo perché rappresenta anche lo stadio più consapevole della teologia del laicato, che ne definisce la specificità non in termini essenzialistici, ma a partire dalla comune radice battesimale, che si colora poi delle diverse condizioni di testimonianza: la famiglia, la professione, i ministeri ecclesiali, l'impegno sociale, il servizio di volontariato, l'impegno politico, la missio ad gentes.
2.3. Il terzo messaggio del Convegno di Verona
Infine, il terzo messaggio del Convegno di Verona ne presenta forse l'aspetto più innovativo. Si tratta della inusuale articolazione dell'agire pastorale negli ambiti a tema a Verona. Non è qui il luogo per dar conto della ricchezza delle cinque relazioni di ambito, del lavoro dei trenta gruppi e delle sintesi dei cinque ambiti presentatati in aula. Sarebbe in ogni caso un'interessante istantanea del cattolicesimo italiano sulla soglia del Terzo millennio.
Mi pare sufficiente soffermarmi sull'elemento forse più nuovo del Convegno di Verona, apprezzato da molti anche prima dell'inizio dell'incontro nella città scaligera. Molti hanno potuto sperimentare l'obiettivo che si prefiggeva la scansione degli ambiti di esercizio della testimonianza: l'unità della pastorale della chiesa va ricondotta all'unità della persona e alla sua capacità di evidenziare la dimensione antropologica dell'agire missionario della chiesa.
Questa obiettivo è stato focalizzato anzitutto dai protagonisti. Il card. Tettamanzi, infatti, ha affermato: «Ora la speranza cristiana, grazie alla novità dei suoi contenuti e in concreto all'esperienza di Dio e dell'uomo che essa genera e alimenta, possiede un formidabile potere di trasformazione sulla visione, di più sull'esperienza odierna dell'uomo: vale a dire su l'immagine e la concezione della persona, l'inizio e il termine della vita, la cura delle relazioni quotidiane, la qualità del rapporto sociale, l'educazione e la trasmissione dei valori, la sollecitudine verso il bisogno, i modi della cittadinanza e della legalità, le figure della convivenza tra le religioni e le culture e i popoli tutti».
E al termine del Convegno il card. Ruini ha indicato il significato dell'elaborazione degli ambiti per l'azione pastorale del futuro: «Per parte mia vorrei solo confermare che il nostro Convegno, con la sua articolazione in cinque ambiti di esercizio della testimonianza, ognuno dei quali assai rilevante nell'esperienza umana e tutti insieme confluenti nell'unità della persona e della sua coscienza, ci ha offerto un'impostazione della vita e della pastorale della Chiesa particolarmente favorevole al lavoro educativo e formativo. Si tratta di un notevole passo in avanti rispetto all'impostazione prevalente ancora al Convegno di Palermo, che a sua volta puntava sull'unità della pastorale ma era meno in grado di ricondurla all'unità della persona perché si concentrava solo sul legame, pur giusto e prezioso, tra i tre compiti o uffici della Chiesa: l'annunzio e l'insegnamento della parola di Dio, la preghiera e la liturgia, la testimonianza della carità» (corsivo mio).

Mi sembra utile riflettere sulle prospettive che qui si aprono. Forse potrebbe essere il frutto più promettente del Convegno. Occorre ripensare l'unità della pastorale, articolata nelle funzioni e/o uffici della Chiesa (Parola, Sacramento, Carità/comunione e Carità/servizio), incentrandola maggiormente sull'unità della persona, sulla rilevanza educativa e formativa che queste funzioni possono avere.
Credo che si debba aggiungere: non si tratta di sostituire al criterio ecclesiologico la rilevanza antropologica nel disegnare l'unità e l'articolazione della missione della Chiesa, quanto invece di mostrare che la pastorale in prospettiva missionaria deve sapere in ogni caso condurre l'uomo all'incontro con la speranza viva del Risorto.
Diversa è, infatti, la funzione del criterio ecclesiologico e della rilevanza antropologica: lo schema dei tria munera dice l'unità della missione della Chiesa negli elementi che la costituiscono come dono dall'alto, ne dice l'eccedenza irriducibile a ogni cosiddetto umanesimo; il rilievo antropologico dell'azione pastorale della Chiesa, destinato all'unità della persona e alla figura buona della vita che vuole suscitare, dice l'insonne compito dell'agire missionario della Chiesa di dirsi dentro le forme universali dell'esperienza, che sono sempre connotate dall'ethos culturale e dalle forme civili di un'epoca. Saper mostrare la qualità antropologica dei gesti della Chiesa è oggi un'urgenza non solo dettata dal momento culturale moderno e post, ma è un istanza imprescindibile per dire che il Vangelo è per l'uomo e per la pienezza della vita personale.

Ciò rappresenta effettivamente una sfida nuova. Occorrerà immaginare che cosa significhi questo per lo stile pastorale dei ministri del vangelo e prima ancora per la testimonianza del credente. Questa lettura forte del lavoro degli ambiti potrà mostrare il suo carattere promettente e collocare nella giusta cornice anche l'ultimo accento risuonato a Verona. Quello che riguarda, per così dire, i "luoghi sensibili" (personali e sociali) del confronto della visione cristiana sul mondo con le altre prospettive culturali sull'uomo e sulla società.
L'indicazione del Papa è stata univoca: i necessari discernimenti critici della coscienza cristiana sui temi civili e sociali che hanno un forte impatto morale (i cosiddetti temi "non negoziabili") sono da presentare come dei "no" che sappiano sempre far intuire e rimandare al grande "sì" della fede all'uomo e al suo destino.

Qui si colloca anche la singolare testimonianza del credente, con la sua autonomia di giudizio critico e di presenza civile, ma anche con la sua specifica responsabilità di alimentarsi alla visione cristiana della vita. Ne è venuta un'indicazione e un'esigenza per un confronto più serrato tra le varie anime del cattolicesimo italiano, il bisogno di un`identità aperta" che sappia apprezzare le diverse prospettive culturali, anzitutto tra i cristiani, per trovare l'unità dei credenti nell'unità della fede e della Chiesa. E tenere la diversità di opzioni sociali e politiche nella dialettica fruttuosa di chi si colloca nell'arena civile forte di una coscienza morale e di una passione civile che non solo non demonizza gli altri, ma anzi ha bisogno di riconoscere nell'altro la parte che manca inevitabilmente nella sua scelta storica. Solo facendo così si avrà un modello di convergenza dei cattolici non a spese della legittima pluralità, ma proprio attraverso di essa.

† Franco Giulio Brambilla

NB. Si ringrazia Vittorio Ciani per la collaborazione

domenica 6 settembre 2009

Pianazze/5, la lettera pastorale del vescovo Ambrosio

Sintesi a cura dell’ufficio stampa

“Prendi il largo” è il titolo della lettera pastorale con la quale il vescovo mons. Gianni Ambrosio dà indicazioni per “i primi passi della Missione Popolare Diocesana”. Il documento è stato presentato ufficialmente nel corso del convegno pastorale che si è tenuto il 4 e il 5 settembre a Pianazze. La sintesi, che segue, è unicamente un primo aiuto per gli operatori della comunicazione e non è stata rivista dall’Autore. Il testo integrale, pubblicato in un opuscolo inserito in un cofanetto con il programma del prossimo anno pastorale e con un DVD sul significato della Missione, è stato distribuito ai partecipanti al convegno e può essere richiesto alla segreteria pastorale della Curia; inoltre sarà presto disponibile anche sul sito internet della diocesi.

In apertura mons. Gianni Ambrosio, dopo aver ricordato il periodo trascorso alla guida della “amata Chiesa di Piacenza-Bobbio”, fa riferimento al suo recente pellegrinaggio in Terra Santa con i giovani sottolineando che la comunità cristiana, tenendo “fisso lo sguardo su Gesù, parola di Dio fatta carne, può svolgere il grande compito dell’evangelizzazione. Desiderando essere costantemente evangelizzata, la comunità cristiana annuncia che Gesù è l’inviato del Padre, venuto nel mondo per rivelarci il volto del Padre che ama e per donarci lo Spirito Santo affinché possiamo tutti partecipare alla vita divina. Prima ancora di essere un dovere – e lo è, per ogni cristiano e per ogni comunità cristiana –, la missione sgorga dalla gioiosa esperienza della Pasqua, dall’incontro con il Cristo Risorto. Chi ha provato questa gioia, vuole diffonderla, non può fare a meno di andare di corsa a comunicarla ai fratelli e alle sorelle. Chi si è incontrato con lui, sente la necessità di donare speranza a chi non ce l’ha, di offrire un raggio di luce a chi vive nel buio (cf Lc 14,33; Mc 16, 8)”.
IL TITOLO. In un passaggio la giustificazione del titolo della lettera pastorale: “Come tutti i pellegrini che si recano in Terra Santa, anche noi siamo stati sulle rive del lago di Gennèsaret o di Tiberiade. Lì sono risuonate per noi le parole di Gesù rivolte a Simone e agli altri apostoli: “Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca” (Lc 5, 4 ).È opportuno soffermarsi su questo brano del Vangelo di Luca, perché queste parole devono sempre risuonare nella nostra Chiesa di Piacenza-Bobbio”.

LA MISSIONE POPOLARE. Dopo aver commentato questo brano del Vangelo di Luca, il Vescovo affronta il tema della missione popolare diocesana. “Come Pietro, anche noi, fidandoci della parola di Cristo e accogliendo il suo invito a diventare pescatori di uomini, desideriamo comunicare che l’incontro vivo con Cristo Risorto, testimone del Padre, riempie di gioia e di speranza la vita umana. Ecco allora la Missione popolare diocesana: un ‘tempo speciale’ per ritrovare lo slancio missionario e per ricuperare la comune responsabilità di quel ‘tesoro’ che è stato affidato a noi per essere a tutti comunicato. Perché questo ‘grande atto di carità’ – così qualificava l’impegno della Chiesa del Concilio nell’andare incontro a tutta l’umanità il cardinale Montini nella sua Lettera quaresimale del 1962 Pensiamo al Concilio) – possa essere attuato con passione, occorre seguire Simon Pietro e metterci tutti alla scuola del Vangelo, lasciandoci plasmare dallo ‘stile educativo’ di Gesù. Solo così potremo consegnare alle generazioni più giovani la bellezza e la novità del Vangelo, per essere veri “serviteurs de la confiance” (come diceva frère Roger di Taizé in uno dei suoi ultimi interventi), servi della fiducia, e per questo capaci di superare i “maestri del sospetto”.
“Vi invito pertanto a dedicare i primi mesi del nuovo anno pastorale ad un discernimento orante, per rispondere con generosità e prontezza all’appello dello Spirito a diventare missionari del Vangelo. Per questo sarà utile che tutti riprendiamo nella meditazione e nella preghiera l’icona evangelica della Missione (Lc 5,1-11). Entro la fine del mese di dicembre in ogni unità pastorale dovrà essere costituito il gruppo dei missionari. Nella festa del Battesimo di Gesù celebreremo tutti insieme, nella nostra Cattedrale, l’inizio della Missione popolare diocesana”. Mons. Ambrosio non si nasconde le difficoltà, ma sottolinea che “la Missione è un cantiere dello Spirito”.

I MISSIONARI. Il Vescovo, dopo aver ricordato che il Vangelo è per tutti, si sofferma sulla figura dei missionari. “Nel Vangelo secondo Marco, il discorso di Gesù che invia i dodici in missione è particolarmente breve, quasi a suggerire il carattere rapido, improvviso e sorprendente del nuovo cammino (cf Mc 6, 7-13). Gesù chiama senza ulteriori dichiarazioni sulle condizioni di esercizio della missione. Né doti né abilità particolari né qualità oratorie distinguono i missionari. Tutta la forza sta nella chiamata che è grazia e benedizione. Se ai missionari mancherà qualcosa per l’attuazione del loro incarico, questo verrà ad essi aggiunto in dono. (...) Neppure a noi oggi servono troppe condizioni: se si deve prevedere e provvedere a tutto non si parte mai.
“(...) Coloro che sono chiamati da Gesù sono chiamati subito alla missione: tuttavia l’invio è preceduto da un tempo di vita comune con il Maestro. Questa consuetudine di vita diventa una sorta di noviziato, di iniziazione alla novità che la proposta di Gesù porta in sé. Si richiede perciò di lasciarsi plasmare da colui che chiama per diventare a tal punto appassionati della parola del Vangelo da sentire il bisogno di coinvolgere altri. Ogni cristiano che vive attivamente la propria adesione a Cristo e la propria appartenenza alla comunità ecclesiale attua ed esprime la missionarietà della Chiesa. Nel tempo speciale della missione popolare vi è però bisogno della disponibilità di molti a vivere in modo specifico il servizio missionario. Durante il cammino ci saranno chiamate a servizi particolari: qualcuno sarà chiamato ad animare celebrazioni, altri a proporre momenti di annuncio della parola, altri ancora percorsi di gruppo. Tutti con il solo desiderio di servire con fedeltà e creatività la missione di Gesù e della sua Chiesa.
“Se nella nostra diocesi molti accoglieranno con entusiasmo l’invito a diventare missionari, la Missione popolare potrà prendere avvio. Il resto verrà di conseguenza: dalla loro azione e testimonianza sia a livello di vita personale (casa, lavoro, ecc.) che pastorale, nascerà il volto nuovo della nostra Chiesa.
“Chi può essere missionario? Tutti, dai ragazzi agli anziani. Partecipare come missionario alla missione popolare è come prima cosa un’esperienza gioiosa, una risorsa per se stessi e per gli altri. Non è necessario sentirsi competenti, all’altezza e già preparati. È sufficiente l’ascolto, la disponibilità, la gioia di voler condividere ciò che abbiamo ricevuto. In un certo senso si potrebbe dire che si fa la missione per diventare missionari: accogliendo la chiamata si riceve in dono una fede rinnovata, desiderando donare agli altri si manifesta la gratitudine per il dono ricevuto e il dono diventa l’evento della nostra vita. La missione coinvolge tutti i cristiani, ma in particolare i missionari. Se all’inizio sono poche le persone che si lasceranno appassionare, con il loro entusiasmo contageranno altri.
È mio vivo desiderio incontrare il gruppo dei missionari delle diverse Unità Pastorali, eventualmente già nella prossima visita che farò ai sacerdoti andando ad incontrarli là dove svolgono il loro ministero”.
“La Missione popolare diocesana – continua mons. Ambrosio- è anche questione di stile ecclesiale, lo stile con cui la nostra Chiesa svolge la sua missione nel mondo che cambia, puntando sulla “conversione pastorale”, sulla necessità di ri-situare, in un nuovo orizzonte, le forme e le modalità del suo servizio pastorale. Per questo è importante riflettere insieme su alcuni tratti essenziali dello stile e del volto della Chiesa. (...)

STILE E VOLTO DELLA CHIESA DELLA MISSIONE. Il Vescovo si sofferma poi su “alcuni tratti dello stile e del volto della Chiesa della missione” e chiede che si continui “la riflessione all’interno degli organismi di partecipazione e nei momenti formativi dei gruppi per percorrere accordati il cammino della Missione”.
La Chiesa della missione è:
battesimale (compiere ciò che è necessario perché i doni del Battesimo siano riconosciuti);
eucaristica (quando la comunità si riunisce per celebrare l’Eucaristia nel giorno del Signore, il cuore ricomincia a sperare, le persone ritornano capaci di gesti di gratitudine e iniziano ad agire con sapienza festiva. È questa la grazia che salva, che restituisce l’uomo a se stesso);
essenziale (è certa della bellezza e della potenza del Vangelo e si impegna perché le persone possano ritrovare il centro, la sorgente, il fondamento che è Gesù Signore);
ospitale (la Chiesa della Missione è incarnata, non elabora solo discorsi, ma invita ad incontri, crea luoghi in cui le persone possono essere accolte, riconosciute, chiamate per nome);
semplice (sa che la religione può correre il rischio di diventare un’ideologia quando è proposta una verità astratta e racchiusa in puri schemi di pensiero.... La verità non coincide con un apparato culturale, ma ha il volto misterioso della persona di Gesù);
vivificante (prima di essere maestra, si fa discepola dell’unico Maestro; prima di insegnare, ascolta lui e si mette in ascolto anche delle persone che incontra e si lascia interpellare dalle culture con cui entra in contatto. Non dimentica il passato e non demonizza il presente, ma accoglie e sente amiche le forme del sentire contemporaneo. Perciò non teme la libertà, rispetta la sensibilità, si fa vicina al desiderio dell’uomo);
coinvolgente (più una Chiesa è semplice e umile, più riesce a coinvolgere uomini e donne nel cantiere dello Spirito);
creativa (solo una Chiesa animata dallo Spirito Santo è una Chiesa creativa in grado di affrontare la complessità del mondo e le sfide della vita, rinnovando i linguaggi, andando alla ricerca di nuovi carismi, reinventando le forme di prossimità);
affettiva (non convince solo con ragionamenti; scrive nel cuore delle persone le immagini della tenerezza, dell’amore, della misericordia, della figliolanza, le stesse immagini di Gesù);
aperta (di tutti e per tutti. La sua origine è nel Cristo crocifisso, radicalmente aperto e offerto a tutti).

MISSIONE POPOLARE – MISSIONE EDUCATIVA. Infine la terza parte in cui il Vescovo affronta il rapporto tra missione popolare e missione educativa. “Vogliamo vivere il tempo speciale della missione popolare prestando attenzione alle sollecitazioni del contesto socio-culturale e in sintonia con le linee di lavoro pastorale della Chiesa Italiana, che indica la questione educativa tra i temi prioritari dei prossimi anni”.
Mons Ambrosio sviluppa poi alcuni temi specifici: in cammino con la Chiesa italiana; educare al mistero di Dio e al mistero dell’uomo; educare alla relazionalità e alla libertà responsabile; la comune responsabilità educativa; verso Cristo e verso i fratelli.
La lettera pastorale nella parte conclusiva fa riferimento all’incontro tra Maria e la cugina Elisabetta: “In queste due madri vediamo la nostra Chiesa che ha un volto, un cuore, una preoccupazione di madre. Vediamo anche lo stile della missione della Chiesa, nel gesto di saluto, nel riconoscimento dell’opera di Dio nella storia degli uomini, nel servizio umile e gioioso. Così, con questo stile, la nostra Chiesa si mette in cammino con la missione popolare diocesana e con la missione educativa”.
Il documento termina con un’invocazione alla Madonna; non a caso è stato il firmato dal Vescovo il 15 agosto 2009, Solennità della Beata Vergine Assunta.

Pianazze/4, il Convegno

I lavori sono iniziati venerdì pomeriggio con un momento di preghiera presieduto dal vescovo mons. Gianni Ambrosio, con la proiezione del DVD con la quale Barbara Tondini, con i suoi ospiti tra cui il Vescovo e mons. Busani, sintetizza il significato della missione ed infine l’intervento di don Roberto Vignolo, biblista della Facoltà teologica interregionale Milano - Lodi, sul tema: “Gesù e i discepoli nel Vangelo di Luca. L’inizio della missione”.
Don Vignolo, uno studioso già altre volte a Piacenza per corsi di formazione, ha riletto, alla luce del concetto di missione, gli scritti di Luca: il Vangelo e gli Atti degli Apostoli. Da notare che da Luca è tratto il titolo della lettera pastorale; inoltre il prossimo anno prevede la proclamazione del Vangelo di questo evangelista. Don Vignolo non si è limitato ad una lettura specialistica, ma ha tracciato un parallelo tra i “mandati”, cioè i missionari, delle Sacre Scritture e quelli di oggi. Come quelli di ieri anche quelli di oggi dovranno andare con niente, intendendo con questo che dovranno “destrutturalizzarsi” per fare spazio, loro per primi, al messaggio evangelico e una Chiesa in missione dovrà soprattutto essere una “Chiesa in ascolto”.
In serata vi è stata poi all’esterno di Villa Regina Mundi la veglia ecumenica di preghiera in occasione della giornata per la salvaguardia del creato sul tema: “Laudato si’, mi’ Signore”. Sono intervenute anche rappresentanze di comunità cristiane presenti a Piacenza: ortodossi macedoni e metodisti.
Sabato 5 settembre, il convegno è ripreso con un intervento del vescovo mons. Gianni Ambrosio; tema: la presentazione della lettera pastorale. Mons. Ambrosio ha approfondito alcuni punti della sua lettera, ovviamente con lo sguardo rivolto alla missione che dev’essere un “cammino secondo lo spirito”; in altre parole un cammino spirituale secondo la prospettiva cristiana (diventare conformi all’immagine di Cristo). La lettera parte dal recente pellegrinaggio in Terra Santa, ma d’altra parte la missione non è altro che un pellegrinaggio della fede. “Siamo sempre in cammino e con noi c’è sempre Dio”. Lo sguardo dev’essere sempre fisso a Gesù e ai fratelli. Missione significa ravvisare in noi la consapevolezza che Gesù è con noi.
E poi il rapporto con l’educazione: occorre andare alla scuola del vangelo all’insegna della fiducia. “Il tema della missione – ha sottolineato mons. Ambrosio – è ‘Prendi il largo’, ma vorrei che fosse messo in conto anche il vero significato della frase evangelica: ‘Guarda verso l’alto’”.
Sempre a proposito di missione ed educazione occorre lasciarsi educare da Dio. La nostra fede dev’essere sostenuta da un costante impegno educativo. A questo proposito occorre chiedersi – ha detto il Vescovo – se la nostra comunità è veramente educante. E un esempio da seguire è quello dell’incontro tra la Maria ed Elisabetta (con questa immagine termina la lettera pastorale): il loro stile dev’essere anche quello della nostra Chiesa.
Al termine delle parole di mons. Ambrosio, quasi a sottolineare la sua costante attenzione al recente pellegrinaggio in Terra Santa, ai presenti – particolarmente numerosi – è stato presentato il video realizzato dalla Pastorale Giovanile sul recente “tour de vie” in Terra Santa.
E’ stata poi la volta di mons. Franco Giulio Brambilla, vescovo ausiliare di Milano, preside della Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale. A lui è toccato il compito di approfondire il tema “La Chiesa della missione” e lo ha fatto commentando, da par suo, i primi versetti del Vangelo di Giovanni. Mons. Brambilla ha sottolineato che “missione e comunione” nell’incontro con il Signore è un binomio inscindibile. L’annuncio del Vangelo deve generare comunione altrimenti non vi è Chiesa e la comunità dev’essere luogo di relazione, comunione tra i singoli uomini e poi comunione con il Padre e il Figlio. “In questa comunione tra persona e persona c’è l’intimità con Dio. Questa e la Chiesa”.
Nel pomeriggio si sono tenuti i lavori di gruppo guidati dal vicario per la pastorale mons. Giuseppe Busani che, nell’introduzione, ha illustrato in modo particolare la figura dei missionari rifacendosi allo specifico capitolo della lettera pastorale di mons. Ambrosio, il n. 8, “I missionari, cuore della missione”.
In entrambi i giorni i dibattiti sono stati coordinati da Pierpaolo Triani, segretario del Consiglio Pastorale Diocesano.

Pianazze/3, i tempi della Missione

Il convegno di Pianazze ha rappresentato il primo momento della missione popolare diocesana che si articolerà in diverse fasi distribuite nei prossimi anni; queste le tappe previste nei prossimi mesi:
- il primo atto è costituito proprio dal convegno di Pianazze durante il quale sono state approfondite le motivazione e illustrati i primi passi della missione;
- il 25 e 26 settembre è in programma la “due giorni” di aggiornamento del clero al Collegio Alberoni:
- il mese di ottobre sarà dedicato alla formazione dei circa 50 coordinatori diocesani sia preti che laici (sarà ancora presente don Luigi Mosconi);
- entro l’Epifania nelle Unità Pastorali e nelle parrocchie verranno scelti i missionari; è desiderio del Vescovo, nella prossima visita ai sacerdoti là dove svolgono il loro ministero, incontrare anche il gruppo dei missionari delle diverse Unità pastorali.

Nei prossimi anni

La missione popolare diocesana si articola nei prossimi anni secondo il seguente calendario di massima:
da gennaio 2010 a maggio 2011 è in programma la formazione dei missionari coinvolti (si parla di cinquemila persone), mentre da ottobre 2011 a ottobre 2012 avrà luogo la celebrazione della missione vera e propria.
Dal novembre 2012 fino alla pentecoste del 2013 è prevista la fase di passaggio dalla missione popolare alla vita pastorale ordinaria.

Pianazze/2, il significato della Missione popolare

Sul significato della Missione popolare si sofferma ovviamente il Vescovo nella sua lettera; una sintesi – nel DVD e in altri interventi – viene fornita anche da mons. Giuseppe Busani, vicario episcopale per la pastorale e responsabile dell’équipe che mons. Ambrosio ha costituito appositamente per la missione.
La riportiamo:

“Missione. E’ una delle note caratteristiche della Chiesa e della vita di ogni battezzato. Non è qualcosa che si aggiunge in un secondo tempo alla struttura costitutiva della vocazione di ogni battezzato: ne fa parte sin dall’inizio. Il destino di quelli che sono chiamati da Gesù è la missione. Gesù chiama i discepoli a stare con Lui e contemporaneamente per inviarli ad altri. La missione consiste nel prendersi cura della vita e della fede dell’altro come Gesù si è preso cura di noi. Esige e realizza apertura, esodo da sé, ospitalità, far posto. E’ viver la vita non come parcheggio, ma come movimento verso l’altro.

“Popolare. Soggetto della Missione è il popolo, a partire dai membri delle nostre comunità parrocchiali fino a coinvolgere tutte le esperienze ecclesiali. La missione popolare è fatta da noi, non è delegata a qualcuno che viene da altrove. E’ legata al territorio della nostra diocesi. Coinvolge laici e preti insieme, rende tutti soggetti dell’annuncio del Vangelo a tutti.

“Diocesana. E’ una scelta unitaria che coinvolge tutta la pastorale diocesana. Parrocchie, associazioni, gruppi, movimenti, comunità, cammini ‘priorizzano’ la MPD . Diviene così una reale esperienza di comunione ecclesiale, mette in atto una concreta apertura, un movimento di dare e ricevere tra tutte le realtà diocesane”.

Pianazze/1, la Chiesa "prende il largo"

Si è concluso sabato 5 settembre 2009, a Villa Regina Mundi di Pianazze in Alta Val Nure, il convegno pastorale che ha aperto il nuovo anno pastorale e che ha dato il via alla Missione popolare diocesana che impegnerà la Chiesa piacentina per i prossimi anni.

La lettera pastorale

I lavori sono iniziati ieri pomeriggio, venerdì, e si sono articolati attorno la lettera pastorale del Vescovo dal titolo: “Prendi il largo. La missione popolare e la missione educativa.” di cui diamo in allegato una rapida sintesi. Il documento si articola in tre parti. Con la prima mons. Gianni Ambrosio si ricollega al suo recente pellegrinaggio in Terra Santa con i giovani, parla della Chiesa in cammino verso Cristo soffermansi poi sul tema che dà il titolo al documento: “Come tutti i pellegrini che si recano in Terra Santa, anche noi siamo stati sulle rive del lago di Gennèsaret o di Tiberiade. Lì sono risuonate per noi le parole di Gesù rivolte a Simone e agli altri apostoli: ‘Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca’ (Lc 5, 4 ). È opportuno soffermarsi su questo brano del Vangelo di Luca, perché queste parole devono sempre risuonare nella nostra Chiesa di Piacenza-Bobbio (…) . Anche noi (…) vogliamo fare nostro questo appello e ci impegniamo a iniziare la missione popolare con una più grande fiducia nell’opera dello Spirito Santo e con un coinvolgimento di tutti i battezzati consapevoli di appartenere al ‘popolo nuovo’, fondato sulla pietra angolare che è Cristo e collocato dallo Spirito nel mistero pasquale”.
Il Vescovo entra poi nello specifico della missione popolare diocesana, parla di una risposta all’invito di Gesù, sottolinea che il Vangelo è per tutti, per passare poi a tratteggiare la figura dei missionari. “Chi può essere missionario? Tutti, dai ragazzi agli anziani. Partecipare come missionario alla missione popolare è come prima cosa un’esperienza gioiosa, una risorsa per se stessi e per gli altri. Non è necessario sentirsi competenti, all’altezza e già preparati. È sufficiente l’ascolto, la disponibilità, la gioia di voler condividere ciò che abbiamo ricevuto. In un certo senso si potrebbe dire che si fa la missione per diventare missionari: accogliendo la chiamata si riceve in dono una fede rinnovata, desiderando donare agli altri si manifesta la gratitudine per il dono ricevuto e il dono diventa l’evento della nostra vita. La missione coinvolge tutti i cristiani, ma in particolare i missionari. Se all’inizio sono poche le persone che si lasceranno appassionare, con il loro entusiasmo contageranno altri. È mio vivo desiderio incontrare il gruppo dei missionari delle diverse Unità Pastorali, eventualmente già nella prossima visita che farò ai sacerdoti andando ad incontrarli là dove svolgono il loro ministero”.
Mons. Ambrosio si sofferma ampiamente su quello che chiama “lo stile con cui la nostra Chiesa svolge la sua missione nel mondo che cambia, puntando sulla ‘conversione pastorale’, sulla necessità di ri-situare, in un nuovo orizzonte, le forme e le modalità del suo servizio pastorale”.
Infine la terza parte che analizza il rapporto tra missione popolare e missione educativa.

venerdì 4 settembre 2009

Il programma delle Pianazze

CONVEGNO PASTORALE DIOCESANO
4 – 5 SETTEMBRE 2009- VILLA REGINA MUNDI - PIANAZZE

“PRENDI IL LARGO” (Lc 5,1-11 )
I primi passi della Missione Popolare Diocesana

PROGRAMMA

Venerdì 4 Settembre

Ore 17,00 Preghiera d’inizio e introduzione al Convegno

Gesù e i discepoli nel Vangelo di Luca. L’inizio della missione
DON ROBERTO VIGNOLO, biblista, Facoltà teologica interregionale, Milano-Lodi

Confronto

Ore 19,30 Cena

Ore 21,00 “Laudato si’, mi’ Signore”
Veglia ecumenica di preghiera
in occasione della giornata per la salvaguardia del creato

NOTA. Parteciperanno alla veglia cattolici, ortodossi, macedoni, metodisti e SAE. Per chi volesse prendere parte solo a questo momento del convegno, ricordiamo che venerdì un pullman partirà alle 18,15 dal piazzale davanti al Cheope di Piacenza (all’arrivo a Pianazze è prevista la cena). Per informazioni: d.horak@libero.it; 0523.1995691

Sabato 5 Settembre

Ore 8,00 Celebrazione delle Lodi

Ore 9,00 Presentazione della Lettera Pastorale
S.E. MONS. GIANNI AMBROSIO

Pausa

Ore 10,30 La Chiesa della missione
S. E. MONS. FRANCO GIULIO BRAMBILLA, Vescovo Ausiliare di Milano,
Preside della Facoltà Teologica interregionale

ORE 12.00 CONCELEBRAZIONE EUCARISTICA

ORE 13.00 Pranzo

ORE 15,00 La Missione di tutti. Stile e compiti dei missionari
Introduce DON GIUSEPPE BUSANI

La chiesa della missione e’..
LABORATORI

Ore 17.00 Conclusioni

NOTA. A PIANAZZE SARÀ IN DISTRIBUZIONE UN COFANETTO CON IL TESTO DELLA LETTERA PASTORALE ED ALTRI SUSSIDI RELATIVI ALL’AVVIO DELLA MISSIONE POPOLARE DIOCESANA

mercoledì 2 settembre 2009

S.M. di Campagna, un convento aperto alla città

A Parma è quasi più conosciuto del vescovo. Quando si è sparsa la notizia del suo trasferimento si sono levati pianti e lacrime. Padre Secondo Ballati, 52 anni, nuovo guardiano e rettore di Santa Maria di Campagna (dal prossimo 21 settembre), nella città ducale è sempre stato apprezzato per aver condotto il convento e i suoi frati in mezzo alla gente, quella più semplice e più povera. Un convento aperto, dunque, ma anche un convento e una chiesa accogliente dove chi arriva - dice padre Secondo - possa poi tornare a casa contento. Di che cosa? Di aver incontrato Dio.

martedì 1 settembre 2009

Dalla Gmg di Colonia a suora di clausura

Nel convento delle Carmelitane Scalze piacentine di San Lazzaro sabato prossimo, 5 settembre, una giovane suora terrà la sua professione temporanea. L’importante appuntamento è fissato alle ore 16 nella chiesa del monastero di clausura di via Spinazzi 36. A tenere la professione temporanea sarà suor Maria Cecilia di Gesù Amore. La concelebrazione eucaristica sarà aperta a tutti e sarà presieduta dal superiore provinciale Padre Attilio Viganò. Suor Maria Cecilia ha partecipato in prima persona alla Giornata mondiale della Gioventù di Colonia e, due mesi dopo - nell'ottobre 2005 - ha deciso di entrare nel monastero di clausura delle Carmelitane Scalze.

lunedì 24 agosto 2009

Nomine: dalla madre generale al nuovo guardiano

Sacricorridoi ritorna a raccontare la chiesa piacentino-bobbiese e i suoi dintorni dopo un periodo di vacanza. Come forse qualche lettore di Libertà avrà potuto vedere, sul quotidiano di Piacenza ho dato l'anticipazione di alcune importanti nomine che vedranno il loro coronamento nel mese di settembre. In questo mese di agosto si sono svolti i capitoli di alcune congregazioni religiose. In particolare, quello delle suore Figlie di Gesù Buon Pastore (la casa generalizia è a Piacenza in via Mazzini), ha nominato la piacentina suor Franca Barbieri madre generale. Per il prossimi sei anni sarà la guida delle 130 suore della congregazione. Importante avvicendamento anche in Santa Maria di Campagna. Il capitolo dei francescani minori ha nominato padre Secondo Ballati nuovo guardiano. Sostituirà padre Gerolamo Pazzini. Padre Ballati viene da Parma dove ha retto la chiesa dell'Annunziata e la mensa di Padre Lino.
Alla sede piacentina dell'Università Cattolica del Sacro Cuore cambia l'assistente spirituale. Al posto di don Celso Dosi, a tempo pieno nella segreteria del vescovo, arriva don Mauro Bianchi, rientrato dal Brasile lo scorso luglio dove ha era missionario fidei donum.
Infine i curati: si parla con insistenza della partenza di don Fabio Galli da Nostra Signora di Lourdes, diretto verso qualche parrocchia cittadina in affiancamento di qualche prete anziano.
Don Matteo Bersani dovrebbe venire invece ufficializzato a Nostra Signora di Lourdes.
Solo una voce, invece, quella che vorrebbe l'attuale vicario generale monsignor Lino Ferrari come nuovo vescovo di Massa Carrara-Pontremoli. Se ne riparla a partire dal gennaio 2010, così come per monsignor Antonio Lanfranchi da vescovo di Cesena-Sarsina ad arcivescovo di Modena.

giovedì 6 agosto 2009

Ambrosio: pellegrinaggio in Terrasanta un dono prezioso

Diocesi di Piacenza-Bobbio
Ufficio stampa

Il vescovo mons. Ambrosio rientrato
dal pellegrinaggio in Terra Santa

Si è concluso il pellegrinaggio che un centinaio di giovani della Diocesi ha compiuto in Terra Santa con la guida del vescovo mons. Gianni Ambrosio. Il rientro della comitiva è avvenuto nelle prime ore di oggi e il bilancio dell’iniziativa è stato giudicato altamente positivo.
“Un pellegrinaggio in Terra Santa è una benedizione grande, è un dono prezioso perché porta a respirare l’aria, a calpestare il suolo, a prendere contatto con l’ambiente in cui è vissuto Gesù”. Così mons. Ambrosio che non manca pure di sottolineare che un pellegrinaggio come quello appena concluso rappresenta l’attuazione concreta del suo motto episcopale “Vestigia Christi sequentes”. Un motto - sottolinea il Vescovo - che richiama il pellegrinaggio compiuto da un gruppo di piacentini attorno la metà del sesto secolo. Uscendo dalla nostra città – come ci ha tramandato un cronista anonimo – i pellegrini piacentini intesero proprio “mettersi sulle orme di Cristo”.
Mons. Ambrosio osserva pure che il pellegrinaggio appena concluso ha un significato particolare perché compiuto da giovani motivati e attenti al significato del gesto che stavano compiendo. “Sono stato letteralmente edificato dal comportamento di alcuni di questi giovani pellegrini che si alzavano alle prime luci del giorno per andare a pregare sul Santo Sepolcro”.
Il Vescovo sottolinea, inoltre, che i giorni passati in Terra Santa ci indicano la necessità di lasciarci educare da Dio, attraverso Gesù Cristo; nello stesso tempo il cristiano ha il dovere di trasmettere agli altri la propria fede e qui fa cenno al prossimo impegno diocesano della missione popolare che avrà un suo momento importante nel convegno di avvio previsto a Pianazze il 4 e il 5 settembre. Nel corso di tale incontro mons. Ambrosio indicherà le linee principali del nuovo impegno pastorale pluriennale che attende la diocesi di Piacenza-Bobbio.
Dopo questo appuntamento il Vescovo sottolinea di averne in agenda altri due a cui tiene in modo particolare: il pellegrinaggio con seminaristi e sacerdoti ad Ars dal 9 all’11 settembre e poi gli esercizi spirituali per il clero dal 19 al 23 ottobre alla Bellotta di Pontenure. Sono iniziative che rientrano nell’‘anno sacerdotale’, indetto dal Santo Padre nel 150° della morte di san Giovanni Maria Vianney.

venerdì 31 luglio 2009

Domani i funerali di suor Chiarina

E' morta all'età di 74 anni suor Chiarina Grazio, missionaria delle suore della Provvidenza per l’Infanzia, congregazione fondata da monsignor Francesco Torta. La Fondazione di Piacenza e Vigevano le aveva assegnato il premio Angil dal Dom 2009 per le sue attività meritorie in Etiopia. Le sarebbe stato consegnato il prossimo 20 settembre sul sagrato della cattedrale in occasione della festa di Santa Giustina. I funerali si tengono domani mattina alle ore 10 e 30 nel duomo di Piacenza.