domenica 11 aprile 2010

Sindone, 12 anni fa andò così /2

L'unico stridore nel pellegrinaggio computerizzato di fine millennio
è il vecchio pullman del “Centro Manfredini” di via Beati. A metà fra lo
scuolabus e le corriere che giravano per la provincia nei primi anni '70,
lo sgangherato torpedone blu, guidato dal prete in persona (don Angelo
Bortolotti), alla fine ce l'ha fatta e, sbuffando, è arrivato pure lui
a Torino. Neppure troppo indietro rispetto ai nove pullman granturismo
affittati dalla diocesi. Per il resto l'ostensione di fine millennio è
tutta proiettata verso il futuro. Prima di tutto l'accesso limitato e a
numero chiuso: 50 mila persone al giorno. Non una di più. Senza il tagliando
bianco (è gratuito) non c'è verso di entrare. Si prenota attraverso un
numero verde oppure “navigando”in Internet. Addio anche alle lunghe code
massacranti sotto il sole o la pioggia di Torino. Stavolta c'è un tunnel
formato da gazebo bianchi che corre in mezzo ai freschi giardini reali
e ogni tanto anche panchine di legno su cui riposare. Ti metti in fila
e scopri un'altra novità: non ci sono giapponesi. I visitatori sono quasi
tutti italiani e in maggioranza pellegrini. Vengono da ogni parte d'Italia.
Il gruppo che precede i piacentini è di un comune del torinese, Torsello,
distante dal capoluogo piemontese come Rivergaro lo è da Piacenza. Sono
arrivati in 500 e ritorneranno nelle loro case rigorosamente a piedi. «
Per fare penitenza», dice il prete che li guida. La coda procede veloce
fra pannelli appesi che raffigurano le ostensioni svoltesi a Torino negli
anni passati (dalla prima, nel 1578, a quella del 1978) e cartelli che
invitano al silenzio e al raccoglimento. Tra le barriere di controllo.
All'ultima se non si ha il codice giusto non si passa. Il percorso didattico
ha il suo culmine nella sale di prelettura, dove un filmato mostra il lenzuolo
della Sindone a grandezza naturale e ne illustra i segni impressi in negativo.
Poi l'ingresso in duomo da una porta laterale dopo aver visto i ponteggi
attorno alla cupola ancora sotto restauro in seguito al furioso incendio
dell'11 aprile scorso. Nella penombra spunta la teca illuminata. La Sindone,
un telo rettangolare di 4 metri e mezzo per uno e dieci, è lì, racchiusa
in un sarcofago di vetro da quasi quattro tonnellate. Stavolta l'hanno
realizzato anti-tutto: furto, incendio, terremoto, bombe. Intorno alla
teca tutto un drappeggio di velluti viola, il colore della liturgia. A
gruppi di 50 ci si ferma per circa due minuti. Giusto il tempo per uno
preghiera e un'emozione. Alla fine si esce nel cortile del palazzo reale:
un'ora di visita è terminata l'ostensione più veloce del millennio.
F.Fr.

Da Libertà, 26 aprile 1998

Sindone, 12 anni fa andò così /1

Commozione, incredulità, lacrime sui volti della gente all'uscita dal
duomo di Torino. Potenza della Sindone, il lenzuolo in cui la tradizione,
ma non la scienza, vuole avvolto il corpo di Gesù morto in croce. Al pellegrinaggio
organizzato dalla diocesi per l'ostensione di fine millennio era tutto
esaurito già da tempo: dieci pullman, oltre cinquecento persone provenienti
per lo più da Piacenza, Vigolzone e Borgonovo. Molti quelli che sono dovuti
rimanere a casa.
Primo dei piacentini ad entrare nella cappella della
Sindone è stato il vescovo Luciano Monari, accompagnato dal segretario
don Giuseppe Basini. «La Sindone è un aiuto a contemplare e a guardare
il Cristo - ha detto il vescovo nell'omelia officiata nella chiesa di Santa
Giulia all'arrivo del pellegrinaggio -. Su quel telo si possono vedere
i segni della sofferenza di Cristo che sono i nostri peccati». Per monsignor
Monari si è trattato del battesimo dell'ostensione. Mai era stato a Torino
a vedere il “sacro lenzuolo”. Chi ci è già stato nel 1978 è invece l'avvocato
Andrea Losi che nel tempo ha maturato sempre più la convinzione dell'autenticità
della Sindone. Il principe del foro si augura che la scienza riesca a provare
quello che la Chiesa non è ancora riuscita a definire. «Per me - ammette
Losi - è veramente il sudario di Cristo. È un fatto straordinario». Profondamente
commossa la moglie, Bianca Luppi: «Qui c'è stato avvolto il Salvatore»,
dice sottovoce. C'era già stato anche nel '78 ma è voluto ritornare. Pierino
Monticelli, 60 anni: «È sempre impressionante vederla - rivela -. Quello
è il corpo di uno che ha le stesse ferite di Gesù». Per Paola Brandini
è invece la prima volta. «Sono emozionata - balbetta la signora -. È un
momento indescrivibile». Non trova le parole neppure Laura Raimondi che
alla fine commenta: «La Sindone fa venire in mente le sofferenze del mondo».
«Ho ripensato alla passione del Signore e al Venerdì Santo», rivela a caldo
un'altra signora, Piera Corona, mentre è ancora in duomo. «Papà, posso
toccarla?».
A fare l'improponibile domanda è Carlo Braghieri, 7 anni,
che lunedì dovrà portare alla maestra una dettagliata relazione. Scontata
la risposta. L'ultima ostensione del millennio ha raccolto consensi anche
per l'organizzazione- «Nel '78 arrivavi direttamente davanti alla Sindome
senza alcuna preparazione - ricorda Luigi Rizzi, 51 anni, di Gropparello
- Oggi c'è che ti aiuta a capire».
Tutti escono dal duomo soddisfatti,
compresi i più anziani. «È tutta un'altra cosa rispetto alla ostensione
del '78 - inizia il suo monologo Carla Cella -. Allora aspettammo due ore
sotto il sole e in mezzo alla polvere». L'unico neo nell'organizzazione
lo trova Magda Pagani, «Avrei voluto avere più tempo a disposizione e una
maggiore possibilità di raccoglimento». E come darle torto. I famosi due
minuti davanti alla Sindone in realtà erano cumulativi: una sosta in compagnia
di una cinquantina di persone fra spintoni e raffiche di scatti di macchine
fotografiche senza flash.
Federico Frighi

Da Libertà, 26 aprile 1998

sabato 10 aprile 2010

Fiori per la Madonna del Popolo

Si tiene domenica 11 aprile in piazza Duomo a Piacenza la Festa della Madonna del Popolo. Si tratta di un appuntamento molto sentito dalla comunità cattolica piacentina. Alle 17, in Cattedrale, messa presieduta da monsignor Gianni Ambrosio, vescovo di Piacenza-Bobbio. Alle ore 18, processione per le vie del centro storico con il simulacro della Madonna del Popolo (nella foto un'immagine della processione con il vescovo Luciano Monari)

In occasione della Festa della Madonna del Popolo, Circolo A.n.s.p.i. Domus, Associazione "Colori e sapori di Piacenza", Associazione Commercianti e Residenti città di Piacenza, Comune di Piacenza, Circoscrizione 1 e Associazione Domus Justinae organizzano

IL CUORE DI PIACENZA IN FIORE,
in Piazza Duomo e vie limitrofe,

programma
Piazza Duomo
Esposizione floreale su tre lati della piazza dei floricoltori del Trentino.

Ore 10.00, Concerto con il Nicolini Gospel Choir.
Ore 10.30, Inaugurazione alla presenza delle autorità cittadine.
Ore 15.30, Esibizioni coreutiche a cura della Scuola di danza “Tersicore”.

Mostra di artisti dell’Istituto Gazzola, a cura di Ivo Casana.

Basilica Cattedrale: "I fiori e i frutti santi", ispirato all’”ora et labora” di S. Benedetto.
Ore 15.00 e 15.30, Visite guidate all'Archivio della Cattedrale,
Ore 16.00, salone parrocchiale (Chiostri del Duomo 10), Laboratorio di scrittura antica, a cura di “Cooltour” s.c. di Bobbio

Via Pace: banchi espositivi "Associazione colori e sapori di Piacenza"e di esercenti delle vie llimitrofe

Via Legnano: ore 15.30, laboratori e stands dedicati ai fiori, alle erbe e alla natura a cura di “I giochi di Stefania e Paolo”, Erboristeria “Angolo della natura”, Libreria “Fahrenheit 451”

venerdì 9 aprile 2010

Pedofilia/Monari: non nascondiamoci

Penso sia interessante riportare parzialmente l'omelia della messa del Giovedì Santo 2010 (quella crismale) del vescovo Luciano Monari a Brescia. Ecco la sua analisi sullo scandalo pedofilia.

Siamo responsabili delle persone che si allontanano dal Vangelo

Se Paolo scriveva “non diamo motivo di scandalo a nessuno, perché non venga criticato il nostro ministero”, noi siamo costretti, con vergogna, a tacere questa frase e a piangere sul danno fatto alla Chiesa. Se il disonore ricadesse solo su noi stessi, sarebbe pur sempre sopportabile; ma portare la responsabilità di persone che si allontanano dalla fede e dal vangelo ci pesa terribilmente. Con umiltà e vergogna ci presentiamo oggi davanti al Signore. Stiamo davanti all’altare a motivo del ministero che esercitiamo, ma nello spirito ci collochiamo in fondo al tempio, dove stava il pubblicano della parabola battendosi il petto e dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore.”

Generalizzare è ingiusto, ma non nascondiamoci

Le generalizzazioni sono sempre ingiuste e ingenerose e spesso nascono da motivazioni impure. Tuttavia non vogliamo nasconderci; sappiamo che non serve giustificarci o esibire i nostri certificati di credito, anche reali. Serve piuttosto assumere consapevolmente l’amarezza del momento che stiamo vivendo per trovare la forza di una conversione sincera e profonda. Siamo sacramento di Cristo; solo se riusciamo a manifestare il rispetto e l’amore di Cristo per ogni uomo e in particolare per i bambini, i poveri, i malati, gli anziani saremo davvero preti.

Accusano il celibato, riflettiamo quando la tempesta mediatica sarà cessata

Si parla molto, in queste settimane, di cambiare le regole, di abolire l’obbligo del celibato per coloro che, nella chiesa latina, chiedono l’ordine del presbiterato. Naturalmente il celibato è legge ecclesiastica – non c’è bisogno di dirlo. Ma il fatto che sia legge ecclesiastica non significa che sia cosa da poco, se è vera la promessa che “ciò che legherete sulla terra sarà legato anche in Cielo”. E sant’Ignazio ci ha insegnato che non è cosa saggia cambiare le proprie scelte quando ci si trova in mezzo a tensioni e turbamenti. La tempesta mediatica che si è scatenata ci impedisce di ponderare le cose con serenità e chiarezza e vale la pena attendere tempi più tranquilli per riflettere e capire e decidere.

Il celibato: legame totalizzante con Dio

Piuttosto siamo richiamati, da subito, a riflettere sul senso del nostro celibato e a verificare il modo in cui lo viviamo. Il celibato, ci ricorda ripetutamente il Papa, è il segno che il servizio al Regno di Dio è per noi non semplicemente una professione, ma una scelta totalizzante, attorno alla quale si organizza tutta la vita; Gesù Cristo, il Vivente, “colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue”, si è insediato così profondamente nella nostra coscienza, ha riempito e plasmato così profondamente i nostri pensieri e desideri che non rimangono le energie psichiche necessarie per costruire altri legami totalizzanti e definitivi come è quello che lega l’uomo e la donna nel matrimonio. Penso sia per questo che anche persone non direttamente interessate si fanno paladine dell’abolizione del celibato: perché non riescono a capire che la relazione con Dio sia realmente operante a livello dell’immaginazione, del desiderio, delle decisioni concrete. Sospettano che in noi debba esserci qualche ipocrisia per la quale nascondiamo il nostro vero vissuto. In realtà, pensano così perché non conoscono né Dio né noi.

Il celibato non può avere surrogati, sennò è una castrazione

Ma naturalmente il valore testimoniale del celibato dipende dal modo concreto in cui lo viviamo. Perché se si vive il celibato surrogando la mancanza di una moglie e di una famiglia propria con diversi tipi di dipendenze, il risultato è quello di una vita dimezzata e il celibato appare una forma di castrazione.

Internet, tv, riconoscimenti pubblici: il rischio di una doppia vita


Quando parlo di ‘dipendenze’ mi riferisco a comportamenti diversi che vanno da quelli più semplici e innocenti – piccole manie o attaccamenti – fino a una vera e propria ‘doppia vita’ che lacera la persona e rende la sua esistenza un inferno per lei e per gli altri. Ciascuno di noi può riconoscere dentro di sé queste dipendenze se solo siamo sinceri con noi stessi e non operiamo razionalizzazioni indebite. Si tratta spesso, come dicevo, di piccole manie che creano qualche disagio – come atteggiamenti rigidi di fronte a cose secondarie o spese eccessive per cose inutili o incapacità di spegnere la televisione o bisogno di navigare curiosamente su internet o bisogno incoercibile di apparire o di avere riconoscimenti. A volte non sono nemmeno peccati in senso stretto. Eppure sono comportamenti che tradiscono, in misura più o meno grande, la debolezza del nostro celibato e lo rendono inefficace quando non controproducente. Se siamo irritati e irritabili, se diventiamo scostanti con le persone, se ci imponiamo puntigliosamente per cose banali, se la gente ci deve prendere con le pinze per timore di essere aggredita, l’incontro con noi celibi non può che essere deludente. E allora, a che cosa serve un celibato che non manifesti la tenerezza di Dio, la sua accoglienza, la premura per ogni persona umana? Non è una contraddizione in termini? Un celibato non addolcito dall’abbandono in Dio produce facilmente una gramigna spirituale fatta di insoddisfazione, malumore, accidia.

Gli strumenti per salvarci ci sono

Abbiamo tutti gli strumenti per fare della nostra vita qualcosa di bello e di utile: basta una preghiera fatta con intelligenza e con cuore per evitare derive; basta un atteggiamento di ascolto sincero della parola di Dio per non essere ingannati dalle sirene del mondo; basta tenere un contatto regolare col sacramento della penitenza per non indurire cuore e cervice; basta avere un direttore spirituale serio al quale dire tutto dei nostri moti del cuore per non decadere senza rendercene conto. I mezzi ci sono; soprattutto c’è, come sostegno solido, il dono di un’amicizia personale col Signore.

L'arcivescovo Ruppi sulla pedofilia: il peccato di un prete 10 volte quello di un uomo

«Il peccato di un prete vale dieci volte più di quello di una persona non consacrata». Lo ha detto monsignor Cosmo Francesco Ruppi (78 anni), arcivescovo emerito di Lecce, a Piacenza invitato dalla locale Famiglia Pugliese (guidata da Aldo Panese), l’associazione che raggruppa i quasi mille salentini trapiantati all’ombra del Gotico.
«Questo è un momento molto difficile per la Chiesa, non solo per il Papa ma anche per tutto il mondo cattolico» è convinto monsignor Ruppi. «Penso che la Chiesa abbia attraversato tanti periodi critici in duemila anni. Da storico mi sento di affermare però che la Chiesa attuale stia vivendo un momento migliore rispetto, ad esempio, a cento anni fa. All’unità d’Italia si respirava un vento anti-clericale molto più forte di quello di oggi».
Sullo scandalo pedofilia: «Sei o sette preti che si sono comportati male li ho conosciuti - confessa Ruppi - ma la Puglia, di preti ne ha 1.853. Se pensiamo poi che tra gli apostoli c’è stato un traditore, Giuda, e uno che ha rinnegato Gesù, Pietro, beh, allora chi si comportò male fu sì e no il 20 per cento».
«Oggi i preti pedofili sono lo 0,03 per cento del clero mondiale. Non so quante altre categorie possano vantare percentuali simili». «Certamente, anche se fossero lo 0.01 per cento, vanno condannati e anche aspramente, perchè il peccato di un prete vale dieci volte il peccato di un uomo».
«Non si può però generalizzare né si deve accusare questo povero Papa che è sempre stato molto rigido su queste questioni». «La contaminazione della Chiesa da parte della società di oggi senza etica, senza problemi morali, c’è. La Chiesa vive nel mondo e può prendere anche i difetti del mondo. L’importante è che dia anche la speranza di Cristo».

martedì 6 aprile 2010

Giovani preti a Copenhagen con il vescovo

I giovani sacerdoti piacentini (quelli ordinati negli ultimi dieci anni) assieme al vescovo Gianni Ambrosio, al vicario generale monsignor Lino Ferrari e a don Gigi Bavagnoli, sono partiti oggi per la Danimarca. Trascorreranno tre giorni nella capitale, Copenhagen, ospiti del sacerdote di "origini" piacentine don Fabrizio Milazzo. Il viaggio fa parte della formazione permanente dei sacerdoti della diocesi di Piacenza-Bobbio ed è mirato a far conoscere ai giovani preti una realtà in cui la Chiesa Cattolica, nel cuore della vecchia Europa, si trova ad essere una minoranza. In Danimarca la chiesa principale è quella luterana. I cattolici sono solo poco più di 35mila su una popolazione di 5,5 milioni di persone.

Ambrosio: dalla Pasqua la forza per essere testimoni nel mondo

Chiudiamo oggi la Settimana Santa di Sacricorridoi pubblicando l'omelia pasquale del vescovo Gianni Ambrosio. Il vescovo invita le comunità cattoliche a prendere forza dal messaggio pasquale di risurrezione per essere testimoni vivi nel mondo.

Omelia del giorno di Pasqua 2010

Cari fratelli e sorelle,
con gioia grande celebriamo la Pasqua del Signore Gesù.

Con le parole del Salmo responsoriale, che abbiamo ascoltato, siamo invitati a contemplare questo grande mistero. E dunque a stupirci, a meravigliarci: “Questo è stato fatto dal Signore, una meraviglia ai nostri occhi”. Sì, come restiamo stupiti di fronte ad vita nuova, di fronte ad un bimbo appena nato che vediamo per la prima volta, così siamo ancor più stupiti nel vedere ciò che ha fatto il Signore: quel Gesù di Nazaret, condannato a morte e crocifisso sul legno della croce, non è più nell’oscurità del sepolcro, ma “Dio lo ha risuscitato al terzo giorno”.
Sono, queste, le parole dell’apostolo Pietro che abbiamo ascoltato nella prima lettura. Pietro, da uomo impaurito e che proprio per paura aveva abbandonato il suo Maestro e Signore, diventa capace di annunciare con un coraggio impensabile che Gesù è risorto e ha mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione.
Quel corpo crocifisso è stato vivificato dall’amore fedele e potente di Dio, quel corpo crocifisso riceve la vita incorruttibile di Dio. Non solo. Pietro va oltre e afferma che ciò che è accaduto va messo in relazione ad un mutamento profondo, radicale della nostra condizione umana e cioè il “perdono dei peccati”: “chiunque crede in lui riceve il perdono dei peccati per mezzo del suo nome”, per mezzo di Cristo crocifisso e risorto.

Ecco il grande mistero della Pasqua che celebriamo con rinnovato stupore e con grande speranza. La mano del Padre rialza il suo Figlio dalla morte, fa risorgere quel Figlio amato che ha dato la sua vita per noi fino alla morte in croce. Così la morte di Cristo non chiude la vita nella tomba, nell’oscurità, nel passato, ma, al contrario, la apre ad un futuro pieno di luce. L’amore di Cristo per il Padre e per tutti noi è più forte dell’odio, del male, della morte, e la vittoria di Cristo sulla morte ci coinvolge personalmente. Siamo uniti a Gesù Cristo con un legame più forte della parentela di sangue e questo legame ci fa partecipi della sua vita, già fin d’ora su questa terra, anche se siamo in attesa della vita eterna, della pienezza della vita.

Cari fedeli, possiamo gustare in profondità questo annuncio sorprendete che vuole penetrare nel cuore come esaltante verità, richiamando un dipinto che troviamo in questa Cattedrale. Si tratta del trittico del XIV secolo, opera di Serafino dei Serafini, collocato accanto alla grande vasca battesimale. Abbiamo avuto modo di osservare un particolare di questo trittico che dall’inizio della Quaresima è presente come poster in tutte le nostre Chiese. Cristo risorto porta nella mano sinistra il vessillo del vincitore, mentre si china in avanti per offrire la sua mano destra ad Adamo, all’uomo. Lo trae fuori dalla terra e dalle rocce che lo tenevano prigioniero, mentre Eva, la donna, si aggrappa al braccio di Adamo. Segue una schiera di volti che, con lo sguardo rivolto a Cristo, quasi si accalcano per uscire in fretta fuori da quella prigione.
Ecco la Pasqua, ecco il gioioso canto dell’ Exultet di questa santa notte, che non riguarda solo Cristo, ma anche noi che abbiamo la grazia di aggrapparci alla sua mano.
La Pasqua è la vita, ci ricorda con efficacia questo artista. È la vita risorta di quel Gesù condannato a morte. Ma la vita ha trionfato sulla morte: è avvenuto per Cristo. La sua vittoria di Cristo sulla morte si trasforma in vittoria anche per Adamo, per Eva, per tutti. Avverrà così anche per noi un giorno. Ma avviene già oggi. Perché quella mano amica è sempre lì: Cristo risorto non si è dileguato nella stratosfera, ma è diventato nostro contemporaneo e nostro compagno.

Possiamo allora comprendere il senso della orazione che abbiamo recitato all’inizio della celebrazione: Cristo ha aperto anche “a noi il passaggio alla vita eterna” (Colletta), cioè ci ha coinvolti nella sua risurrezione, ci ha trascinati nella vita nuova della sua risurrezione.
Ancora una volta la Chiesa annuncia ad ogni uomo: nel sepolcro a cui si recarono Maria di Magdala e poi di corsa Pietro e Giovanni, è accaduto il fatto più sorprendente della storia, l’evento che ha liberato l’uomo dalla schiavitù del peccato, della morte, della paura: il germe di una nuova vita umana, la vita dei figli di Dio, è stato seminato nella Pasqua.
Ancora una volta ci rendiamo conto che il mondo, anche questo nostro mondo di oggi, ha bisogno di questo annuncio di vita, di luce, di speranza. Là dove l’uomo viene emarginato e calpestato, Dio afferma nel Cristo risorto la giustizia. Là dove l’uomo piange, soffre e muore, Dio proclama nel Cristo risorto la vita e dona la forza della consolazione.
Con la luce e la forza che ci viene da Cristo Risorto, diventiamo testimoni di speranza in un modo spesso rassegnato, ridiamo un rinnovato impulso missionario alle nostre comunità, siamo solleciti nella missione educativa dei ragazzi e dei giovani, annunciamo che Dio è amore e che il suo amore ridona la vita agli uomini.
Carissimi fratelli e sorelle, auguri a tutti voi, alle vostre famiglie, ai vostri cari: la Pasqua del Signore Gesù riempia di luce, di gioia, di speranza la vostra vita.
Amen.

+ Gianni Ambrosio
Vescovo di Piacenza-Bobbio

lunedì 5 aprile 2010

In nove anni 88 nuovi cattolici a Piacenza

Pubblichiamo l'omelia del vescovo Gianni Ambrosio pronunciata la notte della veglia pasquale 2010. Durante la cerimonia sono stati battezzati 10 adulti di diverse nazionalità (Italia, Albania, Costa d'Avorio, Nigeria). Da nove anni - quando venne istituito il servizio di catecumenato per adulti - ad oggi sono 88 le persone che si sono convertite al cattolicesimo nella diocesi di Piacenza-Bobbio.

Carissimi catecumeni, carissimi fedeli,

in questa notte santa la liturgia ci offre con grande abbondanza la Parola del Signore e mette a nostra disposizione tutta la ricchezza dei suoi santi segni. Così entriamo in profondità e con gioia nel mistero che celebriamo, il mistero di Dio che ci ama e ci fa entrare in quella storia che è storia di salvezza, di grazia, di luce. Noi riviviamo le grandi tappe di questa storia di salvezza che ci avvolge e ci conduce alla pienezza della luce e della vita.
Celebriamo Dio creatore del cielo e della terra. Già nel dare origine all’universo, scorgiamo l’atto di amore di Dio che effonde la sua vita e la sua luce sull’universo e su tutte le creature. La luce di questa notte santa illumini sempre il nostro sguardo perché possiamo riconoscere questo atto di amore di Dio nel mondo pensato da Dio e da Lui voluto nel suo disegno di amore. Risplenda per noi questa luce per stupirci ancora della bellezza e della ricchezza del mondo creato e per rinnovare dentro di noi la consapevolezza della dignità dell’uomo, creato ad immagine e somiglianza di Dio.
Celebriamo Dio liberatore del popolo di Israele dalla schiavitù, il grande evento che è al cuore dell’esperienza di fede di Israele. Nel popolo liberato vediamo, in modo prefigurato, la nostra stessa liberazione, vediamo la profezia di ciò che accade con la nostra liberazione in Gesù Cristo. Nella sua bontà Dio vuole riportare in noi la dignità e la libertà vera dei figli in Cristo Gesù, Figlio del Padre.
Ecco, cari fratelli, la gioiosa notizia che si diffonde nel cuore di questa notte santa. Gesù Cristo è il cuore vivo della storia della salvezza: in Lui scopriamo la rivelazione piena dell’amore di Dio e la sua volontà di bene e di vita per tutti noi.
Se l’uomo ha preteso di essere il padrone del creato e di se stesso, se la creatura ha rinnegato la relazione con il Creatore, se il popolo di Israele ha dimenticato di essere il popolo del Signore e ha sperimentato l’amara terra dell’esilio, ora con Gesù Cristo, morto e risorto, siamo “liberati dal potere delle tenebre” (Col 1, 13). Esultiamo di gioia riconoscendo che “in lui (è) la vita e la vita (è) la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre” (cf Gv 1, 4-5). Per mezzo del Verbo è sorta ogni vita sulla terra e nel Verbo che si è fatto carne ed è morto e risorto, la vita trova il suo definitivo compimento: la notte è sconfitta, la morte è vinta.
Carissimi catecumeni, la mano del Padre ha rialzato e ha risorto il suo Figlio. Ma Gesù risorto si china di noi e ci dona la sua mano. Proprio lì, nella grande vasca battesimale ove sarete battezzati, vi è il trittico del XIV secolo, opera di Serafino dei Serafini, con il particolare che dall’inizio della Quaresima è presente come poster in tutte le nostre Chiese. Cristo risorto porta nella mano sinistra il vessillo del vincitore, mentre si china in avanti per offrire la sua mano destra ad Adamo, all’uomo. Lo trae fuori dalla terra e dalle rocce che lo tenevano prigioniero, mentre Eva, la donna, si aggrappa al braccio di Adamo. Segue una schiera di volti che, con lo sguardo rivolto a Cristo, quasi si accalcano per uscire in fretta fuori da quella prigione.
Ecco il gioioso Exultet di questa santa notte, che non riguarda solo Cristo, ma anche noi che abbiamo la grazia di aggrapparci alla sua mano.
La Pasqua è la vita, ci ricorda con efficacia l’artista. È la vita risorta di quel Gesù condannato a morte. Ma la vita ha trionfato sulla morte: è avvenuto per Cristo. La sua vittoria di Cristo sulla morte si trasforma in vittoria anche per Adamo, per Eva, per tutti. Avverrà così anche per noi un giorno. Ma avviene già oggi. Perché quella mano amica è sempre lì: Cristo risorto non si è dileguato nella stratosfera, ma è diventato nostro contemporaneo e nostro compagno.
Il Battesimo è lavacro, purificazione, inserimento nella comunità cristiana. Ma è soprattutto una nuova nascita, una nuova vita. Lo afferma san Paolo nel passo della Lettera ai Romani, che abbiamo ascoltato: nel Battesimo siamo stati battezzati nella morte di Cristo e siamo diventati viventi per Dio, grazie a Gesù Cristo, il Crocifisso-Risorto.
Per tutti voi che state per indossare la veste bianca, per voi fratelli e sorelle del cammino che avete indossato questa mattina la vostra veste bianca, per tutti noi che celebriamo le meraviglie di Dio nel Signore risorto, Pasqua sia l’inizio della vita nuova. Anche noi, come Pietro, siamo “pieni di stupore per l’accaduto”. Anche per noi, come per le donne che “raccontavano queste cose”, inizia il cammino della missione per raccontare ai fratelli la gioia e la speranza della fede in Gesù Cristo.
Amen.
+ Gianni Ambrosio
Vescovo di Piacenza-Bobbio

Ambrosio: con la Pasqua il buio cede il posto alla luce

Pubblichiamo il messaggio pasquale che il vescovo Gianni Ambrosio ha rivolto ai piacentini attraverso i media della provincia di Piacenza.

Sulla facciata di molte Chiese di Piacenza e dell’intera diocesi, fin dall’inizio della quaresima, campeggia un poster. Vi è raffigurato un particolare di un pregevole trittico del XIV secolo, opera di Serafino dei Serafini, che si trova nella nostra Cattedrale. Su uno sfondo d’oro, Cristo risorto porta nella mano sinistra il vessillo del vincitore, mentre si china leggermente in avanti per offrire la sua mano destra ad Adamo, all’uomo.110 Lo trae fuori dalla terra e dalle rocce pesanti che lo tenevano prigioniero, mentre Eva, la donna, si aggrappa al braccio di Adamo. Segue una schiera di volti che, con lo sguardo rivolto a Cristo, quasi si accalcano per uscire in fretta fuori da quella prigione.
Non so quante persone abbiano avuto l’occasione o il tempo di rivolgere uno sguardo a quel poster. Il tempo – lo sappiamo – è sempre poco per le molte cose da fare, anche le occasioni scarseggiano. E poi, perché fermarsi? E quella scritta, Exultet, cosa mai vorrà significare?
Ecco allora l’invito: fermiamoci e guardiamo. Ne vale la pena. Per la bellezza che l’artista ha saputo esprimere. Per la sapienza che traspare da ciò che egli ha rappresentato. Così potremo dare un contenuto all’augurio di buona Pasqua che ci scambiamo senza troppa convinzione. Così potremo richiamare alla memoria ciò che abbiamo messo da parte, e cioè la Pasqua, la vita.
Perché la Pasqua è la vita, ci ricorda con efficacia l’artista Serafino dei Serafini. È la vita risorta di quel Gesù condannato a morte e alla morte di croce. In una bella sequenza di Pasqua si canta che “morte e vita si sono affrontate in un prodigioso duello: il Signore della vita era morto, ma ora è vivo e regna”. La vita ha trionfato sulla morte: è avvenuto per Cristo. Eppure Cristo non ha evitato il duello, il confronto duro con la morte. Anzi l’ha affrontata in tutta la sua tragicità, dopo essere stato sottoposto ad un falso processo e ad una condanna ingiusta, dopo essere stato tradito e rinnegato, dopo essere stato flagellato e incoronato di spine, dopo essere stato inchiodato sul legno della croce per una morte vergognosa e violenta.
Ma il buio cede il posto alla luce. Perché l’amore sconfigge l’oscurità, vince la malvagità. Perché su quella croce vi è uno che “si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori (…), per le sue piaghe siamo stati guariti”. Lo annunciava così l’antico profeta Isaia, secoli prima che il fatto avvenisse.
Ecco allora quell’Exultet scritto sul poster. È il canto che si sprigiona dalla liturgia della veglia notturna del sabato santo, in cui il cielo e la terra, la natura e la storia, gli angeli e gli uomini sono convocati per esultare e a ringraziare, perché Cristo era morto ed è tornato in vita.
L’Exultet non riguarda solo Gesù Cristo: lo evidenzia molto bene il nostro artista. La sua vittoria sulla morte si trasforma in vittoria anche per Adamo, per Eva, per tutti gli altri. Avverrà un giorno per tutti noi, uomini e donne partecipi della vittoria di Cristo. Ma avviene già oggi. Perché quella mano amica è sempre lì: Cristo risorto non si è dileguato nella stratosfera, ma è diventato contemporaneo a ogni uomo che viene nel mondo. Il Vangelo di Gesù è un messaggio di gioia e di vita e vuole dirci che la morte non è l’ultima parola. Non lo è quella morte perentoria che ci toglie il respiro, non è neppure quella morte quotidiana e strisciante come la malattia, l’ingiustizia, la povertà, la droga, la solitudine. L’ultima parola è la vita, la vita di Cristo risorto e di noi chiamati a risorgere a vita nuova.
Rinnovo l’invito: fermiamoci e guardiamo. Allora l’augurio è quello di poter scorgere quella mano amica sempre aperta e disponibile e di non avere paura di afferrarla. Per avere così uno sguardo nuovo e più luminoso sulla nostra vita. Per riuscire ad attraversare il dolore e il male con la forza della speranza, senza sentirsi precipitare nell’ineluttabile appuntamento con il nulla, in quel buco coperto da una pesante roccia che il nostro artista ha ben rappresentato. Per dare un contenuto di gioia, di luce, di speranza all’augurio pasquale che rivolgo a tutti con amicizia.


+ Gianni Ambrosio
vescovo di Piacenza-Bobbio

Piacenza 3 aprile 2010

sabato 3 aprile 2010

Radio Città Nuova venduta a Radio Mater per 30mila euro

A seguito dell’insorgere di difficoltà economiche nel garantire, da parte della cassa diocesana, l’attività di radio “Città nuova di Piacenza”, la Cooperativa Multimedia, proprietaria della radio in questione, si è vista costretta a chiudere l’esperienza dell’emittente radiofonica diocesana.
L’assemblea dei soci ha deliberato di affidare a don Roberto Scotti, Presidente della Cooperativa, il compito di deciderne il futuro, compresa la vendita. Don Scotti, dopo avere esaminato le offerte di altri possibili acquirenti, al fine di garantire la continuità della linea editoriale che ha caratterizzato la radio fin dalla sua fondazione, ha preso la seguente decisione: cedere ad un prezzo di favore all’Associazione Radio Mater, che ha sede in Arcellasco d’Erba, Via Marconi n. 85, e che già trasmette in diocesi sulla frequenza 88.7, la proprietà ed il possesso dell’impianto che fin ora ha consentito le trasmissioni di “Radio Città nuova” sulla frequenza 88,5.
Pertanto dalla prossima settimana, e precisamente da mercoledì 7 aprile p.v. sulle due frequenze si ascolterà Radio Mater.
Con un successivo accordo tra la direzione di Radio Mater e la nostra Diocesi saranno definite le modalità con le quali potranno essere trasmessi ancora, sulle loro frequenze. i nostri programmi e i notiziari locali.

venerdì 2 aprile 2010

Ambrosio: traditi dai preti pedofili

Carissimi presbiteri, carissimi diaconi, carissimi fedeli tutti,

una buona consuetudine vuole che ci ricordiamo in questa celebrazione di coloro che festeggiano i giubilei sacerdotali. Cominciamo prima con coloro che festeggiano il decimo anniversario – don Emanuele Musso, don Stefano Antonelli e don Antonino Scalia – e il 20° anniversario, don Giuseppe Basini. Festeggiano il 25° anniversario Don Mario Poggi e Don Ferdinando Cherubin. Per il 50° anniversario ricordiamo Don Giuseppe Calamari, Don Lelio Costa, Don Pietro Felloni, Don Giacomo Giovanelli. Per il 60° anniversario ricordiamo Don Walter Cavalli e Don Gianni Cobianchi. Ma arriviamo anche al 70° anniversario di Don Emilio Rigolli e persino al 75° di mons. Lorenzo Losini. A loro diciamo buon anniversario, li ringraziamo per il loro servizio e assicuriamo loro un ricordo particolare nella preghiera.
Ricordiamo anche i diaconi permanenti che sono arrivati al 25° di ordinazione: don Bruno Cassinari, don Giuseppe Chiodaroli, don Pierluigi Marchionni, don Federico Pecorari, don Nello Ziliani. Festeggiamo e ringraziamo questi diaconi permanenti, con l’impegno di tutta la nostra comunità a conoscere meglio il ‘servizio’ del diaconato e a scoprirne il suo profondo significato sacramentale.

Annuncio con gioia, certamente condivisa dal nostro presbiterio e dall’intera comunità ecclesiale, che in questa celebrazione saranno ammessi tra i candidati all’ordine del presbiterato Marco Pezzani e Enrico Zazzali, della nostra diocesi e Edson Lobo de Lima della diocesi di Bragança. Accogliamo a braccia aperte questi candidati ringraziando il Signore e pregando per loro, accompagnandoli così nel loro cammino di preparazione perché possano diventare ministri della Chiesa al servizio di Dio e del popolo cristiano.
Con la nostra preghiera continuiamo ad accompagnare anche il diacono Valerio Picchioni che sarà ordinato presbitero il 12 giugno prossimo.
La contemplazione del grande mistero di amore che celebriamo in questo Santo Triduo aiuti questi giovani – e speriamo anche altri giovani – a rispondere all’appello riconosciuto come proveniente dal Signore, al modo di Samuele (1Sam 3,4): nella gioia profonda della libertà che si dona per amore, possano così seguire Cristo come suoi veri discepoli.
Ricordiamo poi i sacerdoti che, per vari motivi, non possono essere presenti con noi, perché malati o impediti o in missione. Ricordiamo poi i vescovi che provengono da questo da questo presbiterio, mons. Pietro Marini, mons. Antonio Lanfranchi, mons. Bruno Bertagna, mons. Domenico Berni, mons. Giorgio Corbellini.

Invochiamo su tutti noi la misericordia del Signore, perché, purificati e rinnovati dalla sua grazia, possiamo celebrare degnamente i santi misteri.


Omelia

Carissimi presbiteri, carissimi diaconi, carissimi fedeli tutti,

oggi la Chiesa convoca soprattutto i presbiteri e i diaconi intorno al Vescovo, ma la liturgia canta la vocazione sacerdotale dell’intero popolo di Dio. Il profeta Isaia annuncia che “voi sarete chiamati sacerdoti del Signore” (Is 61,8). A questo annuncio del profeta risponde l’Apocalisse che proclama: “A Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre, a lui la gloria e la potenza”, (1, 6). Rendiamo allora gloria e lode a Colui che, amandoci, ci ha liberati dai peccati e ha fatto di noi sacerdoti per il suo Dio e Padre.

Noi siamo qui a rendere grazie a Dio perché la parola del profeta – “lo Spirito del Signore Dio è su di me perché il Signore mi ha consacrato con l’unione” − trova nel Verbo incarnato una realizzazione assolutamente unica. Lo Spirito consacra Gesù Cristo nell’obbedienza totale al Padre: “umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce” (Fil 2,8). Lo stesso Spirito consacra Gesù nell’amore totale per ciascuno di noi: nel Credo professiamo la nostra fede affermando che Gesù Cristo “per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo”. Così Cristo è costituito sacerdote della nuova ed eterna alleanza, un sacerdote misericordioso e fedele (Eb 2,17) che offre “se stesso senza macchia a Dio” (Eb 9,14), un sacerdote che ama sino alla fine i suoi che erano nel mondo (cf Gv 13,1).
Noi siamo qui a rendere grazie a Dio perché, celebrando il mistero dell’unzione sacerdotale di Cristo, celebriamo anche il dies natalis del nostro sacerdozio ministeriale in Cristo. Mediante il dono dello Spirito Santo, siamo resi partecipi del ministero di redenzione del Cristo, nell’obbedienza al Padre e nell’amore per i fratelli. Chiamati a partecipare in modo peculiare, con il carattere sacramentale dell’Ordine, al sacerdozio di Cristo, che è la pienezza, la fonte ed il modello di tutte le vocazioni e di tutti i ministeri, lo Spirito Santo è sceso su di noi, consacrandoci come è stato consacrato Gesù, per prolungare e dilatare la sua missione di Figlio fino alla fine dei tempi.
“Oggi si è compiuta questa Scrittura”, afferma Gesù nella sinagoga di Nazaret. Vale anche per noi questo compimento della Scrittura, compimento che misteriosamente si attua anche grazie a noi che siamo chiamati ad essere nel tempo l’icona della presenza viva ed operante di Cristo nel nostro sacerdozio ministeriale.
Gesù Cristo è l’unico salvatore, è l’Alfa e l’Omega, è Colui che è, che era e che viene, come ci ricorda l’Apocalisse. Ma egli ha voluto associare noi nella missione che il Padre gli ha affidato. Nella nostra povera testimonianza resa al Vangelo e nella nostra attività sacramentale – ricca di grazia, ma anch’essa povera e talora stanca nel nostro modo di celebrare –, Cristo continua ad annunciare l’amore del Padre che chiama e perdona. Egli ci fa strumenti della sua presenza eucaristica nel pane e nel vino consacrati e ci rende capaci di guidare i fratelli ai pascoli della vita. Egli continua i suoi gesti e le sue parole di salvezza attraverso la sua Chiesa, suo corpo, tempio dello Spirito e dunque sacramento di salvezza.
Sia grande il nostro grazie che innalziamo al Signore, sia grande la nostra gioia nel servire il Signore e il suo popolo. Possiamo dire che noi siamo il sacramento dell’ ‘oggi’ di Cristo e della sua missione di grazia e salvezza nella storia. Tutta la Chiesa lo è, tutti i battezzati lo sono, ma noi lo siamo in modo singolare, chiamati a servire i fratelli che hanno bisogno di pastori che dedicano la loro vita a Dio e al suo popolo.

Sta per concludersi l’Anno sacerdotale indetto dal Santo Padre in occasione del 150° anniversario del dies natalis di Giovanni Maria Vianney, il nostro Santo Patrono. A lui ci affidiamo perché cresca in noi e nella Chiesa la stima e l’amore per il sacramento del Battesimo che ci ha fatti “figli nel Figlio” e per il sacramento dell’Ordine che ci ha fatti strumenti sacramentali di Cristo. Ringraziamo le comunità religiose femminili che ogni giorno hanno pregato per noi, per la nostra santificazione, per il nostro ministero, per la nostra Chiesa.

Cari confratelli, permettetemi di dirvi la mia sincera riconoscenza per il vostro prezioso servizio al popolo di Dio e per la vostra generosa collaborazione al ministero del Vescovo. In particolare vi ringrazio perché avete accolto l’invito di cercare insieme come far emergere la coscienza missionaria del popolo di Dio per esprimerla come gioioso annuncio e buona testimonianza nella nostra complessa realtà odierna. Vi ringrazio e ringrazio il Signore della vostra disponibilità.
Conosco le difficoltà della vita pastorale, conosco pure le sofferenze e le solitudini della vita sacerdotale: chi ha dato la sua vita al Signore Gesù, crocifisso e risorto, deve saper mettere in conto anche la fatica e la sofferenza. Dobbiamo però sapere che possiamo e dobbiamo crescere nella fraternità sacramentale e nella partecipazione all’unico presbiterio per aiutarci, per sostenerci, per incoraggiarci.
Ne abbiamo particolarmente bisogno in questi tempi. Se è profondo in tutti noi la vergogna e il senso di tradimento per ciò che alcuni ministri della Chiesa hanno scandalosamente compiuto, è forte in noi lo sconcerto per molti attacchi velenosi e gravemente offensivi. Per questo sento il dovere di riaffermare la fiducia e la gratitudine ai tanti sacerdoti che si dedicano con spirito di abnegazione all’annuncio del Vangelo, alla celebrazione dei sacramenti, alla carità operosa, all’impegno educativo. E tutti insieme vogliamo esprimere la nostra vicinanza filiale e la solidarietà piena al nostro santo Padre, Benedetto XVI.

Cari presbiteri, con l’umiltà, con la serietà e con la dignità che sono richieste di fronte alle grandi cose di Dio, vi chiedo di rinnovare nel vostro animo e pubblicamente le promesse sacerdotali, con la volontà decisa di mantenere quello che qui davanti all’altare promettiamo, certi dell’aiuto del Signore. Amen.


+ Gianni Ambrosio
Vescovo di Piacenza-Bobbio

lunedì 29 marzo 2010

Morto don Carboni, ex parroco di Rovegno

E' morto questa mattina (29 marzo), all'ospedale di Bobbio, don Nicola Carboni. Nato a Rovegno di Genova il 25 aprile 1915, don Carboni era stato ordinato
sacerdote il 18 maggio 1940. Ha svolto il servizio pastorale in un primo
tempo come parroco ad Ottone Soprano per passare nel 1955 alla guida della
comunità parrocchiale di Casanova di Rovegno. Ultimanente si era ritirato a
vita privata nel seminario vescovile di Bobbio. I funerali si terranno
domani nella chiesa parrocchialedi Rovegno e saranno officiati dal vicario generale monsignor Lino Ferrari

venerdì 26 marzo 2010

Piacenza ricorda il cardinale Giacomo da Pecorara

Piacenza e Pecorara si apprestano a ricordare la figura di quello che Pio XI, il 12 febbraio 1935, ricevendo in udienza il vescovo mons. Ersilio Menzani, ha definito “uno dei più grandi cardinale della Chiesa romana”. Parliamo di Giacomo da Pecorara, eminente uomo di Chiesa del XIII secolo, legato, oltre che al centro della Val Tidone, dove probabilmente ha avuto i natali, anche alla città di Piacenza ed in particolare alla chiesa di Largo Battisti, San Donnino, dove ha prestato il suo primo servizio pastorale e più tardi si è impegnato nella sua ricostruzione.
Quella di Giacomo da Pecorara è una figura già nota agli storici, ma, per la sua complessità, appare ancora doveroso approfondirla. Per questo nel prossimo giugno sono previste celebrazioni ma anche un convegno di studi storici. Questo il programma di massima: domenica 6 giugno, alle ore 19,30, nella chiesa cittadina di San Donnino si terrà una celebrazione eucaristica presieduta dal vescovo mons. Gianni Ambrosio; martedì 8 giugno, convegno storico a Palazzo Galli coordinato da Giuseppe Cattanei dell’Università di Milano; intervento introduttivo del vescovo mons. Gianni Ambrosio; sabato 12 giugno, alle ore 11, nella chiesa parrocchiale di Pecorara, celebrazione liturgica presieduta dal vescovo mons. Ambrosio e il pomeriggio, alle ore 16,30, nell’oratorio Vallerenzo del borgo valtidonese, presentazione al pubblico della figura del cardinale Giacomo da Pecorara.
Promotori di queste celebrazioni sono la diocesi di Piacenza-Bobbio, il Comune di Pecorara e la Banca di Piacenza che, oltre ad ospitare il convegno, si è assunta l’onere della stampa degli atti. La comunicazione viene da un comitato organizzativo presieduto dal vicario generale mons. Lino Ferrari e composto dall’avv. Corrado Sforza Fogliani, presidente Banca di Piacenza; dal prof. Giuseppe Cattanei dell’Università di Milano; da don Angelo Villa e da Franco Albertini, nell’ordine parroco e sindaco di Pecorara; don Giuseppe Frazzani, parroco di San Francesco in città e don Ludovico Fiorentini, cappellano della chiesa cittadina di San Donnino. Segretario Fausto Fiorentini. Nella cattedrale di Piacenza, un un’urna posta all’incrocio del transetto di sinistra con il presbiterio, si conservano alcuni resti mortali del Cardinale e in programma vi è anche una possibile ricognizione, ma di questo il comitato ha interessato alcuni esperti dell’Ufficio per i beni culturali della diocesi tra cui mons. Domenico Ponzini. Quasi ormai definito il programma del convegno di studi che prevede l’intervento di noti medievalisti.
Come detto, pur ritenendosi auspicabile un ulteriore approfondimento sul cardinale Giacomo da Pecorara, la sua figura è già stata oggetto di studi, tra cui una pubblicazione di Emilio Nasalli Rocca del 1937. Giacomo da Pecorara, come indica il nome, sarebbe nato nel borgo valtidonese tra il 1170 e il 1180 (ma vi è chi propende per Piacenza). E’ di nobili origini e viene subito indirizzato alla carriera ecclesiastica.
Esercita il ministero di giovane sacerdote proprio a Piacenza, nella piccola chiesa di San Donnino. Presto viene nominato arcidiacono del Capitolo della cattedrale di Ravenna, carica importante ma non sufficiente per le aspirazioni del piacentino che si trasferisce a Clairvaux, centro dell’Ordine Cistercense, e nel 1215 indossa l’abito di San Bernardo. Ben presto gli vengono assegnati incarichi importanti, ma è soprattutto nel 1231-1232, quando viene nominato cardinale, che si impegna a livello internazionale come figura di mediatore tra il Papato e l’imperatore Federico II. Sempre nel 1231 gli viene affidata la sede vescovile suburbicaria di Palestrina anche se le vicende, di cui fu protagonista come Legato pontificio, non devono certo avergli permesso di essere presente nella sua diocesi.
Come rappresentante del Papa spesso si interessò della pace nelle città italiane tra cui proprio la sua Piacenza dove conobbe il giovane Tedaldo Visconti, poi papa dal 1271 al 1276, come Gregorio X. Nella nostra città nel 1236 si interessò anche della ricostruzione della “sua” chiesa di San Donnino. Dopo una vita di grandi impegni e anche di sofferenze (per anni fu prigioniero dell’imperatore) morì il 25 giugno 1244 e alcune parti del suo corpo sono custodite nella nostra cattedrale.

mercoledì 24 marzo 2010

Morto monsignor Burlini

E´ morto ieri sera, martedì 23 marzo, attorno le 19, nell´ospedale di
Borgotaro dov´era ricoverato da una ventina di giorni, mons. Mario Burlini.

Nato il 20 agosto 1927 a Castelnuovo Fogliani, mons. Burlini è stato
ordinato sacerdote il 7 giugno 1952 ed ha iniziato il servizio pastorale nel
1953 come curato nella parrocchia di San Savino in città; nel 1960 è stato
nominato parroco di Iggio; dal 1° settembre 1971 guida la parrocchia di
Borgotaro con il titolo di arciprete; dal 1991 è amministratore
parrocchiale di Brunelli.

Nel 2006 rinuncia alla parrocchia e si ritira nel Seminario di Bedonia.
Negli anni Sessanta è stato anche a Roma, dove si è laureato in
Giurisprudenza; nello stesso periodo è stato collaboratore a Villa Nazareth
del cardinale Samorè.

I funerali si terranno nella chiesa di Sant´Antonino di Borgotaro domani
pomeriggio, giovedì 25 marzo, alle ore 15. Saranno presieduti dal vescovo
mons. Gianni Ambrosio.

domenica 21 marzo 2010

Sindone, mostra in San Sisto

Il Comitato "Piacenza pro Sindone 2010", assieme al Centro di Spiritualità e Accoglienza "E. Manfredini", alla Congregazione Templari di San Bernardo - Priorato Cattolico d'Italia, alla Cappellania Ospedale di Piacenza, ad Identità Europea Area Emilia, all'Associazione Compagnia di Sigerico organizza una interessante mostra sulla Sacra Sindone. Dal titolo "Sacra Sindone, voi chi dite che io sia", la mostra fotografica si tiene nella cripta della Chiesa di San Sisto in Piacenza e resterà esposta fino a tutto il 21 aprile. Descrive tutte le fasi storiche, scientifice, culturali e spirituali che accompagnano il sacro telo. E' composta da 22 pannelli rigidi nel formato 1 metro per 70 centimetri, più due pannelli di 2 metri per 1 metro, e da una riproduzione in scala 1:1 (misure reali) su tela della Sindone.
La mostra verrà successivamente esposta a Fiorenzuola ed in altre località della Diocesi.

La Sindone è un lungo telo di lino che ha avvolto il cadavere di un uomo morto a causa della tortura della crocifissione, riportandone un'immagine tuttora inspiegabile. Secondo la tradizione si tratta del lenzuolo usato per avvolgere il corpo di Gesù nel sepolcro; di certo vi è un riscontro fedelissimo con il racconto dei Vangeli. La Sindone è, quindi, un documento straordinario che descrive una vicenda unica nella storia. Dopo la datazione del reperto, che sorprendentemente ne collocava la nascita nel medioevo, nuovi studi hanno portato valide motivazioni che smentiscono quel risultato.
Perché la Chiesa se ne interessa? Essendo un'eco del messaggio del Vangelo, diventa strumento di evangelizzazione e quindi una responsabilità in questo senso per la Chiesa stessa. Il Papa Giovanni Paolo II, nel suo pellegrinaggio sindonico del 24 maggio '98 a Torino, affermò: "La Sindone è provocazione all'intelligenza umana, specchio del Vangelo, riflesso dell'immagine della sofferenza umana e icona della sofferenza dell'innocente, immagine dell'amore di Dio oltre che del peccato dell'uomo, immagine dell'impotenza della morte, immagine del silenzio".
"La Sindone - ricorda il cardinale Severino Poletto, attuale arcivescovo di Torino e custode della Sindone - è un segno sul quale è impressa l'ombra della morte, della sofferenza e della malvagità umana. I credenti non guardano però al volto dell'Uomo della Sindone per compiacersi del dolore e della morte. Quel volto, per chi crede, è destinato a trasfigurarsi nella Risurrezione".
Benedetto XVI invita a contemplare "quel misterioso Volto, che silenziosamente parla al cuore degli uomini, invitandoli a riconoscervi il volto di Dio, il quale ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in Lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna (Gv 3,16)".
La mostra è la prima delle iniziative piacentine in preparazione all'ostensione 2010 che si tiene a Torino dal 10 aprile al 23 maggio prossimi.

sabato 20 marzo 2010

Ambrosio: la Chiesa in Europa non può essere paragonata ad una lobby

Intervento del vescovo mons. Gianni Ambrosio al convegno “Fare l’Europa. Le radici e il futuro”, convegno nazionale Fisc per i cento anni del Nuovo Giornale (Collegio Alberoni, 19 marzo 2010)

Nell’ottobre 1995, la COMECE (Commissione degli episcopati della Comunità europea, cattolica) e la KEK-CEC (Conference of European Churches, organismo ecumenico che raduna le Chiese europee di tradizione ortodossa, protestante, anglicana) organizzarono a Bruxelles un seminario sulle relazioni Chiesa-Stato in prospettiva europea. I partecipanti al seminario, prendendo atto della notevole diversità dei sistemi di relazione, hanno invitato l’Unione a rispettare lo statuto che le Chiese e le comunità religiose hanno in ogni Stato membro. Successivamente, nel quadro delle discussioni in vista del Trattato costituzionale, si è sviluppata la convinzione della necessità di un dialogo tra l’Unione e le comunità religiose. Così l’articolo 17 del Trattato di Lisbona prevede un dialogo “aperto, trasparente e regolare” tra le istituzioni europee e le Chiese e comunità religiose.

Soffermo la mia attenzione su questo dialogo previsto dal Trattato, sapendo che il dialogo comporta l’ascolto reciproco, il confronto costruttivo, la discussione aperta. In particolare si tratta di vedere quali possono essere i temi da affrontare e, in secondo luogo, di trovare le modalità per attuare un dialogo regolare fra l’Unione europea e le Chiese e comunità religiose.

1. Alcuni temi di comune interesse

1.1. Parto dai temi, esplicitandone alcuni in riferimento al recente documento “Europa 2020, una strategia per una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva”, presentato dal presidente della Commissione europea Josè Manuel Barroso il 3 marzo 2010. La nuova Commissione, che ha maggiori poteri rispetto a quelle passate, indica gli obiettivi per lo sviluppo e la crescita nel vecchio continente per i prossimi 10 anni. I “cinque obiettivi misurabili riguardano l’occupazione, la ricerca e l’innovazione, il cambiamento climatico e l’energia, l’istruzione e la lotta contro la povertà”. Per il presidente della Commissione “il 2010 deve segnare un nuovo inizio”, perché “mantenere lo status quo ci condannerebbe inevitabilmente a un graduale declino relegando l’Europa a un ruolo di secondo piano”.

Gli obiettivi della strategia europea dipendono dalla crescita economica, in quanto il “deficit di crescita”, come afferma Barroso, “mette il nostro futuro a rischio”. Il “deficit di crescita” riguarda l’economia: certamente nel contesto di grave crisi economica il presidente della Commissione non può che partire da questa situazione nella sua dichirazione programmatica. Gli altri obiettivi, qualitativi e sociali, di Europa 2020 sono per molti aspetti legati alla crescita economica. Ma non si può ignorare il rischio che la crescita economica, quanto mai necessaria, sia di fatto l’unico vero punto dell’attuale strategia europea. È lecito chiedersi se “il graduale declino dell’Europa” possa venir superato solo con l’auspicata crescita economica, dopo che lo stesso presidente parla del futuro europeo a rischio.

Vi sono anche – come è ben evidente – altri deficit di crescita, oltre a quello economico: sarebbe opportuno indicarli e affrontarli con le varie espressioni della società civile europea e con le Chiese e le comunità religiose.

Si tratta innanzi tutto di rilanciare l’idea stessa di Europa, si tratta di rendere l'Europa più vicina ai cittadini, si tratta di ricuperare, adattandoli alla nuova realtà europea, quell’idealità che ha dato origine al processo di unificazione europea.

Sappiamo bene quale fu la grande visione dei padri fondatori dell’Unione europea all’indomani della tragica guerra mondiale del 1939-1945: Robert Schuman, Alcide De Gasperi e Konrad Adenauer diedero vita al progetto di unire i popoli e le nazioni per assicurare una pace durevole. Sappiamo pure che, più di vent’anni fa, il grande evento della caduta del muro di Berlino, destinato a segnare la storia europea (e non solo), non è stato un meteorite caduto dal cielo. La caduta del muro di Berlino – e con esso di ben altri muri – fu preparato da uomini convinti e coraggiosi, amanti della libertà fino a rischiare la vita, pronti a lottare per una più grande solidarietà e un maggiore rispetto della dignità umana nei paesi dell’Europa centrale e dell’Est.

Grazie a questa visione lungimirante di un’Europa basata sui fondamenti della dignità umana, della pace, della libertà, del bene comune molta strada è stata fatta. Dobbiamo essere consapevoli del cammino percorso.

L’avventura europea, intrapresa con audacia da persone lungimiranti, ha fatto sì che i cittadini europei si incontrassero ed imparassero a conoscersi meglio. Così, rileggendo insieme la loro storia, i cittadini europei hanno scoperto quello che avevano ed hanno in comune, percependo meglio anche le loro differenze, viste però su questo fondamentale sfondo comune. Molte diffidenze legate al passato non sono ancora superate, certo, e il processo di conoscenza reciproca, di collaborazione, di politica comune è ancora lungo. E tuttavia l’idea europea sembra indiscussa, il destino comune europeo sembra segnato.

In verità, oggi questa idea di un’Europa unita sembra meno evidente, questo destino comune appare più incerto. Non si può far finta che una serie di ‘prese di distanza’ dal progetto di Costituzione (con il ‘no’ francese e olandese) e il rigetto del Trattato di Lisbona da parte di alcuni Stati, non abbiano provocato una certa crisi. Si è pensato che fosse solo una crisi istituzionale, in parte superabile – e forse superata – con una serie di rilevanti modifiche alla struttura dell’Unione europea. Così nel 2009 la Germania, l’Irlanda, la Polonia, la Repubblica Ceca hanno finalmente ratificato il Trattato di Lisbona, con non poca fatica e con qualche incognita. Forse l’opinione pubblica europea non ha avuto occasione di riflettere sulla decisione della Corte Costituzionale federale tedesca che doveva stabilire se e fino a che punto il Trattato di Lisbona era conforme alla Legge fondamentale tedesca. La risposta della Corte è stata positiva: il Trattato di Lisbona è compatibile. Ma la Corte ha pure sentenziato che ogni nuovo trasferimento di competenze all’Unione europea, che finora avveniva spesso silenziosamente, dovrà essere esplicitamente approvato dal Parlamento tedesco. Si vedrà nel prossimo futuro cosa significherà questa decisione della Corte Costituzionale della Repubblica federale tedesca. Per ora, comunque, la lunga fase di riflessione e di riorganizzazione istituzionale è in parte superata con la nuova Commissione europea entrata in funzione il 1º gennaio 2010.

1.2. Occorre allora partire da questa importante tappa per rilanciare culturalmente l’integrazione europea favorendo la centralità delle persone e della società civile, considerate troppo al margine del sistema. Un “nuovo inizio” appare necessario, come giustamente auspica Barroso, ma esso non può non interpellare il senso stesso del cammino europeo.

Pensiamo, ad esempio, al grande deficit demografico che caratterizza l’Europa. Se è grave la crisi economica, quella demografica è altrettanto grave, anzi, secondo parecchi studiosi, si tratta di due aspetti della stessa crisi. Il calo del tasso di natalità e l’invecchiamento della popolazione presentano un preoccupante futuro demografico. Vi sono esperti in demografia – come Gérard-Francois Dumont –, che parlano di “inverno demografico” per l’Europa. Questa situazione compromette lo sviluppo dei Paesi europei e rende più marginali i giovani che avranno meno politiche dedicate. Inoltre fa diminuire sempre più il peso geopolitico dell’Europa. Anche di questo deficit si deve parlare, cercando di favorire una primavera demografica anche attraverso lo sviluppo e l’attuazione politiche per la famiglia.

Pensiamo al ‘peso’ dell’aborto sulle società europee. Ogni anno nella sola Unione europea gli aborti praticati e censiti sono 1.207.646, mentre salgono a 2.863.649 in tutta Europa (cf il rapporto L’aborto in Europa e in Spagna, presentato a Bruxelles, nella sede del Parlamento europeo, lo scorso dalla Rete Europea dell’Istituto di Politica Familiare, IPF).

Se l’Europa ignora l’inverno demografico e disattende la difesa della vita, fino a ritenere queste questioni insignificanti o di poco conto e comunque cause inutili e perse, rischia di trovarsi privata di quel basilare fondamento su cui si edifica la società.

Pensiamo poi alle grandi questioni che riguardano il modo di affrontare la pluralità di etnie, la multiculturalità e la interreligiosità nel nostro Continente europeo. Sappiamo quanto siano complesse e delicate queste questioni, ma sappiamo anche che, insieme e soprattutto alla luce della tradizioni culturali e religiose europee, è possibile affrontarle e offrire indicazioni che consentano di superare l’illusoria politica dello struzzo.


Pensiamo infine all’Anno europeo della lotta contro la povertà e l’esclusione sociale, giustamente voluto dalla Commissione europea e dal Parlamento europeo. Sappiamo che l’Unione europea ha proposto un “metodo aperto di coordinamento” delle strategie politiche contro la povertà, strategie che sono di competenza dei vari Stati membri, data sia la diversità delle situazioni di povertà sia la diversità degli strumenti per affrontarla. Forse sarebbe possibile un’azione più energica da parte dell’Unione per responsabilizzare maggiormente gli Stati. Anche per questo le Chiese e le comunità religiose possono essere di aiuto all’Unione europea, così come sono di grande aiuto nell’accompagnare le persone che vivono le diverse forme della precarietà. La COMECE e Caritas Europa hanno lanciato un appello perché il 14 febbraio scorso, festa dei Santi Cirillo e Metodio, vi fosse un segno di sensibilizzazione da parte delle Chiese che sono in Europa. Papa Benedetto XVI ha fatto visita all’Ostello della Caritas di Roma, un centro di accoglienza e di cura che porta il nome di don Luigi Di Liegro, il primo direttore della Caritas diocesana di Roma. In tale occasione, egli ha voluto incoraggiare tutti gli uomini a costruire un mondo degno dell’uomo, a far valere la carità come motore di sviluppo autentico e di una società più giusta, a riscoprire le dimensioni del dono e della gratuità come elementi costitutivi del vivere quotidiano. “Desidero incoraggiare non solo i cattolici – ha detto il Papa – ma ogni uomo di buona volontà, in particolare quanti hanno responsabilità nella pubblica amministrazione e nelle diverse istituzioni, ad impegnarsi nella costruzione di un futuro degno dell’uomo, riscoprendo nella carità la forza propulsiva per un autentico sviluppo e per la realizzazione di una società più giusta e fraterna”.

Credo che siano sufficienti questi pochi cenni per comprendere come la “crescita europea” non possa ignorare alcune questioni che meritano un serio approfondimento nel dialogo costruttivo fra l’Unione Europea e le Chiese e comunità religiose.

Concludo qui questo primo momento della riflessione ricordando che fin dal 1992 l’allora presidente della Commissione europea, Jacques Delors, disse: “Non edificheremo l’Europa solamente su fondamenta legali o sulla base di conoscenze economiche [...]. Se, nel prossimo decennio, non avremo saputo dare un’anima all’Europa, se non saremo stati in grado di infonderle spiritualità e senso, allora la partita sarà persa”. Proprio questo è l’ambito in cui la cultura europea può dare il suo contributo, ricuperando quell’orizzonte umanistico che nel passato ha saputo tenere insieme le diverse dimensioni della vita e adattandolo alle nuove realtà, senza appiattirsi sul tecnicismo, sulla burocrazia, sul pragmatismo: diventa difficile un “nuovo inizio” dimenticando proprio quell’anima europea culturale e spirituale, capace di dare senso al nostro impegno di costruttori dell’Europa unita. Solo in questo orizzonte più ampio e con l’apporto delle società civili e delle comunità religiose si possono affrontare temi vitali per il futuro europeo.

2. Come realizzare il dialogo

2.1. Oltre ai temi, si tratta di precisare il modo con cui attuare il dialogo ‘strutturato’ tra l’Unione europea e le Chiese e comunità religiose, in attuazione dell’art. 17 del Trattato di Lisbona: con quale metodo, con quali strumenti, con quali iniziative. Occorre innanzi tutto riconoscere che fin qui vi è stato un dialogo collaborativo che, sia pur in modo informale, ha favorito la reciproca stima e considerazione. Per quanto riguarda la COMECE (e dunque la Chiesa cattolica) si è passati da una sorta di servizio di informazione ad un centro di riflessione per le Conferenze episcopali fino ad arrivare a un “partenariato riconosciuto ufficialmente dal Trattato di Lisbona” (P. Huot-Pierroux, La COMECE a 30 ans, in Europe infos, n. 125, mars 2010, p. 11).

Ora è necessario compiere un altro passo per dare attuazione a questo “partenariato”.

Proprio questo passo ulteriore sembra essere diventato difficile, in quanto si è creata una situazione di impasse, su cui vale la pena di soffermarci.

Nel giugno 2008 la Commissione Europea ha previsto il cosiddetto Registro dei rappresentanti di interessi, con lo scopo di dare maggiore trasparenza all’interazione della UE con tutti i soggetti che, nelle parole della Commissione stessa, portano avanti “attività svolte al fine di influenzare l’elaborazione delle politiche e il processo decisionale delle istituzioni europee”. I dati da fornire alla Commissione in sede di registrazione riguardano principalmente le categorie di attività svolte, la dirigenza dell’organismo, gli obiettivi e i compiti, i centri di interesse, la struttura, le reti, i dati finanziari (anche se non dettagliati) e le attività di rappresentanza di interessi.

Tra le varie categorie previste da questo Registro, sotto le quali è possibile iscriversi, vi è anche quella di ‘Rappresentanti di religioni, Chiese e comunità laiche’. Al momento né la COMECE né la KEK-CEC sono iscritte nel registro.

2.2. L’iscrizione nel registro risulta problematica per le Chiese. Innanzi tutto per il nome dello strumento che fa riferimento alla rappresentanza di interessi (terminologia già in sé inadatta al ruolo delle Chiese) e ancor più fa diretto riferimento alle lobby e al lobbysmo (homepage, modulo di registrazione, almeno nella versione tedesca; lo stesso Commissario Kallas, già responsabile per il dossier, aveva ammesso la sostanziale sinonimia dei due termini; diversi chiari riferimenti anche nelle varie Comunicazioni emanate in tema dalla Commissione Europea dal 2006 ad oggi). In secondo luogo le Chiese si troverebbero racchiuse in un grande ‘contenitore’ principalmente ‘riempito’ da organizzazioni non governative, lobby di vario tipo ed altre entità, la cui natura e le cui attività non sono minimamente riconducibili a quelle delle Chiese.

D’altra parte la non iscrizione nel registro comporta vari ‘rischi’. Li accenno brevemente. Chi non si iscrive:

1. non ha il vantaggio dell’allerta automatica relativa alle (numerose) consultazioni lanciate dalla Commissione Europea;

2. vede i propri contributi considerati dalla Commissione come provenienti da un soggetto individuale (indipendentemente dalle reali dimensioni dell’organizzazione non registrata).

Inoltre, è da tenere presente che ultimamente alcune Direzioni generali della Commissione europea hanno autonomamente introdotto pratiche in base alle quali solo soggetti iscritti nel registro sono accettati in dialoghi strutturati e nelle piattaforme di dialogo.

Il quadro è reso ancora più complesso dal fatto che Commissione e Parlamento stanno lavorando per giungere ad un registro comune (anche il Parlamento europeo ha un proprio registro, anche se finalizzato unicamente a sistematizzare i soggetti dotati di badge di accesso agli edifici parlamentari e privo di categorie, a differenza di quello della Commissione).

Per completare il quadro, faccio presente che sono pervenute repliche alla lettera inviata dal Segretariato della COMECE ai Presidenti Buzek (Parlamento europeo) e Barroso (Presidente Commissione) nell’ottobre 2009. Il primo si è astenuto da commenti sul registro dell’altra istituzione (la Commissione), sottolineando però che il Parlamento, nel quadro dei negoziati per un registro comune, verrà guidato dalla risoluzione adottata dallo stesso nel maggio 2008 (nella quale il paragrafo 10 sembra implicitamente prevedere un’eccezione per le Chiese). Il secondo sottolineava di non condividere la posizione delle Chiese, considerando che tutti gli interlocutori della Commissione sono tenuti alla registrazione indipendentemente dalla natura dell’interazione (rilevando nel contempo che ciò non ha alcuna influenza e non intacca la natura e gli obiettivi del dialogo previsti dall’articolo Art. 17).

Lo sviluppo più recente è legato alla lettera inviata a febbraio dal Segretario della COMECE, unitamente a KEK-CEC e EKD (Chiesa Evangelica di Germania) al nuovo Commissario Maros Sefcovic, in vista di un incontro finalizzato a ribadire le difficoltà delle Chiese rispetto alla loro inclusione nel registro. Al momento non si hanno indicazioni precise rispetto alla data in cui tale evento potrà avere luogo. La richiesta delle Chiese continua ad essere quella di un registro separato che non faccia riferimento al lobbysmo o alla rappresentanza di interessi, ma alla loro natura di partner di dialogo ai sensi dell’Art. 17 TFUE (dialogo UE/Chiese e comunità religiose).

Conclusione

Le difficoltà di un dialogo strutturato e fruttuoso non devono scoraggiare le Chiese e le comunità religiose. Esse continueranno ad accompagnare il processo di unificazione europea con il loro incoraggiamento e con tutta la forza che la speranza evangelica offre alla riflessione e all’agire umano. Le Chiese, insieme alla società civile e alle autorità culturali, possono concorrere al rilancio del progetto europeo per far crescere quell’esperienza originale che si chiama Unione europea. Una crescita che non si limita al solo sviluppo economico, ma va oltre quella povera immagine dell’homo economicus, chiuso in se stesso, per favorire l’immagine di un uomo euroepo che riconosce i suoi legami con gli altri, con le sue radici, con la sua storia, con i suoi valori.

+ Gianni Ambrosio,

vescovo di Piacenza-Bobbio

mercoledì 17 marzo 2010

I settimanali cattolici e l'Europa

In occasione del 100° anniversario di fondazione de “il Nuovo Giornale”,
settimanale della diocesi di Piacenza-Bobbio, si tiene da oggi (giovedì 18 marzo) a sabato, a Piacenza, il convegno nazionale della Federazione Italiana Settimanali Cattolici. Il tema è:
Fare l’Europa. Le radici e il futuro.
Piacenza, 18-19-20 marzo 2010

PROGRAMMA

Giovedì 18 marzo

ore 17 Apertura del convegno: “Fare l’Europa – Le radici e il futuro”
a Palazzo Galli (Via Mazzini, 14 – Piacenza)
Saluto delle Autorità
Mons. Gianni Ambrosio, vescovo della diocesi di Piacenza-Bobbio
Roberto Reggi, sindaco del Comune di Piacenza
Massimo Trespidi, presidente della Provincia di Piacenza
Don Giorgio Zucchelli, presidente della FISC, Federazione Italiana Settimanali
Cattolici
- “La comunicazione cattolica nel ’900”
intervento del prof. Fausto Fiorentini che presenterà il libro sul centenario de
“Il Nuovo Giornale”: “Giornalisti all’ombra del Duomo”
- “Senza fede, l’Europa muore”
Mons. Jozef Zycinski, arcivescovo di Lublino (Polonia), membro del Pontificio
Consiglio della cultura
- Saluto del card. Ersilio Tonini, direttore de “Il Nuovo Giornale” dal 1947 al 1953

Venerdì 19 marzo

ore 9.Sala degli Arazzi del Collegio Alberoni (Via Emilia Parmense, 77 - Piacenza)
- “La Chiesa e l’Europa” - mons. Gianni Ambrosio, vescovo di Piacenza-
Bobbio, rappresentante dei vescovi italiani alla Co.me.ce.
- “Dalla Costituzione europea al Trattato di Lisbona. Radici e sviluppi dell’integrazione
in Europa fra il cielo sceso in terra e il mondo globalizzato”
prof. Dino Rinoldi, docente di diritto dell’Unione Europea dell’Università
Cattolica, sede di Piacenza
- “Ue, cosa e quanto manca alla casa comune” - dott. Paolo Bustaffa, direttore
di Sir Europa, e dott. Gianni Borsa, inviato di Sir Europa a Bruxelles.
Coordina Barbara Sartori, giornalista
ore 10.30 pausa
ore 10.45 ripresa dei lavori
- Intervento di padre Antonio Simeoni, in rappresentanza dei giornali delle
Missioni cattoliche per gli italiani in Europa.
Confronto in assemblea.
- ore 12.15 messa nella chiesa di San Lazzaro e San Vincenzo de’ Paoli
presiede la celebrazione mons. Claudio Giuliodori, vescovo di Macerata, presidente
della Commissione episcopale per la cultura e le comunicazioni sociali
- ore 14.30 visita al Collegio Alberoni
- ore 15.30 visita al centro storico della città (Palazzo Farnese e i suoi musei, San Sisto,
Piazza Cavalli, Cattedrale, Sant’Antonino)

Sabato 20 marzo
Bobbio - Giornata dedicata alla figura di San Colombano, per il quale è stata presentata
al Papa la richiesta che venga riconosciuto tra i patroni d’Europa.
In collaborazione con il Comune di Bobbio, il settimanale cattolico “La Trebbia”,
l’Associazione Amici di San Colombano e il Lions Club di Bobbio
ore 8 partenza per Bobbio
ore 9.15 al Cinema “Le Grazie” saluto del sindaco Marco Rossi
“Colombano uomo europeo” - prof. don Pietro Pratolongo, docente di liturgia
allo Studio Teologico Interdiocesano di Camaiore (Lucca)
“Le sfide dell’Europa di oggi” - Mons. Domenico Pompili, direttore Ufficio
Comunicazioni della Conferenza episcopale italiana
ore 11 visita della città: basilica di San Colombano (con una preghiera sulla tomba
del monaco irlandese), Cattedrale e Ponte Vecchio