lunedì 24 gennaio 2011
The winner is ... Camminiamo Insieme
Una bella iniziativa quella di premiare i bollettini parrocchiali della diocesi di Piacenza-Bobbio! The winner is ... Camminiamo Insieme, storica voce di San Giuseppe Operaio.
(fri) Il vincitore dell'Oscar 2011 dei bollettini parrocchiali è... Camminiamo Insieme della parrocchia di San Giuseppe Operaio. Questa la motivazione della giuria composta dal vicario generale, monsignor Lino Ferrari, da don Davide Maloberti, da Fausto Fiorentini e due lettori: «Con puntualità, numero dopo numero, Camminiamo Insieme ha seguito il cammino della Missione Popolare in tutti i suoi aspetti, spaziando dagli avvenimenti diocesani a quelli di unità pastorale rivolti alle diverse età, senza trascurare riflessioni e contributi di approfondimento sul tema al centro dell'anno pastorale». A ritirare il premio ieri mattina durante la festa di San Francesco di Sales il parroco, don Giancarlo Conte che ha anche annunciato un prossimo prestigioso traguardo per il bollettino di San Giuseppe Operaio: «Quello del prossimo mese sarà il numero 400. E' frutto di sacrifici, fatica, ma noi siamo convinti che sia importante entrare in tutte le case dei parrocchiani e continueremo ad andare avanti».
Nella categoria bollettini ha avuto una menzione speciale Montagna Nostra, notiziario delle valli dell'Aveto e del Nure. La motivazione: «In una fase in cui, anche grazie alla Missione Popolare diocesana, si evidenzia sempre più il tema della collaborazione e comunione tra unità pastorali, Montagna Nostra rappresenta un prezioso strumento di collegamento tra le realtà del territorio. Attraverso il suo servizio di informazione-formazione su eventi diocesani come parrocchiali, contribuisce a tener vivi i legami con la comunità anche in coloro che risiedono nelle zone montane solo nei mesi estivi». Al primo posto della categoria autori Maria Luisa Rapaccioli con l'articolo "Il nostro sì alla chiamata di Gesù" pubblicato proprio su Camminiamo Insieme. La motivazione: «L'articolo sviluppa il tema oggetto del concorso con uno stile scorrevole e familiare. L'evento della Missione Ragazzi è raccontato attraverso una lettura partecipata, esperienzale, che mette in luce la capacità dei bambini e dei ragazzi di coinvolgere nell'avventura della Missione anche il mondo adulto, vincendone i dubbi e le resistenze».
Seconda classificata categoria autori Annalisa Puppo con l'articolo "Oremus; ritiro spirituale al santuario di Caravaggio" pubblicato su La Collegiata, giornalino della parrocchia Santa Maria Assunta a Borgonovo. La motivazione: «L'articolo sa rendere uno spaccato di vita interparrocchiale maturato nel cammino della Missione Popolare, soffermandosi tanto sui contenuti spirituali della giornata quanto su quelle "note di colore" utili ad illustrare i legami che un ritiro può contribuire a creare tra le persone, di età e realtà differenti».
23/01/2011 Libertà
(fri) Il vincitore dell'Oscar 2011 dei bollettini parrocchiali è... Camminiamo Insieme della parrocchia di San Giuseppe Operaio. Questa la motivazione della giuria composta dal vicario generale, monsignor Lino Ferrari, da don Davide Maloberti, da Fausto Fiorentini e due lettori: «Con puntualità, numero dopo numero, Camminiamo Insieme ha seguito il cammino della Missione Popolare in tutti i suoi aspetti, spaziando dagli avvenimenti diocesani a quelli di unità pastorale rivolti alle diverse età, senza trascurare riflessioni e contributi di approfondimento sul tema al centro dell'anno pastorale». A ritirare il premio ieri mattina durante la festa di San Francesco di Sales il parroco, don Giancarlo Conte che ha anche annunciato un prossimo prestigioso traguardo per il bollettino di San Giuseppe Operaio: «Quello del prossimo mese sarà il numero 400. E' frutto di sacrifici, fatica, ma noi siamo convinti che sia importante entrare in tutte le case dei parrocchiani e continueremo ad andare avanti».
Nella categoria bollettini ha avuto una menzione speciale Montagna Nostra, notiziario delle valli dell'Aveto e del Nure. La motivazione: «In una fase in cui, anche grazie alla Missione Popolare diocesana, si evidenzia sempre più il tema della collaborazione e comunione tra unità pastorali, Montagna Nostra rappresenta un prezioso strumento di collegamento tra le realtà del territorio. Attraverso il suo servizio di informazione-formazione su eventi diocesani come parrocchiali, contribuisce a tener vivi i legami con la comunità anche in coloro che risiedono nelle zone montane solo nei mesi estivi». Al primo posto della categoria autori Maria Luisa Rapaccioli con l'articolo "Il nostro sì alla chiamata di Gesù" pubblicato proprio su Camminiamo Insieme. La motivazione: «L'articolo sviluppa il tema oggetto del concorso con uno stile scorrevole e familiare. L'evento della Missione Ragazzi è raccontato attraverso una lettura partecipata, esperienzale, che mette in luce la capacità dei bambini e dei ragazzi di coinvolgere nell'avventura della Missione anche il mondo adulto, vincendone i dubbi e le resistenze».
Seconda classificata categoria autori Annalisa Puppo con l'articolo "Oremus; ritiro spirituale al santuario di Caravaggio" pubblicato su La Collegiata, giornalino della parrocchia Santa Maria Assunta a Borgonovo. La motivazione: «L'articolo sa rendere uno spaccato di vita interparrocchiale maturato nel cammino della Missione Popolare, soffermandosi tanto sui contenuti spirituali della giornata quanto su quelle "note di colore" utili ad illustrare i legami che un ritiro può contribuire a creare tra le persone, di età e realtà differenti».
23/01/2011 Libertà
La stampa dia voce a chi non ce l'ha
(fri) L'Ordine dei giornalisti stringe le maglie e blocca le porte, ad esempio, a coloro che scrivono redazionali pubblicitari, ma dà anche una stretta sulla legge 150 del 2000, sui responsabili degli uffici stampa degli enti pubblici che devono essere iscritti all'Ordine, cosa che spesso oggi non accade. Sono alcune delle linee programmatiche per il 2011 che si è dato l'Ordine dei giornalisti dell'Emilia Romagna e che vengono spiegate dalla vice presidente, la piacentina Carla Chiappini. Un'intervento appassionato, il suo, che ha aperto la festa di San Francesco di Sales, nella curia di Piacenza. Un intervento che, dopo aver posto l'attenzione, tra l'altro, sulla necessità di una maggior tutela dei minori - «la gente oggi è molto sensibile a tale argomento» -, ha messo in evidenza il ruolo di educatore del giornalista. «Penso che il giornalista possa essere definito come un operatore culturale - afferma Carla Chiappini -. Dunque dobbiamo pensare ad una una formazione permanente, come gli avvocati, e restituire dignità ad una professione che se la merita». A questo proposito sono stati annunciati momenti formativi per la stampa e per i lettori in collaborazione con Ordine, Associazione stampa Emilia Romagna e il settimanale diocesano Il Nuovo Giornale.
"Dare voce a chi non ha voce" l'interessante documento di Fausto Fiorentini donato quest'anno ai giornalisti assieme al libretto sulla vita di Giuseppe Berti. Nel suo intervento il direttore dell'Ufficio stampa della diocesi di Piacenza-Bobbio si sofferma sulla necessità, per il mondo dei media, di dare voce agli ultimi: i malati, gli anziani, i bambini. Una riflessione corredata da precisi riferimenti alla deontologia professionale ma anche ad una deontologia che non proviene da carte di settore bensì dalla legislazione più alta che ha regolato in questi ultimi 150 anni l'Italia e gli italiani: dallo Statuto Albertino alla Costituzione della Repubblica. Una riflessione che si inserisce perfettamente nel cammino della Missione Popolare diocesana che quest'anno, nella sua seconda fase, ha come oggetto, tra l'altro, l'ambito sociale della fragilità umana. «Il giornalista - si augura Fiorentini - dovrebbe tornare a guardare questi casi quotidiani con rinnovata voglia di capirli. Forse scoprirebbe che spesso vi sono gli estremi per raccontarli. Ovviamente qui sono in gioco la sensibilità, la creatività e la disponibilità dell'operatore della comunicazione, ognuno con gli strumenti specifici del suo settore».
23/01/2011 Libertà
"Dare voce a chi non ha voce" l'interessante documento di Fausto Fiorentini donato quest'anno ai giornalisti assieme al libretto sulla vita di Giuseppe Berti. Nel suo intervento il direttore dell'Ufficio stampa della diocesi di Piacenza-Bobbio si sofferma sulla necessità, per il mondo dei media, di dare voce agli ultimi: i malati, gli anziani, i bambini. Una riflessione corredata da precisi riferimenti alla deontologia professionale ma anche ad una deontologia che non proviene da carte di settore bensì dalla legislazione più alta che ha regolato in questi ultimi 150 anni l'Italia e gli italiani: dallo Statuto Albertino alla Costituzione della Repubblica. Una riflessione che si inserisce perfettamente nel cammino della Missione Popolare diocesana che quest'anno, nella sua seconda fase, ha come oggetto, tra l'altro, l'ambito sociale della fragilità umana. «Il giornalista - si augura Fiorentini - dovrebbe tornare a guardare questi casi quotidiani con rinnovata voglia di capirli. Forse scoprirebbe che spesso vi sono gli estremi per raccontarli. Ovviamente qui sono in gioco la sensibilità, la creatività e la disponibilità dell'operatore della comunicazione, ognuno con gli strumenti specifici del suo settore».
23/01/2011 Libertà
Ambrosio alla stampa: abbiate cura delle persone
«Comunicare è sempre educare». Lo ricorda il vescovo Gianni Ambrosio nella sala degli affreschi della Curia dove ieri mattina (sabato 22 gennaio) ha ricevuto i giornalisti piacentini in occasione di San Francesco di Sales, patrono della stampa. Un'occasione per ringraziare i media locali «per l'importante lavoro che svolgono» dice Ambrosio, ma anche e soprattutto per ricordare che alla Chiesa sta a cuore il mondo della comunicazione «per la rilevanza imponente nell'educazione», come recita il numero 51 degli Orientamenti pastorali della Cei fino al 2020. In sala, oltre a numerosi giornalisti e collaboratori dei vari media piacentini, anche il direttore di Libertà, Gaetano Rizzuto, il presidente dell'Associazione stampa Emilia Romagna (Aser), Camillo Galba, la vice presidente dell'Ordine regionale dei Giornalisti, Carla Chiappini, il direttore dell'Ufficio stampa della diocesi, Fausto Fiorentini, sacerdoti giornalisti come il direttore de il Nuovo Giornale, don Davide Maloberti, il parroco di San Giuseppe Operaio, don Giancarlo Conte, il responsabile del Servizio diocesano multimedia per la pastorale, don Riccardo Lisoni.
Il vescovo Ambrosio inizia con una sorta di premessa che coinvolge personalmente i giornalisti. «Si comunicano le notizie, le informazioni, le nozioni, i fatti della vita - osserva - ma alla fin fine la comunicazione è sempre da una persona ad un'altra persona o a molte persone. In qualche modo, pur attraverso molte mediazioni e mezzi assai diversi, si comunica sempre qualcosa di sé a un'altra persona, si racconta sempre qualcosa di sé, e si coinvolge l'altro nel proprio racconto. E l'altro accoglie sempre qualcosa che proviene da un'altra persona». «Se si riconosce che la comunicazione avviene tra persone - continua - allora la comunicazione dovrebbe sempre ‘educare', nel senso di aiutarci a crescere come persone, altrimenti non vi è comunicazione».
Un atteggiamento per vari motivi distante dalla realtà odierna. Il vescovo lo sa e chiama in campo gli orientamenti pastorali della Cei per il decennio 2010-2020 dove «si prende atto della enorme possibilità di contatti: "La tecnologia digitale, superando la distanza spaziale, moltiplica a dismisura la rete dei contatti e la possibilità di informarsi, di partecipare e di condividere"». «Subito però - prosegue Ambrosio - si aggiunge: "anche se rischia di far perdere il senso di prossimità e di rendere più superficiali i rapporti". Per cui le possibilità sono grandi, ma incombe il rischio di superficialità dei rapporti e del venir meno della prossimità». «Si evidenzia poi - sottolinea - ciò che i processi mediatici compiono, e cioè danno forma alla realtà, la presentano secondo il loro punto di vista e secondo le possibilità del loro strumento, e poi arrivano all'esperienza delle persone, fino a influire sulla loro esperienza».
Poi il documento Cei offre tre consigli: «Il primo è quello di educare alla conoscenza e all'uso dei media... Ma questo non basta: occorre anche tutelare i soggetti più deboli: l'infanzia, ma non solo».
«Infine anche in questo campo, l'impresa educativa richiede un'alleanza fra i diversi soggetti. Perciò sarà importante aiutare le famiglie a interagire con i media in modo corretto e costruttivo, e mostrare alle giovani generazioni la bellezza di relazioni umane dirette». Come esempio di questa alleanza il vescovo cita l'ambito dell'università: «La questione dell'educazione e della comunicazione convergono ormai da tempo come discipline - scienze della educazione e scienze della comunicazione - che vogliono porsi al servizio dell'educare e del comunicare. Così è nata, come movimento che viene dalla base, prima nei paesi anglofoni e poi anche in Italia, la Media Education, un movimento pedagogico e comunicativo che si è fatto carico della integrazione curricolare dei media nella scuola, come risposta alle esigenze della cultura massmediale, della vita individuale e sociale». Per Il vescovo si può agire su due versanti: «Il primo è un intervento educativo da parte dei genitori e della scuola. Non solo. Tutti devono avere una certa "cura educativa". Anche chi comunica, chi è nel mondo della comunicazione e anche della pubblicità. La cura della relazione in cui si manifesta la preoccupazione per l'altro non può essere assente nel momento in cui si entra nel mondo dei media. L'attenzione verso l'altro nell'esercizio del comunicare è basata sul fatto di riconoscere l'altro come soggetto: ma se non lo riconosco come soggetto, non riconosco me stesso come soggetto. Se l'altro è una cosa, anch'io sono una cosa. E non è bello né per me né per l'altro».
Federico Frighi
23/01/2011 Libertà
Il vescovo Ambrosio inizia con una sorta di premessa che coinvolge personalmente i giornalisti. «Si comunicano le notizie, le informazioni, le nozioni, i fatti della vita - osserva - ma alla fin fine la comunicazione è sempre da una persona ad un'altra persona o a molte persone. In qualche modo, pur attraverso molte mediazioni e mezzi assai diversi, si comunica sempre qualcosa di sé a un'altra persona, si racconta sempre qualcosa di sé, e si coinvolge l'altro nel proprio racconto. E l'altro accoglie sempre qualcosa che proviene da un'altra persona». «Se si riconosce che la comunicazione avviene tra persone - continua - allora la comunicazione dovrebbe sempre ‘educare', nel senso di aiutarci a crescere come persone, altrimenti non vi è comunicazione».
Un atteggiamento per vari motivi distante dalla realtà odierna. Il vescovo lo sa e chiama in campo gli orientamenti pastorali della Cei per il decennio 2010-2020 dove «si prende atto della enorme possibilità di contatti: "La tecnologia digitale, superando la distanza spaziale, moltiplica a dismisura la rete dei contatti e la possibilità di informarsi, di partecipare e di condividere"». «Subito però - prosegue Ambrosio - si aggiunge: "anche se rischia di far perdere il senso di prossimità e di rendere più superficiali i rapporti". Per cui le possibilità sono grandi, ma incombe il rischio di superficialità dei rapporti e del venir meno della prossimità». «Si evidenzia poi - sottolinea - ciò che i processi mediatici compiono, e cioè danno forma alla realtà, la presentano secondo il loro punto di vista e secondo le possibilità del loro strumento, e poi arrivano all'esperienza delle persone, fino a influire sulla loro esperienza».
Poi il documento Cei offre tre consigli: «Il primo è quello di educare alla conoscenza e all'uso dei media... Ma questo non basta: occorre anche tutelare i soggetti più deboli: l'infanzia, ma non solo».
«Infine anche in questo campo, l'impresa educativa richiede un'alleanza fra i diversi soggetti. Perciò sarà importante aiutare le famiglie a interagire con i media in modo corretto e costruttivo, e mostrare alle giovani generazioni la bellezza di relazioni umane dirette». Come esempio di questa alleanza il vescovo cita l'ambito dell'università: «La questione dell'educazione e della comunicazione convergono ormai da tempo come discipline - scienze della educazione e scienze della comunicazione - che vogliono porsi al servizio dell'educare e del comunicare. Così è nata, come movimento che viene dalla base, prima nei paesi anglofoni e poi anche in Italia, la Media Education, un movimento pedagogico e comunicativo che si è fatto carico della integrazione curricolare dei media nella scuola, come risposta alle esigenze della cultura massmediale, della vita individuale e sociale». Per Il vescovo si può agire su due versanti: «Il primo è un intervento educativo da parte dei genitori e della scuola. Non solo. Tutti devono avere una certa "cura educativa". Anche chi comunica, chi è nel mondo della comunicazione e anche della pubblicità. La cura della relazione in cui si manifesta la preoccupazione per l'altro non può essere assente nel momento in cui si entra nel mondo dei media. L'attenzione verso l'altro nell'esercizio del comunicare è basata sul fatto di riconoscere l'altro come soggetto: ma se non lo riconosco come soggetto, non riconosco me stesso come soggetto. Se l'altro è una cosa, anch'io sono una cosa. E non è bello né per me né per l'altro».
Federico Frighi
23/01/2011 Libertà
domenica 23 gennaio 2011
Ambrosio ai giornalisti: davanti a voi avete delle persone
Vi ringrazio per la vostra presenza e vi ringrazio per l’importante lavoro che svolgete. Un lavoro che il titolo del mio intervento – il titolo mi è stato assegnato – presenta come facente parte di quella missione grande e bella che è l’educare. Comunicare è sempre educare, recita il titolo. Troppo generoso?
Può darsi, ma nella sua generosità, il titolo coglie un aspetto significativo della comunicazione.
Si comunicano le notizie, le informazioni, le nozioni, i fatti della vita, ma alla fin fine la comunicazione è sempre da una persona ad un’altra persona o a molte persone. In qualche modo, pur attraverso molte mediazioni e mezzi assai diversi, si comunica sempre qualcosa di sé a un’altra persona, si racconta sempre qualcosa di sé, e si coinvolge l’altro nel proprio racconto. E l’altro accoglie sempre qualcosa che proviene da un’altra persona.
Se si riconosce che la comunicazione avviene tra persone, allora la comunicazione dovrebbe sempre ‘educare’, nel senso di aiutarci a crescere come persone, altrimenti non vi è comunicazione. Nel senso ancora di aiutarci a creare un contesto in cui si apprezzano le persone, in cui si ha il gusto della vita, in cui si insegna a ‘vedere’ e dunque ad aprire gli occhi, in cui si stimola la fame di ‘conoscere’, perché il dinamismo dell’intelligenza si liberi dal torpore che deriva dalla superficialità e dalla noia. Potremmo continuare, e la conclusione sarebbe sempre la stessa: altrimenti non si ha una comunicazione tra persone.
Questo può apparire molto distante dalla comunicazione odierna: è vero, lo sapete voi, lo so anch’io, lo sappiamo tutti. Ma sappiamo anche che in questo modo il nostro contesto non è molto bello e le nostre relazioni non sono molto felici. Ma non mi soffermo sull’analisi della nostra realtà. Vorrei invece suggerire qualche spunto di riflessione per ricuperare l’impegno educativo nel mondo della comunicazione. Lo faccio in riferimento al documento della Chiesa italiana Educare alla vita buona del Vangelo e in riferimento a una alleanza educativa tra le scienze dell’educazione e le scienze della comunicazione.
2) Parto dal documento Educare alla vita buona del Vangelo: è il documento in cui sono indicati gli orientamenti pastorale della Chiesa italiana. Mi soffermo sul n. 51, dedicato alla comunicazione della cultura digitale. Prima però vi è un cenno alla società che merita di essere ripreso, perché ci ricorda che siamo sempre persone in relazione che vivono nella stessa ‘casa’, anche se questa casa è grande, come la nostra città o come la società italiana o la società globale.
Ascoltiamo il testo: “La società nella sua globalità, infatti, costituisce un ambiente vitale dal forte impatto educativo; essa veicola una serie di riferimenti fondamentali che condizionano in bene o in male la formazione dell’identità, incidendo profondamente sulla mentalità e sulle scelte di ciascuno. Inoltre, i vari ambienti di vita e di relazione – non ultimi quelli del divertimento, del tempo libero e del turismo – esercitano un’influenza talvolta maggiore di quella dei luoghi tradizionali, come la famiglia e la scuola. Essi offrono perciò preziose opportunità perché non manchi, in tutti gli spazi sociali, una proposta educativa integrale” (n. 50). Non mi soffermo a commentare questo passo del documento, ma – ripeto – è buona cosa tenerlo presente, perché è al suo interno che si colloca il rapporto fra comunicare e educare.
Il n. 51 del documento è intitolato: La comunicazione nella cultura digitale. Sottolineo alcuni aspetti di questo numero. Innanzi tutto è indicata l’attenzione della Chiesa per il mondo della comunicazione: “La comunità cristiana guarda con particolare attenzione al mondo della comunicazione come a una dimensione dotata di una rilevanza imponente per l’educazione”.
Poi il testo esplicita il senso di questa rilevanza imponente per l’educazione. Innanzi tutto si prende atto della enorme possibilità di contatti: “La tecnologia digitale, superando la distanza spaziale, moltiplica a dismisura la rete dei contatti e la possibilità di informarsi, di partecipare e di condividere”. Subito però si aggiunge: “anche se rischia di far perdere il senso di prossimità e di rendere più superficiali i rapporti”. Per cui le possibilità sono grandi, ma incombe il rischio di superficialità dei rapporti e del venir meno della prossimità.
Vi sono parecchie implicazioni sociali, etiche e culturali che accompagnano il diffondersi di questo nuovo contesto esistenziale dovuto alla cultura digitale. Insisterei in particolare su questa implicazione: “Agendo sul mondo vitale, i processi mediatici arrivano a dare forma alla realtà stessa. Essi intervengono in modo incisivo sull’esperienza delle persone”. In poche parole si evidenzia ciò che i processi mediatici compiono, e cioè danno forma alla realtà, la presentano secondo il loro punto di vista e secondo le possibilità del loro strumento, e poi arrivano all’esperienza delle persone, fino a influire sulla loro esperienza. Quindi configurano il contesto in cui in viviamo e arrivano al cuore delle persone.
Poi il documento offre tre consigli.
Il primo è quello di educare alla conoscenza e all’uso dei media. Questi processi mediatici “vanno considerati positivamente, senza pregiudizi, come delle risorse, pur richiedendo uno sguardo critico e un uso sapiente e responsabile. Il loro ruolo nei processi educativi è sempre più rilevante: le tradizionali agenzie educative sono state in gran parte soppiantate dal flusso mediatico. Un obiettivo da raggiungere, dunque, sarà anzitutto quello di educare alla conoscenza di questi mezzi e dei loro linguaggi e a una più diffusa competenza quanto al loro uso”.
È importante il modo di usare i mezzi di comunicazione: “Il modo di usarli è il fattore che decide quale valenza morale possano avere. Su questo punto, pertanto, deve concentrarsi l’attenzione educativa, al fine di sviluppare la capacità di valutarne il messaggio e gli influssi, nella consapevolezza della considerevole forza di attrazione e di coinvolgimento di cui essi dispongono”.
Ma questo non basta: occorre anche tutelare i soggetti più deboli: “Un particolare impegno deve essere posto nel tutelare l’infanzia, anche con concreti ed efficaci interventi legislativi”. Questo consiglio è anch’esso importante: è riferito all’infanzia, con i soggetti più a rischio, ma credo che non si debba limitare questo impegno alla sola infanzia.
Infine un terzo consiglio, molto importante: “Pure in questo campo, l’impresa educativa richiede un’alleanza fra i diversi soggetti. Perciò sarà importante aiutare le famiglie a interagire con i media in modo corretto e costruttivo, e mostrare alle giovani generazioni la bellezza di relazioni umane dirette”.
Credo che valga davvero la pena di attuare questa alleanza educativa, alleanza tra i diversi soggetti, tra la famiglia, la scuola, le agenzie educative e il mondo della comunicazione.
3) Come esempio di questa alleanza permettetemi di citare l’ambito dell’università.
Alcuni anni fa mi capitò tra le mani un libro che mi incuriosì per il suo titolo: Teleduchiamo. Poi il sottotitolo precisava l’argomento: Linee per un uso didattico della televisione (a cura di R. Giannatelli e P.C. Rivoltella, Elledici, Torino, 1994) Poiché conoscevo gli autori di questo libro, mi sono lasciato incuriosire anche dal contenuto del libro. Gli autori di questo libro – anzi i curatori – sono Roberto Giannatelli e Pier Cesare Rivoltella Il primo è un professore salesiano che insegna all’università salesiana di Roma ed è anche il presidente del Med, Media education, l’altro, Rivoltella è docente all’Università Cattolica di Milano.
Non entro nel merito del libro. Prendo solo lo spunto per dire che la questione dell’educazione e della comunicazione convergono ormai da tempo come discipline – scienze della educazione e scienze della comunicazione – che vogliono porsi al servizio dell’educare e del comunicare. Così è nata, come movimento che viene dalla base, prima nei paesi anglofoni e poi anche in Italia, la Media Education, un movimento pedagogico e comunicativo che si è fatto carico della integrazione curricolare dei media nella scuola, come risposta alle esigenze della cultura massmediale, della vita individuale e sociale.
Cosa vuol dire questo?
L’educazione tende a promuovere le potenzialità umane dell’individuo, ad insegnargli il significato delle cose, aiutandolo a capire, a giudicare, a scegliere, ad acquistare autonomia di fronte alle cose e ai fatti.
Ma la comunicazione nelle sue varie forme va in questa direzione?
Prendiamo ad esempio una particolare forma di comunicazione, la pubblicità, che, come ben sappiamo, è una forma diffusa e pervasiva di comunicazione. La pubblicità assolutizza un qualche aspetto positivo di un prodotto, esalta le conseguenze derivanti dal possesso di quel prodotto. Il rischio di comunicare valori fittizi è incombente. Non solo per l’esaltazione degli aspetti positivi di un bene, ma anche per il fatto che quelle forma di comunicazione tende a non richiamare, anzi ad escludere, la riflessione che tiene presente anche altri aspetti, magari non così positivi o anche negativi. In questo modo la pubblicità, con la sua diffusione massiccia, con il suo ritmo martellante, tende ad inculcare un sistema valoriale ampiamente distorto, ma tende anche a non aiutare – forse a impedire – la stessa riflessione.
Si può agire su due versanti.
Il primo è un intervento educativo da parte dei genitori e della scuola in grado di situare la pubblicità nei suoi limiti, fornendo soprattutto agli studenti – dal bambino al ragazzo e al giovane - gli opportuni strumenti critici di difesa. Ma questo non vale solo per la pubblicità, ma per ogni forma di comunicazione.
Il compito educativo consiste nell’adottare una strategia educativa in grado di aiutare gli studenti ad orientarsi, a conoscere le funzioni positive e le tecniche della comunicazione, a comprenderne il linguaggio, ma anche a difendersi dai suoi eccessi aggressivi, a smascherare i suoi inganni, a sottrarsi al condizionamento ideologico che essa esercita con l’insieme dei suoi messaggi.
Si tratta dunque di un compito difficile, che ha come obiettivo ideale l’autonomia intellettuale – di pensiero, di riflessione, di capacità critica - degli studenti. Si tratta di educare all’uso dei media, sapendo che i media informano, ma possono imporre precisi messaggi valoriali, possono rispondere solo al business commerciale.
La Media Education è una proposta educativa-comunicativa, cioè un intervento didattico che aiuta a riflettere sui media, individua obiettivi, elabora metodologie, mette a punto strategie opportune.
Ma questo non basta. Allora vorrei suggerire questo: se tutti devono avere una passione per l’uomo, per la sua vita, per la sua dignità, per la polis, per la vita sociale, allora tutti devono avere una certa “cura educativa”. Anche chi comunica, chi è nel mondo della comunicazione e anche della pubblicità.
La cura della relazione in cui si manifesta la preoccupazione per l’altro non può essere assente nel momento in cui si entra nel mondo dei media. L’attenzione verso l’altro nell’esercizio del comunicare è basata sul fatto di riconoscere l’altro come soggetto: ma se non lo riconosco come soggetto, non riconosco me stesso come soggetto. Se l’altro è una cosa, anch’io sono una cosa. E non è bello né per me né per l’altro.
Concludo. Siamo tutti invitati a considerarci e a stimarci come soggetti e a riconoscere che vi è un legame sociale in cui tutti siamo coinvolti. Se con responsabilità diamo il nostro contributo per questo considerazione reciproca – siamo soggetti – e per questo riconoscimento – siamo dentro a vincoli di solidarietà che sono il nostro legame sociale – , allora comunicare è sempre educare.
+Gianni Ambrosio
Vescovo di Piacenza-Bobbio
Può darsi, ma nella sua generosità, il titolo coglie un aspetto significativo della comunicazione.
Si comunicano le notizie, le informazioni, le nozioni, i fatti della vita, ma alla fin fine la comunicazione è sempre da una persona ad un’altra persona o a molte persone. In qualche modo, pur attraverso molte mediazioni e mezzi assai diversi, si comunica sempre qualcosa di sé a un’altra persona, si racconta sempre qualcosa di sé, e si coinvolge l’altro nel proprio racconto. E l’altro accoglie sempre qualcosa che proviene da un’altra persona.
Se si riconosce che la comunicazione avviene tra persone, allora la comunicazione dovrebbe sempre ‘educare’, nel senso di aiutarci a crescere come persone, altrimenti non vi è comunicazione. Nel senso ancora di aiutarci a creare un contesto in cui si apprezzano le persone, in cui si ha il gusto della vita, in cui si insegna a ‘vedere’ e dunque ad aprire gli occhi, in cui si stimola la fame di ‘conoscere’, perché il dinamismo dell’intelligenza si liberi dal torpore che deriva dalla superficialità e dalla noia. Potremmo continuare, e la conclusione sarebbe sempre la stessa: altrimenti non si ha una comunicazione tra persone.
Questo può apparire molto distante dalla comunicazione odierna: è vero, lo sapete voi, lo so anch’io, lo sappiamo tutti. Ma sappiamo anche che in questo modo il nostro contesto non è molto bello e le nostre relazioni non sono molto felici. Ma non mi soffermo sull’analisi della nostra realtà. Vorrei invece suggerire qualche spunto di riflessione per ricuperare l’impegno educativo nel mondo della comunicazione. Lo faccio in riferimento al documento della Chiesa italiana Educare alla vita buona del Vangelo e in riferimento a una alleanza educativa tra le scienze dell’educazione e le scienze della comunicazione.
2) Parto dal documento Educare alla vita buona del Vangelo: è il documento in cui sono indicati gli orientamenti pastorale della Chiesa italiana. Mi soffermo sul n. 51, dedicato alla comunicazione della cultura digitale. Prima però vi è un cenno alla società che merita di essere ripreso, perché ci ricorda che siamo sempre persone in relazione che vivono nella stessa ‘casa’, anche se questa casa è grande, come la nostra città o come la società italiana o la società globale.
Ascoltiamo il testo: “La società nella sua globalità, infatti, costituisce un ambiente vitale dal forte impatto educativo; essa veicola una serie di riferimenti fondamentali che condizionano in bene o in male la formazione dell’identità, incidendo profondamente sulla mentalità e sulle scelte di ciascuno. Inoltre, i vari ambienti di vita e di relazione – non ultimi quelli del divertimento, del tempo libero e del turismo – esercitano un’influenza talvolta maggiore di quella dei luoghi tradizionali, come la famiglia e la scuola. Essi offrono perciò preziose opportunità perché non manchi, in tutti gli spazi sociali, una proposta educativa integrale” (n. 50). Non mi soffermo a commentare questo passo del documento, ma – ripeto – è buona cosa tenerlo presente, perché è al suo interno che si colloca il rapporto fra comunicare e educare.
Il n. 51 del documento è intitolato: La comunicazione nella cultura digitale. Sottolineo alcuni aspetti di questo numero. Innanzi tutto è indicata l’attenzione della Chiesa per il mondo della comunicazione: “La comunità cristiana guarda con particolare attenzione al mondo della comunicazione come a una dimensione dotata di una rilevanza imponente per l’educazione”.
Poi il testo esplicita il senso di questa rilevanza imponente per l’educazione. Innanzi tutto si prende atto della enorme possibilità di contatti: “La tecnologia digitale, superando la distanza spaziale, moltiplica a dismisura la rete dei contatti e la possibilità di informarsi, di partecipare e di condividere”. Subito però si aggiunge: “anche se rischia di far perdere il senso di prossimità e di rendere più superficiali i rapporti”. Per cui le possibilità sono grandi, ma incombe il rischio di superficialità dei rapporti e del venir meno della prossimità.
Vi sono parecchie implicazioni sociali, etiche e culturali che accompagnano il diffondersi di questo nuovo contesto esistenziale dovuto alla cultura digitale. Insisterei in particolare su questa implicazione: “Agendo sul mondo vitale, i processi mediatici arrivano a dare forma alla realtà stessa. Essi intervengono in modo incisivo sull’esperienza delle persone”. In poche parole si evidenzia ciò che i processi mediatici compiono, e cioè danno forma alla realtà, la presentano secondo il loro punto di vista e secondo le possibilità del loro strumento, e poi arrivano all’esperienza delle persone, fino a influire sulla loro esperienza. Quindi configurano il contesto in cui in viviamo e arrivano al cuore delle persone.
Poi il documento offre tre consigli.
Il primo è quello di educare alla conoscenza e all’uso dei media. Questi processi mediatici “vanno considerati positivamente, senza pregiudizi, come delle risorse, pur richiedendo uno sguardo critico e un uso sapiente e responsabile. Il loro ruolo nei processi educativi è sempre più rilevante: le tradizionali agenzie educative sono state in gran parte soppiantate dal flusso mediatico. Un obiettivo da raggiungere, dunque, sarà anzitutto quello di educare alla conoscenza di questi mezzi e dei loro linguaggi e a una più diffusa competenza quanto al loro uso”.
È importante il modo di usare i mezzi di comunicazione: “Il modo di usarli è il fattore che decide quale valenza morale possano avere. Su questo punto, pertanto, deve concentrarsi l’attenzione educativa, al fine di sviluppare la capacità di valutarne il messaggio e gli influssi, nella consapevolezza della considerevole forza di attrazione e di coinvolgimento di cui essi dispongono”.
Ma questo non basta: occorre anche tutelare i soggetti più deboli: “Un particolare impegno deve essere posto nel tutelare l’infanzia, anche con concreti ed efficaci interventi legislativi”. Questo consiglio è anch’esso importante: è riferito all’infanzia, con i soggetti più a rischio, ma credo che non si debba limitare questo impegno alla sola infanzia.
Infine un terzo consiglio, molto importante: “Pure in questo campo, l’impresa educativa richiede un’alleanza fra i diversi soggetti. Perciò sarà importante aiutare le famiglie a interagire con i media in modo corretto e costruttivo, e mostrare alle giovani generazioni la bellezza di relazioni umane dirette”.
Credo che valga davvero la pena di attuare questa alleanza educativa, alleanza tra i diversi soggetti, tra la famiglia, la scuola, le agenzie educative e il mondo della comunicazione.
3) Come esempio di questa alleanza permettetemi di citare l’ambito dell’università.
Alcuni anni fa mi capitò tra le mani un libro che mi incuriosì per il suo titolo: Teleduchiamo. Poi il sottotitolo precisava l’argomento: Linee per un uso didattico della televisione (a cura di R. Giannatelli e P.C. Rivoltella, Elledici, Torino, 1994) Poiché conoscevo gli autori di questo libro, mi sono lasciato incuriosire anche dal contenuto del libro. Gli autori di questo libro – anzi i curatori – sono Roberto Giannatelli e Pier Cesare Rivoltella Il primo è un professore salesiano che insegna all’università salesiana di Roma ed è anche il presidente del Med, Media education, l’altro, Rivoltella è docente all’Università Cattolica di Milano.
Non entro nel merito del libro. Prendo solo lo spunto per dire che la questione dell’educazione e della comunicazione convergono ormai da tempo come discipline – scienze della educazione e scienze della comunicazione – che vogliono porsi al servizio dell’educare e del comunicare. Così è nata, come movimento che viene dalla base, prima nei paesi anglofoni e poi anche in Italia, la Media Education, un movimento pedagogico e comunicativo che si è fatto carico della integrazione curricolare dei media nella scuola, come risposta alle esigenze della cultura massmediale, della vita individuale e sociale.
Cosa vuol dire questo?
L’educazione tende a promuovere le potenzialità umane dell’individuo, ad insegnargli il significato delle cose, aiutandolo a capire, a giudicare, a scegliere, ad acquistare autonomia di fronte alle cose e ai fatti.
Ma la comunicazione nelle sue varie forme va in questa direzione?
Prendiamo ad esempio una particolare forma di comunicazione, la pubblicità, che, come ben sappiamo, è una forma diffusa e pervasiva di comunicazione. La pubblicità assolutizza un qualche aspetto positivo di un prodotto, esalta le conseguenze derivanti dal possesso di quel prodotto. Il rischio di comunicare valori fittizi è incombente. Non solo per l’esaltazione degli aspetti positivi di un bene, ma anche per il fatto che quelle forma di comunicazione tende a non richiamare, anzi ad escludere, la riflessione che tiene presente anche altri aspetti, magari non così positivi o anche negativi. In questo modo la pubblicità, con la sua diffusione massiccia, con il suo ritmo martellante, tende ad inculcare un sistema valoriale ampiamente distorto, ma tende anche a non aiutare – forse a impedire – la stessa riflessione.
Si può agire su due versanti.
Il primo è un intervento educativo da parte dei genitori e della scuola in grado di situare la pubblicità nei suoi limiti, fornendo soprattutto agli studenti – dal bambino al ragazzo e al giovane - gli opportuni strumenti critici di difesa. Ma questo non vale solo per la pubblicità, ma per ogni forma di comunicazione.
Il compito educativo consiste nell’adottare una strategia educativa in grado di aiutare gli studenti ad orientarsi, a conoscere le funzioni positive e le tecniche della comunicazione, a comprenderne il linguaggio, ma anche a difendersi dai suoi eccessi aggressivi, a smascherare i suoi inganni, a sottrarsi al condizionamento ideologico che essa esercita con l’insieme dei suoi messaggi.
Si tratta dunque di un compito difficile, che ha come obiettivo ideale l’autonomia intellettuale – di pensiero, di riflessione, di capacità critica - degli studenti. Si tratta di educare all’uso dei media, sapendo che i media informano, ma possono imporre precisi messaggi valoriali, possono rispondere solo al business commerciale.
La Media Education è una proposta educativa-comunicativa, cioè un intervento didattico che aiuta a riflettere sui media, individua obiettivi, elabora metodologie, mette a punto strategie opportune.
Ma questo non basta. Allora vorrei suggerire questo: se tutti devono avere una passione per l’uomo, per la sua vita, per la sua dignità, per la polis, per la vita sociale, allora tutti devono avere una certa “cura educativa”. Anche chi comunica, chi è nel mondo della comunicazione e anche della pubblicità.
La cura della relazione in cui si manifesta la preoccupazione per l’altro non può essere assente nel momento in cui si entra nel mondo dei media. L’attenzione verso l’altro nell’esercizio del comunicare è basata sul fatto di riconoscere l’altro come soggetto: ma se non lo riconosco come soggetto, non riconosco me stesso come soggetto. Se l’altro è una cosa, anch’io sono una cosa. E non è bello né per me né per l’altro.
Concludo. Siamo tutti invitati a considerarci e a stimarci come soggetti e a riconoscere che vi è un legame sociale in cui tutti siamo coinvolti. Se con responsabilità diamo il nostro contributo per questo considerazione reciproca – siamo soggetti – e per questo riconoscimento – siamo dentro a vincoli di solidarietà che sono il nostro legame sociale – , allora comunicare è sempre educare.
+Gianni Ambrosio
Vescovo di Piacenza-Bobbio
sabato 22 gennaio 2011
Don Conte come Veronica: per Berlusconi ci vorrebbe un amico
Argomenti
monsignor Giancarlo Conte
venerdì 21 gennaio 2011
Il pozzo di Arianna
E' una piccola santa del nostro tempo. Una bambina scomparsa nel 1995 a 7 anni di età per una incurabile malattia. Da lassù guida oggi i suoi genitori impegnati in opere di bene nel suo nome e in quello del Signore. L'ultima è il pozzo per l'acqua di cui scrivo sotto per Libertà.
Grazie ad Arianna ogni giorno duecento bambini africani possono vivere bevendo l'acqua del suo pozzo. Ma non solo i soli. Ci sono i genitori, gli amici, i compaesani, i volontari di Africa Mission, i perforatori. A tutti la piccola Arianna ha donato un piccolo frammento della sua breve vita. Arianna Fogliazza, nata a Piacenza il 18 agosto del 1987, è venuta a mancare il 14 marzo del 1995, a neppure 8 anni di età. Una malattia incurabile non le ha lasciato scampo. Dalla tragedia di quella morte, in questi 15 anni sono fiorite tante iniziative di vita, in gran parte opera dei genitori, Tiziana Gaeta e Ferdinando Fogliazza. L'ultima è stata presentata ieri nella sede di Africa Mission. Papà e mamma di Arianna hanno donato al movimento fondato da don Vittorione e dal vescovo Enrico Manfredini un pozzo per l'acqua. Pozzo che è stato realizzato nei mesi scorsi nel villaggio di Rimenze, regione del Western Equatorian, Sud Sudan, a 40 chilometri dalle foreste del Congo. «Arianna ha fatto scoprire a noi tutti il senso della vita» dice mamma Tiziana. Non solo: «Anche l'esigenza della condivisione che abbiamo imparato nei giorni passati all'ospedale con i genitori degli altri bambini malati. Abbiamo capito che il nostro rapporto con il Signore non doveva essere il mercanteggiamento della salute di nostra figlia con opere di bene. Bensì l'esigenza di fare qualche cosa per gli altri, per coloro che non sono aiutati da nessuno e che non hanno nulla». Così è nata l'idea del pozzo per l'acqua e il contatto con il direttore di Africa Mission-Cooperazione e Sviluppo, Carlo Ruspantini, che ieri ha presentato l'iniziativa. «La morte di vostra figlia - ha voluto evidenziare il presidente di Africa Mission, don Maurizio Noberini - è stata non un dolore arido ma fecondo, che ha dato frutti di vita». Il pozzo, come ha spiegato il responsabile delle perforazioni, Egidio Marchetti, rappresenta una garanzia di approvvigionamento d'acqua pulita e scongiura il diffondersi di malattie legate all'utilizzo di fonti non potabili. Profondo 90,5 metri, ha una portata di 1.037 litri all'ora in grado di soddisfare le 900 persone del villaggio e i 200 bambini della vicina scuola. Nell'area la popolazione vive una situazione difficile a causa del gruppo dei ribelli ugandesi dell'Lra (Lord's Resistance Army), responsabile di atrocità terribili. Da aprile-maggio del 2009 nella zona sono stati stimati oltre 3mila rifugiati, molti dei quali, dopo giorni di cammino nella foresta, sono arrivati affamati e terrorizzato in cerca di un posto sicuro dove essere accolti. Un'ultima annotazione. La piccola Arianna, così come don Vittorione, è inserita fra i 31 piccoli santi piacentini descritti nell'ultimo libro di don Giancarlo Conte.
Federico Frighi
20/01/2011 Liberta'
Grazie ad Arianna ogni giorno duecento bambini africani possono vivere bevendo l'acqua del suo pozzo. Ma non solo i soli. Ci sono i genitori, gli amici, i compaesani, i volontari di Africa Mission, i perforatori. A tutti la piccola Arianna ha donato un piccolo frammento della sua breve vita. Arianna Fogliazza, nata a Piacenza il 18 agosto del 1987, è venuta a mancare il 14 marzo del 1995, a neppure 8 anni di età. Una malattia incurabile non le ha lasciato scampo. Dalla tragedia di quella morte, in questi 15 anni sono fiorite tante iniziative di vita, in gran parte opera dei genitori, Tiziana Gaeta e Ferdinando Fogliazza. L'ultima è stata presentata ieri nella sede di Africa Mission. Papà e mamma di Arianna hanno donato al movimento fondato da don Vittorione e dal vescovo Enrico Manfredini un pozzo per l'acqua. Pozzo che è stato realizzato nei mesi scorsi nel villaggio di Rimenze, regione del Western Equatorian, Sud Sudan, a 40 chilometri dalle foreste del Congo. «Arianna ha fatto scoprire a noi tutti il senso della vita» dice mamma Tiziana. Non solo: «Anche l'esigenza della condivisione che abbiamo imparato nei giorni passati all'ospedale con i genitori degli altri bambini malati. Abbiamo capito che il nostro rapporto con il Signore non doveva essere il mercanteggiamento della salute di nostra figlia con opere di bene. Bensì l'esigenza di fare qualche cosa per gli altri, per coloro che non sono aiutati da nessuno e che non hanno nulla». Così è nata l'idea del pozzo per l'acqua e il contatto con il direttore di Africa Mission-Cooperazione e Sviluppo, Carlo Ruspantini, che ieri ha presentato l'iniziativa. «La morte di vostra figlia - ha voluto evidenziare il presidente di Africa Mission, don Maurizio Noberini - è stata non un dolore arido ma fecondo, che ha dato frutti di vita». Il pozzo, come ha spiegato il responsabile delle perforazioni, Egidio Marchetti, rappresenta una garanzia di approvvigionamento d'acqua pulita e scongiura il diffondersi di malattie legate all'utilizzo di fonti non potabili. Profondo 90,5 metri, ha una portata di 1.037 litri all'ora in grado di soddisfare le 900 persone del villaggio e i 200 bambini della vicina scuola. Nell'area la popolazione vive una situazione difficile a causa del gruppo dei ribelli ugandesi dell'Lra (Lord's Resistance Army), responsabile di atrocità terribili. Da aprile-maggio del 2009 nella zona sono stati stimati oltre 3mila rifugiati, molti dei quali, dopo giorni di cammino nella foresta, sono arrivati affamati e terrorizzato in cerca di un posto sicuro dove essere accolti. Un'ultima annotazione. La piccola Arianna, così come don Vittorione, è inserita fra i 31 piccoli santi piacentini descritti nell'ultimo libro di don Giancarlo Conte.
Federico Frighi
20/01/2011 Liberta'
mercoledì 19 gennaio 2011
Il nuovo vicario, sondaggio tra i lettori
Sacricorridoi l'aveva fatto anche per il vescovo di Piacenza-Bobbio all'indomani della partenza di monsignor Luciano Monari. Oggi riproponiamo un sondaggio tra i nostri pochi ma importanti lettori e lo centriamo sul nuovo vicario generale. Com'è noto siamo ormai alle battute finali per la nomina del nuovo numero 2 della diocesi che andrà sostituire monsignor Lino Ferrari giunto alla fine del proprio "mandato" e destinato ad un altro importante incarico pastorale. Tutte le indiscrezioni si possono leggere sul quotidiano Libertà seguendo le edizioni di questi giorni. E' altrettanto noto che la nomina del vicario generale spetta unicamente al vescovo diocesano. Il nostro umile sondaggio non vuole influenzare nessuno e neppure mettere in dubbio una competenza del capo della diocesi che noi, peraltro, riteniamo giusta e legittima. Solo per mettere un po' di pepe ...
domenica 16 gennaio 2011
Etiopia, continua il sogno di Michele Isubaleu
Mille rivoli di solidarietà per l'Africa. L'ultimo arriva dall'associazione Michele Isubaleu che ha inaugurato una mostra fotografica in favore delle missioni delle suore di monsignor Torta in Etiopia. Qui sotto l'articolo scritto su Libertà.
Una mostra per far conoscere un'immagine diversa dell'Etiopia e dell'Africa. Organizzata dall'associazione Michele Isubaleu nella sala degli Amici dell'Arte, ha aperto i battenti ieri pomeriggio alla presenza dell'assessore alla cultura Paolo Dosi. «Siamo abituati a immagini di miseria e povertà - spiega Marco Rezzoagli, uno dei volontari -, invece accanto c'è una grande capacità di sorridere, di relazionarsi con gli altri, c'è il valore della fatica quotidiana e dei gesti antichi». La mostra è formata da cinquanta foto stampate su forex. «Una parte parla del tema dell'infanzia - spiega Anna Giulia Gregori, curatrice della mostra - con ritratti di bambini che nella loro giovinezza devono fare anche le cose dei grandi. Poi scene di vita quotidiana con gli adulti in stretto contatto con la natura fonte principale del loro sostentamento». La mostra è nata raccogliendo foto di questi anni scattate in Etiopia da Anna Giulia Gregori, Carlo Pinasco e Marco Rezzoagli. L'associazione Michele Isubaleu è nata nel 2005 ed opera in Etiopia nelle missioni di monsignor Torta. Dopo il primo progetto in una scuola elementare ne sono nati altri, il più importante in collaborazione con i pediatri piacentini. La storia dell'associazione nasce da un'amicizia con un ragazzinio etiope, Michele Isubaleu, etiope di nascita, piacentino d'adozione, che aveva un sogno: quello di tornare nel suo Paese da grande ad aiutare chi ha avuto meno fortuna di lui. Purtroppo Michele oggi non c'è più. E' morto nel 2003 per una malattia. Aveva 12 anni. Oggi l'associazione, con sede a Gragnano, conta una sessantina di persone. La mostra Mamma Africa, figli dell'Etiopia, rimarrà aperta all'Associazione Culturale Amici dell'Arte (presso la Galleria Ricci Oddi) in via San Siro 13, fino al prossimo 30 gennaio (orari: dal lunedì al venerdì: 16-19; sabato e domenica: 10-12/16-19).
16/01/2011 Libertà
Una mostra per far conoscere un'immagine diversa dell'Etiopia e dell'Africa. Organizzata dall'associazione Michele Isubaleu nella sala degli Amici dell'Arte, ha aperto i battenti ieri pomeriggio alla presenza dell'assessore alla cultura Paolo Dosi. «Siamo abituati a immagini di miseria e povertà - spiega Marco Rezzoagli, uno dei volontari -, invece accanto c'è una grande capacità di sorridere, di relazionarsi con gli altri, c'è il valore della fatica quotidiana e dei gesti antichi». La mostra è formata da cinquanta foto stampate su forex. «Una parte parla del tema dell'infanzia - spiega Anna Giulia Gregori, curatrice della mostra - con ritratti di bambini che nella loro giovinezza devono fare anche le cose dei grandi. Poi scene di vita quotidiana con gli adulti in stretto contatto con la natura fonte principale del loro sostentamento». La mostra è nata raccogliendo foto di questi anni scattate in Etiopia da Anna Giulia Gregori, Carlo Pinasco e Marco Rezzoagli. L'associazione Michele Isubaleu è nata nel 2005 ed opera in Etiopia nelle missioni di monsignor Torta. Dopo il primo progetto in una scuola elementare ne sono nati altri, il più importante in collaborazione con i pediatri piacentini. La storia dell'associazione nasce da un'amicizia con un ragazzinio etiope, Michele Isubaleu, etiope di nascita, piacentino d'adozione, che aveva un sogno: quello di tornare nel suo Paese da grande ad aiutare chi ha avuto meno fortuna di lui. Purtroppo Michele oggi non c'è più. E' morto nel 2003 per una malattia. Aveva 12 anni. Oggi l'associazione, con sede a Gragnano, conta una sessantina di persone. La mostra Mamma Africa, figli dell'Etiopia, rimarrà aperta all'Associazione Culturale Amici dell'Arte (presso la Galleria Ricci Oddi) in via San Siro 13, fino al prossimo 30 gennaio (orari: dal lunedì al venerdì: 16-19; sabato e domenica: 10-12/16-19).
16/01/2011 Libertà
martedì 11 gennaio 2011
La Missione Popolare regge il colpo
La fase due della Missione Popolare ha retto il colpo. Domenica pomeriggio il Duomo non era pieno e probabilmente le presenze erano inferiori alla partenza nel gennaio 2010. Tuttavia i rappresentanti delle Unità pastorali erano presenti assieme ad una quarantina di sacerdoti e ad un migliaio di fedeli. E' chiaro che la Missione non si giudica dai numeri, tuttavia, nonostante le difficoltà, come ha ammesso il vescovo, prende a poco a poco il largo. Sotto l'omelia di monsignor Ambrosio e il pezzo di presentazione su Libertà.
Carissimi confratelli nel sacerdozio, carissimi fratelli e sorelle,
1. Il Battesimo di Gesù nel fiume Giordano è un avvenimento grande e carico di profondo significato, un’ulteriore manifestazione – epifania – di Gesù che suscita anch’essa sorpresa, stupore e grande gioia.
Gesù si reca al Giordano per ricevere il battesimo da Giovanni Battista che, nella sua predicazione, invita alla conversione e annuncia che “il regno dei cieli è vicino” (Mt 3, 2). Il primo gesto di Gesù sulla scena pubblica non è un gesto di guarigione e neppure di insegnamento, ma di piena solidarietà con gli uomini peccatori. Gesù è “l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo” (Gv 1, 29), “è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto” (Lc 19, 10), fino ad immergersi nelle acque del Giordano, manifestando in questo modo l’amore di Dio che non lascia gli uomini in balìa del peccato e della morte. In Gesù, solidale con l’umanità bisognosa di vita nuova, si mostra il volto del Dio vicino, il volto del Dio che ci fa dono della sua stessa vita.
Così il regno dei cieli si è fatto vicino, anzi è sceso in mezzo a noi, è dentro di noi. Lo sconcerto, anzi lo scandalo, del Battista è grande e netto è il suo rifiuto: “Giovanni voleva impedirglielo, dicendo: io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me?”. Il Battista non comprende quella presenza di Gesù in mezzo ai peccatori che fanno la fila in attesa del battesimo di penitenza: come può essere Messia e Salvatore chi si confonde con coloro che hanno bisogno di conversione? Il Battista allora propone il rovesciamento delle parti: “io ho bisogno di essere battezzato da te”. Ma Gesù risponde: “lascia fare per ora, poiché conviene che adempiamo ogni giustizia”.
La difficile risposta di Gesù si basa sulla parola “giustizia”. Ma nel gesto dell’immersione nell’acqua possiamo subito coglierne il senso. Quel gesto è il segno della disponibilità di Gesù ad essere il servo obbediente di Dio che carica su di sé “le nostre sofferenze e iniquità” (cf Is 53, 4-5). Così annunciava il profeta Isaia e l’evangelista Matteo vede compiersi questo annuncio in Gesù, venuto a prendere su di sé tutto il peccato del mondo per liberare l’uomo e rigenerarlo alla vita nuova. “Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia, (…), e ti ho stabilito come alleanza” (Is 42, 6): è la missione del servo su cui il Signore “ha posto il suo spirito”. Ma questo servo “non griderà né alzerà il tono, (…) non spezzerà una canna incrinata” (Is 42, 1-2). È lo stile della missione del servo “chiamato per la giustizia” (Is 42, 6). Una missione grande, ma attuata con uno stile umile, povero, debole: “non spegnerà (neppure) uno stoppino dalla fiamma smorta” (Is 42, 3).
2. Quando Gesù risale da quell’acqua, “si aprono i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come colomba su di lui. Ed ecco una voce dal cielo:“Questi è il Figlio mio, l’amato” (Mt 3, 16-17). Sulle rive del Giordano avviene l’incontro tra il cielo e la terra, tra Dio e gli uomini: l’amore di Dio è più forte del peccato e nella solidarietà di Gesù con il popolo bisognoso di perdono si manifesta la giustizia misericordiosa di Dio. Nella visione dello Spirito che scende su di lui e nella voce del Padre che trova il suo compiacimento e la sua gioia nel Figlio, Gesù è rivelato nella sua identità e confermato nel suo ministero.
Anche noi, insieme all’apostolo Pietro, siamo invitati a renderci conto che Gesù di Nazaret, “consacrato nello Spirito e potenza”, “è il Signore di tutti” (At 10, 34-38). E in Lui, nel Figlio, anche ciascuno di noi diventa, mediante il battesimo, figlio del Padre: quella voce dal cielo è rivolta a ciascuno di noi. In comunione con Gesù che accoglie su di sé lo Spirito Santo, anche su ciascuno di noi scende e dimora lo Spirito Santo. È grazie allo Spirito che possiamo gridare: “Abba, Padre” (cf Rom 8,15).
3. Carissimi fratelli e sorelle, lo scorso anno in questa festa del battesimo di Gesù abbiamo iniziato l’avventura della Missione Popolare fidandoci di Gesù e del suo invito: “Prendi il largo”. Vogliamo oggi ringraziare il Signore perché, pur nella fatica, ci siamo resi conto di essere un popolo in cammino, una Chiesa in pellegrinaggio verso Gerusalemme. Ci sono stati fratelli ed amici che hanno condiviso la speranza del nostro viaggio missionario. Contemplando l’icona della visita di Maria ad Elisabetta, ci siamo presi cura della fede gli uni degli altri, abbiamo gioito condividendo il Vangelo e ravvivato il desiderio di renderlo vivo, attuale, parlante per noi e per i fratelli.
Anche la nostra ripartenza in questo secondo anno può apparire faticosa: i timori non mancano. Ma ascoltiamo con fiducia il nuovo invito di Gesù: “Coraggio, sono io, non abbiate paura!”. Ascoltiamolo come rivolto a ciascuno di noi e all’intera nostra comunità ecclesiale, invitata a ricuperare la sua dignità battesimale, a valorizzare la corresponsabilità, a promuovere vocazioni e ministeri nella comunità. Ed ascoltando l’invito, accogliamo l’esempio di Gesù: seguiamo lui che non ha paura di immergersi nelle acque del Giordano insieme agli uomini bisognosi di senso, di perdono e di amore. Così possiamo scoprire che Lui è la “parola” che dà senso alle nostre parole e alle nostre esperienze umane fondamentali. Così possiamo ascoltare la parola di Dio e la parola dell’uomo, e possiamo invocare insieme, nell’ospitalità e nell’amicizia, la benedizione di Dio che illumina, conforta, rianima, ben sapendo per esperienza che il Vangelo di Gesù abbraccia tutto l’umano e porta a verità i desideri più veri del cuore dell’uomo.
Lasciamoci condurre dallo Spirito. Il suo soffio è libero, i suoi doni sono molteplici e arrivano a noi in forme inaspettate. Ma riconosciamo che lo Spirito Santo ci precede con la sua azione nel cuore degli uomini, in quanto è già presente e operante nelle più diverse esperienze e realtà. Vale la pena di ricordare la felice espressione adottata da alcuni padri della Chiesa per parlare della verità che si manifesta in forme diverse: “semina Verbi”, i semi o i germi di verità del Verbo, riflessi della luce di Cristo “che illumina ogni uomo” (Gv 1, 9). Cerchiamo insieme queste tracce del Verbo che lo Spirito ha già impresso nelle storie e nel cuore degli uomini. Così, seguendo il Signore Gesù, benedetti dal Padre, animati e illuminati dallo Spirito, troviamo nelle esperienze della vita umana l’alfabeto per comporre le parole con le quali dire a noi e al mondo l’amore di Dio e la bellezza di essere suoi figli, battezzati in Cristo Gesù.
4. “Coraggio, sono io. Non abbiate paura”. Iniziamo con questo invito di Gesù e con la consegna della sua e nostra preghiera, il Padre Nostro, il secondo anno della Missione Popolare. Così possiamo sentirci figli amati e possiamo aiutarci a vivere come figli di Dio. Lo Spirito Santo ci assicuri la luce per vedere sempre quel cielo aperto su di noi e su tutti gli uomini e ci doni il coraggio per rispondere alla nostra vocazione di discepoli di Gesù e di missionari del suo Vangelo.
La Vergine Maria, umile serva del Signore, docile alla voce dello Spirito, dolce madre di tutti noi, accolga l’offerta della vostra diaconia, la metta nelle mani del suo Figlio Gesù, perché diventi piena di umile gratuità per rendere al Vangelo il servizio missionario dell’annuncio gioioso. Amen.
+ Gianni Ambrosio
Vescovo di Piacenza-Bobbio
Parte domenica in Duomo il secondo anno della Missione Popolare della diocesi di Piacenza-Bobbio. La solenne celebrazione (inizio ore 16) sarà officiata dal vescovo Gianni Ambrosio e avrà nella consegna del libro del Padre Nostro ai delegati delle Unità pastorali uno dei suoi momenti più suggestivi. A spiegare le peculiarità di questa seconda fase di quello che il vescovo Ambrosio ha più volte definito il "cantiere dello spirito" è il vicario espiscopale per la pastorale, monsignor Giuseppe Busani, da poco anche parroco di San Sisto. «La caratteristica del secondo anno di Missione è quella di far percepire il Vangelo - spiega - come una risorsa buona per tutti gli ambiti di vita che noi sperimentiamo come i più decisivi: dalle affettività alle relazioni interpersonali, dalla fragilità al dolore, alla malattia, dalla cittadinanza alle relazioni civili e sociali». «Sono gli ambiti sui quali porremo l'attenzione perchè ci sembrano gli ambiti di vita decisivi - continua monsignor Busani -. Se il primo anno di Missione ha visto come tema quello della familiarità orante con il Vangelo, oggi il secondo anno vede la vicinanza del Vangelo alla vita umana e avremo come riferimento la preghiera del Padre Nostro, uno degli elementi costitutivi della vita cristiana».
Se lo scorso anno venne donato ai rappresentanti delle 39 Unità pastorali in cui è divisa la diocesi l'evangeliario della Missione, quest'anno verrà consegnato il libro del Padre Nostro. Il Pater, così come è chiamato, sarà un oggetto artisticamente prezioso con la copertina curata dal piacentino Giorgio Milani. «Un libro con preghiere in cui invochiamo benedizione di Dio sulle situazioni umane di sofferenza e dolore - sottolinea Busani - ma un libro in cui troveremo anche motivo di benedire Dio per le situazioni in cui il bene c'è già, benedizioni discendendi e ascendenti insomma». La suddivisione del libro del Padre Nostro in tre parti viene a spiegare ancora meglio i punti toccati dalla Missione Popolare: Padre Nostro (le relazioni), Venga il tuo Regno (la cittadinanza), Liberaci dal male (la sofferenza e il dolore). Ogni sezione sarà divisa in sei preghiere per un totale di 18 benedizioni, nove ascendenti e nove discendenti. Nelle settimane successive alla cerimonia di domenica il libro sarà distribuito sotto forma di sussidio a tutte le famiglie della diocesi che lo vorranno.
Durante la Quaresima quattro saranno i momenti forti (i cosiddetti "quaresimali") con altrettanti testimoni del Vangelo. Incontri pubblici in Duomo il 17 marzo con madre Ignazia Angelini (badessa del monastero di Viboldone), il 24 marzo con la pedagogista Paola Bignardi, il 31 marzo con il teologo Pierangelo Sequeri, il 7 aprile con Enzo Bianchi, priore della comunità di Bose.
Federico Frighi
04/01/2011
Carissimi confratelli nel sacerdozio, carissimi fratelli e sorelle,
1. Il Battesimo di Gesù nel fiume Giordano è un avvenimento grande e carico di profondo significato, un’ulteriore manifestazione – epifania – di Gesù che suscita anch’essa sorpresa, stupore e grande gioia.
Gesù si reca al Giordano per ricevere il battesimo da Giovanni Battista che, nella sua predicazione, invita alla conversione e annuncia che “il regno dei cieli è vicino” (Mt 3, 2). Il primo gesto di Gesù sulla scena pubblica non è un gesto di guarigione e neppure di insegnamento, ma di piena solidarietà con gli uomini peccatori. Gesù è “l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo” (Gv 1, 29), “è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto” (Lc 19, 10), fino ad immergersi nelle acque del Giordano, manifestando in questo modo l’amore di Dio che non lascia gli uomini in balìa del peccato e della morte. In Gesù, solidale con l’umanità bisognosa di vita nuova, si mostra il volto del Dio vicino, il volto del Dio che ci fa dono della sua stessa vita.
Così il regno dei cieli si è fatto vicino, anzi è sceso in mezzo a noi, è dentro di noi. Lo sconcerto, anzi lo scandalo, del Battista è grande e netto è il suo rifiuto: “Giovanni voleva impedirglielo, dicendo: io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me?”. Il Battista non comprende quella presenza di Gesù in mezzo ai peccatori che fanno la fila in attesa del battesimo di penitenza: come può essere Messia e Salvatore chi si confonde con coloro che hanno bisogno di conversione? Il Battista allora propone il rovesciamento delle parti: “io ho bisogno di essere battezzato da te”. Ma Gesù risponde: “lascia fare per ora, poiché conviene che adempiamo ogni giustizia”.
La difficile risposta di Gesù si basa sulla parola “giustizia”. Ma nel gesto dell’immersione nell’acqua possiamo subito coglierne il senso. Quel gesto è il segno della disponibilità di Gesù ad essere il servo obbediente di Dio che carica su di sé “le nostre sofferenze e iniquità” (cf Is 53, 4-5). Così annunciava il profeta Isaia e l’evangelista Matteo vede compiersi questo annuncio in Gesù, venuto a prendere su di sé tutto il peccato del mondo per liberare l’uomo e rigenerarlo alla vita nuova. “Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia, (…), e ti ho stabilito come alleanza” (Is 42, 6): è la missione del servo su cui il Signore “ha posto il suo spirito”. Ma questo servo “non griderà né alzerà il tono, (…) non spezzerà una canna incrinata” (Is 42, 1-2). È lo stile della missione del servo “chiamato per la giustizia” (Is 42, 6). Una missione grande, ma attuata con uno stile umile, povero, debole: “non spegnerà (neppure) uno stoppino dalla fiamma smorta” (Is 42, 3).
2. Quando Gesù risale da quell’acqua, “si aprono i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come colomba su di lui. Ed ecco una voce dal cielo:“Questi è il Figlio mio, l’amato” (Mt 3, 16-17). Sulle rive del Giordano avviene l’incontro tra il cielo e la terra, tra Dio e gli uomini: l’amore di Dio è più forte del peccato e nella solidarietà di Gesù con il popolo bisognoso di perdono si manifesta la giustizia misericordiosa di Dio. Nella visione dello Spirito che scende su di lui e nella voce del Padre che trova il suo compiacimento e la sua gioia nel Figlio, Gesù è rivelato nella sua identità e confermato nel suo ministero.
Anche noi, insieme all’apostolo Pietro, siamo invitati a renderci conto che Gesù di Nazaret, “consacrato nello Spirito e potenza”, “è il Signore di tutti” (At 10, 34-38). E in Lui, nel Figlio, anche ciascuno di noi diventa, mediante il battesimo, figlio del Padre: quella voce dal cielo è rivolta a ciascuno di noi. In comunione con Gesù che accoglie su di sé lo Spirito Santo, anche su ciascuno di noi scende e dimora lo Spirito Santo. È grazie allo Spirito che possiamo gridare: “Abba, Padre” (cf Rom 8,15).
3. Carissimi fratelli e sorelle, lo scorso anno in questa festa del battesimo di Gesù abbiamo iniziato l’avventura della Missione Popolare fidandoci di Gesù e del suo invito: “Prendi il largo”. Vogliamo oggi ringraziare il Signore perché, pur nella fatica, ci siamo resi conto di essere un popolo in cammino, una Chiesa in pellegrinaggio verso Gerusalemme. Ci sono stati fratelli ed amici che hanno condiviso la speranza del nostro viaggio missionario. Contemplando l’icona della visita di Maria ad Elisabetta, ci siamo presi cura della fede gli uni degli altri, abbiamo gioito condividendo il Vangelo e ravvivato il desiderio di renderlo vivo, attuale, parlante per noi e per i fratelli.
Anche la nostra ripartenza in questo secondo anno può apparire faticosa: i timori non mancano. Ma ascoltiamo con fiducia il nuovo invito di Gesù: “Coraggio, sono io, non abbiate paura!”. Ascoltiamolo come rivolto a ciascuno di noi e all’intera nostra comunità ecclesiale, invitata a ricuperare la sua dignità battesimale, a valorizzare la corresponsabilità, a promuovere vocazioni e ministeri nella comunità. Ed ascoltando l’invito, accogliamo l’esempio di Gesù: seguiamo lui che non ha paura di immergersi nelle acque del Giordano insieme agli uomini bisognosi di senso, di perdono e di amore. Così possiamo scoprire che Lui è la “parola” che dà senso alle nostre parole e alle nostre esperienze umane fondamentali. Così possiamo ascoltare la parola di Dio e la parola dell’uomo, e possiamo invocare insieme, nell’ospitalità e nell’amicizia, la benedizione di Dio che illumina, conforta, rianima, ben sapendo per esperienza che il Vangelo di Gesù abbraccia tutto l’umano e porta a verità i desideri più veri del cuore dell’uomo.
Lasciamoci condurre dallo Spirito. Il suo soffio è libero, i suoi doni sono molteplici e arrivano a noi in forme inaspettate. Ma riconosciamo che lo Spirito Santo ci precede con la sua azione nel cuore degli uomini, in quanto è già presente e operante nelle più diverse esperienze e realtà. Vale la pena di ricordare la felice espressione adottata da alcuni padri della Chiesa per parlare della verità che si manifesta in forme diverse: “semina Verbi”, i semi o i germi di verità del Verbo, riflessi della luce di Cristo “che illumina ogni uomo” (Gv 1, 9). Cerchiamo insieme queste tracce del Verbo che lo Spirito ha già impresso nelle storie e nel cuore degli uomini. Così, seguendo il Signore Gesù, benedetti dal Padre, animati e illuminati dallo Spirito, troviamo nelle esperienze della vita umana l’alfabeto per comporre le parole con le quali dire a noi e al mondo l’amore di Dio e la bellezza di essere suoi figli, battezzati in Cristo Gesù.
4. “Coraggio, sono io. Non abbiate paura”. Iniziamo con questo invito di Gesù e con la consegna della sua e nostra preghiera, il Padre Nostro, il secondo anno della Missione Popolare. Così possiamo sentirci figli amati e possiamo aiutarci a vivere come figli di Dio. Lo Spirito Santo ci assicuri la luce per vedere sempre quel cielo aperto su di noi e su tutti gli uomini e ci doni il coraggio per rispondere alla nostra vocazione di discepoli di Gesù e di missionari del suo Vangelo.
La Vergine Maria, umile serva del Signore, docile alla voce dello Spirito, dolce madre di tutti noi, accolga l’offerta della vostra diaconia, la metta nelle mani del suo Figlio Gesù, perché diventi piena di umile gratuità per rendere al Vangelo il servizio missionario dell’annuncio gioioso. Amen.
+ Gianni Ambrosio
Vescovo di Piacenza-Bobbio
Parte domenica in Duomo il secondo anno della Missione Popolare della diocesi di Piacenza-Bobbio. La solenne celebrazione (inizio ore 16) sarà officiata dal vescovo Gianni Ambrosio e avrà nella consegna del libro del Padre Nostro ai delegati delle Unità pastorali uno dei suoi momenti più suggestivi. A spiegare le peculiarità di questa seconda fase di quello che il vescovo Ambrosio ha più volte definito il "cantiere dello spirito" è il vicario espiscopale per la pastorale, monsignor Giuseppe Busani, da poco anche parroco di San Sisto. «La caratteristica del secondo anno di Missione è quella di far percepire il Vangelo - spiega - come una risorsa buona per tutti gli ambiti di vita che noi sperimentiamo come i più decisivi: dalle affettività alle relazioni interpersonali, dalla fragilità al dolore, alla malattia, dalla cittadinanza alle relazioni civili e sociali». «Sono gli ambiti sui quali porremo l'attenzione perchè ci sembrano gli ambiti di vita decisivi - continua monsignor Busani -. Se il primo anno di Missione ha visto come tema quello della familiarità orante con il Vangelo, oggi il secondo anno vede la vicinanza del Vangelo alla vita umana e avremo come riferimento la preghiera del Padre Nostro, uno degli elementi costitutivi della vita cristiana».
Se lo scorso anno venne donato ai rappresentanti delle 39 Unità pastorali in cui è divisa la diocesi l'evangeliario della Missione, quest'anno verrà consegnato il libro del Padre Nostro. Il Pater, così come è chiamato, sarà un oggetto artisticamente prezioso con la copertina curata dal piacentino Giorgio Milani. «Un libro con preghiere in cui invochiamo benedizione di Dio sulle situazioni umane di sofferenza e dolore - sottolinea Busani - ma un libro in cui troveremo anche motivo di benedire Dio per le situazioni in cui il bene c'è già, benedizioni discendendi e ascendenti insomma». La suddivisione del libro del Padre Nostro in tre parti viene a spiegare ancora meglio i punti toccati dalla Missione Popolare: Padre Nostro (le relazioni), Venga il tuo Regno (la cittadinanza), Liberaci dal male (la sofferenza e il dolore). Ogni sezione sarà divisa in sei preghiere per un totale di 18 benedizioni, nove ascendenti e nove discendenti. Nelle settimane successive alla cerimonia di domenica il libro sarà distribuito sotto forma di sussidio a tutte le famiglie della diocesi che lo vorranno.
Durante la Quaresima quattro saranno i momenti forti (i cosiddetti "quaresimali") con altrettanti testimoni del Vangelo. Incontri pubblici in Duomo il 17 marzo con madre Ignazia Angelini (badessa del monastero di Viboldone), il 24 marzo con la pedagogista Paola Bignardi, il 31 marzo con il teologo Pierangelo Sequeri, il 7 aprile con Enzo Bianchi, priore della comunità di Bose.
Federico Frighi
04/01/2011
sabato 8 gennaio 2011
Albania, emergenza alluvione per le Scalabriniane
Le suore Scalabriniane in Albania stanno facendo cose grandi. Nel 1999 le ho viste di persona e penso che se, tra le tantissime situazioni bisognose di aiuto nel mondo, si sceglie di sostenerle non si fa certo torto a nessuno. Ora la missione di Jubani è sotto lo scacco delle acque e assediata dagli sfollati. Se qualcuno vuol fare qualche cosa, questo è il momento giusto.
Nel nord dell’Albania, flagellato un mese fa da forti precipitazioni e conseguenti alluvioni, continua a permanere lo stato di emergenza. In particolare nel distretto di Scutari sono state invase dalle acqua oltre 3mila abitazioni e 14mila ettari: molte persone hanno visto sommergere da acqua e fango la propria casa, le stalle e i campi, perdendo gran parte di ciò che possedevano e che dava loro sostentamento.
La situazione resta precaria anche per la forte saturazione del terreno e per i livelli dei fiumi che restano elevati. Molti sono gli sfollati che non hanno potuto tornare alla propria abitazione a causa dei danni provocati dalle esondazioni dei fiumi e del lago di Scutari.
Le suore Scalabriniane hanno a Juban, a 15 km da Scutari, la loro missione, fortunatamente risparmiata perché in più elevata rispetto alla piana circostante. La casa e i vicini locali dell’ambulatorio e della foresteria (costruiti dalla Caritas diocesana di Piacenza-Bobbio in occasione dell’emergenza profughi dal vicino Kosovo alcuni anni fa) sono serviti e servono tuttora ad ospitare nuclei famigliari che non hanno più un posto sicuro dove abitare.
La Caritas diocesana di Piacenza-Bobbio intende sostenere l’operato delle suore Scalabriniane che in questa fase, ancora emergenziale, stanno tentando di rispondere alle principali esigenze dei più colpiti, per poterne consentire un graduale ritorno alla normalità, nella speranza che il tempo torni favorevole.
E’ stato pertanto stanziato un primo contributo pari a 5000 euro che verrà utilizzato per l’acquisto di viveri, vestiti, attrezzature, capi di bestiame.
Per sostenere gli interventi in Albania si possono utilizzare le seguenti modalità:
• versamento diretto presso i nostri uffici in Via Giordani, 21 a Piacenza dalle ore 9 alle 12 e dalle 15 alle 18 dal lunedì al venerdì
• C/C bancario tramite Banca di Piacenza intestato a Fondazione Caritas Diocesana (causale “EMERGENZA ALBANIA”) - Iban: IT61 A 05156 12600 CC0000032157
Nel nord dell’Albania, flagellato un mese fa da forti precipitazioni e conseguenti alluvioni, continua a permanere lo stato di emergenza. In particolare nel distretto di Scutari sono state invase dalle acqua oltre 3mila abitazioni e 14mila ettari: molte persone hanno visto sommergere da acqua e fango la propria casa, le stalle e i campi, perdendo gran parte di ciò che possedevano e che dava loro sostentamento.
La situazione resta precaria anche per la forte saturazione del terreno e per i livelli dei fiumi che restano elevati. Molti sono gli sfollati che non hanno potuto tornare alla propria abitazione a causa dei danni provocati dalle esondazioni dei fiumi e del lago di Scutari.
Le suore Scalabriniane hanno a Juban, a 15 km da Scutari, la loro missione, fortunatamente risparmiata perché in più elevata rispetto alla piana circostante. La casa e i vicini locali dell’ambulatorio e della foresteria (costruiti dalla Caritas diocesana di Piacenza-Bobbio in occasione dell’emergenza profughi dal vicino Kosovo alcuni anni fa) sono serviti e servono tuttora ad ospitare nuclei famigliari che non hanno più un posto sicuro dove abitare.
La Caritas diocesana di Piacenza-Bobbio intende sostenere l’operato delle suore Scalabriniane che in questa fase, ancora emergenziale, stanno tentando di rispondere alle principali esigenze dei più colpiti, per poterne consentire un graduale ritorno alla normalità, nella speranza che il tempo torni favorevole.
E’ stato pertanto stanziato un primo contributo pari a 5000 euro che verrà utilizzato per l’acquisto di viveri, vestiti, attrezzature, capi di bestiame.
Per sostenere gli interventi in Albania si possono utilizzare le seguenti modalità:
• versamento diretto presso i nostri uffici in Via Giordani, 21 a Piacenza dalle ore 9 alle 12 e dalle 15 alle 18 dal lunedì al venerdì
• C/C bancario tramite Banca di Piacenza intestato a Fondazione Caritas Diocesana (causale “EMERGENZA ALBANIA”) - Iban: IT61 A 05156 12600 CC0000032157
Argomenti
Albania,
Caritas,
Giovanni Battista Scalabrini
venerdì 7 gennaio 2011
Diocesi, il 2011 si apre all'insegna delle nomine
Ben ritrovati nel 2011! Dopo un periodo di riposo riprendiamo le pubblicazioni di Sacricorridoi. Lo facciamo con alcune indiscrezioni riportate su Libertà relative alla nomina del nuovo presidente dell'Istituto diocesano per il sostentamento del clero e del nuovo vicario generale. Il 2011 si apre all'insegna delle nomine.
Il 2011 si appresta a portare una ventata di novità nella diocesi di Piacenza-Bobbio. Alcune già decise, come il nuovo presidente dell'Istituto diocesano per il sostentamento del clero, altre in via di definizione, come il nuovo vicario generale. Venerdì 14 gennaio, con la ripresa delle pubblicazioni del settimanale diocesano il Nuovo Giornale, verrà resa nota ufficialmente la nomina di don Giampiero Esopi (70 anni) a presidente dell'Istituto diocesano per il sostentamento del clero, al posto di monsignor Antonio Bozzuffi (79 anni). Una nomina giunta lo scorso 28 dicembre, quando in Curia il vescovo Gianni Ambrosio ha preso la decisione definitiva. Decisione sofferta e arrivata dopo almeno due tentativi da parte del capo della diocesi di indirizzare il suo numero due, monsignor Lino Ferrari, alla presidenza dell'Istituto per il sostentamento del clero. Tentativi andati a vuoto per il duplice cortese diniego del vicario generale, più versato come pastore di "pecorelle" che di numeri e di economia aziendale. Occorreva passare subito al piano B e così si è pensato a don Giampiero Esopi che, vista la grande esperienza come presidente del Consiglio di amministrazione della Fondazione Pio Ritiro Cerati Onlus, solo per citare il suo ultimo ed attuale incarico, ha battuto la concorrenza di don Giuseppe Bertuzzi. Don Esopi è anche parroco di Caverzago e amministratore di Bobbiano e Viserano. Don Bertuzzi, ex francescano, laureato in architettura, è già nel cda dell'Istituto per il sostentamento del clero e a breve assumerà anche l'incarico di parroco di Nibbiano che reggerà assieme a Caminata, Sala Mandelli e Tassara.
Messo a posto l'Istituto del clero, ora i fari si spostano sul vicario generale. E' consuetudine che con l'arrivo di un nuovo vescovo il vicario venga sostituito dopo circa un anno. Dall'entrata di monsignor Ambrosio in diocesi di anni ne sono passati ormai tre e, almeno a stare all'iter che ha portato don Esopi all'Istituto per il clero, sembra proprio che per monsignor Lino Ferrari sia giunto il momento della pensione. La nomina del successore (sempre che di un'unica persona si tratti) sarebbe imminente. Oltre a monsignor Luigi Chiesa, parroco di Santa Teresa e vicario per la città, la candidatura ad andare per la maggiore, in queste ultime ore, è quella di monsignor Giuseppe Illica (57 anni), parroco di Castelsangiovanni. Già missionario in Brasile, molto amato dal suo attuale popolo (quello della Valtidone, di cui guida il capoluogo dal 1998), amministratore capace e rigoroso, pochi rapporti con la Curia diocesana se non quelli dovuti al suo ufficio di consultore, sacerdote ascoltato (soprattutto dal clero più giovane); per la sua umiltà avrebbe in passato detto no ad una nomina vescovile in Brasile e lo stesso vescovo Luciano Monari, quando nel 2007 lo fece monsignore, dovette convincerlo al telefono ad accettare la nomina.
Tra i papabili ci sarebbe anche l'esperto monsignor Giovanni Vincini, 72 anni, parroco di Fiorenzuola dal 1991 e vicario per la Valdarda. Monsignor Vincini era già stato in ballottaggio per la nomina a vicario generale del vescovo Luciano Monari dopo il pensionamento di monsignor Eliseo Segalini. Allora la spuntò monsignor Antonio Lanfranchi.
fed. fri.
04/01/2011 Libertà
Il 2011 si appresta a portare una ventata di novità nella diocesi di Piacenza-Bobbio. Alcune già decise, come il nuovo presidente dell'Istituto diocesano per il sostentamento del clero, altre in via di definizione, come il nuovo vicario generale. Venerdì 14 gennaio, con la ripresa delle pubblicazioni del settimanale diocesano il Nuovo Giornale, verrà resa nota ufficialmente la nomina di don Giampiero Esopi (70 anni) a presidente dell'Istituto diocesano per il sostentamento del clero, al posto di monsignor Antonio Bozzuffi (79 anni). Una nomina giunta lo scorso 28 dicembre, quando in Curia il vescovo Gianni Ambrosio ha preso la decisione definitiva. Decisione sofferta e arrivata dopo almeno due tentativi da parte del capo della diocesi di indirizzare il suo numero due, monsignor Lino Ferrari, alla presidenza dell'Istituto per il sostentamento del clero. Tentativi andati a vuoto per il duplice cortese diniego del vicario generale, più versato come pastore di "pecorelle" che di numeri e di economia aziendale. Occorreva passare subito al piano B e così si è pensato a don Giampiero Esopi che, vista la grande esperienza come presidente del Consiglio di amministrazione della Fondazione Pio Ritiro Cerati Onlus, solo per citare il suo ultimo ed attuale incarico, ha battuto la concorrenza di don Giuseppe Bertuzzi. Don Esopi è anche parroco di Caverzago e amministratore di Bobbiano e Viserano. Don Bertuzzi, ex francescano, laureato in architettura, è già nel cda dell'Istituto per il sostentamento del clero e a breve assumerà anche l'incarico di parroco di Nibbiano che reggerà assieme a Caminata, Sala Mandelli e Tassara.
Messo a posto l'Istituto del clero, ora i fari si spostano sul vicario generale. E' consuetudine che con l'arrivo di un nuovo vescovo il vicario venga sostituito dopo circa un anno. Dall'entrata di monsignor Ambrosio in diocesi di anni ne sono passati ormai tre e, almeno a stare all'iter che ha portato don Esopi all'Istituto per il clero, sembra proprio che per monsignor Lino Ferrari sia giunto il momento della pensione. La nomina del successore (sempre che di un'unica persona si tratti) sarebbe imminente. Oltre a monsignor Luigi Chiesa, parroco di Santa Teresa e vicario per la città, la candidatura ad andare per la maggiore, in queste ultime ore, è quella di monsignor Giuseppe Illica (57 anni), parroco di Castelsangiovanni. Già missionario in Brasile, molto amato dal suo attuale popolo (quello della Valtidone, di cui guida il capoluogo dal 1998), amministratore capace e rigoroso, pochi rapporti con la Curia diocesana se non quelli dovuti al suo ufficio di consultore, sacerdote ascoltato (soprattutto dal clero più giovane); per la sua umiltà avrebbe in passato detto no ad una nomina vescovile in Brasile e lo stesso vescovo Luciano Monari, quando nel 2007 lo fece monsignore, dovette convincerlo al telefono ad accettare la nomina.
Tra i papabili ci sarebbe anche l'esperto monsignor Giovanni Vincini, 72 anni, parroco di Fiorenzuola dal 1991 e vicario per la Valdarda. Monsignor Vincini era già stato in ballottaggio per la nomina a vicario generale del vescovo Luciano Monari dopo il pensionamento di monsignor Eliseo Segalini. Allora la spuntò monsignor Antonio Lanfranchi.
fed. fri.
04/01/2011 Libertà
martedì 21 dicembre 2010
Benedizioni evergreen
Ad ogni inaugurazione che si rispetti il taglio del nastro non manca mai. Diversamente dalla benedizione del sacerdote che, se una volta era considerata imprenscindibile, oggi il laicismo galoppante tende a relegarla a poco più di un rito propiziatorio. Il vescovo Gianni Ambrosio, nell'articolo sotto riguardante il nuovo ponte sul Po tra Piacenza e la Lombardia, spiega che non è così.
Federico Frighi - Una benedizione al nuovo ponte non era poi così scontata, visto che per quello provvisorio, ai tempi, non ci si era pensato. Stavolta Anas fa le cose in grande e raddoppia: due vescovi in un colpo solo. Quello della diocesi di Piacenza-Bobbio, Gianni Ambrosio, e della diocesi di Lodi, Giuseppe Merisi. Il nuovo ponte sul Po ricongiunge ora non solo le provincie ma anche i territori diocesani.
«Benedici quanti transiteranno su questo ponte - inizia la preghiera il vescovo Ambrosio -, il tuo angelo li preceda e li accompagni perchè, superata ogni insidia, giungano sani e salvi alla meta desiderata». Una preghiera in punta di piedi e rispettosa del credo di ciascuno dei presenti. Lo precisa pubblicamente «nel rispetto delle convinzioni e della libertà di coscienza di ciascuno» il vescovo Merisi prima di intonare il Padre Nostro. Poi, al termine della cerimonia, dopo gli auguri di Natale, spiega: «La benedizione del Signore significa riconoscere che siamo dentro ad un cammino in cui sappiamo che c'è qualcuno che ci guarda, ci ascolta, ci vuole bene». Lo stesso fa monsignor Ambrosio: «L'opera dell'uomo, pur bella ed importante, presenta sempre aspetti di fragilità perchè così è la nostra vita umana. Allora vogliamo invocare la benedizione del Signore perchè quest'opera sia davvero al servizio dell'uomo e superi anche quei momenti di difficoltà che si verificano non solo nell'uomo ma anche nelle sue opere. La benedizione è un pilastro importante, insomma, per questo ponte». Ambrosio dà anche un giudizio estetico sulla nuova struttura: «Mi sono complimentato con il presidente dell'Anas. E' imponente soprattutto vista da sotto, con quella grande armatura di ferro che richiama altri ponti più famosi nel mondo».
19/12/2010 Libertà
Federico Frighi - Una benedizione al nuovo ponte non era poi così scontata, visto che per quello provvisorio, ai tempi, non ci si era pensato. Stavolta Anas fa le cose in grande e raddoppia: due vescovi in un colpo solo. Quello della diocesi di Piacenza-Bobbio, Gianni Ambrosio, e della diocesi di Lodi, Giuseppe Merisi. Il nuovo ponte sul Po ricongiunge ora non solo le provincie ma anche i territori diocesani.
«Benedici quanti transiteranno su questo ponte - inizia la preghiera il vescovo Ambrosio -, il tuo angelo li preceda e li accompagni perchè, superata ogni insidia, giungano sani e salvi alla meta desiderata». Una preghiera in punta di piedi e rispettosa del credo di ciascuno dei presenti. Lo precisa pubblicamente «nel rispetto delle convinzioni e della libertà di coscienza di ciascuno» il vescovo Merisi prima di intonare il Padre Nostro. Poi, al termine della cerimonia, dopo gli auguri di Natale, spiega: «La benedizione del Signore significa riconoscere che siamo dentro ad un cammino in cui sappiamo che c'è qualcuno che ci guarda, ci ascolta, ci vuole bene». Lo stesso fa monsignor Ambrosio: «L'opera dell'uomo, pur bella ed importante, presenta sempre aspetti di fragilità perchè così è la nostra vita umana. Allora vogliamo invocare la benedizione del Signore perchè quest'opera sia davvero al servizio dell'uomo e superi anche quei momenti di difficoltà che si verificano non solo nell'uomo ma anche nelle sue opere. La benedizione è un pilastro importante, insomma, per questo ponte». Ambrosio dà anche un giudizio estetico sulla nuova struttura: «Mi sono complimentato con il presidente dell'Anas. E' imponente soprattutto vista da sotto, con quella grande armatura di ferro che richiama altri ponti più famosi nel mondo».
19/12/2010 Libertà
Argomenti
Ambrosio,
Giuseppe Merisi
venerdì 17 dicembre 2010
Sabato 18 il concerto di Natale di Sacricorridoi
Come ogni anno Sacricorridoi organizza, assieme a Gazzola Immobiliare, il concerto di Natale. L'appuntamento è per sabato 18 dicembre al Centro parrocchiale di Rivergaro. Si esibirà un quartetto: Stefania Ferrari (voce), Corrado Pozzoli (pianoforte), Silvano Tinelli (clarinetto), Elisabetta Fanzini (violino).
Argomenti
concerto di natale 2010
mercoledì 15 dicembre 2010
Sant'Eustachio: una santa alleanza
Un'alleanza tra cattolici e ortodossi contro la secolarizzazione del mondo. E' il senso della riapertura al culto della chiesa di Sant'Eustachio che da ieri è ufficialmente il punto di riferimento per i cristiani ortodossi russi del Patriarcato di Mosca. Un senso evidenziato nell'intervento di monsignor Pietro Casella quale rappresentante della diocesi di Piacenza-Bobbio. Per il clero piacentino erano presenti anche il vicario generale monsignor Lino Ferrari e don Giuseppe Formaleoni. Oltre un centinaio i fedeli ortodossi (lituani, moldavi, russi) e una ventina i celebranti provenienti da gran parte delle chiese ortodosse d'Italia. A fare gli onori di casa padre Grigore Catan, parroco della comunità ortodossa piacentina, dedicata ai santi tre vescovi del Patriarcato di Mosca. Per la chiesa ortodossa il massimo esponente del Patriarcato di Mosca in Europa, l'arcivescovo Innokentij Vasiliev, responsabile della diocesi
di Gran Bretagna, del Belgio, dell'Austria, dell'Olanda, della Germania, e del Chersoneso
che comprende i Decanati di Francia, Svizzera, Italia, Spagna, Portogallo e che ha sede a Parigi. Presente anche il sindaco di Piacenza Roberto Reggi. Monsignor Casella ha tracciato la storia recente della chiesa di Sant'Eustachio, della quale spiega di essere «priore a vita per volontà della congregazione di San Filippo Neri fin dal lontano 1986 dopo la rinuncia dello scomparso monsignor Premoli». «Monsignor Premoli aveva invitato a fare convergere i suffragi su di me - ricorda monsignor Casella - perchè, avendo più addentratura presso la Soprintendenza, avevo maggiori possibiltà di salvare il monumento». «Con difficoltà accettai la nomina arrivata con forte maggioranza - continua -. C'era da risolvere la rivendicazione da parte della parrocchia di San Savinio che venne subito chiarita. Poi il fatto che, con la promulgazione del nuovo codice di dittto canonico, venivano soppresse congregazioni e oratori e purtroppo Sant'Eustachio era tra quelli. Grazie al mio intervento presso il Ministero dell'Interno la chiesa e la congregazione vennero salvate. Per 25 anni abbiamo effettuato restauri per mantenere in vita l'oratorio e pagato regolarmente tutte le tasse. Abbiamo lottato tanto, assieme a padre Catan, per arrivare a questa giornata storica».
«Oggi è per concessione del vescovo Gianni Ambrosio che la chiesa viene affidata alla comunità ordotossa russa (in comodato d'uso, ndr.). Come diceva l'Osservatore Romano lo scorso ottobre al termine del secondo Forum ortodossi-cattolici tenutosi a Rodi, quella tra cattolici e ortodossi è una alleanza per contrastare il secolarismo della società di oggi».
Federico Frighi
12/12/2010 Libertà
di Gran Bretagna, del Belgio, dell'Austria, dell'Olanda, della Germania, e del Chersoneso
che comprende i Decanati di Francia, Svizzera, Italia, Spagna, Portogallo e che ha sede a Parigi. Presente anche il sindaco di Piacenza Roberto Reggi. Monsignor Casella ha tracciato la storia recente della chiesa di Sant'Eustachio, della quale spiega di essere «priore a vita per volontà della congregazione di San Filippo Neri fin dal lontano 1986 dopo la rinuncia dello scomparso monsignor Premoli». «Monsignor Premoli aveva invitato a fare convergere i suffragi su di me - ricorda monsignor Casella - perchè, avendo più addentratura presso la Soprintendenza, avevo maggiori possibiltà di salvare il monumento». «Con difficoltà accettai la nomina arrivata con forte maggioranza - continua -. C'era da risolvere la rivendicazione da parte della parrocchia di San Savinio che venne subito chiarita. Poi il fatto che, con la promulgazione del nuovo codice di dittto canonico, venivano soppresse congregazioni e oratori e purtroppo Sant'Eustachio era tra quelli. Grazie al mio intervento presso il Ministero dell'Interno la chiesa e la congregazione vennero salvate. Per 25 anni abbiamo effettuato restauri per mantenere in vita l'oratorio e pagato regolarmente tutte le tasse. Abbiamo lottato tanto, assieme a padre Catan, per arrivare a questa giornata storica».
«Oggi è per concessione del vescovo Gianni Ambrosio che la chiesa viene affidata alla comunità ordotossa russa (in comodato d'uso, ndr.). Come diceva l'Osservatore Romano lo scorso ottobre al termine del secondo Forum ortodossi-cattolici tenutosi a Rodi, quella tra cattolici e ortodossi è una alleanza per contrastare il secolarismo della società di oggi».
Federico Frighi
12/12/2010 Libertà
lunedì 13 dicembre 2010
La cittadella dei consumatori difettosi
Quando sarà pronta dovrà essere un luogo da vivere e frequentare. Per portare i propri vestiti che non si mettono più ma che potrebbero andare ancora bene ad altri, o semplicemente per dare una mano a Giuseppe Chiodaroli e compagni. La cittadella della solidarietà Caritas che sta nascendo dietro alla chiesa di Sant'Agostino non potrà non essere uno dei fiori all'occhiello di una Piacenza, una città tanto più civile quanto più pensa e aspetta i suoi cittadini che sono rimasti indietro e che non ce la fanno più, i consumatori difettosi, per dirla con l'analisi che il sociologo Zygmunt Bauman fa del mondo consumistico attuale.
Un luogo in cui si sperimenta, con la pedagogia dei fatti, la lotta agli sprechi, uno stile sobrio ed essenziale che riguarda tutta la collettività. E' nelle parole del direttore Caritas, Giuseppe Chiodaroli, il senso del centro "il Samaritano" il cui cantiere ha preso avvio ieri mattina nell'area demaniale dietro alla chiesa di San'Agostino. Le vecchie officine della Caserma Cantore, in stato fatiscente, verranno recuperate e trasformate in magazzini per viveri, vestiti e mobili. Ieri era il giorno del grazie nei confronti di tutti coloro che hanno contribuito a far partire il progetto.
C'è il sindaco Roberto Reggi: «Voglio esprimere il grazie della città per questi 38 anni di servizio della Caritas diocesana. Poi devo dire che questa è una sorta di anticipazione del federalismo demaniale: con questo intervento recuperate una fetta di città oggi abbandonata. Noi ci impegnamo come amministrazione a sostenere la Caritas e nel 2011 metteremo a disposizione anche più soldi perchè investire sulla Caritas è investire sulla città». C'è l'assessore provinciale Pierpaolo Gallini: «Questa iniziativa ha una importanza culturale in un mondo in cui i valori veri sembrano essere messi in secondo piano». Il vescovo Gianni Ambrosio che è anche il presidente della Caritas diocesana: «Con il gesto della benedizione stabiliamo una collaborazione con il Signore; le cose possono essere buone se sono collocate in alleanza con il Signore».
Ci sono, tra gli altri, anche l'assessore Giovanna Palladini, il parroco di Sant'Antonino, don Giuseppe Basini, il vicario episcopale per la città, monsignor Luigi Chiesa, il vice presidente Svep, Benito Castellani. Presenti i primi presidenti della Caritas, i coniugi Giulia e Umberto Chiappini, il primo assistente don Mario Boselli, gli ex direttori don Giorgio Bosini e monsignor Giampiero Franceschini, i rappresentanti dell'Asl e della Fondazione di Piacenza e Vigevano. Chiodaroli ricorda che si finirà nel 2012 in tempo per i 40 anni della Caritas e ringrazia agli alpini che hanno bonificato l'area assieme ad Enìa ed ai due volontari Adriano Dotti e Roberto Porcari, la Cementirossi che ha regalato 300 quintali di cemento, poi la Nordmeccanica, la Banca di Piacenza.
La breve cerimonia si tiene nel capannone in cui, una volta pronto, verranno tenuti i mobili di seconda mano ritirati dalle famiglie e distribuiti ai bisognosi; un'altra parte del medesimo capannone sarà invece destinata ad ospitare le celle frigorifere (saranno tre) e il magazzino del secco per i generi alimentari del progetto Agea. Si tratta dei generi alimentari comunitari in sovraproduzione che sono consegnati a 21 centri in tutta la diocesi per la realizzazione delle borse viveri destinate alle famiglie in difficoltà. «Lo scorso anno - spiega Chiodaroli, tanto per dare un'idea - sono state raccolte 27mila tonnellate di viveri Agea». Poi Piacenza Solidale, il progetto tutto piacentino con le istituzioni locali e i supermercati per il recupero dei prodotti alimentari non più vendibili perchè in scadenza. Per ora vengono collocati nelle mense Caritas e Ceis, ma il servizio verrà presto ampliato anche ad altre realtà che hanno chiesto di usufruirne. Nel capannone alla sinistra dell'ingresso (da via Giordani all'altezza della palestra Lomazzo, proprio di fronte alle nuova sede della Caritas diocesana) verrà creato il guardaroba con il vestiario per i poveri. Il capannone grande sarà utilizzato anche per il negozio delle "Vetrine solidali" dove verranno messi a disposizione, in offerta, i vestiti non adatti alla distribuzione. «Lo scorso anno abbiamo raccolto da questo servizio - fa sapere Chiodaroli - 8mila euro che abbiamo utilizzato per acquistare la biancheria intima per i bisognosi». Ci sarà poi un laboratorio di falegnameria in cui si faranno lavorare persone in difficoltà. Completerà il progetto una tensostruttura con la quale verrà coperto parte dello spazio dell'area cortilizia. Sotto, si terranno le attività di sensibilizzazione per gli studenti piacentini.
Federico Frighi
Libertà 12/12/2010
Un luogo in cui si sperimenta, con la pedagogia dei fatti, la lotta agli sprechi, uno stile sobrio ed essenziale che riguarda tutta la collettività. E' nelle parole del direttore Caritas, Giuseppe Chiodaroli, il senso del centro "il Samaritano" il cui cantiere ha preso avvio ieri mattina nell'area demaniale dietro alla chiesa di San'Agostino. Le vecchie officine della Caserma Cantore, in stato fatiscente, verranno recuperate e trasformate in magazzini per viveri, vestiti e mobili. Ieri era il giorno del grazie nei confronti di tutti coloro che hanno contribuito a far partire il progetto.
C'è il sindaco Roberto Reggi: «Voglio esprimere il grazie della città per questi 38 anni di servizio della Caritas diocesana. Poi devo dire che questa è una sorta di anticipazione del federalismo demaniale: con questo intervento recuperate una fetta di città oggi abbandonata. Noi ci impegnamo come amministrazione a sostenere la Caritas e nel 2011 metteremo a disposizione anche più soldi perchè investire sulla Caritas è investire sulla città». C'è l'assessore provinciale Pierpaolo Gallini: «Questa iniziativa ha una importanza culturale in un mondo in cui i valori veri sembrano essere messi in secondo piano». Il vescovo Gianni Ambrosio che è anche il presidente della Caritas diocesana: «Con il gesto della benedizione stabiliamo una collaborazione con il Signore; le cose possono essere buone se sono collocate in alleanza con il Signore».
Ci sono, tra gli altri, anche l'assessore Giovanna Palladini, il parroco di Sant'Antonino, don Giuseppe Basini, il vicario episcopale per la città, monsignor Luigi Chiesa, il vice presidente Svep, Benito Castellani. Presenti i primi presidenti della Caritas, i coniugi Giulia e Umberto Chiappini, il primo assistente don Mario Boselli, gli ex direttori don Giorgio Bosini e monsignor Giampiero Franceschini, i rappresentanti dell'Asl e della Fondazione di Piacenza e Vigevano. Chiodaroli ricorda che si finirà nel 2012 in tempo per i 40 anni della Caritas e ringrazia agli alpini che hanno bonificato l'area assieme ad Enìa ed ai due volontari Adriano Dotti e Roberto Porcari, la Cementirossi che ha regalato 300 quintali di cemento, poi la Nordmeccanica, la Banca di Piacenza.
La breve cerimonia si tiene nel capannone in cui, una volta pronto, verranno tenuti i mobili di seconda mano ritirati dalle famiglie e distribuiti ai bisognosi; un'altra parte del medesimo capannone sarà invece destinata ad ospitare le celle frigorifere (saranno tre) e il magazzino del secco per i generi alimentari del progetto Agea. Si tratta dei generi alimentari comunitari in sovraproduzione che sono consegnati a 21 centri in tutta la diocesi per la realizzazione delle borse viveri destinate alle famiglie in difficoltà. «Lo scorso anno - spiega Chiodaroli, tanto per dare un'idea - sono state raccolte 27mila tonnellate di viveri Agea». Poi Piacenza Solidale, il progetto tutto piacentino con le istituzioni locali e i supermercati per il recupero dei prodotti alimentari non più vendibili perchè in scadenza. Per ora vengono collocati nelle mense Caritas e Ceis, ma il servizio verrà presto ampliato anche ad altre realtà che hanno chiesto di usufruirne. Nel capannone alla sinistra dell'ingresso (da via Giordani all'altezza della palestra Lomazzo, proprio di fronte alle nuova sede della Caritas diocesana) verrà creato il guardaroba con il vestiario per i poveri. Il capannone grande sarà utilizzato anche per il negozio delle "Vetrine solidali" dove verranno messi a disposizione, in offerta, i vestiti non adatti alla distribuzione. «Lo scorso anno abbiamo raccolto da questo servizio - fa sapere Chiodaroli - 8mila euro che abbiamo utilizzato per acquistare la biancheria intima per i bisognosi». Ci sarà poi un laboratorio di falegnameria in cui si faranno lavorare persone in difficoltà. Completerà il progetto una tensostruttura con la quale verrà coperto parte dello spazio dell'area cortilizia. Sotto, si terranno le attività di sensibilizzazione per gli studenti piacentini.
Federico Frighi
Libertà 12/12/2010
martedì 7 dicembre 2010
Africa Mission fa il pienone
Grande successo per la cena benefica che Africa Mission - Cooperazione e Sviluppo ha promosso sabato sera presso il salone della parrocchia di Santa Franca a Piacenza. Circa 300 persone hanno aderito all’appello di solidarietà lanciato dalla Ong per sostenere l’Opera di don Vittorione attraverso questa iniziativa all’insegna della tradizione culinaria piacentina.
Alla serata hanno partecipato anche il vicario generale della diocesi di Piacenza-Bobbio mons. Lino Ferrari, il sindaco di Piacenza Roberto Reggi insieme alla moglie, l’assessore provinciale Andrea Paparo e gli assessori comunali Giovanna Palladini, Giovanni Castagnetti e Paolo Dosi. L’appuntamento è stato introdotto da don Maurizio Noberini, presidente di Africa Mission, e da Carlo Ruspantini, direttore della Ong piacentina.
La serata è stata organizzata grazie alla generosità e alla sensibilità di tante persone e realtà che hanno condiviso il valore dell’iniziativa e se ne sono fatte carico impegnandosi in prima persona: la Pro Loco di Vigolzone, che oltre ad offrire antipasti, primi e secondi, ha messo a disposizione i suoi cuochi per la preparazione di prelibati piatti della tradizione piacentina; l’Azienda Agricola Santa Giustina di A. Bucciarelli & C. di Pianello Val Tidone, che ha offerto i vini; la Società Valtrebbia Acque Minerali srl, che ha fornito l’acqua “AltaValle del Trebbia”; i volontari della parrocchia di Santa Franca, che hanno collaborato all’organizzazione della cena; i bravissimi studenti dell’Istituto Alberghiero Raineri-Marcora di Piacenza, che hanno servito ai tavoli; le Grafiche Lama, che hanno stampato il materiale di promozione; tutti i volontari e simpatizzanti di Africa Mission - Cooperazione e Sviluppo, provenienti da diverse parti d’Italia, che hanno dato il loro contributo alla preparazione della serata.
Nel corso dell’incontro conviviale, durante il quale è stato anche presentato un filmato sull’attività promossa in Uganda dall’organizzazione fondata ormai 38 anni fa da don Vittorio Pastori e mons. Enrico Manfredini, è proseguita anche la vendita dei biglietti della Lotteria provinciale “Dona e Vinci” di Africa Mission - Cooperazione e Sviluppo, la cui estrazione avverrà sabato 18 dicembre in occasione dell’inaugurazione della nuova sede del Movimento, in programma a partire dalle ore 15.
“Africa Mission è diventata ormai un’eccellenza piacentina - ha detto il sindaco Reggi nel corso della cena -. È infatti una realtà che porta in giro nel mondo il nome di Piacenza in modo positivo. L’Amministrazione Comunale sarà sempre vicino ad Africa Mission, e lo sarà anche sabato 18 dicembre in occasione dell’inaugurazione della sua nuova sede. In quella giornata, alla mattina inaugureremo il nuovo ponte sul Po che collega l’Emilia alla Lombardia, al pomeriggio invece inaugureremo un altro ponte, quello verso l’Africa”.
Alla serata hanno partecipato anche il vicario generale della diocesi di Piacenza-Bobbio mons. Lino Ferrari, il sindaco di Piacenza Roberto Reggi insieme alla moglie, l’assessore provinciale Andrea Paparo e gli assessori comunali Giovanna Palladini, Giovanni Castagnetti e Paolo Dosi. L’appuntamento è stato introdotto da don Maurizio Noberini, presidente di Africa Mission, e da Carlo Ruspantini, direttore della Ong piacentina.
La serata è stata organizzata grazie alla generosità e alla sensibilità di tante persone e realtà che hanno condiviso il valore dell’iniziativa e se ne sono fatte carico impegnandosi in prima persona: la Pro Loco di Vigolzone, che oltre ad offrire antipasti, primi e secondi, ha messo a disposizione i suoi cuochi per la preparazione di prelibati piatti della tradizione piacentina; l’Azienda Agricola Santa Giustina di A. Bucciarelli & C. di Pianello Val Tidone, che ha offerto i vini; la Società Valtrebbia Acque Minerali srl, che ha fornito l’acqua “AltaValle del Trebbia”; i volontari della parrocchia di Santa Franca, che hanno collaborato all’organizzazione della cena; i bravissimi studenti dell’Istituto Alberghiero Raineri-Marcora di Piacenza, che hanno servito ai tavoli; le Grafiche Lama, che hanno stampato il materiale di promozione; tutti i volontari e simpatizzanti di Africa Mission - Cooperazione e Sviluppo, provenienti da diverse parti d’Italia, che hanno dato il loro contributo alla preparazione della serata.
Nel corso dell’incontro conviviale, durante il quale è stato anche presentato un filmato sull’attività promossa in Uganda dall’organizzazione fondata ormai 38 anni fa da don Vittorio Pastori e mons. Enrico Manfredini, è proseguita anche la vendita dei biglietti della Lotteria provinciale “Dona e Vinci” di Africa Mission - Cooperazione e Sviluppo, la cui estrazione avverrà sabato 18 dicembre in occasione dell’inaugurazione della nuova sede del Movimento, in programma a partire dalle ore 15.
“Africa Mission è diventata ormai un’eccellenza piacentina - ha detto il sindaco Reggi nel corso della cena -. È infatti una realtà che porta in giro nel mondo il nome di Piacenza in modo positivo. L’Amministrazione Comunale sarà sempre vicino ad Africa Mission, e lo sarà anche sabato 18 dicembre in occasione dell’inaugurazione della sua nuova sede. In quella giornata, alla mattina inaugureremo il nuovo ponte sul Po che collega l’Emilia alla Lombardia, al pomeriggio invece inaugureremo un altro ponte, quello verso l’Africa”.
lunedì 6 dicembre 2010
Adozioni a distanza, una strada per lo sviluppo
Ecco una buona azione che può essere fatta per Natale: sostenere a distanza uno dei bambini di padre Luigi Vitella. Adozioni certificate e controllate di un bambino del Burundi che, con i soldi dei benefattori piacentini, può studiare e riscattarsi diventando in futuro un buon cittadino impegnato per la rinascita del proprio martoriato Paese. L'aiuto allo sviluppo passa anche di qui.
«Per Natale aiutateci a farci rinascere un bambino del Burundi! ». L'appello ai piacentini arriva da Giovanna Armellini, volontaria dell'associazione Valeria Tonna (facente capo alla Caritas diocesana), al termine dell'incontro di ieri pomeriggio tra le famiglie piacentine e il missionario saveriano padre Luigi Vitella. L'associazione piacentina si occupa di adottare a distanza i piccoli di Bjumbura (Burundi), bambini orfani dei genitori, ragazzini di strada, ex bambini-soldato. Padre Vitella e la sua missione li accolgono in famiglie africane e, con l'aiuto dei piacentini ma anche di altre persone generose sparse per l'Italia, garantiscono il sostentamento, le cure mediche, gli studi e la formazione. Ne sono stati adottati 2.600 ma ce ne sono ancora tanti altri. «Ogni bambino che aiutiamo a crescere - spiega Armellini - a sua volta sensibilizza la famiglia in cui vive e si prepara ad essere un cittadino che in un domani molto vicino dovrà mandare avanti il suo paese». Domani all'associazione che ha come riferimento la Caritas diocesana (via Giordani 21, 0523/332.922) arriveranno i nominativi di altri 40 bambini dagli zero ai 5 anni da adottare a distanza. «Ma abbiamo bisogno anche per chi ha 13-14 anni, generalmente questi sono i casi più difficili da portare avanti» dice padre Vitella mentre mostra due filmati africani ai quasi cento genitori adottivi che gremiscono la Sala delle Colonne. Si vedono i bambini (tantissimi), ma anche i microprogetti delle associazioni di famiglie africane. «E' il salto di qualità che stiamo tentando di fare - spiega il missionario -, quello dell'autosostentamento. C'è chi alleva capre, chi maialini, chi si dedica al taglio e al cucito o ai lavori agricoli». «Tutte le associazioni (oggi sono 141) vengono controllate con rigore nel rispetto delle regole che ci siamo dati - garantisce padre Vitella -. A chi non è a posto sospendiamo i fondi per un mese». Grazie al movimento di donatori messo insieme da padre Vitella, nella parrocchia di Kamenge l'oratorio accoglie quotidianamente 700 bambini che si ritrovano per il dopo scuola e per il gioco. Ci sono poi quattro centri di proiezione dove nei fine settimana imparano i valori della fede cristiana oltre 800 bambini, la colonia delle vacanze e il micro credito alle vedove.
Adottare un piccolo di Bujumbura vuol dire donare 15 euro al mese. Ogni bambino viene periodicamente controllato dai volontari del missionario saveriano. Non solo. «Vi ringraziano e pregano per voi - assicura padre Vitella - e per le vostre famiglie».
Federico Frighi
Libertà, 28/11/2010
«Per Natale aiutateci a farci rinascere un bambino del Burundi! ». L'appello ai piacentini arriva da Giovanna Armellini, volontaria dell'associazione Valeria Tonna (facente capo alla Caritas diocesana), al termine dell'incontro di ieri pomeriggio tra le famiglie piacentine e il missionario saveriano padre Luigi Vitella. L'associazione piacentina si occupa di adottare a distanza i piccoli di Bjumbura (Burundi), bambini orfani dei genitori, ragazzini di strada, ex bambini-soldato. Padre Vitella e la sua missione li accolgono in famiglie africane e, con l'aiuto dei piacentini ma anche di altre persone generose sparse per l'Italia, garantiscono il sostentamento, le cure mediche, gli studi e la formazione. Ne sono stati adottati 2.600 ma ce ne sono ancora tanti altri. «Ogni bambino che aiutiamo a crescere - spiega Armellini - a sua volta sensibilizza la famiglia in cui vive e si prepara ad essere un cittadino che in un domani molto vicino dovrà mandare avanti il suo paese». Domani all'associazione che ha come riferimento la Caritas diocesana (via Giordani 21, 0523/332.922) arriveranno i nominativi di altri 40 bambini dagli zero ai 5 anni da adottare a distanza. «Ma abbiamo bisogno anche per chi ha 13-14 anni, generalmente questi sono i casi più difficili da portare avanti» dice padre Vitella mentre mostra due filmati africani ai quasi cento genitori adottivi che gremiscono la Sala delle Colonne. Si vedono i bambini (tantissimi), ma anche i microprogetti delle associazioni di famiglie africane. «E' il salto di qualità che stiamo tentando di fare - spiega il missionario -, quello dell'autosostentamento. C'è chi alleva capre, chi maialini, chi si dedica al taglio e al cucito o ai lavori agricoli». «Tutte le associazioni (oggi sono 141) vengono controllate con rigore nel rispetto delle regole che ci siamo dati - garantisce padre Vitella -. A chi non è a posto sospendiamo i fondi per un mese». Grazie al movimento di donatori messo insieme da padre Vitella, nella parrocchia di Kamenge l'oratorio accoglie quotidianamente 700 bambini che si ritrovano per il dopo scuola e per il gioco. Ci sono poi quattro centri di proiezione dove nei fine settimana imparano i valori della fede cristiana oltre 800 bambini, la colonia delle vacanze e il micro credito alle vedove.
Adottare un piccolo di Bujumbura vuol dire donare 15 euro al mese. Ogni bambino viene periodicamente controllato dai volontari del missionario saveriano. Non solo. «Vi ringraziano e pregano per voi - assicura padre Vitella - e per le vostre famiglie».
Federico Frighi
Libertà, 28/11/2010
sabato 4 dicembre 2010
Se le rapine avvengono in Duomo
Neanche in chiesa si può stare tranquilli. La rapina avvenuta nel Duomo di Piacenza ai danni di una fedele riporta alla luce la questione della sicurezza nei luoghi sacri. Servono volontari che, a turno, vigilino negli orari di apertura. Magari con tanto di pettorina segnalatrice come punto di riferimento e come deterrente. Tipo: Domus Justinae, volontario della cattedrale. Andrebbe benissimo.
Segue la messa un po' distrattamente, fa addirittura la comunione, poi coglie di sorpresa una fedele e le strappa di mano la borsetta. La sacrilega ipocrisia viene però punita - forse dall'alto - e, poche ore dopo, finisce in manette ad opera della polizia di Stato. Accade nel Duomo di Piacenza la prima parte di questo triste episodio di cronaca nera. Come ogni mattina, nella cattedrale, si celebra la messa delle 10 e 30. C'è poca gente, dunque la chiesa superiore viene lasciata libera e si opta per la più raccolta cripta. I portali sono due, ma un solo ingresso viene solitamente aperto al pubblico: quello della navata sinistra. Si scendono le scale poi ci si accomoda nelle panche sistemate tra le colonne. All'altare c'è il parroco, monsignor Anselmo Galvani; di fronte una ventina di fedeli, per lo più donne. C'è anche un giovane in jeans, scarpe da ginnastica con tacco alto, giubbotto scuro, capelli corti e neri. Segue la messa un po' per conto suo: sta seduto quando ci si deve alzare, si stiracchia, sembra addirittura che faccia stretching allungando e scaldando i muscoli come gli atleti prima di una gara. Recita regolarmente la preghiera del Padre Nostro, poi si mette in fila davanti al sacerdote per fare la comunione. Monsignor Galvani lo scruta da cima a fondo perchè conosce i suoi polli - non è il primo tipo strano che vede in cattedrale - ma alla fine decide di dargli l'ostia consacrata; anche se forse gli rimangono dei dubbi. Termina la messa e il nostro risale nella chiesa superiore assieme alle donne. Si ferma nella zona del penitenziere e comincia a chiedere l'elemosina a chi è in attesa di confessarsi. Qualcuno tira fuori una moneta; una signora apre la borsetta per prendere il portafogli ma non fa in tempo a girarsi che il giovane gliela strappa di mano e corre verso l'uscita. Viene chiamata la polizia che arriva subito sul posto e prende la dettagliata descrizione del rapinatore da una vittima e da alcune testimoni. E' il labbro leporino a tradire il deliquente. Lo hanno notato tutti. Gli investigatori fanno una cernita nel book dei soliti noti e mostrano alcune foto alla vittima che riconosce il suo aggressore: un italiano pluripregiudicato per reati vari. Preso quasi subito, una volante lo porta in questura.
Federico Frighi
04/12/2010 Libertà
Segue la messa un po' distrattamente, fa addirittura la comunione, poi coglie di sorpresa una fedele e le strappa di mano la borsetta. La sacrilega ipocrisia viene però punita - forse dall'alto - e, poche ore dopo, finisce in manette ad opera della polizia di Stato. Accade nel Duomo di Piacenza la prima parte di questo triste episodio di cronaca nera. Come ogni mattina, nella cattedrale, si celebra la messa delle 10 e 30. C'è poca gente, dunque la chiesa superiore viene lasciata libera e si opta per la più raccolta cripta. I portali sono due, ma un solo ingresso viene solitamente aperto al pubblico: quello della navata sinistra. Si scendono le scale poi ci si accomoda nelle panche sistemate tra le colonne. All'altare c'è il parroco, monsignor Anselmo Galvani; di fronte una ventina di fedeli, per lo più donne. C'è anche un giovane in jeans, scarpe da ginnastica con tacco alto, giubbotto scuro, capelli corti e neri. Segue la messa un po' per conto suo: sta seduto quando ci si deve alzare, si stiracchia, sembra addirittura che faccia stretching allungando e scaldando i muscoli come gli atleti prima di una gara. Recita regolarmente la preghiera del Padre Nostro, poi si mette in fila davanti al sacerdote per fare la comunione. Monsignor Galvani lo scruta da cima a fondo perchè conosce i suoi polli - non è il primo tipo strano che vede in cattedrale - ma alla fine decide di dargli l'ostia consacrata; anche se forse gli rimangono dei dubbi. Termina la messa e il nostro risale nella chiesa superiore assieme alle donne. Si ferma nella zona del penitenziere e comincia a chiedere l'elemosina a chi è in attesa di confessarsi. Qualcuno tira fuori una moneta; una signora apre la borsetta per prendere il portafogli ma non fa in tempo a girarsi che il giovane gliela strappa di mano e corre verso l'uscita. Viene chiamata la polizia che arriva subito sul posto e prende la dettagliata descrizione del rapinatore da una vittima e da alcune testimoni. E' il labbro leporino a tradire il deliquente. Lo hanno notato tutti. Gli investigatori fanno una cernita nel book dei soliti noti e mostrano alcune foto alla vittima che riconosce il suo aggressore: un italiano pluripregiudicato per reati vari. Preso quasi subito, una volante lo porta in questura.
Federico Frighi
04/12/2010 Libertà
venerdì 3 dicembre 2010
Il vicario generale: le parrocchie non affittino locali ai partiti politici
Si è riunito giovedì 2 dicembre, nella Sala degli Affreschi di Palazzo Vescovile, il Consiglio Presbiterale Diocesano per indicare al Vescovo i propri rappresentanti nel consiglio di amministrazione dell’Istituto diocesano per il sostentamento del clero e per esaminare il documento che riassume i vari contributi sulla pastorale della montagna. Presieduti dal Vescovo, i lavori sono stati coordinati da don Federico Tagliaferri.
In apertura le comunicazioni di vita diocesana a cura del Vicario generale mons. Lino Ferrari: domenica prossima, 5 dicembre, alle ore 16, in Santa Maria di Campagna si terrà il Canta Natale per ricordare padre Gherardo di cui, il prossimo anno, ricorre il decennale della morte; giovedì prossimo alla Bellotta si terrà per il clero l’incontro formativo sull’omelia; nella chiesa di San Donnino verrà sperimentata il mercoledì e il venerdì l’adorazione eucaristica guidata dalle 12,30 alle 14 per coloro che lavorano; il 9 gennaio verrà aperto ufficialmente il secondo anno della missione popolare; dal 9 all’11 maggio del prossimo anno la diocesi organizzerà un pellegrinaggio a Lourdes con la guida del Vescovo; domenica prossima a Fiorenzuola alle 11 vi sarà l’ordinazione sacerdotale di don Josué; l’8 dicembre, alle ore 16,30, in cattedrale è invece prevista l’ordinazione diaconale di Giuseppe Piscina; venerdì 10 dicembre alle 20,45 in San Sisto, Piacenza, veglia d’Avvento dei giovani con il Vescovo. Il Vicario generale ha pure ricordato, a seguito di lamentele, che le parrocchie non possono cedere locali per manifestazioni di partiti politici; sempre ai parroci è stato rivolto l’invito a tenere separati i conti economici personali da quelli della parrocchia.
E’ stata poi la volta delle votazioni per indicare al Vescovo tre rappresentanti nel cda dell’Istituto per il sostentamento del clero e un revisore dei conti. A tale scopo è stata costituita una commissione elettorale presieduta da mons. Eliseo Segalini, segretario il cancelliere don Mario Poggi, scrutatori: don Paolo Camminati e don Roberto Isola. Sono stati indicati al Vescovo per tale incarico: don Fausto Arrisi, rag. Angelo Gardella e don Giuseppe Bertuzzi (consiglieri); per il collegio dei revisori dei conti il dott. Marco Mezzadri. Come già noto, il presidente uscente mons. Antonio Bozzuffi ha manifestato l’intenzione di non accettare eventuali conferme e a questo proposito il Vescovo, anche in questa seduta, ha avuto nei suoi confronti parole di apprezzamento e di ringraziamento per il lavoro svolto.
Per quanto riguarda l’abituale aggiornamento sulla Missione popolare diocesana il vicario episcopale mons Giuseppe Busani ha confermato il programma a suo tempo già annunciato; rispondendo ad un presbitero, ha precisato che la missione popolare per i ragazzi si terrà il 15 maggio e non sarà in cattedrale, ma in quattro sedi diocesani ancora da scegliere. I sussidi per tale appuntamento verranno inviati alle parrocchie in tempi utili.
E’ stata poi la volta della presentazione di un documento sulla pastorale della montagna. E’ un argomento che il Consiglio presbiterale ha già trattato in sedute precedenti (l’argomento è in primo piano da circa tre anni) ed in una di queste ha dato mandato a mons. Aldo Maggi di riunire in un unico documento i contributi che nel frattempo erano stati formulati dalle singole zone. In tale suo impegno mons. Maggi ha avuto la collaborazione di altri presbiteri tra cui don Ezio Molinari.
Si tratta di un documento ampio e organico che parte dall’analisi della situazione attuale (la diocesi è caratterizzata da un alto numero di parrocchie poco popolate), sia statistica che sociale; pone il problema dalla pastorale e in questo capitolo emerge uno dei problemi principali che è quello della celebrazione della domenica (mancano i sacerdoti e molto parrocchie vanno verso il completo spopolamento); affronta il tema dei presbiteri (scambio nei servizi) e delle figure ministeriali (tra cui il ruolo dei diaconi permanenti e dei referenti pastorali ancora da istituire in forma ufficiale) ed infine “l’organizzazione logistica e le strutture” (tra cui l’utilizzo e la gestione dei fabbricati parrocchiali).
Nonostante la sua ampiezza, il documento lascia ancora alcune questioni aperte: il contributo che può venire dalla Missione popolare; la formazione dei referenti e la vocazione diaconale; un osservatorio permanente per la distribuzione del clero.
Nella discussione, seguita alla presentazione del documento, è intervenuto anche il Vescovo che ha auspicato un atteggiamento di maggiore flessibilità sulle celebrazioni nei giorni festivi ed ha richiamato la possibilità di rivedere le circoscrizioni delle Unità pastorali per dare, in alcuni casi, nuovo slancio a queste realtà ecclesiali. Sono temi – ha detto il Capo della diocesi – su cui si dovrà tornare.
Diversi gli interventi: alcuni su temi specifici (la gestione dei beni parrocchiali e il ruolo dei diaconi permanenti), altri in generale quali la formazione dei referenti (auspicato l’avvio con quelli che sono già disponibili passando attraverso la formula del mandato). Tutti, comunque. sono stati concordi nel ritenere che il documento debba essere di nuovo analizzato dalle zone in quanto è in gioco il futuro dell’intera diocesi e non solo di una parte di essa. Per questo i presbiteri che rappresentano i singoli vicariati sono stati incaricati di illustrare a loro volta il documento nelle zone di appartenenza e di portare i vari contributi nella prossima riunione del Consiglio presbiterale che si terrà il 3 febbraio prossimo.
Piacenza 2 dicembre 2010
In apertura le comunicazioni di vita diocesana a cura del Vicario generale mons. Lino Ferrari: domenica prossima, 5 dicembre, alle ore 16, in Santa Maria di Campagna si terrà il Canta Natale per ricordare padre Gherardo di cui, il prossimo anno, ricorre il decennale della morte; giovedì prossimo alla Bellotta si terrà per il clero l’incontro formativo sull’omelia; nella chiesa di San Donnino verrà sperimentata il mercoledì e il venerdì l’adorazione eucaristica guidata dalle 12,30 alle 14 per coloro che lavorano; il 9 gennaio verrà aperto ufficialmente il secondo anno della missione popolare; dal 9 all’11 maggio del prossimo anno la diocesi organizzerà un pellegrinaggio a Lourdes con la guida del Vescovo; domenica prossima a Fiorenzuola alle 11 vi sarà l’ordinazione sacerdotale di don Josué; l’8 dicembre, alle ore 16,30, in cattedrale è invece prevista l’ordinazione diaconale di Giuseppe Piscina; venerdì 10 dicembre alle 20,45 in San Sisto, Piacenza, veglia d’Avvento dei giovani con il Vescovo. Il Vicario generale ha pure ricordato, a seguito di lamentele, che le parrocchie non possono cedere locali per manifestazioni di partiti politici; sempre ai parroci è stato rivolto l’invito a tenere separati i conti economici personali da quelli della parrocchia.
E’ stata poi la volta delle votazioni per indicare al Vescovo tre rappresentanti nel cda dell’Istituto per il sostentamento del clero e un revisore dei conti. A tale scopo è stata costituita una commissione elettorale presieduta da mons. Eliseo Segalini, segretario il cancelliere don Mario Poggi, scrutatori: don Paolo Camminati e don Roberto Isola. Sono stati indicati al Vescovo per tale incarico: don Fausto Arrisi, rag. Angelo Gardella e don Giuseppe Bertuzzi (consiglieri); per il collegio dei revisori dei conti il dott. Marco Mezzadri. Come già noto, il presidente uscente mons. Antonio Bozzuffi ha manifestato l’intenzione di non accettare eventuali conferme e a questo proposito il Vescovo, anche in questa seduta, ha avuto nei suoi confronti parole di apprezzamento e di ringraziamento per il lavoro svolto.
Per quanto riguarda l’abituale aggiornamento sulla Missione popolare diocesana il vicario episcopale mons Giuseppe Busani ha confermato il programma a suo tempo già annunciato; rispondendo ad un presbitero, ha precisato che la missione popolare per i ragazzi si terrà il 15 maggio e non sarà in cattedrale, ma in quattro sedi diocesani ancora da scegliere. I sussidi per tale appuntamento verranno inviati alle parrocchie in tempi utili.
E’ stata poi la volta della presentazione di un documento sulla pastorale della montagna. E’ un argomento che il Consiglio presbiterale ha già trattato in sedute precedenti (l’argomento è in primo piano da circa tre anni) ed in una di queste ha dato mandato a mons. Aldo Maggi di riunire in un unico documento i contributi che nel frattempo erano stati formulati dalle singole zone. In tale suo impegno mons. Maggi ha avuto la collaborazione di altri presbiteri tra cui don Ezio Molinari.
Si tratta di un documento ampio e organico che parte dall’analisi della situazione attuale (la diocesi è caratterizzata da un alto numero di parrocchie poco popolate), sia statistica che sociale; pone il problema dalla pastorale e in questo capitolo emerge uno dei problemi principali che è quello della celebrazione della domenica (mancano i sacerdoti e molto parrocchie vanno verso il completo spopolamento); affronta il tema dei presbiteri (scambio nei servizi) e delle figure ministeriali (tra cui il ruolo dei diaconi permanenti e dei referenti pastorali ancora da istituire in forma ufficiale) ed infine “l’organizzazione logistica e le strutture” (tra cui l’utilizzo e la gestione dei fabbricati parrocchiali).
Nonostante la sua ampiezza, il documento lascia ancora alcune questioni aperte: il contributo che può venire dalla Missione popolare; la formazione dei referenti e la vocazione diaconale; un osservatorio permanente per la distribuzione del clero.
Nella discussione, seguita alla presentazione del documento, è intervenuto anche il Vescovo che ha auspicato un atteggiamento di maggiore flessibilità sulle celebrazioni nei giorni festivi ed ha richiamato la possibilità di rivedere le circoscrizioni delle Unità pastorali per dare, in alcuni casi, nuovo slancio a queste realtà ecclesiali. Sono temi – ha detto il Capo della diocesi – su cui si dovrà tornare.
Diversi gli interventi: alcuni su temi specifici (la gestione dei beni parrocchiali e il ruolo dei diaconi permanenti), altri in generale quali la formazione dei referenti (auspicato l’avvio con quelli che sono già disponibili passando attraverso la formula del mandato). Tutti, comunque. sono stati concordi nel ritenere che il documento debba essere di nuovo analizzato dalle zone in quanto è in gioco il futuro dell’intera diocesi e non solo di una parte di essa. Per questo i presbiteri che rappresentano i singoli vicariati sono stati incaricati di illustrare a loro volta il documento nelle zone di appartenenza e di portare i vari contributi nella prossima riunione del Consiglio presbiterale che si terrà il 3 febbraio prossimo.
Piacenza 2 dicembre 2010
Argomenti
Comunicati diocesi Piacenza-Bobbio
mercoledì 1 dicembre 2010
Ambrosio: siamo il popolo della vita
Il popolo della vita la deve difendere in tutte le sue forme, anche in quella nascente. C'era già la Giornata per la vita, da sabato scorso anche la Giornata per la vita nascente. A Piacenza è stata celebrata dal vescovo Gianni Ambrosio in Duomo. Riportiamo la cronaca dell'evento come pubblicato su Libertà.
(fri) «Siamo in profonda comunione di preghiera per la vita nascente con il Santo Padre Benedetto XVI, con le chiese d'Italia e del mondo intero. Nel grande invito alla vigilanza che Gesù ci rivolge in questa prima domenica di Avvento dobbiamo aggiungere la nostra preghiera e il nostro impegno ad essere il popolo della vita; siamo chiamati più che mai ad esserlo, come ci ammoniva Giovanni Paolo II nella Evangelium vitae». Così il vescovo Gianni Ambrosio ha evidenziato ieri in Duomo il tema della vita nascente nella prima giornata fissata in tutta la chiesa universale da papa Benedetto XVI. «Siamo qui a ringraziare il Signore perchè con la sua incarnazione e il dono totale di sè stesso ha dato senso e valore ad ogni vita umana - ha proseguito Ambrosio -; siamo qui per affermare il dovere di tutti proteggere ogni essere umano perchè possa sempre corrispondere il desiderio di vita». Ancora: «Ogni vita umana sia rispettata, sia protetta, sia amata. Offriamo il nostro impegno e la nostra testimonianza per una cultura della vita e dell'amore». Il vescovo ha ricordato l'inizio del nuovo anno liturgico: «Sia questo il tempo del rinnovamento della nostra fede. Occorre risvegliare in noi l'attesa delle cose che devono accadere e suscitare la speranza in colui che deve venire per portare a compimento l'opera della salvezza». Alla celebrazione erano presenti gli operatori della Pastorale familiare e della Pastorale della salute, le associazioni, i movimenti, i gruppi e coloro che operano in strutture ed iniziative pastorali e sociali.
Libertà, 28/11/2010
(fri) «Siamo in profonda comunione di preghiera per la vita nascente con il Santo Padre Benedetto XVI, con le chiese d'Italia e del mondo intero. Nel grande invito alla vigilanza che Gesù ci rivolge in questa prima domenica di Avvento dobbiamo aggiungere la nostra preghiera e il nostro impegno ad essere il popolo della vita; siamo chiamati più che mai ad esserlo, come ci ammoniva Giovanni Paolo II nella Evangelium vitae». Così il vescovo Gianni Ambrosio ha evidenziato ieri in Duomo il tema della vita nascente nella prima giornata fissata in tutta la chiesa universale da papa Benedetto XVI. «Siamo qui a ringraziare il Signore perchè con la sua incarnazione e il dono totale di sè stesso ha dato senso e valore ad ogni vita umana - ha proseguito Ambrosio -; siamo qui per affermare il dovere di tutti proteggere ogni essere umano perchè possa sempre corrispondere il desiderio di vita». Ancora: «Ogni vita umana sia rispettata, sia protetta, sia amata. Offriamo il nostro impegno e la nostra testimonianza per una cultura della vita e dell'amore». Il vescovo ha ricordato l'inizio del nuovo anno liturgico: «Sia questo il tempo del rinnovamento della nostra fede. Occorre risvegliare in noi l'attesa delle cose che devono accadere e suscitare la speranza in colui che deve venire per portare a compimento l'opera della salvezza». Alla celebrazione erano presenti gli operatori della Pastorale familiare e della Pastorale della salute, le associazioni, i movimenti, i gruppi e coloro che operano in strutture ed iniziative pastorali e sociali.
Libertà, 28/11/2010
Iscriviti a:
Post (Atom)