Il grazie del vicario generale di Piacenza-Bobbio
Cattedrale di Piacenza, 21 Ottobre 2007
Carissimo Vescovo Luciano,
questa nostra Cattedrale, che Lei ci ha insegnato ad ammirare ed amare, ci vede riuniti oggi per ringraziare il Signore dei quarant’anni delle nostre missioni in Brasile e per l’ultimo saluto a Lei, che già abbiamo visto domenica scorsa accolto dalla Diocesi di Brescia con particolare calore.
Sono qui con Lei i nostri missionari con mons. Ferrando, e spiritualmente anche le loro comunità cristiane che Lei ha visitato sei volte; c’è la nostra Chiesa di Piacenza-Bobbio: il popolo di Dio con la ricchezza di tutte le vocazioni e di tutti i ministeri. Sono con noi il Cardinale Ersilio Tonini e Mons. Antonio Lanfranchi che sentiamo ancora parte della nostra Chiesa. Ci sono tutte le autorità, che rendono presenti le rispettive istituzioni con le quali la collaborazione in questi dodici anni è stata particolarmente feconda per il bene comune del nostro territorio.
Tutti e singolarmente le vogliamo dire, o meglio ripetere, in questa Eucaristia il nostro Grazie: grande, sincero, affettuoso, pieno di tristezza e di gioia nello stesso tempo. Non elenco i motivi. Non posso però non ricordare che il Suo insegnamento autorevole e profondo ci ha fatto crescere: il Suo modo di credere e di celebrare i santi misteri ci ha aperto all’esperienza di un Dio vicino e dal volto umano; il Suo metodo pastorale non basato sul potere delle idee e del diritto, ma proteso a suscitare la responsabilità, ci ha convinti che incontrarsi non vuol dire annullarsi ma aprirsi “alla manifestazione dello Spirito e della sua potenza” (I Cor. 2,4): questo ci ha motivato nel rendere più convinta la nostra appartenenza alla Diocesi; il Suo essere presente dovunque, nelle nostre parrocchie anche piccole e nei territori di missione, ma anche nei luoghi pubblici della cultura e della vita civile, per ascoltare la gente e per annunciare il Vangelo, ci ha resi consapevoli che la missionarietà è una dimensione concreta che ci tocca da vicino. Dimensione che i nostri missionari qui presenti ci hanno aiutato a tener viva: si sono spesi senza riserve, a nome della nostra Chiesa, per annunciare il Vangelo promuovere la dignità di ogni uomo; per questo, insieme a Lei, li vogliamo ringraziare e promettiamo a loro e a Lei, che ce lo ha sempre raccomandato, “una missionarietà” più franca e coraggiosa.
Anche a nome di tutti, mi permetto di chiedere perdono delle nostre lentezze e dei dispiaceri che Le possiamo aver arrecato.
Oso chiederLe di pregare ancora per noi, quando celebrerà l’Eucaristia. E’ anche per questo che Le doniamo un calice, piccolo segno di riconoscenza ed espressione di un appuntamento nel Signore.
Che il Signore conservi viva la Sua presenza spirituale in mezzo a noi; che il Suo servizio pastorale nella Chiesa di Brescia sia in benedizione come lo è stato per tutti noi.
Don Lino Ferrari
domenica 21 ottobre 2007
Il saluto di Monari a Piacenza-Bobbio

Il saluto del vescovo Monari
alla diocesi di Piacenza-Bobbio
Cattedrale di Piacenza 21 ottobre 2007:
omelia di mons. Luciano Monari
L’obiettivo a cui tendiamo è più alto di noi; le forze contro cui combattiamo sono più forti di noi; solo l’aiuto di Dio può fare di noi dei vincitori; e solo la preghiera può aprire la nostra vita all’aiuto di Dio. Questo il messaggio semplicissimo del vangelo di oggi, una parabola che Gesù ha narrato per far comprendere la necessità di pregare sempre, senza stancarsi.
L’obiettivo a cui tendiamo è più alto di noi, dicevo. Non ci basta, infatti, assicurarci qualche soddisfazione o gratificazione. C’interessa che venga fatta giustizia, e che venga fatta pienamente. Che il bene sia riconosciuto come tale e il male smascherato e vinto; che la sofferenza innocente venga ripagata. Come dice il salmo: che “venga fatta giustizia all’orfano e all’oppresso e non incuta più terrore l’uomo fatto di terra.” In una parola, desideriamo che venga il Regno di Dio come regno di verità e di vita, di santità e di grazia, di giustizia, di amore e di pace. Solo questo può quietare il desiderio del nostro cuore, quell’ansia di verità e di giustizia che può a volte addormentarsi ma poi rinasce vigorosa e invincibile. È vero; a volte si affaccia il dubbio che questo desiderio sia illusione, che a regnare sul nostro mondo sia la forza e che chi è debole sia costretto a soccombere senza che nessuno gli renda giustizia. Non è forse accaduto così per tante generazioni che ci hanno preceduto? Quanti sono gli individui che la storia ha pestato e dei quali non rimane nemmeno il ricordo? Eppure il vangelo ci obbliga a non rassegnarci: l’uomo è più di un frammento di vita gettato nelle spire della storia. L’uomo è uno spirito che anela alla verità e al bene, che ha coscienza di sé e del suo destino, che è capace di scegliere il bene e di amare; Dio lo ha fatto a sua immagine e somiglianza; a un uomo così è giusto che Dio renda giustizia. Ce lo promette il vangelo stesso: “E Dio non farà giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà a lungo aspettare? Vi dico che farà loro giustizia prontamente.”
D’altra parte per far emergere in noi i valori più belli di umanità e per costruire una società fondata su questi valori, abbiamo da combattere contro potenze più grandi e più forti di noi. Siamo piccole creature in un mondo più grande e più antico di noi; viviamo un’esistenza fragile che un piccolo incidente può distruggere e che un microscopico virus può infettare. Come pretendere che da un essere così debole esca un comportamento così forte come è l’amore autentico, generoso? Eppure proprio questa è la vocazione dell’uomo e solo quando l’uomo si apre al dono di sé la sua esistenza diventa compiuta e piena. Per questo l’uomo ha bisogno di Dio: è il suo paradosso; per diventare pienamente uomo, per rispondere pienamente alla sua vocazione umana deve aprirsi a Dio, quasi a ricevere dalle mani di Lui la sua esistenza ogni giorno.
È l’insegnamento della prima lettura che descrive il combattimento di Israele contro Amalek durante l’attraversamento del deserto. Sul campo Amalek è più forte e Israele deve cedere, ma quando Mosè alza le mani verso il cielo, Israele si riprende e Amalek viene sconfitto. Non è facile, però, tenere a lungo le mani alzate; Mosè siede allora su una pietra mentre Aronne e Hur, uno da una parte e uno dall’altra, sostengono le sue mani. In questo modo “le sue mani rimasero ferme fino al tramonto del sole.” Così lo stupendo racconto del libro dell’esodo. Immagine del cammino che il popolo di Dio deve fare nella storia, cammino che si scontra con ostacoli, pericoli, insicurezze, fatiche. Per questo Mosè aveva chiesto che la gloria di Dio andasse insieme col popolo, che Dio stesso fosse sua guida e sostegno e forza. È così anche per noi: se la Chiesa può vivere nel mondo senza diventare mondana è pura grazia di Dio; se può sciogliersi dai lacci della paura e rischiare la strada dell’amore è pura grazia di Dio; se può custodire la speranza in mezzo alle delusioni e alle persecuzioni è ancora e solo grazia di Dio.
Ma la grazia di Dio entra nella esistenza dell’uomo solo attraverso la preghiera. Non perchè Dio voglia fare pagare all’uomo un prezzo per donargli la vita. La vita che viene da Dio non ha prezzo e Dio non ha bisogno della nostra lode per accrescere la sua gloria. Siamo noi che abbiamo bisogno di aprire il cuore a ricevere e questo è più difficile di quanto possa sembrare a prima vista. Ricevere un dono non è solo un fatto passivo, come essere bagnati dalla pioggia; richiede invece consapevolezza (chi non si rende conto di ricevere un dono, in realtà non lo riceve), riconoscenza (chi non è grato per il dono ricevuto, non lo sperimenta affatto come dono ma solo come un possesso in più) e infine richiede di reimpostare la propria vita tenendo conto del legame di amicizia e di affetto che il dono ha costruito. Solo così il dono produce davvero i suoi meravigliosi effetti. E solo così la grazia di Dio ci colloca su una base nuova e salda di vita.
La preghiera si dimostra allora indispensabile. Chi prega prende coscienza di non potere salvare se stesso, di non potere offrire alla propria esistenza tutto ciò di cui ha bisogno; nella preghiera si rivolge allora a Dio che riconosce come onnipotente (altrimenti non avrebbe senso rivolgersi a lui in qualsiasi necessità) e soprattutto riconosce buono e favorevole (altrimenti la preghiera sarebbe immersa in un alone di incertezza: mi vorrà bene Dio? O mi sarà avversario e nemico?). Così dalla preghiera deriva un’esistenza nuova non più solitaria ma vissuta in comunione con Dio, in quella relazione amicale che la Bibbia chiama ‘alleanza.’ In fondo, lo scopo della preghiera è esattamente questo: collocare la nostra vita sotto la grazia preveniente di Dio, impostare la nostra vita come collaborazione con Dio nella costruzione di un mondo che corrisponda ai suoi desideri. Siamo partiti parlando di verità, di giustizia, di amore e di pace. E abbiamo detto che siamo troppo deboli per fare queste cose don le nostre forze; ma non dobbiamo nemmeno cadere nell’idea che la grazia di Dio operi in noi senza la nostra libertà e responsabilità. La grazia di Dio non sostituisce la nostra libertà e la nostra responsabilità; al contrario le risveglia, le purifica, le fortifica, le rende capaci di operare col massimo di efficacia. Dio non supplisce alle nostre debolezze, ma ci dà la forza di assumerle e superarle; di integrarle in uno stile di vita evangelico.
Non è difficile vedere che si colloca in questo contesto di fede e di preghiera il cammino della chiesa piacentina-bobbiese. Ci sta a cuore, come dicevamo, il compimento del disegno di Dio a favore dell’uomo. Quarant’anni fa da Piacenza sono partiti i primi missionari fidei donum per aiutare le chiese del Brasile a crescere e maturare nella fede e nella carità. Oggi vogliamo riconoscere la preziosità di questo cammino della nostra chiesa ringraziando anzitutto il Signore e nello stesso tempo i missionari che sono stati o sono ancora in Brasile. La missione è espressione di amore; nasce dalla condivisione del desiderio di Dio che l’uomo viva e si colloca in continuità con la missione di Gesù che è venuto perchè noi avessimo la vita attraverso di lui. Quando una chiesa è missionaria, è feconda e sta facendo fruttare i talenti che ha ricevuto dal Signore. Così è stata, per grazia di Dio, la nostra Chiesa. E così deve continuare a essere. Il bilancio di questi quarant’anni è straordinariamente positivo e ce lo ha ricordato in un bel libro Fausto Fiorentini: nelle diocesi di Vitòria da Conquista, di Bragança do Parà, di Picos, di Boa Vista, di Rio, ma anche in una dimensione più ampia per tutto il Brasile i nostri missionari hanno operato saggiamente ed efficacemente: Dio li benedica e li ricompensi. Vorrei ricordarli e ringraziarli uno ad uno, con tutto l’affetto e scambiare con loro l’abbraccio fraterno. Sono fiero di loro e tutta la nostra chiesa ne è fiera di una fierezza umile e riconoscente. Oggi la situazione è cambiata velocemente e in modo radicale rispetto a quello che era quarant’anni fa. Le chiese del Brasile hanno conosciuto un autentico decollo: hanno cominciato a camminare con le proprie gambe e costruiscono progetti pastorali esemplari. D’altra parte, la nostra Chiesa ha molte meno vocazioni di allora e, dopo aver donato generosamente, sperimenta una dolorosa povertà. Cambia quindi inevitabilmente il nostro modo di vivere la missione, ma non cambia – non deve cambiare – l’impulso missionario. Questo anzi deve consolidarsi sempre più. Potremo rinunciare alla missione solo quando tutti avranno ricevuto e accolto l’annuncio del vangelo, e cioè alla fine dei tempi. Fino allora il nostro amore per l’uomo ci costringerà sempre ad andare dove l’uomo vive e soffre e a portare la consolazione che viene dall’amore di Dio, da Gesù mite e umile di cuore.
Mi rimane solo da dire una parola personale, come saluto affettuoso e riconoscente alla diocesi piacentina-bobbiese. Dodici anni fa il Papa mi ha mandato come vescovo in questa chiesa e sono venuto con gioia anche se il legame affettivo con Reggio era e rimane profondo. Dopo dodici anni quella gioia è rimasta integra. Rendo testimonianza che mi avete accolto con una disponibilità piena e che in questi anni mai mi è mancato l’affetto dei Piacentini e del presbiterio. Vi sono riconoscente perchè questo affetto mi ha sostenuto e mi ha permesso di fare il mio servizio serenamente, non gemendo. Porto nel cuore la memoria di tantissimi incontri coi bambini, gli anziani, i malati, con sconosciuti che mi hanno donato gratuitamente un sorriso e una parola di amicizia.
Il mio primo impegno, quello che mi stava più a cuore, è stato per la comunione del presbiterio. Questo viene prima di ogni altra cosa perchè è questione che riguarda strettamente l’identità del vescovo, non solo il suo servizio. Il vescovo, non mi sono stancato di dirlo, non è pensabile senza il presbiterio e la sua stessa figura è definita dai volti, dalle storie, dalle relazioni tra tutti i presbiteri. Grazie, dunque, a ciascuno di voi. Incontrarvi ha significato comprendere meglio chi sono e che cosa il Signore vuole che io sia. Porto nel cuore tantissimi volti di preti che mi hanno ascoltato con pazienza e affetto, che mi sono stati vicini sempre, che hanno sopportato le mie debolezze - le conosco bene, almeno in parte -, che hanno collaborato generosamente e in modo disinteressato. Dio vi benedica; io pregherò sempre perchè siate un cuore solo e un’anima sola insieme al vescovo che il Signore, attraverso il ministero del Papa, vi donerà.
Accanto ai preti ricordo naturalmente i diaconi. Sono le cellule staminali della Chiesa, cellule che non hanno ancora assunta una fisionomia precisa ma proprio per questo sono pronte ad assumere qualsiasi servizio venga loro richiesto. Ho gioito spesso dei miei diaconi e li ringrazio di cuore. L’unica raccomandazione che mi sento di fare loro è solo che siano sempre e solo diaconi, servi. Che non abbiano paura di perdere dignità facendosi sottomessi, se è vero che il Signore che adoriamo si è sottomesso a tutti e si è fatto nostro servo.
Una riconoscenza particolare va ai religiosi e alle religiose. Debbo dire che il rapporto con loro è stato gioioso e gratificante. Molte volte li ho ringraziati di quello che sono: l’immagine pura dell’esistenza cristiana vissuta come consacrazione al Signore e ai fratelli. La loro presenza è decisiva nell’immagine che la Chiesa piacentina dà di se stessa: il loro stile di vita fa capire a tutti quelli che vogliono capire che la Chiesa non è mondana, anche se vive nel mondo; che non è attaccata ai soldi, anche se, vivendo nel mondo, deve trattarli; che non confida nel possesso, ma nella grazia del Signore. Posso quindi solo dire ai religiosi e alle religiose: siate voi stessi, con fierezza, umiltà e gioia. Basta questo perchè la vostra presenza sia feconda e insostituibile.
E naturalmente debbo ringraziare tutti i Piacentini. Ho voluto e voglio loro bene e questo affetto non scomparirà certo col tempo. Il Cantico dei Cantici descrive l’amore dello sposo per la sposa giocando sui registri complementari della presenza e dell’assenza. Sposo e sposa, presenti uno all’altra, descrivono la bellezza del partner e s’inebriano della sua contemplazione. Ma anche l’assenza può essere esperienza di amore e lo manifesta il desiderio, l’attesa, la ricerca incessante della presenza dell’altro. Vado vescovo nella Chiesa bresciana, ma non dimentico l’amore della Chiesa piacentina. Chiesa piacentina e bresciana sono una Chiesa sola, l’unica Chiesa di Cristo. Quello che cambia, quindi, è solo l’immediatezza della presenza, non l’intensità dell’affetto. Questo affetto lo custodiamo perchè viene dal Signore e, vissuto nella sofferenza del distacco, diventa ancora più puro e autentico. Per questo abbraccio tutti i piacentini, a cominciare dai piccoli – i bambini, i malati, gli anziani, le persone che sperimentano qualsiasi forma di debolezza. Vorrei che tutti custodissero nel cuore e portassero nella loro case l’abbraccio del vescovo – povero vescovo – come segno dell’abbraccio grande di Cristo. Ho cercato di far sì che la mia presenza e la mia opera fossero strumento di unità e mai di divisione, di comunione e mai di contrapposizione: tra i credenti ma anche tra i non credenti; credo con tutto il cuore nella vocazione degli uomini all’unità e alla pace anche se non m’illudo di poterla raggiungere facilmente e in modo definitivo. Debbo ringraziare tutte le autorità che in questi anni si sono susseguite nel servizio a Piacenza perché le ho trovate nella stessa lunghezza d’onda, alla ricerca della medesima concordia; da loro ho ricevuto sempre (e ho cercato di dare) collaborazione e stima.
Nel primo libro di Samuele si racconta che questa grande figura di capo di Israele, divenuto vecchio, trasmise la sua autorità al primo re, Saul. E davanti al popolo radunato disse: “Ecco io ho vissuto fino ad oggi sotto i vostri occhi. A chi ho portato via il bue? A chi ho portato via l’asino? Chi ho trattato con prepotenza? A chi ho fatto offesa? Da chi ho accettato un regalo per chiudere gli occhi a suo riguardo?” E il popolo rispose: “Non ci hai tratto con prepotenza, né ci hai fatto offesa, né hai preso nulla da nessuno.” Mi ha sempre affascinato questo dialogo. Oggi siamo troppo sofisticati, istruiti dalla psicanalisi che cerca nelle nostre azioni motivazioni profonde e nascoste, per riuscire a dire con tanta parresia parola simili. E tuttavia, vorrei dire davanti al Signore, con tutta umiltà, che vado come sono venuto. Non ho più soldi, non ho più titoli, non ho più potere. Il Signore e voi non mi avete mai fatto mancare nulla del necessario e del superfluo e debbo quindi solo essere fiducioso e riconoscente. Chiedo perdono al Signore e a voi di quello che non ho saputo fare e benedico per tutto quello che la grazia di Dio e la vostra collaborazione ci hanno permesso di vivere. Accogliete il nuovo vescovo come Cristo, amatelo con verità, seguitelo con obbedienza: in questo modo il Signore sarà con voi e vi benedirà sempre.
†Luciano Monari
Vescovo
sabato 20 ottobre 2007
Il duomo si "veste" con Monari
Tutto pronto per la festa d'addio al vescovoda Libertà, 20 ottobre 2007
È tutto pronto per il congedo del vescovo Luciano Monari dalla diocesi di Piacenza-Bobbio. Domani pomeriggio, in duomo, alle ore 16, in occasione della celebrazione per i 40 anni delle missioni piacentine in Brasile, il presule saluterà la comunità diocesana piacentina dopo averla guidata per 12 anni. Presiederà una solenne celebrazione eucaristica in cattedrale alle ore 16 e, al termine, in piazza duomo, incontrerà la gente.La curia vescovile, in una nota diffusa alla stampa, ricorda che i sacerdoti e i diaconi, che desiderano concelebrare, sono pregati di trovarsi alle 15 e 30 nella sagrestia superiore della cattedrale; in quella inferiore invece i capitoli della cattedrale di Piacenza e della concattedrale di Bobbio, i vicari e i sacerdoti che hanno prestato servizio in Brasile. La celebrazione, animata da una rappresentanza dei cori della diocesi, sarà aperta dal saluto del vicario generale monsignor Lino Ferrari e di don Mauro Bianchia nome dei missionari piacentini in Brasile. Al termine della celebrazione il vescovo riceverà, a nome della diocesi, il saluto di Pierpaolo Triani presidente dell’Azione Cattolica e segretario del Consiglio Pastorale Diocesano, del sindaco Roberto Reggi e del presidente della Provincia Gianluigi Boiardi a nome della cittadinanza. Alla cerimonia sono invitati tutti i sindaci della provincia e della diocesi, ma in cattedrale, per motivi organizzativi, è ammesso solo il gonfalone di Piacenza con l’immagine di Sant’Antonino che rappresenterà tutti gli altri gonfaloni comunali. Al momento dell’offertorio verrà donato a monsignor Monari un calice; a ciascuna delle diocesi brasiliane in cui operano i sacerdoti piacentini una casula; la processione offertoriale sarà aperta con una danza liturgica da tre suore delle Carmelitane Messaggere dello Spirito Santo, congregazione brasiliana presente con una propria comunità a Bedonia. Sarà anche l’occasione per festeggiare i missionari piacentini in Brasile. Un grande manifesto raffigurante il vescovo Monari ricopre già da ieri mattina parte della facciata del duomo. Faranno da sottofondo le musiche delle New Sisters. Viabilità modificata e divieto di sosta lungo tutta via Pace.Per disposizione del vicario generale domenica pomeriggio sono sospese le messe pomeridiane nelle chiese della città. Monsignor Monari, oggi vescovo di Brescia, è stato nominato dal Papa amministratore apostolico della diocesi di Piacenza-Bobbio fino al 22 ottobre; in seguito la diocesi sarà “vacante”. Martedì 23 ottobre, alle ore 10, si riunirà il Collegio dei Consultori per eleggere un amministratore diocesano con il compito di guidare la diocesi, per la normale amministrazione, fino all’ingresso e presa di possesso del nuovo Vescovo. Sono eleggibili tutti i sacerdoti del presbiterio locale o di altre diocesi; la normativa prevede che il prescelto abbia compiuto 35 anni e che «si distingua per dottrina e per prudenza».Una nota per i sacerdoti: dal 22 ottobre, durante la celebrazione della messa, nella preghiera eucaristica non verrà più menzionato il nome del vescovo Luciano.
venerdì 19 ottobre 2007
Addio a Monari, si prepara il "set"
Tutto pronto per il congedo di Monari

Diocesi di Piacenza-Bobbio
Ufficio stampa
Il saluto di mons. Luciano Monari alla comunità diocesana
Nota tecnica
Come abbiamo avuto modo di ricordare diverse altre volte, domenica prossima 21 ottobre, mons. Luciano Monari saluterà la comunità diocesana piacentina: presiederà una solenne celebrazione eucaristica in cattedrale alle ore 16 e, al termine, in Piazza Duomo, incontrerà i presenti.
I sacerdoti e i diaconi, che desiderano concelebrare, sono pregati di trovarsi alle 15,30 nella sagrestia superiore della Cattedrale; in quella inferiore invece i capitoli della cattedrale di Piacenza e della concattedrale di Bobbio, i vicari e i sacerdoti che hanno presta servizio in Brasile.
La celebrazione, animata da una rappresentanza dei cori della diocesi, sarà aperta dal saluto del vicario generale mons. Lino Ferrari e di don Mauro Bianchi, a nome dei missionari piacentini in Brasile. Al termine della celebrazione il Vescovo riceverà, a nome della diocesi, il saluto di Pierpaolo Triani, presidente dell’Azione Cattolica e segretario del Consiglio Pastorale Diocesano, e del sindaco Roberto Reggi e del presidente della Provincia Gianluigi Boiardi a nome della cittadinanza. Alla cerimonia sono invitati tutti i Sindaci della provincia e della diocesi, ma in cattedrale, per motivi organizzativi, è ammesso solo il Gonfalone di Piacenza con l’immagine di Sant’Antonino che rappresenterà tutti gli altri Gonfaloni comunali.
Al momento dell’offertorio verrà donato a mons. Monari un calice; a ciascuna delle diocesi brasiliane in cui operano i sacerdoti piacentini una casula; la processione offertoriale sarà aperta con una danza liturgica da tre suore delle Carmelitane Messaggere dello Spirito Santo, congregazione brasiliana presente con una propria comunità a Bedonia.
Dopo la Messa mons. Monari si intratterrà con i presenti in Piazza Duomo. Sarà anche l’occasione per festeggiare i missionari piacentini in Brasile. Faranno da sottofondo le musiche delle New Sisters; all’organizzazione partecipano parrocchie e congregazioni religiose.
Si ricorda che per le autorità e per i sacerdoti sono disponibili i parcheggi del seminario di via Scalabrini e dei chiostri del Duomo.
Per disposizione del Vicario Generale domenica pomeriggio sono sospese le messe pomeridiane nelle chiese della città.
NOMINA DELL’AMMINISTRATORE DIOCESANO. Ricordiamo che mons. Monari è stato nominato dal Papa Amministratore apostolico della diocesi di Piacenza-Bobbio fino al 22 ottobre; in seguito la diocesi sarà “vacante”. Martedì 23 ottobre, alle ore 10, si riunirà il Collegio dei Consultori per eleggere un Amministratore diocesano con il compito di guidare la diocesi, per la normale amministrazione, fino all’ingresso e presa di possesso del nuovo Vescovo.
Sono eleggibili tutti i sacerdoti del presbiterio locale o di altre diocesi; la normativa prevede che il prescelto abbia compiuto 35 anni e che “si distingua per dottrina e per prudenza”.
Una nota per i sacerdoti: dal 22 ottobre, durante la celebrazione della Messa, nella preghiera eucaristica non verrà più menzionato il nome del vescovo Luciano.
Ufficio stampa
Il saluto di mons. Luciano Monari alla comunità diocesana
Nota tecnica
Come abbiamo avuto modo di ricordare diverse altre volte, domenica prossima 21 ottobre, mons. Luciano Monari saluterà la comunità diocesana piacentina: presiederà una solenne celebrazione eucaristica in cattedrale alle ore 16 e, al termine, in Piazza Duomo, incontrerà i presenti.
I sacerdoti e i diaconi, che desiderano concelebrare, sono pregati di trovarsi alle 15,30 nella sagrestia superiore della Cattedrale; in quella inferiore invece i capitoli della cattedrale di Piacenza e della concattedrale di Bobbio, i vicari e i sacerdoti che hanno presta servizio in Brasile.
La celebrazione, animata da una rappresentanza dei cori della diocesi, sarà aperta dal saluto del vicario generale mons. Lino Ferrari e di don Mauro Bianchi, a nome dei missionari piacentini in Brasile. Al termine della celebrazione il Vescovo riceverà, a nome della diocesi, il saluto di Pierpaolo Triani, presidente dell’Azione Cattolica e segretario del Consiglio Pastorale Diocesano, e del sindaco Roberto Reggi e del presidente della Provincia Gianluigi Boiardi a nome della cittadinanza. Alla cerimonia sono invitati tutti i Sindaci della provincia e della diocesi, ma in cattedrale, per motivi organizzativi, è ammesso solo il Gonfalone di Piacenza con l’immagine di Sant’Antonino che rappresenterà tutti gli altri Gonfaloni comunali.
Al momento dell’offertorio verrà donato a mons. Monari un calice; a ciascuna delle diocesi brasiliane in cui operano i sacerdoti piacentini una casula; la processione offertoriale sarà aperta con una danza liturgica da tre suore delle Carmelitane Messaggere dello Spirito Santo, congregazione brasiliana presente con una propria comunità a Bedonia.
Dopo la Messa mons. Monari si intratterrà con i presenti in Piazza Duomo. Sarà anche l’occasione per festeggiare i missionari piacentini in Brasile. Faranno da sottofondo le musiche delle New Sisters; all’organizzazione partecipano parrocchie e congregazioni religiose.
Si ricorda che per le autorità e per i sacerdoti sono disponibili i parcheggi del seminario di via Scalabrini e dei chiostri del Duomo.
Per disposizione del Vicario Generale domenica pomeriggio sono sospese le messe pomeridiane nelle chiese della città.
NOMINA DELL’AMMINISTRATORE DIOCESANO. Ricordiamo che mons. Monari è stato nominato dal Papa Amministratore apostolico della diocesi di Piacenza-Bobbio fino al 22 ottobre; in seguito la diocesi sarà “vacante”. Martedì 23 ottobre, alle ore 10, si riunirà il Collegio dei Consultori per eleggere un Amministratore diocesano con il compito di guidare la diocesi, per la normale amministrazione, fino all’ingresso e presa di possesso del nuovo Vescovo.
Sono eleggibili tutti i sacerdoti del presbiterio locale o di altre diocesi; la normativa prevede che il prescelto abbia compiuto 35 anni e che “si distingua per dottrina e per prudenza”.
Una nota per i sacerdoti: dal 22 ottobre, durante la celebrazione della Messa, nella preghiera eucaristica non verrà più menzionato il nome del vescovo Luciano.
Argomenti
Comunicati diocesi Piacenza-Bobbio
giovedì 18 ottobre 2007
Un sms al 48583: un euro per l'acqua
È attivo da questa mattina il numero telefonico al quale inviare gli sms per donare uno o due euro ad Africa Mission e contribuire così alla realizzazione di un pozzo per l’acqua in Karamoja, Uganda del Nord. Il numero al quale inviare il messaggio è 48583 e sarà attivo da oggi fino al prossimo 3 novembre. L’iniziativa è resa possibile nell’ambito della 22esima edizione della Venice Marathon, la gara in programma domenica 28 ottobre a Venezia ed alla quale parteciperanno una decina di atleti piacentini. Tutti rigorosamente con la maglietta di Africa Mission e Cooperazione e Sviluppo (il braccio operativo). Il movimento, lo ricordiamo, è nato nel 1972 a Piacenza per opera di Vittorio Pastori (don Vittorione) e del vescovo Enrico Manfredini. L’obiettivo era ed è quello di aiutare i missionari cattolici che operano nel centro dell’Africa nonché direttamente le popolazioni. Con un messaggio di testo inviato da un cellulare Tim, Vodafone, Wind e 3 al numero 48583 si dona un euro all’associazione. Chiamando lo stesso numero da rete fissa Telecom Italia gli euro donati sono due.
Vescovi diocesani, nuove nomine
Questa mattina hanno annunciato il nuovo vescovo di Livorno. E' monsignor Simone Giusti, della diocesi di Pisa. Entrerà a Livorno il prossimo 2 dicembre. Non era tra i più gettonati e diversi vaticanisti e vaticanologi - me compreso - sono stati presi alla sprovvista. Vuoi vedere che succede così anche con il futuro vescovo di Piacenza-Bobbio? Il più gettonato è monsignor Gianni Ambrosio ma, a questo punto ... Contestualmente il Papa ha annunciato la nomina del nuovo arcivescovo di Loreto.
Vescovi, qualche cosa si muove
Questa mattina, giovedì 18 ottobre, alle ore 12 viene annunciato il nuovo vescovo di Livorno. Lo aspettavano dallo scorso 6 dicembre. La settimana prossima, alla stessa ora toccherà a quello di Piacenza-Bobbio e a quello di Parma, come avevo scritto su Libertà nell'ultimo articolo sul Totovescovo. Bocche cucite sui nomi. Per l'Emilia se ne riparla all'inizio della prossima settimana. Per la Toscana sembrava fatta per il salesiano padre Alberto Lorenzelli ma nella vigilia sono usciti altri tre nomi. Vedremo questa mattina. Intanto ieri mattina il vescovo di Brescia Luciano Monari è tornato per mezza giornata a Piacenza. Tornerà domenica pomeriggio per i saluti solenni alla diocesi.
mercoledì 17 ottobre 2007
martedì 16 ottobre 2007
Sembra il Papa, è il vescovo Monari a Brescia 1
Monari, domenica il congedo da Piacenza
Il saluto a Monari, in duomo anche i sindaci
Attese tremila persone per la cerimonia di domenica prossima.
Un rinfresco nella piazza
da Libertà, 16 ottobre 2007
Non si è ancora spenta l’eco della trionfale accoglienza tributata al vescovo Luciano Monari a Brescia, che la Curia piacentina è al lavoro per organizzare il saluto alla diocesi di domenica prossima 21 ottobre. Una prassi inusuale questa - prima l’entrata a Brescia poi il saluto ufficiale - dettata dai tempi. I lombardi non potevano più aspettare a quasi tre mesi dall’annuncio del loro nuovo pastore. Ma anche dalle circostanze: il 21 ottobre, giornata missionaria mondiale, terminano le celebrazioni per i 40 anni della presenza in Brasile, e monsignor Monari ci teneva ad esserci. Assieme al vescovo di Brescia e amministratore apostolico di Piacenza-Bobbio, domenica in duomo ci saranno anche il vescovo di Cesena-Sarsina, il piacentino <+nero>Antonio Lanfranchie il vescovo di Braganca (in Brasile), Luigi Ferrando anch’egli piacentino. La celebrazione inizierà alle ore 16. Sono invitati tutti i sacerdoti della diocesi, tutti i piacentini, in primo luogo i sindaci, ai quali la Curia ha inviato una lettera personale. La cattedrale sarà gremita, con la presenza di circa tremila persone. La cerimonia verrà accompagnata da una formazione musicale creata per l’occasione dai cori della diocesi che risponderanno alla chiamata. Al termine della celebrazione un rinfresco in piazza duomo. L’entrata di monsignor Luciano Monari a Brescia ha avuto una vasta eco sulla stampa non solo bresciana ma anche nazionale. Il Corriere della sera ieri apriva la pagina della Lombardia titolando “Monari, il vescovo rock incanta i giovani bresciani, «Cammineremo insieme»” e pubblicava la foto di Monari che saluta con alle spalle il cardinale Camillo Ruini e il sindaco di Brescia Paolo Corsini<+corsivo>Il Giorno<+tondo> sceglieva come titolo l’esortazione ai giovani: “Giovani, imparate ad amare. La comunità accoglie con calore il nuovo vescovo”. Brescia oggi, in prima pagina, pubblicava la foto di Monari che libera una colomba bianca e titolava “A Brescia il vescovo Monari, «Amo già questa terra»”. Il Giornale di Brescia apriva l’edizione di ieri con il titolo «Ecco il vescovo, al servizio dell’uomo» e, nel sommario, “l’appassionata esortazione ai ragazzi: «Vi presento Gesù, rendetelo giovane»”. La foto a tutta pagina ritrae Monari insieme ai giovani bresciani. Se Avvenire, che aveva il suo inviato, uscirà solo oggi, una foto a tutta pagine di Luciano Monari in primissimo piano è invece la copertina de La voce del popolo il settimanale diocesano della diocesi di Brescia. Accanto al volto di un Monari con i paramenti da vescovo, la semplice frase: “Un nuovo inizio”. L’intera cerimonia è stata seguita in diretta da Tele Tutto mentre Rai 3 Lombardia ha dedicato un ampio servizio all’evento.
Federico Frighi
Attese tremila persone per la cerimonia di domenica prossima.
Un rinfresco nella piazza
da Libertà, 16 ottobre 2007
Non si è ancora spenta l’eco della trionfale accoglienza tributata al vescovo Luciano Monari a Brescia, che la Curia piacentina è al lavoro per organizzare il saluto alla diocesi di domenica prossima 21 ottobre. Una prassi inusuale questa - prima l’entrata a Brescia poi il saluto ufficiale - dettata dai tempi. I lombardi non potevano più aspettare a quasi tre mesi dall’annuncio del loro nuovo pastore. Ma anche dalle circostanze: il 21 ottobre, giornata missionaria mondiale, terminano le celebrazioni per i 40 anni della presenza in Brasile, e monsignor Monari ci teneva ad esserci. Assieme al vescovo di Brescia e amministratore apostolico di Piacenza-Bobbio, domenica in duomo ci saranno anche il vescovo di Cesena-Sarsina, il piacentino <+nero>Antonio Lanfranchie il vescovo di Braganca (in Brasile), Luigi Ferrando anch’egli piacentino. La celebrazione inizierà alle ore 16. Sono invitati tutti i sacerdoti della diocesi, tutti i piacentini, in primo luogo i sindaci, ai quali la Curia ha inviato una lettera personale. La cattedrale sarà gremita, con la presenza di circa tremila persone. La cerimonia verrà accompagnata da una formazione musicale creata per l’occasione dai cori della diocesi che risponderanno alla chiamata. Al termine della celebrazione un rinfresco in piazza duomo. L’entrata di monsignor Luciano Monari a Brescia ha avuto una vasta eco sulla stampa non solo bresciana ma anche nazionale. Il Corriere della sera ieri apriva la pagina della Lombardia titolando “Monari, il vescovo rock incanta i giovani bresciani, «Cammineremo insieme»” e pubblicava la foto di Monari che saluta con alle spalle il cardinale Camillo Ruini e il sindaco di Brescia Paolo Corsini<+corsivo>Il Giorno<+tondo> sceglieva come titolo l’esortazione ai giovani: “Giovani, imparate ad amare. La comunità accoglie con calore il nuovo vescovo”. Brescia oggi, in prima pagina, pubblicava la foto di Monari che libera una colomba bianca e titolava “A Brescia il vescovo Monari, «Amo già questa terra»”. Il Giornale di Brescia apriva l’edizione di ieri con il titolo «Ecco il vescovo, al servizio dell’uomo» e, nel sommario, “l’appassionata esortazione ai ragazzi: «Vi presento Gesù, rendetelo giovane»”. La foto a tutta pagina ritrae Monari insieme ai giovani bresciani. Se Avvenire, che aveva il suo inviato, uscirà solo oggi, una foto a tutta pagine di Luciano Monari in primissimo piano è invece la copertina de La voce del popolo il settimanale diocesano della diocesi di Brescia. Accanto al volto di un Monari con i paramenti da vescovo, la semplice frase: “Un nuovo inizio”. L’intera cerimonia è stata seguita in diretta da Tele Tutto mentre Rai 3 Lombardia ha dedicato un ampio servizio all’evento.
Federico Frighi
lunedì 15 ottobre 2007
Monari a Brescia, la tristezza di Reggi e Boiardi

Reggi: sono triste, non sarà facile sostituirlo
da Libertà, 15 ottobre 2007
BRESCIA «Fa piacere vedere la gioia di monsignor Monari e quella della gente di Brescia, per noi però c’è anche molta tristezza perché perdiamo una persona del calibro di don Luciano». Sono le parole del sindaco Roberto Reggi a caldo, subito dopo la cerimonia. «I bresciani non si rendono ancora conto della grandezza e della fortuna che hanno ricevuto – prosegue - Andiamo via da Brescia con molta tristezza nel cuore, abbiamo amato molto questo vescovo e sapere di non poter averlo con noi tutti i giorni lascia tanta tristezza. Non sarà facile sostituirlo, per il vescovo che verrà». Assieme a Reggi c’è il presidente della Provincia, Gianluigi Boiardi: Monari lascerà un ricordo e un’eredità importante, i piacentini hanno imparato da lui la semplicità, la grande umiltà, l’intelligenza, la capacità di parlare in maniera diretta rendendo facili concetti complessi. E’ inusuale, per un vescovo, fermarsi per dodici anni in una stessa diocesi. Monari lo ha fatto e rappresenterà un pezzo della nostra storia».
f.fr.
da Libertà, 15 ottobre 2007
BRESCIA «Fa piacere vedere la gioia di monsignor Monari e quella della gente di Brescia, per noi però c’è anche molta tristezza perché perdiamo una persona del calibro di don Luciano». Sono le parole del sindaco Roberto Reggi a caldo, subito dopo la cerimonia. «I bresciani non si rendono ancora conto della grandezza e della fortuna che hanno ricevuto – prosegue - Andiamo via da Brescia con molta tristezza nel cuore, abbiamo amato molto questo vescovo e sapere di non poter averlo con noi tutti i giorni lascia tanta tristezza. Non sarà facile sostituirlo, per il vescovo che verrà». Assieme a Reggi c’è il presidente della Provincia, Gianluigi Boiardi: Monari lascerà un ricordo e un’eredità importante, i piacentini hanno imparato da lui la semplicità, la grande umiltà, l’intelligenza, la capacità di parlare in maniera diretta rendendo facili concetti complessi. E’ inusuale, per un vescovo, fermarsi per dodici anni in una stessa diocesi. Monari lo ha fatto e rappresenterà un pezzo della nostra storia».
f.fr.
Monari a Brescia con un corteo "papale"

Tour de force in 11 tappe con un corteo "papale"
Un continuo bagno di folla fino alla cattedrale di Brescia.
"Ogni terra è patria per un cristiano"
da Libertà, 15 ottobre 2007
BRESCIA - Una sosta in preghiera davanti alla Madonna dell’Oglio, in una chiesetta di campagna nel comune di Orzinuovi. Pochi intimi, tanta polizia ed uno striscione: Benvenuto vescovo Luciano. Inizia così la nuova avventura del monsignore sassolese, in procinto di prendere la cittadinanza piacentina per i suoi 12 anni trascorsi all’ombra del duomo, di santa Giustina e di sant’Antonino. Doveva essere nell’auto del vicario generale, in realtà, quando varca il fiume Oglio, confine tra Brescia e Cremona, è a bordo di una Seat condotta dal nipote. La Stilo grigia, con la quale i piacentini erano abituati a vederlo, viaggia subito dietro, con i rappresentanti di Piacenza-Bobbio: il vicario generale monsignor Lino Ferrari, i vicari episcopali monsignor Luigi Chiesa e padre Sisto Caccia, il parroco del duomo, monsignor Anselmo Galvani. C’è anche don Gianni Gariselli, il sacerdote reggiano che, come accadde 12 anni fa nei primi mesi di Monari a Piacenza, gli farà da segretario personale per il suo primo periodo bresciano.
Lo aspettano a Brescia, tra gli altri, il vicario episcopale monsignor Giuseppe Busani e don Giuseppe Basini. Per la diocesi di Brescia, a fare gli onori di casa il vescovo ausiliare Francesco Beschi, mentre a rappresentare la società civile il presidente della Provincia, Alberto Cavalli, e il sindaco di Orzinuovi, Roberto Faustinelli.
E’ qui, a pochi passi dal fiume Oglio, che si ha un primo assaggio della diocesi bresciana, una delle più ricche d’Italia. Monari sale su una fiammante Lancia Thesis scortata da sei carabinieri motociclisti, due agenti della stradale, sempre in moto, e tre staffette della polizia municipale, ancora in moto, tutti con i lampeggiatori accesi. A seguire otto auto - Audi, Mercedes e Bmw – ed una vettura del soccorso sanitario. A precedere, in pre-corteo, un pullmino e ed una macchina con i giornalisti. Sembra Bush, Putin o papa Benedetto XVI, a scelta. Monari appare quasi intimidito da tutto quello spiegamento. «Quando incontra la gente, però, torna lui e dà tutto se stesso» osserva sottovoce il vicario generale Ferrari, in una tappa del viaggio di entrata. Alla fine se ne conteranno undici.
Dalla prima ad Orzinuovi, dove Monari ricorda la sua strada: «Da Sassuolo a Piacenza-Bobbio, da Piacenza-Bobbio a Brescia, ogni terra straniera, per un cristiano, non la è; è la sua patria». Alla piccola comunità di Corzano, dove il corteo arriva in anticipo e i fedeli sono dieci di numero più il parroco, il quale, colto impreparato, ha un lampo di genio: blocca i ragazzini che stanno giocando a calcio nel campetto della parrocchia, prende la palla e la regala al suo nuovo vescovo perché si ricordi di quella parrocchietta. «Non ho più l’età per giocare a pallone – dice Monari – ma l’accetto lo stesso volentieri». E la consegna al suo segretario. Orzinuovi, Orzivecchi, Pompiano, Corzano, Maclodio (il posto della famosa battaglia), Lograto, Torbole, Roncadelle il vescovo Luciano fa incetta anche di sindaci, di tutti i colori: dalla Lega Nord a Forza Italia, dagli ex diessini alle liste civiche. Tutti in fascia tricolore a dargli il benvenuto, a consegnagli chiavi dei Comuni, stemmi e pubblicazioni. Anziani e bambini sono il pubblico che l’ex vescovo di Piacenza-Bobbio predilige e, a Roncadelle, i più piccoli lo avvolgono in un abbraccio di palloncini bianchi e gialli (i colori del Vaticano) mentre la banda intona “La libertà”. Va avanti così fino a Brescia: la sosta nella basilica che custodisce le reliquie dei santi patroni, poi, quella silenziosa, in piazza della Loggia, dove Monari lascia un mazzo di fiori bianchi ai piedi del cippo che ricorda i caduti della strage neofascista. Un gesto che i bresciani hanno apprezzato con un applauso: il vescovo è già uno di loro.
fed.fri.
Un continuo bagno di folla fino alla cattedrale di Brescia.
"Ogni terra è patria per un cristiano"
da Libertà, 15 ottobre 2007
BRESCIA - Una sosta in preghiera davanti alla Madonna dell’Oglio, in una chiesetta di campagna nel comune di Orzinuovi. Pochi intimi, tanta polizia ed uno striscione: Benvenuto vescovo Luciano. Inizia così la nuova avventura del monsignore sassolese, in procinto di prendere la cittadinanza piacentina per i suoi 12 anni trascorsi all’ombra del duomo, di santa Giustina e di sant’Antonino. Doveva essere nell’auto del vicario generale, in realtà, quando varca il fiume Oglio, confine tra Brescia e Cremona, è a bordo di una Seat condotta dal nipote. La Stilo grigia, con la quale i piacentini erano abituati a vederlo, viaggia subito dietro, con i rappresentanti di Piacenza-Bobbio: il vicario generale monsignor Lino Ferrari, i vicari episcopali monsignor Luigi Chiesa e padre Sisto Caccia, il parroco del duomo, monsignor Anselmo Galvani. C’è anche don Gianni Gariselli, il sacerdote reggiano che, come accadde 12 anni fa nei primi mesi di Monari a Piacenza, gli farà da segretario personale per il suo primo periodo bresciano.
Lo aspettano a Brescia, tra gli altri, il vicario episcopale monsignor Giuseppe Busani e don Giuseppe Basini. Per la diocesi di Brescia, a fare gli onori di casa il vescovo ausiliare Francesco Beschi, mentre a rappresentare la società civile il presidente della Provincia, Alberto Cavalli, e il sindaco di Orzinuovi, Roberto Faustinelli.
E’ qui, a pochi passi dal fiume Oglio, che si ha un primo assaggio della diocesi bresciana, una delle più ricche d’Italia. Monari sale su una fiammante Lancia Thesis scortata da sei carabinieri motociclisti, due agenti della stradale, sempre in moto, e tre staffette della polizia municipale, ancora in moto, tutti con i lampeggiatori accesi. A seguire otto auto - Audi, Mercedes e Bmw – ed una vettura del soccorso sanitario. A precedere, in pre-corteo, un pullmino e ed una macchina con i giornalisti. Sembra Bush, Putin o papa Benedetto XVI, a scelta. Monari appare quasi intimidito da tutto quello spiegamento. «Quando incontra la gente, però, torna lui e dà tutto se stesso» osserva sottovoce il vicario generale Ferrari, in una tappa del viaggio di entrata. Alla fine se ne conteranno undici.
Dalla prima ad Orzinuovi, dove Monari ricorda la sua strada: «Da Sassuolo a Piacenza-Bobbio, da Piacenza-Bobbio a Brescia, ogni terra straniera, per un cristiano, non la è; è la sua patria». Alla piccola comunità di Corzano, dove il corteo arriva in anticipo e i fedeli sono dieci di numero più il parroco, il quale, colto impreparato, ha un lampo di genio: blocca i ragazzini che stanno giocando a calcio nel campetto della parrocchia, prende la palla e la regala al suo nuovo vescovo perché si ricordi di quella parrocchietta. «Non ho più l’età per giocare a pallone – dice Monari – ma l’accetto lo stesso volentieri». E la consegna al suo segretario. Orzinuovi, Orzivecchi, Pompiano, Corzano, Maclodio (il posto della famosa battaglia), Lograto, Torbole, Roncadelle il vescovo Luciano fa incetta anche di sindaci, di tutti i colori: dalla Lega Nord a Forza Italia, dagli ex diessini alle liste civiche. Tutti in fascia tricolore a dargli il benvenuto, a consegnagli chiavi dei Comuni, stemmi e pubblicazioni. Anziani e bambini sono il pubblico che l’ex vescovo di Piacenza-Bobbio predilige e, a Roncadelle, i più piccoli lo avvolgono in un abbraccio di palloncini bianchi e gialli (i colori del Vaticano) mentre la banda intona “La libertà”. Va avanti così fino a Brescia: la sosta nella basilica che custodisce le reliquie dei santi patroni, poi, quella silenziosa, in piazza della Loggia, dove Monari lascia un mazzo di fiori bianchi ai piedi del cippo che ricorda i caduti della strage neofascista. Un gesto che i bresciani hanno apprezzato con un applauso: il vescovo è già uno di loro.
fed.fri.
Monari vescovo di Brescia con Piacenza nel cuore

L'ex vescovo di Piacenza-Bobbio è ufficialmente
il nuovo pastore di Brescia
"Piacenza mi sarà sempre nel cuore"
Monari: qui fedeli di tre città, la Chiesa è universale
da Libertà, 15 ottobre 2007
BRESCIA - "Grazie perché mi siete vicini, io ho dato la mia vita per voi, siete diventate delle persone care». Sono le ultime parole di un lungo pomeriggio di ottobre in cui monsignor Luciano Monarida vescovo di Piacenza-Bobbio è diventato il pastore della diocesi di Brescia. Sono proprio per i piacentini, queste parole, per il presidente della Provincia Gianluigi Boiardi e per il sindaco Roberto Reggi, in primissima fila; entrambi con le rispettive fasce: azzurra e tricolore, da presidente e da sindaco di tutti. Una panca indietro c’è l’assessore Paolo Dosi, poi, in un settore dedicato, ci sono i tanti piacentini che hanno voluto accompagnare il loro ormai ex presule, nella sua nuova diocesi.«E’ bello vedere qui riuniti, in questa cattedrale, bresciani, piacentini, reggiani, è il segno che la chiesa supera gli interessi di parte, che la chiesa è universale» dice Monari dal pulpito. La cerimonia, nella cattedrale nuova, era cominciata ben prima. Monari diventa ufficialmente vescovo di Brescia quando le lancette dell’orologio scoccano le ore 17 e 38 di domenica 14 ottobre. Termina la lettura della bolla papale. Dalle navate della cattedrale nuova si leva un lungo ed affettuoso applauso. Da questo preciso momento Brescia ha il suo nuovo pastore. Qualche sacerdote si commuove. Dopo 12 anni, viene un poco di magone dentro. Già, perché Monari a Brescia non ci ha messo molto a fare breccia. Partito un poco intimorito nel tour de force di avvicinamento alla cattedrale, è in piazza Paolo VI, la piazza del duomo bresciano, che il presule si scioglie. Una folla di oltre duemila giovani lo accoglie festoso e Monari scende dalla macchina cantando i loro cori. E’ un gesto, ripreso dal maxi schermo, che fa comprendere ai bresciani come quel signore vestito con lo zucchetto e la cotta viola sia uno di loro. Nonostante quella “s” grassa e grossa da sassolese che qui, nella città “leonessa d’Italia”, viene scambiata per piacentina. Sul sagrato della cattedrale, ad attendere Monari, l’intero “stato maggiore” della Chiesa bresciana, con un’ospite d’eccezione, il cardinale Camillo Ruini, vicario di Roma, già presidente dei vescovi italiani. Il porporato si riunirà poi agli altri otto vescovi concelebranti, tra i quali l’ausiliare di Brescia, Francesco Beschi, il segretario generale della Cei, Giuseppe Betori, l’arcivescovo “piacentino” Piero Marini, già cerimoniere del Papa ed oggi presidente dei Congressi eucaristici, il vescovo di Vigevano Claudio Baggini e gli ausiliari di Milano Brambilla e Redaelli. I giovani di Brescia chiedono a Monari di essere il loro padre e la loro guida, di far crescere gli oratori, di stare con loro. Il presule non esita e, dopo aver lanciato verso il cielo due colombe bianche – la terza non ne vuole sapere – promette ai ragazzi di far conoscere loro Gesù. «Io lo conosco un pochino – dice - ma oggi ho 65 anni e posso farvelo conoscere da uomo della mia età. Starà a voi giovani far diventare giovane Gesù Cristo». Sul sagrato la promessa di fedeltà ai bresciani: «Il Papa mi ha mandato qui per questo servizio ed io l’ho accettato volentieri. Ormai ho una certa età e non sono qui per far carriera, rimarrò con voi per i prossimi dieci anni che mi restano da vescovo». A Brescia erano preoccupati di voci che davano Monari solo di passaggio. Tre anni poi, al pensionamento del cardinale di Milano, Dionigi Tettamanzi, la promozione sotto la Madonnina. Magari qualcuno ci ha pensato. Monari però tranquillizza e promette fedeltà ai bresciani. Lo ripete, dopo il Vangelo: Gesù che guarisce dieci lebbrosi ma solo uno viene salvato. «L’unico che riconosce la guarigione come un dono – dice Monari – e che ritorna a ringraziare. E’ questo che ci insegna la parola di oggi: non mi interessa diventare ricco o fare carriera, ma solo vivere un’esistenza riconoscente e ringraziare il Signore. Così sono venuto a Brescia».
Federico Frighi
"Piacenza mi sarà sempre nel cuore"
Monari: qui fedeli di tre città, la Chiesa è universale
da Libertà, 15 ottobre 2007
BRESCIA - "Grazie perché mi siete vicini, io ho dato la mia vita per voi, siete diventate delle persone care». Sono le ultime parole di un lungo pomeriggio di ottobre in cui monsignor Luciano Monarida vescovo di Piacenza-Bobbio è diventato il pastore della diocesi di Brescia. Sono proprio per i piacentini, queste parole, per il presidente della Provincia Gianluigi Boiardi e per il sindaco Roberto Reggi, in primissima fila; entrambi con le rispettive fasce: azzurra e tricolore, da presidente e da sindaco di tutti. Una panca indietro c’è l’assessore Paolo Dosi, poi, in un settore dedicato, ci sono i tanti piacentini che hanno voluto accompagnare il loro ormai ex presule, nella sua nuova diocesi.«E’ bello vedere qui riuniti, in questa cattedrale, bresciani, piacentini, reggiani, è il segno che la chiesa supera gli interessi di parte, che la chiesa è universale» dice Monari dal pulpito. La cerimonia, nella cattedrale nuova, era cominciata ben prima. Monari diventa ufficialmente vescovo di Brescia quando le lancette dell’orologio scoccano le ore 17 e 38 di domenica 14 ottobre. Termina la lettura della bolla papale. Dalle navate della cattedrale nuova si leva un lungo ed affettuoso applauso. Da questo preciso momento Brescia ha il suo nuovo pastore. Qualche sacerdote si commuove. Dopo 12 anni, viene un poco di magone dentro. Già, perché Monari a Brescia non ci ha messo molto a fare breccia. Partito un poco intimorito nel tour de force di avvicinamento alla cattedrale, è in piazza Paolo VI, la piazza del duomo bresciano, che il presule si scioglie. Una folla di oltre duemila giovani lo accoglie festoso e Monari scende dalla macchina cantando i loro cori. E’ un gesto, ripreso dal maxi schermo, che fa comprendere ai bresciani come quel signore vestito con lo zucchetto e la cotta viola sia uno di loro. Nonostante quella “s” grassa e grossa da sassolese che qui, nella città “leonessa d’Italia”, viene scambiata per piacentina. Sul sagrato della cattedrale, ad attendere Monari, l’intero “stato maggiore” della Chiesa bresciana, con un’ospite d’eccezione, il cardinale Camillo Ruini, vicario di Roma, già presidente dei vescovi italiani. Il porporato si riunirà poi agli altri otto vescovi concelebranti, tra i quali l’ausiliare di Brescia, Francesco Beschi, il segretario generale della Cei, Giuseppe Betori, l’arcivescovo “piacentino” Piero Marini, già cerimoniere del Papa ed oggi presidente dei Congressi eucaristici, il vescovo di Vigevano Claudio Baggini e gli ausiliari di Milano Brambilla e Redaelli. I giovani di Brescia chiedono a Monari di essere il loro padre e la loro guida, di far crescere gli oratori, di stare con loro. Il presule non esita e, dopo aver lanciato verso il cielo due colombe bianche – la terza non ne vuole sapere – promette ai ragazzi di far conoscere loro Gesù. «Io lo conosco un pochino – dice - ma oggi ho 65 anni e posso farvelo conoscere da uomo della mia età. Starà a voi giovani far diventare giovane Gesù Cristo». Sul sagrato la promessa di fedeltà ai bresciani: «Il Papa mi ha mandato qui per questo servizio ed io l’ho accettato volentieri. Ormai ho una certa età e non sono qui per far carriera, rimarrò con voi per i prossimi dieci anni che mi restano da vescovo». A Brescia erano preoccupati di voci che davano Monari solo di passaggio. Tre anni poi, al pensionamento del cardinale di Milano, Dionigi Tettamanzi, la promozione sotto la Madonnina. Magari qualcuno ci ha pensato. Monari però tranquillizza e promette fedeltà ai bresciani. Lo ripete, dopo il Vangelo: Gesù che guarisce dieci lebbrosi ma solo uno viene salvato. «L’unico che riconosce la guarigione come un dono – dice Monari – e che ritorna a ringraziare. E’ questo che ci insegna la parola di oggi: non mi interessa diventare ricco o fare carriera, ma solo vivere un’esistenza riconoscente e ringraziare il Signore. Così sono venuto a Brescia».
Federico Frighi
domenica 14 ottobre 2007
Monari a Brescia, i saluti
Brescia 14 ottobre 2007
I "grazie" di Monari nella cattedrale di Brescia
La cosa più importante l’abbiamo fatta; anzi, l’ha fatta il Signore risorto servendosi di noi, delle nostre mani, della nostra libertà, del nostro cuore. È Lui, il Signore che ha convocato il popolo di Dio bresciano – presbiteri e religiosi, laici e diaconi – attorno al vescovo. È Lui che a noi, suo popolo, ha rivolto la parola per dirigere i nostri passi su una via di vita; è Lui che con la forza del suo Spirito ha fatto del pane e del vino – frutto della terra ma anche delle nostre fatiche – la sua vita spezzata e donata per noi; è Lui, quindi, che ci ha nutriti con il suo amore e ci ha coadunati in un unico popolo. Povera cosa come siamo, siamo però immagine vera di Dio, della comunione trinitaria. “Vi è un solo Dio – scriveva san Cipriano – e un solo Cristo, una è la sua Chiesa e una è la fede, e uno il popolo congiunto dal legame della concordia nella compatta unità del corpo.” Quello che abbiamo vissuto oggi, in questa cattedrale è uno di quegli eventi che fanno sognare e sperare: fanno sognare un’umanità raccolta nell’amore, fanno sperare una Chiesa che di questa umanità nuova sia anticipo e segno credibile proprio attraverso la sua concordia. Ripeto con Paolo: “Se c’è pertanto qualche consolazione in Cristo, se c’è conforto derivante dalla carità, se c’è qualche comunanza di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, rendete piena la mia gioia con l’unione dei vostri spiriti, con la stessa carità, con i medesimi sentimenti.” (Fil 2,1-2) Con questo ho già detto il primo e fondamentale senso del mio servizio episcopale tra voi: essere segno e strumento del Signore per custodire nell’unità della carità la Chiesa bresciana. A questo desidero dedicare le energie che mi restano; vorrei offrire a Cristo una comunità concorde e salda, umile e grata, gioiosa e ricca di speranza .
Non ho programmi precisi da presentare. O, se un programma mi è caro, è quello che ci ha offerto Giovanni Paolo II nella Novo Millennio Ineunte con queste parole: “Non ci seduce certo la prospettiva ingenua che, di fronte alle grandi sfide del nostro tempo, possa esserci una formula magica. No, non ci salverà una formula, ma una Persona, e la certezza che essa c’infonde: Io sono con voi! Non si tratta, allora, di inventare un ‘nuovo programma’. Il programma c’è già: è quello di sempre, raccolto dal vangelo e dalla viva Tradizione. Esso s’incentra, in ultima analisi, in Cristo stesso, da conoscere, amare, imitare, per vivere in lui la vita trinitaria, e trasformare con lui la storia fino al suo compimento nella Gerusalemme celeste. È un programma che non cambia col variare dei tempi e delle culture, anche se del tempo e della cultura tiene conto per un dialogo vero e una comunicazione efficace. Questo programma di sempre è il nostro per il terzo millennio.” Come Chiesa bresciana, Chiesa madre, ci viene chiesto di concepire e dare alla luce Cristo, a imitazione di Maria: di concepirlo con la fede nell’ascolto della Parola, di darlo alla luce con la carità che dà forma a tutte le scelte, a tutti i comportamenti, a tutti i progetti dell’uomo. È la missione di ogni chiesa che la chiesa bresciana è chiamata a realizzare in questo tempo e in questo luogo, con una particolare storia alle spalle e con precise possibilità davanti. Per questo m’impegnerò anzitutto ad ascoltare e a cercare di capire. Capire quello che il Signore ha fatto e sta facendo in questa Chiesa che ama, quello che il Signore si aspetta da lei e che le sta chiedendo. Sarà il cammino di discernimento da fare insieme – con i Consigli di partecipazione, anzitutto – Consiglio presbiterale e Consiglio pastorale – ma col contributo di tutti se è vero che il Signore parla al cuore degli umili e comunica loro le verità più preziose.
A tutto questo vorrei aggiungere alcune riflessioni che mi stanno particolarmente a cuore. La prima riguarda la comunione del presbiterio. La metto al primo posto perchè sono convinto che vescovo e presbiterio sono una cosa sola, che il loro ministero è servizio comunitario, che essi (vescovo e presbiterio) portano in solido la responsabilità del servizio pastorale a tutta la diocesi. L’ordine sacro non è solo un sacramento che abbiamo in comune, ma un’origine che dà al nostro ministero una forma comunitaria. Siamo sacramento di Gesù pastore; con le parole e i gesti siamo chiamati a rendere presente oggi la premura, l’amore, la dedizione di Cristo per la sua Chiesa. È evidente, allora, che la comunione è un’esigenza primaria. Non ci sono due pastori o venti: ce n’è uno solo: Cristo. E tutti noi – vescovo e ottocento preti – siamo l’unico sacramento di questo unico pastore. Potremmo renderlo visibile se fossimo divisi tra noi? Cristo è forse stato diviso? Chiedeva ironicamente Paolo ai Corinzi. So che la vita del prete oggi non è facile – se mai lo è stata nella storia. Le gratificazioni sono scarse e i riconoscimenti pure; il contesto culturale in cui viviamo non fa gran conto di quello per cui abbiamo donato la vita e questo ci brucia. Quando siamo diventati preti lo abbiamo fatto convinti che Gesù Cristo, il vangelo, la chiesa sono valori assoluti, capaci di giustificare il dono di tutta la propria vita. E oggi respiriamo – che lo vogliamo o no – uno spirito diverso che condanna i valori assoluti e assolutizza quelli relativi come se fossero i soli per cui vale la pena vivere: il successo e il benessere, la realizzazione personale e la carriera. Vivere la sobrietà, la castità, l’obbedienza in un contesto come questo significa resistere a una pressione forte. Ma sono convinto che proprio per questo la nostra testimonianza è ancora più preziosa. Ho scelto come motto le parole di Paolo ai Romani: “Non mi vergogno del vangelo”. Non perchè mi senta particolarmente coraggioso, ma perchè so quale sia il valore del vangelo. So che quella umile parola che annuncia e trasmette l’amore di Dio per l’uomo è capace di rendere l’uomo libero da tutte le seduzioni e da tutte le paure, è capace di far zampillare dentro di lui la gioia anche in mezzo alle situazioni più difficili, è capace di liberarlo dalla presa mortale dell’egoismo e proiettarlo verso l’avventura affascinante dell’amore. Credo in Gesù Cristo; credo nel suo vangelo.
Da qui nasce l’evangelizzazione; nasce come atto di amore nei confronti dell’uomo. La percezione della distanza che separa l’uomo d’oggi dal vangelo diventa il segno della necessità sempre più grande dell’annuncio del vangelo. Non è opera di propaganda e non è intesa a rendere più forte la Chiesa; è opera d’amore e tende solo a rendere l’uomo più libero e gioioso. Il mondo diventa troppo brutto se non si riesce a guardarlo con gli occhi dell’amore; la vita è troppo dolorosa se non si riesce a renderla dono d’innamorato. Al di fuori di questo rimangono solo gli anestetici, per non far percepire la pesantezza della vita; o gli stimolanti per illudersi di vivere una vita parallela, diversa da quella reale. Annunciare il vangelo significa lavorare per l’umanità dell’uomo; e lavorare non con le nostre sole forze, ma con la forza dell’amore che viene da Dio attraverso Gesù Cristo. “Così dice il Signore, che offrì una strada nel mare e un sentiero in mezzo ad acque possenti... Ecco, faccio una cosa nuova; proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa.” (Is 43,16.19) Quando il secondo Isaia diceva queste parole, la condizione di vita degli Israeliti era avvilente, certo peggio della nostra oggi. Eppure quella parola era vera e rimane vera per noi: la risurrezione di Gesù ce ne dà la sicurezza perchè ha spezzato, e definitivamente, il cerchio di un mondo autoreferenziale e ha legato per sempre la nostra piccola storia precaria all’eternità di Dio.
La sfida che abbiamo davanti è proprio quella per l’umanità dell’uomo. Che non è garantita: per ciascuno di noi essere ‘umani’ è il risultato sempre precario di un’attenzione viva, di una crescita continua, di un esercizio (ascesi) perseverante. Non lo possiamo dare per scontato. Ci accorgiamo benissimo quando dal nostro cuore escono impulsi e sentimenti che ci fanno meschini: “Più fallace di ogni altra cosa è il cuore – avvertiva Geremia – e difficilmente guaribile; chi lo può conoscere?” E aggiungeva: “Io, il Signore, scruto la mente e saggio i cuori.” (Ger 17,9-10) C’è una profondità del cuore che non riusciamo a sondare, che nemmeno i sogni rivelano. Ma lì, in quel centro misterioso e a volte oscuro dell’uomo, lì entra la parola di Dio, lì purifica sentimenti e impulsi, genera sentimenti nuovi, apre strade nuove di semplicità: “Viva, infatti, è la parola di Dio, efficace, e più tagliente di una spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore.” (Eb 4,12) Questo cammino di purificazione operato nel cuore di ogni singola persona va insieme con l’azione di edificazione e correzione della Chiesa. Tutte le domeniche la comunità cristiana si raccoglie insieme per ascoltare la parola. A quella parola tutti, insieme, diamo l’assenso della fede. Così nasce e prende forma e cresce la Chiesa: non attraverso le nostre scelte, ma attraverso la nostra docilità alla chiamata del Signore. Il cammino di questi anni dopo il Concilio è stato fecondo, certamente, ma non ha ancora espresso tutte le sue valenze: poco alla volta la fisionomia delle nostre comunità deve essere plasmata dall’ascolto della parola. Non è ancora così: non è forse vero che anche nelle nostre comunità si sviluppano dinamismi di carriera, contrasti di potere? Possiamo dire che al centro della nostra attenzione ci stanno davvero i piccoli? Davvero nelle nostre comunità non si cerca il proprio interesse, ma piuttosto quello degli altri? Potrei continuare facilmente con l’esame di coscienza, ma mi capite bene. E non si tratta di scandalizzarsi per i limiti che riscontriamo; sarebbe, temo, anche questa una forma di fariseismo. Che in noi e tra noi ci siano egoismi, che grano e zizzania coesistano è affermazione scontata, addirittura banale. Il problema non è indignarci e ribellarci; il problema è volgerci sempre di nuovo verso la parola di Dio perchè sia essa a plasmarci e costruirci secondo il suo dinamismo proprio. Il problema è che l’eucaristia non sia solo rito, ma rito che dà forma alla vita delle comunità e le fa esistere nella logica dell’amore oblativo.
Insomma, l’unità della chiesa bresciana, di cui mi metto al servizio, sarà garantita dalla parola e dall’eucaristia se alla parola e all’eucaristia aderiremo con tutta la nostra fede; se non ci tireremo indietro quando la parola brucerà i nostri sentimenti meschini, quando l’eucaristia ci chiederà il sacrificio silenzioso di noi stessi. Quando san Paolo descrive la comunità di Corinto come il corpo di Cristo, dice che, a motivo di questo, nessuno può dire agli altri : “Non ho bisogno di voi.” E, parallelamente, nessuno può dire: “Non c’è bisogno di me.” Poi aggiunge: “Anzi, quelle membra del corpo che sembrano più deboli sono più necessarie; e quelle parti del corpo che riteniamo meno onorevoli le circondiamo di maggior rispetto, e quelle indecorose sono trattate con maggior decenza, mentre quelle decenti non ne hanno bisogno. Ma Dio ha composto il corpo, conferendo maggior onore a ciò che ne mancava, perché non vi fosse disunione nel corpo, ma anzi le varie membra avessero cura le une delle altre.” (1Cor 12,22-25) Insomma, secondo san Paolo, l’unità potrà manifestarsi nella chiesa quando concretamente in essa al centro verranno posti i piccoli – e cioè gli ammalati, gli anziani, i poveri, i bambini... insomma tutti coloro che per un motivo o per l’altro, sono deboli. È proprio così. Quando in una comunità al centro stanno i posti di potere, la vita diventerà una lotta per occupare quei posti; non è proprio questo lo spettacolo antico e sempre ripetuto della storia? Quando invece al centro vengono posti i piccoli, allora la comunità si compatta: quelli che hanno capacità, tendono a unirsi tra loro per rispondere meglio alle necessità dei piccoli. Insomma, loro, i piccoli, sono preziosi perchè da loro dipende molto della comunione nella chiesa.
Così ho finito anche la seconda e ultima predica, per oggi. Mi resta solo da ringraziare doverosamente tutti voi che siete venuti: ci siamo fatti a vicenda il dono di un’esperienza di Chiesa bella e grande, ricca di doni e salda nella speranza. Grazie. Grazie ai presbiteri, ai religiosi/e e ai laici che rappresentano l’intera diocesi di Piacenza-Bobbio e hanno desiderato accompagnarmi in questo giorno; una comunità che ho amato e dalla quale mi sono sentito voluto bene. Con le parole di Paolo, anch’io posso affermare che mi sono affezionato a voi e ho desiderato darvi non solo il vangelo di Dio, ma la mia stessa vita, perché mi siete diventati cari” (cfr 1 Ts 2,8) . Grazie anche al card. Ruini, mio vecchio insegnante e, credo di poterlo dire, amico. Grazie a tutti i vescovi che hanno concelebrato con noi: ricordo anzitutto mons. Marini perchè fino ad oggi, come vescovo di Piacenza- Bobbio, sono stato il suo vescovo; poi mons. Betori, compagno di seminario (e i compagni di seminario non si dimenticano). Un saluto affettuoso e grato al vescovo Giulio per aver servito con sapienza di padre la chiesa di Brescia; a lui unisco un ricordo amico per il vescovo Bruno anch’egli servitore generoso e fedele della nostra diocesi. Grazie ai fratelli sacerdoti delle Chiese ortodosse; ai pastori delle Chiese valdese ed evangelica; la loro presenza è un invito a continuare a camminare sulla via del dialogo e della comunione. Grazie a tutte le autorità civili e militari; la loro presenza ci fa sentire l’affetto e la partecipazione della città intera. Dio le benedica e doni loro di compiere con gioia ed efficacemente il loro servizio perchè, come dice san Paolo “possiamo trascorrere una vita calma e tranquilla, con tutta pietà e dignità.” Non mi resta che abbracciarvi idealmente tutti quanti, uno per uno, con l’abbraccio del Signore. Da oggi “io provo per voi, per la Chiesa bresciana, una specie di gelosia divina, avendovi promessi a un unico sposo, per presentarvi quale vergine casta a Cristo.” Mi doni il Signore un cuore puro, che sappia servire con gioia senza nessuna pretesa, che sappia parlare e donare per indirizzare a Cristo e poi ritirarsi con la libertà dell’amico dello sposo “perchè egli cresca e io, invece, diminuisca.”
I "grazie" di Monari nella cattedrale di Brescia
La cosa più importante l’abbiamo fatta; anzi, l’ha fatta il Signore risorto servendosi di noi, delle nostre mani, della nostra libertà, del nostro cuore. È Lui, il Signore che ha convocato il popolo di Dio bresciano – presbiteri e religiosi, laici e diaconi – attorno al vescovo. È Lui che a noi, suo popolo, ha rivolto la parola per dirigere i nostri passi su una via di vita; è Lui che con la forza del suo Spirito ha fatto del pane e del vino – frutto della terra ma anche delle nostre fatiche – la sua vita spezzata e donata per noi; è Lui, quindi, che ci ha nutriti con il suo amore e ci ha coadunati in un unico popolo. Povera cosa come siamo, siamo però immagine vera di Dio, della comunione trinitaria. “Vi è un solo Dio – scriveva san Cipriano – e un solo Cristo, una è la sua Chiesa e una è la fede, e uno il popolo congiunto dal legame della concordia nella compatta unità del corpo.” Quello che abbiamo vissuto oggi, in questa cattedrale è uno di quegli eventi che fanno sognare e sperare: fanno sognare un’umanità raccolta nell’amore, fanno sperare una Chiesa che di questa umanità nuova sia anticipo e segno credibile proprio attraverso la sua concordia. Ripeto con Paolo: “Se c’è pertanto qualche consolazione in Cristo, se c’è conforto derivante dalla carità, se c’è qualche comunanza di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, rendete piena la mia gioia con l’unione dei vostri spiriti, con la stessa carità, con i medesimi sentimenti.” (Fil 2,1-2) Con questo ho già detto il primo e fondamentale senso del mio servizio episcopale tra voi: essere segno e strumento del Signore per custodire nell’unità della carità la Chiesa bresciana. A questo desidero dedicare le energie che mi restano; vorrei offrire a Cristo una comunità concorde e salda, umile e grata, gioiosa e ricca di speranza .
Non ho programmi precisi da presentare. O, se un programma mi è caro, è quello che ci ha offerto Giovanni Paolo II nella Novo Millennio Ineunte con queste parole: “Non ci seduce certo la prospettiva ingenua che, di fronte alle grandi sfide del nostro tempo, possa esserci una formula magica. No, non ci salverà una formula, ma una Persona, e la certezza che essa c’infonde: Io sono con voi! Non si tratta, allora, di inventare un ‘nuovo programma’. Il programma c’è già: è quello di sempre, raccolto dal vangelo e dalla viva Tradizione. Esso s’incentra, in ultima analisi, in Cristo stesso, da conoscere, amare, imitare, per vivere in lui la vita trinitaria, e trasformare con lui la storia fino al suo compimento nella Gerusalemme celeste. È un programma che non cambia col variare dei tempi e delle culture, anche se del tempo e della cultura tiene conto per un dialogo vero e una comunicazione efficace. Questo programma di sempre è il nostro per il terzo millennio.” Come Chiesa bresciana, Chiesa madre, ci viene chiesto di concepire e dare alla luce Cristo, a imitazione di Maria: di concepirlo con la fede nell’ascolto della Parola, di darlo alla luce con la carità che dà forma a tutte le scelte, a tutti i comportamenti, a tutti i progetti dell’uomo. È la missione di ogni chiesa che la chiesa bresciana è chiamata a realizzare in questo tempo e in questo luogo, con una particolare storia alle spalle e con precise possibilità davanti. Per questo m’impegnerò anzitutto ad ascoltare e a cercare di capire. Capire quello che il Signore ha fatto e sta facendo in questa Chiesa che ama, quello che il Signore si aspetta da lei e che le sta chiedendo. Sarà il cammino di discernimento da fare insieme – con i Consigli di partecipazione, anzitutto – Consiglio presbiterale e Consiglio pastorale – ma col contributo di tutti se è vero che il Signore parla al cuore degli umili e comunica loro le verità più preziose.
A tutto questo vorrei aggiungere alcune riflessioni che mi stanno particolarmente a cuore. La prima riguarda la comunione del presbiterio. La metto al primo posto perchè sono convinto che vescovo e presbiterio sono una cosa sola, che il loro ministero è servizio comunitario, che essi (vescovo e presbiterio) portano in solido la responsabilità del servizio pastorale a tutta la diocesi. L’ordine sacro non è solo un sacramento che abbiamo in comune, ma un’origine che dà al nostro ministero una forma comunitaria. Siamo sacramento di Gesù pastore; con le parole e i gesti siamo chiamati a rendere presente oggi la premura, l’amore, la dedizione di Cristo per la sua Chiesa. È evidente, allora, che la comunione è un’esigenza primaria. Non ci sono due pastori o venti: ce n’è uno solo: Cristo. E tutti noi – vescovo e ottocento preti – siamo l’unico sacramento di questo unico pastore. Potremmo renderlo visibile se fossimo divisi tra noi? Cristo è forse stato diviso? Chiedeva ironicamente Paolo ai Corinzi. So che la vita del prete oggi non è facile – se mai lo è stata nella storia. Le gratificazioni sono scarse e i riconoscimenti pure; il contesto culturale in cui viviamo non fa gran conto di quello per cui abbiamo donato la vita e questo ci brucia. Quando siamo diventati preti lo abbiamo fatto convinti che Gesù Cristo, il vangelo, la chiesa sono valori assoluti, capaci di giustificare il dono di tutta la propria vita. E oggi respiriamo – che lo vogliamo o no – uno spirito diverso che condanna i valori assoluti e assolutizza quelli relativi come se fossero i soli per cui vale la pena vivere: il successo e il benessere, la realizzazione personale e la carriera. Vivere la sobrietà, la castità, l’obbedienza in un contesto come questo significa resistere a una pressione forte. Ma sono convinto che proprio per questo la nostra testimonianza è ancora più preziosa. Ho scelto come motto le parole di Paolo ai Romani: “Non mi vergogno del vangelo”. Non perchè mi senta particolarmente coraggioso, ma perchè so quale sia il valore del vangelo. So che quella umile parola che annuncia e trasmette l’amore di Dio per l’uomo è capace di rendere l’uomo libero da tutte le seduzioni e da tutte le paure, è capace di far zampillare dentro di lui la gioia anche in mezzo alle situazioni più difficili, è capace di liberarlo dalla presa mortale dell’egoismo e proiettarlo verso l’avventura affascinante dell’amore. Credo in Gesù Cristo; credo nel suo vangelo.
Da qui nasce l’evangelizzazione; nasce come atto di amore nei confronti dell’uomo. La percezione della distanza che separa l’uomo d’oggi dal vangelo diventa il segno della necessità sempre più grande dell’annuncio del vangelo. Non è opera di propaganda e non è intesa a rendere più forte la Chiesa; è opera d’amore e tende solo a rendere l’uomo più libero e gioioso. Il mondo diventa troppo brutto se non si riesce a guardarlo con gli occhi dell’amore; la vita è troppo dolorosa se non si riesce a renderla dono d’innamorato. Al di fuori di questo rimangono solo gli anestetici, per non far percepire la pesantezza della vita; o gli stimolanti per illudersi di vivere una vita parallela, diversa da quella reale. Annunciare il vangelo significa lavorare per l’umanità dell’uomo; e lavorare non con le nostre sole forze, ma con la forza dell’amore che viene da Dio attraverso Gesù Cristo. “Così dice il Signore, che offrì una strada nel mare e un sentiero in mezzo ad acque possenti... Ecco, faccio una cosa nuova; proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa.” (Is 43,16.19) Quando il secondo Isaia diceva queste parole, la condizione di vita degli Israeliti era avvilente, certo peggio della nostra oggi. Eppure quella parola era vera e rimane vera per noi: la risurrezione di Gesù ce ne dà la sicurezza perchè ha spezzato, e definitivamente, il cerchio di un mondo autoreferenziale e ha legato per sempre la nostra piccola storia precaria all’eternità di Dio.
La sfida che abbiamo davanti è proprio quella per l’umanità dell’uomo. Che non è garantita: per ciascuno di noi essere ‘umani’ è il risultato sempre precario di un’attenzione viva, di una crescita continua, di un esercizio (ascesi) perseverante. Non lo possiamo dare per scontato. Ci accorgiamo benissimo quando dal nostro cuore escono impulsi e sentimenti che ci fanno meschini: “Più fallace di ogni altra cosa è il cuore – avvertiva Geremia – e difficilmente guaribile; chi lo può conoscere?” E aggiungeva: “Io, il Signore, scruto la mente e saggio i cuori.” (Ger 17,9-10) C’è una profondità del cuore che non riusciamo a sondare, che nemmeno i sogni rivelano. Ma lì, in quel centro misterioso e a volte oscuro dell’uomo, lì entra la parola di Dio, lì purifica sentimenti e impulsi, genera sentimenti nuovi, apre strade nuove di semplicità: “Viva, infatti, è la parola di Dio, efficace, e più tagliente di una spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore.” (Eb 4,12) Questo cammino di purificazione operato nel cuore di ogni singola persona va insieme con l’azione di edificazione e correzione della Chiesa. Tutte le domeniche la comunità cristiana si raccoglie insieme per ascoltare la parola. A quella parola tutti, insieme, diamo l’assenso della fede. Così nasce e prende forma e cresce la Chiesa: non attraverso le nostre scelte, ma attraverso la nostra docilità alla chiamata del Signore. Il cammino di questi anni dopo il Concilio è stato fecondo, certamente, ma non ha ancora espresso tutte le sue valenze: poco alla volta la fisionomia delle nostre comunità deve essere plasmata dall’ascolto della parola. Non è ancora così: non è forse vero che anche nelle nostre comunità si sviluppano dinamismi di carriera, contrasti di potere? Possiamo dire che al centro della nostra attenzione ci stanno davvero i piccoli? Davvero nelle nostre comunità non si cerca il proprio interesse, ma piuttosto quello degli altri? Potrei continuare facilmente con l’esame di coscienza, ma mi capite bene. E non si tratta di scandalizzarsi per i limiti che riscontriamo; sarebbe, temo, anche questa una forma di fariseismo. Che in noi e tra noi ci siano egoismi, che grano e zizzania coesistano è affermazione scontata, addirittura banale. Il problema non è indignarci e ribellarci; il problema è volgerci sempre di nuovo verso la parola di Dio perchè sia essa a plasmarci e costruirci secondo il suo dinamismo proprio. Il problema è che l’eucaristia non sia solo rito, ma rito che dà forma alla vita delle comunità e le fa esistere nella logica dell’amore oblativo.
Insomma, l’unità della chiesa bresciana, di cui mi metto al servizio, sarà garantita dalla parola e dall’eucaristia se alla parola e all’eucaristia aderiremo con tutta la nostra fede; se non ci tireremo indietro quando la parola brucerà i nostri sentimenti meschini, quando l’eucaristia ci chiederà il sacrificio silenzioso di noi stessi. Quando san Paolo descrive la comunità di Corinto come il corpo di Cristo, dice che, a motivo di questo, nessuno può dire agli altri : “Non ho bisogno di voi.” E, parallelamente, nessuno può dire: “Non c’è bisogno di me.” Poi aggiunge: “Anzi, quelle membra del corpo che sembrano più deboli sono più necessarie; e quelle parti del corpo che riteniamo meno onorevoli le circondiamo di maggior rispetto, e quelle indecorose sono trattate con maggior decenza, mentre quelle decenti non ne hanno bisogno. Ma Dio ha composto il corpo, conferendo maggior onore a ciò che ne mancava, perché non vi fosse disunione nel corpo, ma anzi le varie membra avessero cura le une delle altre.” (1Cor 12,22-25) Insomma, secondo san Paolo, l’unità potrà manifestarsi nella chiesa quando concretamente in essa al centro verranno posti i piccoli – e cioè gli ammalati, gli anziani, i poveri, i bambini... insomma tutti coloro che per un motivo o per l’altro, sono deboli. È proprio così. Quando in una comunità al centro stanno i posti di potere, la vita diventerà una lotta per occupare quei posti; non è proprio questo lo spettacolo antico e sempre ripetuto della storia? Quando invece al centro vengono posti i piccoli, allora la comunità si compatta: quelli che hanno capacità, tendono a unirsi tra loro per rispondere meglio alle necessità dei piccoli. Insomma, loro, i piccoli, sono preziosi perchè da loro dipende molto della comunione nella chiesa.
Così ho finito anche la seconda e ultima predica, per oggi. Mi resta solo da ringraziare doverosamente tutti voi che siete venuti: ci siamo fatti a vicenda il dono di un’esperienza di Chiesa bella e grande, ricca di doni e salda nella speranza. Grazie. Grazie ai presbiteri, ai religiosi/e e ai laici che rappresentano l’intera diocesi di Piacenza-Bobbio e hanno desiderato accompagnarmi in questo giorno; una comunità che ho amato e dalla quale mi sono sentito voluto bene. Con le parole di Paolo, anch’io posso affermare che mi sono affezionato a voi e ho desiderato darvi non solo il vangelo di Dio, ma la mia stessa vita, perché mi siete diventati cari” (cfr 1 Ts 2,8) . Grazie anche al card. Ruini, mio vecchio insegnante e, credo di poterlo dire, amico. Grazie a tutti i vescovi che hanno concelebrato con noi: ricordo anzitutto mons. Marini perchè fino ad oggi, come vescovo di Piacenza- Bobbio, sono stato il suo vescovo; poi mons. Betori, compagno di seminario (e i compagni di seminario non si dimenticano). Un saluto affettuoso e grato al vescovo Giulio per aver servito con sapienza di padre la chiesa di Brescia; a lui unisco un ricordo amico per il vescovo Bruno anch’egli servitore generoso e fedele della nostra diocesi. Grazie ai fratelli sacerdoti delle Chiese ortodosse; ai pastori delle Chiese valdese ed evangelica; la loro presenza è un invito a continuare a camminare sulla via del dialogo e della comunione. Grazie a tutte le autorità civili e militari; la loro presenza ci fa sentire l’affetto e la partecipazione della città intera. Dio le benedica e doni loro di compiere con gioia ed efficacemente il loro servizio perchè, come dice san Paolo “possiamo trascorrere una vita calma e tranquilla, con tutta pietà e dignità.” Non mi resta che abbracciarvi idealmente tutti quanti, uno per uno, con l’abbraccio del Signore. Da oggi “io provo per voi, per la Chiesa bresciana, una specie di gelosia divina, avendovi promessi a un unico sposo, per presentarvi quale vergine casta a Cristo.” Mi doni il Signore un cuore puro, che sappia servire con gioia senza nessuna pretesa, che sappia parlare e donare per indirizzare a Cristo e poi ritirarsi con la libertà dell’amico dello sposo “perchè egli cresca e io, invece, diminuisca.”
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