Foto: Università cattolicaRealizzazione: Servizio Multimedia per la Pastorale
Carnevale. Da una settimana si è entrati ufficialmente in Quaresima ma in provincia di Vercelli si osservano le regole meneghine. Se ad Ivrea due domeniche fa si sono tirate le arance, se a Santhià è stato bruciato il Babaciù, a Carisio ieri era la volta dei più miti Gambin e Gambina, marito e moglie in costumi tipici. Le maschere tradizionali di questa zona del Piemonte hanno salutato nella chiesetta di San Nicola il
loro monsignore promosso vescovo.
Sette minuti in cui monsignor Ambrosio commenta il Vangelo della domenica con le tentazioni di Cristo e ringrazia la sua piccola comunità. «Per resistere al male occorre essere creatori di bene, di un contesto di buone relazioni» osserva. Poi il grazie alla sua comunità; a mani alzate, quasi a volerla abbracciare tutta.
della celebrazione il sindaco Costanzo Claudio sale all’ambone e lascia il suo saluto commosso. Era da otto secoli che Carisio non donava un vescovo alla Chiesa Cattolica. Parla di questo come di «un momento importante» nella vita di don Gianni,
«raggiunto con devozione, capacità e grande umiltà». «Tutto questo è motivo di orgoglio - continua - per lei e per tutti i suoi cari ma anche, di riflesso, per tutta la comunità di Carisio, che in questi ultimi anni, con il grande aiuto al parroco don Lodovico nelle celebrazioni domenicali e non solo, lei ha servito; sempre in silenzio, quasi non facendosi notare». «Domenica a Piacenza saremo tutti a gioire per lei e con lei e anche dal Paradiso una personale speciale (il padre di don Gianni, ndr.) orgoglioso e fiero la ammirerà».
Ecco che cosa ha detto il vescovo Luciano Monari alla presentazione del suo ritratto eseguito da Ulisse Sartini.
Innanzitutto naturalmente debbo ringraziare con tutto il cuore l’”Opera Pia Alberoni” per questa committenza. Debbo ringraziare il maestro Sartini per l’impegno che ci ha messo nel risultato. Ringrazio soprattutto perché lo leggo come un segno di affetto, di amicizia, di legame, e sono le cose che a me stanno più a cuore.
Mi sono detto: è un passo avanti perché sono anche soggetto museale, di museo; e questo non semplicemente come battuta, perché un ritratto in qualche modo fissa la vita di una persona. La vita di una persona è una avventura, è un romanzo che procede anno in anno con trasformazioni, cambiamenti, novità, esperienze, ecc. E un ritratto in qualche modo fissa, cioè fa in anticipo quello che farà la morte. Alla fine la morte conclude il ritratto della nostra persona, della nostra avventura, e rende questo ritratto definitivo, si potrebbe dire eterno.
Ebbene, una pittura in qualche modo l’anticipa, ma detto in modo positivo, non come se questo fosse la paura della morte che mi viene addosso o cose di questo genere; ma al contrario come un invito a rivedere il senso della mia esistenza: di tutto quello che sono stato, di quello che è diventato, dei miei limiti, di quello che non sono riuscito a fare, perché mi debbo confrontare con il risultato della fatica, delle sofferenze, degli errori, delle speranze che hanno accompagnato il mio cammino.
E un ritratto mi aiuta in questo senso a dire quello che diciamo tutte le sere a “compieta”: “Ora, o Signore, lascia che il tuo servo vada in pace, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza”. Che è come dire: c’è una maturità, un compimento della mia vita, c’è un limite nella mia vita che mi porto dietro, lo consegno a Te, porta a compimento Tu quello che non sono riuscito a fare.
E questo è il primo pensiero.
E tra le varie osservazioni, tra le varie indicazioni, una era quella del “sorrida dentro”. Adesso non mi ricordo le parole precise, ma il senso era esattamente questo: dovevo riuscire a sorridere dentro, sorridere dal di dentro… E questo per me è stata una cosa bellissima, perché vuole dire: evidentemente il sorriso deve vedersi fuori, altrimenti non cambia niente, non si può esprimere niente neanche dal punto di vista artistico. Però non è un fatto muscolare, non è semplicemente il fatto che i muscoli prendono una certa forza; è invece una rivelazione, deve il sorriso diventare una rivelazione, la rivelazione di quello che c’è dentro, la rivelazione, credo, della gioia di vivere, della gioia di esistere, di quel sì radicale alla vita che sta dentro a tutti i nostri comportamenti e a tutti i nostri rapporti.
E mi richiamava quello che sappiamo tutti, ma è bello ricordarci: l’uomo è carne, ma carne che esprime un’anima. È anima, è pensiero, ma è un pensiero incarnato, che si vede, che si vede in forme, in colori, in movimenti, in atteggiamenti, e così via… che in fondo la vita dell’uomo è arte. “Arte”, vuole dire: è fatta di materiali, come una tela, è fatta di materiali concreti di colori; però è capace di contenere un’anima, è capace di contenere un desiderio, una speranza, una attesa, una dignità, una profondità di vita. E questo credo sia prezioso, perché ci richiama in qualche modo – mi richiama al mio compito ‑ al nostro compito.
Voglio dire: noi siamo un’anima incarnata, questo è quello che siamo, ma questo è quello che dobbiamo essere: dobbiamo riuscire a incarnare, a esprimere quello che siamo dentro. Siamo un corpo, una carne, ma dobbiamo riuscire a fare sì che questa carne sia espressione di un’anima, di un cuore, di un desiderio; e questo è quello che siamo, ma nello stesso tempo quello che dobbiamo diventare.
Dicevo prima, il “mistero della mano”, di quello che una mano può essere. Ma evidentemente, quello che una mano è, è quello che riusciamo a metterci dentro noi nella mano, porta i sentimenti che abbiamo, dobbiamo avere quei sentimenti perché la mano li possa portare ed esprimere; e soprattutto si intende il volto, gli occhi.
In qualche modo siamo anche noi gli artisti del nostro corpo. Noi riceviamo un corpo dai nostri genitori, è secondo un certo codice genetico; però non rimane così per tutta la vita, lo plasmiamo noi. Lo plasmiamo con tutti i nostri comportamenti, con tutti i nostri sentimenti, con tutti i nostri impegni, con i nostri errori… s’intende. Cioè ogni comportamento in qualche modo lascia un piccolo segno, quasi invisibile ma che c’è dentro al nostro volto, dentro al nostro corpo. E l’impegno è proprio quello di dare una forma che sia la più bella e la più ricca e la più completa possibile.
E qui mi viene in mente che san Paolo nella Lettera ai Galati scrive così:
«figlioli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore finché non sia formato Cristo in voi!»
“Non sia formato Cristo in voi”, vuole dire: fino a che il vostro corpo non prenda una forma che è essenzialmente la forma di Cristo.
E un pochino prima aveva detto:
«non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me».
Che vuole dire: il nostro compito è addirittura dare al nostro corpo la forma di Cristo. Ma che cosa vuole dire “forma di Cristo”? Vuole dire tante cose:
Forma di uomo autentico, cioè di uomo che sia libero e responsabile.
Forma di uomo fiducioso, quel sì alla vita che ricordavo prima, e che si esprime in un sorriso di fondo. “Dare la forma di Cristo al nostro corpo”, vuole dire quello di un uomo obbediente, che sa cercare la verità e sa sottomettersi alla Verità.
E vuole dire soprattutto quello di “uomo innamorato”, che sa amare e cercare di fare della sua vita un dono.
Credo che la vera tristezza che noi ci portiamo dentro, a volte questo me la sento… è quando ci rendiamo conto che non riusciamo a esprimere l’umanità piena, quando mortifichiamo l’uomo che è in noi; quando mortifichiamo il Cristo, la presenza del Signore che è in noi.
Mi capita… siccome mi capita spesso di incontrare i giovani, e mi piace tantissimo… E mi verrebbe da dire, ma non posso evidentemente fare questo discorso qui… Però mi verrebbe da dire: “Attenzione, datevi da fare! Io sono arrivato fino a qui, e mi rendo conto di tutti i miei limiti, voi dovete andare più avanti, dovete riuscire ad esprimere ancora meglio l’umanità dell’uomo, la presenza di Cristo dentro la nostra vita. C’è molto da fare, da esplorare, da cercare, da realizzare, da migliorare…”.
Mi piacerebbe riuscire a trasmettere la voglia di vivere, la voglia di crescere umanamente dentro. Perché dicevo, quello che mi rimane come tristezza è proprio la tristezza di quello che non sono, che non sono riuscito a fare… che non ho voluto fare per cattiveria, per infedeltà…
Chiuso… adesso sono in Galleria, insieme con tutti i ritratti di persone… Importanti? Ebbene, lo sono stati. Sono davanti al Signore, e davanti al Signore cambiano molte cose.
Può succedere quello che si legge nel cap. 16° di Luca, che “chi è ricco si trova povero davanti al Signore, e chi era povero si trova immensamente ricco”.
Allora questa Galleria di quadri, di persone, di vescovi, che hanno servito Piacenza, sì c’è perché i vescovi evidentemente ha un suo significato di autorità, di valore, ecc. Però vale la pena guardarli custodendo la consapevolezza di questo: che alla fine i valori che entrano in questo mondo sono realtà autentiche, ma sono effimere e passeggere, e che alla fine deve rimanere, e che rimane alla fine di tutte queste persone, quello che hanno saputo vivere di amore e di dono agli altri, di servizio e di relazione autentica.
Tutti gli anni quando si faceva la festa del “Cerati”, don Bracchi rileggeva, ripeteva, sempre le parole che sono sulla tomba del Cerati:
“Nihil fuit – nihil est – et utinam sit aliquid apud deum” ‑ “Non è stato niente, adesso non è niente, Dio voglia che sia qualche cosa davanti a Dio”. “Dio voglia che della sua vita ci sia qualche cosa, un frammento che custodisce valore davanti a Dio, perché questo è l’unico che rimane”.
La contessa Matilda ‑ siccome sono reggiano e quasi di “Canossa”, alla contessa Matilda sono affezionato ‑ firmava così: “Matilda dei grazia quid est” – “Matilde, se per grazia di Dio è qualche cosa”.
Ecco, i ritratti io credo che li dobbiamo guardare così, per quello che dicono, per quello che suggeriscono, per quello che fanno capire, per il mistero che tentano di esprimere… con la consapevolezza della nostra fragilità e debolezza; con anche la consapevolezza che quello che rimane è in realtà quello che l’uomo è riuscito a trasformare in bontà e amore della sua vita.
Grazie ancora al maestro Sartini. Grazie all’Alberoni. Grazie al dott. Gasparotto e al dott. Fugazza perché hanno lavorato e faticato. Che Dio vi benedica.
Ordinazione Episcopale
INVOCAZIONE ALLO SPIRITO SANTO In apertura dei riti di ordinazione viene invocato il Spirito Santo, preludio alla preghiera consacratoria, cuore del rito, quando lo Spirito di Dio prenderà possesso dell’eletto. Tutti rimangono in piedi; si canta l’inno Veni creator.
PRESENTAZIONE DELL’ELETTO Ha luogo ora la presentazione dell’eletto e la lettura del mandato del Papa. Il mandato del Papa autorizza l’ordinazione del nuovo vescovo ed è segno di comunione con la sede di Pietro e quindi con la Chiesa universale. Un Presbitero si rivolge al vescovo ordinante principale con queste parole:
R everendissimo Padre, la santa Chiesa cattolica chiede che sia ordinato vescovo il presbitero…. Il Celebrante lo interroga, dicendo: A vete il mandato del Papa?
Il presbitero richiedente risponde: S ì, lo abbiamo.
Il vescovo ordinante principale dice: S e ne dia lettura.
Tutti siedono; viene letto il mandato.
BENEDETTO VESCOVO SERVO DEI SERVI DI DIO ……..
A lettura finita, tutti in segno di assenso rispondono: Deo Gratias
OMELIA Tutti rimangono seduti. Quindi il vescovo ordinante principale tiene l’omelia nella quale illustra le letture e parla ai presenti e all’eletto sul ministero del vescovo. Su tale argomento può dire le seguenti parole o altre simili.
F ratelli e figli carissimi, riflettiamo attentamente a quale alta responsabilità ecclesiale viene promosso questo nostro fratello. Il Signore nostro Gesù Cristo, inviato dal Padre a redimere gli uomini, mandò a sua volta nel mondo i dodici apostoli, perché pieni della potenza dello Spirito Santo, annunziassero il Vangelo a tutti i popoli, e riunendoli sotto l’unico pastore, li santificassero e li guidassero alla salvezza. Al fine di perpetuare di generazione in generazione questo ministero apostolico, i Dodici si aggregarono dei collaboratori trasmettendo loro, con l’imposizione delle mani il dono dello Spirito ricevuto da Cristo, che conferiva la pienezza del sacramento dell’Ordine. Così, attraverso l’ininterrotta successione dei vescovi nella tradizione vivente della Chiesa, si è conservato questo ministero primario e l’opera del Salvatore continua e si sviluppa fino ai nostri tempi. Nel vescovo circondato dai suoi presbiteri è presente in mezzo a noi lo stesso Signore nostro Gesù Cristo, sommo sacerdote in eterno. È Cristo infatti che nel ministero del vescovo continua a predicare il Vangelo di salvezza e a santificare i credenti mediante i sacramenti della fede; è Cristo che nella paternità del vescovo accresce di nuove membra il suo corpo che è la Chiesa; è Cristo che nella sapienza e prudenza del vescovo guida il popolo di Dio nel pellegrinaggio terreno fino alla felicità eterna. Accogliete dunque con gioia e gratitudine questo nostro fratello che noi vescovi, con l’imposizione delle mani, oggi associamo al collegio episcopale. Rendete a lui l’onore che si deve al ministro di Cristo e al dispensatore dei misteri di Dio, al quale è affidata la testimonianza del Vangelo e il ministero dello Spirito per la santificazione. Ricordatevi delle parole di Gesù agli Apostoli: «Chi ascolta voi, ascolta me; chi disprezza voi, disprezza me; e chi disprezza me, disprezza colui che mi ha mandato». Quanto a te, fratello carissimo, eletto dal Signore, rifletti che sei stato scelto fra gli uomini e per gli uomini sei stato costituito nelle cose che riguardano Dio. Episcopato infatti è il nome di un servizio, non di un onore, poiché al vescovo compete più il servire che il dominare, secondo il comandamento del Maestro: «Chi è il più grande tra voi, diventi come il più piccolo, e chi governa come colui che serve». Annunzia la Parola in ogni occasione opportuna e non opportuna; ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina. E, mediante l’orazione e l'offerta del sacrificio per il tuo popolo, attingi alla pienezza della santità di Cristo la multiforme ricchezza della divina grazia. Nella Chiesa a te affidata sii fedele custode e dispensatore dei misteri di Cristo. Posto dal Padre a capo della sua famiglia, segui sempre l’esempio del Buon Pastore, che conosce le sue pecore, da esse è conosciuto e per esse non ha esitato a dare la vita. Ama con amore di padre e di fratello tutti coloro che Dio ti affida: anzitutto i presbiteri e i diaconi, tuoi collaboratori nel ministero; ma anche i poveri, gli indifesi e quanti hanno bisogno di accoglienza e di aiuto. Esorta i fedeli a cooperare all’impegno apostolico e ascoltali volentieri. Abbi viva attenzione a quanti non appartengono all’unico ovile di Cristo, perché essi pure ti sono stati affidati nel Signore. Ricordati che nella Chiesa cattolica, radunata nel vincolo della carità, sei unito al collegio dei vescovi e devi portare in te la sollecitudine di tutte le Chiese, soccorrendo generosamente quelle che sono più bisognose di aiuto. Veglia con amore su tutto il gregge, nel quale lo Spirito Santo ti pone a reggere la Chiesa di Dio: nel nome del Padre del quale rendi presente l’immagine; nel nome di Gesù Cristo suo Figlio, dal quale sei costituito maestro, sacerdote e pastore; nel nome dello Spirito Santo, che dà vita alla Chiesa e con la sua potenza sostiene la nostra debolezza.
Dopo l’omelia, secondo l’opportunità, si fa un breve silenzio.
IMPEGNI DELL’ELETTO L’eletto assume pubblicamente gli impegni della missione episcopale: predicare il vangelo e custodire la fede cristiana; edificare la comunità in comunione con la Chiesa e prestare obbedienza al successore di Pietro; essere sempre accogliente verso tutti e pregare per il popolo di Dio.
L’eletto si alza in piedi, volgendosi verso il Celebrante, che lo interroga. L ’antica tradizione dei santi padri richiede che l’ordinando vescovo sia interrogato in presenza del popolo sul proposito di custodire la fede e di esercitare il proprio ministero.
V uoi, fratello carissimo, adempiere fino alla morte il ministero a noi affidato dagli Apostoli, che noi ora trasmettiamo a te mediante l’imposizione delle mani con la grazia dello Spirito Santo? Eletto: Sì, lo voglio.
Vescovo ordinante: V uoi predicare, con fedeltà e perseveranza, il Vangelo di Cristo?
Eletto: Sì, lo voglio.
Vescovo ordinante: V uoi custodire puro e integro il deposito della fede, secondo la tradizione conservata sempre e dovunque nella Chiesa fin dai tempi degli Apostoli?
Eletto: Sì, lo voglio.
portando sul capo lo stesso modello di mitria che indossò Giovanni Paolo II per l’apertura della porta santa la notte di Natale del 1999. Era il gesto simbolico che dava il via al Giubileo del Duemila. Oggi, con quella mitria confezionata dallo stesso atelier di Treviso, monsignor Ambrosio darà il via al suo ministero episcopale nella chiesa piacentino-bobbiese.
La mitria è ornata da 480 piccole gemme di quarzo morione, detto anche quarzo fumèe per la sua caratteristica cromatica, essendo di color ambra scuro. Una pietra semi preziosa che vale per la lavorazione effettuata (in Germania) non tanto per il valore in sè delle pietre. Il copricapo simbolo dell’autorità è confezionato con un tessuto dorato ed una rete sovrapposta sulla quale, in 58 piccoli quadrati, sono inserite le 480 pietre da 6 millimetri l’una. Il dono della Cattolica è stato confezionato dalla sartoria ecclesiastica Decima Regio di Treviso, la stessa che ha realizzato 64 paramenti per Giovanni Paolo II e una quarantina per Benedetto XVI. Non solo: tra gli altri, ha servito il neo vescovo di Fidenza, Carlo Mazza (un pastorale), e i vescovi piacentini Piero Marini (due pastorali, di ebano e di argento) e Antonio Lanfranchi (mitria, casula e pastorale). Dovrebbe fornire anche il pastorale donato dalla diocesi di Piacenza-Bobbio a monsignor Ambrosio. Si vedrà dopo l’ordinazione. Sabato 16 febbraio, in duomo, ad Ambrosio verrà consegnato molto probabilmente quello del vescovo Malchiodi.Nella giornata di oggi, giovedì 7 febbraio, è morto alla Casa di riposo
"Castagnetti" di Pianello mons. Luigi Molinari.
Nato il 22 settembre 1913, sacerdote dal 1937, è stato a lungo parroco
di Pianello. I funerali saranno celebrati sabato 9 febbraio alle ore 14.30 nella
chiesa di San Maurizio a Pianello e saranno presieduti dall'amministratore
diocesano mons. Lino Ferrari.
Comunicato stampa diocesi di Piacenza-Bobbio
Piacenza - Ecco il manifesto con il quale la diocesi di Piacenza-Bobbio annuncia il giorno dell'ordinazione e della presa di possesso del nuovo vescovo Gianni Ambrosio: il prossimo 16 febbraio. Il manifesto è, in questi giorni, in distribuzione in tutte le parrocchie della diocesi. La foto raffigurata è stata scattata da Prospero Cravedi, fotografo di Libertà, il 22 dicembre del 2007 nella sede di Milano dell'Università Cattolica del Sacro Cuore. Era il giorno dell'annuncio della nomina di Ambrosio a vescovo di Piacenza-Bobbio. Monsignor Gianni Ambrosio, nella foto, indossa lo zucchetto paonazzo e la croce pettorale, pur non essendo ancora vescovo ordinato, così come vuole la tradizione ambrosiana.Il testo integrale dell'articolo su Libertà di oggi, 4 febbraio 2008

Lo stemma di un Vescovo è normalmente costituito da:
“Di rosso, alla croce di Sant’Andrea d’oro, accantonata nel 1° dal cuore fiammato dello stesso, sanguinoso di rosso; nel 2° dalla stella (7) d’argento; nel 3° dalla colomba volante dello stesso; nel 4° dalla conchiglia di San Giacomo d’oro”
Le parole del motto sono tratte dall’ “Itinerarium” dell’anonimo pellegrino a Piacenza, attribuito per molti secoli a Sant’Antonino ed identificano una sintesi del programma pastorale del Vescovo Gianni Ambrosio.
Il rosso è il colore intenso dell’amore e del sangue, concetti spesso abbinati nella Sacra Scrittura; l’amore senza limite di Gesù che ha versato il suo sangue per la nostra redenzione; l’amore del Padre per noi, così forte da inviare il suo Figlio prediletto per la nostra salvezza: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dar il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16). E’ inoltre il colore del martirio; del martire Sant’Andrea, qui ripreso dall’omonima croce che attraversa lo scudo e che richiama
L’ oro è il metallo più nobile, simbolo quindi della prima Virtù,
L’argento è lo “smalto” che rappresenta la trasparenza, quindi
La colomba simboleggia San Colombano Abate, patrono di Bobbio. Il Santo, monaco irlandese, giunse a Bobbio nell’autunno del 614 e constatando lo stato di abbandono della chiesa di San Pietro, vi fece erigere attorno delle costruzioni in legno, primo centro di vita monastica e qui morì il 23 novembre del 616. Le sue spoglie riposano nella cripta dell’Abbazia.
La conchiglia di San Giacomo, classico simbolo iconografico del Pellegrino, costituisce qui un riferimento alla formella presente nella Cattedrale di Piacenza, che ritrae la figura dell’Anonimo piacentino che nel 570 circa tracciò un itinerario significativo per la conoscenza della Terra Santa; a ricordare inoltre che Piacenza è terra di pellegrinaggi e di pellegrini; la città infatti si trova sul percorso della famosa “Via Francigena” e in passato aveva una grande capacità di accoglienza per i pellegrini che transitavano attraverso di essa. Inoltre è terra di pellegrini: San Raimondo Palmerio (+1200), pellegrino a Santiago di Compostela; San Corrado Confalonieri (+1361), eremita e pellegrino; San Rocco di Montpellier particolarmente legato a Sarmato, paese della provincia piacentina. Inoltre, il richiamo di tale immagine, presente anche nello stemma del Santo Padre Benedetto XVI, vuole significare la devozione filiale del Vescovo verso il Papa che lo ha annoverato tra i successori degli Apostoli.