sabato 16 febbraio 2008

Il saluto di monsignor Ferrari al vescovo Ambrosio

Carissimo Vescovo Gianni,

a nome di tutta la Chiesa di Piacenza – Bobbio Le porgo il più grande e affettuoso benvenuto.
Oggi siamo in festa e ci stringiamo attorno a Lei: nella storia della nostra cattedrale è la seconda volta che la comunità diocesana ha la gioia di partecipare all’ Ordinazione del proprio Vescovo.
Con Lei vogliamo innanzitutto ringraziare il Signore. E’ la sua Grazia che alimenta la vita della nostra Chiesa, è la sua Grazia che ha compiuto in Lei meraviglie e che La sosterrà nel servizio che sta per iniziare.
Tra poco con l’ Ordinazione episcopale sarà inserito nella lunga e feconda catena della successione apostolica. Al successore di Pietro, Sua Santità Benedetto XVI, va la nostra sincera e profonda gratitudine per averLa scelta come Vescovo della Chiesa di Piacenza- Bobbio. Di fronte alla chiamata che, tramite il Santo Padre, il Signore Le ha fatto, Lei ha pronunciato nuovamente il sì come quando ha iniziato il Suo ministero sacerdotale. Grazie per questa disponibilità, grazie per la Sua venuta tra noi e per il servizio di Maestro e di Pastore che ha accettato di svolgere.
Un grazie sincero a Sua Eminenza il Card. Tarcisio Bertone, che presiede questa celebrazione e a tutti i Vescovi concelebranti; un saluto particolare ai Cardinali e ai Vescovi piacentini, a Mons. Enrico Masseroni, Arcivescovo di Vercelli e a Mons. Monari, che per dodici anni ha guidato la nostra Diocesi: con la loro presenza esprimono vicinanza ed amicizia a Lei e alla nostra comunità e rendono visibile l’unità e la cattolicità della Chiesa. Grazie alla Sua famiglia, in particolare alla Sua mamma, che ha deciso di accompagnarLa nella nuova missione affidataLe.
In questa cattedrale oggi sono raccolte molte persone di una Chiesa e di un territorio che Lei, Eccellenza, ha già cominciato a conoscere ed amare nelle settimane scorse e che da oggi sarà la Sua nuova casa e la Sua nuova famiglia. Ci auguriamo, con l’aiuto del Signore, di essere capaci di mostrarLe concretamente il nostro legame, il nostro affetto, la nostra grata collaborazione.
Nella preghiera si uniscono a Lei anche coloro che non possono essere presenti: i piccoli, i sofferenti, gli ammalati. Molti di loro ci stanno seguendo attraverso i mezzi di comunicazione.
Abbiamo una Chiesa bella da presentarLe, fecondata dal sangue dei Martiri Antonino e Giustina, illuminata dalla predicazione di San Colombano e dei suoi monaci, guidata da esemplari Pastori, tra i quali S. Antonio Gianelli e il Beato Giovanni Battista Scalabrini, animata da una schiera di Santi religiosi e laici.
Questa preziosa eredità è per noi invito ad essere una comunità cristiana, che vive il tempo presente nella consapevolezza delle difficoltà ma anche cosciente dei doni che la caratterizzano. Attraverso l’azione dei presbiteri, dei diaconi, dei religiosi e delle religiose, dei singoli laici e delle aggregazioni laicali, degli uffici diocesani, delle diverse opere missionarie, caritative, catechistiche, contemplative, ci impegniamo a testimoniare il Signore Risorto, nostra unica speranza, agli uomini di oggi.
Vogliamo, con entusiasmo, camminare insieme con Lei sulle orme di Cristo; vogliamo, attraverso la Sua guida, crescere come Chiesa capace di comunione, collaborazione, corresponsabilità a livello parrocchiale, di unità pastorale e di diocesi, crescere nella capacità di discernimento, e nello stile di servizio, per una testimonianza coraggiosa e amorevole.
Da Lei guidati vogliamo continuare a seguire, come discepoli gioiosi, il Signore Gesù, il Figlio amato del Padre. La vita del credente, come ci ricorda nel Suo stemma episcopale, è sequela di Cristo, che chiede apertura del cuore, capacità di amare, coraggio di muoversi e di vivere come pellegrini.
Affidiamo al Signore, invocando l’ intercessione di Maria, venerata come Madonna del nostro popolo, il Suo servizio e il Suo magistero episcopale, certi che la grazia divina ci sosterrà nel cammino che ci attende.

Il saluto del vescovo Ambrosio al sindaco Reggi

Signor Sindaco,

giunto in questa suggestiva piazza, ho il cuore pieno di meraviglia e di gioia. Di meraviglia innanzi tutto, per la bellezza di questa Cattedrale, davvero maestosa, costruita dal popolo di Piacenza, in particolare dalle Corporazioni di Arti e Mestieri. Di gioia poi – e di gioia davvero grande - perché nel disegno della Provvidenza questo popolo operoso, che ha voluto contribuire all’edificazione della propria Cattedrale, è il popolo che il Signore mi ha affidato.
Sono lieto e onorato, Signor Sindaco, di venire a far parte di questa comunità. Vengo come un pellegrino che trova qui la terra ospitale, la sua casa, la sua famiglia. Vengo come un cittadino che desidera inserirsi in questa civitas ricca di storia e protesa al futuro, come Lei ha molto bene evidenziato.
Come membro di questa comunità civica, mi sento impegnato a lavorare con tutti per il bene della città, dei suoi cittadini, di tutti gli abitanti di questa terra.
Come Pastore di questa Chiesa, assicuro la collaborazione mia personale e di tutta la comunità ecclesiale. Nel dialogo sereno e rispettoso si cercano insieme le strade per realizzare quel bene comune che favorisce la crescita civile, etica e culturale della nostra popolazione, con particolare attenzione ai nostri giovani e alla questione educativa e con particolare solidarietà nei confronti delle persone più deboli.
Mi sia concesso ricordare qui, in questo primo incontro cui seguiranno tanti altri, la sapienza antica espressa nel salmo 127 e attribuita a Davide, il re-pastore di Israele: “Se il Signore non costruisce la casa, invano faticano i costruttori. Se il Signore non custodisce la città, invano veglia il custode” (Sal 127,1). Sapienza antica e profonda, dicevo, e, mi permetto di aggiungere, sapienza quanto mai attuale.
Il saluto e l’augurio che Lei, signor Sindaco, mi ha cortesemente rivolto a nome di tutta la città, sono di grande conforto e di stimolo per il mio ministero, e gliene sono sinceramente grato.
Saluto e ringrazio tutti i sindaci dei comuni della nostra vasta diocesi.
E ringrazio di cuore il Sindaco di Santhià, mia città natale, come quello di Carisio ove risiede la mia famiglia.
Saluto e ringrazio il Signor Prefetto, il presidente della Provincia di Piacenza e il presidente della Provincia di Parma, tutte le autorità civili e militari che con la loro presenza onorano questo mio primo contatto con la gente piacentina.
Rendendo omaggio al nuovo Pastore, voi onorate, al di là della mia persona, la Chiesa di Piacenza-Bobbio che tanta parte ha avuto nella storia del popolo piacentino-bobbiese. E questa comunità ecclesiale continuerà il suo impegno per essere forza vitale della società, come ‘sale della terra’ e ‘anima del mondo’ (cf. Lettera a Diogneto).
Incamminiamoci ora verso la Cattedrale ove, dinanzi all’altare, ci rivolgeremo al Padre perché venga incontro alle nostre giuste aspirazioni.

Il saluto dei giovani al vescovo Ambrosio

Saluto al vescovo mons. Gianni Ambrosio
da parte di Elisa Ghiadoni e Marco Vino,
in rappresentanza dei giovani della diocesi


Benvenuto tra noi, vescovo Gianni!

La Diocesi di Piacenza-Bobbio, dopo averti atteso, ti accoglie oggi con gioia come dono del Signore.
Vestigia Christi sequentes: sulle orme di Cristo.
Ti ringraziamo per le parole che hai scelto per il tuo motto episcopale.
Al primo posto, poni Lui, Cristo, richiamando così la nostra attenzione e indirizzandola immediatamente dove anche tu non vuoi smettere di guardare, a quel centro attorno al quale ruota tutta la nostra vita e quella della nostra Chiesa.
E’ da Lui, Cristo, che desideriamo sempre di nuovo lasciarci incontrare, per essere pietre vive della sua Chiesa e cristiani che nel mondo testimoniano la gioia di stare dalla parte delle ragioni del vivere e del credere, certi che “ogni agire serio e retto dell'uomo è speranza in atto”.
Ti auguriamo di cuore di poter sentire oggi, e da oggi tutti i giorni, l’abbraccio buono del Mistero che Gesù ha portato nel mondo. Di poter contemplare, anche nei volti per te nuovi della Chiesa piacentina, il volto dell’unico Signore e maestro. Di poter sperimentare, nelle croci e nelle gioie dell’episcopato, quella conformazione a Cristo che ci hai voluto indicare come traccia sicura di cammino, proponendoci di seguire, insieme, le sue orme.

Sulle orme di Cristo, recitano le parole che hai scelto come motivo del servizio episcopale.
Le orme di Cristo sono quelle che ti hanno e ci hanno portati sino a qui ed è da qui che, con te, vogliamo oggi ripartire.
Nella storia della nostra Chiesa di Piacenza-Bobbio abbiamo camminato: in essa riconosciamo i segni della grazia e dell’amore di Dio. Ci piacerebbe rileggerla con te, questa storia, e rendere grazie per le orme già tracciate. Queste orme, tanto fedeli nella sequela da poter essere considerate quelle di Cristo stesso, non vogliamo dimenticarle, ma desideriamo continuare a camminare insieme sulla via già aperta.
Nessuno è solo in questo nuovo inizio. Possiamo dirlo senza incertezza alcuna: non solo perché noi possiamo contare su di te come tu puoi contare su di noi, sulla nostra più completa disponibilità e amicizia, ma perché insieme possiamo contare sulla storia benedetta della nostra Chiesa, che ha lasciato segni indelebili nati dalla fedeltà alla promessa che Dio ci ha fatto.
Ci siamo, cammina con noi!

Il richiamo a seguire le orme di Cristo ci porta con gioia a guardare avanti, al cammino da percorrere insieme negli anni a venire.
Per questo ti chiediamo, con le parole di Sant’Agostino, di essere con noi cristiano e per noi vescovo.
Sentiamo vivo il desiderio di continuare a ricercare orme che orientino il nostro cammino, rendendolo meno incerto: in questa ricerca sta il desiderio di senso che, ne siamo certi, abita il cuore di ogni uomo.
Abbiamo bisogno che tu condivida con noi la misura altamente umana di questo desiderio, ma ti chiediamo anche di essere per noi pastore: non sempre, infatti, nella complessità che viviamo, è facile discernere le orme di Cristo per camminare alla sua sequela. Abbiamo imparato, nei secoli della storia e negli anni appena trascorsi, a cercare nel Vescovo la guida sicura verso la verità, che sempre ci precede e ci viene incontro, ma anche la pazienza del padre, capace di accoglierci in un abbraccio misericordioso e la voce che illumina e rende viva la Parola del Vangelo.
Queste orme le vogliamo seguire insieme, come Chiesa di Piacenza Bobbio.
Sappiamo che non sarà sempre facile camminare uniti: da soli sembra a volte di fare meno fatica e ci si illude di arrivare più in fretta alla meta.
Per questo ti chiediamo, quando incontrerai la realtà della nostra Chiesa anche nelle sue differenze, di essere tra queste punto di riferimento e segno di unità.
Ci affidiamo al Signore affinchè in questo cammino non ci vengano mai a mancare la consolazione della comunione con i fratelli nella fede, ma anche la sincerità e la stima reciproca per stare nella compagnia degli uomini.

Come hai visto, vescovo Gianni, ad accoglierti ci siamo anche noi giovani: vogliamo esprimere la nostra gioia per il tuo arrivo e vogliamo dirti il nostro desiderio di camminare con te.
Ti abbiamo accolto gioiosamente perché ci piace pensare alla fede con gioia e alla Chiesa come ad un luogo accogliente. Certo, non vogliamo illuderci ed illuderti: non è sempre così la nostra Chiesa, né è sempre facile il nostro cammino in essa.
Nell’attesa di poterci incontrare e conoscere più da vicino, fin d’ora ti diciamo grazie per aver accettato di essere per noi maestro e padre e con noi fratello e compagno di strada, disposto a prenderti a cuore le nostre molte domande e poche certezze, il nostro grande desiderio di autenticità e di una vita spesa in pienezza.
Ti attendiamo nelle nostre parrocchie, nei nostri movimenti e associazioni, a scuola e all’università. Non stancarti di cercare anche quei giovani che sembra non vogliano farsi trovare. Abbiamo bisogno che qualcuno ci doni fiducia, anche se sbaglieremo per la nostra inesperienza. Ti mettiamo a disposizione la nostra fragilità, non come un ostacolo da aggirare ma come un desiderio da abitare, una speranza da sostenere.
Siamo fragili, ma convinti che, proprio in questa fragilità, chieda di essere seminata quella Parola che a te è stata affidata. Non smettere mai di donarcela. Non stancarti delle nostre fatiche, non temere le nostre resistenze e i nostri errori: sono spesso il tentativo di dire la nostra voglia di vivere, la nostra sete di infinito, il nostro desiderio di sentire che il Vangelo è proprio quella parola che può renderci forti e sereni.

Ci siamo, vescovo Gianni! Cammina con noi!
Grazie per aver accolto questa nuova chiamata del Signore: che Egli possa illuminarti con il suo Santo Spirito, che oggi scenderà su di te, come maestro sapiente e pastore buono.
Benvenuto a Piacenza!

Il saluto del sindaco Reggi al vescovo Ambrosio

Eccellenza,
è con profonda emozione che, anche a nome della collettività piacentina, sono lieto di porgerLe il benvenuto nella nostra città, che oggi La accoglie con sincera e gioiosa partecipazione. Oggi festeggiamo il Suo ingresso nella nostra Diocesi e desidero quindi esprimere con queste parole la vicinanza, l’affetto, l’abbraccio ideale di tutti i piacentini, sottolineando, nel contempo, la storia e le eccellenze di una realtà bimillenaria quale è Piacenza.
Terra di papi, come Gregorio X, guelfa per vocazione, nel Cinquecento visse il dominio dei Farnese. Qui crearono il loro avamposto militare proprio come avevano fatto i legionari romani nel 218 a.C., quando fondarono la città per contrastare le truppe di Annibale. Una città dove i mercanti, nel Medioevo, si fecero conoscere in tutta Europa per la loro intraprendenza commerciale ed economica. Piacenza batteva addirittura moneta e teneva un’università.
Nei secoli, questa città è stata crocevia di razzie spagnolesche, francesi e asburgiche, ma anche luogo di transito di pellegrini ansiosi di conoscere il messaggio di Cristo: perché da queste parti la via Francigena ha avuto un ruolo importante per la storia e la cultura cristiana. Il suo patrono, S. Antonino, è un martire cristiano che difende gli ideali della fede e proprio per questo viene ucciso.
Eccellenza, chi non ha memoria del proprio passato non può essere padrone del proprio futuro, perché, come diceva Enzo Biagi “la vita è memoria”.
Durante il Risorgimento, Piacenza si distinse per l'annessione al nascente Regno d'Italia, con un plebiscito in cui la quasi totalità dei votanti scelse di seguire le sorti del Piemonte, tant’è che per questa ragione fu nominata la Primogenita. Spettò alla cultura, un ruolo fondamentale nel rimarcare e diffondere lo spirito volto, nell’Ottocento, all’unità nazionale, e, nel secolo scorso, alla ricerca di un’identità comune europea.
E anche la Chiesa piacentina ha confermato, con la sua storia, quello stesso legame profondo e inscindibile tra cultura e società. In questa città è nato il cardinale Giulio Alberoni, il quale decise di lasciare in dono a Piacenza il collegio a lui dedicato; un’istituzione che nel tempo ha formato prelati e porporati, alcuni dei quali hanno poi prestato il loro servizio a Sua Santità.
Negli anni, il confronto tra Chiesa e mondo laico ha prodotto fermenti culturali e sociali di rilevante importanza. Non a caso, questa terra, per tradizione e per vocazione, ha visto affermarsi grandi personalità ecclesiastiche: dal Beato Giambattista Scalabrini, che ha dedicato la sua opera ai migranti del secolo scorso, al cardinale Agostino Casaroli, uomo del dialogo tra la Chiesa e l’Est europeo prima della caduta del Muro di Berlino, fino al cardinale Ersilio Tonini, che con la sua spiccata capacità comunicativa porta le parole del Vangelo ai giovani, anche attraverso i media.
Discreta e sfuggente alle classificazioni, Piacenza è stata definita “terra di passo”, anche da Leonardo Da Vinci, per la sua posizione strategica, crocevia tra regioni diverse. Ciò, tuttavia, non ha impedito ai piacentini di esprimere una propria identità, fondata sui valori della libertà, della giustizia sociale, della solidarietà, della tolleranza e della pace.
Piacenza, nel rispetto dei ruoli che ciascuno occupa a livello istituzionale, indossa un abito intessuto di quella generosità silenziosa e concreta che caratterizza il volontariato, con le sue numerose associazioni pronte a intervenire in favore degli ultimi e dei deboli, sia sul nostro territorio che nei Paesi più lontani e bisognosi d’aiuto. La solidarietà nei confronti di popolazioni dilaniate dalla povertà e dalla guerra ci ha condotto a rafforzare, in particolare, il legame con l’Unicef e con altre organizzazioni umanitarie, che si concretizza nel sostegno diretto ed esclusivo a strutture di accoglienza rivolta alle ragazze e ai ragazzi di strada in Congo e in altre parti del mondo.
Un’attenzione, quella rivolta ai più piccoli, che si riflette anche in ambito locale, innanzitutto attraverso progetti mirati a restituire loro quegli spazi di socializzazione che l’evoluzione del territorio urbano rischia di cancellare. Una politica che considera i bambini al primo posto, e insieme a loro gli anziani, che rappresentano un quarto della nostra popolazione e ai quali vogliamo essere particolarmente vicini. Sia a coloro che sono indipendenti e attivi, ma soprattutto ai non autosufficienti, a quanti vivono situazioni di solitudine.
Piacenza sta cambiando volto: se è vero che è stata città di chiese e caserme, in questi ultimi anni è emersa una forte volontà di recupero agli usi civili delle aree militari e industriali dismesse, che potranno diventare spazi di aggregazione, accoglienza ed elementi di riqualificazione urbana.
Quanto alle chiese, voglio ricordare ciò che disse a proposito della basilica di S. Antonino lo scrittore Giorgio Manganelli: “E’ una meraviglia. E’ forse una delle meraviglie di Piacenza. Una chiesa di gran classe, nasce carolingia, si imparenta col Gotico… Qui si discusse della pace di Costanza tra gente teologica ed irta”. E non posso non citare la maestosità della Cattedrale, che oggi ci accoglie per questo evento di particolare importanza. In queste due chiese si impastano storia e cultura, romanico medio padano e rinascimento, vita e morte, mercanti senza tempo di un Medioevo lontano e gente comune, che ancora oggi fa di questi tesori il centro dei momenti di raccoglimento e di preghiera.
Poco distante dalla basilica patronale c’è il nostro teatro, il Municipale, che nel 2004 ha celebrato i duecento anni dalla nascita. Sul palco del teatro piacentino si sono esibiti i grandi nomi della lirica, della prosa e della concertistica, e ancora oggi si alternano grandi maestri capaci di attrarre, oltre agli appassionati di sempre, un pubblico giovane in forte crescita.
Una città è fatta di tante presenze più o meno evidenti, ma tutte ugualmente importanti. Tra queste realtà preziose c’è il 2° Reggimento del Genio Pontieri – presente da più di 120 anni a Piacenza – impegnato in missioni di pace in Kosovo e in Afghanistan, dove abbiamo pianto, recentemente, la scomparsa del maresciallo capo Daniele Paladini, brutalmente ucciso da quel fondamentalismo che ognuno di noi respinge con forza. I Pontieri ricostruiscono, ripristinano arterie stradali e nuovi ponti, e allora parlare di ricostruzione, in questo caso, significa guardare con fiducia al domani ma anche, inevitabilmente, ritornare con la memoria all’epoca in cui fu il nostro Paese a conoscere la devastazione della guerra. In quegli anni, il territorio piacentino poté contare sull’impegno e sul coraggio di oltre seimila partigiani. Al termine del secondo conflitto mondiale, la città pianse 926 caduti – molti dei quali giovani – e altrettanti feriti, in una strenua battaglia per la Resistenza contro il nazi-fascismo che le è valsa la Medaglia d’Oro al Valore Militare. E, prima ancora, la consapevolezza del sacrificio in nome della libertà e della democrazia.
Ideali altissimi, questi, già rivendicati nelle prime lotte operaie tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, in una Piacenza che nel 1891 aveva visto sorgere la prima Camera del Lavoro d’Italia.
La svolta del XX secolo comportò un fervido impulso allo sviluppo economico: fiorivano, in città, le industrie manifatturiere, meccaniche e i bottonifici, dove venne impiegata anche e soprattutto la manodopera femminile. Gli archivi fotografici del tempo ci restituiscono profili di donne chine nei campi, su distese di pomodori o in fabbrica. La fatica quotidiana si rivelò un passo fondamentale nell’acquisizione di autonomia, e il lavoro fu, per quelle donne e ragazze fiere e forti, una conquista dura, ma essenziale, nel lungo cammino verso il riconoscimento della parità di diritti che conduce sino ad oggi: il mondo femminile è alla ricerca, con successo, di una propria dimensione professionale e politica, destinata a crescere e ad essere sempre più qualificata.
Nella nostra città, nei primi anni Cinquanta, sorse, come Ella ben sa, l’Università Cattolica del Sacro Cuore, avviata da Padre Agostino Gemelli. Una realtà accademica che ben presto assunse dimensioni importanti. Gli studenti provenivano e provengono da tutta Italia. La Cattolica è da sempre un centro di eccellenza a supporto dell’industria agricola, che nel territorio piacentino ha avuto e ha tuttora un ruolo fondamentale, soprattutto nell’agroalimentare.
Un ulteriore elemento di pregio, per Piacenza, è costituito dalla presenza del Politecnico di Milano, che valorizza la nostra tradizione imprenditoriale nei settori della meccanica, dei trasporti e dell’energia.
L’economia del nostro territorio risente delle sofferenze esistenti a livello nazionale, ma la qualità delle aziende, soprattutto di piccole e medie dimensioni, che Ella avrà modo di conoscere, è all’avanguardia e ci consente di guardare con fiducia al futuro. Inoltre, si sta ampliando una rete di infrastrutture moderne, adeguate alle esigenze delle realtà che portano lavoro e occupazione in questo contesto in espansione. Non possiamo però dimenticare che anche qui, come in ogni città italiana, esistono sacche di povertà e di emarginazione. La qualità della vita è buona, è vero, ma di questi tempi la crisi coinvolge soprattutto i più deboli e i meno abbienti, che dobbiamo mettere in condizione di migliorare la loro situazione sociale.
Favorire la coesione sociale significa anche procurare un ambiente sicuro ai propri concittadini, attraverso la riqualificazione e la ricostruzione urbana, e servizi basilari in campo educativo, sociale e culturale.
Mi rivolgo dunque a Lei, Eccellenza, chiedendoLe di accompagnarci in questo difficile percorso, nel tentativo di dare conforto a chi ne ha realmente bisogno e di far sì che coloro che vivono in situazioni di privilegio abbiano la giusta sensibilità per una città più solidale, più equa e meno rintanata in quell’individualismo che è il male del nostro tempo.
In questa terra di confine, crocevia di culture e tradizioni, che oggi si interroga sulla crescente complessità del mondo e della società contemporanea, il dialogo tra laicità e spiritualità rappresenta da sempre uno stimolo prezioso alla riflessione e al dibattito pubblico. Sono certo che a Piacenza potrà trovare una comunità aperta all’ascolto e desiderosa di condividere, insieme a Lei, un percorso di crescita interiore e riscoperta di valori essenziali quali la carità cristiana, l’incontro con la diversità, l’attenzione alle necessità di chi vive situazioni di disagio, solitudine e povertà.
Eccellenza, un’ultima considerazione. Ella è un viaggiatore, porta tra la gente la parola di Dio e, come diceva William Shakespeare, “quelle dei viaggiatori non furono mai frottole, anche se qualche pazzo sedentario non è disposto a crederle”. Ecco, insieme possiamo dare un senso a questo viaggio continuo, in una Piacenza che deve crescere e far sì che i “sedentari”, intesi come coloro che rifiutano il cambiamento e si richiudono nel loro immobilismo, siano sempre meno.
Anche con questo intento, farò il possibile, come sindaco, affinché la collaborazione tra mondo laico e cattolico prosegua proficuamente, come è avvenuto in passato. Perché anch’io sono convinto, come Ella ha affermato in un suo intervento che ho avuto il piacere di leggere, che “il segreto è guardare la realtà sapendo vedere, nelle piccole trasformazioni di ogni giorno, il fondamento di una speranza grande”.
Grazie.

Buon episcopato sulle orme di Cristo

Buona giornata a tutti. Oggi monsignor Gianni Ambrosio viene ordinato vescovo nel duomo di Piacenza (ore 16) e, subito dopo, prende possesso della diocesi. A lui e a tutti i suoi collaboratori gli auguri di un grande episcopato "sulle orme di Cristo".

Sacri corridoi

venerdì 15 febbraio 2008

Il programma di Ambrosio: con la speranza nel cuore

Pubblico un articolo di monsignor Gianni Ambrosio uscito sul bollettino del “Servizio nazionale del progetto culturale” del novembre 2006 dal titolo: “Con la speranza nel cuore”. E’ un brano che rispecchia la personalità di questo vescovo e presenta una chiesa (e, in fondo il programma di Ambrosio) che si manifesta attenta alla storia, condivide i drammi dell’umanità e spinge verso uno sguardo positivo della vita.


È notevole la “distanza” tra il cristianesimo e tanti aspetti della mentalità contemporanea. La coscienza evangelizzatrice della Chiesa avverte e comprende la differenza, l’originalità e la novità della speranza cristiana, e si interroga sul nucleo incandescente della sua identità e del suo contenuto: Gesù crocifisso, l’amore di Dio che ha assunto la forma della donazione totale di sé per l’umanità. Questo dono della vita per amore dischiude un orizzonte di speranza singolare, capace di vincere anche il limite oscuro e abissale della morte, il suo potente pungiglione: la paura per il futuro. Quella del cristiano è speranza fondata sul Risorto dai morti, è speranza anche “nella e oltre” la morte, in un Dio che non abbandona mai l’uomo, custodendolo nel suo amore misericordioso per la vita eterna: la speranza cristiana è uno sguardo oltre il tempo. Ogni paura del futuro è sconfitta dal futuro nuovo dischiuso da Cristo risorto, il fine dell’esistenza terrena, il suo senso, il suo logos, ciò che lega insieme, con un significato ricco di felicità, tutti gli istanti della vita terrena, valorizzandoli nella prospettiva del regno di Dio e della sua giustizia. Perciò, per testimoniare il Vangelo come speranza per il mondo è necessario mostrare con chiarezza – dentro i drammi concreti della vita – quanto l’eschaton cristiano (il futuro in Cristo risorto) aiuti gli uomini e le donne della nostra società “liquida e ripiegata” ad andare avanti senza mai fermarsi nella ricerca della gioia e del senso della vita. Il futuro cristiano – custodito da Dio nella risurrezione che è vittoria sul limite della morte –, tocca l’uomo, in ogni sua situazione storica, in ogni condizione esistenziale e incide profondamente nel suo cuore, perché corrisponde alle sue attese più vere. “La risurrezione di Cristo – ha affermato Benedetto XVI – è la più grande «mutazione» mai accaduta, il «salto» decisivo verso una dimensione di vita profondamente nuova, l’ingresso in un ordine decisamente diverso, che riguarda anzitutto Gesù di Nazareth, ma con Lui anche noi, tutta la famiglia umana, la storia e l’intero universo”. L’identità più profonda della Chiesa è di essere stata coinvolta in questo salto di qualità di vita che è la risurrezione di Cristo. Il popolo cristiano è testimone del Risorto in quanto partecipa alla risurrezione di Cristo: nella comunione con il Signore Risorto il popolo cristiano è il luogo della prosecuzione della Resurrezione. Lo spessore antropologico e sociale della speranza cristiana appare allora indiscutibile: non proietta in un oltre vuoto, non aliena e non distoglie dalle responsabilità della storia, piuttosto immerge totalmente il credente nel mondo con la testimonianza della carità. Una fede che opera attraverso la carità è la verifica più plastica del modo cristiano di sperare.

giovedì 14 febbraio 2008

mercoledì 13 febbraio 2008

Ambrosio, per i giovani mille sciarpe per camminare insieme

Venerdì 15 febbraio veglia di preghiera in S. Maria di Campagna. Ai giovani mille sciarpe biancorosse con la scritta “Cammina con noi”

Sabato 16 febbraio Piacenza accoglie il suo nuovo vescovo mons. Gianni Ambrosio. Gli ultimi dettagli del programma sono stati messi a punto dal Comitato organizzativo che si è riunito mercoledì pomeriggio 13 febbraio presso la Curia vescovile, presieduto dall’amministratore diocesano mons. Lino Ferrari.
Sabaro 16 nella Cattedrale (che aprirà alle ore 14) avrà luogo la celebrazione di ordinazione episcopale e di presa di possesso della diocesi. Al di là di alcune categorie destinatarie di inviti (autorità, familiari, sacerdoti, giornalisti, rappresentanti di religiosi, associazioni e movimenti e giovani, Università Cattolica e gruppi provenienti dai luoghi legati a mons. Ambrosio - Carisio, Santhià e Vercelli), non occorrono pass per l’ingresso. La Cattedrale prevede 1200 posti a sedere; in tutto può accogliere fino a 2mila persone.
Il mercato di Piazza Duomo del sabato è stato spostato sul Pubblico Passeggio per permettere fin dal mattino l’allestimento delle diverse strutture. L’ingresso dei disabili avverrà dai Chiostri del Duomo. Sulla facciata della Cattedrale verrà collocata una gigantografia di mons. Ambrosio con il bevuto della diocesi.

Il programma
Mons. Ambrosio verrà accolto alle 14.45 all’ingresso della città, ai confini tra la provincia di Piacenza e di Lodi, all’inizio di viale Risorgimento nei pressi del monumento ai Pontieri. Lo attenderà una delegazione composta dall’amministratore diocesano mons. Lino Ferrari, dal presidente della Provincia Gianluigi Boiardi e da don Giuseppe Formaleoni, parroco di San Sisto (nel cui territorio si trova viale Risorgimento).
Il corteo, scortato da cinque motociclisti carabinieri, attraverso via Cavour, piazza Cavalli e via S. Antonino giungerà alle ore 15 alla basilica di S. Antonino, dove mons. Ambrosio pregherà davanti alle reliquie del Patrono. Ad accoglierlo i Canonici e i ragazzi e i giovani, coordinati dal Servizio diocesano per la pastorale giovanile, che predisporrà in piazza Duomo un palco con un coro per accompagnare l’arrivo del Vescovo.
Verranno distribuite un migliaio di sciarpe con i colori di Piacenza, bianco e rosso, con la scritta “Cammina con noi” e il logo della formella del pellegrino riprodotta su una colonna della Cattedrale. Lo slogan “Cammina con noi” è legato al motto episcopale di mons. Ambrosio “Vestigia Christi sequentes” (sulle orme di Cristo).
Con i ragazzi e i giovani alle 15.20 mons. Ambrosio percorrerà a piedi via Chiapponi per arrivare in Piazza Duomo, dove troverà il picchetto militare e sul sagrato della Cattedrale alle ore 15.30 riceverà il saluto del Sindaco di Piacenza Roberto Reggi e di due rappresentanti dei giovani. Subito dopo mons. Ambrosio interverrà ricambiando i saluti.
Alle 16 inizierà la messa. La processione di vescovi, sacerdoti e diaconi uscirà dal Palazzo vescovile per entrare in Duomo attraverso la piazza.

La celebrazione
La celebrazione sarà presieduta dal card. Tarcisio Bertone, Segretario di Stato di Benedetto XVI. Accanto a lui a ordinare mons. Ambrosio saranno mons. Luciano Monari, vescovo di Brescia, e mons. Enrico Masseroni, vescovo di Vercelli, diocesi originaria di mons. Ambrosio. Accompagnerà la liturgia il coro diocesano diretto da don Roberto Scotti e dal maestro Massimo Berzolla.
Nelle navate e nei transetti della Cattedrale saranno collocati alcuni grandi schermi e un maxischermo sarà allestito in piazza Duomo.
A partire dal primo pomeriggio il maxischermo trasmetterà l’intervista a mons. Ambrosio realizzata dalla redazione de “Le strade della vita”. Alla fine della messa, dopo la comunione, è in programma l’intervento di mons. Ambrosio; subito dopo, in segno di obbedienza, gli si avvicineranno alcuni rappresentanti dei sacerdoti e dei diaconi, una famiglia e un catecumeno.
Alla messa saranno presenti i gonfaloni del Comune e della Provincia di Piacenza, del Comune di Vercelli e di Carisio e dell’Università Cattolica.
Al termine è in programma un momento di festa in piazza Duomo con la collaborazione degli Alpini. Verranno serviti vin brulè, tè caldo e torte.
Sarà possibile seguire l’evento anche in televisione, grazie alla diretta di Telelibertà a partire dalle ore 14.45 e alla radio grazie all’emittente diocesana Radio Città Nuova (FM 88.5) a partire dalle 15.30.

Parcheggi
Le auto in arrivo all’uscita autostradale Piacenza Ovest saranno indirizzate al parcheggio di piazzale Einaudi alla Veggioletta, mentre le auto provenienti da Piacenza Sud e Piacenza Nord verranno indirizzate nell’area di parcheggio del Comune presso l’Ipercoop di Montale. Le navette per l’Ipercoop ripartiranno da piazza Duomo, mentre quelle verso la Veggioletta ripartiranno da Piazza Cavalli. Da questi punti alcune navette porteranno le persone alla Cattedrale e le riaccompagneranno anche nel ritorno. I sacerdoti potranno parcheggiare nel cortile del Seminario in via Scalabrini.

Veglia di preghiera venerdì 15
Venerdì 15 febbraio alle ore 21 al santuario di S. Maria di Campagna in piazzale Crociate a Piacenza è prevista una veglia di preghiera in attesa del nuovo Vescovo. Si tratta di un rosario meditato con canti e momenti di riflessione. Presiede la celebrazione l’amministratore diocesano mons. Lino Ferrari.

La messa di domenica 17
Domenica 17 febbraio mons. Ambrosio celebrerà la messa in Cattedrale alle ore 18.30 (diretta su Radio Città Nuova). “E’ l’inizio ufficiale del suo ministero episcopale in mezzo a noi - sottolinea l’amministrattore diocesano mons. Lino Ferrari. Per questo invito sacerdoti, religiosi, operatori pastorali e membri delle associazioni e movimenti ecclesiali a partecipare per esprimere la loro vicinanza al Vescovo”.
Durante la messa, dopo l’omelia, alcuni rappresentanti della comunità cristiana (un sacerdote, un diacono, un religioso, un catechista, e i rappresentanti del Consiglio pastorale diocesano e delle aggregazioni ecclesiali) esprimeranno l’obbedienza della nostra Chiesa al nuovo Vescovo. Domenica 24 presiederà la messa nella Concattedrale di Bobbio alle ore 16 (accoglienza nella basilica di S. Colombano alle 15.30).


Comunicato stampa diocesi di Piacenza-Bobbio

Per Monari uno scritto di Giorgio La Pira

Piacenza - All’inizio un affettuoso abbraccio, poi una calorosa stretta di mano. Il rapporto tra il vescovo Luciano Monari è il sindaco Roberto Reggi è sempre stato molto intimo, quasi da guida spirituale. Sono entrambi emozionati, anche se stavolta - diversamente dal giorno dell’addio - lo scorso 21 ottobre, in duomo - la voce trema solo a Reggi. «È una giornata storica - esordisce -. Per la prima volta, a seguito di una decisione assunta dall’assemblea consiliare, viene conferita la cittadinanza onoraria a un vescovo. Non solo, ma occorre ricordare che da queste parti l’istituto dell’onoreficenza cittadina non è certo abusato. Rappresenta infatti un elemento di considerazione autentica, di grande attenzione e riveste un grande significato per ognuno di noi. Da oggi, lei è un cittadino di Piacenza a tutti gli effetti. Questo è per tutti noi motivo di orgoglio e di viva soddisfazione». Monari ascolta e Reggi, dall’ambone laico di Sant’Ilario, prosegue: «Nei dodici anni in cui lei ha guidato la nostra diocesi, ha saputo coinvolgerci con la sua profonda umanità e con la sua grande ricchezza culturale». Reggi cita Piergiorgio Bellocchio, Giorgio La Pira e Giovanni Paolo II. «Penso spesso, in questi giorni tormentati da incertezza e da confusione istituzionale e politica - prosegue rivolto a Monari - alle sue parole sul mandato di chi governa, inteso come servizio alla persona basato “sulla magnanimità (che è il contrario della meschinità), la lucidità (che è il contrario dell’ideologia e del pressapochismo) e la carità”, senza trascurare la necessità di una partecipazione consapevole dei cittadini».
Ancora: «Oggi siamo qui per ribadire che la cittadinanza non è mera questione anagrafica o residenziale, ma espressione di impegno civile, di sentimenti di condivisione, di volontà di crescita della collettività: per tutte queste ragioni. eccellenza, Piacenza è onorata di annoverarla tra i propri cittadini». Tocca al presidente Ernesto Carini consegnare la pergamena. Reggi invece, regala, a Monari un’opera dello storico sindaco di Firenze, il servo di Dio Giorgio La Pira. Il titolo: “La preghiera forza motrice della storia”. Monari ringrazia, saluta, e dopo il rinfresco al Ranuccio, se ne va. Lo rivedremo sabato pomeriggio, alla consacrazione del nuovo vescovo Gianni Ambrosio, fatta da pastore della Chiesa ma anche da cittadino onorario di Piacenza. Affiancherà il cardinale Tarcisio Bertone che di cittadinanze ad honorem ne può vantare almeno due: quella di Vercelli e quella di Alassio, entrambe conferitegli lo scorso anno.
fed.fri.

Il testo integrale su Libertà del 12 febbraio 2008

martedì 12 febbraio 2008

Monari video: Piacenza sia la Gerusalemme celeste

Reggi a Monari: Piacenza la ringrazia

Monari: Piacenza sia la Gerusalemme celeste

Piacenza- «È una gioia grande essere piacentino per sempre, indipendentemente dal cammino che il Signore mi farà fare, una gioia grande per l’esperienza che ho vissuto in questi 12 anni e soprattutto per i legami che il Signore mi ha donato». Iniziano così i 18 minuti con i quali il vescovo Luciano Monari ha ringraziato la città per avergli conferito la cittadinanza onoraria ma, soprattutto, ha spiegato alla città come dovrebbe essere il vero volto di Piacenza, come dovrebbe fare la città per essere il più possibile simile alla città per eccellenza: la Gerusalemme celeste. L’auditorium di Sant’Ilario è tirato a lucido come non mai per l’appuntamento. La gente non riesce ad entrarci tutta e qualcuno se ne va a casa. Tanti volti che Monari saluta con gli occhi e con le espressioni del viso, mentre si trova sul palco, tra il sindaco Roberto Reggi e il presidente del consiglio comunale Ernesto Carini e mentre il quartetto d’archi del conservatorio (Vittorio Omati, Andrea Arcelli, Alessandro Pelissero, Giancarlo Catelli) suona il terzo divertimento di Mozart in fa maggiore. «I legami sono una delle ricchezze grandi della vita e una delle cose che ci sostengono quando la vita diventa faticosa e pesante; quando io ripenso a Piacenza ripenso ai volti, anche guardando questa piccola assemblea, volti delle persone che ho conosciuto e alle quali ho voluto bene. Devo ringraziare Piacenza come città: mi sono sentito accolto subito e questo atteggiamento mi ha accompagnato in questi 12 anni. Sono fiero della cittadinanza onoraria».
Monari cita il penultimo capitolo, il 21 dell’Apocalisse: la Gerusalemme celeste con le sue mura compatte ma anche con le sue dodici porte sempre aperte.
«La beatitudine, per la Bibbia, è una città. Noi ... se dovessimo pensare alla beatitudine penseremmo ad un bel prato verde con tanti fiori, alberi, un ruscello che ci passa in mezzo, con poca gente, qualche animale: quella, per noi, è l’espressione della felicità, della gioia, della libertà. Per la Bibbia l’espressione della felicità è una città compatta, con un muro che la circonda tutta. La concezione dell’uomo che ha la Bibbia non è quella dell’individuo isolato ma quella della persona che sta in relazione con gli altri». Monari insiste su questo punto: «Dire che la città ha un’anima significa che le relazioni che si stabiliscono tra i cittadini, tra le persone con funzioni e servizi diversi ma che si intrecciano, sono il volto vero, misterioso ma autentico, della città. La città è fatta di servizi, di strutture, ma anche di anima, di umanità che si trasmette da uno all’altro, che si arricchisce nel confronto». «Vivere nella città - continua Monari - vuol dire accettare il limite di una realizzazione che non è mai completa e perfetta, ma che è autentica fino a che ci sono delle persone autentiche, che pensano, che soffrono, che amano. Auguro a Piacenza proprio questo: che i rapporti interpersonali, che la percezione che la vita di ciascuno è intrecciata con la vita degli altri, diventi la più profonda possibile. Le differenze è giusto che ci siano ma devono stare dentro alla consapevolezza della dipendenza reciproca, del fatto che dipendiamo gli uni dagli altri, che gioiosamente dobbiamo accettare».
Federico Frighi

Il testo integrale su Libertà di oggi, 12 febbraio 2008

Monari cittadino di Piacenza, il discorso di Reggi

Ecco il discorso del sindaco di Piacenza, Roberto Reggi, per il conferimento della cittadinanza onoraria al vescovo Luciano Monari, avvenuto nell'auditorium di Sant'Ilario lunedì 11 febbraio 2008.

Eccellenza, è con la stima più sincera, in questa occasione così prestigiosa per la città di Piacenza, che anche a nome della Giunta, del Consiglio comunale e di tutta la comunità locale, Le porto il saluto della città, carico di quell’affetto e di quella riconoscenza su cui si fonda il Suo legame con il nostro territorio.
Piacenza vive oggi una giornata importante, una giornata storica: per la prima volta, a seguito di una decisione assunta dall’assemblea consiliare, viene conferita la cittadinanza onoraria a un vescovo. Non solo, ma occorre ricordare che da queste parti l’istituto dell’onoreficenza cittadina non è certo abusato. Rappresenta infatti un elemento di considerazione autentica, di grande attenzione e riveste un grande significato per ognuno di noi.
Da oggi, Lei è un cittadino di Piacenza a tutti gli effetti. Questo è per tutti noi motivo di orgoglio e di viva soddisfazione. Nei dodici anni in cui Lei ha guidato la nostra Diocesi, ha saputo coinvolgerci con la Sua profonda umanità e con la Sua grande ricchezza culturale, interpretando in modo esemplare il ruolo che Le era stato assegnato.
Cito, a questo proposito, un intellettuale laico piacentino, Piergiorgio Bellocchio: il suo ultimo libro si intitola "Al di sotto della mischia" e ammonisce, come dice lui stesso, "contro tutto ciò in cui può annidarsi un sintomo, una minaccia di imbarbarimento, una sparizione, una perdita di umanità". Lei ha fatto proprio questo, Eccellenza, nei dodici anni trascorsi a Piacenza: le Sue parole sono state un prezioso ed incessante monito contro l’aridità di questi tempi, il Suo comportamento umile un esempio contro l’arroganza imperante. II Suo carisma e la Sua presenza, sempre rispettosa dei rispettivi ruoli, hanno rivelato una partecipazione volutamente discreta ma incisiva, costante e coerente, alla vita della nostra città. Lei ha rappresentato la Chiesa che ognuno di noi vorrebbe, portatrice di valori universali quali la solidarietà e la pace, il rispetto della dignità umana e l’attenzione verso le fasce più deboli della cittadinanza, pronta all’ascolto e al dialogo, che sono sempre stati elementi prioritari nel Suo episcopato.
Penso spesso, in questi giorni tormentati da incertezza e da confusione istituzionale e politica, alle Sue parole sul mandato di chi governa, inteso come servizio alla persona basato "sulla magnanimità (che è il contrario della meschinità e della piccineria), la lucidità (che è il contrario dell’ideologia e del pressapochismo) e la carità", senza trascurare la necessità di una partecipazione consapevole dei cittadini.
Lo diceva anche Giorgio La Pira, prestigioso intellettuale cattolico e sindaco di Firenze nell’immediato Dopoguerra: "Il pieno adempimento del nostro dovere avverrà solo quando noi avremo collaborato, direttamente o indirettamente, a dare alla società una struttura giuridica, economica e politica adeguata al comandamento principale della carità". Questo voleva dire, come spiegava lui stesso rifacendosi al Vangelo, "lavoro per chi ne manca, casa per chi ne è privo, assistenza per chi ne necessita, libertà spirituale e politica per tutti".
In questi anni, Eccellenza, Lei ci ha insegnato che il cammino da percorrere è la rinuncia agli egoismi, l’apertura dei propri orizzonti al di là della sfera privata, perché l’ambizione fine a se stessa e la contrapposizione senza confronto non possono avere alcuna efficacia. Più volte, nei Suoi discorsi, ci ha invitato a stare
dalla parte degli ultimi, ad essere generosi nel rispondere alle richieste di aiuto. Un’esortazione che richiama il discorso che Giovanni Paolo II fece al Parlamento italiano nel 2002, in cui il Pontefice sostenne che "al centro di ogni giusto ordine civile deve esserci il rispetto per l’uomo, per la sua dignità e i suoi inalienabili diritti". In quella circostanza, Papa Wojtyla disse che "le sfide che stanno davanti a uno Stato democratico esigono, da tutti gli uomini e le donne di buona volontà, indipendentemente dall’appartenenza politica di ciascuno, una cooperazione solidale e generosa all’edificazione del bene comune".
A nome di tutti i presenti e della comunità piacentina, mons. Luciano, vorrei ringraziarLa ancora una volta per aver portato questo stesso messaggio anche nella nostra realtà, chiedendoci una riflessione concreta e tutt’altro che superficiale sui grandi temi del nostro tempo. Oggi siamo qui per ribadire che la cittadinanza non è mera questione anagrafica o residenziale, ma espressione di impegno civile, di sentimenti di condivisione, di volontà di crescita della collettività: per tutte queste ragioni, Eccellenza, Piacenza è onorata di annoverarLa tra i propri cittadini.
Grazie.

lunedì 11 febbraio 2008

Ambrosio saluta la sua Carisio

Carisio (Vercelli) - Per salutare monsignor Gianni Ambrosio a Carisio si scomoda anche il re Carnevale. Da una settimana si è entrati ufficialmente in Quaresima ma in provincia di Vercelli si osservano le regole meneghine. Se ad Ivrea due domeniche fa si sono tirate le arance, se a Santhià è stato bruciato il Babaciù, a Carisio ieri era la volta dei più miti Gambin e Gambina, marito e moglie in costumi tipici. Le maschere tradizionali di questa zona del Piemonte hanno salutato nella chiesetta di San Nicola il loro monsignore promosso vescovo.
Per monsignor Ambrosio - don Gianni, per i carisini - quella di ieri era l’ultima messa da semplice prete nel piccolo paese che ha dato le origini alla sua famiglia. A Carisio (provincia di Vercelli ma diocesi di Biella) abitano la madre ed i fratelli del vescovo eletto di Piacenza-Bobbio. Qui don Gianni trascorre ogni fine settimana che può e la domenica fa rifiatare il parroco locale - don Lodovico De Bernardi - celebrando la messa delle 11. La chiesetta - la parrocchiale San Lorenzo è inagibile perché il pavimento sta sprofondando nel terreno - a stento riesce a contenere tutti. Ci sono le maschere, le ragazze con i costumi tipici, il sindaco in fascia tricolore con parte della giunta comunale, gli immancabili alpini, il labaro della Famiglia Carisina. Non è un vero e proprio addio: sabato prossimo il paese salirà in pullman per accompagnare don Gianni a Piacenza. L’ultima omelia da semplice prete nella sua Carisio dura sette minuti esatti. Sette minuti in cui monsignor Ambrosio commenta il Vangelo della domenica con le tentazioni di Cristo e ringrazia la sua piccola comunità. «Per resistere al male occorre essere creatori di bene, di un contesto di buone relazioni» osserva. Poi il grazie alla sua comunità; a mani alzate, quasi a volerla abbracciare tutta.
Un grazie che ripeterà nell’offertorio di fronte alla mitria regalatagli dalla parrocchia. La solleva per farla vedere a tutti e poi commenta, scherzoso, «questa non la posso ancora mettere». Ammira il pastorale in argento con manico
telescopico e con inciso il donatore: “La comunità di Carisio”. Poi il piccolo ritratto della Madonna realizzato con le pagliuzze d’oro trovate nel torrente Elvo che lambisce il Comune di Carisio.
Al termine
della celebrazione il sindaco Costanzo Claudio sale all’ambone e lascia il suo saluto commosso. Era da otto secoli che Carisio non donava un vescovo alla Chiesa Cattolica. Parla di questo come di «un momento importante» nella vita di don Gianni, «raggiunto con devozione, capacità e grande umiltà». «Tutto questo è motivo di orgoglio - continua - per lei e per tutti i suoi cari ma anche, di riflesso, per tutta la comunità di Carisio, che in questi ultimi anni, con il grande aiuto al parroco don Lodovico nelle celebrazioni domenicali e non solo, lei ha servito; sempre in silenzio, quasi non facendosi notare». «Domenica a Piacenza saremo tutti a gioire per lei e con lei e anche dal Paradiso una personale speciale (il padre di don Gianni, ndr.) orgoglioso e fiero la ammirerà».
Federico Frighi

Il testo integrale dell'articolo su Libertà di oggi 11 febbraio 2008
N.B. Gli amici di Carisio possono tranquillamente scaricare le foto

domenica 10 febbraio 2008

Monari soggetto da museo


Ecco che cosa ha detto il vescovo Luciano Monari alla presentazione del suo ritratto eseguito da Ulisse Sartini.


Innanzitutto naturalmente debbo ringraziare con tutto il cuore l’”Opera Pia Alberoni” per questa committenza. Debbo ringraziare il maestro Sartini per l’impegno che ci ha messo nel risultato. Ringrazio soprattutto perché lo leggo come un segno di affetto, di amicizia, di legame, e sono le cose che a me stanno più a cuore.

Poi dico il come l’ho percepito e lo percepisco, senza evidentemente avere nessuna pretesa di valutazione dal mio punto di vista.

Mi sono detto: è un passo avanti perché sono anche soggetto museale, di museo; e questo non semplicemente come battuta, perché un ritratto in qualche modo fissa la vita di una persona. La vita di una persona è una avventura, è un romanzo che procede anno in anno con trasformazioni, cambiamenti, novità, esperienze, ecc. E un ritratto in qualche modo fissa, cioè fa in anticipo quello che farà la morte. Alla fine la morte conclude il ritratto della nostra persona, della nostra avventura, e rende questo ritratto definitivo, si potrebbe dire eterno.

Ebbene, una pittura in qualche modo l’anticipa, ma detto in modo positivo, non come se questo fosse la paura della morte che mi viene addosso o cose di questo genere; ma al contrario come un invito a rivedere il senso della mia esistenza: di tutto quello che sono stato, di quello che è diventato, dei miei limiti, di quello che non sono riuscito a fare, perché mi debbo confrontare con il risultato della fatica, delle sofferenze, degli errori, delle speranze che hanno accompagnato il mio cammino.

E un ritratto mi aiuta in questo senso a dire quello che diciamo tutte le sere a “compieta”: “Ora, o Signore, lascia che il tuo servo vada in pace, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza”. Che è come dire: c’è una maturità, un compimento della mia vita, c’è un limite nella mia vita che mi porto dietro, lo consegno a Te, porta a compimento Tu quello che non sono riuscito a fare.

E questo è il primo pensiero.

Il secondo pensiero è questo. Quando il maestro Sartini mi ha fotografato, perché ha preso tutta una serie di fotografie in Vescovado, mi dava naturalmente le istruzioni, dove dovevo mettere le mani, che diceva il maestro sono importantissime. E ha ragione, perché è una delle cose che ho imparato a riconoscere: la ricchezza della mano dell’uomo, il quanto è capace di dire, di esprimere del cuore, dei sentimenti, della vita dell’uomo… sulla croce… su tutte queste cose.

E tra le varie osservazioni, tra le varie indicazioni, una era quella del “sorrida dentro”. Adesso non mi ricordo le parole precise, ma il senso era esattamente questo: dovevo riuscire a sorridere dentro, sorridere dal di dentro… E questo per me è stata una cosa bellissima, perché vuole dire: evidentemente il sorriso deve vedersi fuori, altrimenti non cambia niente, non si può esprimere niente neanche dal punto di vista artistico. Però non è un fatto muscolare, non è semplicemente il fatto che i muscoli prendono una certa forza; è invece una rivelazione, deve il sorriso diventare una rivelazione, la rivelazione di quello che c’è dentro, la rivelazione, credo, della gioia di vivere, della gioia di esistere, di quel sì radicale alla vita che sta dentro a tutti i nostri comportamenti e a tutti i nostri rapporti.

E mi richiamava quello che sappiamo tutti, ma è bello ricordarci: l’uomo è carne, ma carne che esprime un’anima. È anima, è pensiero, ma è un pensiero incarnato, che si vede, che si vede in forme, in colori, in movimenti, in atteggiamenti, e così via… che in fondo la vita dell’uomo è arte. “Arte”, vuole dire: è fatta di materiali, come una tela, è fatta di materiali concreti di colori; però è capace di contenere un’anima, è capace di contenere un desiderio, una speranza, una attesa, una dignità, una profondità di vita. E questo credo sia prezioso, perché ci richiama in qualche modo – mi richiama al mio compito ‑ al nostro compito.

Voglio dire: noi siamo un’anima incarnata, questo è quello che siamo, ma questo è quello che dobbiamo essere: dobbiamo riuscire a incarnare, a esprimere quello che siamo dentro. Siamo un corpo, una carne, ma dobbiamo riuscire a fare sì che questa carne sia espressione di un’anima, di un cuore, di un desiderio; e questo è quello che siamo, ma nello stesso tempo quello che dobbiamo diventare.

Dicevo prima, il “mistero della mano”, di quello che una mano può essere. Ma evidentemente, quello che una mano è, è quello che riusciamo a metterci dentro noi nella mano, porta i sentimenti che abbiamo, dobbiamo avere quei sentimenti perché la mano li possa portare ed esprimere; e soprattutto si intende il volto, gli occhi.

In qualche modo siamo anche noi gli artisti del nostro corpo. Noi riceviamo un corpo dai nostri genitori, è secondo un certo codice genetico; però non rimane così per tutta la vita, lo plasmiamo noi. Lo plasmiamo con tutti i nostri comportamenti, con tutti i nostri sentimenti, con tutti i nostri impegni, con i nostri errori… s’intende. Cioè ogni comportamento in qualche modo lascia un piccolo segno, quasi invisibile ma che c’è dentro al nostro volto, dentro al nostro corpo. E l’impegno è proprio quello di dare una forma che sia la più bella e la più ricca e la più completa possibile.

E qui mi viene in mente che san Paolo nella Lettera ai Galati scrive così:

«figlioli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore finché non sia formato Cristo in voi!»

“Non sia formato Cristo in voi”, vuole dire: fino a che il vostro corpo non prenda una forma che è essenzialmente la forma di Cristo.

E un pochino prima aveva detto:

«non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me».

Che vuole dire: il nostro compito è addirittura dare al nostro corpo la forma di Cristo. Ma che cosa vuole dire “forma di Cristo”? Vuole dire tante cose:

Forma di uomo autentico, cioè di uomo che sia libero e responsabile.

Forma di uomo fiducioso, quel sì alla vita che ricordavo prima, e che si esprime in un sorriso di fondo. “Dare la forma di Cristo al nostro corpo”, vuole dire quello di un uomo obbediente, che sa cercare la verità e sa sottomettersi alla Verità.

E vuole dire soprattutto quello di “uomo innamorato”, che sa amare e cercare di fare della sua vita un dono.

Credo che la vera tristezza che noi ci portiamo dentro, a volte questo me la sento… è quando ci rendiamo conto che non riusciamo a esprimere l’umanità piena, quando mortifichiamo l’uomo che è in noi; quando mortifichiamo il Cristo, la presenza del Signore che è in noi.

Mi capita… siccome mi capita spesso di incontrare i giovani, e mi piace tantissimo… E mi verrebbe da dire, ma non posso evidentemente fare questo discorso qui… Però mi verrebbe da dire: “Attenzione, datevi da fare! Io sono arrivato fino a qui, e mi rendo conto di tutti i miei limiti, voi dovete andare più avanti, dovete riuscire ad esprimere ancora meglio l’umanità dell’uomo, la presenza di Cristo dentro la nostra vita. C’è molto da fare, da esplorare, da cercare, da realizzare, da migliorare…”.

Mi piacerebbe riuscire a trasmettere la voglia di vivere, la voglia di crescere umanamente dentro. Perché dicevo, quello che mi rimane come tristezza è proprio la tristezza di quello che non sono, che non sono riuscito a fare… che non ho voluto fare per cattiveria, per infedeltà…

Chiuso… adesso sono in Galleria, insieme con tutti i ritratti di persone… Importanti? Ebbene, lo sono stati. Sono davanti al Signore, e davanti al Signore cambiano molte cose.

Può succedere quello che si legge nel cap. 16° di Luca, che “chi è ricco si trova povero davanti al Signore, e chi era povero si trova immensamente ricco”.

Allora questa Galleria di quadri, di persone, di vescovi, che hanno servito Piacenza, sì c’è perché i vescovi evidentemente ha un suo significato di autorità, di valore, ecc. Però vale la pena guardarli custodendo la consapevolezza di questo: che alla fine i valori che entrano in questo mondo sono realtà autentiche, ma sono effimere e passeggere, e che alla fine deve rimanere, e che rimane alla fine di tutte queste persone, quello che hanno saputo vivere di amore e di dono agli altri, di servizio e di relazione autentica.

Tutti gli anni quando si faceva la festa del “Cerati”, don Bracchi rileggeva, ripeteva, sempre le parole che sono sulla tomba del Cerati:

Nihil fuit – nihil est – et utinam sit aliquid apud deum ‑ “Non è stato niente, adesso non è niente, Dio voglia che sia qualche cosa davanti a Dio”. “Dio voglia che della sua vita ci sia qualche cosa, un frammento che custodisce valore davanti a Dio, perché questo è l’unico che rimane”.

La contessa Matilda ‑ siccome sono reggiano e quasi di “Canossa”, alla contessa Matilda sono affezionato ‑ firmava così: “Matilda dei grazia quid est” – “Matilde, se per grazia di Dio è qualche cosa”.

Ecco, i ritratti io credo che li dobbiamo guardare così, per quello che dicono, per quello che suggeriscono, per quello che fanno capire, per il mistero che tentano di esprimere… con la consapevolezza della nostra fragilità e debolezza; con anche la consapevolezza che quello che rimane è in realtà quello che l’uomo è riuscito a trasformare in bontà e amore della sua vita.

Grazie ancora al maestro Sartini. Grazie all’Alberoni. Grazie al dott. Gasparotto e al dott. Fugazza perché hanno lavorato e faticato. Che Dio vi benedica.

Si ringrazia Vittorio Ciani per la collaborazione

sabato 9 febbraio 2008

Ambrosio vescovo, un rito carico di simboli

Ordinazione Episcopale

INVOCAZIONE ALLO SPIRITO SANTO In apertura dei riti di ordinazione viene invocato il Spirito Santo, preludio alla preghiera consacratoria, cuore del rito, quando lo Spirito di Dio prenderà possesso dell’eletto. Tutti rimangono in piedi; si canta l’inno Veni creator.

PRESENTAZIONE DELL’ELETTO Ha luogo ora la presentazione dell’eletto e la lettura del mandato del Papa. Il mandato del Papa autorizza l’ordinazione del nuovo vescovo ed è segno di comunione con la sede di Pietro e quindi con la Chiesa universale. Un Presbitero si rivolge al vescovo ordinante principale con queste parole:

R everendissimo Padre, la santa Chiesa cattolica chiede che sia ordinato vescovo il presbitero…. Il Celebrante lo interroga, dicendo: A vete il mandato del Papa?

Il presbitero richiedente risponde: S ì, lo abbiamo.

Il vescovo ordinante principale dice: S e ne dia lettura.

Tutti siedono; viene letto il mandato.

BENEDETTO VESCOVO SERVO DEI SERVI DI DIO ……..

A lettura finita, tutti in segno di assenso rispondono: Deo Gratias

OMELIA Tutti rimangono seduti. Quindi il vescovo ordinante principale tiene l’omelia nella quale illustra le letture e parla ai presenti e all’eletto sul ministero del vescovo. Su tale argomento può dire le seguenti parole o altre simili.

F ratelli e figli carissimi, riflettiamo attentamente a quale alta responsabilità ecclesiale viene promosso questo nostro fratello. Il Signore nostro Gesù Cristo, inviato dal Padre a redimere gli uomini, mandò a sua volta nel mondo i dodici apostoli, perché pieni della potenza dello Spirito Santo, annunziassero il Vangelo a tutti i popoli, e riunendoli sotto l’unico pastore, li santificassero e li guidassero alla salvezza. Al fine di perpetuare di generazione in generazione questo ministero apostolico, i Dodici si aggregarono dei collaboratori trasmettendo loro, con l’imposizione delle mani il dono dello Spirito ricevuto da Cristo, che conferiva la pienezza del sacramento dell’Ordine. Così, attraverso l’ininterrotta successione dei vescovi nella tradizione vivente della Chiesa, si è conservato questo ministero primario e l’opera del Salvatore continua e si sviluppa fino ai nostri tempi. Nel vescovo circondato dai suoi presbiteri è presente in mezzo a noi lo stesso Signore nostro Gesù Cristo, sommo sacerdote in eterno. È Cristo infatti che nel ministero del vescovo continua a predicare il Vangelo di salvezza e a santificare i credenti mediante i sacramenti della fede; è Cristo che nella paternità del vescovo accresce di nuove membra il suo corpo che è la Chiesa; è Cristo che nella sapienza e prudenza del vescovo guida il popolo di Dio nel pellegrinaggio terreno fino alla felicità eterna. Accogliete dunque con gioia e gratitudine questo nostro fratello che noi vescovi, con l’imposizione delle mani, oggi associamo al collegio episcopale. Rendete a lui l’onore che si deve al ministro di Cristo e al dispensatore dei misteri di Dio, al quale è affidata la testimonianza del Vangelo e il ministero dello Spirito per la santificazione. Ricordatevi delle parole di Gesù agli Apostoli: «Chi ascolta voi, ascolta me; chi disprezza voi, disprezza me; e chi disprezza me, disprezza colui che mi ha mandato». Quanto a te, fratello carissimo, eletto dal Signore, rifletti che sei stato scelto fra gli uomini e per gli uomini sei stato costituito nelle cose che riguardano Dio. Episcopato infatti è il nome di un servizio, non di un onore, poiché al vescovo compete più il servire che il dominare, secondo il comandamento del Maestro: «Chi è il più grande tra voi, diventi come il più piccolo, e chi governa come colui che serve». Annunzia la Parola in ogni occasione opportuna e non opportuna; ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina. E, mediante l’orazione e l'offerta del sacrificio per il tuo popolo, attingi alla pienezza della santità di Cristo la multiforme ricchezza della divina grazia. Nella Chiesa a te affidata sii fedele custode e dispensatore dei misteri di Cristo. Posto dal Padre a capo della sua famiglia, segui sempre l’esempio del Buon Pastore, che conosce le sue pecore, da esse è conosciuto e per esse non ha esitato a dare la vita. Ama con amore di padre e di fratello tutti coloro che Dio ti affida: anzitutto i presbiteri e i diaconi, tuoi collaboratori nel ministero; ma anche i poveri, gli indifesi e quanti hanno bisogno di accoglienza e di aiuto. Esorta i fedeli a cooperare all’impegno apostolico e ascoltali volentieri. Abbi viva attenzione a quanti non appartengono all’unico ovile di Cristo, perché essi pure ti sono stati affidati nel Signore. Ricordati che nella Chiesa cattolica, radunata nel vincolo della carità, sei unito al collegio dei vescovi e devi portare in te la sollecitudine di tutte le Chiese, soccorrendo generosamente quelle che sono più bisognose di aiuto. Veglia con amore su tutto il gregge, nel quale lo Spirito Santo ti pone a reggere la Chiesa di Dio: nel nome del Padre del quale rendi presente l’immagine; nel nome di Gesù Cristo suo Figlio, dal quale sei costituito maestro, sacerdote e pastore; nel nome dello Spirito Santo, che dà vita alla Chiesa e con la sua potenza sostiene la nostra debolezza.

Dopo l’omelia, secondo l’opportunità, si fa un breve silenzio.

IMPEGNI DELL’ELETTO L’eletto assume pubblicamente gli impegni della missione episcopale: predicare il vangelo e custodire la fede cristiana; edificare la comunità in comunione con la Chiesa e prestare obbedienza al successore di Pietro; essere sempre accogliente verso tutti e pregare per il popolo di Dio.

L’eletto si alza in piedi, volgendosi verso il Celebrante, che lo interroga. L ’antica tradizione dei santi padri richiede che l’ordinando vescovo sia interrogato in presenza del popolo sul proposito di custodire la fede e di esercitare il proprio ministero.

V uoi, fratello carissimo, adempiere fino alla morte il ministero a noi affidato dagli Apostoli, che noi ora trasmettiamo a te mediante l’imposizione delle mani con la grazia dello Spirito Santo? Eletto: Sì, lo voglio.

Vescovo ordinante: V uoi predicare, con fedeltà e perseveranza, il Vangelo di Cristo?

Eletto: Sì, lo voglio.

Vescovo ordinante: V uoi custodire puro e integro il deposito della fede, secondo la tradizione conservata sempre e dovunque nella Chiesa fin dai tempi degli Apostoli?

Eletto: Sì, lo voglio.

Vescovo ordinante: V uoi edificare il corpo di Cristo, che è la Chiesa, perseverando nella sua unità, insieme con tutto l’ordine dei vescovi, sotto l’autorità del successore del beato apostolo Pietro?
Eletto: Sì, lo voglio.
Vescovo ordinante: V uoi prestare fedele obbedienza al successore del beato apostolo Pietro? Eletto: Sì, lo voglio.
Vescovo ordinante: V uoi prenderti cura, con amore di padre, del popolo santo di Dio e con i presbiteri e i diaconi, tuoi collaboratori nel ministero, guidarlo sulla via della salvezza?
Eletto: Sì, lo voglio.
Vescovo ordinante: V uoi essere sempre accogliente e misericordioso, nel nome del Signore, verso i poveri e tutti i bisognosi di conforto e di aiuto?
Eletto: Sì, lo voglio.
Vescovo ordinante: V uoi, come buon pastore, andare in cerca delle pecore smarrite per riportarle all’ovile di Cristo?
Eletto: Sì, lo voglio.
Vescovo ordinante: V uoi pregare, senza mai stancarti, Dio onnipotente, per il suo popolo santo, ed esercitare in modo irreprensibile il ministero del sommo sacerdozio?
Eletto: Sì, con l’aiuto di Dio, lo voglio.
Vescovo ordinante: D io che ha iniziato in te la sua opera, la porti a compimento.

LITANIE DEI SANTI Nel canto delle litanie dei Santi la Chiesa terrena si unisce alla Chiesa del cielo per invocare la grazia divina sull’eletto. Tutti si alzano in piedi. I vescovi si tolgono la mitra; il vescovo ordinante principale, con le mani giunte, invita il popolo alla preghiera dicendo:
Preghiamo, fratelli carissimi, Dio onnipotente e misericordioso, perché Conceda a questo nuovo eletto la ricchezza della sua grazia per il bene della Chiesa.
L’eletto si prostra. Si cantano quindi le litanie.
San Giovanni Battista prega per noi
San Giuseppe prega per noi
Santi patriarchi e profeti pregate per noi
Santi Pietro e Paolo pregate per noi
Sant’Andrea prega per noi
San Giovanni prega per noi
Santi apostoli ed evangelisti pregate per noi
Santa Maria Maddalena prega per noi
Santi discepoli del Signore pregate per noi
Santo Stefano prega per noi
Sant’Ignazio d’Antiochia prega per noi
San Lorenzo prega per noi
Sante Perpetua e Felicita pregate per noi
Sant’Agnese prega per noi
San Saturnino prega per noi
Sant’Efisio prega per noi
San Sperate prega per noi
Beata Antonia Mesina prega per noi
Santi martiri di Cristo pregate per noi
San Gregorio prega per noi
Sant’Agostino prega per noi
Sant’Atanasio prega per noi
San Basilio prega per noi
San Martino prega per noi
Santi Cirillo e Metodio pregate per noi
San Benedetto prega per noi
San Francesco prega per noi
San Domenico prega per noi
San Francesco Saverio prega per noi
San Giovanni Maria Vianney prega per noi
Santa Caterina da Siena prega per noi
Santa Teresa di Gesù prega per noi
Sant’Ignazio da Laconi prega per noi
Beato Nicola da Gesturi prega per noi
Beata Maria Gabriella Sagheddu prega per noi
Santi e sante di Dio pregate per noi
Da ogni male salvaci, Signore. Da ogni peccato salvaci, Signore. Dalla morte eterna salvaci, Signore. Per la tua incarnazione salvaci, Signore. Per la tua morte e risurrezione salvaci, Signore. Per il dono dello Spirito Santo salvaci, Signore. Conforta e illumina la tua santa Chiesa ascoltaci, Signore. Proteggi il Papa, i vescovi, i sacerdoti e tutti i ministri del Vangelo ascoltaci, Signore. Benedici questo tuo eletto ascoltaci, Signore. Benedici e santifica questo tuo eletto ascoltaci, Signore. Benedici, santifica e consacra questo tuo eletto ascoltaci, Signore. Manda nuovi operai nella tua messe ascoltaci, Signore. Dona al mondo intero la giustizia e la pace ascoltaci, Signore. Aiuta e conforta tutti coloro che sono nella prova e nel dolore ascoltaci, Signore. Custodisci e conferma nel tuo santo servizio, noi e tutto il popolo a te consacrato ascoltaci, Signore.

Terminate le litanie il vescovo ordinante principale a mani giunte dice: Ascolta, o Padre, la nostra preghiera: effondi su questo tuo figlio con la pienezza della grazia sacerdotale la potenza della tua benedizione. Per Cristo nostro Signore.
Tutti: Amen.

IMPOSIZIONE DELLE MANI E PREGHIERA DI ORDINAZIONE
Il cuore del rito è costituito dall’imposizione delle mani accompagnata dalla preghiera di ordinazione. - imposizione delle mani: l’antico gesto dell’imposizione delle mani sul capo dell’eletto rende visibile lo Spirito Santo che viene donato per il ministero episcopale. Le mani dei vescovi ordinanti sono il prolungamento della mano di Dio, il “Grande Artigiano”, che con il dono dello Spirito trasforma nell’intimo l’eletto e lo offre alla Chiesa come vescovo. - preghiera di ordinazione: il gesto si accompagna alla preghiera di ordinazione, anch’essa molto antica: lo Spirito «che regge e guida» viene invocato sull’eletto perché lo trasformi in pastore e guida del popolo di Dio. - imposizione del libro dei Vangeli sul capo dell’ordinando: tipico dell’ordinazione del vescovo è il gesto del libro dei Vangeli aperto sul capo dell’ordinando. Egli sta sotto il libro perché è prima di tutto ascoltatore attento e umile servo del Vangelo; solo così il vescovo potrà svolgere il suo compito, cioè annunciare fedelmente la parola di Dio.

L’eletto si avvicina al vescovo ordinante, che sta in piedi alla sede con la mitra in capo, e si inginocchia davanti a lui. Il Vescovo Ordinante principale impone le mani sul capo dell’eletto senza dire nulla. Altrettanto fanno gli altri vescovi presenti avvicinandosi uno dopo l’altro all’eletto. Dopo l’imposizione delle mani, i vescovi rimangono vicini al vescovo ordinante principale fino al termine della preghiera di ordinazione; si faccia attenzione che i fedeli possano agevolmente seguire la celebrazione.
L’eletto rimane in ginocchio. Quindi il vescovo ordinante principale prende da un diacono il libro dei Vangeli e lo impone aperto sul capo dell’eletto. Due diaconi, stando in piedi alla destra e alla sinistra dell’ordinando, tengono il libro dei Vangeli sopra ilsuo capo fino a che non è terminata la preghiera di ordinazione. Il vescovo ordinante principale, con le braccia allargate, canta o dice: O Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre di misericordia e Dio di ogni consolazione, tu abiti nell’alto dei cieli e volgi lo sguardo su tutte le creature e le conosci ancor prima che esistano. C on la parola di salvezza hai dato norme di vita nella tua Chiesa: tu, dal principio, hai eletto Abramo come padre dei giusti, hai costituito capi e sacerdoti per non lasciare mai senza ministero il tuo santuario,e fin dall’origine del mondo hai voluto esser glorificato in coloro che hai scelto.

La parte seguente viene detta da tutti i vescovi ordinanti con le mani giunte e a voce sommessa, in modo che si distingua chiaramente la voce del vescovo ordinante principale.
La seguente è la formula del sacramento:
E ffondi ora sopra questo eletto la potenza che viene da te, o Padre, il tuo Spirito che regge e guida: tu lo hai dato al tuo diletto figlio Gesù Cristo ed egli lo ha trasmesso ai santi Apostoli, che nelle diverse parti della terra hanno fondato la Chiesa come tuo santuario a gloria e lode perenne del tuo nome. Il vescovo ordinante principale prosegue: O Padre, che conosci i segreti dei cuori, concedi a questo tuo servo, da te eletto all’episcopato, di pascere il tuo santo gregge e di compiere in modo irreprensibile la missione del sommo sacerdozio. Egli ti serva notte e giorno, per renderti sempre a noi propizio e per offrirti i doni della tua santa Chiesa.
C on la forza dello Spirito del sommo sacerdozio abbia il potere di rimettere i peccati secondo il tuo mandato; disponga i ministeri della Chiesa secondo la tua volontà; sciolga ogni vincolo con l’autorità che hai dato agli Apostoli. Per la mansuetudine e la purezza di cuoresia offerta viva a te gradita per Cristo tuo Figlio. A te, o Padre, la gloria, la potenza, l’onore per Cristo con lo Spirito Santo, nella santa Chiesa, ora e nei secoli dei secoli.
Tutti: Amen.

RITI ESPLICATIVI A significare quanto è avvenuto con l’imposizione delle mani e con la preghiera il Celebrante unge col sacro crisma il capo del nuovo Vescovo e gli consegna il libro dei Vangeli, l’anello, la mitra e il pastorale.
Unzione crismale: l’olio profumato del crisma con cui viene unto il capo del nuovo vescovo è il balsamo della consacrazione e della partecipazione al sacerdozio di Cristo, lui che nella sinagoga di Nazareth disse: «Lo Spirito del Signore Dio è su di me perché mi ha consacrato con l’unzione». Il vescovo ordinante principale si cinge di un grembiale, unge con il sacro crisma il capo dell’ordinato inginocchiato davanti a lui, dicendo: D io, che ti ha fatto partecipe del sommo sacerdozio di Cristo, effonda su di te la sua mistica unzione e con l’abbondanza della sua benedizionedia fecondità al tuo ministero. Alla fine dell’unzione il vescovo ordinante principale si lava le mani.
Consegna del libro dei Vangeli: il Vangelo che prima gli è stato poso sul capo è ora donato al nuovo vescovo perché lo annunci con la parola e la vita. Il vescovo ordinante principale prende dal diacono il libro dei Vangeli e lo consegna all'ordinato dicendo: R icevi il Vangelo e annunzia la parola di Dio con grandezza d’animo e dottrina. Quindi il diacono riprende il libro dei Vangeli e lo porta al suo posto.
Consegna dell’anello: il nuovo vescovo riceve le cosiddette “insegne episcopali”. Anzitutto l’anello: come in una festa di nozze il vescovo promette fedeltà alla Chiesa per tutta la vita. Ricevendo la mitra, il copricapo che userà nelle celebrazioni liturgiche, il vescovo si impegna ad accogliere la grazia di Dio per camminare nella santità.
Il vescovo ordinante principale mette l’anello nel dito anulare della mano destra dell’ordinato dicendo: R icevi l’anello, segno di fedeltà, nell’integrità della fede e nella purezza della vitacustodisci la santa Chiesa, sposa di Cristo.
Consegna della mitra: il vescovo ordinante principale impone all’ordinato la mitra dicendo:
R icevi la mitra e risplenda in te il fulgore della santità, perché, quando apparirà il Principe dei pastori, tu possa meritare la incorruttibile corona di gloria.
Consegna del pastorale: infine il pastorale, che ricorda il bastone con cui i pastori guidano le loro pecore: infatti il vescovo è pastore del gregge della Chiesa di Dio che gli viene affidata. Quindi consegna all’ordinato il pastorale dicendo: R icevi il pastorale, segno del tuo ministero di pastore: abbi cura di tutto il gregge nel quale lo Spirito Santo ti ha posto come vescovo a reggere la Chiesa di Dio.
Insediamento: tutti si alzano in piedi. Il nuovo vescovo, entrato a far parte del Collegio Episcopale, è invitato dal Vescovo Consacrante a prendere posto sul seggio a lui riservato. Abbraccio di pace: l’abbraccio e il bacio di pace tra il nuovo vescovo e i suoi confratelli manifesta l’unità del collegio episcopale, prolungamento dell’unità del collegio degli apostoli. Dopo la consegna del pastorale il coro canta Ecce Sacerdos :
Ecce Sacerdos Magnus qui in diebus suis placuit Deo. Ideo jurejurando fecit illum Dominus crescere in plebem suam.

venerdì 8 febbraio 2008

Per il vescovo Ambrosio la mitria del Giubileo

Piacenza - Monsignor Gianni Ambrosio inizierà il suo episcopato a Piacenza-Bobbio portando sul capo lo stesso modello di mitria che indossò Giovanni Paolo II per l’apertura della porta santa la notte di Natale del 1999. Era il gesto simbolico che dava il via al Giubileo del Duemila. Oggi, con quella mitria confezionata dallo stesso atelier di Treviso, monsignor Ambrosio darà il via al suo ministero episcopale nella chiesa piacentino-bobbiese.
La mitria gli verrà posta sul capo dal cardinale Tarcisio Bertone durante la cerimonia di ordinazione e presa di possesso in Duomo il 16 febbraio. È il dono prezioso di tutta l’Università Cattolica del Sacro Cuore per l’operato di monsignor Ambrosio, segno di particolare affetto, stima e gratitudine per gli anni pr
ufusi con tanta passione (dal 2001 ad oggi) nelle varie sedi di Milano, Piacenza, Brescia e Roma.
La mitria è ornata da 480 piccole gemme di quarzo morione, detto anche quarzo fumèe per la sua caratteristica cromatica, essendo di color ambra scuro. Una pietra semi preziosa che vale per la lavorazione effettuata (in Germania) non tanto per il valore in sè delle pietre. Il copricapo simbolo dell’autorità è confezionato con un tessuto dorato ed una rete sovrapposta sulla quale, in 58 piccoli quadrati, sono inserite le 480 pietre da 6 millimetri l’una. Il dono della Cattolica è stato confezionato dalla sartoria ecclesiastica Decima Regio di Treviso, la stessa che ha realizzato 64 paramenti per Giovanni Paolo II e una quarantina per Benedetto XVI. Non solo: tra gli altri, ha servito il neo vescovo di Fidenza, Carlo Mazza (un pastorale), e i vescovi piacentini Piero Marini (due pastorali, di ebano e di argento) e Antonio Lanfranchi (mitria, casula e pastorale). Dovrebbe fornire anche il pastorale donato dalla diocesi di Piacenza-Bobbio a monsignor Ambrosio. Si vedrà dopo l’ordinazione. Sabato 16 febbraio, in duomo, ad Ambrosio verrà consegnato molto probabilmente quello del vescovo Malchiodi.
Le prime prove della cerimonia si sono tenute ieri mattina in cattedrale alla presenza dello stesso vescovo eletto. Secondo il protocollo si muoverà naturalmente anche monsignor Ambrosio, a cominciare da quello previsto per i paramenti. Al monumento ai pontieri, prima tappa del suo avvicinamento alla cattedrale, Ambrosio apparirà con la veste talare di colore paonazzo - una via di mezzo tra il rosso dei cardinali ed il viola -, il rocchetto (una veste bianca corta ornata di pizzo), la mozzetta (una mantellina) sempre di colore paonazzo. Al collo la croce pettorale, una delle tre che ha ricevuto in dono (dal rettore Lorenzo Ornaghi, da Vercelli e dal Policlinico Gemelli). Una volta giunto in duomo, smetterà rocchetto e mozzetta per indossare camice e stola bianchi, oltre alla casula (il paramento liturgico con la croce ed altri simboli biblici ricamati). Nella complessa opera di vestizione verrà assistito da don Decio Cipolloni, uno degli assistenti ecclesiastici del Policlinico Gemelli. Durante la cerimonia dell’ordinazione Ambrosio riceverà poi il pastorale (segno della conduzione della diocesi), appunto la mitria (segno dell’autorità) e l’anello espiscopale (segno dell’unione con la Chiesa di Cristo e con la diocesi di Piacenza-Bobbio).
Federico Frighi

Il testo integrale su Libertà di oggi 8 febbraio 2008

giovedì 7 febbraio 2008

Morto don Luigi Molinari

Nella giornata di oggi, giovedì 7 febbraio, è morto alla Casa di riposo
"Castagnetti" di Pianello mons. Luigi Molinari.
Nato il 22 settembre 1913, sacerdote dal 1937, è stato a lungo parroco
di Pianello. I funerali saranno celebrati sabato 9 febbraio alle ore 14.30 nella
chiesa di San Maurizio a Pianello e saranno presieduti dall'amministratore
diocesano mons. Lino Ferrari.

Comunicato stampa diocesi di Piacenza-Bobbio

Quarant'anni nel nome di Lourdes

Piacenza - Sarà un doppio anniversario. Centocinquanta anni fa la Madonna apparì a Lourdes, sui Pirenei francesi. Quarant’anni fa, a Piacenza, veniva inaugurata Nostra Signora di Lourdes, il grande tempio cattolico che troneggia su via Damiani, in quella che una volta era l’estrema periferia di Piacenza e che oggi è una delle zone più densamente abitate della città. La data è quella di lunedì prossimo 11 febbraio. Verrà il vescovo Luciano Monari alle 18 e 30, a celebrare una messa solenne, da cittadino onorario di Piacenza, visto che il sindaco Roberto Reggi gliela avrà conferita poco prima in Sant’Ilario. La prima pietra venne posta da un suo predecessore, monsignor Umberto Malchiodi il 19 marzo del 1965. Pianta romboidale, superficie 600 metri quadrati, lunghezza 36,50 metri, altezza 25 metri, progettisti l’architetto Benedetto De Scarpin e l’ingegner Frabrizio Pocci. L’11 febbraio del 1968 il tempio era finito. Lunedì 11 febbraio 2008 l’anniversario, doppio, come si è detto. Il quarantesimo non è il solo anniversario alle porte (apparizioni mariane a parte). Don Coppellotti e la sua comunità hanno deciso di festeggiare in maniera più solenne i cinquant’anni della nascita della parrocchia che ricorreranno tra due anni, nel 2010. Nel 1957 la diocesi decise di inviare un delegato vescovile in un quartiere che si stava formando lungo l’asse dell’attuale via Damiani, anche a seguito di un importante intervento di edilizia popolare. Muoveva i primi passi la parrocchia di Nostra Signora di Lourdes e una piccola chiesa veniva inaugurata nel 1960. Nel ’68 l’attuale tempio con il primo parroco don Alfredo Borella che morì poco dopo e lasciò la guida della comunità a don Ettore Cogni. Nel 1997 gli subentrarono, come co-parroci, don Serafino Coppellotti e don Lino Ferrari. Alla nomina di don Ferrari a vicario generale, nel 2004, don Coppellotti diventò parroco. Una chiesa che da quarant’anni va a braccetto con Lourdes. La statua della Madonna conservata nel tempio di via Damiani venne benedetta dall’allora vescovo Malchiodi durante un pellegrinaggio dell’Unitalsi nei luoghi in cui a Bernadette apparve la vergine Maria. Tornò in treno e, alla stazione di Piacenza, venne accolta con tutti gli onori e portata in processione fino ai campi dove, qualche anno dopo, sarebbe nata la nuova parrocchia.
Federico Frighi

Il testo integrale su Libertà di oggi 7 febbraio 2008

mercoledì 6 febbraio 2008

Ambrosio a pranzo con i seminaristi dell'Alberoni

Piacenza - Nuova giornata piacentina per il vescovo eletto monsignor Gianni Ambrosio in vista della sua ordinazione episcopale e presa di possesso previste il prossimo 16 febbraio. In mattinata il vescovo eletto ha incontrato l’amministratore diocesano, monsignor Lino Ferrari, facendo il punto sulla macchina organizzativa. A quanto si è appreso sarebbero già circa 25 i vescovi che hanno dato conferma della loro presenza in cattedrale. Il numero potrebbe aumentare nelle prossime ore non avendo ancora diversi presuli definito la loro agenda. Confermata la presenza del cardinale segretario di Stato Vaticano, Tarcisio Bertone, in duomo e, molto probabilmente, anche al collegio Alberoni, dove dovrebbe pranzare con monsignor Ambrosio e con i vertici dell’Università Cattolica nella tarda mattinata di sabato 16. Il condizionale è d’obbligo per motivi di sicurezza, essendo il cardinale il numero 2 del Vaticano. Sua eminenza dovrebbe arrivare a Piacenza in auto dall’areoporto di Milano-Linate. La partenza da Roma non appena terminata la riflessione del Papa nell’ultima giornata degli esercizi spirituali della curia romana che inizierà alle 9 del mattino. Monsignor Ambrosio, ieri mattina, dopo il summit in curia, si è recato proprio al collegio Alberoni dove è stato ricevuto dal rettore, padre Mario Di Carlo, ed ha pranzato assieme ai seminaristi. Una breve visita in Cattolica e poi il ritorno a Milano. Intanto procede a pieno ritmo l’organizzazione. «Mancano le ultime cose ma sono soddisfatto di come sta andando» ha detto l’amministratore diocesano monsignor Lino Ferrari.
f.fr.

da Libertà, 6 febbraio 2008