lunedì 17 marzo 2008

Ambrosio: pensiamo non secondo gli uomini ma secondo Dio!

Pubblichiamo il testo dell'omelia che monsignor Gianni Ambrosio, vescovo di Piacenza-Bobbio, ha tenuto sabato scorso nell'abbazia di Chiaravalle della Colomba dove ha incontrato i giovani della diocesi.

Carissimi giovani,
vi ringrazio innanzi tutto per la vostra presenza e per la vostra partecipazione a questa giornata diocesana della gioventù che è come un anticipo della grande GMG con il Santo Padre a Sidney.
So che per voi questo incontro, che avviene proprio alla vigilia della Settimana Santa, è ormai una tradizione molto bella. Per me è la prima volta e sono felice di inserirmi in questa tradizione, sono veramente lieto di essere qui con voi.
Mi sembra che questo nostro incontro, in questa stupenda abbazia di Chiaravalle della Colomba – così suggestiva questa sera ‑ sia un po’ come un grande portale che si spalanca davanti a noi e per noi, per introdurci all’interno di quella realtà straordinaria che è la Settimana Santa e dunque alla vita nuova illuminata da Cristo Risorto.
Le domande che voi mi avete posto – e a cui ho cercato di offrire qualche cenno di risposta – trovano qui, nella Parola del Signore che abbiamo ascoltato, e in particolare nel racconto della Passione del Signore Gesù, la risposta piena, esauriente. Vorrei invitarvi a tenere presenti le domande, quelle espresse a voce alta e quelle che sono rimaste lì nel silenzio del vostro cuore. Sì, tenetele ben presenti, le domande, ma per un momento lasciatele un po’ in disparte per fare posto innanzi tutto all’ascolto.
È decisiva la disponibilità all'ascolto del racconto della passione per scoprire la vera identità di Gesù Cristo, il Figlio di Dio che va incontro alla sua morte in un atteggiamento di radicale obbedienza al Padre e di totale amore per gli uomini, per tutti noi.
Il racconto della Passione di Matteo insiste molto su questo atteggiamento di Gesù: è centrale, fondamentale questo atteggiamento. Tutto il racconto della passione ruota attorno a questo atteggiamento, tutto lo svolgimento dei fatti della passione è basato su questo atteggiamento di fondo.
Siamo qui in ascolto, siamo qui in preghiera, per accogliere in noi lo Spirito del Signore Gesù, per ricevere in dono questo atteggiamento di obbedienza al Padre e di amore per i fratelli, per prendere coscienza del nostro modo umano, “troppo umano”, di guardare alla vita, di confrontarci con il dolore e la morte, di fare le nostre scelte.
L’evangelista Matteo sottolinea con forza che la passione di Gesù è la passione del «Figlio di Dio», titolo che viene ricordato più volte, a più riprese. Colui che soffre e muore è il Figlio innocente di Dio: egli affida la sua vita al Padre, prende su di sé il male del mondo, si carica del dolore dell'umanità martoriata, esprime la sua totale solidarietà con l'umanità peccatrice.
Inoltre Matteo sottolinea che Gesù va incontro alla sua passione e morte con totale libertà e con piena conoscenza: Gesù prevede il tradimento di Guida, sa che è giunta l'ora nella quale il Figlio dell'uomo sarà consegnato in mano ai peccatori. La libertà e la consapevolezza esprimono la volontà di Gesù di affidarsi al Padre. Neppure il dolore e la morte possono diventare occasione o pretesto per rifiutare la volontà del Padre, per ribellarsi a Dio.
L'oscurità della passione e della morte di Gesù è illuminata dal cammino percorso del «Figlio dell'uomo»: un cammino tracciato dalla sua libertà amante, amante del Padre che lo mandato e amante degli uomini cui è stato mandato. È precisamente questa luce nuova della libertà amante che suscita incomprensione e provoca scandalo per l'uomo. Per l’uomo “troppo umano”: quello cioè che non vuole che il suo cammino sia illuminato, quello schiacciato dal suo orgoglio, quello che si fida solo di sé e pretende di salvare la propria vita. È questa la radice ultima del peccato, è questa la fonte di ogni peccato.
Vorrei che ci soffermassimo qualche istante su questa radice del peccato che è la presunzione di salvarsi da soli, con le proprie forze fino a rifiutare Colui che il Padre ha mandato a noi per la nostra salvezza.
Ricordiamo il rifiuto di Pietro all'annuncio della passione di Gesù. Un rifiuto che provoca il duro monito di Gesù: «Tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini».
Ricordiamo ancora cosa accadde a Pietro nel momento in cui, durante la passione di Gesù, sta per essere riconosciuto come suo discepolo e quindi rischia la sorte del suo Maestro e Signore. Si rifugia subito nella menzogna di fronte alla domanda della serva e, nonostante la sua generosità, abbandona il suo Signore fino a rinnegarlo.
Ricordiamo, infine, la logica di Pilato che vuole presentarsi come giudice imparziale. Quando però si sente coinvolto, Pilato mostra tutto il limite della sua imparzialità. Non è disposto a perdere se stesso fino alla difesa di un innocente, fino all'affermazione della verità.
Potremo continuare con altri esempi, tratti dal Vangelo, come questi, oppure tratti dalla nostra vita. Esempi che ci attestano la logica basata sulla presunzione di decidere noi della nostra vita, sulla presunzione di salvare la propria vita. Pensare come gli uomini, e non secondo Dio, vuol dire questo: richiudersi in se stessi, rifiutare il dono.
Gesù ci libera da questa prigionia, da questo schiavitù. Ci libera da tutto questo con la sua libertà amante, ci libera con la sua grazia, ci libera con la luce del suo essere crocifisso-risorto.
Davvero, cari giovani che siete venuti qui questa sera così numerosi, questo incontro sia il portale che ci introduce alla Settimana Santa, cuore del tempo liturgico, e ci fa entrare in una dimensione profondamente nuova, in una logica decisamente diversa: quella di Gesù di Nazaret, quella del Vangelo. Allora la porta della vita – della vita vera – è aperta per noi, la porta del futuro è spalancata per noi, la nostra speranza è fondata e il senso della vita risplende in noi.
Il mistero di Gesù Cristo, il crocifisso-risorto, illumini la nostra storia e la nostra vita, perché, come discepoli, camminiamo al seguito di Gesù, senza mai offuscare la serietà e lo scandalo della croce e senza mai dimenticare la forza della risurrezione che Benedetto XVI ha caratterizzato come “la più grande ‘mutazione’ mai accaduta” che “riguarda anzitutto Gesù di Nazaret ma con lui anche noi, tutta la famiglia umana, la storia e l’intero universo”. Amen.

† Mons. Gianni Ambrosio,Vescovo Piacenza-Bobbio

Si ringrazia Vittorio Ciani per la collaborazione.



domenica 16 marzo 2008

Il vescovo Ambrosio a Chiaravalle con i giovani

Un sabato pomeriggio con il vescovo. Tanti sono stati i giovani che hanno deciso di trascorrere così una lunga ed intensa fetta della giornata di ieri. A Chiaravalle della Colomba hanno incontrato il vescovo di Piacenza-Bobbio Gianni Ambrosio in una sorta di meeting preparato e proposto dal Servizio di pastorale giovanile della diocesi. Al vescovo i giovani hanno detto, tra l'altro, che fra i loro desideri c'è quello di sentirsi maggiormente parte integrante della Chiesa. Sacri Corridoi ringrazia di cuore il fotografo Fabio Lunardini per gli scatti gentilmente concessi.
(Foto di Fabio Lunardini)
(Foto di Fabio Lunardini)
(Foto di Fabio Lunardini)
(Foto di Fabio Lunardini)

Il vescovo Ambrosio al Dies Academicus

Piacenza (fed.fri) Era la prima volta, negli ultimi sette anni, che monsignor Gianni Ambrosio teneva l’omelia del Dies Academicus non più da assistente ecclesiastico generale della Cattolica. «Sono qui come vescovo - dice al termine della celebrazione nella piazzetta di economia -, il nuovo assistente è stato nominato dalla Cei e verrà annunciato martedì». «Si è chiuso un capitolo e ne è iniziato un altro - osserva -. Una bella esperienza, di amicizia, di collaborazione». Profondo ed attuale il commento al Vangelo di Giovanni dove Gesù viene sottoposto alle domande dei giudei. «C’è un interesse, una curiosità per Gesù, anche se l’epilogo è triste e drammatico». «Si presenta come la guida, dice di guardare ai fatti, alle opere, alle scritture. Ma i giudei, come noi, sono preda delle loro ideologie. È il dibattito della Pasqua: tra la luce e l’oscurità, la vita e la morte».

da Libertà, 15 marzo 2008

sabato 15 marzo 2008

Ambrosio al Dies Academicus della Cattolica di Piacenza

Il vescovo di Piacenza-Bobbio Gianni Ambrosio ha celebrato ieri mattina la messa per il Dies Academicus della sede piacentina dell'Università Cattolica del Sacro Cuore.

venerdì 14 marzo 2008

Il vescovo di Fidenza in riabilitazione a Villanova d'Arda

Il vescovo di Fidenza monsignor Carlo Mazza entra nel Centro di riabilitazione di Villanova d'Arda dopo la rovinosa caduta di alcune settimane fa che gli ha provocato la micro frattura del bacino costringendolo all'immobilità. La prognosi, per il vescovo Mazza, è di trenta giorni.

Si ringrazia Fabio Lunardini per la fotografia.

Cambio in Cattolica, martedì il nuovo assistente generale

Il consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana ha nominato il successore di monsignor Gianni Ambrosio nel ruolo di assistente ecclesiastico generale dell’Università cattolica del Sacro Cuore. La nomina verrà resa ufficialmente nota martedì dal segretario generale monsignor Giuseppe Betori. I nomi più gettonati sono il ciellino monsignor Stefano Alberto (docente di teologia a Milano), e, soprattutto, monsignor Luigi Mistò, professore presso la facoltà teologica dell'Italia settentrionale, nonché incaricato diocesano e consulente pastorale della Conferenza episcopale italiana per la promozione del sovvenire alle necessità della Chiesa. Fine intellettuale, è autore di libri come Il cuore che vede. Meditazione pastorale sull'enciclica di Benedetto XVI "Deus caritas est" e Nient'altro che amore.

giovedì 13 marzo 2008

Il vescovo Ambrosio in luglio in Brasile

Piacenza- Il vescovo Gianni Ambrosio andrà in Brasile in visita alla diocesi d’Oltreoceano: le missioni piacentine rette dai sacerdoti “fidei donum”. Il primo viaggio all’estero di monsignor Ambrosio come vescovo di Piacenza-Bobbio, si terrà il prossimo luglio, dal 15 al 30. Le date sono state fissate in questi giorni. Monsignor Ambrosio tornerà in tempo, il 31 luglio, per la Madonna di San Marco a Bedonia. Quello brasiliano sarà, come detto, il battesimo d’Oltreoceano per il vescovo Ambrosio che continuerà così una tradizione interrottasi solo nel 2007. Ogni anno, infatti, all’inizio dell’estate, in visita alle missioni brasiliane si reca una delegazione guidata, ad anni alterni, dal vescovo o dal vicario generale. I festeggiamenti per il Quarantesimo della Chiesa piacentina in Brasile - lo scorso mese di ottobre - hanno richiamato in diocesi quasi tutti i missionari in occasione del saluto al vescovo Luciano Monari e nessuna delegazione si è recata Oltreoceano. Oggi si riprende. Monsignor Ambrosio - che rinuncerà dunque alla concomitante trasferta a Sidney per la Giornata mondiale della gioventù - incontrerà tutti i sacerdoti e i missionari laici piacentini a Braganca, ospite del vescovo Luigi Ferrando. Poi si recherà a Picos, dove operano don Mauro Bianchi e le missionarie Daniela Marchi e Valeria Menta, e a Roraima, dove vedrà i luoghi di don Giancarlo Dellospedale, don Carlo Roberti e Giuseppina Fiorani (direttrice del locale seminario).
La delegazione diocesana sarà formata, oltre a monsignor Ambrosio, dal segretario vescovile don Giuseppe Basini, dal vicario episcopale per la pastorale, monsignor Giuseppe Busani, dal direttore della Caritas diocesana e dell’Ufficio missionario, monsignor Giampiero Franceschini.
fed.fri

Il testo integrale su Libertà di oggi 13 marzo 2008

martedì 11 marzo 2008

Ambrosio in visita al sindaco

Ieri mattina, il vescovo Gianni Ambrosio, accompagnato dal vicario generale monsignor Lino Ferrari, ha fatto visita in municipio al sindaco Roberto Reggi. Un incontro cordiale - durato quasi un’ora - in cui il vescovo ha ringraziato Reggi per l’accoglienza dei piacentini nella cerimonia dello scorso 16 febbraio. Si è parlato naturalmente della collaborazione tra diocesi e Comune di Piacenza. Solo un accenno, nella prima parte dell’incontro, alla realizzazione dell’hospice (la casa per malati gravi). Il sindaco ha dichiarato di voler riconvocare quanto prima il tavolo di lavoro per accelerare la pratica. Al termine del colloquio, nell'atrio della sala consiliare, sono stato presentati al vescovo l'assessore Ignazio Brambati e alcuni dirigenti comunali.

Tonini sta meglio, dimissioni mercoledì

Piacenza - Il cardinale Ersilio Tonini sta meglio e verrà dimesso dall’ospedale di Ravenna molto probabilmente nella giornata di domani. Il porporato piacentino era stato ricoverato d’urgenza venerdì sera dopo aver avvertito forti dolori al ventre. I medici, dopo una serie di esami, gli hanno diagnosticato una subocclusione intestinale giudicandolo fuori pericolo. «Tutto è iniziato venerdì sera - spiega suor Paola, la religiosa che gli fa da segretaria -. Il cardinale era appena tornato da una lezione pomeridiana ai ragazzi del liceo classico e del liceo pedagogico di Ravenna. Mi ha chiamato e mi ha detto che avvertiva un forte dolore al ventre. Se stava fermo non sentiva invece nulla. Abbiamo chiamato il suo medico personale e, non trovandolo subito, il suo sostituto che ci ha consigliato di avvisare il 118». Tonini è giunto all’ospedale di Ravenna verso poco dopo le 7 di venerdì sera. Subito gli sono stati fatti gli esami necessari che hanno scongiurato problematiche connesse agli organi vitali. Tant’è che il cardinale piacentino è stato subito giudicato fuori pericolo. Secondo le prime informazioni sarebbe dovuto uscire dall’ospedale ieri mattina o al massimo oggi. Ieri mattina, ad esempio, ha concesso tranquillamente un’intervista al telefonino sul suo nuovo libro “Profezie per l’ottimismo” (Piemme). Vista l’avanzata età di Tonini - ha 93 anni - i medici gli hanno consigliato di rimanere in osservazione qualche giorno in più al fine di sottoporlo a nuovi esami. Preoccupazione prima e sollievo poi nella casa di Ravenna dove vive il porporato. «L’ho sentito questa mattina (ieri, per chi legge, ndr) al telefono - racconta suor Paola -. “Forza, sempre avanti, siamo giovani” mi ha detto. È sempre il solito». «Alla sua età dovrebbe riguardarsi di più - si lascia scappare - e invece ...». Invece il cardinale piacentino, prima del malore, mercoledì pomeriggio, era partito per Milano dove, il giorno successivo, aveva presenziato, all’Università Cattolica del Sacro Cuore, all’inaugurazione di una mostra di disegni in tema biblico.

Il testo integrale su Libertà di oggi, martedì 11 marzo 2008

domenica 9 marzo 2008

Il cardinale Tonini all'ospedale. Non è grave.

Il cardinale Ersilio Tonini è stato ricoverato d'urgenza venerdì sera nel reparto di chirurgia dell'ospedale di Ravenna a causa di alcuni dolori addominali. Venerdì mattina era intervenuto all'Università Cattolica del Sacro Cuore, a Milano. Le sue condizioni, a quanto si è appreso dall'Azienda sanitaria locale di Ravenna, sono definite "non preoccupanti". Tonini, che ha 93 anni, è rimasto in osservazione nella giornata di oggi. Tutti gli esami avrebbero dato esito negativo e non ci sarebbero state complicanze. Secondo i medici, si è trattato di una subocclusione intestinale. Il cardinale piacentino potrebbe essere già dimesso domani o martedì.

sabato 8 marzo 2008

Ambrosio presenta il libro di don Giussani "Si può vivere così?"

Piacenza- Sarà il vescovo Gianni Ambrosio a presentare martedì sera il testo di monsignor Luigi Giussani “Si può vivere così?” L’appuntamento è per le ore 21 all’auditorium del conservatorio di musica Nicolini (via Santa Franca, 35 a Piacenza). L’iniziativa è organizzata da Comunione e Liberazione che ha adottato il testo per il suo cammino del 2008. «Il volume che verrà presentato - spiega Luciano Ferrari, responsabile piacentino di Cielle, durante la presentazione di ieri mattina nella sede di via San Giovanni assieme ad Enrico Braghieri - è stato rieditato da Rizzoli dodici anni dopo il successo registrato nella prima uscita del 1994». Martedì sera sarà presente anche monsignor Mauro Inzoli, presidente della Fondazione Banco Alimentare Onlus. Il volume “Si può vivere così? Uno strano approccio all’esistenza cristiana” è il risultato di un dialogo tra don Giussani e alcuni giovani (un centinaio) i quali hanno deciso di impegnare la propria vita con Cristo in una forma di dedizione totale accettando la proposta della “verginità”.

venerdì 7 marzo 2008

Il libro: Chiesa e internet

"Accesso alla rete in corso. La comunicazione della Chiesa dalla tradizione orale a Internet":
è il titolo dell'e-book dedicato al rapporto tra Chiesa e comunicazione.

Il volume passa in rassegna la storia della comunicazione della Chiesa cattolica, con particolare riferimento alla realtà italiana. Presenta, oltre ad un excursus storico, anche le chiavi di lettura del rapporto tra Chiesa e mass media. Ampio spazio è dedicato ad internet e alla presenza cattolica italiana in rete. Tra storia e tecnologia, oltre duemila anni di storia della comunicazione della Chiesa, dalla tradizione orale a Internet, condensati in 166 pagine.
L'eBook, scritto con linguaggio semplice ma con precisione scientifica, è scaricabile gratuitamente all'indirizzo http://books.lulu.com/content/2115315. Presentazione all'indirizzo http://barbara.fiorentini.googlepages.com/accessoallareteincorso
Dedicato a Operatori della comunicazione e della pastorale, educatori, formatori, comunicatori, cultori della materia.

L'autrice Barbara Fiorentini (Piacenza, 1971) è bibliotecaria universitaria specializzata in biblioteconomia multimediale. E' studiosa nel settore delle tecnologie applicate alla comunicazione e ricercatrice indipendente nel settore library and information science.

Sul tema Chiesa e comunicazione ha giù scritto: e-v@ngelo. La pastorale nell'era Internet. Piacenza, Editrice Berti, 2000 ; Lanç@ai as redes. Campo Grande (Brazil), UCBD, 2002 (con Gildasio Mendes dos Santos) ; A tempo di bit. Arte, Chiesa e comunicazione virtuale. Milano, Paoline, 2003 (insieme a Gildasio Mendes dos Santos) ; Focus Internet. La Chiesa in Internet, e-book, Edizioni d'Autrice, 2003 (http://barbara.fiorentini.googlepages.com/focus-ebook.pdf) ; C@st the Nets. The mission of the Catholic Church in the Era of Information, 2005 (insieme a Gildasio Mendes dos Santo e Timothy MacDonald). Web: http://barbara.fiorentini.googlepages.com/

Per ulteriori informazioni, contattare l'autrice scrivendo all'indirizzo barbara.fiorentini@gmail.com.

giovedì 6 marzo 2008

"Siate ricercatori di luce"

Pubblichiamo, con grave ritardo, l'omelia tenuta dal vescovo di Piacenza-Bobbio, Gianni Ambrosio, domenica scorsa, 2 marzo 2008, per la IV domenica di Quaresima.

Miei cari fedeli,
il simbolo della luce è il tema di questa quarta domenica di Quaresima. La luce esteriore e quella interiore, il vedere con gli occhi e l’essere illuminati interiormente, il passaggio dall’oscurità alla luce. Insieme a quello dell’acqua, il simbolo della luce è uno dei grandi simboli culturali e religiosi dell’umanità intera. Da sempre l’uomo avverte il bisogno della luce, è affascinato dalla luce. Perché la luce è vita, e la vita è vittoria sulle tenebre, è riscatto dall’oscurità. Noi siamo ricercatori di luce, siamo fatti per vivere e per camminare nella luce. Ma c’è un’oscurità che non possiamo sconfiggere con le sole nostre forze. La tenebra del male e del peccato è vinta solo da colui che è «la luce del mondo» (Gv 9, 5), da Gesù che, proprio nel brano evangelico di questa domenica, dona luce a chi vive nelle tenebre con gesti e parole che evocano il dinamismo sacramentale. Siamo invitati a renderci consto della grazia del nostro essere battezzati in Cristo Gesù; siamo invitato a gioire del dono della luce che vince ogni oscurità, che sconfigge ogni tenebra, anche quella, profonda, del male e del peccato. Il racconto evangelico, che ha un chiaro significato di iniziazione al battesimo e di catechesi battesimale, è molto vivace e coinvolgente: come per il cieco che si lava nella piscina di Siloe c’è la grazia della luce, così a noi è offerta la grazia di una vita luminosa grazie all’incontro sacramentale con Cristo, grazie all’amicizia con Lui. Il cieco del racconto evangelico non è solo una persona malata che viene guarita dalla sua cecità, ma è soprattutto la figura di chi accoglie la luce della fede. Perché la fede in Gesù Cristo è luce, perché credere in Lui, nel suo vangelo, è “vedere” in modo nuovo e, quindi, vivere in modo muovo.
2. Per capire il senso di questo “vedere” in modo nuovo, soffermiamoci innanzi tutto proprio sullo sguardo, e precisamente sulla diversità tra lo sguardo di Gesù e quello dei suoi discepoli su quel cieco che incontrano per strada. E’ impressionante la diversità dello sguardo. Vedendo quel cieco, i discepoli interrogano subito Gesù: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?» (Gv 9, 2). Domanda forse legittima, che può riguardare le cause della sofferenza. Siamo sempre alla ricerca di una spiegazione. Ma a ben vedere la domanda è sconcertante. Innanzi tutto perché prescinde da quella persona malata, dalla sua sofferenza di non vedente: lo sguardo dei discepoli quasi non si rivolge al malato ma subito si dirige alle possibili cause della malattia. E poi perché è una domanda triste, è rassegnata: si limita a chiedere spiegazioni. Con un aggravante: dalla domanda traspare un giudizio già deciso e molto drastico, in quanto l’interrogativo dei discepoli lega in modo automatico la malattia al peccato. Al loro Maestro, al loro Rabbì, prontamente interpellato, i discepoli concedono solo un’alternativa: se quella cecità è dovuta al peccato del cieco o al peccato dei suoi genitori. Lo sguardo di Gesù è totalmente diverso, è rivolto al cieco e ed è rivolto a Dio. Gesù infatti risponde: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio» (Gv 9, 3). E le opere di Dio che Gesù viene a manifestare sono luce e vita, anche per chi è cieco fin dalla nascita. Gesù risponde dunque alla domanda dei discepoli negando quel legame tra la malattia e il peccato e rifiutando uno sguardo colpevolizzante. Il suo sguardo non è di giudizio, non è di condanna ma è uno sguardo di attenzione, di premura, di carità: la malattia di quel cieco è l’occasione del manifestarsi dell’azione di Dio. Non è dunque il momento di sapere chi è il colpevole. Non è neppure il momento di cercar di capire il perché della sofferenza. Ora è il momento, ben più importante, di accogliere l’azione di Dio che si manifesta nel dono della vista e, più ancora, nel dono della luce della fede. Anche le reazioni dei conoscenti e dei genitori di quel cieco non sono entusiasmanti: a loro interessa solo di non avere problemi. Ma ancor più preoccupante è la reazione dei farisei. Se i discepoli si aspettano una spiegazione, i farisei, invece, non si aspettano nulla. Anzi non vogliono aspettarsi nulla, neppure da Dio e dalla sua azione. Presumevano di avere tutto e pretendevano di sapere tutto: sono allora costretti a negare i fatti, a far finta di non vedere che c’è un uomo pieno di gioia perché finalmente ci vede, pur di non smentire la loro presunzione e di non intaccare le loro regole.
3. Ma arriviamo finalmente alla professione di fede del cieco che esclama: «Io credo, Signore», prostrandosi innanzi a Gesù (Gv 9, 38). Siamo anche noi sospinti alla stessa professione di fede del cieco: Sì, io credo, noi crediamo. Nella vicenda del cieco scopriamo la nostra storia, la storia di ogni cristiano, di ogni battezzato illuminato dalla luce che è Cristo Signore. Ecco allora l’invito di Gesù: «chi mi segue non cammina nelle tenebre, ma avrà la luce della vita» (Gv 8, 12). E l’apostolo Paolo, come è stato proclamato nella seconda lettura, quasi commentando l’invito di Gesù, afferma: «Camminate come figli della luce e il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità» (Ef 5, 8-9). Questa esortazione molto concisa dell’apostolo Paolo sembra capace di dire, cari amici, ciò che la comunità cristiana ha fatto nel corso della storia e ciò deve continuare a fare oggi. Da quello sguardo nuovo – lo sguardo di Gesù sul cieco nato – deriva un cammino nuovo, il cammino dei figli della luce. Gesù ci dona il suo sguardo, la sua luce, il suo amore e noi siamo resi capaci di camminare sulla via della luce che è una via di bontà, di giustizia e di verità. Nel mutare dei tempi e delle stagioni, il Vangelo è e resta la luce e la speranza per tutti, in ogni luogo e in ogni tempo. “Ieri, oggi e sempre”: Cristo resta lo stesso, il suo mistero è inesauribile, per “ampiezza, altezza, lunghezza e profondità”. Ogni persona, ogni cultura può trovare in Cristo e nel suo Vangelo la “sapienza” (il Logos) che illumina la vita degli uomini e li dirige su strade di verità, di giustizia, di amore, di solidarietà, di convivenza nella pace. Fratelli e sorelle, ringraziamo con cuore davvero grato e riconoscente il Signore per il dono della luce battesimale. E chiediamogli di aiutarci ad essere “figli della luce”, anche per saper offrire ai nostri fratelli i buoni frutti della luce. Amen.
† Mons. Gianni Ambrosio,
Vescovo Piacenza-Bobbio

Si ringrazia Vittorio Ciani per la collaborazione

mercoledì 5 marzo 2008

Centro Manfredini, festa per i 19 anni

Piacenza - «Quello che abbiamo fatto e che continuiamo a fare non è importante o qualche cosa di eccezionale, dovrebbe essere l’ordinarietà per tutti i cristiani». Don Angelo Bertolotti commenta così i 19 anni del Centro Manfredini che ieri sera ha festeggiato l’anniversario della fondazione. Una festa molto semplice, una messa e una “bicchierata” insieme. «Anche se non ci sono molte gratificazioni e soddisfazioni dal punto di vista umano - continua don Bertolotti - è un servizio che rifarei, ad occhi chiusi». Il Centro è nato da un’idea di don Bertolotti il 4 marzo del 1989 a Gossolengo. «Come curato (in San Sisto, San Sepolcro, Sant’Eufemia), nei campi estivi in parrocchia avevo ospitato diverse volte dei ragazzi disabili - racconta -. Mi ero reso conto che mancava una struttura del genere, una casa famiglia che operasse tutti i giorni dell’anno, anche quando non ci saranno più i genitori». La prima sede fu a Gossolengo, poi il trasferimento in via Grondana e infine nell’attuale via Beati. Il Centro nacque grazie ad una donazione di monsignor Luigi Giussani, fondatore di Comunione e Liberazione, grande amico di monsignor Enrico Manfredini, vescovo di Piacenza dal 1969 al 1983. Il Centro ospita attualmente due case famiglia per disabili attorno alle quali gravitano una cinquantina di volontari.
fed.fri.

Il testo integrale su Libertà di oggi 5 marzo

Il prefetto in visita al vescovo

Nella foto, il neo prefetto di Piacenza, Luigi Viana, durante l'incontro con il vescovo Gianni Ambrosio nello studio privato del presule nell'episcopio di Piacenza-Bobbio.

Si ringrazia Angela Carioni per la collaborazione.

martedì 4 marzo 2008

Ambrosio all'Azione Cattolica: non c'è democrazia senza associazionismo

L'omelia pronunciata dal vescovo di Piacenza-Bobbio, Gianni Ambrosio, nella messa in duomo di domenica 2 marzo.

Cari giovani e cari adulti dell’Azione Cattolica, ho letto su Il Filo la lettera di Pierpaolo, il vostro presidente. Verso la fine di questa lettera ho trovato la frase seguente: “Speriamo di avere con noi durante l’assemblea diocesana il nuovo vescovo che, mentre scrivo questa lettera, attendiamo ancora… Sarebbe bello poter mostrare, dal vivo, al nostro nuovo pastore la nostra disponibilità, il nostro impegno, la nostra gioia, il nostro affetto ed esprimere a lui quanto ci sta a cuore il bene delle persone e la vitalità della nostra Chiesa”.
Ecco esaudito il desiderio di Pierpaolo e, credo, il desiderio di tutti voi. Ma se questo era il vostro desiderio che oggi è esaudito, posso assicurarvi che è davvero grande, a pochi giorni dalla mia ordinazione episcopale, la mia gioia di salutarvi, di incontrarvi, di accogliere la vostra disponibilità e il vostro impegno, di sentire il vostro cuore pulsare “per il bene delle persone e per la vitalità della nostra Chiesa”.
Una Chiesa, la nostra, non solo vitale ma anche una Chiesa giovane: e questo grazie a voi, alla vostra presenza, alla vostra partecipazione, alla vostra associazione.
Una Chiesa vitale, una Chiesa giovane, una Chiesa che semina speranza perché illuminata da quella luce che è Gesù Cristo.

2. Proprio la luce è il tema di questa quarta domenica di Quaresima. La luce esteriore e quella interiore, il vedere con gli occhi e l’essere illuminati interiormente, il passaggio dall’oscurità alla luce.
Insieme a quello dell’acqua, il simbolo della luce è uno dei grandi simboli religiosi e culturali dell’umanità intera. Da sempre l’uomo avverte il bisogno della luce, è affascinato dalla luce. Perché la luce è vita, e la vita è vittoria sulle tenebre, è riscatto dall’oscurità.
Siamo ricercatori di luce, siamo fatti per vivere e per camminare nella luce.
Ma c’è un’oscurità che non possiamo sconfiggere con le sole nostre forze. La tenebra del male e del peccato è vinta solo da colui che è “la luce del mondo” (Gv 9, 5), da Gesù che, proprio nel racconto evangelico di questa domenica, dona luce a chi vive nelle tenebre con gesti e parole che evocano il dinamismo sacramentale.
Il racconto della guarigione del cieco nato ci invita a gioire di questo dono della luce che vince ogni oscurità, che sconfigge ogni tenebra, anche quella, profonda, del male e del peccato.
È un racconto che ha un chiaro significato di iniziazione al battesimo e di catechesi battesimale. Un racconto molto vivace e coinvolgente: come per il cieco che si lava nella piscina di Siloe c’è la grazia della luce, così a noi è offerta la grazia di una vita luminosa grazie all’incontro sacramentale con Cristo, grazie all’amicizia con Lui.
Il cieco del racconto evangelico non è solo una persona malata che viene guarita dalla sua cecità, ma è soprattutto la figura di chi accoglie la luce della fede. Perché la fede in Gesù Cristo è luce, perché credere in Lui, nel suo vangelo, è “vedere” in modo nuovo e, quindi, vivere in modo muovo.

3. Siamo allora anche noi sospinti alla professione di fede del cieco che esclama: “Io credo, Signore” (Gv 9, 38). Sì, io credo, noi crediamo: nella vicenda del cieco scopriamo la nostra storia, la storia di ogni cristiano, di ogni battezzato illuminato dalla luce che è Cristo Signore.
Ecco allora l’invito di Gesù: “chi mi segue non cammina nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (Gv 8, 12). E l’apostolo Paolo, come è stato proclamato nella seconda lettura, quasi commentando l’invito di Gesù, afferma: “Camminate come figli della luce e il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità” (Ef 5, 8-9).
Questa esortazione molto concisa dell’apostolo Paolo sembra capace di dire, cari amici, tutta la storia dell’Azione Cattolica, la vostra storia, ormai lunga e tuttavia sempre nuova. Sono passati 140 anni dalla fondazione e l’anniversario può essere l’occasione per comprendere più in profondità il senso e il valore del vostro essere associati.
Forse non prestiamo debita attenzione all’importanza dell’associazionismo per la vita sociale. E’ invece di capitale importanza: non c’è vita civile, non c’è democrazia senza la vita associativa.
Ma altrettanto capitale è l’importanza delle associazioni per vita ecclesiale. Vorrei invitare tutti, anche i curati e i parroci, a prenderne atto, a rendersene conto. Non si tratta di una preferenza o peggio di un mio capriccio più o meno ideologico. Si tratta semplicemente di prendere atto della realtà: senza le forme associative la vita è vissuta in modo individualistico, senza il legame di appartenenza il cammino di maturazione è puramente teorico e la libertà è pura astrazione. E se questo vale a livello sociale, vale ancor di più per la realtà ecclesiale.
Proprio questo valore dell’associazione è stato compreso da quello straordinario “movimento cattolico” che ha dato il via, con grande intelligenza e lungimiranza, a una serie di iniziative concrete, tra cui ciò che verrà poi denominata Azione Cattolica, per favorire una socialità civile e cristiana capace di far fronte ad una società lacerata dalle novità della modernità.
Ma anche il contenuto del vostro programma associativo, pur con accenti diversi e con termini nuovi, richiama quel grande progetto del “movimento cattolico”, un progetto che mira all’incontro tra la fede e la vita, tra il Vangelo e la cultura. Si tratta di un processo continuo, dinamico, che attende nuove concretizzazioni dentro le vicende storiche sempre mutevoli. Proprio nel mutare dei tempi e delle stagioni, il Vangelo è e resta la luce e la speranza per tutti, in ogni luogo e in ogni tempo. Nella sua qualità di “buona notizia”, il Vangelo è comunicazione della salvezza ed è risposta ad ogni domanda che gli uomini possano formulare, esplicitamente o implicitamente.
“Ieri, oggi e sempre”: Cristo resta lo stesso, il suo mistero è inesauribile, per “ampiezza, altezza, lunghezza e profondità”. Ogni cultura può trovare in Cristo e nel suo Vangelo la “sapienza” (il Logos) che illumina e orienta la vita degli uomini su strade di verità, di giustizia, di amore, di solidarietà, di convivenza nella pace.
Il Vangelo annunciato e testimoniato è il significato della vita della comunità cristiana, il motivo proprio per cui essa esiste. All’interno della comunità cristiana, l’Azione Cattolica è l’esempio concreto di cosa vuol dire luce battesimale, con l’impegno di una formazione capace di una testimonianza visibile e pubblica di quella “fede cristiana … aperta a tutto ciò che di grande, vero e puro vi è nella cultura del mondo”, capace di “ricercare i punti di contatto, di recuperare ciò che vi è di buono, ma anche di contrastare “ciò che nelle culture sbarra le porte al vangelo” (J. Ratzinger, «Il Logos e l’evangelizzazione della cultura», in Servizio nazionale per il progetto culturale (a cura di), Parabole medianiche. Fare cultura nel tempo della comunicazione, EDB, Bologna 2003, pp. 179-181).
Cari amici dell’Azione Cattolica, siate fieri della vostra grande storia, siate consapevoli della luminosità della fede e della testimonianza cristiana, sia capaci di un confronto sereno e spassionato con le diverse espressioni culturali. Memoria grata, testimonianza convinta della fede in Cristo, confronto intelligente: siano queste le cifre dell’impegno e della bellezza della vostra associazione.

† Mons. Gianni Ambrosio,Vescovo Piacenza-Bobbio

Si ringrazia Vittorio Ciani per la collaborazione

Ambrosio-day, i complimenti di Bertone a monsignor Rizzi



Piacenza -Una celebrazione perfetta quella dell’entrata in diocesi del vescovo Gianni Ambrosio. I complimenti sono del segretario di Stato del Vaticano, il cardinale Tarcisio Bertone. Destinatario il giudice ecclesiastico e capo del cerimoniale liturgico della diocesi di Piacenza-Bobbio, monsignor Renzo Rizzi (nella foto il secondo da destra, dopo il cardinale Poggi) che lo scorso 16 febbraio ha guidato la solenne celebrazione in duomo. Il retroscena si è appreso solo ieri a margine dell’ultimo incontro del comitato diocesano creato per la celebrazione d’ingresso del vescovo Ambrosio. «Tutto è andato bene - ha commentato il vicario generale Lino Ferrari - ci sono arrivati tanti complimenti per come è stata organizzata la celebrazione e siamo molto contenti». Anche il vescovo Ambrosio ha voluto ringraziare i membri del comitato e lo ha fatto ricordando come attestati di merito gli siano arrivati anche da Vercelli, Milano e Roma. «L’esperienza fatta è stata preziosa, positiva e impegnativa - ha evidenziato monsignor Ferrari - si è vista la grande disponibltà alla collaborazione da parte di tutte le istituzioni».
F.Fr.


Il testo integrale su Libertà di oggi 4 marzo 2008

lunedì 3 marzo 2008

Obiettivo ok, sciolto il comitato per l'accoglienza ad Ambrosio

Comunicato stampa diocesi di Piacenza-Bobbio

Si è riunito nel pomeriggio di oggi, lunedì 2 marzo, per un momento di verifica finale il Comitato che ha preparato l’ordinazione episcopale e l’ingresso di mons. Gianni Ambrosio a Piacenza. Il Comitato, presieduto da mons. Lino Ferrari, aveva seguito sotto il profilo organizzativo, liturgico, pastorale e della comunicazione la celebrazione che ha coinvolto quasi 3mila piacentini e non solo lo scorso 16 febbraio.
Il Comitato era formato da rappresentanti della diocesi: lo stesso mons. Ferrari, mons. Giuseppe Busani (vicario episcopale per la pastorale), mons. Eliseo Segalini (presidente del Capitolo dei canonici della Cattedrale), mons. Anselmo Galvani (parroco della Cattedrale), don Giuseppe Basini (segretario del Vescovo e amministratore parrocchiale di S. Antonino), don Paolo Camminati (Servizio per la pastorale giovanile), don Riccardo Lisoni (Servizio Multimedia per la pastorale), don Davide Maloberti (Ufficio comunicazioni), Fausto Fiorentini (Ufficio Stampa), suor Franca Barbieri (responsabile della religiose), il diacono Roberto Porcari, Teresio Cerini e Gino Taramino.
L’Università Cattolica, di cui mons. Ambrosio è assistente generale, era rappresentata dal prof. Romeo Astorri, preside di giurisprudenza alla sede piacentina dell’Ateneo. Il Comune di Piacenza era rappresentato da alcuni stretti collaboratori del sindaco, Vittoria Avanzi, Renza Malchiodi e Margherita Mezzadri.
L’incontro di verifica ha sottolineato la felice riuscita dell’arrivo a Piacenza del nuovo vescovo e dell’intera celebrazione che è stata presieduta dal card. Tarcisio Bertone. Molto positiva la collaborazione registrata tra la diocesi e le diverse istituzioni, in primo luogo il Comune di Piacenza, le forze dell’Ordine e le diverse realtà che hanno lavorato insieme per la felice riuscita della giornata. Grazie anche agli ambulanti del mercato del sabato mattina che hanno accettato il momentaneo trasferimento sul Pubblico Passeggio e ai commercianti dell’area di Piazza Duomo.
Numerosi i piacentini che hanno preso parte alla celebrazione, esprimendo così un forte coinvolgimento popolare. Preziosa, inoltre, la presenza di gruppi legati a mons. Ambrosio e provenienti da Milano, Roma e Vercelli.
Positivo lo svolgimento della celebrazione sul piano liturgico, dei canti e dei diversi segni. La messa ha visto il pieno utilizzo anche dell’ampia area del presbiterio, sistemata per l’occasione, nel quale, oltre al cardinal Bertone e ai vescovi, hanno trovato posto oltre 200 sacerdoti.
Positiva infine l’installazione dei maxischermi sia in Cattedrale che all’esterno del Duomo, che hanno permesso a tutti, con la collaborazione di Telelibertà, la visione della celebrazione e delle diverse fasi dell’accoglienza. Molti, poi, i piacentini che hanno seguito l’evento attraverso la diretta di Telelibertà ripresa anche dall’emittente Telepace che ha trasmesso via satellite la celebrazione.
Il vicario generale ha espresso a tutti la gratitudine della diocesi. E’ stata una giornata – ha detto – vissuta con grande gioia e commozione nei diversi momenti, dall’accoglienza a piazzale Milano - ai confini della provincia -, nella basilica di S. Antonino, in piazza Duomo e in Cattedrale. E’ stato un segno di speranza per l’intera Chiesa piacentina-bobbiese.
Il Comitato, al termine dell’incontro, ha ricevuto il sentito e caloroso grazie dello stesso mons. Ambrosio.

Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo ...

Pubblichiamo il testo dell'intervento che il vescovo di Piacenza-Bobbio, Gianni Ambrosio, ha tenuto a Chiaravalle della Colomba lo scorso 21 febbraio con i sacerdoti del vicariato della Valdarda. Era, quello, il primo di una serie di incontri con i sacerdoti che il nuovo vescovo sta compiendo in queste prime settimane del suo ministero piacentino-bobbiese.

Con il saluto fraterno vi confesso che, venendo a fare il vescovo, avevo ben chiaro un proposito: ascoltare molto e parlare poco. E invece mi tocca parlare spesso, forse troppo; spero almeno di riuscire ad ascoltare. Se così fosse, mezzo proposito sarebbe realizzato.

Vi chiedo poi scusa se non ho pensato ad un tema specifico per questo ritiro. Questi giorni sono per me piuttosto caotici. Mi manca il tempo per pensare, mi manca la tranquillità per meditare.

Allora vi propongo qualche spunto di riflessione partendo dalla Quaresima, dal cammino verso la Pasqua, con un’attenzione particolare al dono della salvezza, che è la finalità della missione di Gesù: “Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo…”, recitiamo nel Credo.

Ho il timore – spero infondato – che questa finalità non sia molto considerata. Ho il sospetto – spero infondato ‑ che ciò che caratterizza e segna in profondità la rivelazione cristiana sia alla fin fine poco avvertito.

Ma lasciamo da parte sospetti e timori. Chiediamoci piuttosto: come ravvivare in noi – e suscitare nei nostri fratelli ‑ il desiderio di salvezza? È possibile intravedere un desiderio di salvezza in questo tempo di certezze solo provvisorie e precarie? Come risvegliare l’attesa di salvezza e fare in modo che il Vangelo possa essere non solo comunicato ma accolto come dono prezioso dagli uomini e dalle donne che sono alla ricerca di ragioni per vivere?

Questi sono gli interrogativi che rivolgo a me ma che affido anche a voi, alla vostra meditazione.

Suggerisco due spunti di risposta.

Il primo: per l’annuncio della salvezza occorre ricuperare, come stile, come metodo, come proposta, il colloquium salutis.

Il secondo: per suscitare il desiderio di salvezza occorre essere convinti che “il popolo è in attesa”.

1) Faccio ricorso ad un’espressione cara a Paolo VI, il colloquium salutis. È l’espressione centrale di quell’enciclica sempre attuale, l’Ecclesiam suam. L’annuncio della salvezza non può prescindere dal dialogo, come stile, come metodo, come proposta. La Chiesa è Mater et Magistra, ma per essere madre e maestra deve essere anche sorella. In modo particolare oggi: l’annuncio del Vangelo deve essere permeato di spirito dialogico. L’invito ad accogliere – a “condividere” ‑ il dono straordinario della salvezza passa attraverso l’ascolto attento delle attese e delle speranze umane e proprio in quanto attento l’ascolto è anche critico.

Alla base del colloquium salutis, vi è una precisa convinzione: la verità offerta nell’annuncio è in grado di incontrare la ricerca umana. Per cui la verità donata attraverso il dialogo è capace di venire incontro alle esigenze di fondo che muovono l’umanità. È per rispetto dell’uomo e della sua ricerca che si esige lo spirito di dialogo. Ma, ancor più, è per coerenza con la verità del messaggio annunciato che si esige lo spirito di dialogo.

La Chiesa ha sempre camminato nella storia amando la compagnia degli uomini, intercettando le loro profonde esigenze e mostrando quanto sia ricca di frutti la scelta di libertà dell’uomo che si apre a Dio.

La nostra Chiesa è ‘cattolica’: è mandata ad evangelizzare il mondo intero. Ma è ‘cattolica’ anche in questo senso: è aperta alla storia umana perché sia storia di vita e di salvezza. La Chiesa cattolica ha sempre rifiutato ogni drastica divisione tra la salvezza donata in Cristo Gesù e la storia umana. Anzi è sempre stimolata a riconoscere che, in Gesù Cristo, la storia umana – così volubile, così incerta, così problematica – è connessa intimamente al regno di Dio, aperto a tutti, già presente ed inaugurato nella storia come un seme che germoglierà nel futuro.

È stata davvero straordinaria la capacità della Chiesa di affiancare il cammino degli uomini e di sostenere il loro sforzo di crescita verso una dignità degna dell’uomo, cogliendone le aspettative più vere. Per questo la “prima attenzione” consiste “nello sforzo di metterci in ascolto della cultura del nostro tempo, per discernere i semi già presenti in essa”: è importante questa attenzione “per poterci fare servi della gioia e della speranza” dei nostri contemporanei” (Orientamenti Pastorali, n. 34). Naturalmente “l’attenzione a ciò che emerge nella ricerca dell’uomo non significa rinuncia alla differenza cristiana, alla trascendenza del Vangelo, per acquiescenza alle attese più immediate di un’epoca o di una cultura” (Orientamenti Pastorali, n. 35).

La stessa parrocchia è lì a dimostrare, con la sua straordinaria storia, l’ospitalità della Chiesa tutta per la vicenda umana. Come la comunità parrocchiale nel suo insieme si è fatta carico dei poveri, pena il venir meno della carità ecclesiale in quel luogo, così la comunità parrocchiale si è preoccupata dei molti equivoci che oscurano la trasparenza dell'immagine di Dio ed intralciano il cammino che nella fede in Gesù conduce al riscatto dell’esistenza. Questa ospitalità non è peraltro da pensare in termini di semplici occasioni di incontro e di conversazione. Essa è stata articolata e programmata nella forma di una rete di relazioni che hanno come polo di riferimento l'ambito dell'insediamento domestico. È quindi una ospitalità che fa riferimento alla 'casa' e alla 'famiglia', non nel senso ristretto e materiale delle rispettive figure, bensì nell'accezione complessiva e significativa di quell’insieme di rapporti che fanno capo alla dimensione 'domestica' dell'esistenza quotidiana.

L’ospitalità cristiana, così intesa e realizzata, è uno dei modi più eloquenti con cui la parrocchia ha reso – e deve rendere anche nell’oggi ‑ concretamente visibile l’accessibilità al cristianesimo e alla Chiesa. E dunque alla salvezza in Gesù Cristo. La parrocchia, per la realizzazione di tale ospitalità, ha fatto leva sull'indole peculiare del suo modo di essere, ha cioè realizzato la propria iniziativa cristiana di comunicazione della fede e di presenza della Chiesa, nei termini relativi alla sua caratteristica figura di insediamento locale dell'istituzione ecclesiale. Il cammino di fede verso la salvezza è così connesso alle condizioni domestiche della vita quotidiana. Scontando, è il caso di ricordarlo, il carattere complesso ed imprevedibile della ricerca di Dio e dell’appartenenza ecclesiale nella realtà odierna. Con una duttilità ed una flessibilità notevoli, la parrocchia ha valorizzato con intelligente disponibilità le opportunità di realizzazione di un’immagine irrinunciabile del cristianesimo: quella cioè che mette in luce l'universalità dell'accesso e della appropriazione della fede nelle condizioni offerte dalla normalità della vita individuale e collettiva di base.

2) Fin qui abbiamo parlato di stile. Per ravvivare e suscitare il desiderio di salvezza, occorre fare un passo successivo. Potremmo lasciarci guidare da un’indicazione scarna e sobria dell’evangelista Luca il quale afferma che “il popolo era in attesa” (Lc 3, 15).

Quel mondo ebraico inquieto e pieno di aspettative, preparato fin dall’esodo all’attesa del Regno di Dio cui i profeti hanno sempre richiamato il popolo con insistenza e con forza, avrebbe potuto accogliere prontamente il messaggio di Gesù che annuncia la venuta del Regno di Dio, concetto familiare all’Antico Testamento e al giudaismo. Così non è avvenuto. E tuttavia Luca dice: “il popolo era in attesa”.

L’interesse di molti per quell’annuncio si intreccia con lo sconcerto, la diffidenza, la delusione, il rifiuto. D’altronde il Regno che Gesù annuncia ha caratteri di novità – pensiamo anche solo alla sorprendente universalità ‑ che richiedono un modo muovo di pensare Dio e la sua presenza nel mondo.

Anche per la nostra realtà culturale si deve richiamare la sobria annotazione di Luca: “il popolo è in attesa”. Anche se, per diversi aspetti, l’odierna realtà sembra poco disposta ad attendere il Regno di Dio e poco preparata ad accoglierlo. Domande e desideri dell’uomo di oggi vanno spesso in altra direzione rispetto all’incontro con Dio. Molte aspettative odierne non si lasciano ispirare all’invocazione “Venga il tuo regno” (Mt 6, 10).

E tuttavia possiamo dire che anche oggi “il popolo è in attesa”: perché il Regno non si impone in modo clamoroso, perché è imprevedibile e si nasconde nella debolezza e nell’apparente fallimento.

Possiamo dire che oggi “il popolo è in attesa” anche perché l’uomo del nostro tempo, come di ogni tempo, è incerto ed inquieto: a quest’uomo è innanzi tutto rivolta la “buona notizia”, come promessa e come esperienza.

Occorre saper vedere nelle contrastanti condizioni di vita e nei rapidi cambiamenti la difficoltà di molti contemporanei di “identificare realmente i valori perenni”. Si tratta allora di illuminare la realtà vissuta per stimolare la ricerca di questi valori fondamentali. Gli Orientamenti pastorali della Chiesa italiana ci aiutano a comprendere il rapporto fra l’attesa cristiana e le aspettative storiche, fra la fede cristiana e la realtà quotidiana. Tale rapporto si fonda sul fatto che Dio, rivelandosi all’uomo come amore, rende l’uomo capace di una profonda coscienza della sua condizione umana, capace di svelarsi a se stesso. Ogni affermazione teologica è contemporaneamente un’affermazione sull’uomo, così come le nuove esperienze umane dicono qualcosa delle intenzioni di Dio nei nostri riguardi.

È opportuno ricordare alcune affermazioni della Gaudium et Spes: "Poiché la Chiesa ha ricevuto l'incarico di manifestare il mistero di Dio, il quale è il fine ultimo personale dell'uomo, essa al tempo stesso svela all'uomo il senso della sua propria esistenza, vale a dire la verità profonda sull'uomo"; “Dio Salvatore e Dio creatore sono sempre lo stesso Dio, e così pure si identificano il Signore della storia umana e il Signore della storia della salvezza” (n. 41).

Creazione ed alleanza costituiscono un unico piano divino che ha al centro l’azione di salvezza di Dio nei confronti dell’uomo, immagine di Dio, capace di conoscere e amare di Dio.

Anche oggi, nella società postmoderna, il "popolo è in attesa". Nonostante tutto, al di là di tutto. Poiché anche oggi il cuore dell'uomo è inquieto, poiché è forte la nostalgia della “casa”, poiché vivo è il bisogno di salvezza, anche se spesso inconsapevole. I fatti del mondo non sono l'ultima parola. La questione di Dio non può essere rimossa, perché è questione cruciale per la serietà della vita e per un progetto di vita buona che guarda fiducioso al futuro.

È decisiva questa consapevolezza per comunicare il Vangelo.

Perché solo con cristiani consapevoli del dono ricevuto si affrontano le sfide che concernono il futuro dell'umanità e il futuro del cristianesimo. Solo con comunità ecclesiali convinte che "il Vangelo di Cristo, affidato alla Chiesa, annuncia e proclama la libertà dei figli di Dio" (Gaudium et Spes, n. 41), si può attuare un dialogo effettivo con gli uomini di oggi in vista dell’evangelizzazione della cultura del nostro tempo.

Insieme alla crescita di questa fondamentale consapevolezza, si tratta di rendere i credenti e le comunità ecclesiali capaci di dire e, prima ancora, di dirsi le ragioni della reale “convenienza” della fede cristiana con l’umano più autentico, nell’approfondimento del tema della libertà e nella valorizzazione dell’istanza della verità: così si attua il confronto con le attuali forme della cultura.

È una via difficile ma possibile, perché l’annuncio cristiano è per tutti gli uomini e per tutte le culture. E' una via praticabile perché la Chiesa, "dalla virtù del Signore risuscitato, trova la forza per vincere (…) le difficoltà e per svelare al mondo, con fedeltà, anche se non perfettamente, il mistero di Lui, fino a che alla fine dei tempi sarà manifestato nella pienezza della sua luce" (Lumen Gentium, 8).

Conclusione

Vorrei concludere con un esempio concreto, riguardante la cura pastorale – ed anche l’impegno spirituale e culturale ‑ delle celebrazioni liturgiche. Si tratta, ripeto, solo di un esempio, di un’applicazione in cui far interagire la spiritualità cristiana e la cultura per far emergere il desiderio di salvezza per noi e per i fratelli.

Nel linguaggio pastorale corrente, le celebrazioni sacramentali ‑ in particolare la celebrazione eucaristica ‑ vengono considerate occasioni decisive della relazione con la Chiesa. Come tali, i momenti celebrativi sono spesso preparati e gestiti con l'intento programmatico di sfruttarne al massimo le opportunità di istruzione, di esortazione, di coinvolgimento.

La capacità della celebrazione di edificare la Chiesa è reale. Ma l'evento rituale della celebrazione eucaristica è destinato a conseguire tale obiettivo se si matura il confronto con la Parola di Dio, se si rinvigorire la confessione della fede, se si incrementare la disponibilità alla dedizione e alla relazione fraterna.

La cura pastorale (sottolineo che questo aggettivo implica anche altri aggettivi, come spirituale e culturale) della celebrazione deve sviluppare tutte le sue virtualità, secondo la logica che le è propria. Ritengo che se riuscissimo a far lievitare la qualità della celebrazione eucaristica nella prospettiva non solo di una più bella immagine dell’appartenenza ecclesiale – per il ‘convenire in assemblea ‑ ma anche nella prospettiva di una più gioiosa esperienza di essere ‘popolo di salvati’, di vivere la comunione con il mistero di Gesù, di confessare con cuore grato la liberazione dal male, allora la comunità eucaristica è davvero – oserei dire è di per sé, spontaneamente, naturalmente, ovviamente ‑ comunità significativa dal punto di vista di quella salvezza che è la finalità della missione del Signore Gesù.

Nell’Eucaristia Cristo morto e risorto è presente nel cuore del suo popolo. Nell’Eucaristia e grazie all’Eucaristia Cristo genera e rigenera incessantemente il suo popolo. La Chiesa, ogni comunità particolare e ogni parrocchia sono frutto dell’Eucaristia e annunzio di Cristo salvatore di tutti gli uomini.

Nel vivo dell’azione eucaristica la comunità riconosce Cristo Salvatore dell’uomo e del mondo. Questo riconoscimento è l’annuncio vivente della salvezza in Gesù Cristo nella concretezza della vita personale e sociale. Con tutti i suoi limiti, il ‘popolo di Dio’ rende presente Cristo e lo comunica al cuore di ogni uomo. E’ il popolo cristiano che ha la grande responsabilità di rendere permanentemente attuale il dialogo – il colloquium salutis ‑ fra Cristo/Chiesa e il cuore dell’uomo. Da questo dialogo nasce la spiritualità cristiana, da questo dialogo sorge anche la cultura, quella cultura che è al servizio dell’uomo raggiunto nella sua globalità e nella sua interezza.

† Mons. Gianni Ambrosio,
Vescovo Piacenza-Bobbio

Si ringrazia Vittorio Ciani per la collaborazione.