lunedì 17 marzo 2008
Scuole cattoliche, corso per supplenti
della Diocesi di Piacenza/Bobbio promuove:
CORSO DI FORMAZIONE PER SUPPLENTI DELLE SCUOLE CATTOLICHE
dal 2 al 16 aprile 2008
La Cooperativa Cattolica organizza un corso per tutte le persone che desiderano essere segnalate per periodi di supplenza nelle scuole paritarie i ispirazione cristiana. Il corso offrirà un primo approccio conoscitivo
- delle scuole cattoliche (finalità, scelte educative, organizzazione)
- della professionalità docente
- dei ragazzi di oggi
- della progettualità.
A tutti gli iscritti sarà chiesto di partecipare ai 3 incontri e di svolgere uno stage di 20 ore presso una scuola aderente alla Cooperativa. Lo stage consisterà nell’affiancamento al lavoro quotidiano dei docenti
Nelle scuole paritarie sono in vigore le stesse leggi delle scuole statali riguardo i titoli abilitanti all’insegnamento pertanto è necessario, per poter accedere al Corso, essere in possesso di:
- diploma magistrale o liceo pedagogico conseguito negli anni antecedenti l’a.s. 2001/2002
- laurea in scienze dei processi educativi (nido)
- laurea in scienze della formazione primaria (infanzia, primaria)
- laurea per classi di concorso (secondarie)
- concorsi abilitanti
- corsi speciali abilitanti indetti dalle università
Al termine del Corso, sulla base della partecipazione agli incontri e dell’effettivo coinvolgimento nell’attività presso le scuole, la Cooperativa stenderà un elenco di segnalazioni che verrà inviato a tutte le scuole durante l’estate e sarà un riferimento per il conferimento di supplenze nell’anno scolastico 2008/09.
PROGRAMMA
Mercoledì 2 aprile 2008
Scuola cattolica: identità e missione
Suor Luisa Merlin, Istituto Canossiano di Fidenza
Mercoledì 9 aprile 2008
Identità docente: motivazioni e competenze
Chiara Sacchi, presidente della Cooperativa Cattolica
Mercoledì 16 aprile 2008
Quale bambino/ragazzo/adolescente è affidato alle cure di un’insegnante?
Intervento a più voci con docenti di ogni ordine di scuola
NOTIZIE TECNICHE
Iscrizioni
Inviare il modulo entro il 31 marzo presso la Sede della Cooperativa: Via Chiostri del Duomo 12 – 29100 Piacenza o tramite e-mail, indicando tutti i dati richiesti, all’indirizzo: sacchiara@libero.it
Sede del Corso
Gli incontri si svolgeranno presso la Sede della Cooperativa; se le iscrizioni saranno numerose si svolgeranno presso il Seminario Vescovile di Via Scalabrini 67 – Piacenza. Invitiamo tutti quelli che si iscriveranno a verificare la sede in prossimità dell’inizio del Corso (la segreteria è aperta il martedì dalle 10 alle 12 – tel. 0523/305248).
Orari
Gli incontri si svolgeranno dalle ore 16,45 alle ore 18,45; durante il primo incontro ci sarà la presentazione del Corso, la registrazione degli iscritti e la raccolta delle quote.
Quota d’iscrizione
Ad ogni partecipante viene chiesto un contributo di 25 euro per le spese del Corso (relatori, materiali) e la copertura assicurativa necessaria per lo svolgimento dello stage presso una scuola.
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SCHEDA D’ISCRIZIONE
Corso di formazione per supplenti
anno scolastico 2007/08
COGNOME e NOME ……………………………………………………………………………………
LUOGO e DATA di NASCITA ………………………………………………………………………..
INDIRIZZO …………………………………………………….
TELEFONO ……………………………………………………
E-MAIL …………………………………………………
TITOLI DI STUDIO (indicare la data in cui si è conseguito il diploma/laurea e l’istituto/università)
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TITOLI ABILITANTI ALL’INSEGNAMENTO …………………………………….………………
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Desidero svolgere lo stage presso
Asilo Nido () Scuola dell’infanzia () Primaria ()
Secondaria 1° grado () Secondaria 2° grado ()
Specificare la disciplina per le scuole secondarie ………………………………………………….
COMUNICATO STAMPA DIOCESI DI PIACENZA-BOBBIO
Ambrosio: pensiamo non secondo gli uomini ma secondo Dio!
Carissimi giovani,
vi ringrazio innanzi tutto per la vostra presenza e per la vostra partecipazione a questa giornata diocesana della gioventù che è come un anticipo della grande GMG con il Santo Padre a Sidney.
So che per voi questo incontro, che avviene proprio alla vigilia della Settimana Santa, è ormai una tradizione molto bella. Per me è la prima volta e sono felice di inserirmi in questa tradizione, sono veramente lieto di essere qui con voi.
Mi sembra che questo nostro incontro, in questa stupenda abbazia di Chiaravalle della Colomba – così suggestiva questa sera ‑ sia un po’ come un grande portale che si spalanca davanti a noi e per noi, per introdurci all’interno di quella realtà straordinaria che è la Settimana Santa e dunque alla vita nuova illuminata da Cristo Risorto.
Le domande che voi mi avete posto – e a cui ho cercato di offrire qualche cenno di risposta – trovano qui, nella Parola del Signore che abbiamo ascoltato, e in particolare nel racconto della Passione del Signore Gesù, la risposta piena, esauriente. Vorrei invitarvi a tenere presenti le domande, quelle espresse a voce alta e quelle che sono rimaste lì nel silenzio del vostro cuore. Sì, tenetele ben presenti, le domande, ma per un momento lasciatele un po’ in disparte per fare posto innanzi tutto all’ascolto.
È decisiva la disponibilità all'ascolto del racconto della passione per scoprire la vera identità di Gesù Cristo, il Figlio di Dio che va incontro alla sua morte in un atteggiamento di radicale obbedienza al Padre e di totale amore per gli uomini, per tutti noi.
Il racconto della Passione di Matteo insiste molto su questo atteggiamento di Gesù: è centrale, fondamentale questo atteggiamento. Tutto il racconto della passione ruota attorno a questo atteggiamento, tutto lo svolgimento dei fatti della passione è basato su questo atteggiamento di fondo.
Siamo qui in ascolto, siamo qui in preghiera, per accogliere in noi lo Spirito del Signore Gesù, per ricevere in dono questo atteggiamento di obbedienza al Padre e di amore per i fratelli, per prendere coscienza del nostro modo umano, “troppo umano”, di guardare alla vita, di confrontarci con il dolore e la morte, di fare le nostre scelte.
L’evangelista Matteo sottolinea con forza che la passione di Gesù è la passione del «Figlio di Dio», titolo che viene ricordato più volte, a più riprese. Colui che soffre e muore è il Figlio innocente di Dio: egli affida la sua vita al Padre, prende su di sé il male del mondo, si carica del dolore dell'umanità martoriata, esprime la sua totale solidarietà con l'umanità peccatrice.
Inoltre Matteo sottolinea che Gesù va incontro alla sua passione e morte con totale libertà e con piena conoscenza: Gesù prevede il tradimento di Guida, sa che è giunta l'ora nella quale il Figlio dell'uomo sarà consegnato in mano ai peccatori. La libertà e la consapevolezza esprimono la volontà di Gesù di affidarsi al Padre. Neppure il dolore e la morte possono diventare occasione o pretesto per rifiutare la volontà del Padre, per ribellarsi a Dio.
L'oscurità della passione e della morte di Gesù è illuminata dal cammino percorso del «Figlio dell'uomo»: un cammino tracciato dalla sua libertà amante, amante del Padre che lo mandato e amante degli uomini cui è stato mandato. È precisamente questa luce nuova della libertà amante che suscita incomprensione e provoca scandalo per l'uomo. Per l’uomo “troppo umano”: quello cioè che non vuole che il suo cammino sia illuminato, quello schiacciato dal suo orgoglio, quello che si fida solo di sé e pretende di salvare la propria vita. È questa la radice ultima del peccato, è questa la fonte di ogni peccato.
Vorrei che ci soffermassimo qualche istante su questa radice del peccato che è la presunzione di salvarsi da soli, con le proprie forze fino a rifiutare Colui che il Padre ha mandato a noi per la nostra salvezza.
Ricordiamo il rifiuto di Pietro all'annuncio della passione di Gesù. Un rifiuto che provoca il duro monito di Gesù: «Tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini».
Ricordiamo ancora cosa accadde a Pietro nel momento in cui, durante la passione di Gesù, sta per essere riconosciuto come suo discepolo e quindi rischia la sorte del suo Maestro e Signore. Si rifugia subito nella menzogna di fronte alla domanda della serva e, nonostante la sua generosità, abbandona il suo Signore fino a rinnegarlo.
Ricordiamo, infine, la logica di Pilato che vuole presentarsi come giudice imparziale. Quando però si sente coinvolto, Pilato mostra tutto il limite della sua imparzialità. Non è disposto a perdere se stesso fino alla difesa di un innocente, fino all'affermazione della verità.
Potremo continuare con altri esempi, tratti dal Vangelo, come questi, oppure tratti dalla nostra vita. Esempi che ci attestano la logica basata sulla presunzione di decidere noi della nostra vita, sulla presunzione di salvare la propria vita. Pensare come gli uomini, e non secondo Dio, vuol dire questo: richiudersi in se stessi, rifiutare il dono.
Gesù ci libera da questa prigionia, da questo schiavitù. Ci libera da tutto questo con la sua libertà amante, ci libera con la sua grazia, ci libera con la luce del suo essere crocifisso-risorto.
Davvero, cari giovani che siete venuti qui questa sera così numerosi, questo incontro sia il portale che ci introduce alla Settimana Santa, cuore del tempo liturgico, e ci fa entrare in una dimensione profondamente nuova, in una logica decisamente diversa: quella di Gesù di Nazaret, quella del Vangelo. Allora la porta della vita – della vita vera – è aperta per noi, la porta del futuro è spalancata per noi, la nostra speranza è fondata e il senso della vita risplende in noi.
Il mistero di Gesù Cristo, il crocifisso-risorto, illumini la nostra storia e la nostra vita, perché, come discepoli, camminiamo al seguito di Gesù, senza mai offuscare la serietà e lo scandalo della croce e senza mai dimenticare la forza della risurrezione che Benedetto XVI ha caratterizzato come “la più grande ‘mutazione’ mai accaduta” che “riguarda anzitutto Gesù di Nazaret ma con lui anche noi, tutta la famiglia umana, la storia e l’intero universo”. Amen.
† Mons. Gianni Ambrosio,Vescovo Piacenza-Bobbio
Si ringrazia Vittorio Ciani per la collaborazione.
domenica 16 marzo 2008
Il vescovo Ambrosio a Chiaravalle con i giovani
(Foto di Fabio Lunardini)
(Foto di Fabio Lunardini)
(Foto di Fabio Lunardini)
(Foto di Fabio Lunardini)
Il vescovo Ambrosio al Dies Academicus
prima volta, negli ultimi sette anni, che monsig
nor Gianni Ambrosio teneva l’omelia del Dies Academicus non più da assistente ecclesiastico generale della Cattolica. «Sono qui come vescovo - dice al termine della celebrazione nella piazzetta di economia -, il nuovo assistente è stato nominato dalla Cei e verrà annunciato martedì». «Si è chiuso un capitolo e ne è in
iziato un altro - osserva -.
Una bella esperienza, di amicizia, di collaborazione». Profondo ed attuale il commento al Vangelo di Giovanni dove Gesù viene sottoposto alle domande dei giudei. «C’è un interesse, una curiosità per Gesù, anche se l’epilogo è triste e drammatico». «Si presenta come la guida, dice di guardare ai fatti, alle opere, alle scritture. Ma i giudei, come noi, sono preda delle loro ideologie. È il dibattito della Pasqua: tra la luce e l’oscurità, la vita e la morte».da Libertà, 15 marzo 2008
sabato 15 marzo 2008
Ambrosio al Dies Academicus della Cattolica di Piacenza
venerdì 14 marzo 2008
Il vescovo di Fidenza in riabilitazione a Villanova d'Arda
Il vescovo di Fidenza monsignor Carlo Mazza entra nel Centro di riabilitazione di Villanova d'Arda dopo la rovinosa caduta di alcune settimane fa che gli ha provocato la micro frattura del bacino costringendolo all'immobilità. La prognosi, per il vescovo Mazza, è di trenta giorni.Si ringrazia Fabio Lunardini per la fotografia.
Cambio in Cattolica, martedì il nuovo assistente generale
giovedì 13 marzo 2008
Il vescovo Ambrosio in luglio in Brasile
La delegazione diocesana sarà formata, oltre a monsignor Ambrosio, dal segretario vescovile don Giuseppe Basini, dal vicario episcopale per la pastorale, monsignor Giuseppe Busani, dal direttore della Caritas diocesana e dell’Ufficio missionario, monsignor Giampiero Franceschini.
fed.fri
Il testo integrale su Libertà di oggi 13 marzo 2008
martedì 11 marzo 2008
Ambrosio in visita al sindaco
Tonini sta meglio, dimissioni mercoledì
Il testo integrale su Libertà di oggi, martedì 11 marzo 2008
domenica 9 marzo 2008
Il cardinale Tonini all'ospedale. Non è grave.
sabato 8 marzo 2008
Ambrosio presenta il libro di don Giussani "Si può vivere così?"
venerdì 7 marzo 2008
Il libro: Chiesa e internet
è il titolo dell'e-book dedicato al rapporto tra Chiesa e comunicazione.
Il volume passa in rassegna la storia della comunicazione della Chiesa cattolica, con particolare riferimento alla realtà italiana. Presenta, oltre ad un excursus storico, anche le chiavi di lettura del rapporto tra Chiesa e mass media. Ampio spazio è dedicato ad internet e alla presenza cattolica italiana in rete. Tra storia e tecnologia, oltre duemila anni di storia della comunicazione della Chiesa, dalla tradizione orale a Internet, condensati in 166 pagine.
L'eBook, scritto con linguaggio semplice ma con precisione scientifica, è scaricabile gratuitamente all'indirizzo http://books.lulu.com/content/2115315. Presentazione all'indirizzo http://barbara.fiorentini.googlepages.com/accessoallareteincorso
Dedicato a Operatori della comunicazione e della pastorale, educatori, formatori, comunicatori, cultori della materia.
L'autrice Barbara Fiorentini (Piacenza, 1971) è bibliotecaria universitaria specializzata in biblioteconomia multimediale. E' studiosa nel settore delle tecnologie applicate alla comunicazione e ricercatrice indipendente nel settore library and information science.
Sul tema Chiesa e comunicazione ha giù scritto: e-v@ngelo. La pastorale nell'era Internet. Piacenza, Editrice Berti, 2000 ; Lanç@ai as redes. Campo Grande (Brazil), UCBD, 2002 (con Gildasio Mendes dos Santos) ; A tempo di bit. Arte, Chiesa e comunicazione virtuale. Milano, Paoline, 2003 (insieme a Gildasio Mendes dos Santos) ; Focus Internet. La Chiesa in Internet, e-book, Edizioni d'Autrice, 2003 (http://barbara.fiorentini.googlepages.com/focus-ebook.pdf) ; C@st the Nets. The mission of the Catholic Church in the Era of Information, 2005 (insieme a Gildasio Mendes dos Santo e Timothy MacDonald). Web: http://barbara.fiorentini.googlepages.com/
Per ulteriori informazioni, contattare l'autrice scrivendo all'indirizzo barbara.fiorentini@gmail.com.
giovedì 6 marzo 2008
"Siate ricercatori di luce"
Miei cari fedeli,
il simbolo della luce è il tema di questa quarta domenica di Quaresima. La luce esteriore e quella interiore, il vedere con gli occhi e l’essere illuminati interiormente, il passaggio dall’oscurità alla luce. Insieme a quello dell’acqua, il simbolo della luce è uno dei grandi simboli culturali e religiosi dell’umanità intera. Da sempre l’uomo avverte il bisogno della luce, è affascinato dalla luce. Perché la luce è vita, e la vita è vittoria sulle tenebre, è riscatto dall’oscurità. Noi siamo ricercatori di luce, siamo fatti per vivere e per camminare nella luce. Ma c’è un’oscurità che non possiamo sconfiggere con le sole nostre forze. La tenebra del male e del peccato è vinta solo da colui che è «la luce del mondo» (Gv 9, 5), da Gesù che, proprio nel brano evangelico di questa domenica, dona luce a chi vive nelle tenebre con gesti e parole che evocano il dinamismo sacramentale. Siamo invitati a renderci consto della grazia del nostro essere battezzati in Cristo Gesù; siamo invitato a gioire del dono della luce che vince ogni oscurità, che sconfigge ogni tenebra, anche quella, profonda, del male e del peccato. Il racconto evangelico, che ha un chiaro significato di iniziazione al battesimo e di catechesi battesimale, è molto vivace e coinvolgente: come per il cieco che si lava nella piscina di Siloe c’è la grazia della luce, così a noi è offerta la grazia di una vita luminosa grazie all’incontro sacramentale con Cristo, grazie all’amicizia con Lui. Il cieco del racconto evangelico non è solo una persona malata che viene guarita dalla sua cecità, ma è soprattutto la figura di chi accoglie la luce della fede. Perché la fede in Gesù Cristo è luce, perché credere in Lui, nel suo vangelo, è “vedere” in modo nuovo e, quindi, vivere in modo muovo.
2. Per capire il senso di questo “vedere” in modo nuovo, soffermiamoci innanzi tutto proprio sullo sguardo, e precisamente sulla diversità tra lo sguardo di Gesù e quello dei suoi discepoli su quel cieco che incontrano per strada. E’ impressionante la diversità dello sguardo. Vedendo quel cieco, i discepoli interrogano subito Gesù: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?» (Gv 9, 2). Domanda forse legittima, che può riguardare le cause della sofferenza. Siamo sempre alla ricerca di una spiegazione. Ma a ben vedere la domanda è sconcertante. Innanzi tutto perché prescinde da quella persona malata, dalla sua sofferenza di non vedente: lo sguardo dei discepoli quasi non si rivolge al malato ma subito si dirige alle possibili cause della malattia. E poi perché è una domanda triste, è rassegnata: si limita a chiedere spiegazioni. Con un aggravante: dalla domanda traspare un giudizio già deciso e molto drastico, in quanto l’interrogativo dei discepoli lega in modo automatico la malattia al peccato. Al loro Maestro, al loro Rabbì, prontamente interpellato, i discepoli concedono solo un’alternativa: se quella cecità è dovuta al peccato del cieco o al peccato dei suoi genitori. Lo sguardo di Gesù è totalmente diverso, è rivolto al cieco e ed è rivolto a Dio. Gesù infatti risponde: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio» (Gv 9, 3). E le opere di Dio che Gesù viene a manifestare sono luce e vita, anche per chi è cieco fin dalla nascita. Gesù risponde dunque alla domanda dei discepoli negando quel legame tra la malattia e il peccato e rifiutando uno sguardo colpevolizzante. Il suo sguardo non è di giudizio, non è di condanna ma è uno sguardo di attenzione, di premura, di carità: la malattia di quel cieco è l’occasione del manifestarsi dell’azione di Dio. Non è dunque il momento di sapere chi è il colpevole. Non è neppure il momento di cercar di capire il perché della sofferenza. Ora è il momento, ben più importante, di accogliere l’azione di Dio che si manifesta nel dono della vista e, più ancora, nel dono della luce della fede. Anche le reazioni dei conoscenti e dei genitori di quel cieco non sono entusiasmanti: a loro interessa solo di non avere problemi. Ma ancor più preoccupante è la reazione dei farisei. Se i discepoli si aspettano una spiegazione, i farisei, invece, non si aspettano nulla. Anzi non vogliono aspettarsi nulla, neppure da Dio e dalla sua azione. Presumevano di avere tutto e pretendevano di sapere tutto: sono allora costretti a negare i fatti, a far finta di non vedere che c’è un uomo pieno di gioia perché finalmente ci vede, pur di non smentire la loro presunzione e di non intaccare le loro regole.
3. Ma arriviamo finalmente alla professione di fede del cieco che esclama: «Io credo, Signore», prostrandosi innanzi a Gesù (Gv 9, 38). Siamo anche noi sospinti alla stessa professione di fede del cieco: Sì, io credo, noi crediamo. Nella vicenda del cieco scopriamo la nostra storia, la storia di ogni cristiano, di ogni battezzato illuminato dalla luce che è Cristo Signore. Ecco allora l’invito di Gesù: «chi mi segue non cammina nelle tenebre, ma avrà la luce della vita» (Gv 8, 12). E l’apostolo Paolo, come è stato proclamato nella seconda lettura, quasi commentando l’invito di Gesù, afferma: «Camminate come figli della luce e il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità» (Ef 5, 8-9). Questa esortazione molto concisa dell’apostolo Paolo sembra capace di dire, cari amici, ciò che la comunità cristiana ha fatto nel corso della storia e ciò deve continuare a fare oggi. Da quello sguardo nuovo – lo sguardo di Gesù sul cieco nato – deriva un cammino nuovo, il cammino dei figli della luce. Gesù ci dona il suo sguardo, la sua luce, il suo amore e noi siamo resi capaci di camminare sulla via della luce che è una via di bontà, di giustizia e di verità. Nel mutare dei tempi e delle stagioni, il Vangelo è e resta la luce e la speranza per tutti, in ogni luogo e in ogni tempo. “Ieri, oggi e sempre”: Cristo resta lo stesso, il suo mistero è inesauribile, per “ampiezza, altezza, lunghezza e profondità”. Ogni persona, ogni cultura può trovare in Cristo e nel suo Vangelo la “sapienza” (il Logos) che illumina la vita degli uomini e li dirige su strade di verità, di giustizia, di amore, di solidarietà, di convivenza nella pace. Fratelli e sorelle, ringraziamo con cuore davvero grato e riconoscente il Signore per il dono della luce battesimale. E chiediamogli di aiutarci ad essere “figli della luce”, anche per saper offrire ai nostri fratelli i buoni frutti della luce. Amen.
† Mons. Gianni Ambrosio,
Vescovo Piacenza-Bobbio
Si ringrazia Vittorio Ciani per la collaborazione
mercoledì 5 marzo 2008
Centro Manfredini, festa per i 19 anni
fed.fri.
Il testo integrale su Libertà di oggi 5 marzo
Il prefetto in visita al vescovo
martedì 4 marzo 2008
Ambrosio all'Azione Cattolica: non c'è democrazia senza associazionismo
Cari giovani e cari adulti dell’Azione Cattolica, ho letto su Il Filo la lettera di Pierpaolo, il vostro presidente. Verso la fine di questa lettera ho trovato la frase seguente: “Speriamo di avere con noi durante l’assemblea diocesana il nuovo vescovo che, mentre scrivo questa lettera, attendiamo ancora… Sarebbe bello poter mostrare, dal vivo, al nostro nuovo pastore la nostra disponibilità, il nostro impegno, la nostra gioia, il nostro affetto ed esprimere a lui quanto ci sta a cuore il bene delle persone e la vitalità della nostra Chiesa”.
Ecco esaudito il desiderio di Pierpaolo e, credo, il desiderio di tutti voi. Ma se questo era il vostro desiderio che oggi è esaudito, posso assicurarvi che è davvero grande, a pochi giorni dalla mia ordinazione episcopale, la mia gioia di salutarvi, di incontrarvi, di accogliere la vostra disponibilità e il vostro impegno, di sentire il vostro cuore pulsare “per il bene delle persone e per la vitalità della nostra Chiesa”.
Una Chiesa, la nostra, non solo vitale ma anche una Chiesa giovane: e questo grazie a voi, alla vostra presenza, alla vostra partecipazione, alla vostra associazione.
Una Chiesa vitale, una Chiesa giovane, una Chiesa che semina speranza perché illuminata da quella luce che è Gesù Cristo.
2. Proprio la luce è il tema di questa quarta domenica di Quaresima. La luce esteriore e quella interiore, il vedere con gli occhi e l’essere illuminati interiormente, il passaggio dall’oscurità alla luce.
Insieme a quello dell’acqua, il simbolo della luce è uno dei grandi simboli religiosi e culturali dell’umanità intera. Da sempre l’uomo avverte il bisogno della luce, è affascinato dalla luce. Perché la luce è vita, e la vita è vittoria sulle tenebre, è riscatto dall’oscurità.
Siamo ricercatori di luce, siamo fatti per vivere e per camminare nella luce.
Ma c’è un’oscurità che non possiamo sconfiggere con le sole nostre forze. La tenebra del male e del peccato è vinta solo da colui che è “la luce del mondo” (Gv 9, 5), da Gesù che, proprio nel racconto evangelico di questa domenica, dona luce a chi vive nelle tenebre con gesti e parole che evocano il dinamismo sacramentale.
Il racconto della guarigione del cieco nato ci invita a gioire di questo dono della luce che vince ogni oscurità, che sconfigge ogni tenebra, anche quella, profonda, del male e del peccato.
È un racconto che ha un chiaro significato di iniziazione al battesimo e di catechesi battesimale. Un racconto molto vivace e coinvolgente: come per il cieco che si lava nella piscina di Siloe c’è la grazia della luce, così a noi è offerta la grazia di una vita luminosa grazie all’incontro sacramentale con Cristo, grazie all’amicizia con Lui.
Il cieco del racconto evangelico non è solo una persona malata che viene guarita dalla sua cecità, ma è soprattutto la figura di chi accoglie la luce della fede. Perché la fede in Gesù Cristo è luce, perché credere in Lui, nel suo vangelo, è “vedere” in modo nuovo e, quindi, vivere in modo muovo.
3. Siamo allora anche noi sospinti alla professione di fede del cieco che esclama: “Io credo, Signore” (Gv 9, 38). Sì, io credo, noi crediamo: nella vicenda del cieco scopriamo la nostra storia, la storia di ogni cristiano, di ogni battezzato illuminato dalla luce che è Cristo Signore.
Ecco allora l’invito di Gesù: “chi mi segue non cammina nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (Gv 8, 12). E l’apostolo Paolo, come è stato proclamato nella seconda lettura, quasi commentando l’invito di Gesù, afferma: “Camminate come figli della luce e il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità” (Ef 5, 8-9).
Questa esortazione molto concisa dell’apostolo Paolo sembra capace di dire, cari amici, tutta la storia dell’Azione Cattolica, la vostra storia, ormai lunga e tuttavia sempre nuova. Sono passati 140 anni dalla fondazione e l’anniversario può essere l’occasione per comprendere più in profondità il senso e il valore del vostro essere associati.
Forse non prestiamo debita attenzione all’importanza dell’associazionismo per la vita sociale. E’ invece di capitale importanza: non c’è vita civile, non c’è democrazia senza la vita associativa.
Ma altrettanto capitale è l’importanza delle associazioni per vita ecclesiale. Vorrei invitare tutti, anche i curati e i parroci, a prenderne atto, a rendersene conto. Non si tratta di una preferenza o peggio di un mio capriccio più o meno ideologico. Si tratta semplicemente di prendere atto della realtà: senza le forme associative la vita è vissuta in modo individualistico, senza il legame di appartenenza il cammino di maturazione è puramente teorico e la libertà è pura astrazione. E se questo vale a livello sociale, vale ancor di più per la realtà ecclesiale.
Proprio questo valore dell’associazione è stato compreso da quello straordinario “movimento cattolico” che ha dato il via, con grande intelligenza e lungimiranza, a una serie di iniziative concrete, tra cui ciò che verrà poi denominata Azione Cattolica, per favorire una socialità civile e cristiana capace di far fronte ad una società lacerata dalle novità della modernità.
Ma anche il contenuto del vostro programma associativo, pur con accenti diversi e con termini nuovi, richiama quel grande progetto del “movimento cattolico”, un progetto che mira all’incontro tra la fede e la vita, tra il Vangelo e la cultura. Si tratta di un processo continuo, dinamico, che attende nuove concretizzazioni dentro le vicende storiche sempre mutevoli. Proprio nel mutare dei tempi e delle stagioni, il Vangelo è e resta la luce e la speranza per tutti, in ogni luogo e in ogni tempo. Nella sua qualità di “buona notizia”, il Vangelo è comunicazione della salvezza ed è risposta ad ogni domanda che gli uomini possano formulare, esplicitamente o implicitamente.
“Ieri, oggi e sempre”: Cristo resta lo stesso, il suo mistero è inesauribile, per “ampiezza, altezza, lunghezza e profondità”. Ogni cultura può trovare in Cristo e nel suo Vangelo la “sapienza” (il Logos) che illumina e orienta la vita degli uomini su strade di verità, di giustizia, di amore, di solidarietà, di convivenza nella pace.
Il Vangelo annunciato e testimoniato è il significato della vita della comunità cristiana, il motivo proprio per cui essa esiste. All’interno della comunità cristiana, l’Azione Cattolica è l’esempio concreto di cosa vuol dire luce battesimale, con l’impegno di una formazione capace di una testimonianza visibile e pubblica di quella “fede cristiana … aperta a tutto ciò che di grande, vero e puro vi è nella cultura del mondo”, capace di “ricercare i punti di contatto, di recuperare ciò che vi è di buono, ma anche di contrastare “ciò che nelle culture sbarra le porte al vangelo” (J. Ratzinger, «Il Logos e l’evangelizzazione della cultura», in Servizio nazionale per il progetto culturale (a cura di), Parabole medianiche. Fare cultura nel tempo della comunicazione, EDB, Bologna 2003, pp. 179-181).
Cari amici dell’Azione Cattolica, siate fieri della vostra grande storia, siate consapevoli della luminosità della fede e della testimonianza cristiana, sia capaci di un confronto sereno e spassionato con le diverse espressioni culturali. Memoria grata, testimonianza convinta della fede in Cristo, confronto intelligente: siano queste le cifre dell’impegno e della bellezza della vostra associazione.
† Mons. Gianni Ambrosio,Vescovo Piacenza-Bobbio
Si ringrazia Vittorio Ciani per la collaborazione
Ambrosio-day, i complimenti di Bertone a monsignor Rizzi

Piacenza -Una celebrazione perfetta quella dell’entrata in diocesi del vescovo Gianni Ambrosio. I complimenti sono del segretario di Stato del Vaticano, il cardinale Tarcisio Bertone. Destinatario il giudice ecclesiastico e capo del cerimoniale liturgico della diocesi di Piacenza-Bobbio, monsignor Renzo Rizzi (nella foto il secondo da destra, dopo il cardinale Poggi) che lo scorso 16 febbraio ha guidato la solenne celebrazione in duomo. Il retroscena si è appreso solo ieri a margine dell’ultimo incontro del comitato diocesano creato per la celebrazione d’ingresso del vescovo Ambrosio. «Tutto è andato bene - ha commentato il vicario generale Lino Ferrari - ci sono arrivati tanti complimenti per come è stata organizzata la celebrazione e siamo molto contenti». Anche il vescovo Ambrosio ha voluto ringraziare i membri del comitato e lo ha fatto ricordando come attestati di merito gli siano arrivati anche da Vercelli, Milano e Roma. «L’esperienza fatta è stata preziosa, positiva e impegnativa - ha evidenziato monsignor Ferrari - si è vista la grande disponibltà alla collaborazione da parte di tutte le istituzioni».
F.Fr.
Il testo integrale su Libertà di oggi 4 marzo 2008
lunedì 3 marzo 2008
Obiettivo ok, sciolto il comitato per l'accoglienza ad Ambrosio
Si è riunito nel pomeriggio di oggi, lunedì 2 marzo, per un momento di verifica finale il Comitato che ha preparato l’ordinazione episcopale e l’ingresso di mons. Gianni Ambrosio a Piacenza. Il Comitato, presieduto da mons. Lino Ferrari, aveva seguito sotto il profilo organizzativo, liturgico, pastorale e della comunicazione la celebrazione che ha coinvolto quasi 3mila piacentini e non solo lo scorso 16 febbraio.
Il Comitato era formato da rappresentanti della diocesi: lo stesso mons. Ferrari, mons. Giuseppe Busani (vicario episcopale per la pastorale), mons. Eliseo Segalini (presidente del Capitolo dei canonici della Cattedrale), mons. Anselmo Galvani (parroco della Cattedrale), don Giuseppe Basini (segretario del Vescovo e amministratore parrocchiale di S. Antonino), don Paolo Camminati (Servizio per la pastorale giovanile), don Riccardo Lisoni (Servizio Multimedia per la pastorale), don Davide Maloberti (Ufficio comunicazioni), Fausto Fiorentini (Ufficio Stampa), suor Franca Barbieri (responsabile della religiose), il diacono Roberto Porcari, Teresio Cerini e Gino Taramino.
L’Università Cattolica, di cui mons. Ambrosio è assistente generale, era rappresentata dal prof. Romeo Astorri, preside di giurisprudenza alla sede piacentina dell’Ateneo. Il Comune di Piacenza era rappresentato da alcuni stretti collaboratori del sindaco, Vittoria Avanzi, Renza Malchiodi e Margherita Mezzadri.
L’incontro di verifica ha sottolineato la felice riuscita dell’arrivo a Piacenza del nuovo vescovo e dell’intera celebrazione che è stata presieduta dal card. Tarcisio Bertone. Molto positiva la collaborazione registrata tra la diocesi e le diverse istituzioni, in primo luogo il Comune di Piacenza, le forze dell’Ordine e le diverse realtà che hanno lavorato insieme per la felice riuscita della giornata. Grazie anche agli ambulanti del mercato del sabato mattina che hanno accettato il momentaneo trasferimento sul Pubblico Passeggio e ai commercianti dell’area di Piazza Duomo.
Numerosi i piacentini che hanno preso parte alla celebrazione, esprimendo così un forte coinvolgimento popolare. Preziosa, inoltre, la presenza di gruppi legati a mons. Ambrosio e provenienti da Milano, Roma e Vercelli.
Positivo lo svolgimento della celebrazione sul piano liturgico, dei canti e dei diversi segni. La messa ha visto il pieno utilizzo anche dell’ampia area del presbiterio, sistemata per l’occasione, nel quale, oltre al cardinal Bertone e ai vescovi, hanno trovato posto oltre 200 sacerdoti.
Positiva infine l’installazione dei maxischermi sia in Cattedrale che all’esterno del Duomo, che hanno permesso a tutti, con la collaborazione di Telelibertà, la visione della celebrazione e delle diverse fasi dell’accoglienza. Molti, poi, i piacentini che hanno seguito l’evento attraverso la diretta di Telelibertà ripresa anche dall’emittente Telepace che ha trasmesso via satellite la celebrazione.
Il vicario generale ha espresso a tutti la gratitudine della diocesi. E’ stata una giornata – ha detto – vissuta con grande gioia e commozione nei diversi momenti, dall’accoglienza a piazzale Milano - ai confini della provincia -, nella basilica di S. Antonino, in piazza Duomo e in Cattedrale. E’ stato un segno di speranza per l’intera Chiesa piacentina-bobbiese.
Il Comitato, al termine dell’incontro, ha ricevuto il sentito e caloroso grazie dello stesso mons. Ambrosio.
Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo ...
settimane del suo ministero piacentino-bobbiese.Con il saluto fraterno vi confesso che, venendo a fare il vescovo, avevo ben chiaro un proposito: ascoltare molto e parlare poco. E invece mi tocca parlare spesso, forse troppo; spero almeno di riuscire ad ascoltare. Se così fosse, mezzo proposito sarebbe realizzato.
Vi chiedo poi scusa se non ho pensato ad un tema specifico per questo ritiro. Questi giorni sono per me piuttosto caotici. Mi manca il tempo per pensare, mi manca la tranquillità per meditare.
Allora vi propongo qualche spunto di riflessione partendo dalla Quaresima, dal cammino verso
Ho il timore – spero infondato – che questa finalità non sia molto considerata. Ho il sospetto – spero infondato ‑ che ciò che caratterizza e segna in profondità la rivelazione cristiana sia alla fin fine poco avvertito.
Ma lasciamo da parte sospetti e timori. Chiediamoci piuttosto: come ravvivare in noi – e suscitare nei nostri fratelli ‑ il desiderio di salvezza? È possibile intravedere un desiderio di salvezza in questo tempo di certezze solo provvisorie e precarie? Come risvegliare l’attesa di salvezza e fare in modo che il Vangelo possa essere non solo comunicato ma accolto come dono prezioso dagli uomini e dalle donne che sono alla ricerca di ragioni per vivere?
Questi sono gli interrogativi che rivolgo a me ma che affido anche a voi, alla vostra meditazione.
Suggerisco due spunti di risposta.
Il primo: per l’annuncio della salvezza occorre ricuperare, come stile, come metodo, come proposta, il colloquium salutis.
Il secondo: per suscitare il desiderio di salvezza occorre essere convinti che “il popolo è in attesa”.
1) Faccio ricorso ad un’espressione cara a Paolo VI, il colloquium salutis. È l’espressione centrale di quell’enciclica sempre attuale, l’Ecclesiam suam. L’annuncio della salvezza non può prescindere dal dialogo, come stile, come metodo, come proposta.
Alla base del colloquium salutis, vi è una precisa convinzione: la verità offerta nell’annuncio è in grado di incontrare la ricerca umana. Per cui la verità donata attraverso il dialogo è capace di venire incontro alle esigenze di fondo che muovono l’umanità. È per rispetto dell’uomo e della sua ricerca che si esige lo spirito di dialogo. Ma, ancor più, è per coerenza con la verità del messaggio annunciato che si esige lo spirito di dialogo.
La nostra Chiesa è ‘cattolica’: è mandata ad evangelizzare il mondo intero. Ma è ‘cattolica’ anche in questo senso: è aperta alla storia umana perché sia storia di vita e di salvezza.
oria umana – così volubile, così incerta, così problematica – è connessa intimamente al regno di Dio, aperto a tutti, già presente ed inaugurato nella storia come un seme che germoglierà nel futuro.
È stata davvero straordinaria la capacità della Chiesa di affiancare il cammino degli uomini e di sostenere il loro sforzo di crescita verso una dignità degna dell’uomo, cogliendone le aspettative più vere. Per questo la “prima attenzione” consiste “nello sforzo di metterci in ascolto della cultura del nostro tempo, per discernere i semi già presenti in essa”: è importante questa attenzione “per poterci fare servi della gioia e della speranza” dei nostri contemporanei” (Orientamenti Pastorali, n. 34). Naturalmente “l’attenzione a ciò che emerge nella ricerca dell’uomo non significa rinuncia alla differenza cristiana, alla trascendenza del Vangelo, per acquiescenza alle attese più immediate di un’epoca o di una cultura” (Orientamenti Pastorali, n. 35).
La stessa parrocchia è lì a dimostrare, con la sua straordinaria storia, l’ospitalità della Chiesa tutta per la vicenda umana. Come la comunità parrocchiale nel suo insieme si è fatta carico dei poveri, pena il venir meno della carità ecclesiale in quel luogo, così la comunità parrocchiale si è preoccupata dei molti equivoci che oscurano la trasparenza dell'immagine di Dio ed intralciano il cammino che nella fede in Gesù conduce al riscatto dell’esistenza. Questa ospitalità non è peraltro da pensare in termini di semplici occasioni di incontro e di conversazione. Essa è stata articolata e programmata nella forma di una rete di relazioni che hanno come polo di riferimento l'ambito dell'insediamento domestico. È quindi una ospitalità che fa riferimento alla 'casa' e alla 'famiglia', non nel senso ristretto e materiale delle rispettive figure, bensì nell'accezione complessiva e significativa di quell’insieme di rapporti che fanno capo alla dimensione 'domestica' dell'esistenza quotidiana.
L’ospitalità cristiana, così intesa e realizzata, è uno dei modi più eloquenti con cui la parrocchia ha reso – e deve rendere anche nell’oggi ‑ concretamente visibile l’accessibilità al cristianesimo e alla Chiesa. E dunque alla salvezza in Gesù Cristo. La parrocchia, per la realizzazione di tale ospitalità, ha fatto leva sull'indole peculiare del suo modo di essere, ha cioè realizzato la propria iniziativa cristiana di comunicazione della fede e di presenza della Chiesa, nei termini relativi alla sua caratteristica figura di insediamento locale dell'istituzione ecclesiale. Il cammino di fede verso la salvezza è così connesso alle condizioni domestiche della vita quotidiana. Scontando, è il caso di ricordarlo, il carattere complesso ed imprevedibile della ricerca di Dio e dell’appartenenza ecclesiale nella realtà odierna. Con una duttilità ed una flessibilità notevoli, la parrocchia ha valorizzato con intelligente disponibilità le opportunità di realizzazione di un’immagine irrinunciabile del cristianesimo: quella cioè che mette in luce l'universalità dell'accesso e della appropriazione della fede nelle condizioni offerte dalla normalità della vita individuale e collettiva di base.
2) Fin qui abbiamo parlato di stile. Per ravvivare e suscitare il desiderio di salvezza, occorre fare un passo successivo. Potremmo lasciarci guidare da un’indicazione scarna e sobria dell’evangelista Luca il quale afferma che “il popolo era in attesa” (Lc 3, 15).
Quel mondo ebraico inquieto e pieno di aspettative, preparato fin dall’esodo all’attesa del Regno di Dio cui i profeti hanno sempre richiamato il popolo con insistenza e con forza, avrebbe potuto accogliere prontamente il messaggio di Gesù che annuncia la venuta del Regno di Dio, concetto familiare all’Antico Testamento e al giudaismo. Così non è avvenuto. E tuttavia Luca dice: “il popolo era in attesa”.
L’interesse di molti per quell’annuncio si intreccia con lo sconcerto, la diffidenza, la delusione, il rifiuto. D’altronde il Regno che Gesù annuncia ha caratteri di novità – pensiamo anche solo alla sorprendente universalità ‑ che richiedono un modo muovo di pensare Dio e la sua presenza nel mondo.
Anche per la nostra realtà culturale si deve richiamare la sobria annotazione di Luca: “il popolo è in attesa”. Anche se, per diversi aspetti, l’odierna realtà sembra poco disposta ad attendere il Regno di Dio e poco preparata ad accoglierlo. Domande e desideri dell’uomo di oggi vanno spesso in altra direzione rispetto all’incontro con Dio. Molte aspettative odierne non si lasciano ispirare all’invocazione “Venga il tuo regno” (Mt 6, 10).
E tuttavia possiamo dire che anche oggi “il popolo è in attesa”: perché il Regno non si impone in modo clamoroso, perché è imprevedibile e si nasconde nella debolezza e nell’apparente fallimento.
Possiamo dire che oggi “il popolo è in attesa” anche perché l’uomo del nostro tempo, come di ogni tempo, è incerto ed inquieto: a quest’uomo è innanzi tutto rivolta la “buona notizia”, come promessa e come esperienza.
Occorre saper vedere nelle contrastanti condizioni di vita e nei rapidi cambiamenti la difficoltà di molti contemporanei di “identificare realmente i valori perenni”. Si tratta allora di illuminare la realtà vissuta per stimolare la ricerca di questi valori fondamentali. Gli Orientamenti pastorali della Chiesa italiana ci aiutano a comprendere il rapporto fra l’attesa cristiana e le aspettative storiche, fra la fede cristiana e la realtà quotidiana. Tale rapporto si fonda sul fatto che Dio, rivelandosi all’uomo come amore, rende l’uomo capace di una profonda coscienza della sua condizione umana, capace di svelarsi a se stesso. Ogni affermazione teologica è contemporaneamente un’affermazione sull’uomo, così come le nuove esperienze umane dicono qualcosa delle intenzioni di Dio nei nostri riguardi.
È opportuno ricordare alcune affermazioni della Gaudium et Spes: "Poiché
Creazione ed alleanza costituiscono un unico piano divino che ha al centro l’azione di salvezza di Dio nei confronti dell’uomo, immagine di Dio, capace di conoscere e amare di Dio.
Anche oggi, nella società postmoderna, il "popolo è in attesa". Nonostante tutto, al di là di tutto. Poiché anche oggi il cuore dell'uomo è inquieto, poiché è forte la nostalgia della “casa”, poiché vivo è il bisogno di salvezza, anche se spesso inconsapevole. I fatti del mondo non sono l'ultima parola. La questione di Dio non può essere rimossa, perché è questione cruciale per la serietà della vita e per un progetto di vita buona che guarda fiducioso al futuro.
È decisiva questa consapevolezza per comunicare il Vangelo.
Perché solo con cristiani consapevoli del dono ricevuto si affrontano le sfide che concernono il futuro dell'umanità e il futuro del cristianesimo. Solo con comunità ecclesiali convinte che "il Vangelo di Cristo, affidato alla Chiesa, annuncia e proclama la libertà dei figli di Dio" (Gaudium et Spes, n. 41), si può attuare un dialogo effettivo con gli uomini di oggi in vista dell’evangelizzazione della cultura del nostro tempo.
Insieme alla crescita di questa fondamentale consapevolezza, si tratta di rendere i credenti e le comunità ecclesiali capaci di dire e, prima ancora, di dirsi le ragioni della reale “convenienza” della fede cristiana con l’umano più autentico, nell’approfondimento del tema della libertà e nella valorizzazione dell’istanza della verità: così si attua il confronto con le attuali forme della cultura.
È una via difficile ma possibile, perché l’annuncio cristiano è per tutti gli uomini e per tutte le culture. E' una via praticabile perché
Conclusione
Vorrei concludere con un esempio concreto, riguardante la cura pastorale – ed anche l’impegno spirituale e culturale ‑ delle celebrazioni liturgiche. Si tratta, ripeto, solo di un esempio, di un’applicazione in cui far interagire la spiritualità cristiana e la cultura per far emergere il desiderio di salvezza per noi e per i fratelli.
Nel linguaggio pastorale corrente, le celebrazioni sacramentali ‑ in particolare la celebrazione eucaristica ‑ vengono considerate occasioni decisive della relazione con
La capacità della celebrazione di edificare
La cura pastorale (sottolineo che questo aggettivo implica anche altri aggettivi, come spirituale e culturale) della celebrazione deve sviluppare tutte le sue virtualità, secondo la logica che le è propria. Ritengo che se riuscissimo a far lievitare la qualità della celebrazione eucaristica nella prospettiva non solo di una più bella immagine dell’appartenenza ecclesiale – per il ‘convenire in assemblea ‑ ma anche nella prospettiva di una più gioiosa esperienza di essere ‘popolo di salvati’, di vivere la comunione con il mistero di Gesù, di confessare con cuore grato la liberazione dal male, allora la comunità eucaristica è davvero – oserei dire è di per sé, spontaneamente, naturalmente, ovviamente ‑ comunità significativa dal punto di vista di quella salvezza che è la finalità della missione del Signore Gesù.
Nell’Eucaristia Cristo morto e risorto è presente nel cuore del suo popolo. Nell’Eucaristia e grazie all’Eucaristia Cristo genera e rigenera incessantemente il suo popolo.
Nel vivo dell’azione eucaristica la comunità riconosce Cristo Salvatore dell’uomo e del mondo. Questo riconoscimento è l’annuncio vivente della salvezza in Gesù Cristo nella concretezza della vita personale e sociale. Con tutti i suoi limiti, il ‘popolo di Dio’ rende presente Cristo e lo comunica al cuore di ogni uomo. E’ il popolo cristiano che ha la grande responsabilità di rendere permanentemente attuale il dialogo – il colloquium salutis ‑ fra Cristo/Chiesa e il cuore dell’uomo. Da questo dialogo nasce la spiritualità cristiana, da questo dialogo sorge anche la cultura, quella cultura che è al servizio dell’uomo raggiunto nella sua globalità e nella sua interezza.
† Mons. Gianni Ambrosio,
Vescovo Piacenza-Bobbio

