sabato 2 marzo 2013

Il grazie della diocesi a Benedetto XVI

«E' stato come un padre che saluta i propri figli. Ci siamo commossi tutti, anch'io». Nelle parole del vescovo Gianni Ambrosio c'è il senso della cerimonia di commiato di Benedetto XVI dalla cattedra di Pietro. Papa Ratzinger oggi alle 20 lascerà il suo pontificato siglando le proprie dimissioni da Sommo Pontefice.

Ieri ha voluto salutare la Chiesa e i sui fedeli in una piazza San Pietro gremita per l'ultima udienza generale. Centocinquantamila persone che hanno affollato la piazza fin dalle prime ore del mattino. Fra queste i pellegrini della diocesi di Piacenza-Bobbio. «E' stata una grande lezione di fede», commenta Ambrosio, a caldo, appena uscito dal settore dei cardinali e dei vescovi alla destra del baldacchino del Santo Padre, sul sagrato della basilica. «Ci ha ricordato che è il Signore che dirige la barca della Chiesa ed ha messo davanti a tutto la forza della preghiera».
Chi è in pellegrinaggio, come i duecento pellegrini piacentini, lo comprende bene. Chi è in pellegrinaggio diventa fonte viva di preghiera per se stesso e per il mondo. Così il Papa che dalla fine del conclave si ritirà a pregare nel monastero di clausura del Vaticano, così i pellegrini piacentini che ieri hanno iniziato la loro giornata con una suggestiva messa nella basilica di San Pietro, dopo che l'alba era spuntata da poco.
In piazza, con l'obelisco alle spalle, hanno atteso pazienti le note maestose dell'organo della basilica annunciare l'arrivo della Papa-Mobile per l'ultimo bagno di folla di papa Ratzinger. Tutti intorno allo striscione "Le tue parole luce per sempre, Piacenza ti abbraccia", il messaggio della diocesi di Piacenza-Bobbio a Benedetto XVI. Occhi lucidi, pellegrini con i volti solcati dalle lacrime, suore che non trattengono il pianto, bambini ammutoliti di fronte al silenzio sacro che avvolge le parole del Papa e le trasmette all'umanità.
«Sono emozionato e commosso - ammette l'ex preside Mauro Sangermani, in pellegrinaggio con la moglie -. Questo viaggio mi ha dato veramente tanto, molto di più di quello che avrei potuto immaginare. Ho toccato con mano tutta l'umanità di un Papa». Gabriele Castagnetti, 27 anni, impiegato: «Mi ha colpito la sincerità del Papa, il suo messaggio legato alla fede, senza discorsi pindarici o filosofici, ma legato alle fondamenta che tutti noi cristiani conosciamo ma che dobbiamo approfondire».
Scrive cartoline da una giornata storica monsignor Anselmo Galvani, parroco del Duomo di Piacenza. Di papi, nella sua vita, ne ha visti sei: da Pio XII a Benedetto XVI. «Ognuno è riuscito sempre a darmi delle grandi emozioni - ricorda -. Oggi ne ho avuta un'altra tutta nuova, meravigliosa. Nell'ultima udienza di papa Benedetto abbiamo voluto portare il nostro affetto e la nostra riconoscenza per tutto quello che ha fatto per tutti noi, ci ha fatti sentire una chiesa bella e una chiesa viva».
Samuele, 9 anni, è il più giovane dei pellegrini piacentini. È la prima volta che vede il Papa. «È stato bello - dice -, mi è sembrato come un nonno». Mamma Monica Losi lo ha portato in pellegrinaggio come regalo di compleanno. «Io ho la lacrima facile - confessa - ma oggi le parole del Papa mi hanno proprio toccato nel cuore».
Emozionato don Giuseppe Basini: «Non ha avuto alcun timore di mettersi a nudo e di rivelare quello che ha vissuto in questi otto anni di pontificato e i sentimenti che sta vivendo adesso. Ho percepito una grande gioia, anche se ha richiamato le fatiche che ha vissuto. Lo ha fatto in modo diretto, rivolgendosi a tutti coloro che lo ascoltavano lì e nel mondo». «Da adesso in poi diventa uomo di preghiera - continua -, va sul monte, per usare la sua immagine dell'ultimo Angelus, a pregare per la Chiesa».
Valeria e Pietro Parietti, pensionati, leggono le encicliche e gli scritti di Benedetto XVI la sera dopo cena. «Molto spesso al posto della televisione - evidenzia Valeria -, io sono la voce narrante, mio marito ascolta». «Mi sono venute in mente le frasi pulite, lineari, comprensibili e mi sono commossa di fronte alle parole del suo commiato - ammette -, mi ha colpito la serenità del suo discorso, non c'è stata una parola di critica, ognuno di noi si è sentito chiamato ed interlocutore del Papa».

28/02/2013 Libertà


È una giornata di sole, con la brezza pungente del mattino che piano piano lascia il posto al calore di una primavera anticipata, quando papa Benedetto entra in piazza San Pietro acclamato dai cori dei fedeli. È l'ultimo atto di un pellegrinaggio diocesano che rimarrà nella storia. Due giorni intensi di preghiera e faticosi spostamenti che rafforzano lo spirito e fanno sentire viva la Chiesa cattolica, nonostante le profonde e ripetute denigrazioni a cui la Chiesa universale è oggi sottoposta.

Lo ha accennato papa Benedetto nel suo discorso di commiato, lo ha evidenziato il vescovo Gianni Ambrosio subito dopo la cerimonia. Vescovo che ha avuto il privilegio, assieme ai suoi sacerdoti e ai duecento pellegrini di Piacenza-Bobbio, di celebrare la messa, alle 8 di ieri mattina, all'altare della Confessione. In una basilica vaticana completamente vuota, quasi irreale, dove le uniche voci che risuonavano erano quelle dello stesso Ambrosio e dell'assemblea tutta piacentina. Fuori fervevano i preparativi ultimi per il commiato di Benedetto XVI.
Alla cerimonia nella piazza Ambrosio ha preso parte con i cardinali e i vescovi accanto al Santo Padre. In particolare tra i presuli spagnoli Juan José Asenjo Pelegrina (arcivescovo di Siviglia) e Jaume Riera Rius (vescovo coadiutore di Barcellona). Tra gli alti prelati anche i piacentini in Vaticano: l'arcivescovo Piero Marini e il vescovo Giorgio Corbellini.
Confusi tra la folla, il senatore Alberto Spigaroli e i parlamentari piacentini Massimo Polledri (Lega Nord) e Paola De Micheli (Pd). «Con il suo discorso finale il Papa ha dimostrato ancora una volta - ha osservato Polledri - che non è sceso dalla croce e continuerà a servire la Chiesa». «Di fronte alla difficile situazione in cui si trova l'Italia - si è augurata la De Micheli - il mio auspicio è che a tutti, anche al mondo politico, arrivi questo insegnamento del Santo Padre. Solo l'umiltà della fede, l'amore per la comunità e lo spirito di servizio ai più bisognosi sono il faro nella vita privata e in quella pubblica. Ci sia di insegnamento anche per affrontare il faticoso inizio della terza repubblica e faccia riflettere qualche opportunista: perchè prima di tutto viene la comunità».

28/02/2013 Libertà



(fri) Il giorno del suo commiato papa Benedetto ha ricordato quel giorno in cui tutto iniziò. Don Paolo Mascilongo, biblista, collaboratore parrocchiale a San Nicolò, c'era ieri come quel giorno. «E' stata un'esperienza unica e se vogliamo anche storica - commenta al termine della cerimonia di ieri -. Il 19 aprile del 2005 mi trovavo qui in piazza San Pietro per l'annuncio e le prime parole di papa Benedetto XVI». Quella frase - «Dopo un grande papa come Giovanni Paolo II i signori cardinali hanno eletto me, umile operaio nella vigna del Signore» -, quella frase riecheggia ancora nella mente e nel cuore di don Mascilongo.

Novello prete, dopo il seminario e l'ordinazione, era stato inviato a studiare a Roma dal vescovo Luciano Monari. Frequentava il corso di Sacra Scrittura al Pontificio istituto biblico. Quando si diffuse la notizia della fumata bianca, corse in piazza San Pietro. Oggi in quella piazza, pressappoco nella stessa posizione di allora, sotto il braccio sinistro del colonnato Bernini, c'è ancora, alla guida dei suoi parrocchiani di San Nicolò.
«Sono trascorsi otto anni ma sembra ieri - dice con un velo di malinconia -. Mentre il Papa parlava mi sono passate davanti le immagini delle Giornate mondiali della gioventù vissute con Benedetto XVI, i suoi interventi, da Colonia a Sydney, fino a Madrid». «Anche il discorso di commiato - osserva don Paolo - è stato veramente di alto profilo: la Chiesa che non è nostra ma di Cristo, la barca di Pietro che il Signore non abbandona. Benedetto ci ha fornito ancora una volta l'orizzonte entro cui leggere la sua decisone di lasciare».
Ancora: «Ho percepito veramente l'emozione di un papa. Tante volte si era parlato del Papa tedesco freddo e distaccato, oggi si è visto come fosse colpito da questo grande affetto della gente. Un affetto che si percepiva in ogni angolo di piazza San Pietro. Anche il Papa si è commosso. Dopo lo stupore iniziale, ci ha fatto scoprire l'umiltà di un gesto che ci insegna che cosa è la Chiesa».

28/02/2013 Libertà

IL PRIMO GIORNO
Alle 6 e 20 del mattino un Padre Nostro, un'Ave Maria e un Angelo Custode, alle 8 e 45 le Lodi, alle 10 e 30 il Santo Rosario con letture di papa Benedetto XVI. È un pellegrinaggio e, oltre alla fatica e alla pazienza per un viaggio lento e d'altri tempi (Piacenza-Roma in 7 ore), ci deve essere lo spazio per la preghiera.


«Lasciate da parte le comodità - avvisa alla partenza don Giuseppe Basini, responsabile del pullman numero 1 - i motivi per pregare li abbiamo tutti, in particolare in questi giorni difficili».

Il pullman numero 1 è quello del vescovo Gianni Ambrosio e dei parrocchiani di Sant'Antonino. Altri tre torpedoni partono da altrettanti punti della città prima dell'alba di ieri mattina. In tutto oltre duecento persone. Il pellegrinaggio diocesano è stato fortemente voluto dal vescovo Ambrosio come segno della Chiesa particolare di Piacenza-Bobbio nell'Anno della Fede, indetto dal Papa l'11 ottobre del 2012. In consiglio presbiterale era stata avanzata la proposta di un pellegrinaggio in un santuario mariano vicino, ma alla fine era passato il viaggio alla cattedra di Pietro.

L'Ufficio diocesano pellegrinaggi poi, aveva lavorato di lima, accorciando giorni e orari, rendendo la trasferta dello spirito a portata di un'economia di crisi. Lo Spirito Santo, come dicono su questi pullman, ha fatto il resto. Benedetto XVI, lo scorso 11 febbraio, ha annunciato le sue dimissioni da papa e il pellegrinaggio del 26 e 27 febbraio in San Pietro ha assunto un valore storico. Questa mattina il papa tedesco farà la sua ultima apparizione pubblica prima di abdicare (domani) e di ritirarsi in clausura. I pellegrini piacentini, con i loro fazzoletti verdi griffati diocesi di Piacenza-Bobbio, saranno in piazza San Pietro, mischiati nella folla delle oltre duecentomila persone attese per l'ultima udienza generale. Si alzeranno di buon mattino e, alle 8, saranno nella basilica vaticana per la messa celebrata dal vescovo Ambrosio all'altare della Confessione.

Ieri pomeriggio, una volta raggiunta la capitale, tra preghiere e considerazioni sulla politica nazionale all'indomani del voto, il pellegrinaggio diocesano è entrato nel vivo. In una giornata primaverile, prima la visita, poi la celebrazione eucaristica in San Paolo fuori le mura.

Qui Paolo arrivò incatenato per essere giudicato dall'imperatore. Sotto Nerone, tra l'anno 65 e l'anno 67, venne ucciso. Qui, in questo luogo sulla via Ostiense, dove i cristiani veneravano la memoria dell'Apostolo San Paolo, venne costruita una chiesa consacrata da Papa Silvestro nel 324. Qui il vescovo, nell'omelia, ha invitato i fedeli a mettersi al servizio. «Tutti noi siamo chiamati a servire - ha invitato Ambrosio -, come l'apostolo Paolo. Quando ha incontrato Cristo, lo ha seguito su questa strada del servizio, del dono, della dedizione». E' lo stesso servizio a cui non ha smesso di dedicarsi Benedetto XVI. I vescovi sono chiamati a spiegarlo ai fedeli, sorpresi e talvolta smarriti di fronte alle dimissioni di un papa.

«Il nostro amato Benedetto XVI ha sentito che il Signore lo chiama a "salire sul monte" per dedicarsi ancora di più alla preghiera e alla meditazione, come ha detto nell'Angelus di domenica scorsa - ha evidenziato Ambrosio - noi cristiani siamo chiamati a servire il Signore nella semplicità e nell'umiltà, siamo chiamati ad essere suoi testimoni» ha proseguito Ambrosio che ha voluto sottolineare un pensiero del Papa: «Il mio gesto non significa abbandonare la Chiesa, anzi, se Dio mi chiede questo è proprio perché io possa continuare a servirla con la stessa dedizione e lo stesso amore con cui l'ho fatto fino ad ora, ma in un modo più adatto alla mia età e alle mie forze».

Altro momento forte di preghiera e spiritualità, prima di raggiungere la Domus Mariae e di ritirarsi per la notte, la celebrazione penitenziale nella basilica di San Giovanni in Laterano con il vescovo e i nove sacerdoti al seguito a disposizione dei pellegrini per le confessioni.

Libertà, 27/02/2013

venerdì 22 febbraio 2013

Quaresima, silenzio e conversione

«La Quaresima ci ricorda che solo nel silenzio possiamo prendere in mano la nostra vita e possiamo riprenderci il tempo dell'ascolto». Lo ha detto il vescovo Gianni Ambrosio che ieri sera in duomo ha presieduto la cerimonia delle Ceneri in Duomo. Insieme al silenzio, l'altro grande segno: l'imposizione delle ceneri sul nostro capo. «Questo gesto è accompagnato dal monito di Gesù: "Convertiti e credi al Vangelo" (Mc 1,15) - ha evidenziato il vescovo - oppure dal monito tratto dal libro della Genesi: "Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai" (Gn 3, 19). Sono ammonizioni severe, che si richiamano vicendevolmente. Solo ricordando la verità della nostra vita possiamo evitare di fare di noi stessi un idolo, fino a presumere di poter decidere il senso della nostra esistenza». Il vescovo ha poi esortato alla conversione e ricordato l'esempio di Benedetto XVI e la sua rinuncia al ministero di vescovo di Roma e di successore di Pietro: «Nell'anno della fede, accogliamo questa decisione come un atto di fede del nostro Santo Padre, un atto umile e coraggioso e preghiamo per Lui e per la Chiesa, come egli ci ha chiesto».


14/02/2013 Libertà

giovedì 21 febbraio 2013

La preghiera contro il male

«Il problema del male riguarda tutti i popoli e tutte le epoche e dipende dal demonio - spiega padre Achille Taborelli -. E' il demonio che genera il male e la sua azione può essere ordinaria o straordinaria».


L'azione ordinaria si esplica con le tentazioni: «Quella di tentare l'uomo è l'attività alla quale il demonio si dedica maggiormente ed è quella a cui tiene di più». L'azione straordinaria «si esplica, più raramente, attraverso i malefici: possessione (quando si capisce di non essere più padroni di se stessi); vessazione (mali fortissimi come dolori, malattie, malvagità che sono di impedimento alla propria libertà di azione), ossessione (pensieri frequenti ossessivi che conducono alla disperazione, alla perdita del sonno), infestazione (case, oggetti, animali) ». Per allontanare il male morale e fisico ecco, per padre Taborelli, l'efficacia della preghiera di liberazione con la quale «ci si accosta a Cristo "il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perchè Dio era con lui" (At. 10,38) ».

14/02/2013 Libertà

mercoledì 20 febbraio 2013

Verso il Conclave/Illica: un segno bello per la Chiesa e per il mondo

Il vescovo Gianni Ambrosio, il vicario generale monsignor Giuseppe Illica, il teologo padre Giuseppe Testa, l'ex vicario generale monsignor Lino Ferrari commentano le dimissioni del Papa.

«Con grande stupore ho appreso la notizia della rinuncia di Benedetto XVI. Un annuncio che mi ha molto sorpreso e che ha sorpreso tutti». Il vescovo di Piacenza-Bobbio, Gianni Ambrosio, ieri mattina, non appena arrivata la voce in Curia, si è messo subito al telefono per saperne di più. «Anche tra i cardinali c'era sorpresa e qualcuno non presente in San Pietro dubitava perfino della veridicità della notizia» ammette il vescovo.


«Ho avuto la gioia di incontrare Benedetto XVI qualche giorno fa, sabato 2 febbraio, nella Visita ad limina - ricorda il vescovo -. Era a fine mattinata, certamente era affaticato ma molto vigile, con domande precise sulla nostra Chiesa di Piacenza-Bobbio. Ora, dopo la comprensibile sorpresa del primo annuncio di agenzia, ammiro il coraggio e l'umiltà di questa decisione. È un atto coraggioso e umile, nel senso che il Papa ha tenuto fede a quanto aveva dichiarato soprattutto all'inizio del suo Pontificato, quando disse queste prime parole: "Dopo il grande Papa Giovanni Paolo II, i signori Cardinali hanno eletto me, un semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore". Quando si è reso conto che "il vigore del corpo e dello spirito" stava diminuendo e gli impediva di "amministrare bene il ministero" a lui affidato, non ha esitato a rassegnare le dimissioni, assicurando che "anche in futuro, vorrò servire di tutto cuore, con una vita dedicata alla preghiera, la Santa Chiesa di Dio". E' una lezione di fede nell'Anno della Fede».

Da tempo era programmato il pellegrinaggio diocesano a Roma, alla sede di Pietro, con l'udienza papale prevista proprio per il 27 febbraio, il giorno prima della formalizzazione delle dimissioni papali: «Saremo là con il nostro gruppo di duecento piacentini ad esprimere al Santo Padre il nostro affetto filiale e la nostra grande riconoscenza».

Anche in seminario, al Collegio Alberoni, stupore tra seminaristi e docenti al momento dell'annuncio. «Penso che vada dato onore al Papa - osserva il teologo padre Giuseppe Testa - che è stato consapevole della responsabilità del suo ruolo e delle forze che vengono meno. Ha appreso qualche cosa dall'esperienza di Giovanni Paolo II. Penso anche che in qualche misura possa avere influito l'esperienza anglicana con l'incarico a tempo e le dimissioni, dopo dieci anni, dell'arcivescovo di Canterbury».

«E' stato un grande gesto - è convinto il vicario generale monsignor Giuseppe Illica - una cosa bella che ci fa vedere che non smettiamo di essere uomini. Quando uno non ce la fa più è giusto che si ritiri. E' un segno bello per la Chiesa e per il mondo. Lo imparassero anche i nostri politici, da Berlusconi a Napolitano». «Un gesto anche profetico - dice monsignor Lino Ferrari - nel far sentire che il bene della Chiesa va messo al di sopra di ogni bene personale».





12/02/2013 Libertà

Super lavoro per l'esorcista

Per chi dice che il demonio non esiste, che è tutta suggestione e che più che un esorcista serve uno psicologo o uno psichiatra.

Quindici visite a settimana. Persone inviate da sacerdoti, dal passaparola della gente, ma anche da psicologi e specialisti. Esorcista ufficiale della diocesi di Piacenza-Bobbio da poco di più otto mesi, padre Achille Taborelli, scalabriniano, è stato catapultato tra i "fumi di zolfo" alla veneranda età di 82 anni, quasi per caso, per obbedienza al vescovo. Ne parla volentieri facendo un primo bilancio del suo nuovo ministero.


«Ho gente che viene quasi tutti i giorni, una quindicina di richieste a settimana - racconta nel suo studio al pian terreno del santuario del Castello, a Rivergaro -. Non è che ci sia sempre la coda del diavolo. Vengono per problemi loro particolari o per quel senso di negatività che dicono di sentirsi attorno. Molti sono vittime della crisi ecomica. Si sfogano. Li ascolto e impartisco loro la benedizione di liberazione».

Come si arriva dall'esorcista?

«Vengono inviati dal passaparola, dai frati di Santa Maria di Campagna, dai Capuccini di Santa Rita, dal vicario generale, alcuni da Parma. Le strade sono tante. Anche uno psicologo mi ha mandato una sua paziente, una dottoressa con ossessioni che non la facevano dormire».

Quante volte si è imbattuto nel diavolo?

«Due in otto mesi. Uno era il caso di un avvocato che veniva da Milano. Fino a Natale è venuto da me. Poi il cardinale Angelo Scola ha nominato 7 esorcisti portando il numero totale a 12 e istituendo un numero verde. Così ha preferito continuare le sedute nella sua diocesi. L'altra una donna piacentina della provincia. Una persona laureata, distinta, di buona famiglia. Durante le sedute c'era il marito o un aiutante. Quando facevo il segno della croce o imponevo le mie mani sul suo capo si agitava e cominciava ad urlare come un ossesso; sputava da tutte le parti, anche chiodi».

Chiodi?

«Sì, ha capito bene; ma non voglio aggiungere altro. Una volta terminata la seduta, tornava tranquillissima come se niente fosse stato. Il male con la emme maiuscola entra nell'uomo perchè c'è l'invidia, il malocchio, la stregoneria, la ricerca del futuro nelle carte o nei fondi di caffè. Poi ci sono i dissidi in famiglia, o tra fratelli o tra genitori e figli. Tante situazioni che, se non sono causate in prima persona dal demonio, tuttavia possono farlo entrare».

Si parla di case infestate. E' vero?

«In questi mesi sono andato a benedire due appartamenti. Marito e moglie uscivano al mattino per andare a lavorare e tornavano la sera trovando mobili spostati, segni sulle pareti come la esse di satana; altri due fidanzati stavano ristrutturando la casa quando hanno trovato sotto le pietre del pavimento la cifra della Bestia. Sono andato in casa, ho dato la benedizione. E' tutto finito».

Di fronte a certe manifestazioni non le vengono i brividi alla schiena?

«Beh, naturalmente siamo tutti umani e quindi c'è un poco di impressione. Ma paura no. Penso di essere in grazia di Dio... (ride) ».

Ma esiste davvero il diavolo? Ce lo assicura?

«Oh, ma certo! Certo che esiste. Eccome. Basta prendere le Sacre Scritture: la prima domenica dopo le Ceneri abbiamo le tentazioni di Gesù da parte di satana. Poi è Gesù stesso che dà il potere agli apostoli, oltre che di predicare il Vangelo in tutto il mondo, di scacciare i demoni».

La Chiesa stessa però, a volte, è scettica.

«Bisogna avere tanta prudenza e non abboccare subito. Alcune volte può essere che si veda veramente la possessione, altre sono guai che possono capitare a chiunque. Io nel mio ministero ho l'appoggio del vescovo e questo mi basta. Sì, è vero che qualcuno è scettico. Nelle riunioni di preti non intervengo mai ma ascolto e sento magari qualche frecciatina... (ride) ma non rispondo. Peraltro è venuto da me anche un sacerdote, di un'altra regione. Era disperato, sentiva dentro di sè una forza malvagia».

Quanto dura una visita dall'esorcista?

«Ogni persona che arriva sta qui una mezz'ora, un'ora. Non faccio nulla di particolare. Parliamo un po', do i consigli che sono capace di dare e poi faccio questa preghiera di liberazione.

C'è gente che si meraviglia perchè pensa di vedere uno stregone che opera miracoli. Quando mi vedono, forse rimangono un poco delusi poi si tranquillizzano. Tanti tentano sempre di farsi fare un esorcismo, ma devono prima mettersi a posto loro stessi. Ad esempio con la preghiera o il digiuno. Adesso viene la Quaresima e il digiuno serve moltissimo a liberarci da questi influssi negativi che possiamo sentire in mezzo a noi».

Senta, con rispetto, è vero che non le hanno dato neppure il rituale?

«Eh sì, sto imparando a fare l'esorcista. Non ho neanche il rituale perchè è in ristampa. Ne ho qui una fotocopia che mi hanno procurato da Roma, ma è il rito in italiano. Quello più efficace è il rituale in latino di cui sono sprovvisto. Contro il demonio funziona meglio il latino».

Lei al santuario del Castello ha portato le messe di guarigione.

«Sono ogni terzo sabato del mese, alle 15 e 30 (la prossima è questo sabato, ndr.). E' pieno di gente che viene per pregare. Durante la prima una donna si è messa ad urlare frasi incomprensibili. Io ero all'altare. L'hanno portata in sacrestia e si è calmata. Poi non è più accaduto».

Crede agli Ufo? Dicono che in Valtrebbia se ne vedano parecchi.

«No. Sono frutto di fantasie e suggestioni. Tante volte si scrutano le nubi e si intravedono figure particolari, illusioni ottiche».

Mentre il demonio non è un'illusione?

«Assolutamente no! Basta prendere anche solo il Vecchio Testamento. Se crediamo al Vangelo non si può non ammetterlo. Gesù ne parla ed è stata una delle sue attività liberare gli indemoniati. La cosa però importante è questa: che tutte queste manifestazioni, dalla possessione alla vessazione, all'infestazione, non distaccano da Dio. L'unica cosa che distacca da Dio è il peccato. Si può essere posseduti dal demonio ma non essere distaccati da Dio. Dio c'è perchè Dio è più potente del demonio».

Federico Frighi



14/02/2013 Libertà



martedì 19 febbraio 2013

Verso il Conclave/ Il testimone oculare

Ci abbiamo messo un po' per riprenderci dalla notizia. Da oggi per Sacricorridoi, tempo permettendo, inizia il periodo di avvicinamento al conclave. Come primo articolo le reazioni del vescovo Giorgio Corbellini in Vaticano alla notizia dell'abdicazione del Papa. Articolo pubblicato su Libertà.

«Quando il Papa ha cominciato a parlare in latino spiegando che avrebbe lasciato il Soglio Pontificio, i cardinali si sono guardati increduli l'un con l'altro. Nessuno si aspettava un gesto come questo». Il vescovo piacentino Giorgio Corbellini, originario di Travo, a capo dell'Ufficio del Lavoro della Sede Apostolica, è stato testimone oculare delle dimissioni del Papa in diretta, ieri mattina, quando mancava un quarto d'ora al mezzogiorno. Era stato invitato al Concistoro per le canonizzazioni in Vaticano. «Nessuno, a parte lo stretto entourage di Benedetto XVI, immaginava una notizia del genere - ammette Corbellini - anche se, tuttavia, già al mattino, prima della cerimonia, in Vaticano girava voce di un annuncio importante». A sapere di che cosa si trattasse solo il cardinale decano, Angelo Sodano, il segretario di Stato Tarcisio Bertone, il segretario di papa Ratzinger, monsignor Georg Gaenswein che Benedetto XVI ha recentemente nominato arcivescovo, tutti presenti all'annuncio del Papa.


«Di solito i concistori sono pubblici per i membri della Curia romana, mentre quello di stamattina era ad invito - dice Corbellini -; l'abbiamo saputo sabato e subito ci è suonato un poco strano. Ma mai avremmo immaginato». «Un cardinale dopo l'annuncio in latino era stupefatto - racconta -. Alla fine delle cerimonia mi ha confessato: "Pensavo di non sapere più tradurre dal latino"».

«Nessuno era preparato ad una cosa simile - continua - perchè in Vaticano si è abituati a pensare ad un nuovo papa dopo la morte del predecessore. Anche se, devo dire, tutti hanno accolto bene questo gesto, un gesto di grande semplicità e di umiltà, secondo lo stile di papa Ratzinger che è di estrema discrezione».

«Si ritira perchè dice di non avere più la forza fisica di affrontare i problemi enormi della Chiesa universale - è convinto il vescovo piacentino -. Sono motivi di salute, ultimamente faceva fatica a camminare». Un gesto che apre una nuova era: «Certo! Ma teniamo conto che anche Paolo VI lo voleva fare. Lo dissuasero. Ci aveva pensato Giovanni Paolo II ma anch'egli fu convinto a rimanere e disse che sarebbe stato sulla croce fino alla fine, come Gesù Cristo».

In Vaticano Benedetto XVI dopo la nomina del nuovo pontefice soggiornerà in una struttura fatta creare da Leone XIII per il Corpo di Guardia. Sotto Giovanni Paolo II è stata ampliata per ospitare delle monache di clausura con il compito di pregare per il Papa. Le congregazioni cambiavano ogni 5 anni. «Le ultime suore erano andate via alcuni mesi fa - rivela Corbellini - e qui in Vaticano tutti si chiedevano come mai non fosse arrivata nessuna nuova congregazione a prendere il posto. Adesso abbiamo la risposta».

Federico Frighi




12/02/2013 Libertà



lunedì 18 febbraio 2013

Dal Congo 1.700 grazie

Fra le tante adozioni a distanza sostenute da Piacenza e dai piacentini ci piace segnalare quelle in Congo di cui si fa garante padre Luigi Vitella.

La solidarietà di Piacenza non conosce limiti e confini, neppure in tempi di crisi. Se tra qualche anno la primavera araba con i suoi venti di democrazia e libertà arriverà anche in Burundi, come ha ipotizzato padre Luigi Vitella, forse il merito sarà anche di quel piccolo esercito di piacentini che sostiene a distanza gli studi e il sostentamento di ben 1.700 bambini della parrocchia di Kamenge e dintorni.


Naturalmente oggi le finalità sono diverse. «Sostenere a distanza un bambino africano è fondamentale per la sua esistenza - dice il padre saveriano nella sala gremita del centro Caritas "Il Samaritano" -. Oggi vi porto i loro sorrisi, il loro grazie, i sorrisi e il grazie di tremila bambini». In gran parte sono orfani, bambini di strada abbandonati al loro destino.

«Quasi 1.700 sono aiutati direttamente da Piacenza» ci tiene ad evidenziare. Gli altri dalle varie regioni italiane in cui padre Luigi è riuscito a trapiantare il seme della solidarietà. «Parlo di numeri grandi ma li conosco ad uno ad uno, sappiamo dove sono, sappiamo come stanno» tranquillizza i genitori adottivi nell'assemblea periodica che ieri si è ritrovata nel salone della Caritas, accolta dal direttore Giuseppe Chiodaroli. E' proprio la Caritas diocesana, con l'associazione Valeria Tonna onlus, a fare da tramite tra la terra del Burundi e la terra piacentina, a garantire i contatti tra padre Vitella ed i piacentini di buona volontà. Il padre snocciola numeri e informazioni con l'entusiasmo di chi sa che quello che si sta compiendo nella parrocchia di Kamenge è un vero e proprio miracolo.

«Pensavo che con la crisi sarebbero nati nuovi problemi. Quando sono arrivato a Piacenza qualcuno mi ha confidato che era costretto, a malincuore, ad abbandonare l'adozione a distanza - ammette -; la sera dopo una parrocchia mi ha portato sedici nuove adozioni». La Provvidenza ci mette una toppa e va anche oltre. In sala, padre Vitella lo dice ma ne mantiene l'anonimato, c'è una persona che ha donato tutti i propri averi ai bambini del Burundi. «Ha fatto testamento e gli orfani ne saranno i suoi beneficiari» ringrazia il sacerdote. «Siete l'espressione del cuore di Dio che predilige gli orfani e le vedove» dice commosso.

«Oggi come oggi abbiamo 1.405 orfani che frequentano la scuola materna suddivisi in tre centri diversi». Chi è più grande va invece alla scuola tecnica, sempre creata da padre Vitella, dove impara un lavoro. «L'obiettivo è rendere i ragazzi autosufficienti - ricorda -. La scuola tecnica per imparare i mestieri artigiani è sempre stato un mio pallino fin da quando ero qui a Piacenza». Sono ottanta i ragazzi che frequentano la scuola dei più grandi: «Diamo loro un piatto di fagioli al giorno in cambio di due ore di lavoro». I risultati cominciano a farsi vedere: «Uno di questi ragazzi è diventato capomastro di un cantiere edile. Una piccola grande conquista». La parrocchia ha anche un oratorio, dedicato a San Filippo Neri, in cui ogni giorno transitano 750 ragazzi dai 6 ai 12 anni. Poi cinque centri di aggregazione, ognuno con una sua specificità: si va dal centro cinematografico a quello biblico. Suscita lo stupore dell'assemblea il numero dei partecipanti al Grest, il Gruppo estivo, importato anche in Burundi. «Sono 4.100 tra bambini e ragazzi» sospira padre Vitella. «Grazie a Dio ce la caviamo sempre».

Altro cavallo di battaglia della missione di padre Vitella è il ricorso ai microcrediti. Il microcredito alle vedove (sono 80), ad esempio, e quello alle associazioni delle colline. «Grazie al piccolo credito le associazioni di cittadini possono comperarsi tre o quattro pecore ed iniziare gli allevamenti - spiega il saveriano -. Tutto deve mirare all'autosufficienza. Chi non restituisce il credito, chi lo disperde viene multato». «Ci vorrà ancora molto tempo, ma questi sono i primi passi verso l'autonomia» confida.

Più il tempo passa più anche i piccoli orfani in Burundi si rendono conto di che cosa sta dietro la loro vita. Grazie ad internet. «Ho messo una persona per 8 ore al giorno a rispondere alle lettere e soprattutto alle mail che arrivano dall'Italia - rende noto il padre -. C'è un altro giovane universitario che lo aiuta a mezzo servizio». Grazie alla rete on line i contatti tra ragazzini adottati e genitori adottivi si intensificano e sono più stretti. E' così che cambiano le adozioni a distanza, con la consapevolezza di aiutare a crescere un bambino e con la certezza di non essere abbandonati dal mondo in un paese senza speranza.

Federico Frighi


Libertà, 10/12/2013


lunedì 11 febbraio 2013

Nikolaesvka, una battaglia di vita

La battaglia di Nikolaesvka non come momento di morte ma come inno alla vita. Lo spirito di Nikolaesvka è stato evidenziato ieri a Vigolzone durante la commemorazione dell'evento simbolo della campagna di Russia a 70 anni di distanza. A Vigolzone c'è l'unico momumento dedicato ai caduti di Nikolaesvka nella provincia di Piacenza e dunque ogni anno la sezione Alpini si trova in Valnure per rendere omaggio ai semila ragazzi con la penna nera sul cappello che persero la vita il 26 gennaio del 1943. Nel villaggio di Nikolaesvka (in Russia), lo ricordiamo, si combattè una battaglia all'ultimo sangue tra gli alpini della Tridentina e l'Armata Rossa. La vittoria degli alpini permise a migliaia di soldati italiani, tedeschi, ungheresi (quelli che formavano lo schieramento dell'Asse) di rompere la tenaglia russa che li accerchiava e di iniziare la ritirata verso la via di casa, verso la salvezza. Ecco dunque spiegato il "paradosso di Nikolaesvka", come lo ha definito il giornalista di Libertà, Federico Frighi, nella commemorazione ufficiale. Migliaia di ragazzi, migliaia di alpini morirono per salvare loro stessi e i propri compagni d'arme, per permettere a loro stessi e ai propri compagni di tornare a casa. Nikolaesvka da battaglia di sangue e di morte dunque, ad inno alla vita e alla speranza.


Quest'anno la corona di alloro al monumento piacentino è stata offerta e posta dal gruppo alpini di Travo, con il sindaco Ludovico Albasi e il capogruppo Marco Girometta, in un centro di Vigolzone imbandierato di tricolori.

In chiesa tanta gente per la messa celebrata dal parroco don Piero Lezoli, accompagnata dai suggestivi canti del coro Montenero, diretto dal maestro Mario Azzali, canti capaci di far emozionare le penne nere più in là con l'età. Dietro e di fianco all'altare i gonfaloni dei comuni di Vigolzone e di Travo e venticinque gagliardetti di altrettanti gruppi della sezione di Piacenza. Al termine della celebrazione religiosa la gente di Vigolzone si è fermata numerosa per il momento commemorativo. In rapida successione sono intervenuti il presidente della Sezione Alpini di Piacenza, Bruno Plucani, il sindaco di Vigolzone Francesco Rolleri, il sindaco di Travo Ludovico Albasi. Presenti anche l'assessore di Podenzano Mario Scaravella, anch'egli in fascia tricolore, e il comandante della polizia municipale intercomunale, Paolo Giovannini, con alcuni agenti. Il presidente Plucani ha ricordato alcuni momenti della commemorazione ufficiale nazionale avvenuta a Brescia sabato e ieri a cui lo stesso Plucani (nella prima giornata) ha partecipato a capo di una delegazione piacentina. Ancora ieri, altre penne nere piacentine erano presenti a Brescia in rappresentanza della Sezione.

Al termine l'arrivederci all'Adunata nazionale del 10-12 maggio di quest'anno, com'è noto, proprio a Piacenza. Un arrivederci ma anche un appello del capo gruppo di Vigolzone Gaetano Morosoli ai cittadini: «Venite a prendere i tricolori, il nostro comune dovrà essere il più imbandierato della provincia».





28/01/2013 Libertà



domenica 10 febbraio 2013

Tonini ai giornalisti: mettete sempre davanti il bene dei lettori

«Libertà ha avuto la fortuna di avere un gruppo di giornalisti formidabile che nei momenti difficili ha saputo rispondere mettendo davanti a tutto il bene dei lettori. Ecco perchè questo giornale è entrato nella storia di Piacenza».


Il cardinale Ersilio Tonini ne è profondamente convinto. L'arcivescovo piacentino, il grande comunicatore della Chiesa italiana nominato cardinale dal Beato Giovanni Paolo II, il prossimo 20 luglio toccherà il traguardo dei 99 anni. Con Libertà ha sempre avuto un rapporto particolare ma la memoria di oggi va all'immediato Dopoguerra e al grande regalo dei fratelli Ernesto e Marcello Prati. Allora il giovane don Ersilio era direttore del settimanale cattolico della diocesi di Piacenza, il Nuovo Giornale.

Che rapporto c'era con il quotidiano cittadino?

«Eravamo in difficoltà, terminata la guerra, e non riuscivamo a stampare. Libertà ci offrì la sua redazione e potevamo chiedere ai giornalisti il loro tempo per comporre il nostro giornale. Non dimenticherò mai Ernesto e Marcello Prati che mi hanno offerto questo grande aiuto con un affetto e una libertà interiore splendida. Ernesto era più composto e più riservato, un giornalista autentico; Marcello più giocoso, un grande amministratore. Tutti e due avevano un cuore grande. Bloccavano la trasmissione degli articoli dei loro giornalisti per ricevere le nostre. Quando era finita la guerra c'era chi si voleva appropriare di Libertà. Ernesto Prati si battè con grande coraggio per tenere il giornale. E ci riuscì».

Erano anni difficili in Italia e a Piacenza ma la solidarietà non si risparmiava. Anche verso la stampa, è così?

«Certamente, tra l'altro devo ringraziare anche la libreria Stucchi (si commuove, ndr.). Lo faccia sapere: nei confronti miei furono di una grandezza infinita».

Che ricordo ha di quei tempi?

«Un grande fermento. Andavamo in piazza e nei teatri a fare i grandi dibattiti sui temi della politica, ma abbiamo sempre cercato il rispetto della libertà».

Difficile fare i giornalisti con quel fermento?

«No perchè c'era la partecipazione della gente. Si dibatteva nei teatri, nei cinema; il compito del giornalista era agevolato da questa grande vivacità. Piacenza ha vissuto un momento di grande partecipazione civile. Il giornalismo del Dopoguerra aveva una sua libertà interiore; sarò un po' passionale, ma hanno avuto il coraggio di presentarsi, sia Libertà sia il Nuovo Giornale, con una libertà totale, pensando al bene dei lettori e alla solennità del momento storico che si stava vivendo».

La redazione della Libertà di allora oggi è diventata un museo, il Museo della stampa. Che ne dice?

«E' stata una grande idea, hanno fatto bene: la storia non si fa solo con i grandi racconti, la storia si fa anche richiamando la memoria dei testimoni del passato con fatti concreti».

Che cosa augura per il 2013 e gli anni futuri?

«Spero che Libertà continui ricordandosi della sua tradizione. Libertà ha sempre avuto dei riguardi e delle attenzioni nei confronti dei piacentini. Quando torno a Piacenza? Eh mi muovo meno, ho compiuto 98 anni e vado per i 99. Ma, stia a sentire, il cuore è il cuore e il mio è piacentino. Io devo tanto al mio seminario, alla mia città. Piacenza ha saputo rispettare se stessa e Libertà ha avuto la capacità di entrare nella storia di Piacenza».



Libertà, 28/01/2013

sabato 9 febbraio 2013

Ambrosio: notizia bene prezioso

(fri) «La notizia, come le Tavole della legge, è un bene prezioso che viene trasmesso». Il vescovo Gianni Ambrosio fa una sorta di prologo al suo intervento sull'eredità del Concilio Vaticano II, in particolare sulla Gaudium et spes. E' vero che è un pastore ma è anche vero che è pure giornalista tra giornalisti. Così non si lascia sfuggire l'occasione. «Fa parte della realtà umana accogliere la vita e trasmetterla» evidenzia riprendendo l'esempio di Mosè, delle Tavole e di Aronne, citato da Zavattaro nell'articolo sopra. «Ecco perchè il lavoro del giornalista è un lavoro essenziale e prezioso» commenta il vescovo. In precedenza, neanche a farlo apposta, Carla Chiappini, vice presidente dell'Ordine dei giornalisti dell'Emilia Romagna aveva stilato un sintetico bilancio dei provvedimenti disciplinari 2012 contro i "catari" della notizia: una radiazione, due sospensioni, due censure, tre avvertimenti orali.


Il vescovo va oltre e, nell'Anno della Fede, nel cinquantesimo del Vaticano II, mette in evidenza l'importanza della Costituzione pastorale Gaudium et Spes. «E' soprattutto grazie ad essa - rivela Ambrosio - che la Chiesa si presenta all'uomo di oggi come il popolo di Dio che annuncia e testimonia l'amore di Dio per il mondo. È un grande "annuncio di vita e di speranza", come disse Giovani Paolo II nel suo discorso commemorativo. Così pure è molto rilevante l'influsso della Gaudium et Spes nel favorire la partecipazione attiva del laicato cattolico alla vita della Chiesa e all'animazione evangelica delle realtà temporali».

Il vescovo fa notare in primo luogo la novità per la storia della Chiesa: «Mai è stata promulgata una Costituzione pastorale. È "pastorale" nel senso che la Costituzione è "basata sui principi dottrinali", ma intende esporre l'atteggiamento della Chiesa verso il mondo e gli uomini d'oggi.

Questa Costituzione, a differenza di ogni altra, non espone soltanto principi generali di fede, ma si esprime anche in merito a questioni concrete del mondo contemporaneo. Parla della pace e della guerra, fino ad evocare la guerra nucleare. Tratta del lavoro e dell'economia, si sofferma sulla scienza e sulla cultura, sul matrimonio e sulla famiglia. Affronta le questioni del mondo, i problemi della vita odierna per aiutare gli uomini a capire ciò che è in gioco in quell'ambito della vita».

Non solo. «Questo documento non si rivolge soltanto ai fedeli, ma a tutta la famiglia umana - prosegue Ambrosio -. Però bisogna fare attenzione. Alcuni dicono che questo documento tratta del rapporto tra la Chiesa e il mondo. Non è esatto. La Chiesa non si pone davanti al mondo, ma comprende se stessa come una realtà facente parte del mondo, in solidarietà con gli uomini».

La ragione del tutto: «Tutta la storia umana ha come fine Cristo, è la ragion d'essere del cosmo e del mondo. Cristo è il centro della Chiesa e la missione della Chiesa è annunciare e testimoniare questa verità».

Inizia citando Giovanni Paolo II e chiude con un'altra citazione del papa polacco: "Bastano questi rapidi cenni per sottolineare l'amplissimo orizzonte nel quale si muove la Gaudium et spes. Con essa la Chiesa ha voluto davvero abbracciare il mondo. Guardando agli uomini nella luce di Cristo, essa ha saputo coglierne gli aneliti profondi e i bisogni concreti. Ne è risultata una specie di "magna charta" dell'umana dignità da difendere e da promuovere".





27/01/2013 Libertà

venerdì 8 febbraio 2013

Benedetto, il papa della Parola

Papa Benedetto XVI è il nuovo grande comunicatore della Chiesa cattolica. Alla veneranda età di 85 anni ha imparato ad usare twitter e si è lasciato coinvolgere dai social network. Con un'accortezza ed un invito ai giovani: lo schermo sia solo l'inizio, è necessario andare oltre per una vita di relazioni. Ne è convinto Fabio Zavattaro, vaticanista Rai, ospite ieri mattina nel salone della Curia per il convegno organizzato da il Nuovo Giornale su Chiesa e comunicazione. L'occasione: la festa di San Francesco di Sales, patrono dei giornalisti e degli scrittori, come ricorda nella sua introduzione don Davide Maloberti.


«E' Benedetto XVI il nuovo grande comunicatore - dice Zavattaro rispondendo ad una domanda del direttore di Libertà, Gaetano Rizzuto -. Lo si vede anche dal modo di porsi con la gente: addirittura, quando è in ritardo alle udienze generali, si scusa spiegandone anche i motivi». Un papa e un modo di comunicare diversi da Giovanni Paolo II.

«Papa Wojtyla parlava non solo con le parole ma anche con i gesti, gli sguardi e i silenzi. Diretto, fuori dal protocollo, come quando ci fece salire nella sua stanza durante le vacanze estive in montagna, ospite del vescovo di Belluno - racconta -. Eravamo in tre giornalisti. Ci si presentò davanti facendoci emozionare tanto che quando ci chiese che cosa volevamo sapere riuscimmo solo a domandargli come stava andando la vacanza».

Oggi è cambiato il modo di comunicare. «C'è la possibilità di avere materiale dalle fonti più diverse, c'è la volontà della gente di informare con i telefonini, i social network, i blog - evidenzia Zavattaro -. Abbiamo le immagini prese sul momento dai telefonini, dai tablet, in tutto questo il giornalista è sempre più necessario per fare da tramite». L'esempio biblico è calzante: «Mosè, ricevute le Tavole della legge, dice di non essere in grado di trasmetterle al popolo perchè egli stesso "tardo e impedito di lingua". Ci penserà il fratello, Aronne. "Egli parlerà al popolo in vece tua e sarà la tua bocca" risolse il problema il Signore rivolgendosi allo stesso Mosè». Il ruolo del giornalista è lo stesso di Aronne, sottolinea Zavattaro che, tuttavia, non può non mettere in luce come al giornalista non basti passare i documenti ufficiali ma sia necessario andare oltre la carta.

E qui iniziano le difficoltà, da entrambe le parti. «Ai tempi di Dante Alimenti un servizio sul papa durava tre minuti - ricorda Zavattaro -, oggi ci tocca sintetizzare un'enciclica in un minuto e venti». Oggi il mondo della comunicazione fagocita la Chiesa facendo passare solo determinate notizie ed ignorandone altre; a volte per mancanza di tempo, spesso per scelta. Ma oggi la Chiesa non ha più un cardinale giornalista come Ersilio Tonini. «C'è monsignor Gianfranco Ravasi, di immensa cultura - evidenzia Zavattaro -, ma Tonini era diverso, andava subito all'essenziale, per i giornalisti era un uomo da titolo».

Libertà, 26/01/2013