lunedì 3 marzo 2008

Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo ...

Pubblichiamo il testo dell'intervento che il vescovo di Piacenza-Bobbio, Gianni Ambrosio, ha tenuto a Chiaravalle della Colomba lo scorso 21 febbraio con i sacerdoti del vicariato della Valdarda. Era, quello, il primo di una serie di incontri con i sacerdoti che il nuovo vescovo sta compiendo in queste prime settimane del suo ministero piacentino-bobbiese.

Con il saluto fraterno vi confesso che, venendo a fare il vescovo, avevo ben chiaro un proposito: ascoltare molto e parlare poco. E invece mi tocca parlare spesso, forse troppo; spero almeno di riuscire ad ascoltare. Se così fosse, mezzo proposito sarebbe realizzato.

Vi chiedo poi scusa se non ho pensato ad un tema specifico per questo ritiro. Questi giorni sono per me piuttosto caotici. Mi manca il tempo per pensare, mi manca la tranquillità per meditare.

Allora vi propongo qualche spunto di riflessione partendo dalla Quaresima, dal cammino verso la Pasqua, con un’attenzione particolare al dono della salvezza, che è la finalità della missione di Gesù: “Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo…”, recitiamo nel Credo.

Ho il timore – spero infondato – che questa finalità non sia molto considerata. Ho il sospetto – spero infondato ‑ che ciò che caratterizza e segna in profondità la rivelazione cristiana sia alla fin fine poco avvertito.

Ma lasciamo da parte sospetti e timori. Chiediamoci piuttosto: come ravvivare in noi – e suscitare nei nostri fratelli ‑ il desiderio di salvezza? È possibile intravedere un desiderio di salvezza in questo tempo di certezze solo provvisorie e precarie? Come risvegliare l’attesa di salvezza e fare in modo che il Vangelo possa essere non solo comunicato ma accolto come dono prezioso dagli uomini e dalle donne che sono alla ricerca di ragioni per vivere?

Questi sono gli interrogativi che rivolgo a me ma che affido anche a voi, alla vostra meditazione.

Suggerisco due spunti di risposta.

Il primo: per l’annuncio della salvezza occorre ricuperare, come stile, come metodo, come proposta, il colloquium salutis.

Il secondo: per suscitare il desiderio di salvezza occorre essere convinti che “il popolo è in attesa”.

1) Faccio ricorso ad un’espressione cara a Paolo VI, il colloquium salutis. È l’espressione centrale di quell’enciclica sempre attuale, l’Ecclesiam suam. L’annuncio della salvezza non può prescindere dal dialogo, come stile, come metodo, come proposta. La Chiesa è Mater et Magistra, ma per essere madre e maestra deve essere anche sorella. In modo particolare oggi: l’annuncio del Vangelo deve essere permeato di spirito dialogico. L’invito ad accogliere – a “condividere” ‑ il dono straordinario della salvezza passa attraverso l’ascolto attento delle attese e delle speranze umane e proprio in quanto attento l’ascolto è anche critico.

Alla base del colloquium salutis, vi è una precisa convinzione: la verità offerta nell’annuncio è in grado di incontrare la ricerca umana. Per cui la verità donata attraverso il dialogo è capace di venire incontro alle esigenze di fondo che muovono l’umanità. È per rispetto dell’uomo e della sua ricerca che si esige lo spirito di dialogo. Ma, ancor più, è per coerenza con la verità del messaggio annunciato che si esige lo spirito di dialogo.

La Chiesa ha sempre camminato nella storia amando la compagnia degli uomini, intercettando le loro profonde esigenze e mostrando quanto sia ricca di frutti la scelta di libertà dell’uomo che si apre a Dio.

La nostra Chiesa è ‘cattolica’: è mandata ad evangelizzare il mondo intero. Ma è ‘cattolica’ anche in questo senso: è aperta alla storia umana perché sia storia di vita e di salvezza. La Chiesa cattolica ha sempre rifiutato ogni drastica divisione tra la salvezza donata in Cristo Gesù e la storia umana. Anzi è sempre stimolata a riconoscere che, in Gesù Cristo, la storia umana – così volubile, così incerta, così problematica – è connessa intimamente al regno di Dio, aperto a tutti, già presente ed inaugurato nella storia come un seme che germoglierà nel futuro.

È stata davvero straordinaria la capacità della Chiesa di affiancare il cammino degli uomini e di sostenere il loro sforzo di crescita verso una dignità degna dell’uomo, cogliendone le aspettative più vere. Per questo la “prima attenzione” consiste “nello sforzo di metterci in ascolto della cultura del nostro tempo, per discernere i semi già presenti in essa”: è importante questa attenzione “per poterci fare servi della gioia e della speranza” dei nostri contemporanei” (Orientamenti Pastorali, n. 34). Naturalmente “l’attenzione a ciò che emerge nella ricerca dell’uomo non significa rinuncia alla differenza cristiana, alla trascendenza del Vangelo, per acquiescenza alle attese più immediate di un’epoca o di una cultura” (Orientamenti Pastorali, n. 35).

La stessa parrocchia è lì a dimostrare, con la sua straordinaria storia, l’ospitalità della Chiesa tutta per la vicenda umana. Come la comunità parrocchiale nel suo insieme si è fatta carico dei poveri, pena il venir meno della carità ecclesiale in quel luogo, così la comunità parrocchiale si è preoccupata dei molti equivoci che oscurano la trasparenza dell'immagine di Dio ed intralciano il cammino che nella fede in Gesù conduce al riscatto dell’esistenza. Questa ospitalità non è peraltro da pensare in termini di semplici occasioni di incontro e di conversazione. Essa è stata articolata e programmata nella forma di una rete di relazioni che hanno come polo di riferimento l'ambito dell'insediamento domestico. È quindi una ospitalità che fa riferimento alla 'casa' e alla 'famiglia', non nel senso ristretto e materiale delle rispettive figure, bensì nell'accezione complessiva e significativa di quell’insieme di rapporti che fanno capo alla dimensione 'domestica' dell'esistenza quotidiana.

L’ospitalità cristiana, così intesa e realizzata, è uno dei modi più eloquenti con cui la parrocchia ha reso – e deve rendere anche nell’oggi ‑ concretamente visibile l’accessibilità al cristianesimo e alla Chiesa. E dunque alla salvezza in Gesù Cristo. La parrocchia, per la realizzazione di tale ospitalità, ha fatto leva sull'indole peculiare del suo modo di essere, ha cioè realizzato la propria iniziativa cristiana di comunicazione della fede e di presenza della Chiesa, nei termini relativi alla sua caratteristica figura di insediamento locale dell'istituzione ecclesiale. Il cammino di fede verso la salvezza è così connesso alle condizioni domestiche della vita quotidiana. Scontando, è il caso di ricordarlo, il carattere complesso ed imprevedibile della ricerca di Dio e dell’appartenenza ecclesiale nella realtà odierna. Con una duttilità ed una flessibilità notevoli, la parrocchia ha valorizzato con intelligente disponibilità le opportunità di realizzazione di un’immagine irrinunciabile del cristianesimo: quella cioè che mette in luce l'universalità dell'accesso e della appropriazione della fede nelle condizioni offerte dalla normalità della vita individuale e collettiva di base.

2) Fin qui abbiamo parlato di stile. Per ravvivare e suscitare il desiderio di salvezza, occorre fare un passo successivo. Potremmo lasciarci guidare da un’indicazione scarna e sobria dell’evangelista Luca il quale afferma che “il popolo era in attesa” (Lc 3, 15).

Quel mondo ebraico inquieto e pieno di aspettative, preparato fin dall’esodo all’attesa del Regno di Dio cui i profeti hanno sempre richiamato il popolo con insistenza e con forza, avrebbe potuto accogliere prontamente il messaggio di Gesù che annuncia la venuta del Regno di Dio, concetto familiare all’Antico Testamento e al giudaismo. Così non è avvenuto. E tuttavia Luca dice: “il popolo era in attesa”.

L’interesse di molti per quell’annuncio si intreccia con lo sconcerto, la diffidenza, la delusione, il rifiuto. D’altronde il Regno che Gesù annuncia ha caratteri di novità – pensiamo anche solo alla sorprendente universalità ‑ che richiedono un modo muovo di pensare Dio e la sua presenza nel mondo.

Anche per la nostra realtà culturale si deve richiamare la sobria annotazione di Luca: “il popolo è in attesa”. Anche se, per diversi aspetti, l’odierna realtà sembra poco disposta ad attendere il Regno di Dio e poco preparata ad accoglierlo. Domande e desideri dell’uomo di oggi vanno spesso in altra direzione rispetto all’incontro con Dio. Molte aspettative odierne non si lasciano ispirare all’invocazione “Venga il tuo regno” (Mt 6, 10).

E tuttavia possiamo dire che anche oggi “il popolo è in attesa”: perché il Regno non si impone in modo clamoroso, perché è imprevedibile e si nasconde nella debolezza e nell’apparente fallimento.

Possiamo dire che oggi “il popolo è in attesa” anche perché l’uomo del nostro tempo, come di ogni tempo, è incerto ed inquieto: a quest’uomo è innanzi tutto rivolta la “buona notizia”, come promessa e come esperienza.

Occorre saper vedere nelle contrastanti condizioni di vita e nei rapidi cambiamenti la difficoltà di molti contemporanei di “identificare realmente i valori perenni”. Si tratta allora di illuminare la realtà vissuta per stimolare la ricerca di questi valori fondamentali. Gli Orientamenti pastorali della Chiesa italiana ci aiutano a comprendere il rapporto fra l’attesa cristiana e le aspettative storiche, fra la fede cristiana e la realtà quotidiana. Tale rapporto si fonda sul fatto che Dio, rivelandosi all’uomo come amore, rende l’uomo capace di una profonda coscienza della sua condizione umana, capace di svelarsi a se stesso. Ogni affermazione teologica è contemporaneamente un’affermazione sull’uomo, così come le nuove esperienze umane dicono qualcosa delle intenzioni di Dio nei nostri riguardi.

È opportuno ricordare alcune affermazioni della Gaudium et Spes: "Poiché la Chiesa ha ricevuto l'incarico di manifestare il mistero di Dio, il quale è il fine ultimo personale dell'uomo, essa al tempo stesso svela all'uomo il senso della sua propria esistenza, vale a dire la verità profonda sull'uomo"; “Dio Salvatore e Dio creatore sono sempre lo stesso Dio, e così pure si identificano il Signore della storia umana e il Signore della storia della salvezza” (n. 41).

Creazione ed alleanza costituiscono un unico piano divino che ha al centro l’azione di salvezza di Dio nei confronti dell’uomo, immagine di Dio, capace di conoscere e amare di Dio.

Anche oggi, nella società postmoderna, il "popolo è in attesa". Nonostante tutto, al di là di tutto. Poiché anche oggi il cuore dell'uomo è inquieto, poiché è forte la nostalgia della “casa”, poiché vivo è il bisogno di salvezza, anche se spesso inconsapevole. I fatti del mondo non sono l'ultima parola. La questione di Dio non può essere rimossa, perché è questione cruciale per la serietà della vita e per un progetto di vita buona che guarda fiducioso al futuro.

È decisiva questa consapevolezza per comunicare il Vangelo.

Perché solo con cristiani consapevoli del dono ricevuto si affrontano le sfide che concernono il futuro dell'umanità e il futuro del cristianesimo. Solo con comunità ecclesiali convinte che "il Vangelo di Cristo, affidato alla Chiesa, annuncia e proclama la libertà dei figli di Dio" (Gaudium et Spes, n. 41), si può attuare un dialogo effettivo con gli uomini di oggi in vista dell’evangelizzazione della cultura del nostro tempo.

Insieme alla crescita di questa fondamentale consapevolezza, si tratta di rendere i credenti e le comunità ecclesiali capaci di dire e, prima ancora, di dirsi le ragioni della reale “convenienza” della fede cristiana con l’umano più autentico, nell’approfondimento del tema della libertà e nella valorizzazione dell’istanza della verità: così si attua il confronto con le attuali forme della cultura.

È una via difficile ma possibile, perché l’annuncio cristiano è per tutti gli uomini e per tutte le culture. E' una via praticabile perché la Chiesa, "dalla virtù del Signore risuscitato, trova la forza per vincere (…) le difficoltà e per svelare al mondo, con fedeltà, anche se non perfettamente, il mistero di Lui, fino a che alla fine dei tempi sarà manifestato nella pienezza della sua luce" (Lumen Gentium, 8).

Conclusione

Vorrei concludere con un esempio concreto, riguardante la cura pastorale – ed anche l’impegno spirituale e culturale ‑ delle celebrazioni liturgiche. Si tratta, ripeto, solo di un esempio, di un’applicazione in cui far interagire la spiritualità cristiana e la cultura per far emergere il desiderio di salvezza per noi e per i fratelli.

Nel linguaggio pastorale corrente, le celebrazioni sacramentali ‑ in particolare la celebrazione eucaristica ‑ vengono considerate occasioni decisive della relazione con la Chiesa. Come tali, i momenti celebrativi sono spesso preparati e gestiti con l'intento programmatico di sfruttarne al massimo le opportunità di istruzione, di esortazione, di coinvolgimento.

La capacità della celebrazione di edificare la Chiesa è reale. Ma l'evento rituale della celebrazione eucaristica è destinato a conseguire tale obiettivo se si matura il confronto con la Parola di Dio, se si rinvigorire la confessione della fede, se si incrementare la disponibilità alla dedizione e alla relazione fraterna.

La cura pastorale (sottolineo che questo aggettivo implica anche altri aggettivi, come spirituale e culturale) della celebrazione deve sviluppare tutte le sue virtualità, secondo la logica che le è propria. Ritengo che se riuscissimo a far lievitare la qualità della celebrazione eucaristica nella prospettiva non solo di una più bella immagine dell’appartenenza ecclesiale – per il ‘convenire in assemblea ‑ ma anche nella prospettiva di una più gioiosa esperienza di essere ‘popolo di salvati’, di vivere la comunione con il mistero di Gesù, di confessare con cuore grato la liberazione dal male, allora la comunità eucaristica è davvero – oserei dire è di per sé, spontaneamente, naturalmente, ovviamente ‑ comunità significativa dal punto di vista di quella salvezza che è la finalità della missione del Signore Gesù.

Nell’Eucaristia Cristo morto e risorto è presente nel cuore del suo popolo. Nell’Eucaristia e grazie all’Eucaristia Cristo genera e rigenera incessantemente il suo popolo. La Chiesa, ogni comunità particolare e ogni parrocchia sono frutto dell’Eucaristia e annunzio di Cristo salvatore di tutti gli uomini.

Nel vivo dell’azione eucaristica la comunità riconosce Cristo Salvatore dell’uomo e del mondo. Questo riconoscimento è l’annuncio vivente della salvezza in Gesù Cristo nella concretezza della vita personale e sociale. Con tutti i suoi limiti, il ‘popolo di Dio’ rende presente Cristo e lo comunica al cuore di ogni uomo. E’ il popolo cristiano che ha la grande responsabilità di rendere permanentemente attuale il dialogo – il colloquium salutis ‑ fra Cristo/Chiesa e il cuore dell’uomo. Da questo dialogo nasce la spiritualità cristiana, da questo dialogo sorge anche la cultura, quella cultura che è al servizio dell’uomo raggiunto nella sua globalità e nella sua interezza.

† Mons. Gianni Ambrosio,
Vescovo Piacenza-Bobbio

Si ringrazia Vittorio Ciani per la collaborazione.

domenica 2 marzo 2008

VIDEO - Ambrosio al Forum delle famiglie

VIDEO - Forum famiglie, il monito di Giovanni Paolo II

Il Forum delle famiglie si rivolge a Napolitano

Piacenza- «La vita umana e la vita della società passano attraverso la famiglia. Mi sembra un’assurdità non tenerne conto e contro questa assurdità occorre reagire come sta facendo il Forum con un appello ai politici e agli uomini di cultura». Così il vescovo Gianni Ambrosio ha aperto ieri pomeriggio al cinema-teatro President il convegno organizzato dal Forum delle famiglie per lanciare anche a Piacenza la petizione nazionale per un fisco più attento ai bisogni delle coppie. Tanta la gente che ha accolto l’appello degli organizzatori e si è data appuntamento nel cinema-teatro della Santissima Trinità. Ad accompagnare il vescovo, il parroco, monsignor Riccardo Alessandrini. «La famiglia è un’istituzione che ha una funzione e una missione precisa straordinaria - ha evidenziato monsignor Ambrosio -: la trasmissione della vita umana dalla quale deriva la crescita civile della nostra realtà sociale. Senza quel nucleo fondamentale costituito da un uomo ed una donna che possono diventare papà e mamma non si dà vita umana, l’esistenza di una societas, di uno stare insieme confidando su valori comuni». Il convegno si è aperto con un video di Giovanni Paolo II sul sostegno alla famiglia. «Oggi paghiamo una grossa ingiustizia - ha detto Pietro Boffi, responsabile del Centro internazionale di studi sulla famiglia, uno dei relatori - e cioè che i carichi familiari non sono riconosciuti o sono riconosciuti troppo poco a livello di detrazioni o deduzioni. Il che vuol dire che due nuclei di pari reddito con composizione diversa pagano quasi le stesse tasse. Questo è un messaggio penalizzante per le famiglie». «Si vuole che la famiglia venga considerata un soggetto sociale - ha evidenziato Ermes Rigon, presidente regionale del Forum - non una somma di individui. La soggettività della famiglia è oggi la chance principale per un futuro di speranza». Nell’atrio del President i banchetti per firmare la petizione che verrà portata al Presidente della Repubblica. Viene chiesto, in estrema sintesi, che dal reddito delle famiglie si calcolino settemila euro per figlio (il minimo necessario per il suo sostentamento) e tale somma non venga tassata. Servono firme. Oggi in 134 comuni italiani il Forum schiera i suoi banchetti. A Piacenza saranno tre: in piazza Duomo, in piazza Sant’Antonino, sul Pubblico Passeggio (lato liceo scientifico). I Family day si rinnoveranno l’8, il 15, il 29 marzo e il 5 aprile.

Il testo integrale su Libertà di oggi, 2 marzo 2008

sabato 1 marzo 2008

Ambrosio: la nostra società dipende dalla famiglia

La famiglia è un'istituzione che ha una funzione precisa, una missione specifica e straordinaria: la missione della trasmissione della vita in quanto vita propriamente umana. Da questa trasmissione della vita deriva la vita stessa della nostra società, la sua esistenza, la sua vitalità, la crescita civile della nostra realtà sociale; senza quel nucleo fondamentale costituito da un uomo e da una donna, che possono diventare papà e mamma, non si ha vita umana, non si ha l'esistenza di una societas, di uno stare insieme concordemente, confidando su valori comuni. Anche al di là dei modi diversi di intendere la famiglia, credo che questo punto sia davvero essenziale, decisivo: la vita umana creata attraverso la famiglia e la vita della società creata, anch'essa, attraverso la famiglia. Sappiamo che la famiglia ha perso alcune delle sue funzioni tradizionali; in verità questa perdita è avvenuta solo in un piccolo contesto: il nostro occidente, e l'occidente è poca cosa rispetto all'insieme del mondo. La famiglia di un tempo era una realtà assai più complessa e svolgeva parecchie funzioni come quella economica o quella della trasmissione delle conoscenze. Tutto questo non è scomparso del tutto ma oggi è molto attenuato nel nostro contesto occidentale. Sarà bene ricoprdare, ad esempio, che non è del tutto scomparsa la funzione economica della famiglia.

Al di là di queste funzioni, la missione della famiglia emerge chiaramente: è quella di essere al servizio della vita in quanto vita umana. Il cucciolo d'uomo ha sempre bisogno di essere introdotto nella esperienze umane attraverso persone che lo accolgano, che si vogliamo bene, che lo aiutino a riconoscere le cose più importanti, a saper distinguire queste da quelle meno importanti. Questa missione umanizzatrice è diventata oggi più evidente, decisiva, impellente e necessaria. Non ricononscere questa specifica funzione significa essere ciechi rispetto alla realtà. Da questa missione svolta oggi dalla famiglia dipende l'educazione di tanti, la felicità dei nostri ragazzi e dei nostri giovani, dipende la pace della nostra società. Abbiamo sentito le affermazioni molto vigorose di Giovanni Paolo II. Mi permetto qui di richiamare quanto affermato da Benedetto XVI nel messaggio per la giornata mondiale della pace: "La famiglia è un bene indispensabile per la Chiesa e per la società, è un fattore fondamentale per costruire e realizzare la pace". Una società che non favorisce la famiglia è un qualche cosa di non concepibile, una società che aiuta poco la famiglia (senza misure anche fiscali) è un assurdo. Contro questa assurdità occorre reagire e il vostro impegno per un fisco a misura di famiglia va, credo, in questa direzione.

Grazie e buon lavoro per il bene della famiglia, per il bene dei figli, per il bene della nostra società.

Ecco l'intervento del vescovo di Piacenza-Bobbio, monsignor Gianni Ambrosio, al Forum delle famiglie, tenutosi sabato pomeriggio primo marzo al cinema-teatro President di Piacenza.

venerdì 29 febbraio 2008

Ambrosio mezz'ala

Ambrosio Amarcord - In questa foto d'epoca è ritratto l'attuale vescovo di Piacenza-Bobbio, monsignor Gianni Ambrosio, nella squadra di calcio del seminario. Squadra che ogni giovedì aveva il permesso di giocare. E' capitato più volte che facesse da allenatrice alla più forte Alessandria di Gianni Rivera nella partitella infrasettimanale. Nella foto, Gianni Ambrosio, è il secondo da destra accosciato. Il secondo da sinistra è l'attuale vescovo di Alessandria, monsignor Giuseppe Versaldi. "Eravamo due mezz'ali - ha ricordato qualche settimana fa a Piacenza in occasione dell'ordinazione del vescovo Ambrosio - Gianni era velocissimo".

giovedì 28 febbraio 2008

Ambrosio, l'omelia per i funerali di don Pancini

Cari fratelli e sorelle,
il gioioso stupore che traspare dalle parole attribuite a Mosè assume qui per noi, radunati per la celebrazione eucaristica in cui affidiamo al Signore il fratello don Giovanni, un significato del tutto particolare. Quello stupore è come un invito a far sì che la nostra celebrazione sia veramente celebrazione pasquale. Mose esclama: «Quale grande nazione ha la divinità così vicina a sé, come il Signore nostro Dio è vicino a noi ogni volta che lo invochiamo?» (Dt 4, 7). Il momento in cui Mosè pronuncia questo parole è solenne: egli sta per accomiatarsi dal popolo che ha guidato con mano ferma nel lungo peregrinare nel deserto. Ma qui, più che il tono del condottiero del popolo, Mosè manifesta l’affetto del padre sollecito, premuroso: egli invita alla fedeltà all'Alleanza e alla Legge. Proprio in questo contesto Mosè lascia trasparire il suo stupore e la sua gioia: il Signore nostro Dio è vicino a noi ogni volta che lo invochiamo. Dio si fa prossimo dell'uomo che lo invoca, gli offre la sua alleanza per un cammino di liberazione. La Legge è donata dal Signore per custodire questa libertà, per arginare le forze ostili del caos, del disordine, della confusione che introducono disarmonia fin nel cuore dell'uomo. La Legge è il chinarsi premuroso di Dio sulla sua creatura perché possa liberare la propria ricchezza interiore nel segno dell'amore.
A questa stupenda verità siamo condotti dalla pagina evangelica. Il brano del vangelo secondo Matteo fa parte del capitolo 5°, il capitolo delle Beatitudini, con il grande discorso inaugurale con cui Gesù espone lo spirito nuovo del regno di Dio. È il discorso della montagna: «Gesù salì sulla montagna», annota Matteo (Mt 5, 1). Ed è opportuno ricordare questa annotazione in quanto, come sappiamo, Matteo si rivolge in primo luogo a una comunità giudeo-cristiana e a questa comunità vuole presentare Gesù come il nuovo Mosè che, dal monte, promulga la nuova Legge. Ma non per questo la Legge e i Profeti vengono aboliti: piuttosto essi raggiungono il loro compimento in Lui, in Gesù Cristo. è il Verbo fatto carne, venuto tra gli uomini per dare compimento alla Legge e ai Profeti. Nella sua persona e nella sua opera, nel dono della sua vita per noi, abbiamo la rivelazione piena dell'amore del Padre per il suo popolo, per ogni popolo, per l’umanità intera. Egli è l’amore incarnato di Dio. Il Padre non avrebbe potuto offrire un segno più eloquente e più forte del suo ardente amore per noi: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito»(Gv 3, 16). E così, come afferma anche l’apostolo Paolo, «pieno compimento della legge è l'amore» (Rm (13, 10). L’amore verso Dio – «amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza» – e l’amore verso il prossimo ‑ «amerai il prossimo tuo come te stesso": “da questi due comandamenti dipende tutta la Legge e i Profeti»(Mt 22, 40). Questo amore, accolto come dono e praticato come la ‘legge nuova’, è il vincolo di appartenenza a Cristo. E la consapevolezza che questo vincolo non può venire spezzato da nessuna forza ci dona la serena certezza “che la vita non è tolta, ma trasformata”. Cristo Gesù è il nuovo Mosè che ci conduce alla terra promessa, camminando con noi per accompagnarci anche quando attraversiamo la valle più oscura. Cristo Gesù è il Signore cui apparteniamo anche in morte per andare oltre alla morte e partecipare alla comunione d’amore nel mistero trinitario. Fratelli e sorelle, la nostra preghiera di suffragio per don Giovanni sia la preghiera fiduciosa dei figli che sanno di avere vicino il Signore ogni volta che lo invocano. Affidiamo alla misericordia di Dio questo nostro fratello, rendendo grazie al Signore perché don Giovanni è stato un testimone di Cristo presso il suo popolo che ha servito con dedizione e con fedeltà. Il Signore rivolga al suo servo don Giovanni la parola della beatitudine piena e definitiva: “vieni, benedetto dal Padre mio, ricevi in eredità il regno preparato per te fin dalla fondazione del mondo, perché tutto ciò che hai fatto a questi miei fratelli piccoli, lo hai fatto a me” (cfr. Mt 25, 34-40). Amen.

Si ringrazia Vittorio Ciani per la collaborazione.

Chiesa gremita per l'addio a don Pancini

Piacenza (f.fr.) Una ventina di sacerdoti e una centinaio di fedeli hanno dato l’addio ieri pomeriggio al vecchio parroco di San Bonico, don Giovanni Pancini, scomparso a 93 anni. I funerali sono stati celebrati dal vescovo Gianni Ambrosio. Tra i sacerdoti presenti, nella chiesa di San Bartolomeo, don Piergiovanni Cacchioli, don Gianluca Barocelli, don Giancarlo Conte e don Stefano Segalini, don Francesco Bonzanini (ordinato sacerdote un anno dopo don Pancini). Don Conte ha tratteggiato la figura del vecchio parroco di San Bonico ricordando, tra l’altro, il suo impegno missionario. Nel 2004 fece costruire un centro pastorale in piena Amazzonia.

da Libertà, 28 febbraio 2008

Per un fisco a misura di famiglia

Piacenza - Il convegno organizzato dal Forum delle famiglie ha come slogan “Un fisco a misura di famiglia”. L’appuntamento è per sabato primo marzo alle ore 16 e 30 al cinema President, in via Manfredi 30 a Piacenza.
Si inizierà con il saluto del vescovo Gianni Ambrosio. Parteciperanno il professor Pietro Boffi, responsabile del Centro documentazione Cisf (Centro internazionale studi famiglia) e il professor Ermes Rigon, presidente del Forum delle famiglie dell’Emilia Romagna. È previsto l’intervento dei rappresentanti del Comune e della Provincia di Piacenza. La raccolta delle firme “Per un fisco a misura di famiglia” avverrà in banchetti che i rappresentanti del Forum allestiranno fino al prossimo aprile. Le firme si raccoglieranno sul sagrato della cattedrale, della basilica di Sant’Antonino e sul Pubblico Passeggio (lato liceo scientifico) nei sabati del 2, dell’8, del 15, del 29 e del 5 aprile. Tutti i sabati, in sostanza, tranne il giorno prima di Pasqua. I volontari del Forum saranno presenti dalle 9 e 30 del mattino fino verso le 7 di sera.
F.Fr.

Il testo integrale dell'articolo su Libertà di oggi, giovedì 28 febbraio 2008

Figli troppo cari, firme per un fisco più equo

Piacenza - A Piacenza sono dieci le associazioni che hanno aderito e che sabato si ritroveranno per lanciare a livello locale la campagna per la difesa della vita. «Chiediamo più attenzione anche dal punto di vista fiscale per la famiglia - osserva il vice presidente del Forum Carlo Dionedi -. Oggi le coppie sono in difficoltà perché fare figli è diventato un onere troppo gravoso e un lusso che non tutti si possono permettere». Per questo motivo il Forum delle famiglie, anche a livello locale, promuove una raccolta firme che verrà presentata al capo dello stato Giorgio Napolitano. Il Forum chiede che una quota di 7mila euro annui per figlio venga detassata dal fisco. «I 7mila euro - continua - sono i soldi necessari, a quanto è stato calcolato, per mantenere un bambino per un anno». Per presentare al pubblico l’iniziativa, sabato mattina al President il Forum ha organizzato un convegno al quale parteciperà anche il vescovo Gianni Ambrosio.
A Piacenza il Forum si è costituito ufficialmente lo scorso 8 febbraio su iniziativa del Sidef (il sindacato delle famiglie). Attualmente ne fanno parte Acli, associazione Papa Giovanni XXIII, Azione Cattolica, Cif, Il Circolino, Coldiretti, Associazione famiglie numerose, Famiglie nuove, Mcl/Ordine francescano secolare, Rinnovamento dello Spirito/Sidef.
F.Fr.

Il testo integrale dell'articolo su Libertà di oggi giovedì 28 febbraio 2008

mercoledì 27 febbraio 2008

Sidney, il vescovo dà il mandato ai giovani


Si avvicina, in Diocesi, l'ora della XXIII Giornata mondiale della Gioventù. Appuntamento sabato 15 marzo. L'Abbazia di Chiaravalle della Colomba (Alseno) ospiterà i giovani per quello che sarà anche il loro primo incontro con il vescovo Gianni. Alle 17 e 30 è previsto un momento di dialogo con il vescovo. Al termine, nel prato antistante il monastero, verrà distribuita una cena sobria. Seguirà la celebrazione, presieduta da monsignor Ambrosio e animata dal Coro-Giovani, durante la quale il vescovo darà il mandato ai giovani che partiranno per Sidney (nella foto, un'immagine di Melbourne, la città che ospiterà la rappresentanza di Piacenza-Bobbio). Conclusione entro le 21.30.

martedì 26 febbraio 2008

Ambrosio celebra i funerali di don Pancini

Comunicato stampa diocesi di Piacenza-Bobbio

I funerali di don Giovanni Pancini verranno celebrati domani, mercoledì 27 febbraio, alle ore 14,30, nella chiesa di San Bonico. Saranno presieduti dal vescovo monsignor Gianni
Ambrosio.

Morto don Pancini, a San Bonico per 60 anni

Piacenza È morto ieri pomeriggio presso la Casa di cura "Piacenza" don Giovanni Pancini, a lungo parroco di San Bonico. I funerali verranno celebrati nella chiesa di San Bonico domani pomeriggio dal vescovo monsignor Gianni Ambrosio. Questa sera alle 20 e 30, il rosario, sempre a San Bonico. Don Pancini, nato nel 1915 a Castellarquato, è stato ordinato sacerdote il 9 marzo 1940. Vicario parrocchiale a Gropparello, Casanova Ceno e infine ad Agazzano, è stato parroco a San Bonico dal 15 novembre 1941 al 20 maggio 2001. In questi anni ultimi ha vissuto alla Casa del Clero Cerati. Don Pancini è stato parroco di San Bonico durante la guerra, ha vissuto i bombardamenti ai quali è riuscito a scampare con i suoi pochi parrocchiani. Allora e fino a poco tempo fa, prima dell’espansione urbanistica degli anni Novanta, la zona era formata da campi e cascine di agricoltori. Fu il vescovo Ersilio Menzani ad inviare don Pancini a San Bonico. Piovevano bombe e non tutti gradivano quella zona. Conosciuto come prete fedele, schivo, non ha mai chiesto di venire trasferito e in quella parrocchietta ai margini della città ci è rimasto per 63 anni.
Chi lo ricorda lo descrive come una persona molto intelligente, vissuta nella povertà, un parroco all’antica. Nel 2001, non senza qualche protesta campanilista, la parrocchia venne accorpata a quella di San Giuseppe Operaio. Don Pancini, provato dagli acciacchi della vecchiaia, aveva chiesto al vescovo Luciano Monari di potersi ritirare. Il presule, accettate le dimissioni, ha poi ritenuto, vista l’esiguità degli abitanti della parrocchia e le caratteristiche del nuovo quartiere, di non inviare un nuovo sacerdote. Ha nominato don Giancarlo Conte, parroco di San Giuseppe Operaio, amministratore parrocchiale. Attualmente San Bonico - la chiesa è dedicata a San Bartolomeo - conta, secondo l’ultimo annuario diocesano, 502 anime. Dipendono dalla parrocchiale gli oratori della Beata Vergine Immacolata a Torricelle e San Filippo Benizzi ai Quattro Comuni.
fed.fri

Il testo integrale su Libertà di oggi 26 febbraio 2008

lunedì 25 febbraio 2008

Scuola e famiglia, alleanza educativa

Comunicato stampa diocesi di Piacenza-Bobbio

L’ALLEANZA EDUCATIVA TRA SCUOLA E FAMIGLIA

Incontro per insegnanti e genitori promosso dalla Cooperativa Cattolica per la Scuola e la Formazione
Prende avvio un percorso di formazione e di riflessione, promosso dalla Cooperativa Cattolica per la Scuola e la Formazione della nostra diocesi, che pone al centro la corresponsabilità di insegnanti e genitori nell’educazione delle nuove generazioni.
Il percorso vuole attivare all’interno di ogni scuola paritaria, un gruppo di lavoro composto da docenti e genitori disponibili ad arricchire il rapporto tra scuola e famiglia.
Spesso tali rapporti sono vissuti in modo proficuo da pochi e in modo formale dai più; i contesti di partecipazione scolastica (assemblee, colloqui, consigli di classe) stanno perdendo la loro forza e sono sempre più disertati, hanno tenuta nella scuola dell’infanzia ma il coinvolgimento dei genitori diminuisce negli ordini successivi.
Non sempre la scuola è capace di creare consenso intorno alle finalità e alle scelte educative che sono alla base del suo lavoro; divario e incomprensioni si acutizzano quando ci sono momenti critici. Disorientamento e inadeguatezza sembrano bloccare i genitori di fronte alle loro responsabilità e, di conseguenza, scatta la delega all’istituzione scolastica.
In questo scenario appena abbozzato si colloca il percorso che vuole valorizzare le risorse sia dei docenti sia dei genitori per creare una rete solida di scambi e di responsabilità comuni.
Il primo appuntamento, aperto a tutte le persone interessate, sarà martedì 26 febbraio, presso il Seminario Vescovile di Via Scalabrini dalle ore 16,45 alle 18,30, in cui la dott.ssa Viola Battistini affronterà il tema: Alleanza educativa tra scuola e famiglia. La dott.ssa Battistini, docente di scuola primaria, laureata in Pedagogia e in Filosofia, attualmente distaccata dal Ministero presso l'Associazione Italiana Maestri Cattolici (AIMC) nella segreteria nazionale, è anche Presidente della sezione Associazione genitori (Age) di Foligno, è membro della commissione del Forum provinciale delle associazioni genitori presso l'Ufficio Scolastico Regionale di Perugia, organizza Progetti per genitori nelle scuole del territorio in cui opera.
In questo incontro saranno approfondite le seguenti domande:
Come promuovere la sensibilità verso la responsabilità educativa di un genitore e di un insegnante?
Come condividere un progetto educativo comune volto al bene del ragazzo?
Come maturare una partecipazione, nei genitori, attiva e attenta alla vita della scuola?

Bobbio con Ambrosio nel cuore

Il vescovo Gianni Ambrosio, nella foto, entra nella concattedrale di Bobbio per la presa di possesso. Come si può notare, sul capo non ha la mitria utilizzata sabato scorso nel duomo di Piacenza e donatagli dall'università Cattolica. Indossa quella regalatagli dalla parrocchia di Carisio, paese di origine della famiglia. Il vescovo Ambrosio entra in processione nella concattedrale di Bobbio, gremita di fedeli molti dei quali provenienti dai paesi vicini. Le celebrazione è terminata. Il vescovo Gianni esce dalla concattedrale e riceve gli applausi della gente. I bobbiesi lo hanno già nel cuore. Lui saluta e sorride a tutti.
Tra il sindaco di Bobbio Roberto Pasquali e il parroco della concattedrale, monsignor Aldo Maggi, il vescovo Gianni Ambrosio ascolta l'esibizione del coro Gerberto. Tre brani al termine dei quali monsignor Ambrosio si complimenta con i cantori e sale sul palco per la foto ricordo.

domenica 24 febbraio 2008

Ambrosio a Bobbio applaude il coro Gerberto

Ambrosio a Bobbio con il coro Gerberto

Il vescovo Gianni Ambrosio a Bobbio sul palco con il coro Gerberto dopo la messa di ingresso nella concattedrale

Ambrosio, l'omelia di ingresso a Bobbio


Ecco il testo dell'omelia che il vescovo di Piacenza-Bobbio, Gianni Ambrosio, ha pronunciato oggi a Bobbio in occasione della presa di possesso della concattedrale.


3ª DOMENICA DI QUARESIMA

(Esodo 17, 3-7; Romani 5, 1-2.5-8; Giovanni 4, 5-42)

Cari fratelli e sorelle,

è grande la mia gioia di essere qui con voi, radunati attorno all’altare del Signore per celebrare l’eucaristia in questa bella concattedrale. Vi confesso che è la prima volta che vengo a Bobbio. Lo confesso con un po’ di vergogna, sia per la bellezza di questa città e di questi luoghi sia per l’importanza religiosa, storica e culturale di san Colombano e dell’abbazia di san Colombano. Mi viene spontaneo dire, quasi riprendendo una famosa espressione di sant’Agostino, che se tardi ho visitato questa terra – sant’Agostino in verità scrive: “tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova” (Confessioni, X, 27) -, mi è data da oggi la possibilità di ricuperare il tempo perso: spero infatti di poter venire qui spesso. Tanto più che proprio qui è stato vostro vescovo – dal 1937 al 1953, quindi durante la guerra e poi nel dopoguerra - un vercellese come me, mons. Bernardo Bertoglio.

Cari fratelli e sorelle, la Parola del Signore di questa terza domenica di Quaresima ha uno spiccato carattere battesimale. D’altronde, come ben sappiamo, nella Chiesa dei primi secoli la Quaresima era il tempo della preparazione più prossima e più intensa dei catecumeni, i candidati al battesimo che si apprestavano a ricevere il sacramento del battesimo nella notte di Pasqua, nella grande veglia pasquale.

Ma anche per chi ha già ricevuto il dono del battesimo, il brano evangelico è quanto mai significativo: esso tratteggia – possiamo dire – una pedagogia verso la fede, un cammino verso l’incontro con il Signore.

Vale anche per noi battezzati il rimprovero che Gesù rivolge alla samaritana: “Se tu conoscessi il dono di Dio”. Forse non è, in verità, un rimprovero. E’ piuttosto un invito e uno stimolo: Gesù vuole suscitare nella samaritana – e in tutti noi - il desiderio di aprirci a Dio, alla sua iniziativa, al suo dono, al suo amore.

Ecco allora l’importanza della Quaresima alla luce di questo stupendo racconto evangelico. Come tempo prezioso per la nostra memoria, per ricordarci il dono del nostro essere battezzati in Cristo Gesù. Come tempo prezioso per il nostro desiderio, invitato ad andare in profondità, fino a scoprire la nostra sete più vera. Come tempo prezioso per l’incontro, l’incontro gioioso con il Signore e l’incontro con i nostri fratelli e le nostre sorelle che attendono quell’“acqua viva” che soddisfa la sete profonda dell’uomo.

Se seguiamo la pagina evangelica, possiamo mettere in risalto alcuni tratti di questa pedagogia verso la fede.

Innanzi tutto anche noi – anche noi battezzati - possiamo identificarci per molti aspetti con questa donna di Samaria. Nel senso che tutti siamo interpellati sul desiderio che abita il nostro cuore: una sete profonda di incontro, di relazione, di vita.

La samaritana, all’inizio, non vuole entrare in dialogo con Gesù e non vuole accogliere il dono dell’ “acqua viva”. Sembra preferire l’acqua di sempre, piuttosto stagnante, e cioè la vita di tutti i giorni, le abitudini, le convenzioni, le illusioni. Quella donna di Samara sa bene che l’acqua del pozzo di Giacobbe, in una terra deserta come quella di Sicar, è una benedizione grande, ma sa pure che è acqua che non soddisfa la sua vera sete. Tuttavia difende se stessa e la propria vita, vuole custodire quel poco che ha, anche se sa bene che non le basta.

Certo, almeno a prima vista, questa donna di Samaria ha molte buone ragioni per rifiutare la richiesta di Gesù di dargli da bere. Era assai vivo il contrasto tra la Giudea e la Samaria, sia per motivi politici che per motivi religiosi. Ma Gesù supera i pregiudizi politici e le barriere religiose e chiede da bere alla donna samaritana, a una straniera cui nessun giudeo avrebbe mai rivolto la parola.

La richiesta di Gesù è già un dono. Nella richiesta di un gesto di attenzione e di cortesia – “dammi da bere” - c’è l’invito a quella donna a uscire da se stessa, dalla chiusura nel suo piccolo mondo.

Ma si tratta solo dell’inizio. Il cammino è ancora lungo e deve proseguire. Perché è molto facile disattendere i desideri più profondi e più veri ed accontentarsi dell’acqua stagnante, rischiando di sciupare la vita, inseguendo illusioni, consumando energie inutilmente.

C’è, invece, un’“acqua viva” che purifica il cuore e disseta lo spirito: è il dono di Dio. È Gesù questo dono di Dio: egli ci rivela il Padre e ci rivela il nostro essere figli.
La samaritana ha finalmente compreso che Gesù viene incontro alla verità del suo desiderio più vero e profondo. Però cerca ancora di resistere, quasi fingendo di non aver compreso fino in fondo la rivelazione di Gesù.
Ma ormai non può più difendere la sua vita, il suo “girare a vuoto”: si è guardata dentro senza paura e ha potuto strappare la maschera che copriva il suo volto.

Per quella donna di Samaria – e per chi, come lei, osa chiedere ciò che Gesù Cristo vuole dare – è ormai giunto il momento della fede in Gesù riconosciuto come profeta e messia, dell’incontro con Lui, della gioia di una novità che cambia la vita. E con entusiasmo la samaritana comincia ad annunciare la bella notizia: diventata credente, diventa annunciatrice di Gesù salvatore del mondo.

Così la samaritana ha conosciuto il dono di Dio. Lo ha conosciuto con il cuore, aprendo cioè il suo cuore e la sua vita all’iniziativa di Gesù. «Non si vede bene che attraverso il cuore», scriveva Antoine de Saint-Exupéry (Il piccolo principe). Possiamo dire che l’esperienza di fede, che è esperienza pasquale, e quindi incontro con il Cristo risorto, è inseparabile dal nostro risveglio interiore, dal sentirci personalmente attesi da Dio e ricondotti a riconoscere la “sete vera” che domanda “l’acqua viva”.

Cari amici, ancora una volta vi ringrazio per l’affetto con cui mi avete accolto e con cui mi accogliete quest’oggi qui a Bobbio. Nella preghiera condivisa e nell’amicizia scaturisca per la nostra comunità diocesana una rinnovata vitalità spirituale nella fedele e generosa adesione a Cristo e alla Chiesa. Così potremo guardare al futuro con speranza e lavorare con appassionata fiducia nella vigna del Signore.

La nostra Chiesa – a cominciare dalla parrocchia – vuole essere lo spazio nel quale l’amore del Signore per l’umanità incrocia la sete di ciascuno.

La nostra Chiesa vuole essere - e deve essere - il luogo nel quale ogni uomo si sente personalmente atteso e condotto a gustare l’ “acqua viva”.

Il mio pensiero va soprattutto ai giovani che hanno un profondo bisogno di trovare la forza per opporsi alla “cultura del nulla”: particolarmente a loro vogliamo proporre un itinerario che conduca a Cristo Gesù, a colui che “ha reso luminosa la vita” (2 Timoteo 1,10).

Il mio pensiero va anche ai malati e agli anziani: l’amore per Cristo e la solidarietà dei fratelli vi rechino conforto nei momenti difficili e vi infondano sempre serenità.

In questa concattedrale dedicata a S. Maria Assunta, affidiamo il nostro cammino ecclesiale alla Vergine Maria e al grande monaco San Colombano che può, a buon diritto, essere considerato come uno dei fondatori del monachesimo occidentale. Insieme ai molti Santi di questa Chiesa, la Vergine Maria e san Colombano intercedano per noi e ci accompagnino perché sappiamo gustare l’“acqua viva” e sappiamo donarla ai nostri fratelli. Amen.

+ Gianni vescovo

Comunicato stampa diocesi di Piacenza-Bobbio


Il vescovo Ambrosio incontra il ministro Bersani

Primo appuntamento civico per il vescovo di Piacenza-Bobbio, Gianni Ambrosio. Ieri mattina, a Piacenza, ha benedetto l'Urban Center. Nella foto, la stretta di mano con il ministro piacentino Pierluigi Bersani.

Si ringrazia Gianni Cravedi per la collaborazione.

Ambrosio all'Urban Center

Primo appuntamento civico per il vescovo di Piacenza-Bobbio, Gianni Ambrosio. Ieri mattina, a Piacenza, ha benedetto l'Urban Center. Nella foto, con il sindaco Roberto Reggi e il colonnello dei carabinieri Paolo Rota Gelpi.

Si ringrazia Gianni Cravedi per la collaborazione.