martedì 15 marzo 2011

Via Arata, tregua per la quaresima?

Si può finalmente tirare un sospiro di sollievo sulla vicenda di via Arata? La decisione del parroco, don Giancarlo Conte, di rinunciare al progetto di attrezzare l'area verde, arriva come una boccata d'ossigeno in un'atmosfera rarefatta dove l'aria si tagliava con il coltello. L'effetto boomerang della vicenda contro la Chiesa rischiava di portare più danno del bene che avrebbe fatto un'area di aggregazione per i giovani e dedicata alle feste. E' l'unica cosa che di positivo c'è in questa vicenda.

Per il resto hanno perso veramente tutti.

1) Il Comune. Ancora una volta siamo qui a parlare di difetto di comunicazione! Lo hanno ammesso anche quelli dell'amministrazione sulla prima fase del progetto. Si poteva fare una assemblea pubblica o passare attraverso la Circoscrizione che esiste almeno per essere informata. Niente. Del progetto ne ha scritto per la prima volta Liberta' quando già la concessione comunale era attiva: ovvero dopo il 5 gennaio di quest'anno. Con tutti i soldi che spende il Comune di Piacenza, investa una volta per tutte su un ufficio comunicazione e partecipazione e gli dia poi retta!

2) La parrocchia di San Giuseppe Operaio
Esistono degli organismi partecipativi all'interno della Chiesa, vedasi il consiglio pastorale parrocchiale e il consiglio economico parrocchiale. Si usino! Non ci si può dimenticare di loro quando ci sono 168 mila euro da spendere! Solo così la decisione ultima del parroco può essere veramente partecipata e condivisa.

3) Il comitato di via Arata
Prendersela con un prete che dal '71 ad oggi ha tirato su generazioni di Piacentini attorno al campanile della Galleana, appendere striscioni ai balconi contro la parrocchia, scagliarsi con toni sopra le righe contro un progetto che fa giocare ed educa i bambini cittadini di domani, tutto questo, anche se si ha ragione, se si e' cattolici o anche solo cittadini di oggi non deve essere stato facile. Eppure e' stato. Sono diversi i modi per protestare e per difendere i propri diritti. Ci sono in primo luogo gli esposti, poi le cause legali. Le manifestazioni di piazza e la macchina del fango azionata contro un prete sono cose da far intervenire l'esorcista. In quaresima poi...


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giovedì 10 marzo 2011

Doveva diventare vescovo, andrà parroco a Castelsangiovanni

Don Lino Ferrari dunque lascia il suo incarico da vicario generale e si appresta a ricoprire quello di parroco di Castelsangiovanni. In tanti lo hanno festeggiato nella sala delle Colonne della Curia, dopo la messa di commiato nella cripta del Duomo. Segno di un grande affetto per il sacerdote che poteva tranquillamente essere scelto come vescovo di una diocesi. Si era parlato di Pontremoli ma non se ne fece poi nulla. Ancora prima, una volta sceso da Bedonia ed arrivato in Nostra Signora di Lourdes, c'è chi dice che rifiutò una nomina a presule. I suoi ex parrocchiani ancora oggi sarebbero disposti a metterci una mano sul fuoco. Lui non ha mai confermato.


«Si chiude un capitolo della mia vita. Sono momenti per certi aspetti faticosi, per altri belli, perché si passano in rassegna volti e incontri. Posso dire di aver trovato in questi sette anni amicizia e collaborazione». Così monsignor Lino Ferrari ha celebrato ieri mattina la sua ultima messa da vicario generale della diocesi di Piacenza-Bobbio. Tra le colonne della cripta del Duomo, scelta come luogo della messa di commiato, tanti amici, il personale degli uffici di Curia in testa. A concelebrare ben 14 sacerdoti, in gran parte direttori degli uffici diocesani. Monsignor Ferrari si emoziona: «Non mi aspettavo così tanta gente». Poi inizia l'omelia nel segno della gratitudine. «Dire grazie - osserva - è riconoscere di aver ricevuto tanto; ciò rende più positivi, anche nei confronti degli altri, meno pieni di pretese, capaci di riconoscere il bene che c'è in ciascuno di noi». «Anche Gesù ha mostrato questo atteggiamento - continua -, innanzi tutto nei confronti del Padre: dice grazie al Padre prima da lasciare sè stesso in dono ai discepoli; l'offerta della sua vita è il suo grazie più grande». «Gesù ha anche gradito il ringraziamento del lebbroso guarito - prosegue - che da solo ha sentito l'esigenza di ringraziare. Perché è un'esigenza nei confronti di Dio e degli altri. Ringraziare fa bene».
Passa in rapida rassegna i sette anni appena terminati. «Non cancello i problemi che pure ci sono stati - ammette -. Posso però affermare che il mio desiderio è sempre stato quello di contribuire a creare un clima sereno. Ho sempre ripetuto che il lavoro non mi fa paura, sono le tensioni che pesano, le tensioni dovute, a volte, a chiusura e a mancanze di comunicazione. D'altronde l'efficienza non è l'unico criterio di organizzazione in qualsiasi ambito, neppure per un'impresa, come afferma il Papa nell'enciclica Caritas in veritate. Se non siamo noi a testimoniare come cristiani che l'atteggiamento del dono e dell'accoglienza reciproca e dell'amicizia deve permeare ogni attività... »
«Gli uffici di Curia e gli altri collegati - ci tiene ad evidenziare - sono collaboratori della missione della Chiesa. Tutti rappresentiamo il volto della nostra Chiesa, anzi per molti siamo noi il volto della Chiesa in quanto tale, perchè è attraverso di noi che la incontrano, quella Chiesa, che è comunione e che ha la carità come legge fondamentale».
«Il nostro è un servizio innannzi tutto al Signore e alla Chiesa - ribadisce don Lino -. Ha un sapore diverso anche l'impiego, la fatica, quando l'atteggiamento di fondo è questo. Dobbiamo saper dare agli impegni piccoli di ogni giorno un grande orizzonte». Infine la preghiera per il suo successore, monsignor Giuseppe Illica e per il suo nuovo incarico pastorale, quello di parroco a Castelsangiovanni.
Al termine della celebrazione l'omaggio del personale della Curia a monsignor Ferrari nella sala delle Colonne. Don Lino entrerà nella sua nuova parrocchia domenica 3 aprile accompagnato dal vescovo Gianni Ambrosio. Lunedì prossimo, alle 12 e 30, sarà la volta di don Illica a fare il suo ingresso ufficiale nella Curia di Piacenza-Bobbio.
Federico Frighi


08/03/2011 Libertà

martedì 8 marzo 2011

Vicini e lontani/ Monari: la comunità si faccia carico degli immigrati

Nuova puntata di Vicini e lontani. La lettera del vescovo di Brescia, Luciano Monari, già presule della diocesi di Piacenza-Bobbio ed oggi cittadino onorario di Piacenza, è stata scritta quando ancora il caso della Libia doveva esplodere. Oggi la proponiamo perchè ci sembra più che attuale.

Stranieri, ospiti, concittadini. Il percorso che il vescovo di Brescia, monsignor Luciano Monari, indica nella sua Lettera alle comunità cristiane riprende le indicazioni della lettera agli Efesini: «Così dunque voi non siete più stranieri, Né ospiti ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio».
Pubblicata in occasione dei santi patroni della città, Faustino e Giovita, che si ricordano il 15 febbraio, la Lettera analizza il fenomeno migratorio chiedendo quale sia l’atteggiamento delle diocesi, delle parrocchie, dei gruppi ecclesiali e dei cattolici impegnati in politica. Questi ultimi, dice il vescovo, devono «evitare e impedire qualsiasi forma di discriminazione». «Con questo termine», specifica, «mi riferisco a comportamenti vessatori che trasformano i diritti in scelte di compiacenza; che usano le lentezze burocratiche per sfiancare le persone e costringerle alla rassegnazione o alla rinuncia; che usano due pesi e due misure a seconda della nazionalità o del colore della pelle. Non è lecito a un cristiano approfittare della condizione di debolezza del contraente immigrato per imporre contratti non equi (penso naturalmente ai contratti di affitto o di lavoro».
Ma prima di rivolgersi alla comunità politica e civile, il vescovo si rivolge a quella cristiana che, scrive monsignor Luciano Monari, «è chiamata ad accogliere i credenti battezzati da qualunque parte essi provengano: sono a pieno titolo membri delle nostre stesse comunità». Nei confronti di questi credenti «è necessario impegnarsi attivamente per offrire un’accoglienza calda; ci vogliono persone che prendano l’iniziativa di andare incontro ai nuovi arrivati, di interessarsi di loro, di introdurli poco alla volta nei diversi luoghi e alle diverse iniziative della parrocchia».
«Non possiamo lasciare agli immigrati», aggiunge il vescovo, «tutta la fatica di inserirsi nella comunità; deve essere anche la comunità che se ne fa carico in modo esplicito». Se un immigrato si sente accolto, si integrerà anche più facilmente, suggerisce la lettera indicando come momenti di accoglienza le feste, i gruppi di ascolto della parola di Dio, la devozione mariana. Analogo discorso può essere fatto anche per i cristiani ortodossi, protestanti o evangelici. Anche se, per quanto riguarda la partecipazione ai sacramenti, il vescovo raccomanda di fare tutto con chiarezza e senza ambiguità seguendo le norme dei diversi documenti della Santa sede e del recente Vademecum pubblicato dalla Cei «per la pastorale delle parrocchie cattoliche verso gli orientali non cattolici».
Monsignor Monari non dimentica neppure la complessità e i problemi relativi a movimenti, sette e comunità religiose di provenienza africana e latinoamericana che mirano «alla soddisfazione di un bisogno psicologico soggettivo» e avverte del «pericolo che questi movimenti rappresentano per la fede». Per questo chiede che non si offrano ambienti parrocchiali per pratiche psicologiche che sconfinano nel religioso.
Altri percorsi, invece, richiede il dialogo con credenti di altre religioni, in particolare musulmani e buddisti. Di essi non possiamo disinteressarci, dice il vescovo. Senza confondere le religioni in una miscela indistinta va però sottolineato che «tutte le religioni conoscono e proclamano alcuni aspetti veri di Dio e dell’uomo e possono favorire la crescita della convivenza umana e del rispetto reciproco. È doveroso verso tutti quell’amore che accetta cordialmente l’esistenza dell’altro». E raccomanda di incoraggiare la presenza di bambini e ragazzi anche di altre religioni nella vita degli oratori. Così come di favorire momenti di dialogo, di festa, di collegamento che sciolgono alcuni sospetti e timori istintivi e che facciano superare isolamento e paura. «Possiamo condurre gli uomini a credere nell’amore di Dio solo amandoli concretamente con un amore sincero e generoso, con una prassi di vita che sia fraterna e accogliente».
Non si tratta di mero buonismo, ma di cercare, anche a livello politico e legislativo tutte quelle soluzioni che possano migliorare la qualità dell’esistenza di ciascuno e della comunità civile nel suo complesso. Per questo in particolare i cattolici impegnati in politica dovrebbero assicurare l’accoglienza dei rifugiati che fuggono da condizioni di ingiustizia e di oppressione, ricordando che i beni della terra sono di tutti e devono servire per il sostentamento di tutti. Dovrebbero fare in modo che chi lavora presso di noi e contribuisce al nostro benessere «veda riconosciuta la propria attività e di essere messo in regola». Inoltre, per chi è già regolarizzato, dovrebbero battersi per far modificare la norma secondo la quale perde automaticamente il permesso di soggiorno l’immigrato che perde il lavoro. «La logica di questa norma appare del tutto egoistica», scrive il vescovo, «Finché mi servi ti tengo e faccio uso della ricchezza che produci, ma appena la tua presenza smette di servirmi ti caccio». E ancora dovrebbero farsi carico del problema dei bambini nati da genitori stranieri che appartengono, come cittadinanza, a uno Stato del quale non conoscono lingua, usi, cultura e costumi, mentre non possono appartenere a quello italiano dove abitano, vanno a scuola, vivono; «bambini che sono, dal punto di vista culturale, italiani», sottolinea Monari. Così come dovrebbero favorire il riavvicinamento familiare e l’inserimento scolastico dei bambini stranieri.

Il rispetto della dignità dell’altro dovrebbe guidare le scelte dei cattolici, conclude il vescovo, convinti che «discriminare può sembrare una scelta vantaggiosa, se si considera solo il profitto economico; in realtà si tratta di un comportamento che usa l’altro come fosse una cosa e finisce – per una specie di effetto-boomerang – per corrodere l’anima di chi lo compie».

Da Famiglia Cristiana (Annachiara Valle)

domenica 6 marzo 2011

Il giuramento del nuovo vicario

Comincia l'avventura da vicario generale della diocesi di Piacenza-Bobbio per don Giuseppe Illica. Venerdì, come riportiamo nell'articolo sotto, ha giurato davanti al vescovo. All'appuntamento nella cappella vescovile è arrivato con qualche minuto di ritardo e questo ha fatto sorridere qualcuno. Beh, se non viene ne facciamo un'altro, ha scherzato un monsignore. Poi quando don Illica è arrivato ed ha cominciato, quasi sotto voce, a leggere la formula del giuramento ... beh a chi lo conosce sono venuti i brividi dall'emozione. Anche in quelle poche parole scritte da altri, si sentiva un uomo che ci crede per davvero. Nella parola di Dio e nel magistero universale della Chiesa.

"Io, sacerdote Giuseppe Illica, nell'assumere l'ufficio di vicario generale, prometto di conservare sempre la comunione con la Chiesa Cattolica, sia nelle mie parole sia nel mio modo di agire». Da ieri mattina l'ormai ex parroco di Castelsangiovanni, monsignor Giuseppe Illica, è ufficialmente il nuovo vicario generale della diocesi di Piacenza-Bobbio. Nella cappella del palazzo vescovile ha giurato di fronte al vescovo Gianni Ambrosio, al cancelliere di Curia don Mario Poggi e ai direttori degli uffici diocesani. Presenti, tra gli altri, il vicario generale uscente, monsignor Lino Ferrari e il vicario episcopale per la pastorale, monsignor Giuseppe Busani.
Un giuramento secondo una formula che prevede la recita del Credo, oltre alla promessa di essere fedeli sempre «in tutto ciò che è contenuto nella Parola di Dio, scritta o trasmessa», e in tutto ciò che la Chiesa afferma con i suoi pastori, «sia con giudizio solenne sia con il magistero universale». La firma, poi il timbro e i sigilli, apposti dal cancelliere di Curia, chiudono la cerimonia.
Don Illica è dunque il nuovo vicario generale ma ci vorrà ancora qualche giorno prima che prenda possesso del suo nuovo ufficio. Bisognerà attendere fino a lunedì 14 marzo, quando, alle 12 e 30, nel salone degli arazzi di palazzo vescovile, incontrerà, per un saluto, i curiali e tutti coloro che lavorano nei vari uffici diocesani. La domenica successiva, il 20 marzo, saluterà definitivamente i parrocchiani di Castelsangiovanni.
Quasi contemporaneamente avanzerà il percorso inverso di monsignor Lino Ferrari, l'ormai ex vicario generale. Lunedì 7 marzo, alle ore 11 e 15 nella cripta del Duomo, terrà la messa di commiato. Subito dopo saluterà curiali e personale. Domenica 3 aprile farà il suo ingresso solenne, accompagnato dal vescovo Gianni Ambrosio, come parroco di Castelsangiovanni.
fed. fri.


05/03/2011 Libertà

giovedì 3 marzo 2011

Oratori nuovi, prima un progetto educativo

Si è tenuta questa mattina, giovedì 3 marzo, la penultima seduta del decimo Consiglio presbiterale diocesano che ha parlato della Missione popolare diocesana, della formazione permanente del clero e delle norme per i nuovi oratori. Essendo in scadenza (questo organismo consultivo, detto anche “senato del Vescovo”, è quinquennale e tornerà a riunirsi ancora il 5 maggio) ha dato indicazioni per il proprio rinnovo (entro il 5 maggio dovrebbero essere indicati già i sette rappresentanti dei vicariati a cui si aggiungeranno i cinque membri che verranno eletti in giugno nella giornata del Sacro Cuore) ed ha preso congedo dal vicario generale mons. Lino Ferrari. Come ha lui stesso precisato, con il 14 marzo prossimo lascerà l’incarico al Vicario generale eletto mons. Giuseppe Illica ed il 3 aprile farà il proprio ingresso nella sua nuova parrocchia di Castel San Giovanni.

La seduta di questa mattina è stata presieduta dal vescovo mons. Gianni Ambrosio ed è stata coordinata da don Federico Tagliaferri.

In apertura vi sono state le abituali comunicazioni di vita diocesana del vicario generale mons. Ferrari; al termine mons. Giuseppe Busani, vicario episcopale per la pastorale, ha aggiornato i presbiteri sulla Missione popolare, facendo riferimento soprattutto all’ultima seduta del Consiglio pastorale diocesano. In tale occasione in vescovo mons. Ambrosio ha presentato la propria “nota pastorale”, sono stati distribuiti i sussidi per i tre ambiti (relazioni, fragilità e cittadinanza) ed è stato distribuito il libro delle “preghiere per benedire e invocare benedizione”, pubblicazione che potrà accompagnare anche le prossime benedizioni delle famiglie nelle singole parrocchie. A questo proposito mons. Busani ha illustrato le diverse note tecniche che gli interessati possono trovare nello specifico sito della Missione popolare, sito che può essere raggiunto partendo dal portale della diocesi: www.diocesipiacenzabobbio.org.

E’ stata poi la volta dell’intervento del Vescovo che ha esaminato un tema, già altre volte affrontato dal Consiglio presbiterale: la formazione del clero. Dopo aver sottolineato che la formazione permanente del presbitero è indispensabile, che non è isolata dal suo ministero, ma è in rapporto al ministero stesso, mons. Ambrosio ha poi citato alcuni documenti pontifici.

La formazione del clero è una questione che sta molto a cuore al Vescovo, per questo ha coinvolto il Consiglio Presbiterale perché occorre trovare insieme anche qualche buon suggerimento pratico per aiutarci a trovare forme e modi che favoriscano l'attuazione di questo preciso dovere di ogni presbitero”.

Mons. Ambrosio ha posto alcune domande: quale cura è in atto oggi per la formazione dei presbiteri nella nostra Chiesa? cosa si potrebbe fare per rilanciare la formazione? visto che la nostra diocesi è vasta - risulta molto difficile incontrarci -, si può pensare a qualche `mezzo' per ovviare a questa (e ad altre) difficoltà: due/tre/quattro giorni residenziali con alcune tematiche da approfondire, collegamento via internet là ove è possibile, ecc.)?

“Le opportunità che abbiamo a disposizione – ha aggiunto il Vescovo - sono: il ritiro quasi mensile (a cui partecipa un buon numero di sacerdoti, anche per il fatto che si svolgono nel vicariato; la durata del ritiro è ristretta a due ore circa, più - ed è cosa buona - l'agape fraterna); gli incontri di formazione previsti (circa tre all'anno, con una relazione e il successivo dibattito): la partecipazione è più limitata, la durata è di due ore circa (più pranzo); gli esercizi spirituali (in versione ridotta): lo scorso anno sono stati tenuti a Bedonia e alla Bellotta (spero che si possa proseguire anche quest'anno); la festa del Sacro Cuore; la festa di san Vincenzo; il Convegno pastorale; la celebrazione del sacramento della riconciliazione”.

Mons. Ambrosio ha riconosciuto che le opportunità di formazione in diocesi sono molte e nella sua analisi ha fatto riferimento anche al ruolo dei documenti del Magistero strumento opportuno per la formazione del clero ed in particolare ne ha richiamati tre: “L'Esortazione apostolica postsinodale Verbum Domini, datata 30 settembre 2010 ma resa pubblica il successivo 11 novembre; il Congresso eucaristico nazionale che si terrà ad Ancona ai primi di settembre; Gli Orientamenti pastorali Educare alla vita buona del Vangelo. È il programma pastorale della Chiesa italiana in questo decennio”.

Su queste indicazioni del Vescovo, ovviamente espresse in modo molto più articolato e documentato, si è sviluppato un ampio dibattito i cui contributi hanno sottolineato come sia importante che, accanto a momenti diocesani, siano curati anche quelli di vicariato.

E’ stata poi la volta dei criteri per la realizzazione di nuovi oratori: il Consiglio Presbiterale si era già interessato di questo problema ed aveva chiesto un supplemento di dibattito sul rapporto tra oratorio, come struttura fisica, progetto educativo ed educatori. Questi due aspetti del problema sono stati richiamati dal don Giuseppe Lusignani, direttore dell’Ufficio per i beni culturali e quindi competente per il finanziamento e la progettazione degli edifici, e da don Paolo Cignatta, delegato per la pastorale giovanile, quindi coinvolto nell’attività degli oratori. Entrambi hanno richiamato i termini principali del problema: per i finanziamenti sono da evitare gli interventi a pioggia e l’intera questione, sia per i contributi Cei come per quelli di istituzioni private o esterne alla diocesi, devono passare attraverso un’unica visione diocesana. Come ha ricordato don Paolo Cignatta (il problema era stato richiamato anche da mons. Ferrari) un progetto di un oratorio deve sempre mettere sullo stesso piano sia la costruzione dell’edificio sia il progetto educativo (per molti quest’ultimo ha la precedenza). Nel dibattito è emerso che, accanto all’oratorio, struttura destinata alla formazione degli adulti alla fede, deve essere tenuta presente anche la necessità di aule per il catechismo (e questo chiama in causa anche parrocchie medio-piccole).

Al termine il Consiglio ha approvato all’unanimità che, nel richiedere la realizzazione di un nuovo oratorio, il progetto di un nuovo edificio sia sempre integrato da quello educativo; inoltre è stato chiesto agli uffici competenti di verificare se esiste la possibilità di destinare parte dei fondi dell’otto per mille anche alla costruzione di quegli oratori che abbiano particolari necessità per il catechismo e quindi riguardino anche parrocchie di dimensioni limitate.

lunedì 28 febbraio 2011

Il parroco dietro le sbarre

A Piacenza oggi è arrivato il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, per la prima pietra del nuovo padiglione del carcere. Pubblichiamo, per l'occasione, il bilancio del cappellano, don Adamo Affri, uscito su Libertà di sabato. Don Adamo è un prete giovane, una tonaca in trincea. Vento, tempeste, freddo non gli fanno paura. In un anno di ministero è riuscito a creare una vera e propria parrocchia dietro le sbarre.

E' soprattutto il dopo-carcere a preoccupare. La mancanza di lavoro e la solitudine, prima di tutto. Ecco perchè da dietro le sbarre c'è anche gente che non vuole uscire.
«Qualche mese fa sono andato a trovare un giovane che aveva ottenuto gli arresti domiciliari - racconta don Adamo Affri -. Piangeva. "Fuori che cosa ci faccio, non ho nessuno - mi diceva - In carcere avevo gli amici"».
Don Affri, 41 anni, è cappellano delle Novate dal gennaio 2010. «Sono diventato prete nel 2009 -racconta -, ho saputo che c'era bisogno in carcere e ho chiesto al vescovo di andare». Monsignor Ambrosio ha subito dato il suo benestare. Non solo. Nella penuria di giovani sacerdoti, ha deciso di lasciarlo a tempo pieno al servizio della casa circondariale, perchè dietro le sbarre, creasse una vera e propria parrocchia.
Dopo un anno don Affri può tirare il primo bilancio. I problemi ci sono e sono
parecchi. «In cella sono in tanti, devono lavarsi con l'acqua fredda quando la caldaia è rotta, a volte il mangiare non è gradito» osserva il cappellano. «Nei colloqui racconto le mie esperienze in Congo e in Ucraina da giovane missionario laico - continua - e mio accorgo che in realtà il fatto di essere in tanti e non avere acqua calda non è il problema fondamentale. Nessuno si è mai suicidato per questo. Chi si toglie la vita lo
fa perchè è solo».
Don Affri celebra 5 messe tra il sabato e la domenica in 5 sezioni carcerarie diverse, fa catechismo durante la settimana e ogni giorno innumerevoli colloqui personali. «Ho visto crescere questa gente sul piano della fede in Dio. In tante parrocchie oltre le sbarre una partecipazione del genere non la vedi» confessa.
Il 60 per cento della popolazione carceraria piacentina è formato da stranieri con una forte maggioranza musulmana. Nella parrocchia cattolica delle Novate convergono circa 150 persone di fede cattolica: «Gli altri rimangono fuori perchè non si possono obbligare. A volte vengono ai colloqui, a volte ti chiedono un piccolo contributo
per chiamare casa». Questi altri sono più di 250 persone, perchè il carcere oggi scoppia. «Siamo in più di 400 con i servizi tarati per poco più della metà - evidenzia -. Lasciamo stare per un attimo sovraffollamento e freddo. Tante volte i detenuti si sfogano e viene fuori nei discorsi, anche durante le ore di catechismo. Il malessere è forte ma se si fa il confronto con situazioni di altri paesi capiscono che non è proprio così scontato, per dire, avere l'acqua calda». «La loro ferita più profonda - è arciconvinto don Affri - è però quando dall'altra parte sembra assente il dilaogo, il rispetto. Loro vorrebbero essere trattati come persone. La direzione fa come può, tuttavia, essendoci così tanti detenuti e così poco personale (gli educatori sono due invece di cinque), è chiaro che il dialogo viene diradato e tutto questo crea sofferenza».
«Ricordiamoci che quando queste persone entrano in carcere il rischio è che non si sentano più parte della società - continua -, ti trovi di fronte a persone destrutturate da sempre, usate da sempre. L'unica cosa che ti rimane sono gli affetti e la fede. Il mio compito è di aiutarli a recuperare il senso di colpa, a trovare una via d'uscita che è quella della fede e dello stare con Gesù. Che però deve diventare scelta non un momento emotivo. In carcere c'è una grande speranza; noi tentiamo di coltivarla». La città dentro è presente: ci sono i volontari, la scuola, le parrocchie, il giornale Sosta Forzata, don Adamo sta curando anche gli aspetti ricreativi e ha messo in campo per settembre una gara canora (una sorta di Corrida). Sul fronte del lavoro ci sono alcune cooperative sociali che impiegano i detenuti. «Ma quando cessa il loro status rimangono da soli - evidenzia don Affri -. Noi stiamo tentando di costruire un ponte tra la realtà carcere e la città dando un volto umano alle Novate. Mi piacerebbe che anche dalla parte delle pubbliche amministrazioni e della società ci fosse il desiderio di considerare i detenuti come persone, più che i loro problemi. Perchè sono persone non cattive ma fragili, senza strumenti per affrontare la vita».
La soluzione? «Sarebbe veramente auspicabile riuscire a fare un articolo 21 (la possibilità di lavorare di giorno e rientrare in cella di notte, ndr. ) a chi sta per uscire. I numeri sono pochissimi rispetto al bisogno. Queste persone quando escono non hanno
nessuno che li aspetta e non sanno dove collocarsi. Sarebbe interessante, ad esempio, creare dei gruppi esterni ai quali l'ex carcerato può fare riferimento».
Federico Frighi

Libertà, 26 febbraio 2010

Addio al monsignore colonnello

E' morto ieri al centro di cura Humanitas di Milano mons. Renato
Chiapparoli, sacerdote del clero diocesano di Piacenza-Bobbio.
Nato a Bobbio il 1° febbraio 1936, dopo aver compiuto gli studi a Bobbio e
al Collegio Brignole Sale di Genova, è stato ordinato sacerdote nella
cattedrale di Bobbio il 28 giugno 1959.
Ha iniziato il proprio servizio pastorale come parroco di Bogli in Val
Boreca. Dopo aver dato la propria collaborazione a Genova anche alla
pastorale del mare (assistenza spirituale ai marinai), nel 1961 si è
trasferito in Germania dove, per sei anni, ha prestato la propria assistenza
spirituale ai lavoratori italiani.
Rientrato in Italia nel 1967, ha accettato l'incarico di cappellano militare
prestando prima servizio nei reparti alpini a San Candido e a Bolzano per
passare poi, come cappellano capo, al III Corpo d'Armata di stanza a Milano;
è stato cappellano anche dei Carabinieri a Genova. Collocato a riposo con il
grado di colonnello, ha prestato per alcuni anni anche servizio come
cappellano su navi civili.
Rientrato nella sua abitazione di Santa Maria di Bobbio, ha sempre
collaborato con molta disponibilità per il servizio religioso con la
parrocchia; per una breve parentesi si è preso cura pure della comunità
parrocchiale di Ceci.
I funerali si svolgeranno domani, martedì 1° marzo, alle ore 15, nella
cattedrale di Bobbio; saranno officiati dal vicario generale mons. Lino
Ferrari essendo il vescovo mons. Gianni Ambrosio indisposto.

domenica 27 febbraio 2011

Un cuore d'oro per l'arcivescovo Lanfranchi

L'associazione Amici della Mietitrebbia è uno di quei sodalizi che, nato nel mondo agricolo piacentino, mantiene ben saldi, anno dopo anno, i valori della terra, custodendoli in una società ondivaga come quella attuale. Ogni anno organizza il Cuore d'oro, un premio destinato ai luminari della medicina cardiologica. Quest'anno, forse perché il cuore non sia troppo arido, il riconoscimento è andato all'arcivescovo piacentino Antonio Lanfranchi. Un uomo di Dio che sa parlare al cuore degli uomini.

Dopo 35 anni di medici, chirurghi, professori e scienziati, per la prima volta il premio Cuore d'oro va ad un vescovo. Il comitato scientifico del Cuore d'oro di Piacenza e l'associazione Amici della Mietitrebbia hanno deciso di assegnare il riconoscimento del 2011 a monsignor Antonio Lanfranchi, arcivescovo-abate di Modena-Nonantola, originario di Grondone, in Alta Valnure. A dare l'annuncio, ieri sera, nella festosa cornice dell'Olimpia di Niviano, Giuseppino Molinari, direttore generale dell'Università di Pavia, che ha sostituito il professor Mario Viganò. Il celebre chirurgo all'ultimo momento ha dovuto dare forfait per ragioni professionali.
Sotto lo sguardo attento del patron della Mietitrebbia, Antonio Marchini, Molinari porta i saluti del rettore di Pavia Angiolino Stella, nonché del professor Viganò e spiega il perché della scelta di Lanfranchi. «Il Cuore d'oro è nato per premiare - osserva - illustri medici e scienziati che hanno onorato lo sviluppo della medicina; ma l'uomo non è solo corpo e fisico, è anche cuore e mente. La scelta dell'arcivescovo Lanfranchi è un po' un messaggio che l'associazione vuol dare ai piacentini: scegliere un sacerdote che ha lavorato molto, prima a Piacenza adesso anche in altre diocesi è un voler difendere e diffondere valori veri e forti in un momento in cui la crisi permea ogni strato della nostra società». L'arcivescovo Lanfranchi verrà premiato il prossimo ottobre nel corso dell'ormai storico convegno sotto il tendone di Mortizza. «Ero già venuto qui tanti anni fa - ricorda il presule - anche se mi hanno sempre invitato ogni anno. Purtroppo gli impegni mi hanno permesso di ritornare solo ora. Momenti come questo sono importanti per coltivare le amicizie e i buoni e sinceri ideali che ruotano attorno a questa associazione. Io mi sento sempre piacentino e a questa gente mi lega un grande affetto».
In sala ci sono un centinaio di amici invitati dalla Mietitrebbia, tra i quali il comandante provinciale dell'Arma, colonnello Paolo Rota Gelpi, e il preside della facoltà di Agraria della Cattolica, Lorenzo Morelli. Ma anche sindaci, assessori, agricoltori, imprenditori, giudici. Verrà poi premiato Libero Ranelli per il suo operato di direttore generale della Cattolica di Piacenza fino allo scorso anno quando ha raggiunto la meritata pensione.
Ma la serata è anche l'occasione per il passaggio di consegne di Antonio Marchini (78 anni) ai vice presidenti Edmondo Roda (39 anni, imprenditore) e Renzo Ruggerini (80 anni, primario in pensione e attuale vice presidente della Pubblica Assistenza Croce Bianca). Lo annuncia ad inizio serata nel suo discorso ufficiale. Nel prosieguo ve ne saranno anche di ufficiosi, corredati di battute e barzellette non proprio da arcivescovo, com'è nel repertorio di Marchini. L'arcivescovo c'è, sta al gioco, arrossisce e sorride. D'altronde Marchini è Marchini. Il patron cita il discorso inaugurale della Cena della Mietitrebbia, tenuto da Pierpaolo Jacopini 35 anni fa a Castione di Pontedellolio; osserva che tanto tempo è passato e che è ora che si metta da parte. «Largo ai giovani - dice -, mi auguro che si facciano avanti per mantenere alto il nome di questa associazione per almeno altri 35 anni. Io non mi ritirerò di colpo e sarò sempre presidente fino al 2012; fino a quando la salute me lo consentirà, sarò sempre disponibile ad aiutare. Marchini si rivolge anche agli enti piacentini: «Continuate a sostenerci, anche in questi tempi difficili per tutti, perché il Cuore d'oro e la Cena della Mietitrebbia, assieme alla festa degli agricoltori a febbraio, alla benedizione dei trattori il primo maggio a Mortizza, alla notte bianca il primo sabato d'agosto sono entrati di diritto nelle tradizione del mondo agricolo piacentino».
Federico Frighi


26/02/2011 Libertà

sabato 26 febbraio 2011

Consigli per le offerte/ Un container per il Sud Sudan

Sta per partire il container di aiuti destinati al Sud Sudan allestito in questi giorni dalla Ong piacentina Africa Mission - Cooperazione e Sviluppo. I generi di prima necessità che verranno inviati entro i primi di marzo nella regione africana - interessata in questo periodo da un referendum per l’indipendenza e attraversata da un clima di tensione dovuto alle criticità esistenti nell’attuazione dell’accordo di pace tra Nord e Sud Sudan - sono principalmente riso, zucchero, coperte, materiale sanitario vario e vestiti.
Continua tuttavia la ricerca da parte dell’organizzazione piacentina dei fondi necessari per coprire le elevate spese di spedizione del container. Il costo complessivo previsto per il trasporto è di 15.000,00 dollari. Per questo la Ong rilancia il suo appello a tutte le persone sensibili che vogliano rispondere al grido di aiuto proveniente dal Sud Sudan e contribuire a sostenere il costo della spedizione.

Le ultime notizie provenienti dal Sudan parlano di circa 180.000 cittadini originari del Sud ritornati a stabilirsi nella regione in seguito al referendum che ha sancito l’indipendenza dal governo di Khartoum. Una delle principali sfide che si troverà ad affrontare il Sud Sudan nei prossimi mesi sarà quindi quella di accogliere e sostenere tutte queste persone.
Gli aiuti inviati da Africa Mission - Cooperazione e Sviluppo verranno consegnati per metà alla diocesi di Tombura-Yambio, guidata dal vescovo mons. Edward Hiiboro Kussala, che alcuni mesi fa era stato in visita anche a Piacenza, e per metà alle Suore Comboniane che gestiscono nella città di Nzara l’unico ospedale funzionante della zona.

Per ulteriori informazioni ci si può rivolgere agli uffici di Africa Mission - Cooperazione e Sviluppo, in via Martelli 15 - 29122 Piacenza, tel. 0523-499424, email africamission@coopsviluppo.org. Chi volesse contribuire può utilizzare il Conto corrente intestato ad Africa Mission presso la Banca di Piacenza, via Mazzini 20 - 29121 Piacenza, Iban IT18M0515612600CC0000033777, specificando la causale “Container Sud Sudan”.

Padre Gherardo diventa un film

Piacenza non dimentica padre Gherardo Gubertini a dieci anni dalla morte. Oggi sul piccolo grande francescano fondatore della Casa del Fanciullo, verrà presentato un film documentario a cura del Cineclub Piacenza. Perchè la solidarietà è un valore da tramandare.

Un documentario, un libro, una mostra fotografica, un convegno sulla sua eredità educativa. Sono solo alcune delle iniziative in programma per il decennale della morte di padre Gherardo Gubertini. Non solo: grazie ad un intervento di ristrutturazione del Comune, la sua Casa del Fanciullo potrà, almeno simbolicamente, tornare entro la cerchia delle mura Farnesiane, dove nel 1948 i frati accoglievano i primi bambini di quella che diventerà poi una delle più importanti agenzie educative della città. Dietro alla basilica di Santa Maria di Campagna saranno resi di nuovo agibili i locali che ospiteranno l'associazione Amici della Casa del Fanciullo. Di come il ricordo per piccolo grande francescano sia corale ne ha dato dimostrazione la conferenza stampa di ieri mattina in Curia. Presente il Comune, con l'assessore alla cultura, Paolo Dosi. «L'amministrazione riconosce l'azione svolta da padre Gherardo - evidenzia - e dai suoi volontari che insieme hanno svolto un'opera sociale di forte rilievo educativo per la città, sapendo anticipare le risposte attuali». Presenti i francescani con l'attuale rettore e guardiano, padre Secondo Ballati. «Siamo orgogliosi di aver avuto un frate come padre Gherardo - dice -, le persone che hanno fatto del bene è giusto che siano ricordate». A testimonianza dell'importanza diocesana della figura di padre Gherardo, la presenza del vicario generale, monsignor Lino Ferrari. «Padre Gherardo è una di quelle figure non monopolizzabili - osserva - perchè è di tutti. La radice del suo essere è la fede che ha raccontato attraverso la testimonianza di vita». «Le linee guida del secondo anno della Missione Popolare diocesana - evidenzia poi il vicario - sono l'attenzione alle fragilità, alle relazioni, alla cittadinanza. Padre Gherardo le ha riunite in sè tutte quante». Paolo Ripamonti, presidente dell'associazione Amici della Casa del Fanciullo, riflette sull'eredità: «Ci ha lasciato il coraggio necessario per affrontare le nuove frontiere dell'infanzia». Maria Rosa Razza, volontaria dagli anni Settanta sulla genialità: «Con la casa estiva di Carenno il cammino educativo dei ragazzi proseguiva anche durante il periodo estivo, sempre in contatto con i genitori».
Il programma
Le iniziative in onore di padre Gherardo si apriranno questo sabato con la presentazione del documentario del Cineclub Piacenza (S. Ilario, ore 16). Domenica 13 marzo (ore 11) la messa in Santa Maria di Campagna per l'anniversario dell'ordinazione sacerdotale, sabato 16 marzo (ore 16), in piazzale delle Crociate, presentazione della mostra fotografica e del libro "Un piccolo grande frate" realizzato da Fausto Fiorentini, sabato 2 aprile (ore 15), all'auditorium della Fondazione di Piacenza e Vigevano, il convegno "Figli contesi"; domenica 17 luglio (ore 11 a Carenno) la Festa degli Amici, domenica 28 agosto (ore 11 in Duomo), la messa officiata dal vescovo Gianni Ambrosio, martedì 13 dicembre (ore 20 e 45 in San Sisto) il concerto di Natale in onore di padre Gherardo.
Federico Frighi

24/02/2011 Libertà

martedì 22 febbraio 2011

Il ritorno alle chiese domestiche

La svolta missionaria per la Chiesa di Piacenza-Bobbio passa anche per le relazioni domestiche. Ecco perchè il vescovo Gianni Ambrosio ha auspicato, nell'ultimo consiglio pastorale diocesano, il ritorno alle Chiesa di quartiere, ai cenacoli di condominio o semplicemente alla preghiera in famiglia. Sotto l'articolo di sintesi dell'ultimo consiglio.

(fri) Partire dalle relazioni domestiche, prestare attenzione all'ambiente in cui si trova l'altro, riprendere la dottrina sociale della Chiesa con rinnovata attenzione al mondo del lavoro, promuovere il confronto tra i cristiani impegnati in politica. Sono alcune nelle note operative che il Consiglio pastorale diocesano si è dato ieri alla Bellotta per il secondo anno della Missione Popolare. L'assemblea diocesana formata da sacerdoti, religiosi, laici, associazioni e movimenti ecclesiali si è riunita per la presentazione della Nota pastorale del vescovo Gianni Ambrosio "Coraggio sono io, non abbiate paura", documento che prosegue la lettera pastorale dello scorso anno, e dei sussidi per il secondo anno della Missione popolare diocesana su tre ambiti: relazioni, fragilità e cittadinanza. E' stato anche distribuito il libro delle benedizioni, versione popolare del libro del "Pater" consegnato alle Unità pastorali.
Introdotto dal vicario episcopale per la pastorale monsignor Giuseppe Busani, in apertura il vescovo Gianni Ambrosio ha sintetizzato la propria Nota pastorale. «Occorre procedere - ha commentato il vescovo - con lo sguardo rivolto a Cristo, ma nello stesso tempo anche all'uomo nella luce dello Spirito. I primi passi, in verità, - scrive Ambrosio facendo riferimento all'inizio della Missione popolare - sono stati piuttosto incerti, quasi timorosi. Tuttavia, nonostante le difficoltà, sono diventati più sicuri... Molta strada resta ancora da percorrere, ma il più ampio e profondo respiro missionario delle nostre comunità consente di allargare gli spazi per sperimentare insieme la gioia della fede, per sostenerci nella speranza, per vivere la carità».
«La coscienza missionaria - ha proseguito - aiuta la nostra Chiesa ad essere più fraterna: possiamo sostenerci reciprocamente, accettarci nella diversità, coltivare la comunione nella preghiera condivisa e nell'amicizia». La parte centrale della Nota è dedicata ad un'ampia citazione del Vangelo, che fa da riferimento per l'intero documento, per soffermarsi poi sui tre ambiti oggetto di specifici documenti: vivere le relazioni, la fragilità e la cittadinanza. Quindi la conclusione: «Mi preme richiamare due gesti in questo secondo anno di Missione Popolare Diocesana: il primo, che abbiamo vissuto nella festa del Battesimo di Gesù con la consegna del Pater ai delegati delle Unità Pastorali; il secondo, che sarà compiuto dai parroci e dagli animatori della Missione, con la consegna del Libro delle benedizioni a tutte le famiglie e ai diversi componenti della comunità cristiana».
Ancora: «"La preghiera del Pater, con le invocazioni "Padre nostro", "Venga il Tuo Regno"e "Liberaci dal male", ci permette di comprendere e di vivere i desideri e i bisogni che emergono dalla vita, con particolare riferimento agli ambiti delle relazioni, della fragilità e della cittadinanza».
«Se l'esercizio di cristianesimo del primo anno - ha poi osservato il presule - ci ha introdotti ad uno stile di familiarità orante con il Vangelo, il cammino del secondo anno ci farà sperimentare la prossimità benedicente del Padre alle esperienze quotidiane di ogni persona. La nostra Chiesa in missione è chiamata a trasformare ogni condizione in un luogo di fraternità». Il vescovo ha poi invocato il ritorno di piccoli spazi comunitari nelle case, nei condomini, nei quartieri: «Queste piccole comunità, come chiese domestiche, possono essere come il lievito che fa fermentare tutta la pasta (cf 1 Cor 5,6) e imprimere una svolta missionaria alla pastorale della nostra Chiesa di Piacenza-Bobbio».


20/02/2011 Libertà

lunedì 21 febbraio 2011

Vicini e lontani/ La Chiesa dia l'esempio e paghi l'Ici

Da oggi inauguriamo "Vicini e lontani": un osservatorio sui fatti che avvengono nelle altre diocesi, in particolare quelle che in qualche modo hanno un legame con Piacenza-Bobbio, o per le persone o per i territori. Iniziamo con la proposta di far pagare l'Ici alla Chiesa. Viene da Modena, con una lettera all'arcivescovo piacentino Antonio Lanfranchi.


Caro vescovo Antonio,
siamo un gruppo di cristiani della Chiesa di Modena e ci rivolgiamo a lei perché è il nostro pastore. Sappiamo che il suo ruolo e il suo ministero è proprio quello di ascoltare, confortare, tenere unito il gregge, cioè guidare il popolo cristiano e aiutarlo a vivere nella fede, nella speranza e nella carità. Vogliamo quindi esprimerle alcune nostre gravi preoccupazioni, con semplicità ma anche con tutta franchezza.
Siamo preoccupati perché vediamo il nostro Paese scivolare sempre più in una crisi generale, vissuta da molti con disperazione e senza vie d’uscita, crisi che rischia di compromettere l’unità stessa della Nazione, nei suoi aspetti istituzionali, politici e sociali. E la disperazione non è una virtù cristiana.
Siamo sconvolti perché vediamo la classe politica che governa questo paese sprofondare sempre più nel degrado morale, nell’arroganza dell’impunità, nella ricerca del tornaconto personale e dei propri amici, nel saccheggio della cosa pubblica e nella distruzione sistematica delle basi stesse del vivere civile e democratico.
Siamo indignati perché questa stessa classe politica al governo ha ingannato e continua a ingannare i poveri con false promesse, con un uso spregiudicato e perverso dei mezzi di comunicazione, con l’esibizione ostentata di modelli di comportamento radicalmente contrari al comune sentimento morale della nostra gente. Pian piano sono riusciti a corrompere il cuore e le menti dei più semplici. Guai a chi scandalizzerà questi piccoli…!
Ma la preoccupazione maggiore, in quanto credenti, riguarda la nostra Chiesa e in particolare i nostri Vescovi. Ecco i pensieri che ci fanno star male e che manifestiamo a cuore aperto.
sappiamo che i vertici della CEI e gli ambienti della curia vaticana hanno deciso già da tempo di appoggiare la maggioranza di destra ancora oggi al governo. È opinione sempre più diffusa, anche tra i cattolici credenti e praticanti, che questa alleanza sia frutto di accordi di potere, volti a ottenere privilegi per la Chiesa e legittimazione per il governo. Vale la pena di compromettere la credibilità dell’annuncio del Vangelo e l’immagine della Chiesa per un piatto di lenticchie?
In nome di questo sostanziale accordo si sono di fatto avallate politiche, alcune di stampo prettamente xenofobo, del tutto contrarie non solo al Vangelo ma anche alla dottrina sociale della Chiesa. Per denunciare questa deriva molte voci si sono alzate nel mondo cattolico, sempre ignorate o censurate o minimizzate. Non appartengono forse anche questi ai cosiddetti “principi non negoziabili”?
Neppure adesso, quando l’abisso morale e lo stile di vita inqualificabile dello stesso presidente del consiglio sono sotto gli occhi di tutto il mondo, neppure adesso i vertici della CEI trovano la forza e la dignità di pronunciare parole chiare, di uscire dalle deplorazioni generiche che riguardano tutti e quindi nessuno, di usare finalmente il linguaggio evangelico del sì sì, no no.
In ben altro modo fu trattato l’ultimo governo Prodi, debole ma onesto e capace, di ben più alto profilo morale, che non solo non fu sostenuto ma venne addirittura osteggiato, forse proprio perché più libero, sicuramente più laico e quindi meno disponibile ad accordi sotto banco. Vogliamo rivendicare con forza questo fatto: molti di noi, cattolici credenti e praticanti, hanno sostenuto quell’esperienza politica, condividendone fatiche e speranze e anche delusioni. Di certo ci ha molto ferito l’ostracismo di allora come ci ferisce la complicità di adesso.
Occorre che ci si renda conto davvero che alla base della Chiesa sta aumentando il disagio, il dissenso, la sofferenza, il lento e silenzioso abbandono. L’amara sensazione di molti, giusta o sbagliata, è che i pastori hanno tradito il loro gregge, hanno preferito i morbidi palazzi di Erode alla grotta di Betlemme, hanno colpevolmente rinunciato alla profezia. E questo non fidarsi di Dio, tecnicamente, è un comportamento ateo.
Avanziamo una piccola proposta, che può sembrare provocatoria, della quale lei stesso potrebbe farsi portavoce: la CEI e il Vaticano dichiarino pubblicamente di rinunciare all’esenzione del pagamento dell’ICI sulle proprietà della Chiesa che siano fonti di reddito; che abbiano il coraggio di dire di no a questa proposta scellerata. Acquisterebbero un po’ di stima e credibilità, perché questo, fra i tanti, è uno scandalo che grida vendetta.
Caro vescovo Antonio, preghiamo insieme perché lo Spirito ci aiuti tutti a una vera conversione, a un saper ritornare sui nostri passi, a riscoprire la dimensione di un servizio povero e disinteressato, a seminare gioia e bellezza e speranza, nella libertà e nella verità.

La comunità cristiana di base del Villaggio Artigiano
Modena, febbraio 2011

domenica 20 febbraio 2011

A tutte le famiglie il libro delle Benedizioni

Si è riunito ieri mattina, 19 febbraio, al centro pastorale della Bellotta di Pontenure, il Consiglio pastorale diocesano con un ordine del giorno di particolare importanza: la presentazione della Nota pastorale del vescovo mons. Gianni Ambrosio "Coraggio sono io, non abbiate paura", che continua la Lettera pastorale dello scorso anno, e dei sussidi per il secondo anno della Missione popolare diocesana su tre ambiti: relazioni, fragilità e cittadinanza. Si tratta di documenti di grande importanza in quanto il primo, la Nota pastorale del Vescovo, fa da premessa teorica e metodologica ai tre sussidi, di impostazione più operativa.

E' stato pure presentato e distribuito il libro delle benedizioni, “Benedictus Benedicat – Preghiere per benedire e invocare benedizione”, versione graficamente popolare del libro del "Pater" che il 9 gennaio scorso, in cattedrale, al termine della cerimonia di apertura del secondo anno della missione, è stato consegnato in forma ufficiale alle Unità pastorali.

Da rilevare, infine, che la riunione di questa mattina ha visto anche la partecipazione degli animatori della Missione diocesana popolare.

Per avere questi documenti gli interessati possono rivolgersi all'Ufficio per la pastorale della Curia vescovile negli orari di ufficio (fare riferimento a Dario Carini).

Veniamo alla cronaca della seduta

LA CRONACA DELL’ASSEMBLEA

Introdotto dal vicario episcopale per la pastorale mons. Giuseppe Busani, in apertura il vescovo mons. Gianni Ambrosio ha sintetizzato la propria Nota pastorale, “Coraggio sono io. Non abbiate paura”, documento che si collega alla lettera pastorale dello scorso anno e che introduce il secondo anno della Missione popolare diocesana.

LA NOTA PASTORALE DEL VESCOVO. Occorre procedere – ha commentato il Vescovo – con lo sguardo rivolto a Cristo, ma nello stesso tempo anche all’uomo nella luce dello Spirito. “Abbiamo accolto l’invito del Signore Gesù e confidato in Lui: così abbiamo preso il largo. I primi passi, in verità, - scrive mons. Ambrosio facendo riferimento all’inizio della Missione popolare - - sono stati piuttosto incerti, quasi timorosi. Tuttavia, nonostante le difficoltà, sono diventati più sicuri. Possiamo riconoscere che abbiamo fatto insieme un bel tratto di strada. (...) Molta strada resta ancora da percorrere, ma il più ampio e profondo respiro missionario delle nostre comunità consente di allargare gli spazi per sperimentare insieme la gioia della fede, per sostenerci nella speranza, per vivere la carità.

“La coscienza missionaria aiuta la nostra Chiesa ad essere più fraterna: possiamo sostenerci reciprocamente, accettarci nella diversità, coltivare la comunione nella preghiera condivisa e nell’amicizia”.

La parte centrale della Nota è dedicata ad un’ampia citazione del Vangelo, testo ovviamente che fa da riferimento per l’intero documento, per soffermarsi poi sui tre ambiti oggetto di specifici documenti: vivere le relazioni, la fragilità e la cittadinanza.

Quindi la conclusione: “Mi preme richiamare, a conclusione di queste riflessioni, due gesti che accompagnano il cammino della nostra Chiesa in questo secondo anno di Missione Popolare Diocesana: il primo, che abbiamo vissuto nella festa del Battesimo di Gesù con la consegna del Pater ai delegati delle Unità Pastorali; il secondo, che sarà compiuto dai parroci e dagli animatori della Missione, con la consegna del Libro delle benedizioni a tutte le famiglie e ai diversi componenti della comunità cristiana.

“La preghiera del Pater, con le invocazioni “Padre nostro”, “Venga il Tuo Regno”e “Liberaci dal male”, ci permette di comprendere e di vivere i desideri e i bisogni che emergono dalla vita, con particolare riferimento agli ambiti delle relazioni, della fragilità e della cittadinanza. L’atto d’invocazione ci ricorda che solo il dono di Dio può colmare la distanza tra il nostro desiderio e la nostra realtà. L’invocazione, accompagnata dall’ascolto dell’umano e illuminata dal Vangelo, ci spronerà a intraprendere uno stile di condivisione della vita con i fratelli nella fede e con tutti gli uomini di buona volontà, in un percorso che ci aiuterà a individuare anche nuove forme di servizio.

“Se l’esercizio di cristianesimo del primo anno ci ha introdotti ad uno stile di familiarità orante con il Vangelo, il cammino del secondo anno ci farà sperimentare la prossimità benedicente del Padre alle esperienze quotidiane di ogni persona. Il Libro delle benedizioni mi auguro che possa giungere in tutte le famiglie favorirà la pratica di una lettura riconoscente della vita e ci condurrà a condividere con i fratelli l’inno di ringraziamento al Padre per quello che continuamente ci dona.

“In sintonia con la preghiera del “Padre nostro” che ci è stata consegnata, desidero richiamare ancora un passo del Vangelo secondo Matteo che può aiutarci a vivere la Missione Popolare. Ecco il testo:

«Gesù entrò nel tempio e scacciò tutti quelli che nel tempio vendevano e compravano; rovesciò i tavoli dei cambiamonete e le sedie dei venditori di colombe e disse loro: “Sta scritto: La mia casa sarà chiamata casa di preghiera. Voi invece ne fate un covo di ladri”. Gli si avvicinarono nel tempio ciechi e storpi, ed egli li guarì. Ma i capi dei sacerdoti e gli scribi, vedendo le meraviglie che aveva fatto e i fanciulli che acclamavano nel tempio: “Osanna al figlio di Davide!”, si sdegnarono, e gli dissero: “Non senti quello che dicono costoro?”. Gesù rispose loro: “Sì! Non avete mai letto: Dalla bocca di bambini e di lattanti hai tratto per te una lode?”. Li lasciò, uscì fuori dalla città, verso Betania, e là trascorse la notte» (Mt 21,12-17).

“Il brano fa riferimento a due luoghi: all’inizio il luogo solenne del tempio e, alla fine, l’umile casa di Betania. L’azione di Gesù nel tempio e la visita alla casa di Betania sono uniti da un medesimo intento: creare in ogni luogo, tempio e casa, l’esperienza della fraternità ospitale. La nostra Chiesa in missione è chiamata a trasformare ogni condizione in un luogo di fraternità.

“Il tempio ha bisogno innanzi tutto di essere liberato dai commerci e da tutto ciò che intralcia la buona relazione con il Padre. Così diventa la casa del Padre, la casa della preghiera. E dunque diventa anche la casa dei figli, una casa aperta in particolare per coloro che sono nel bisogno e che vivono nella sofferenza: “gli si avvicinarono nel tempio ciechi e zoppi”. Il tempio è la casa di Dio che ospita l’umanità segnata dalla sofferenza, dal limite, dal male e bisognosa di luce, di speranza, di guarigione, di salvezza. È il segno dell’accoglienza che il Padre fa ad ognuno dei figli che arrivano a Lui, stanchi e affaticati dal pellegrinaggio della vita. È il segno dell’accoglienza della Chiesa, comunità dei figli di Dio che cantano nella speranza gioiosa la vittoria di Gesù Cristo sul peccato e sulla morte e sanno ascoltare e condividere il pianto dei sofferenti e di tutto coloro che hanno bisogno di ritrovare la luce della speranza.

“Accanto al tempio, purificato ed ospitale per essere casa di preghiera, vi è la necessità di un’altra casa. Ma bisogna uscire fuori dalla città: Gesù “uscì fuori dalla città, verso Betania, e là trascorse la notte”. Possiamo dire che Betania è la casa dell’amicizia, delle relazioni immediate che scaldano il cuore e favoriscono il riposo dalle fatiche del cammino. Questa casa ci permette di vivere l’accoglienza reciproca e di abitare le fragilità, ed impedisce di venire travolti dalle paure sperimentate nella traversata della vita, quando le onde scuotono la barca.

“Non dimentichiamo che il messaggio cristiano dei primi secoli si diffuse grazie a case simili a quella di Betania, attraverso l’incontro di persone in ambiti comunitari fortemente motivati dall’amicizia, dall’aiuto fraterno, dalla condivisione della Parola e della preghiera. Si tratta delle cosiddette domus ecclesiae, casa dell’assemblea o chiesa domestica. Gli Atti degli apostoli e le Lettere di san Paolo offrono una preziosa testimonianza di questi spazi familiari ed ecclesiali in cui si condividevano sia l’esperienza della fede in Cristo sia le esperienze della vita nella relazione fraterna, nel dialogo, nella riflessione, nella preghiera. La domus ecclesiae dei primi cristiani teneva unite tre mense, quella del pane della Parola, quella del pane dell’Eucaristia, quella del pane dell’amicizia e della carità. Ma i tre pani non sono che un pane solo: Cristo che si dona a noi per essere “la via, la verità e la vita” (Gv 14, 6). Proprio in queste chiese domestiche si inaugurò un modo nuovo di essere uomini e di essere società umana, sentendosi cioè tutti fratelli liberi perché figli dello stesso Padre e membri a pieno diritto della stessa famiglia di Dio chiamata Chiesa. Venne inaugurato, in tal modo, un nuovo stile di vita familiare, sociale e morale, una vita nuova basata nella “fede nel Dio dal volto umano”, che, una volta accolto ed accettato, portò “la gioia nel mondo” (Benedetto XVI, Discorso al Convegno di Verona, in Una speranza per l’Italia)

“Ma al di là dell’esperienza della domus ecclesiae del passato, in parte connessa alla difficoltà di espressione pubblica della fede cristiana, la situazione odierna – con l’anonimato di massa, e con la frammentazione della vita, con l’esasperato individualismo – invoca il ritorno di piccoli spazi comunitari nelle case, nelle famiglie, nei quartieri, nei condomini ove la gente vive: proprio lì è possibile condividere la Parola del Signore e le esperienze della vita. Queste piccole comunità, come chiese domestiche, possono essere come il lievito che fa fermentare tutta la pasta (cf 1 Cor 5,6) e imprimere una svolta missionaria alla pastorale della nostra Chiesa di Piacenza-Bobbio (...)”.

I TRE SUSSIDI. Abbiamo già ricordato che nel secondo anno della Missione popolare diocesana sono stati individuati tre ambiti per verificare e sperimentare la vita cristiana sulle indicazioni date dal Vescovo. Questi tre documenti sono stati illustrati nell’ordine da don Paolo Camminati (relazioni e affettività), da don Gigi Bavagnoli (fragilità) e da Enrico Corti (la cittadinanza).

Su questi tre testi l’assemblea, divisa in gruppi di lavoro, ha formulato indicazioni pratiche: occorre partire dalle relazioni domestiche, la prima fase dell’analisi deve prendere l’avvio dai Consigli pastorali parrocchiali e di unità pastorale, prestare attenzione all’ambiente in cui si trova l’altro, partire dalla benedizione delle famiglie, impegno continua per riscoprire la realtà delle cose, organizzare un grande evento solo se è la conclusione di un percorso, riprendere la dottrina sociale della Chiesa con rinnovata attenzione al mondo del lavoro, promuovere il confronto tra i cristiani impegnati in politica... Queste alcune indicazioni emerse dai lavori di gruppo la cui sintesi è stata coordinata da Pierpaolo Triani, segretario del Consiglio pastorale.

LE CONCLUSIONI DEL VESCOVO. In chiusura mons. Ambrosio ha ricordato che gli strumenti, presentati all’assemblea, anche se non sono esaustivi dei molti problemi di oggi, sono utili per costruire l’impegno della comunità piacentina; accanto agli strumenti è però necessario avere una visione che dev’essere profetica e attenta alla quotidianità e alla storia entro cui ci muoviamo. Infine le persone: a questo proposito il Vescovo ha avuto parole di ringraziamento per tutti gli operatori partendo dagli addetti dell’Ufficio per la pastorale.

Mons. Ambrosio in precedenza aveva espresso la sua gratitudine, di fronte all’assemblea, anche a mons. Lino Ferrari e a mons. Giuseppe Illica per i nuovi incarichi a cui sono chiamati.

Il Vescovo ha pure sottolineato il ruolo dei laici, ma sul tema ha preannunciato di tornare domani, domenica 20 febbraio, giornata in cui l’Azione cattolica diocesana tiene la propria assemblea elettiva ( mons. Ambrosio presiederà la Messa in cattedrale alle 12,15).

ALTRE INFORMAZIONI.

Durante l’assemblea sono state date alcune importanti informazioni. Don Francesco Cattadori, direttore dell’Ufficio diocesano per la famiglia, ha annunciato che il 10 aprile prossimo si terrà alla Bellotta la festa della famiglia con l’intervento dell’vescovo ausiliare di Milano mons. Brambilla.

Mons. Carlo Tarli ha richiamato l’appuntamento del Congresso eucaristico nazionale in programma ad Ancona dal 3 all’11 settembre prossimo. Prevista anche la partecipazione della diocesi di Piacenza-Bobbio; le parrocchie sono invitate a ritirare presso l’ufficio per la pastorale della Curia lo stendardo (è gratuito). Tutte le informazioni sul sito www.congressoeucaristico.it.

sabato 19 febbraio 2011

La ricetta per un sì finché morte non vi separi

La ricetta per un matrimonio duraturo? Secondo l'arcivescovo piacentino Antonio Lanfranchi deve contenere i seguenti ingredienti: altruismo, sacrificio gratuito, realismo, coscienza di coppia. Lo ha detto in occasione dell'apertura dell'anno giudiziario ecclestiastico regionale. Qui sotto riportiamo l'articolo uscito su Libertà.

«La Chiesa ha il compito di educare persone che sappiamo pronunciare un sì libero e responsabile». Così l'arcivescovo piacentino Antonio Lanfranchi, oggi alla guida della diocesi di Modena-Nonantola, ha aperto ieri mattina l'anno giudiziario ecclesiastico regionale per l'Emilia dell'Ovest. Il tribunale ecclesiastico, ha spiegato l'arcivescovo Lanfranchi, «è il luogo in cui la comunità ecclesiale si prende a cuore la fragilità di chi ha vissuto il fallimento, dicendo che la Chiesa ama queste persone». «C'è la necessità di sinergia tra le attività formative della Chiesa - ha proseguito - per educare persone che sappiano pronunciare un sì libero e responsabile». «Ci sono alcuni atteggiamenti - ha concluso - che permettono all'amore di andare lontano: uscire da sè per andare verso l'altro, decidersi per l'altro, sacrificarsi per l'altro nella gratuità, la coscienza di coppia, una visione realistica della vita. Sono questi che consentono un lungo cammino».
Il bilancio del 2010 è stato illustrato all'apertura dell'anno giudiziario del Tribunale Ecclesiastico Regionale dal vicario giudiziale monsignor Vittorino Tazzioli. Il Tribunale tratta le cause di nullità del matrimonio nel primo grado per le diocesi di Modena-Nonantola, Carpi, Reggio Emilia-Guastalla, Parma, Fidenza e Piacenza-Bobbio. L'appello, quando necessario, si tiene a Bologna, al Tribunale Ecclesiastico Regionale Felsineo. Le cause entrate nel 2011 sono state 155 (-13,98% sul 2009, quando erano state 180); 321 le cause trattate nell'anno (350). Le cause definite, sono in totale 173; 163 quelle con sentenza affermativa sulla nullità, 10 quelle con sentenza negativa. Dalla diocesi di Piacenza-Bobbio, come anticipato su Libertà di ieri, nel 2010 sono arrivate 25 richieste di nullità, in calo del 50 per cento rispetto a soli quattro anni fa.
Quanto ai capi di nullità (ogni causa può essere avanzata secondo due o più capi), in tutta la giurisdizione emiliana ci sono 48 cause affermative per difetto della discrezione del giudizio (cioè «non capire qual è la natura del matrimonio»), e 49 per l'incapacità psicologica di assumersi gli oneri del vincolo, 16 negative sulle stesse ragioni per ciascun capo. L'esclusione della fedeltà è stata accolta come causa di nullità in 8 casi, ma rifiutata in 3; in 76 cause è stata accolta l'esclusione dell'indissolubilità, in 96 l'esclusione della prole.
All'apertura dell'anno giudiziario ecclesiastico hanno partecipato anche il vescovo Gianni Ambrosio con i giudici piacentini, guidati da monsigner Renzo Rizzi.
fed. fri.


17/02/2011 Libertà

venerdì 18 febbraio 2011

L'inossidabile Sacra Rota

Resiste contro tutti i cambiamenti dei tempi. E' la Sacra Rota, il tribunale ecclesiastico con sedi anche regionali. Si tutela il vincolo del matrimonio che per la Chiesa e' un sacramento, per molti italiani un optional o una tradizione.

La cause di annullamento del matrimonio cattolico sono in continua e progressiva diminuzione, nella diocesi di Piacenza-Bobbio e, in maniera minore, nella intera giurisdizione della Sacra Rota emiliana. E' quanto emerge dai dati diffusi questa mattina a Modena nel corso dell'inaugurazione dell'anno giudiziario del Tribunale ecclesiastico regionale emiliano. Nel territorio piacentino-bobbiense, a tutto il 2010, sono state presentate 25 nuove cause di annullamento (meno 52% in quattro anni) mentre in tutta la giurisdizione, a fine anno, le pendenti erano 137. Numeri inferiori rispetto ai passati bilanci: dalla diocesi di Piacenza-Bobbio le nuove cause erano 32 del 2009, 38 nel 2008, 48 nel 2007, 38 nel 2006, 41 nel 2005. In tutta la giurisdizione le pendenti nel 2009 erano 166, nel 2008 erano 170, nel 2007 154. La cerimonia d'inaugurazione del nuovo anno giudiziario si tiene questa mattina a Modena alla presenza dei vescovi di Carpi, Fidenza, Modena-Nonantola, Piacenza, Parma, Reggio Emilia e del vicario giudiziale monsignor Vittorino Tazzioli.
Il calo dei procedimenti è compensato da una maggiore difficoltà di conclusione degli stessi. I dati - viene spiegato - evidenziano come i percorsi delle cause si facciano sempre più complessi a causa della litigiosità delle parti, della difficoltà di presenza dei testimoni o delle parti convenute. Tutto questo nonostante il lavoro del Tribunale proceda a ritmi sostenuti. Qualche anno fa era possibile chiudere una causa in 6-8 mesi, ora i tempi sono decisamente più lunghi e spesso si supera l'anno.
La diocesi di Modena-Nonantola - guidata dal vescovo piacentino Antonio Lanfranchi - è quella che dà più lavoro al Tribunale ecclesiastico con 52 nuove cause nel 2010; seguono Reggio Emilia-Guastalla con 33, Parma con 29, Piacenza-Bobbio con 25, Carpi con 10, Fidenza con 6. In tutto ne sono entrate 155. I motivi dell'annullamento? Prima di tutto l'esclusione della prole, poi l'esclusione della indissolubilità del vincolo e l'incapacità psichica di assunzione di oneri.
È bene ricordare che la «verifica del matrimonio concordatario» è alla portata di tutti. Si può fare anche senza avvocato e si pagano solo le spese di segreteria. Le sentenze sono due: di primo grado, a Modena, e di secondo in appello a Bologna. A questo punto il matrimonio, per la chiesa, è definitivamente nullo. Presentando la sentenza in Corte d'appello civile a Bologna si può ottenere anche l'annullamento della parte civile del matrimonio concordatario. Una scorciatoia che aiuta ad abbreviare l'intero procedimento non essendo più necessario attendere gli anni per la separazione e il divorzio.
Federico Frighi


16/02/2011 Liberta'

Inviato da iPhone

mercoledì 16 febbraio 2011

Guardiani di cartapesta

E' sempre più impegnativo raccontare la verità, raccontare come stanno le cose. Chi se la prende, chi insabbia, chi si nega, chi non conferma, chi minaccia rappresaglie, chi va bene se si raccontano le cose degli altri ma quando tocca alle proprie, apriti cielo! Per non parlare di chi ti guarda con sospetto, di chi ti evita e abbassa il capo, di chi non ti dice nulla e poi contesta riga per riga le inevitabili inesattezze, di chi non parla quando sei presente per paura che le sue parole vadano a finire sul giornale. E tutto questo per che cosa? Per duemila euro al mese, orari completamente fuori dalla vita sociale e una stupida firma su un foglio di carta formato tabloid. E pensare che "un'opinione pubblica bene informata e' la nostra Corte suprema. Perché a essa ci si può sempre appellare contro le pubbliche ingiustizie, la corruzione, l'indifferenza popolare o gli errori del governo; una stampa onesta e' lo strumento efficace di un simile appello". Così scriveva Joseph Pulitzer nel 1904. Allora probabilmente non c'erano i mezzi perché fosse così. Oggi che i mezzi ci sono e' ancora più triste.


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Luigi Gatti, sale e luce per il territorio piacentino

Tra i piacentini illustri c'è sicuramente il commendator Luigi Gatti, scomparso un anno fa in seguito ad un incidente stradale. Sabato scorso alla Cattolica di Piacenza si è tenuto un convegno per riciordare la sua figura. Ecco come lo ha descritto il vescovo Gianni Ambrosio.


(fri) «L'ho incontrato poche volte ma mi sono bastate per comprendere il suo spirito di servizio del tutto particolare perchè sostenuto ed alimentato dalla fede». Dipinge così il vescovo Gianni Ambrosio la figura di Luigi Gatti, alla Cattolica, in apertura della tavola rotonda. «Una fede che lo ha spinto a ritrovare e a donare un senso più autentico e più grande a quel suo impegno all'interno della società - continua il vescovo di Piacenza-Bobbio -. Credo che il dottor Gatti sia stato davvero sale e luce per questa terra piacentina». Significativa la sede della Cattolica: «Si è impegnato con borse di studio, anche in memoria della sua cara moglie, affinchè studenti capaci ma meno abbienti potessero proseguire qui con profitto quella formazione necessaria per la loro vita e per il bene della stessa società. L'Università Cattolica non è mai molto generosa nel conferire la laurea honoris causa e penso faccia bene. Ma nel ‘94 ha conferito quella in Scienze Agrarie al dottor Gatti». «Credo che sia stato un riconoscimento davvero meritato - è convinto Ambrosio - perchè il dottor Gatti ha creduto in quella formazione integrale portata avanti con impegno e dedizione in queste aule universitarie. Il ricordo del caro Luigi Gatti sia per tutti noi e in particolare per questa sede della Cattolica uno stimolo per seguire l'esempio di questa persona che ha amato e servito questa nostra terra con profonde radici nella comunità ecclesiale e in quella civile».


13/02/2011 Libertà

domenica 13 febbraio 2011

Africa Mission, sos per il Sud Sudan

Un container di aiuti destinati al Sud Sudan. È il grande obiettivo verso il quale, considerando le problematiche che vive in questi giorni il Sud Sudan, ha deciso di impegnarsi Africa Mission - Cooperazione e Sviluppo. L’Ong piacentina sta infatti raccogliendo fondi per inviare nella regione africana, interessata nei giorni scorsi da un referendum per l’indipendenza, un container con generi di prima necessità da consegnare per metà alla diocesi di Tombura-Yambio, guidata dal vescovo mons. Edward Hiiboro Kussala, e per metà alle Suore Comboniane che gestiscono l’unico ospedale funzionante della zona, nella città di Nzara.

Sono già stati raccolti riso, zucchero, coperte, materiale sanitario vario e vestiti, ed entro brevissimo tempo si vorrebbe riuscire a inviare il container. Ora, però, la principale difficoltà da superare consiste nel sostenere i costi di spedizione. “La spesa è molto alta - dichiara il direttore della Ong, Carlo Ruspantini -, e per questo siamo in difficoltà. Per la consegna presso la città di Yambio il costo complessivo del trasporto è di 15.000,00 dollari. In una recente intervista, il Vescovo Kussala, che la nostra organizzazione sostiene da alcuni anni e che anche recentemente era stato in visita a Piacenza, ha dichiarato che circa 30mila sud sudanesi che vivevano a Khartoum ora sarebbero rientrati nel Sud Sudan, e lanciava un appello: «Non abbiamo i mezzi e le strutture per accogliere e sostenere tutte queste persone». Noi vorremmo riuscire a far partire il container il prima possibile in modo da poter accogliere questo grido di aiuto e dare un segno concreto di solidarietà. Per questo motivo chiediamo a tutte le persone sensibili di aiutarci nel sostenere l’onere della spedizione”.

Per maggiori informazioni ci si può rivolgere agli uffici di Africa Mission - Cooperazione e Sviluppo, in via Martelli 15 - 29122 Piacenza, tel. 0523-499424, email africamission@coopsviluppo.org. Chi volesse contribuire può utilizzare il Conto corrente postale n. 14048292 intestato a Cooperazione e Sviluppo Ong Onlus, specificando la causale “Container Sud Sudan”.

Bollettini parrocchiali nel nome di Giuseppe Berti

(fri) Il premio giornalistico 2011 per i bollettini parrocchiali, promosso dall'Ufficio diocesano per le comunicazioni sociali e dal settimanale cattolico il Nuovo Giornale, sarà dedicato alla memoria di Giuseppe Berti, personaggio piacentino del mondo della politica e della cultura morto nel 1979 in seguito ad un incidente stradale. Figura conosciuta e stimata tanto che da parte della parrocchia cittadina di Sant'Anna è stato chiesto che venga avviato il processo di beatificazione. Il premio giornalistico del 2011 si lega alla Missione popolare diocesana che nel suo secondo anno si sviluppa attorno ai temi della fragilità, dell'affettività e, appunto, della cittadinanza. Temi peraltro messi a fuoco dal convegno della Chiesa italiana a Verona nel 2006. La domanda di fondo è: «Come la comunità cristiana o le singole persone sono testimoni del Vangelo in uno o in tutti questi ambiti».
Verranno esaminati gli articoli pubblicati sui bollettini parrocchiali nel corso del 2011 relativi alla Missione Popolare. Tre le categorie: autori, bollettini e, novità di quest'anno, i siti internet parrocchiali. Quest'ultima in collaborazione con il Centro Multimedia per la Pastorale, l'ultimo nato dei tanti uffici che in Diocesi si occupano del settore della comunicazione.
La scelta di Giuseppe Berti per il 2011 sembra dunque la più azzeccata. Berti (a cui è dedicata la libreria diocesana) è un uomo che ha fatto dell'impegno per la civitas sul piano sociale, politico, educativo, il perno della sua vita a partire dalla propria esperienza di fede vissuta nella comunità cristiana piacentina. Qui ha ricoperto incarichi di primo piano. Nato nel 1899 a Mortara, si era laureato in filosofia all'Università Cattolica. Fin dagli anni Venti aveva guidato il gruppo giovanile del movimento cattolico piacentino, partecipando alla fondazione del Partito Popolare e, come intellettuale, alla lotta antifascista. Per molti anni fu presidente della giunta diocesana di Azione Cattolica. Nella sua parrocchia, Sant'Anna, fu alla guida del Movimento Vincenziano. Fondò e diresse poi, sempre a Piacenza, le Acli e l'Enaip, l'ente per la formazione professionale dei giovani. Il 18 aprile 1948 venne eletto deputato nel primo parlamento della repubblica italiana. Faceva parte dei candidati della Democrazia Cristiana e si impegnò soprattutto nel mondo della scuola. Su Giuseppe Berti si può leggere il libro di Fausto Fiorentini: "Giuseppe Berti, un laico al servizio della Chiesa", edizioni Berti, 1999, pagg. 216.


02/02/2011 Libertà

giovedì 10 febbraio 2011

Suore di Sant'Anna, casa accoglienza in India

Le Figlie di S. Anna, presenti con loro case in tutti i continenti, anche nel corrente mese di febbraio propongono, come è ormai consuetudine, un mini progetto per la loro attività missionaria. La congregazione, fondata a Piacenza dalla beata Rosa Gattorno e presente nella nostra città, oltre che con la “casa madre”, anche con la sede provinciale competente per l’Italia, sono impegnate attualmente nella costruzione di una “Casa di accoglienza" a Koithoorkonam, un villaggio del Distretto di Trivandum (Kerala-India), città che conta circa 745.000 abitanti.
Il villaggio è molto povero; la maggior parte degli abitanti vive di pesca e di agricoltura. Si convive con tante malattie che, per non poterle affrontare con cure adeguate, portano alla morte lasciando tanti orfani. Si aggiunge poi l’AIDS con le sue tragiche conseguenze: famiglie distrutte sia per la morte che sopraggiunge a chi è contagiato, sia per la paura della malattia stessa, situazione che per gli orfani anche se non positivi, sono temuti e considerati come fonte di contagio.
Per quelli di HIV positivo esistono già centri di aiuto specifico, invece sono a rischio tante altre ragazze che rimangono orfane ma non sono "positive". Esse sono terribilmente temute e perciò abbandonate. I dintorni dei suddetto villaggio soffre questa terribile realtà alla quale si vorrebbe rispondere.
Le Figlie di Sant’Anna sono presenti in Trivandum dal 1995 dedicandosi alla promozione umana, all'aiuto alle famiglie, all'educazione mediante scuole materne, una scuola elementare, gruppi giovanili, assistenza sanitaria in ospedali e in un centro per malati di AIDS e TB e mediante attività pastorali.
Per far fronte a questi e ad altri problemi sociali di questa comunità le Figlie di Sant’Anna sono impegnate nella costruzione di una nuova “casa accoglienza” per la quale stanno chiedendo anche l’aiuto dei piacentini. Chi volesse contribuire può rivolgersi alla sede della congregazione in Stradone Farnese 49, Piacenza.