sabato 7 luglio 2012
lunedì 25 giugno 2012
In Sant'Agata "L'opera in salotto"
Giovedì, 28 giugno ore 21, nonostante Italia-Germania,
nella sala teatro della chiesa di S. Agata, Rivergaro (PC)
sacricorridoi.it presenta:
“L'opera in salotto”
arie da Trovatore, Traviata, Carmen, Barbiere di Siviglia, operette
Giorgia Gazzola, soprano. Corrado Pozzoli, pianoforte.
Ospite il baritono Lee Min Ho, vincitore Premio Poggi 2012.
Presenta la serata Lucia Rossi.
Ingresso libero. Al termine rinfresco
nella sala teatro della chiesa di S. Agata, Rivergaro (PC)
sacricorridoi.it presenta:
“L'opera in salotto”
arie da Trovatore, Traviata, Carmen, Barbiere di Siviglia, operette
Giorgia Gazzola, soprano. Corrado Pozzoli, pianoforte.
Ospite il baritono Lee Min Ho, vincitore Premio Poggi 2012.
Presenta la serata Lucia Rossi.
Ingresso libero. Al termine rinfresco
Morto don Ludovico Fiorentini
È morto nella mattinata di oggi, lunedì 25 giugno, all’Hospice di Piacenza “Casa di iris” don Lodovico Fiorentini. Nato a Carpaneto il 7 agosto 1924, è stato ordinato sacerdote il 22 marzo 1947. Ha collaborato fin dagli inizi del suo ministero a diverse parrocchie: San Nicolò, Vigolzone, Gragnano, Carpaneto e San Savino. Nel ’60 era giunto sempre come vicario parrocchiale in San Francesco assumendo l’incarico di Cappellano dell’oratorio di San Donnino. In questa chiesa, dove dagli anni ’70 è sorto il Centro eucaristico diocesano con la presenza delle suore Figlie della Chiesa, si è dedicato alla predicazione e al ministero della confessione.
Dal 1° gennaio ’91 era assistente dell’Apostolato della preghiera e del Movimento di spiritualità vedovile; dall’aprile dello stesso anno era canonico di S. Antonino.
Grande appassionato e cultore di musica sacra, era diplomato in composizione musicale al Conservatorio Nicolini; ha compiuto studi specifici nel settore della musica gregoriana. Era l’organista della chiesa di San Francesco.
La salma resterà all’Hospice di Piacenza fino a martedì 26 giugno alle ore 15, quando verrà traslata nella chiesa di san Donnino, dove dalle ore 15.30 si potrà accedere per la preghiera fino alle ore 23. Alle ore 20.30 sempre di martedì 26 nella vicina chiesa di San Francesco è in programma il rosario in suffragio di don Fiorentini.
Mercoledì 27 alle ore 8.30 la salma sarà traslata in San Francesco dove alle ore 10 verrà celebrato il funerale che sarà presieduto dal vescovo mons. Gianni Ambrosio.
Dal 1° gennaio ’91 era assistente dell’Apostolato della preghiera e del Movimento di spiritualità vedovile; dall’aprile dello stesso anno era canonico di S. Antonino.
Grande appassionato e cultore di musica sacra, era diplomato in composizione musicale al Conservatorio Nicolini; ha compiuto studi specifici nel settore della musica gregoriana. Era l’organista della chiesa di San Francesco.
La salma resterà all’Hospice di Piacenza fino a martedì 26 giugno alle ore 15, quando verrà traslata nella chiesa di san Donnino, dove dalle ore 15.30 si potrà accedere per la preghiera fino alle ore 23. Alle ore 20.30 sempre di martedì 26 nella vicina chiesa di San Francesco è in programma il rosario in suffragio di don Fiorentini.
Mercoledì 27 alle ore 8.30 la salma sarà traslata in San Francesco dove alle ore 10 verrà celebrato il funerale che sarà presieduto dal vescovo mons. Gianni Ambrosio.
Argomenti
Comunicati diocesi Piacenza-Bobbio
sabato 23 giugno 2012
Sisma, parmigiano in ogni parrocchia
La diocesi di Piacenza-Bobbio, attraverso la Caritas diocesana, ha predisposto un'iniziativa a medio termine per sostenere la produzione casearia di parmigiano-reggiano delle imprese colpite dal terremoto in Emilia Romagna. L'iniziativa verrà proposta nelle parrocchie a partire da domenica 24 giugno per chiuderla l'8 luglio. Ogni ordine di parmigiano (pezzi da un kg sotto vuoto con due possibili stagionature: 10-12 mesi e 24 mesi circa) verrà effettuato compilando l'apposito coupon. I tagliandi possono essere raccolti in un contenitore in chiesa o nelle segreterie parrocchiali.
Dal 9 al 13 luglio le parrocchie compileranno una lista dei richiedenti e comunicheranno alla Caritas diocesana di Piacenza-Bobbio il totale richiesto, attraverso la mail mondialita@caritaspiacenzabobbio. org o il tel. 0523/332750.
La Caritas farà il computo totale e lo girerà ai caseifici, individuati grazie all'aiuto di Andrea Summer (Facoltà di Medicina Veterinaria dell'Università di Parma). Quindi provvederà al ritiro del formaggio. Potrà fare lo stoccaggio in cella frigorifera (se la consegna avvenisse in anticipo sui tempi prestabiliti) all'interno del Centro Il Samaritano in via Giordani, 12: questo per lasciare una maggiore libertà ai caseifici, alle prese con disagi vari. Si provvederà quindi alla distribuzione intorno a metà settembre alle parrocchie, cui spetta la distribuzione ai singoli richiedenti e la raccolta di quanto dovuto che verrà poi convogliato alla Caritas diocesana. Quest'ultima provvederà al pagamento.
Nel giro di poco la diocesi fornirà le notizie relative ai caseifici individuati. Vista la natura solidale dell'iniziativa si sta provvedendo ad individuare i caseifici più danneggiati e quindi più bisognosi di un sostegno. «Questa scelta - spiegano alla Caritas - porta con sé una serie di conseguenze in termini di tempistica della consegna (non è possibile conoscere con largo anticipo il giorno in cui essa avverrà), di costi (ipotizzabili in 10-11 euro/kg per la stagionatura intorno ai 12 mesi, in 13-14 euro per quella a 24 mesi) e di assoluta certezza della consegna (pur garantendo il nostro meglio dobbiamo tenere conto dell'agibilità o meno degli edifici, di eventuali ulteriori scosse e del grado di danneggiamento di quelle forme di parmigiano Reggiano non ancora recuperate). Ecco perché in primis si chiede a tutti disponibilità, pazienza e uno spirito di solidarietà e al contempo di adattamento».
Per informazioni: Francesco Millione (Caritas diocesana.) millione@caritaspiacenzabobbio. org - cell. 3484493993
21/06/2012 Libertà
Dal 9 al 13 luglio le parrocchie compileranno una lista dei richiedenti e comunicheranno alla Caritas diocesana di Piacenza-Bobbio il totale richiesto, attraverso la mail mondialita@caritaspiacenzabobbio. org o il tel. 0523/332750.
La Caritas farà il computo totale e lo girerà ai caseifici, individuati grazie all'aiuto di Andrea Summer (Facoltà di Medicina Veterinaria dell'Università di Parma). Quindi provvederà al ritiro del formaggio. Potrà fare lo stoccaggio in cella frigorifera (se la consegna avvenisse in anticipo sui tempi prestabiliti) all'interno del Centro Il Samaritano in via Giordani, 12: questo per lasciare una maggiore libertà ai caseifici, alle prese con disagi vari. Si provvederà quindi alla distribuzione intorno a metà settembre alle parrocchie, cui spetta la distribuzione ai singoli richiedenti e la raccolta di quanto dovuto che verrà poi convogliato alla Caritas diocesana. Quest'ultima provvederà al pagamento.
Nel giro di poco la diocesi fornirà le notizie relative ai caseifici individuati. Vista la natura solidale dell'iniziativa si sta provvedendo ad individuare i caseifici più danneggiati e quindi più bisognosi di un sostegno. «Questa scelta - spiegano alla Caritas - porta con sé una serie di conseguenze in termini di tempistica della consegna (non è possibile conoscere con largo anticipo il giorno in cui essa avverrà), di costi (ipotizzabili in 10-11 euro/kg per la stagionatura intorno ai 12 mesi, in 13-14 euro per quella a 24 mesi) e di assoluta certezza della consegna (pur garantendo il nostro meglio dobbiamo tenere conto dell'agibilità o meno degli edifici, di eventuali ulteriori scosse e del grado di danneggiamento di quelle forme di parmigiano Reggiano non ancora recuperate). Ecco perché in primis si chiede a tutti disponibilità, pazienza e uno spirito di solidarietà e al contempo di adattamento».
Per informazioni: Francesco Millione (Caritas diocesana.) millione@caritaspiacenzabobbio. org - cell. 3484493993
21/06/2012 Libertà
mercoledì 20 giugno 2012
Sisma, Piacenza e Finale Emilia gemelle
Sarà la parrocchia di Finale Emilia la destinataria della generosità dei piacentini nella ricostruzione del dopo terremoto. Il gemellaggio tra la diocesi di Piacenza-Bobbio e quella di Modena-Nonantola, quest'ultima guidata dall'arcivescovo piacentino Antonio Lanfranchi, verrà sancito nelle prossime ore ma già ieri il presule originario di Ferriere ha comunicato quella che sarà la parrocchia sulla quale concentrare gli aiuti piacentini. Finale Emilia è una cittadina come Fiorenzuola, con circa 16mila abitanti. Lo scorso 20 maggio la terra ha tremato con un epicentro a pochi chilometri dal centro abitato e con una magnitudo del 5,9. Oggi gli sfollati accolti nelle tendopoli sono quasi tremila. Ma il dato totale delle persone che dormono fuori casa non è calcolabile: tantissimi in questi giorni hanno dormito nelle tende da campeggio piantate nei giardini della città.
«A Finale abbiamo cinque chiese seriamente danneggiate - fa i conti monsignor Lanfranchi -, più il duomo (dedicato ai santi Filippo e Giacomo) dove, tra l'altro, avevo appena celebrato le cresime lo scorso 6 maggio». Per dare un'idea della devastazione del sisma l'arcivescovo Lanfranchi osserva come siano cinquanta le chiese crollate in tutta la diocesi di Modena-Nonantola, compreso il duomo di Modena che rimarrà chiuso per i prossimi due mesi. Non solo. L'arcivescovo Lanfranchi, anche a seguito degli ultimi eventi sismici non ancora esauriti, ha disposto, a titolo precauzionale, che le chiese storiche del Comune di Modena e dei vicariati di Nonantola e della Bassa, restino chiuse fino a data da destinarsi. Nella vicina diocesi di Carpi la situazione è ancora più disastrosa: su cinquanta chiese, solo tre sono agibili.
Sarà la Caritas diocesana di Piacenza-Bobbio a raccogliere le offerte della comunità cattolica piacentina. Domenica scorsa c'è stata una prima giornata diocesana di colletta per aiutare i terremotati. Altre iniziative certamente seguiranno. Ieri a Ravenna le Caritas dell'Emilia-Romagna hanno fatto il punto sugli aiuti alle popolazioni colpite dal sisma. Anche la Caritas di Piacenza-Bobbio era presente con il direttore Giuseppe Chiiodaroli e il referente per le emergenze Francesco Millione.
Federico Frighi
07/06/2012 Libertà
«A Finale abbiamo cinque chiese seriamente danneggiate - fa i conti monsignor Lanfranchi -, più il duomo (dedicato ai santi Filippo e Giacomo) dove, tra l'altro, avevo appena celebrato le cresime lo scorso 6 maggio». Per dare un'idea della devastazione del sisma l'arcivescovo Lanfranchi osserva come siano cinquanta le chiese crollate in tutta la diocesi di Modena-Nonantola, compreso il duomo di Modena che rimarrà chiuso per i prossimi due mesi. Non solo. L'arcivescovo Lanfranchi, anche a seguito degli ultimi eventi sismici non ancora esauriti, ha disposto, a titolo precauzionale, che le chiese storiche del Comune di Modena e dei vicariati di Nonantola e della Bassa, restino chiuse fino a data da destinarsi. Nella vicina diocesi di Carpi la situazione è ancora più disastrosa: su cinquanta chiese, solo tre sono agibili.
Sarà la Caritas diocesana di Piacenza-Bobbio a raccogliere le offerte della comunità cattolica piacentina. Domenica scorsa c'è stata una prima giornata diocesana di colletta per aiutare i terremotati. Altre iniziative certamente seguiranno. Ieri a Ravenna le Caritas dell'Emilia-Romagna hanno fatto il punto sugli aiuti alle popolazioni colpite dal sisma. Anche la Caritas di Piacenza-Bobbio era presente con il direttore Giuseppe Chiiodaroli e il referente per le emergenze Francesco Millione.
Federico Frighi
07/06/2012 Libertà
sabato 16 giugno 2012
Don Alessandro prete a 25 anni, il coraggio di una scelta
Don Alessandro Mazzoni è l'unico prete ordinato nel 2012 nella diocesi di Piacenza-Bobbio. Pubblichiamo la sua intervista uscita pochi giorni prima dell'ordinazione.
«A 15 anni non avrei mai pensato che avrei fatto il prete. Anzi lo escludevo categoricamente». Dieci anni dopo, Alessandro Mazzoni, piacentino, si prepara a diventare sacerdote della Chiesa cattolica. Sabato prossimo 9 giugno, verrà ordinato in Duomo (ore 16,30) dal vescovo Gianni Ambrosio. Sarà l'unico nuovo prete della diocesi di Piacenza-Bobbio in questo 2012. Con il calo delle vocazioni, i seminari vuoti, l'odierna crisi dei valori, un giovane di 25 anni che sceglie di entrare in seminario terminato il liceo scientifico Respighi è una notizia da prima pagina. Un giovane normalissimo figlio di una famiglia normalissima: di Daniele, tabaccaio di via Roma, e di Marta, bancaria alla Cariparma, un fratello di 17 anni. Segno che la vocazione sceglie qualsiasi terreno per attecchire. Alessandro Mazzoni è nato a Piacenza città ed a Piacenza ha sempre vissuto.
La vita parrocchiale e l'incontro con un sacerdote, don Marco Guarnieri, è stata fondamentale. «Mi diceva che quello del prete non è un mestiere - ricorda Alessandro - ma un consegnarsi nelle mani di Dio e che questo consegnarsi non era una privazione o una sofferenza, ma un qualcosa che dava gioia alla tua vita». «Ha insinuato in me un tarlo che in quattro anni ha lavorato - continua - e mi ha fatto entrare in seminario».
Il volontariato in parrocchia è stato determinante per farsi delle domande: «Abbiamo costruito e ristrutturato l'oratorio della parrocchia di San Savino. Mi ha fatto domandare se questo mio impegno per gli altri dovesse rimanere un hobby da fine settimana o se dovesse diventare una missione per tutta la vita. Ho scelto questa seconda strada».
In una famiglia normale anche le reazioni sono quelle normali: «Inizialmente i miei si sono visti crollare il sogno di un figlio in carriera, all'inizio non capivano la scelta, temevano che fosse un abbaglio giovanile. Poi, con il passare degli anni, hanno visto che questa scelta coinvolgeva ogni aspetto della mia vita e si sono tranquillizzati».
Per don Alessandro nella Chiesa ognuno ha il suo ruolo, laici compresi: «Secondo me il mondo ha primariamente bisogno di vocazioni, di persone che capiscano che la vita deve essere spesa totalmente per una causa. Quando uno ha una vocazione autentica, allora si pone come testimone, si pone nel mondo come un segno: che sia una vocazione al sacerdozio, al matrimonio, alla missione è comunque un segno che interroga gli altri».
«La vocazione del prete, in particolare, è utile perchè costringe l'uomo che incontra ad interrogarsi su Dio - evidenzia -. Io non ritengo di essere un esempio ma un segno che interroga gli altri sul fatto che ci sia un oltre da cercare». Don Alessandro, dopo l'ordinazione, sarà molto probabilmente destinato alla parrocchia di Fiorenzuola dove già presta servizio da seminarista. Sarà il punto di riferimento per la pastorale giovanile. «Non è vero che i giovani non chiedono più di Dio - si dice convinto - vanno accompagnati più di prima perchè sono disorientati. I giovani chiedono autenticità, verità, di essere ascoltati e delle testimonianze».
Eventi aggregativi come le Giornate mondiali della gioventù o la Brk diocesana sono importanti: «La Brk di sabato e domenica ha avuto ben 670 ingressi ed è stato un gran segno, prima di tutto per le parrocchie piccole. Arrivare lì e vedere che non sei l'unico che prova a credere è un segno grande. Sono poi occasioni in cui esci dalla tua quotidianità, ti ricaricano come se fosse una stazione di servizio, logico poi che la vita non sia una Gmg o una Brk».
Che cosa diresti ad un giovane di oggi? «Che bisogna avere il coraggio di scegliere. Arriva il momento nella vita in cui si deve fare il salto: "Mollo la mia morosa ed entro in seminario", oppure "Domani chiedo alla mia morosa di sposarmi". Bisogna andare avanti decisi, oltre le difficoltà. E' un investimento, uno deve guardare lontano, non si può pensare che un sì detto al Signore porti dei risultati domani, non vuol dire avere un'assicurazione sulla vita. Chi ha fatto una scelta vera (non di comodo perchè mi pagano gli studi o perchè nella Chiesa non c'è disoccupazione), chi ha consegnato la sua vita al Signore è contento». Una provocazione: «Mi portino qualcuno che mi dimostra il contrario e faccio il passo indietro».
Federico Frighi
01/06/2012 Liberta
«A 15 anni non avrei mai pensato che avrei fatto il prete. Anzi lo escludevo categoricamente». Dieci anni dopo, Alessandro Mazzoni, piacentino, si prepara a diventare sacerdote della Chiesa cattolica. Sabato prossimo 9 giugno, verrà ordinato in Duomo (ore 16,30) dal vescovo Gianni Ambrosio. Sarà l'unico nuovo prete della diocesi di Piacenza-Bobbio in questo 2012. Con il calo delle vocazioni, i seminari vuoti, l'odierna crisi dei valori, un giovane di 25 anni che sceglie di entrare in seminario terminato il liceo scientifico Respighi è una notizia da prima pagina. Un giovane normalissimo figlio di una famiglia normalissima: di Daniele, tabaccaio di via Roma, e di Marta, bancaria alla Cariparma, un fratello di 17 anni. Segno che la vocazione sceglie qualsiasi terreno per attecchire. Alessandro Mazzoni è nato a Piacenza città ed a Piacenza ha sempre vissuto.
La vita parrocchiale e l'incontro con un sacerdote, don Marco Guarnieri, è stata fondamentale. «Mi diceva che quello del prete non è un mestiere - ricorda Alessandro - ma un consegnarsi nelle mani di Dio e che questo consegnarsi non era una privazione o una sofferenza, ma un qualcosa che dava gioia alla tua vita». «Ha insinuato in me un tarlo che in quattro anni ha lavorato - continua - e mi ha fatto entrare in seminario».
Il volontariato in parrocchia è stato determinante per farsi delle domande: «Abbiamo costruito e ristrutturato l'oratorio della parrocchia di San Savino. Mi ha fatto domandare se questo mio impegno per gli altri dovesse rimanere un hobby da fine settimana o se dovesse diventare una missione per tutta la vita. Ho scelto questa seconda strada».
In una famiglia normale anche le reazioni sono quelle normali: «Inizialmente i miei si sono visti crollare il sogno di un figlio in carriera, all'inizio non capivano la scelta, temevano che fosse un abbaglio giovanile. Poi, con il passare degli anni, hanno visto che questa scelta coinvolgeva ogni aspetto della mia vita e si sono tranquillizzati».
Per don Alessandro nella Chiesa ognuno ha il suo ruolo, laici compresi: «Secondo me il mondo ha primariamente bisogno di vocazioni, di persone che capiscano che la vita deve essere spesa totalmente per una causa. Quando uno ha una vocazione autentica, allora si pone come testimone, si pone nel mondo come un segno: che sia una vocazione al sacerdozio, al matrimonio, alla missione è comunque un segno che interroga gli altri».
«La vocazione del prete, in particolare, è utile perchè costringe l'uomo che incontra ad interrogarsi su Dio - evidenzia -. Io non ritengo di essere un esempio ma un segno che interroga gli altri sul fatto che ci sia un oltre da cercare». Don Alessandro, dopo l'ordinazione, sarà molto probabilmente destinato alla parrocchia di Fiorenzuola dove già presta servizio da seminarista. Sarà il punto di riferimento per la pastorale giovanile. «Non è vero che i giovani non chiedono più di Dio - si dice convinto - vanno accompagnati più di prima perchè sono disorientati. I giovani chiedono autenticità, verità, di essere ascoltati e delle testimonianze».
Eventi aggregativi come le Giornate mondiali della gioventù o la Brk diocesana sono importanti: «La Brk di sabato e domenica ha avuto ben 670 ingressi ed è stato un gran segno, prima di tutto per le parrocchie piccole. Arrivare lì e vedere che non sei l'unico che prova a credere è un segno grande. Sono poi occasioni in cui esci dalla tua quotidianità, ti ricaricano come se fosse una stazione di servizio, logico poi che la vita non sia una Gmg o una Brk».
Che cosa diresti ad un giovane di oggi? «Che bisogna avere il coraggio di scegliere. Arriva il momento nella vita in cui si deve fare il salto: "Mollo la mia morosa ed entro in seminario", oppure "Domani chiedo alla mia morosa di sposarmi". Bisogna andare avanti decisi, oltre le difficoltà. E' un investimento, uno deve guardare lontano, non si può pensare che un sì detto al Signore porti dei risultati domani, non vuol dire avere un'assicurazione sulla vita. Chi ha fatto una scelta vera (non di comodo perchè mi pagano gli studi o perchè nella Chiesa non c'è disoccupazione), chi ha consegnato la sua vita al Signore è contento». Una provocazione: «Mi portino qualcuno che mi dimostra il contrario e faccio il passo indietro».
Federico Frighi
01/06/2012 Liberta
Argomenti
don Alessandro Mazzoni
venerdì 15 giugno 2012
Una donna alla guida della parrocchia
Non può celebrare la messa vera e propria o confessare ma può tranquillamente proclamare le sacre scritture e commentarle con una breve omelia e talvolta impartire anche il battesimo. Mentre la diocesi di Piacenza-Bobbio è impegnata nel dibattito sui referenti parrocchiali, le figure laiche che dovranno animare le parrocchie senza preti, dal Brasile arriva la testimonianza di Giuseppina Fiorani, la prima donna piacentina a guidare una parrocchia. Nata a Pontenure 77 anni fa da genitori di San Rocco al Porto, cresciuta spiritualmente in Azione Cattolica, ha lavorato nel ramo amministrativo della facoltà di agraria dell'Università Cattolica del Sacro Cuore con responsabilità sugli acquisti delle forniture e contabilità fino al 1994, quando è andata in pensione. «Potevo andare avanti ma sentivo di aver bisogno di qualcosa d'altro» racconta nel suo breve periodo di riposo che sta trascorrendo a Piacenza. «Così decisi di fare un viaggio in Brasile con il Centro Missionario Diocesano - prosegue -. Da allora sono tornata in Brasile tutti gli anni per una sorta di vacanza alternativa. Fino a quando mi hanno prospettato di aiutare don Giancarlo Dallospedale, con il quale lavoro anche oggi». Le assegnarono l'amministrazione del seminario minore di Boavista, nello stato di Roraima, con 25 ragazzi. «Avevo giurato di non occuparmi più di conti, ma è andata così... - sorride -. Sono stata lì dal 2002 fino al 2006. Era una cosa singolare che ci fosse una donna, laica, ad occuparsi dell'amministrazione ma sono stata accolta molto bene anche dal vescovo locale». Nel 2006 sono usciti i primi preti e il seminario minore è passato sotto la guida di un sacerdote brasiliano. Ma la missione non era terminata. «Sono passata ad animare una "parrocchia" della grande area rurale di Cantà affidata a don Dallospedale. Un'area con una superficie pari all'incirca alla nostra Emilia, formata da foreste e villaggi sparsi. In tutto gli abitanti fissi sono 17-18mila. Poi ci sono le comunità nomadi. La gente vive di manioca, fagioli o riso. Gli appezzamenti più fertili sono presi di mira dai grandi fazenderos. In quest'area ci siamo solo don Giancarlo ed io, anche se don Carlo Roberti ci aiuta a livello di formazione permanente». Nell'area di Cantà sono stati costruiti dei piccoli centri pastorali: «Il primo a Felix Pinto, dove abbiamo realizzato una chiesa, una canonica e una foresteria. Poi a Vila Centrao, infine a Cantà, dove ora manca la chiesa. Tutto realizzato con i soldi donati dai piacentini, in particolare con quelli di una benefattrice usati per costruire ben due centri pastorali su tre». Giuseppina è responsabile dell'area missionaria di Vila Centrao, in prevalenza abitata da popoli indigeni usciti dalle riserve. Fa catechismo, celebra la Parola senza dire la messa ma potendo commentare le sacre scritture, impartisce il sacramento del battesimo che successivamente deve essere "ratificato" da un sacerdote, porta un conforto misericordioso alle famiglie: «Perchè non siamo tanto noi quanto la misericordia di Dio ad agire». «Non sono una suora, sono laica e ci tengo a dirlo - evidenzia Giuseppina -. Perchè la Chiesa non è fatta solo di preti e di suore. Vi possono partecipare tutti, con il lavoro di ogni giorno. Con il prete c'è un dialogo e un rapporto diverso, è vero, ma la popolazione locale ha imparato a vedermi come una di loro. I bambini mi chiamano o mamma o nonna a loro scelta». Quando ci sono problemi nelle comunità, Giuseppina è il punto di riferimento. Bambini e donne sono i più sfruttati, dal punto di vista lavorativo ma anche sessuale: «Io cerco di intervenire tentando di costruire un rapporto di fiducia». Un modello brasiliano che, con gli opportuni adattamenti, si sta cercando di importare anche in diocesi di Piacenza-Bobbio. «Non solo è giusto affidarsi ai laici - è convinta Giuseppina - ma penso che ciò sia già nella concezione di Chiesa. Nostro Signore ha tirato su dei pescatori ed erano laici. Ognuno poi ha il suo ministero». Ancora: «Non mi è mai venuto il desiderio di essere suora o prete, sono così come sono. E devo dire anche che la cosa più importante che guardano è la mia testimonianza. Io posso dire che bisogna essere bravi e generosi, ma la gente prima di tutto guarda se io lo sono».
Federico Frighi
06/05/2012 liberta
Federico Frighi
06/05/2012 liberta
martedì 12 giugno 2012
Nomine, don Mazzari in San Corrado
Giro di valzer tra i parroci della Valdarda. Lo ha reso noto ieri il vescovo Gianni Ambrosio al termine della Festa del Sacro Cuore nel seminario vescovile di Piacenza. Si cambia a Lugagnano. Don Gianni Quartaroli, 72 anni, lascia la parrocchia di Lugagnano per un servizio importante presso i Focolarini, un servizio che è temporaneo, ma che gli impedisce di continuare ad essere parroco. Don Marco Guarnieri, 56 anni, già parroco di San Savino, prende il suo posto e diventa moderatore dell’Unità pastorale della zona, dunque anche di Vernasca. Proprio da Vernasca si trasferirà a Besenzone don Giancarlo Plessi, 55 anni. Don Plessi diventerà parroco di Besenzone (oggi vacante dopo la morte di don Francesco Pallastrelli) e si occuperà della pastorale giovanile di tutta l’unità pastorale (compresa Cortemaggiore) assumendo anche il compito di moderatore. Al momento il vescovo non ha sostituito don Plessi. E’ possibile che Vernasca sia una di quelle parrocchie destinate a rimanere senza parroco, in una sorta di accorpamento con Lugagnano, per una più funzionale organizzazione dell’Unità Pastorale 6 del vicariato Valdarda. Se ne saprà di più nei prossimi giorni.
Don Sergio Agosti, 50 anni, amministratore parrocchiale di Alseno, riprenderà la strada della missio ad gentes nel cammino neocatecumenale. Don Mimmo Pascariello, 47 anni, prenderà il suo posto.
In città don Pietro Petrilli, 88 anni, lascia la parrocchia di san Corrado che ha servito con grande dedizione fin dal suo inizio, quando don Pietro l’ha fatta sorgere nel lontano 1973. Il testimone viene preso da don Roberto Mazzari, 67 anni, attualmente parroco di Tarsogno.
fed. fri.
Libertà, 8/6/2012
Don Sergio Agosti, 50 anni, amministratore parrocchiale di Alseno, riprenderà la strada della missio ad gentes nel cammino neocatecumenale. Don Mimmo Pascariello, 47 anni, prenderà il suo posto.
In città don Pietro Petrilli, 88 anni, lascia la parrocchia di san Corrado che ha servito con grande dedizione fin dal suo inizio, quando don Pietro l’ha fatta sorgere nel lontano 1973. Il testimone viene preso da don Roberto Mazzari, 67 anni, attualmente parroco di Tarsogno.
fed. fri.
Libertà, 8/6/2012
domenica 10 giugno 2012
Padre Amorth: Il diavolo tornò a Piacenza per uccidere
(fri) L'esorcismo piacentino del 1920 in Santa Maria di Campagna rappresenta ancora oggi il padre di tutti gli esorcismi per gli specialisti italiani. Ad affermarlo è padre Gabriele Amorth, celebre esorcista titolare della diocesi di Roma, nel suo libro scritto assieme al vaticanista Paolo Rodari "L'ultimo esorcista" (Piemme editore). Padre amorth, 86 anni, originario di Modena, con oltre 160mila esorcismi praticati è il più autorevole esorcista della Chiesa cattolica. Nel suo libro racconta l'esorcismo del maggio del 1920 in Santa Maria di Campagna. «Il convento è un luogo di Dio - dice - che attira anime e conversioni. Un luogo benedetto dal cielo e per questo odiato da Satana».
L'esorcista era padre Pier Paolo Veronesi, cappellano del manicomio di Piacenza, uno che ne aveva viste di cotte e di crude. Eppure... Ad ordinargli di procedere fu il vescovo di allora, Giovanni Maria Pellizzari. L'esorcismo venne documentato da uno stenografo, padre Giustino, che assistette alle sedute assieme al dottor Lupi, direttore del manicomio di Piacenza. Il luogo era la sala al primo piano del convento. La posseduta, una donna, accompagnata dal marito, dalla madre, da un amico di famiglia e da due ragazze. Dopo due mesi di estenuanti esorcismi la donna (contro la quale era stata realizzata una "fattura") venne liberata.
«Ma il demonio che era dentro di lei continuerà ad agire - osserva padre amorth - a seminare morte e distruzione». E' per questo che il caso di Piacenza, rappresenta «un unicum da studiare e ristudiare». Tre mesi dopo la liberazione, uno degli assistenti di padre Veronesi, tale signor Cassani, muore per un tumore improvviso. Lo stesso accade ad un amico della famiglia della posseduta e al vescovo Pellizzari cui, durante l'esorcismo, il diavolo preannunziò la morte imminente. Lo stesso padre Veronesi rimase menomato al collo da un colpo ricevuto al capo senza che in giro ci fosse nessuno.
«Certo, a Piacenza il diavolo è tornato - dice padre amorth - e ha fatto cose che non ho mai visto fare altre volte. E' tornato per uccidere». «Dare spiegazioni di questa cosa è arduo - continua -. Una cosa si può dire: spesso, non sempre, si viene posseduti consapevolmente. C'è la nostra volontà che dice a Satana: "Entra in me". Quando si stipula un patto con Satana scioglierlo può essere quasi impossibile. Se si concede l'anima per l'eternità a Satana, poi uno può ravvedersi e liberarsi, ma quel patto c'è stato e le conseguenze vanno comunque pagate».
16/05/2012 Libertà
L'esorcista era padre Pier Paolo Veronesi, cappellano del manicomio di Piacenza, uno che ne aveva viste di cotte e di crude. Eppure... Ad ordinargli di procedere fu il vescovo di allora, Giovanni Maria Pellizzari. L'esorcismo venne documentato da uno stenografo, padre Giustino, che assistette alle sedute assieme al dottor Lupi, direttore del manicomio di Piacenza. Il luogo era la sala al primo piano del convento. La posseduta, una donna, accompagnata dal marito, dalla madre, da un amico di famiglia e da due ragazze. Dopo due mesi di estenuanti esorcismi la donna (contro la quale era stata realizzata una "fattura") venne liberata.
«Ma il demonio che era dentro di lei continuerà ad agire - osserva padre amorth - a seminare morte e distruzione». E' per questo che il caso di Piacenza, rappresenta «un unicum da studiare e ristudiare». Tre mesi dopo la liberazione, uno degli assistenti di padre Veronesi, tale signor Cassani, muore per un tumore improvviso. Lo stesso accade ad un amico della famiglia della posseduta e al vescovo Pellizzari cui, durante l'esorcismo, il diavolo preannunziò la morte imminente. Lo stesso padre Veronesi rimase menomato al collo da un colpo ricevuto al capo senza che in giro ci fosse nessuno.
«Certo, a Piacenza il diavolo è tornato - dice padre amorth - e ha fatto cose che non ho mai visto fare altre volte. E' tornato per uccidere». «Dare spiegazioni di questa cosa è arduo - continua -. Una cosa si può dire: spesso, non sempre, si viene posseduti consapevolmente. C'è la nostra volontà che dice a Satana: "Entra in me". Quando si stipula un patto con Satana scioglierlo può essere quasi impossibile. Se si concede l'anima per l'eternità a Satana, poi uno può ravvedersi e liberarsi, ma quel patto c'è stato e le conseguenze vanno comunque pagate».
16/05/2012 Libertà
Argomenti
Esorcista,
padre Gabriele Amorth
venerdì 1 giugno 2012
Gli esorcismi nel Piacentino
(fri) Il primo consiglio è comunque sempre quello di rivolgersi al parroco o al segretario del vescovo prima di intraprendere altre strade: «Fanno da filtro e riescono a capire ed a discernere se si tratta di un caso di infestazione demoniaca oppure di un caso di suggestione. Utile è anche andare dal proprio medico». Così diceva l'esorcista diocesano monsignor Gianbattista Lanfranchi in una intervista a Libertà nel 2007. Non solo, dava anche una statistica sui casi di possessione demoniaca nel Piacentino. Dodici casi all'anno, una cifra più o meno costante dall'89 ad oggi. Casi gravi, in arrivo anche dalla zona di Pavia, di Brescia, di Lodi. I piacentini sono 6-7, in media una segnalazione ogni due mesi. Hanno dai 40 ai 50 anni. Le vittime del demonio, secondo la casistica, appartengono ad ogni categoria sociale: dalla casalinga al medico, passando per il capo treno. Tutte liberate dal maligno in una o più sedute. Per il caso più difficile si è arrivati anche a cinque.
16/05/2012 Libertà
16/05/2012 Libertà
martedì 29 maggio 2012
Nuovo esorcista per Piacenza-Bobbio
«Il giorno dopo la nomina del vescovo sono caduto e mi sono rotto una vertebra - sorride di fronte ad un benvenuto che sa tanto di zolfo -, così non sono riuscito ad andare al convegno nazionale degli esorcisti. Ma non mi scoraggio, sono qui per fare la volontà del Signore». Padre Achille Taborelli, 81 anni il prossimo ottobre, missionario scalabriniano, è il nuovo esorcista della diocesi di Piacenza-Bobbio. Dopo la morte del predecessore, il parroco di Seminò, monsignor Gianbattista Lanfranchi, e due anni di ricerche approfondite tra i sacerdoti e i religiosi diocesani, il vescovo Gianni Ambrosio ha infatti scelto un religioso. L'ufficialità della nomina verrà data nei prossimi giorni, probabilmente assieme ad altri spostamenti nel clero piacentino.
Una scelta, quella di nominare un esorcista ufficiale, che va controcorrente rispetto ad una linea di pensiero della Chiesa di oggi che non vede di buon occhio pratiche di tal genere, preferendo catalogare fenomeni non chiari al rango di questioni psichiche o psichiatriche. Tutto ciò nonostante sia Giovanni Paolo II sia Benedetto XVI più volte abbiano affermato con forza l'esistenza del maligno.
«Ho accettato questa nomina con tanta trepidazione anche perchè ben conosco una certa ritrosia della Chiesa di oggi nei confronti degli esorcismi - conferma padre Achille -. Tuttavia il vescovo ha insistito e così ho deciso di accettare. Non so perchè abbia pensato a me, l'unica cosa in comune con il mio predecessore, monsignor Lanfranchi, è che gli sono succeduto come cappellano delle monache di San Raimondo». Già, perchè padre Achille, alla soglia degli 81 anni, non ha mai praticato un esorcismo in vita sua e poco conosce di questo mondo particolare.
Nato 80 anni fa ad Abbiategrasso (provincia di Milano), ha insegnato missionarietà nel seminario Scalabriniano di Bassano del Grappa, poi ha svolto il proprio ministero sacerdotale in Svizzera e come parroco in un paesino del Bresciano e in Santa Maria del Carmine nel centro di Milano. Era già stato a Piacenza nel 1984, prima di venire inviato nel sud Italia, a Manfredonia, e di ritornare stabilmente a Rivergaro, nel 2004, come rettore del Santuario del Castello.
«Il male esiste - ci tiene ad evidenziare - altrimenti rinnegheremmo il Vangelo. E' Gesù che parla del male, del demonio, libera gli indemoniati. Il male c'è ed è dappertutto. Quindi anche a Piacenza. E' per questo che il vescovo ha voluto un esorcista diocesano». Superata la trepidazione iniziale, padre Achille si sente pronto ad iniziare. Sa che opera in un luogo protetto contro le forze maligne: «Il santuario del Castello, a Rivergaro, dal 2 febbraio scorso è un santuario Scalabriniano a tutti gli effetti, per cui gode dalla protezione, oltre che della Madonna delle Grazie e di San Giacomo maggiore (a cui lo aveva consacrato il vescovo Giovanni Battista Scalabrini), anche dello stesso Beato Scalabrini». Da poco custodisce anche una reliquia del vescovo degli emigranti (un osso del piede), posta sotto l'altare maggiore. «Nel suo ultimo discorso prima della morte - ricorda padre Achille - Scalabrini espresse il desiderio di venire sepolto a Rivergaro nel santuario del Castello. Poi, però, non essendoci nulla di scritto, venne portato in Duomo».
Federico Frighi
16/05/2012 Libertà
Una scelta, quella di nominare un esorcista ufficiale, che va controcorrente rispetto ad una linea di pensiero della Chiesa di oggi che non vede di buon occhio pratiche di tal genere, preferendo catalogare fenomeni non chiari al rango di questioni psichiche o psichiatriche. Tutto ciò nonostante sia Giovanni Paolo II sia Benedetto XVI più volte abbiano affermato con forza l'esistenza del maligno.
«Ho accettato questa nomina con tanta trepidazione anche perchè ben conosco una certa ritrosia della Chiesa di oggi nei confronti degli esorcismi - conferma padre Achille -. Tuttavia il vescovo ha insistito e così ho deciso di accettare. Non so perchè abbia pensato a me, l'unica cosa in comune con il mio predecessore, monsignor Lanfranchi, è che gli sono succeduto come cappellano delle monache di San Raimondo». Già, perchè padre Achille, alla soglia degli 81 anni, non ha mai praticato un esorcismo in vita sua e poco conosce di questo mondo particolare.
Nato 80 anni fa ad Abbiategrasso (provincia di Milano), ha insegnato missionarietà nel seminario Scalabriniano di Bassano del Grappa, poi ha svolto il proprio ministero sacerdotale in Svizzera e come parroco in un paesino del Bresciano e in Santa Maria del Carmine nel centro di Milano. Era già stato a Piacenza nel 1984, prima di venire inviato nel sud Italia, a Manfredonia, e di ritornare stabilmente a Rivergaro, nel 2004, come rettore del Santuario del Castello.
«Il male esiste - ci tiene ad evidenziare - altrimenti rinnegheremmo il Vangelo. E' Gesù che parla del male, del demonio, libera gli indemoniati. Il male c'è ed è dappertutto. Quindi anche a Piacenza. E' per questo che il vescovo ha voluto un esorcista diocesano». Superata la trepidazione iniziale, padre Achille si sente pronto ad iniziare. Sa che opera in un luogo protetto contro le forze maligne: «Il santuario del Castello, a Rivergaro, dal 2 febbraio scorso è un santuario Scalabriniano a tutti gli effetti, per cui gode dalla protezione, oltre che della Madonna delle Grazie e di San Giacomo maggiore (a cui lo aveva consacrato il vescovo Giovanni Battista Scalabrini), anche dello stesso Beato Scalabrini». Da poco custodisce anche una reliquia del vescovo degli emigranti (un osso del piede), posta sotto l'altare maggiore. «Nel suo ultimo discorso prima della morte - ricorda padre Achille - Scalabrini espresse il desiderio di venire sepolto a Rivergaro nel santuario del Castello. Poi, però, non essendoci nulla di scritto, venne portato in Duomo».
Federico Frighi
16/05/2012 Libertà
venerdì 18 maggio 2012
Il cardinale Puljic: Giovanni Paolo II fu come un padre
(fri) Una persona preparata, fedele alla Chiesa, pragmatica, già inserito nella lista dei papabili successori di Giovanni Paolo II e di cui si sentirà parlare quando si tratterà di designare il successore di Benedetto XVI. Il cardinale Vinko Puljic - 67 anni il prossimo 8 settembre - riceve cordiale e sorridente al primo piano del vescovado nel centro storico di Sarajevo, a pochi metri dalla lapide che ricorda il sacrificio dei giornalisti durante l'assedio della città. Un'altra lapide, all'ingresso del vescovado, ricorda la visita di Giovanni Paolo II nel 1997, un anno dopo la conclusione della guerra fratricida. E' la seconda volta che una delegazione piacentina si reca in udienza dal primate della Chiesa Cattolica in Bosnia-Herzegovina. La prima due anni fa, 15° anniversario del genocidio di Srebrenica. Oggi un insegnante di religione, un ingegnere bosniaco da 20 anni a Piacenza, un'insegnante d'italiano per stranieri e tre giornalisti di Libertà e Telelibertà hanno il compito di portare la lettera d'invito che il parroco di Sant'Antonino, don Giuseppe Basini, di concerto con il vescovo Gianni Ambrosio, ha scritto al cardinale in vista delle prossime celebrazioni Antoniniane. Non guasta neppure una confezione di Gutturnio dei colli piacentini che il cardinale gradisce molto e che ricambia con la pubblicazione in italiano del volumetto "Le martiri della Drina" (cinque suore assassinate nel 1941 dai cetnici). Quaranta minuti di udienza davanti ad acqua, the e succo di lamponi che qui in Bosnia è quasi una bevanda nazionale. Il cardinale ricorda con commozione la figura di Giovanni Paolo II che a Sarajevo volle fortissimamente andare durante l'assedio anche se dovette tuttavia attendere la fine della guerra. «Il beato Giovanni Paolo II non solo aveva interesse per noi - conferma il cardinale Puljic - ma conosceva e seguiva da molto vicino la situazione della Bosnia Herzegovina. Era un padre per tutti coloro che soffrivano». Diversa la figura di Benedetto XVI: «Non segue molto la Bosnia-Herzegovina ma conosce ed ha interesse verso i nostri problemi e specialmente negli ultimi tempi ci incoraggia e si tiene in contatto con noi attraverso la nunziatura apostolica. Sentiamo il suo conforto e la sua vicinanza». In ripresa le vocazioni: «Durante il comunismo, in Bosnia Herzegovina, le nostre famiglie erano la prima scuola della fede, prima anche dei seminari - evidenzia l'arcivescovo -. Dopo la guerra è rimasta questa mentalità dove il primo passo per la vocazione è la famiglia. Oggi il vero problema è che diminuiscono le famiglie». «Oggi abbiamo nel seminario maggiore 35 seminaristi e altrettanti nel seminario minore - fa una rapida radiografia della Chiesa del suo Paese -. I cattolici in tutta la Bosnia-Herzegovina erano 820mila prima della guerra, oggi siamo rimasti in 446mila. A Sarajevo prima della guerra c'erano 528mila cattolici, oggi siamo meno di 200mila. In questo momento abbiamo 221 sacerdoti diocesani (con 20 ammalati e 45 che lavorano in Europa con i profughi). Infine ci sono i francescani che hanno il seminario minore e il seminario maggiore».
05/05/2012 Libertà
05/05/2012 Libertà
giovedì 17 maggio 2012
Il cardinale Puljic: prego per una pace giusta per la Bosnia
"Vengo volentieri a Piacenza, celebrerò con voi e pregherò il vostro patrono Sant'Antonino, il giorno prima di festeggiare a Sarajevo Cirillo e Metodio, patroni dei popoli slavi e copatroni d'Europa». In questo intreccio di memoria, esempio e santità, il cardinale Vinko Puljic conferma la sua presenza a Piacenza, invitato dal vescovo Gianni Ambrosio e dal parroco di Sant'Antonino, don Giuseppe Basini, in occasione delle celebrazioni per il santo patrono della diocesi di Piacenza-Bobbio. Lo fa ricevendo una delegazione piacentina recatasi nella capitale Sarajevo e nella città di Jajce la scorsa settimana. L'arcivescovo parlerà alla gente ai Teatini la sera del 3 luglio, intervistato dal direttore di Libertà, Gaetano Rizzuto, e presiederà la solenne celebrazione nella basilica patronale il giorno successivo. Verrà a portare la sua testimonianza di vescovo da un Paese in cui esattamente 20 anni fa iniziava una guerra fratricida e che oggi tenta, con grandi difficoltà, di rialzare la testa.
«Dopo la guerra c'è stato da rinnovare tante case - dice Puljic nel suo italiano imparato da Radio Vaticana - e così è stato fatto, con una ristrutturazione molto più veloce della ristrutturazione dei cuori». Sorride il cardinale, sorride sempre perchè chi ha vissuto cinque anni sotto assedio o sdrammatizza o ci muore. «E' molto importante creare un clima di fiducia, di tolleranza, di perdono e noi capi religiosi lo stiamo facendo e lo faremo anche a settembre nel convegno della Comunità di Sant'Egidio; porteremo a Sarajevo lo spirito di Assisi». «Ma è difficile - ammette - perchè la politica sempre prende una strada diversa. Una politica che è in mano ai musulmani. Noi capi religiosi, compresi quelli musulmani, vogliamo invece creare un nuovo clima, mostrare Sarajevo come capitale per tutti; siano diversi a livello culturale e religioso, ma vogliamo creare una città in cui ognuno ha una sua casa».
La guerra ha dunque terminato il fuoco ma oggi continua con le parole. «Questo è vero - annuisce il porporato -. La guerra è finita ma non si è costruita una pace giusta. L'accordo di Dayton divide la Bosnia-Herzegovina in due parti, di cui una è serba, come una sorta di stato nello stato. Alcuni non possono ritornare in questa zona che si chiama Repubblica Srpska. L'altra parte è quella della Federazione, dove vivono insieme musulmani e cattolici, croati e bosniaci. Una zona a maggioranza musulmana in cui non è facile creare diritti uguali per tutti. La comunità locale gioca sempre a trovare un primo che comandi sugli altri. Ma anche la comunità internazionale sta al gioco. Non aiuta a creare una pace giusta, una pace vera e una prospettiva per vivere in questo paese». «Specialmente i giovani non hanno prospettiva, tanti sono senza lavoro - prosegue il cardinale -. Si stima che il 43 per cento dei giovani non abbia un'occupazione fissa ed io sono stupito di come questo popolo senza lavoro possa sopravvivere in Bosnia Herzegovina. Penso però che sarebbe più facile e veloce creare una pace giusta proprio lavorando insieme, creando una società in cui ognuno per il proprio lavoro riceve il medesimo premio e con questo può aiutare la propria famiglia. Questo è il primo passo per creare un clima di fiducia, di tolleranza e di convivenza insieme in questo paese». La comunità internazionale è stata sempre presente, ma a suo modo. «Non posso dire tutto quello che so - sorride sempre il cardinale -. Sono molto triste quando penso che tanti e tanti soldi sono arrivati in Bosnia-Herzegovina ma pochi si sono usati per investire. Molti si sono persi per strada. Io so tante cose ma non le posso dire. America e Europa hanno annunciato l'invio dei fondi ma io non ho visto dove sono andati a finire. L'Europa entra molto lentamente in questo paese. Ma prima di tutto dovrebbe entrare con i suoi principi democratici, portare investimenti per dare speranza e prospettiva a questo popolo, perchè rimanga e rinnovi questo Paese come stato democratico e come stato europeo».
Nel 2012 si ricorda il ventesimo anniversario dell'inizio dell'assedio di Sarajevo.
«Non parlo volentieri di questo perchè durante la notte spesso me lo sogno» dice il cardinale che poi però non si sottrae alle domande e non lesina le risposte. «Ho ricevuto questa arcidiocesi nel 1991 - inizia -. Il beato Giovanni Paolo II ha consacrato me come arcivescovo il 6 gennaio di quell'anno. Sono entrato a Sarajevo e sognavo un futuro bello e di speranza perchè arrivavo dopo il comunismo, con la democrazia, avevo in mente tanti progetti. Ma subito tutto è svanito perchè proprio nel ‘91 è scoppiata la guerra».
«Durante il conflitto sono stato sempre a Sarajevo e in Bosnia Herzegovina - ci tiene a sottolineare -, ho girato tante volte in modo segreto perchè era molto pericoloso, lo ho fatto per dare coraggio ai miei sacerdoti e al mio popolo. Anche in questa città io ero quasi l'unico capo religioso rimasto, perchè tutti erano andati via. Ogni volta che parlavo pubblicamente contro la guerra, subito ricevevo qualche granata sul vescovado». Un aneddoto raccontato con il sorriso di chi l'ha scampata bella: «Una volta un mio sacerdote mi disse: arcivescovo... parla, parla, rimarrai senza testa, non solo senza casa. Era molto pericoloso parlare pubblicamente di verità e giustizia. Grazie a Dio sono rimasto vivo e sono sopravvissuto in modo quasi normale. Perchè non è facile sentire migliaia di granate sulla testa e rimanere normali».
«Mi si chiede che testimonianza può dare oggi la chiesa cattolica qui a Sarajevo? Durante la guerra - risponde il cardinale - un giornalista mi disse: l'unica cosa che funziona qui è la chiesa cattolica. I miei sacerdoti non sono stati santi ma coraggiosi, hanno testimoniato una speranza, hanno dato il coraggio per sopravvivere. Durante la guerra hanno aiutato tutti a livello non solo spirituale. Dopo la guerra, tanti sono ritornati e hanno cominciato a ricostruire tutto quello che era stato distrutto, ovvero quasi il 60 per cento della mia arcidiocesi».
Il cardinale Puljic è molto devoto a al beato Giovanni Paolo II che fortemente volle andare a Sarajevo durante l'assedio e che definì la capitale bosniaca la "Gerusalemme d'Europa". «La Gerusalemme d'Europa in realtà è da ricreare - ammette il porporato -. A settembre avremo il convegno con la San Egidio per costruire un clima positivo per la pace, la convivenza e la tolleranza. Siamo diversi, ma grazie a Dio non è peccato. Bisogna creare un clima per rispettare e collaborare, oggi la politica manipola la religione e questo è molto grave».
Qui a Sarajevo convivono minareti, campanili cattolici e ortodossi, sinagoghe: «Ogni gruppo vuole dare una testimonianza di presenza. Ogni moschea, ogni chiesa significa la nostra identità, chi siamo. I nostri profughi, quando tornano, prima di tutto vogliono ricostruire la chiesa, perchè la chiesa significa esistere per cattolici, ortodossi, la moschea per i musulmani. Il problema è che di fronte a tante moschee che crescono come funghi, io qui a Sarajevo da 13 anni aspetto il permesso per costruire una chiesa. Con la gente in strada non c'è problema. La gente ha simpatia per la chiesa cattolica; ortodossi, musulmani, ebrei ascoltano la nostra parola».
Federico Frighi
05/05/2012 Libertà
«Dopo la guerra c'è stato da rinnovare tante case - dice Puljic nel suo italiano imparato da Radio Vaticana - e così è stato fatto, con una ristrutturazione molto più veloce della ristrutturazione dei cuori». Sorride il cardinale, sorride sempre perchè chi ha vissuto cinque anni sotto assedio o sdrammatizza o ci muore. «E' molto importante creare un clima di fiducia, di tolleranza, di perdono e noi capi religiosi lo stiamo facendo e lo faremo anche a settembre nel convegno della Comunità di Sant'Egidio; porteremo a Sarajevo lo spirito di Assisi». «Ma è difficile - ammette - perchè la politica sempre prende una strada diversa. Una politica che è in mano ai musulmani. Noi capi religiosi, compresi quelli musulmani, vogliamo invece creare un nuovo clima, mostrare Sarajevo come capitale per tutti; siano diversi a livello culturale e religioso, ma vogliamo creare una città in cui ognuno ha una sua casa».
La guerra ha dunque terminato il fuoco ma oggi continua con le parole. «Questo è vero - annuisce il porporato -. La guerra è finita ma non si è costruita una pace giusta. L'accordo di Dayton divide la Bosnia-Herzegovina in due parti, di cui una è serba, come una sorta di stato nello stato. Alcuni non possono ritornare in questa zona che si chiama Repubblica Srpska. L'altra parte è quella della Federazione, dove vivono insieme musulmani e cattolici, croati e bosniaci. Una zona a maggioranza musulmana in cui non è facile creare diritti uguali per tutti. La comunità locale gioca sempre a trovare un primo che comandi sugli altri. Ma anche la comunità internazionale sta al gioco. Non aiuta a creare una pace giusta, una pace vera e una prospettiva per vivere in questo paese». «Specialmente i giovani non hanno prospettiva, tanti sono senza lavoro - prosegue il cardinale -. Si stima che il 43 per cento dei giovani non abbia un'occupazione fissa ed io sono stupito di come questo popolo senza lavoro possa sopravvivere in Bosnia Herzegovina. Penso però che sarebbe più facile e veloce creare una pace giusta proprio lavorando insieme, creando una società in cui ognuno per il proprio lavoro riceve il medesimo premio e con questo può aiutare la propria famiglia. Questo è il primo passo per creare un clima di fiducia, di tolleranza e di convivenza insieme in questo paese». La comunità internazionale è stata sempre presente, ma a suo modo. «Non posso dire tutto quello che so - sorride sempre il cardinale -. Sono molto triste quando penso che tanti e tanti soldi sono arrivati in Bosnia-Herzegovina ma pochi si sono usati per investire. Molti si sono persi per strada. Io so tante cose ma non le posso dire. America e Europa hanno annunciato l'invio dei fondi ma io non ho visto dove sono andati a finire. L'Europa entra molto lentamente in questo paese. Ma prima di tutto dovrebbe entrare con i suoi principi democratici, portare investimenti per dare speranza e prospettiva a questo popolo, perchè rimanga e rinnovi questo Paese come stato democratico e come stato europeo».
Nel 2012 si ricorda il ventesimo anniversario dell'inizio dell'assedio di Sarajevo.
«Non parlo volentieri di questo perchè durante la notte spesso me lo sogno» dice il cardinale che poi però non si sottrae alle domande e non lesina le risposte. «Ho ricevuto questa arcidiocesi nel 1991 - inizia -. Il beato Giovanni Paolo II ha consacrato me come arcivescovo il 6 gennaio di quell'anno. Sono entrato a Sarajevo e sognavo un futuro bello e di speranza perchè arrivavo dopo il comunismo, con la democrazia, avevo in mente tanti progetti. Ma subito tutto è svanito perchè proprio nel ‘91 è scoppiata la guerra».
«Durante il conflitto sono stato sempre a Sarajevo e in Bosnia Herzegovina - ci tiene a sottolineare -, ho girato tante volte in modo segreto perchè era molto pericoloso, lo ho fatto per dare coraggio ai miei sacerdoti e al mio popolo. Anche in questa città io ero quasi l'unico capo religioso rimasto, perchè tutti erano andati via. Ogni volta che parlavo pubblicamente contro la guerra, subito ricevevo qualche granata sul vescovado». Un aneddoto raccontato con il sorriso di chi l'ha scampata bella: «Una volta un mio sacerdote mi disse: arcivescovo... parla, parla, rimarrai senza testa, non solo senza casa. Era molto pericoloso parlare pubblicamente di verità e giustizia. Grazie a Dio sono rimasto vivo e sono sopravvissuto in modo quasi normale. Perchè non è facile sentire migliaia di granate sulla testa e rimanere normali».
«Mi si chiede che testimonianza può dare oggi la chiesa cattolica qui a Sarajevo? Durante la guerra - risponde il cardinale - un giornalista mi disse: l'unica cosa che funziona qui è la chiesa cattolica. I miei sacerdoti non sono stati santi ma coraggiosi, hanno testimoniato una speranza, hanno dato il coraggio per sopravvivere. Durante la guerra hanno aiutato tutti a livello non solo spirituale. Dopo la guerra, tanti sono ritornati e hanno cominciato a ricostruire tutto quello che era stato distrutto, ovvero quasi il 60 per cento della mia arcidiocesi».
Il cardinale Puljic è molto devoto a al beato Giovanni Paolo II che fortemente volle andare a Sarajevo durante l'assedio e che definì la capitale bosniaca la "Gerusalemme d'Europa". «La Gerusalemme d'Europa in realtà è da ricreare - ammette il porporato -. A settembre avremo il convegno con la San Egidio per costruire un clima positivo per la pace, la convivenza e la tolleranza. Siamo diversi, ma grazie a Dio non è peccato. Bisogna creare un clima per rispettare e collaborare, oggi la politica manipola la religione e questo è molto grave».
Qui a Sarajevo convivono minareti, campanili cattolici e ortodossi, sinagoghe: «Ogni gruppo vuole dare una testimonianza di presenza. Ogni moschea, ogni chiesa significa la nostra identità, chi siamo. I nostri profughi, quando tornano, prima di tutto vogliono ricostruire la chiesa, perchè la chiesa significa esistere per cattolici, ortodossi, la moschea per i musulmani. Il problema è che di fronte a tante moschee che crescono come funghi, io qui a Sarajevo da 13 anni aspetto il permesso per costruire una chiesa. Con la gente in strada non c'è problema. La gente ha simpatia per la chiesa cattolica; ortodossi, musulmani, ebrei ascoltano la nostra parola».
Federico Frighi
05/05/2012 Libertà
martedì 8 maggio 2012
Don Sciortino: la politica torni a pensare al bene comune
Una barca alla deriva con timonieri in grado di conoscere solo la rotta più prossima, senza sapere dove punterà la nave. E' questa, se non si interviene subito, l'Italia secondo don Antonio Sciortino, direttore di Famiglia Cristiana, ieri ospite alla Cattolica per il convegno "Educare i giovani alla giustizia e alla pace, le responsabilità di cittadini, media e istituzioni". Il convegno, organizzato dall'Università Cattolica del Sacro Cuore con il contributo dello Studio Commercialista Giuseppe Avella, è stato introdotto dal direttore di sede Mauro Balordi e dalla professoressa Claudia Mazzucato (docente di diritto penale).
Giovani sotto la lente dunque, quei giovani che oggi non sembrano al centro delle politiche italiane. «Nessuno sta programmando questo Paese - evidenzia don Sciortino -, presto lo capiremo. Noi parliamo tanto di giovani, questo Paese non investe sulle nuove generazioni. Perché negli altri stati a 40 anni si può governare e qui no? Dobbiamo cominciare a svecchiare l'Italia che si sta suicidando dal punto di vista demografico. Chi governa al massimo vede sino al 2013, non oltre. Ed abbiamo due milioni di giovani che non studiano nè lavorano». «Ci sono giovani che qui non cercano più il futuro - prosegue don Sciortino -. Si va all'estero e questo non fa problema per i governanti». Correlato è il sostegno alla famiglia: «La famiglia oggi non ha politiche che la sostengano. Spacciamo i bonus per aiuti ma non hanno nulla a che fa con una politica strutturale». «Il Papa chiama in causa le istituzioni e gli operatori della politica - sottolinea il direttore - ma oggi non c'è più il servizio al bene comune, quello inteso da Paolo VI. Noi qui insegnamo come arginare le leggi non come rispettarle. Ciò che ci deve preoccupare non é la crisi economica ma la crisi etica in cui siamo caduti».
«Dobbiamo educare i nostri giovani alla mondialità - esorta don Sciortino -, educare i giovani a considerare il mondo come un'unica famiglia umana. Quando parliamo di pace non possiamo non parlare di giustizia. Occorre una maggiore equità a livello mondiale».
Ancora: «Il nostro Paese sta ripetendo la disparità tra ricchi e poveri dei paesi del terzo mondo». Don Sciortino vede un'Italia arcobaleno: «Non c'è nessuna paura a far nascere moschee accanto alle chiese. Ma la vera religione non può che essere per la pace e per il dialogo. In questo modo si può crescere e le religioni hanno un ruolo determinante nella pacifica convivenza. Mi parlano del principio di reciprocità. Bisogna battersi perché oggi i cristiani nel mondo non vengano perseguitati, ma occorre battersi per la libertà religiosa di tutti. Nessuno può rinunciare alle proprie radici e il cammino dell'integrazione é la conoscenza e il rispetto reciproco».
D'altro canto Bendetto XVI, come sottolinea don Sciortino, affronta il fenomeno migratorio a partire dal concetto di persona: «Se ci battiamo per la vita di Eluana ci dobbiamo battere per la vita dell'ultimo straniero che arriva in Italia. Questo bisogna dirlo. Ci sarebbe bisogno che la Chiesa parlasse di più, non bisogna avere nessuna remora... altrimenti il silenzio é sospetto»
«Se vogliamo insegnare ai giovani dobbiamo renderli protagonisti responsabili del nostro tempo - evidenzia Flavio Lotti, Direttore del Coordinamento Nazionale degli Enti Locali per la Pace e i Diritti Umani -. Quando noi invochiamo il principio di responsabilità, é importante che si capisca che cosa si può fare in prima persona e che cosa si deve fare insieme. Nelle nostre città le tante culture presenti sono importanti per costruire pace e giustizia. Non c'è solo l'inquinamento da combattere ma anche la possibilità di costruire un pezzetto della pace e della giustizia nel mondo». Al termine dell'incontro è stata assegnata alla piacentina Silvia Corradi la borsa di studio "Giuseppe Avella".
Federico Frighi
04/05/2012 Libertà
Giovani sotto la lente dunque, quei giovani che oggi non sembrano al centro delle politiche italiane. «Nessuno sta programmando questo Paese - evidenzia don Sciortino -, presto lo capiremo. Noi parliamo tanto di giovani, questo Paese non investe sulle nuove generazioni. Perché negli altri stati a 40 anni si può governare e qui no? Dobbiamo cominciare a svecchiare l'Italia che si sta suicidando dal punto di vista demografico. Chi governa al massimo vede sino al 2013, non oltre. Ed abbiamo due milioni di giovani che non studiano nè lavorano». «Ci sono giovani che qui non cercano più il futuro - prosegue don Sciortino -. Si va all'estero e questo non fa problema per i governanti». Correlato è il sostegno alla famiglia: «La famiglia oggi non ha politiche che la sostengano. Spacciamo i bonus per aiuti ma non hanno nulla a che fa con una politica strutturale». «Il Papa chiama in causa le istituzioni e gli operatori della politica - sottolinea il direttore - ma oggi non c'è più il servizio al bene comune, quello inteso da Paolo VI. Noi qui insegnamo come arginare le leggi non come rispettarle. Ciò che ci deve preoccupare non é la crisi economica ma la crisi etica in cui siamo caduti».
«Dobbiamo educare i nostri giovani alla mondialità - esorta don Sciortino -, educare i giovani a considerare il mondo come un'unica famiglia umana. Quando parliamo di pace non possiamo non parlare di giustizia. Occorre una maggiore equità a livello mondiale».
Ancora: «Il nostro Paese sta ripetendo la disparità tra ricchi e poveri dei paesi del terzo mondo». Don Sciortino vede un'Italia arcobaleno: «Non c'è nessuna paura a far nascere moschee accanto alle chiese. Ma la vera religione non può che essere per la pace e per il dialogo. In questo modo si può crescere e le religioni hanno un ruolo determinante nella pacifica convivenza. Mi parlano del principio di reciprocità. Bisogna battersi perché oggi i cristiani nel mondo non vengano perseguitati, ma occorre battersi per la libertà religiosa di tutti. Nessuno può rinunciare alle proprie radici e il cammino dell'integrazione é la conoscenza e il rispetto reciproco».
D'altro canto Bendetto XVI, come sottolinea don Sciortino, affronta il fenomeno migratorio a partire dal concetto di persona: «Se ci battiamo per la vita di Eluana ci dobbiamo battere per la vita dell'ultimo straniero che arriva in Italia. Questo bisogna dirlo. Ci sarebbe bisogno che la Chiesa parlasse di più, non bisogna avere nessuna remora... altrimenti il silenzio é sospetto»
«Se vogliamo insegnare ai giovani dobbiamo renderli protagonisti responsabili del nostro tempo - evidenzia Flavio Lotti, Direttore del Coordinamento Nazionale degli Enti Locali per la Pace e i Diritti Umani -. Quando noi invochiamo il principio di responsabilità, é importante che si capisca che cosa si può fare in prima persona e che cosa si deve fare insieme. Nelle nostre città le tante culture presenti sono importanti per costruire pace e giustizia. Non c'è solo l'inquinamento da combattere ma anche la possibilità di costruire un pezzetto della pace e della giustizia nel mondo». Al termine dell'incontro è stata assegnata alla piacentina Silvia Corradi la borsa di studio "Giuseppe Avella".
Federico Frighi
04/05/2012 Libertà
Argomenti
don Antonio Sciortino
domenica 29 aprile 2012
Preti e Facebook, cosa buona e giusta
«Se fosse qualche cosa di negativo non mi sarei iscritto, certo va usato in modo intelligente e così può essere un'opportunità». Anche la Chiesa piacentina sdogana Facebook che, da trappola virtuale, diventa uno strumento per mantenere le relazioni sociali e anche per evangelizzare. A pensarla così è il vicario generale della diocesi di Piacenza-Bobbio, monsignor Giuseppe Illica, uno dei 26 sacerdoti diocesani con un profilo su Facebook. Una percentuale bassa se confrontata con il 20 per cento della ricerca di Cattolica e Università di Perugia (di cui parliamo nell'articolo sotto). Il dato piacentino, tuttavia, tiene solo parzialmente conto dei religiosi e delle religiose che in diocesi hanno invece numeri di rilievo, soprattutto tra Scalabriniani, Vincenziani e Scalabriniane. «Mi dà la possibilità di mantenermi in contatto con gli amici brasiliani conosciuti durante i miei anni di missione - continua il vicario generale -. Poi penso che sia bello fare gli auguri di compleanno ad una persona oppure leggere tutte le settimane un pensiero sulle letture domenicali postato da un amico prete». L'evangelizzazione, insomma, passa anche per il web. Ne sanno qualche cosa don Stefano Segalini, vice parroco di San Giuseppe Operaio, e don Celso Dosi, segretario del vescovo, che spesso e volentieri postano su Facebook pillole delle Sacre Scritture o preghiere particolari. C'è chi su Facebook è punto di riferimento di talmente tanti amici da risultare parroco, oltre che di una chiesa di mattoni e gente in carne ed ossa, anche di una parrocchia virtuale. Si veda, ad esempio, il caso di don Federico Tagliaferri, parroco del Preziosissimo Sangue: sono oltre 1.500 le sue "pecorelle virtuali". O chi mantiene i rapporti con la gente della sua vecchia parrocchia, come don Piero Lezoli, oggi a Vigolzone dopo tanti anni trascorsi in Val Taro. Quasi tutti postano le foto dei campi estivi o dei grest. E c'è chi non nasconde i propri interessi, come don Franco Sagliani (69 anni) che dice di essere appassionato di rock'n'roll. Una dimostrazione che la rete non è solo cosa da giovani. Forse il più anziano utilizzatore del web, tra le tonache piacentine, è monsignor Giovanni Vincini (74 anni) parroco di Fiorenzuola, seguito a ruota da monsignor Gian Piero Franceschini (73), parroco di San Savino, che con il social network mantiene i rapporti con i missionari piacentini. Se si eccettua, naturalmente, il cardinale Ersilio Tonini che, a quasi 98 anni, nei giorni scorsi ha aperto un profilo personale (almeno pare sia lui). Su Facebook anche la pagina pubblica del vescovo Gianni Ambrosio così come quella del vescovo Luciano Monari. Tra i seminaristi del Collegio Alberoni, don Alessandro Mazzoni che a giugno diventerà prete diocesano. Capitolo religiosi e religiose. Hanno un profilo Facebook, tra gli altri, padre Secondo Ballati, rettore e guardiano di Santa Maria di Campagna, suor Lina Guzzo, provinciale delle Scalabriniane, suor Rosa Cassinari, missionaria in Albania con le Figlie del Sacro Cuore di Gesù.
Federico Frighi
10/04/2012 Libertà
Federico Frighi
10/04/2012 Libertà
Santi e lotterie non vanno d'accordo
Santi e lotterie non vanno d'accordo, soprattutto se di mezzo c'è il patrono, Sant'Antonino. Così gli organizzatori della 10ª Lotteria del Cuore hanno fatto un passo indietro: annullata la presentazione di questa mattina con il nuovo logo e bloccata la stampa dei biglietti. La lotteria pro Unicef con estrazione dei premi il prossimo 4 luglio non si chiamerà più Lotteria di Sant'Antonino, come previsto nella presentazione di questa mattina, ma conserverà il proprio nome originario.
La scelta di evocare il santo patrono su una lotteria, pur benefica, ha infatti dato origine a perplessità negli ambienti ecclesiastici piacentini che solo ieri mattina, a 24 ore dalla presentazione dell'iniziativa, hanno appreso la notizia. Una serie di telefonate e uno scambio di mail poi il parroco della basilica, don Giuseppe Basini, spiega in prima persona a Pietro Perotti, uno degli organizzatori della Scuola di Polizia, le perplessità nate con la nuova denominazione. «Pur apprezzando l'iniziativa con finalità oltretutto benefiche più che scontate - evidenzia il parroco - legare il nome del santo patrono ad una lotteria ci sembra che non aiuti a percepire la strada che abbiamo scelto di percorrere in questi ultimi anni: ovvero riportare l'attenzione della comunità cattolica piacentina su Sant'Antonino, riproponendo la sua figura all'interno di un percorso di carattere devozionale, formativo e culturale». Va bene la fiera, ma legare il nome del santo ad una lotteria sembra dunque inopportuno. In diocesi ci sono stati altri casi del genere ma con radici che affondano nella tradizione. Qui invece si trattava di creare qualche cosa ex novo. Da qui la riflessione del parroco della basilica che è stata prontamente raccolta dagli organizzatori; i quali, non solo hanno messo in evidenza la loro buona fede, ma in spirito di collaborazione hanno deciso di fare un passo indietro.
«E' stata una scelta fatta in assoluta buona fede quella di ricorrere al patrono della città di Piacenza per rendere ancor più importante e significativa questa lotteria a favore dell'Unicef che accompagna la Placentia Marathon per il suo decimo anno conscutivo» spiega Perotti. Il nome del santo era finito su ogni biglietto e il manifesto pubblicitario riportava sullo sfondo la sagoma della basilica patronale. «Non volevamo appropriarci della figura di Sant'Antonino - continua Perotti - e devo dire che ci era anche venuto uno scrupolo all'ultimo momento, tanto che abbiamo contattato il nostro cappellano, quello della Polizia di Stato, ma alla fine avevamo deciso di tenere il nome del santo. Ora torniamo alla nostra denominazione originaria».
Federico Frighi
19/04/2012 Libertà
La scelta di evocare il santo patrono su una lotteria, pur benefica, ha infatti dato origine a perplessità negli ambienti ecclesiastici piacentini che solo ieri mattina, a 24 ore dalla presentazione dell'iniziativa, hanno appreso la notizia. Una serie di telefonate e uno scambio di mail poi il parroco della basilica, don Giuseppe Basini, spiega in prima persona a Pietro Perotti, uno degli organizzatori della Scuola di Polizia, le perplessità nate con la nuova denominazione. «Pur apprezzando l'iniziativa con finalità oltretutto benefiche più che scontate - evidenzia il parroco - legare il nome del santo patrono ad una lotteria ci sembra che non aiuti a percepire la strada che abbiamo scelto di percorrere in questi ultimi anni: ovvero riportare l'attenzione della comunità cattolica piacentina su Sant'Antonino, riproponendo la sua figura all'interno di un percorso di carattere devozionale, formativo e culturale». Va bene la fiera, ma legare il nome del santo ad una lotteria sembra dunque inopportuno. In diocesi ci sono stati altri casi del genere ma con radici che affondano nella tradizione. Qui invece si trattava di creare qualche cosa ex novo. Da qui la riflessione del parroco della basilica che è stata prontamente raccolta dagli organizzatori; i quali, non solo hanno messo in evidenza la loro buona fede, ma in spirito di collaborazione hanno deciso di fare un passo indietro.
«E' stata una scelta fatta in assoluta buona fede quella di ricorrere al patrono della città di Piacenza per rendere ancor più importante e significativa questa lotteria a favore dell'Unicef che accompagna la Placentia Marathon per il suo decimo anno conscutivo» spiega Perotti. Il nome del santo era finito su ogni biglietto e il manifesto pubblicitario riportava sullo sfondo la sagoma della basilica patronale. «Non volevamo appropriarci della figura di Sant'Antonino - continua Perotti - e devo dire che ci era anche venuto uno scrupolo all'ultimo momento, tanto che abbiamo contattato il nostro cappellano, quello della Polizia di Stato, ma alla fine avevamo deciso di tenere il nome del santo. Ora torniamo alla nostra denominazione originaria».
Federico Frighi
19/04/2012 Libertà
sabato 7 aprile 2012
Ambrosio: nei preti si veda lo sguardo di Dio
"Chi vede Lui, vede il Padre e scopre se stesso, la sua identità, la sua missione. Più è fisso il nostro sguardo su di Lui, più diventiamo consapevoli di una verità consolante: siamo preceduti dallo sguardo di Cristo, i suoi occhi sono fissi su di noi, su ciascuno di noi e su tutti noi uniti nello stesso presbiterio". Lo ha detto il vescovo Gianni Ambrosio durante la messa crismale del Giovedì Santo al clero riunito nella cattedrale di Piacenza. "Questa reciprocità dello sguardo è vitale per noi: non è solo all’origine della nostra vocazione e missione di pastori chiamati a seguire l’unico vero pastore, ma è la condizione per continuare nella gioia ad essere ministri ordinati di Cristo sacerdote, è la garanzia di poter essere un presbiterio che vive in unità per il bene del popolo di Dio che gli è stato affidato".
venerdì 6 aprile 2012
L'arcivescovo di Sarajevo a Piacenza per Sant'Antonino
Sarà l'arcivescovo di Sarajevo, il cardinale Vinko Puljic, il testimone di pace e di dialogo invitato dalla parrocchia di Sant'Antonino per le celebrazioni del santo patrono il prossimo 4 luglio. Da qualche anno a questa parte, il giorno della festa viene preceduto dalle cosiddette Celebrazioni Antoniniane, occasione di riflessione per la città sul valore della cittadinanza e dell'essere cittadini. Dopo gli inviti a Piacenza a Ernesto Olivero, ai vescovi Luciano Monari, Piero Marini, Luigi Bettazzi, al cardinale Ersilio Tonini, solo per citare alcuni testimoni, quest'anno la scelta è caduta sull'arcivescovo di Sarajevo, il cardinale Vinko Puljic.
«Quest'anno cade il 20esimo anniversario della guerra che ha sconvolto l'ex Jugoslavia - spiega don Giuseppe Basini, parroco di Sant'Antonino - con l'assedio di Sarajevo, il più lungo e forse più sanguinoso della storia moderna. Il cardinale Puljic ha vissuto direttamente questa realtà di violenza ed è diventato punto di riferimento per i cattolici di Bosnia-Erzegovina, stimato da musulmani, ortodossi ed ebrei sul territorio di Sarajevo. Da allora è un testimone di pace e di dialogo, nonostante la comunità cattolica di Sarajevo viva oggi in una condizione di minoranza e discriminazione». «Il cardinale Puljic viene a Piacenza proprio per chiedere che l'Europa non si dimentichi di questa terra (la Bosnia-Erzegovina con la città di Sarajevo) che può diventare anche per altri paesi del rispetto delle differenze e delle minoranze, tema quanto mai attuale in questi giorni». Importante sottolineare come la venuta a Piacenza del cardinale Puljic sia resa possibile anche grazie all'interessamento della comunità bosniaca piacentina, tra l'altro, in maggioranza musulmana; in particolare dal coordinatore della Diaspora bosniaca in Italia e presidente di "BiH Oltre i confini", il piacentino Medaga Hodzic. Il cardinale Vinko Puljic parlerà ai piacentini martedì 3 luglio alle ore 21 nella Sala dei Teatini intervistato dal direttore di Libertà, Gaetano Rizzuto. Il giorno successivo presiederà la solenne celebrazione patronale con il vescovo Gianni Ambrosio.
Recentemente, in occasione del 20° anniversario dell'inizio del tragico assedio alla città di Sarajevo, la diocesi di Terni-Narni ha assegnato al cardinale il prestigioso premio annuale di San Valentino per il suo costante impegno a favore della pace svolto nel corso della drammatica guerra balcanica (1992-1995). Il cardinale Puljic, 66 anni, eletto alla sede arcivescovile bosniaca solo un anno prima che iniziasse il conflitto e creato cardinale da Giovanni Paolo II nel 1994, dunque in piena guerra, si è distinto in quegli anni duri per gli accorati appelli di pace e di difesa dei diritti inalienabili della persona umana, rischiando anche la vita. E' un vescovo che si è speso perché uomini e donne di tradizioni e confessioni diverse potessero vivere insieme in una terra ricca di fede, storia e antiche memorie e che ha testimoniato con la vicinanza alla popolazione il Vangelo della pace e dell'amore. «Un cristiano che ha combattuto per la pace - come ha sottolineato nella motivazione del premio il vescovo di Terni, Vincenzo Paglia -, senza armi ma con la fede, senza mezzi se non quelli della testimonianza e della predicazione»
Federico Frighi
23/03/2012 Libertà
«Quest'anno cade il 20esimo anniversario della guerra che ha sconvolto l'ex Jugoslavia - spiega don Giuseppe Basini, parroco di Sant'Antonino - con l'assedio di Sarajevo, il più lungo e forse più sanguinoso della storia moderna. Il cardinale Puljic ha vissuto direttamente questa realtà di violenza ed è diventato punto di riferimento per i cattolici di Bosnia-Erzegovina, stimato da musulmani, ortodossi ed ebrei sul territorio di Sarajevo. Da allora è un testimone di pace e di dialogo, nonostante la comunità cattolica di Sarajevo viva oggi in una condizione di minoranza e discriminazione». «Il cardinale Puljic viene a Piacenza proprio per chiedere che l'Europa non si dimentichi di questa terra (la Bosnia-Erzegovina con la città di Sarajevo) che può diventare anche per altri paesi del rispetto delle differenze e delle minoranze, tema quanto mai attuale in questi giorni». Importante sottolineare come la venuta a Piacenza del cardinale Puljic sia resa possibile anche grazie all'interessamento della comunità bosniaca piacentina, tra l'altro, in maggioranza musulmana; in particolare dal coordinatore della Diaspora bosniaca in Italia e presidente di "BiH Oltre i confini", il piacentino Medaga Hodzic. Il cardinale Vinko Puljic parlerà ai piacentini martedì 3 luglio alle ore 21 nella Sala dei Teatini intervistato dal direttore di Libertà, Gaetano Rizzuto. Il giorno successivo presiederà la solenne celebrazione patronale con il vescovo Gianni Ambrosio.
Recentemente, in occasione del 20° anniversario dell'inizio del tragico assedio alla città di Sarajevo, la diocesi di Terni-Narni ha assegnato al cardinale il prestigioso premio annuale di San Valentino per il suo costante impegno a favore della pace svolto nel corso della drammatica guerra balcanica (1992-1995). Il cardinale Puljic, 66 anni, eletto alla sede arcivescovile bosniaca solo un anno prima che iniziasse il conflitto e creato cardinale da Giovanni Paolo II nel 1994, dunque in piena guerra, si è distinto in quegli anni duri per gli accorati appelli di pace e di difesa dei diritti inalienabili della persona umana, rischiando anche la vita. E' un vescovo che si è speso perché uomini e donne di tradizioni e confessioni diverse potessero vivere insieme in una terra ricca di fede, storia e antiche memorie e che ha testimoniato con la vicinanza alla popolazione il Vangelo della pace e dell'amore. «Un cristiano che ha combattuto per la pace - come ha sottolineato nella motivazione del premio il vescovo di Terni, Vincenzo Paglia -, senza armi ma con la fede, senza mezzi se non quelli della testimonianza e della predicazione»
Federico Frighi
23/03/2012 Libertà
martedì 27 marzo 2012
Suor Leonella, piccoli santi senza aureola
Piccoli santi senza aureola. Suor Leonella Sgorbati era uno di questi. Nella giornata dei missionari martiri è stata ricordata a Piacenza con una serie di iniziative.
«Suor Leonella sentiva che sarebbe stata chiamata al martirio, aveva come l'intuizione. Percepiva che l'ambiente era ostile alla presenza di realtà diverse. Tuttavia andava avanti vivendo la sua vita assieme alla gente». E' suor Renata Conti, la religiosa incaricata dalle Missionarie della Consolata di raccogliere il materiale per la causa di beatificazione, a spiegare come i martiri di oggi siano gente comune, senza atti di eroismo, ma con il grande merito di aver vissuto fino in fondo la loro vita assieme agli altri. Così ha vissuto suor Leonella Sgorbati, la missionaria piacentina assassinata il 17 novembre del 2006 a Mogadiscio, ricordata ieri sera nella sala dei Teatini nelle giornate per i missionari martiri. La serata, organizzata dall'Ufficio Missionario diocesano e da Il Nuovo Giornale, è stata condotta dalla giornalista del settimale diocesano, Barbara Sartori. Ad aprire, i saluti dell'assessore alle politiche sociali del Comune di Piacenza, Giovanna Palladini, e del direttore dell'Ufficio Missionario, monsignor Giampiero Franscheschini. Ci si chiede se suor Leonella, di fronte al pericolo, avesse pensato di fare un passo indietro. «La nostra vocazione è ad gentes, per tutta la vita, sarebbe stata un rinnegarla - spiega suor Renata Conti a margine del convegno -; anche se suor Leonella non ha cercato il martirio. Il giorno in cui il Signore glielo ha offerto, lo ha accolto. Tutti erano consapevoli del rischio che si correva in Somalia, ma hanno scelto di rimanere con la gente». E le tre parole finali "Perdono, perdono, perdono" pronunciate prima di morire, vanno lette proprio in tale contesto: la forza e il coraggio di perdonare coloro che in quei luoghi erano ostili arrivando ad uccidere.
«Quando incontravi suor Leonella - ricorda suor Giacinta, originaria del Kenya - erano momenti di piena vita, sentivi respirare aria di libertà. Era come una grande mamma che si prendeva cura dei suoi tanti figli. Capiva i bisogni delle persone che aveva accanto»
Per suor Maria Teresa Ratti, comboniana, ricordare suor Leonella «è onorare il passato per guardare con fiducia al futuro. In Africa ci hanno insegnato l'importanza di onorare gli antenati e il fatto che una volta nati non si muore più». «Il martire - continua la suora giornalista di Comboni Fem - è quella persona che nella sua vita riecheggia quelle che sono state le azioni e le gesta di Gesù. Noi abbiamo bisogno di queste persone che oggi, senza misura, si mettono a disposizione della buona novella per la costruzione di un'umanità nel segno del regno di Dio».
Al missionario piacentino in Bangladesh padre Francesco Rapacioli (oggi è rettore del seminario del Pime a Monza) il compito di inquadrare il nuovo ruolo della missione. «Occorre cambiare il nostro approccio alla missione - si dice convinto -. Una volta la modaltà era quella di andare e fare tabula rasa predicando unilateralmente a persone che devono ricevere tutto. Oggi i non cristiani sono persone che appartengono ad altre comunità: islamica, indù, buddhista, taoista e via dicendo. Oggi occorre raccogliere tutto ciò che c'è di vero, di autentico in queste culture e condividere e annunciare il Vangelo. Quando il dialogo che è funzionale alla comunicazione e all'ascolto della loro tradizione, quando il dialogo si interrompe allora accade il martirio, come con suor Leonella. Nonostante il suo atteggiamento positivo, paradossalmente c'è stata una chiusura da parte di tanti che non vogliono missionari cristiani in terra islamica».
Questo pomeriggio, alle ore 18, nella basilica di Sant'Antonino, il vescovo Gianni Ambrosio celebra la messa durante la quale saranno ricordati tutti i missionari uccisi nello svolgimento del loro ministero.
Federico Frighi
24/03/2012 Libertà
«Suor Leonella sentiva che sarebbe stata chiamata al martirio, aveva come l'intuizione. Percepiva che l'ambiente era ostile alla presenza di realtà diverse. Tuttavia andava avanti vivendo la sua vita assieme alla gente». E' suor Renata Conti, la religiosa incaricata dalle Missionarie della Consolata di raccogliere il materiale per la causa di beatificazione, a spiegare come i martiri di oggi siano gente comune, senza atti di eroismo, ma con il grande merito di aver vissuto fino in fondo la loro vita assieme agli altri. Così ha vissuto suor Leonella Sgorbati, la missionaria piacentina assassinata il 17 novembre del 2006 a Mogadiscio, ricordata ieri sera nella sala dei Teatini nelle giornate per i missionari martiri. La serata, organizzata dall'Ufficio Missionario diocesano e da Il Nuovo Giornale, è stata condotta dalla giornalista del settimale diocesano, Barbara Sartori. Ad aprire, i saluti dell'assessore alle politiche sociali del Comune di Piacenza, Giovanna Palladini, e del direttore dell'Ufficio Missionario, monsignor Giampiero Franscheschini. Ci si chiede se suor Leonella, di fronte al pericolo, avesse pensato di fare un passo indietro. «La nostra vocazione è ad gentes, per tutta la vita, sarebbe stata un rinnegarla - spiega suor Renata Conti a margine del convegno -; anche se suor Leonella non ha cercato il martirio. Il giorno in cui il Signore glielo ha offerto, lo ha accolto. Tutti erano consapevoli del rischio che si correva in Somalia, ma hanno scelto di rimanere con la gente». E le tre parole finali "Perdono, perdono, perdono" pronunciate prima di morire, vanno lette proprio in tale contesto: la forza e il coraggio di perdonare coloro che in quei luoghi erano ostili arrivando ad uccidere.
«Quando incontravi suor Leonella - ricorda suor Giacinta, originaria del Kenya - erano momenti di piena vita, sentivi respirare aria di libertà. Era come una grande mamma che si prendeva cura dei suoi tanti figli. Capiva i bisogni delle persone che aveva accanto»
Per suor Maria Teresa Ratti, comboniana, ricordare suor Leonella «è onorare il passato per guardare con fiducia al futuro. In Africa ci hanno insegnato l'importanza di onorare gli antenati e il fatto che una volta nati non si muore più». «Il martire - continua la suora giornalista di Comboni Fem - è quella persona che nella sua vita riecheggia quelle che sono state le azioni e le gesta di Gesù. Noi abbiamo bisogno di queste persone che oggi, senza misura, si mettono a disposizione della buona novella per la costruzione di un'umanità nel segno del regno di Dio».
Al missionario piacentino in Bangladesh padre Francesco Rapacioli (oggi è rettore del seminario del Pime a Monza) il compito di inquadrare il nuovo ruolo della missione. «Occorre cambiare il nostro approccio alla missione - si dice convinto -. Una volta la modaltà era quella di andare e fare tabula rasa predicando unilateralmente a persone che devono ricevere tutto. Oggi i non cristiani sono persone che appartengono ad altre comunità: islamica, indù, buddhista, taoista e via dicendo. Oggi occorre raccogliere tutto ciò che c'è di vero, di autentico in queste culture e condividere e annunciare il Vangelo. Quando il dialogo che è funzionale alla comunicazione e all'ascolto della loro tradizione, quando il dialogo si interrompe allora accade il martirio, come con suor Leonella. Nonostante il suo atteggiamento positivo, paradossalmente c'è stata una chiusura da parte di tanti che non vogliono missionari cristiani in terra islamica».
Questo pomeriggio, alle ore 18, nella basilica di Sant'Antonino, il vescovo Gianni Ambrosio celebra la messa durante la quale saranno ricordati tutti i missionari uccisi nello svolgimento del loro ministero.
Federico Frighi
24/03/2012 Libertà
domenica 25 marzo 2012
Caritas di Piacenza-Bobbio modello in Italia
La Caritas diocesana di Piacenza-Bobbio fa scuola in Italia e in Europa. La struttura piacentina è stata scelta, tra le diocesi del Nord Italia, come sede del percorso di formazione base per i direttori delle Caritas.
Da domenica 25 a mercoledì 28 marzo cinquantacinque direttori provenienti da diocesi italiane e straniere visiteranno le strutture piacentine e ascolteranno progetti e esperienze locali.
«Sono molto orgoglioso della scelta di Piacenza-Bobbio - fa sapere il direttore piacentino Giuseppe Chiodaroli -. Vuol dire che il nostro lavoro al fianco degli ultimi è stato premiato. Una delle motivazioni della scelta di Piacenza-Bobbio è, tra l'altro, l'ottimo rapporto che la Caritas ha con il territorio locale». «Per noi sarà anche un utile momento di confronto - evidenzia - con le esperienze delle altre Caritas».
Direttori e operatori soggiorneranno nel centro pastorale della Bellotta, a Pontenure. Domenica pomeriggio 25 marzo sono previsti gli arrivi e, in serata, la visione del cortometraggio sui senza fissa dimora "Alla fine dei sogni" realizzato dalla Caritas diocesana di Piacenza-Bobbio. Nella mattinata di lunedì 26 marzo, sempre alla Bellotta, il saluto del vescovo Gianni Ambrosio e la presentazione dello stato della diocesi a cura del vicario generale monsignor Giuseppe Illica. Nel pomeriggio la presentazione della Caritas diocesana di Piacenza-Bobbio da parte del direttore Giuseppe Chiodaroli, della presidente dell'Associazione Carmen Cammi, Anita Natali, e del presidente della Fondazione Caritas, Franco Milani. A seguire la presentazione dell'area Promozione Caritas con il suo responsabile Massimo Magnaschi ed Edina Rigolli. I direttori si trasferiranno poi nel Centro pastorale Scalabrini di Fiorenzuola e visiteranno la Caritas parrocchiale della cittadina valdardese. Martedì 27 marzo, in mattinata, la presentazione dell'area Promozione mondialità, con il responsabile Francesco Millione e Rita Casalini, e dell'area Promozione umana, con il responsabile Francesco Argirò e Cristina Marchi. Nel pomeriggio trasferimento a Piacenza per la visita alla Caritas di via Giordani, al dormitorio, al centro di ascolto, al punto di ascolto anziani e al centro il Samaritano. Poi la visita alla città con il saluto del sindaco Roberto Reggi e la messa in Sant'Antonino. Alle 18 e 45 un momento musicale in basilica con il gruppo folk Enerbia e, a seguire, la cena alla mensa della fraternità. Mercoledì 28 marzo, ultimo giorno di permanenza delle delegazioni a Piacenza, un momento di confronto con l'équipe della Caritas diocesana di Piacenza-Bobbio.
Federico Frighi
15/03/2012 Libertà
Da domenica 25 a mercoledì 28 marzo cinquantacinque direttori provenienti da diocesi italiane e straniere visiteranno le strutture piacentine e ascolteranno progetti e esperienze locali.
«Sono molto orgoglioso della scelta di Piacenza-Bobbio - fa sapere il direttore piacentino Giuseppe Chiodaroli -. Vuol dire che il nostro lavoro al fianco degli ultimi è stato premiato. Una delle motivazioni della scelta di Piacenza-Bobbio è, tra l'altro, l'ottimo rapporto che la Caritas ha con il territorio locale». «Per noi sarà anche un utile momento di confronto - evidenzia - con le esperienze delle altre Caritas».
Direttori e operatori soggiorneranno nel centro pastorale della Bellotta, a Pontenure. Domenica pomeriggio 25 marzo sono previsti gli arrivi e, in serata, la visione del cortometraggio sui senza fissa dimora "Alla fine dei sogni" realizzato dalla Caritas diocesana di Piacenza-Bobbio. Nella mattinata di lunedì 26 marzo, sempre alla Bellotta, il saluto del vescovo Gianni Ambrosio e la presentazione dello stato della diocesi a cura del vicario generale monsignor Giuseppe Illica. Nel pomeriggio la presentazione della Caritas diocesana di Piacenza-Bobbio da parte del direttore Giuseppe Chiodaroli, della presidente dell'Associazione Carmen Cammi, Anita Natali, e del presidente della Fondazione Caritas, Franco Milani. A seguire la presentazione dell'area Promozione Caritas con il suo responsabile Massimo Magnaschi ed Edina Rigolli. I direttori si trasferiranno poi nel Centro pastorale Scalabrini di Fiorenzuola e visiteranno la Caritas parrocchiale della cittadina valdardese. Martedì 27 marzo, in mattinata, la presentazione dell'area Promozione mondialità, con il responsabile Francesco Millione e Rita Casalini, e dell'area Promozione umana, con il responsabile Francesco Argirò e Cristina Marchi. Nel pomeriggio trasferimento a Piacenza per la visita alla Caritas di via Giordani, al dormitorio, al centro di ascolto, al punto di ascolto anziani e al centro il Samaritano. Poi la visita alla città con il saluto del sindaco Roberto Reggi e la messa in Sant'Antonino. Alle 18 e 45 un momento musicale in basilica con il gruppo folk Enerbia e, a seguire, la cena alla mensa della fraternità. Mercoledì 28 marzo, ultimo giorno di permanenza delle delegazioni a Piacenza, un momento di confronto con l'équipe della Caritas diocesana di Piacenza-Bobbio.
Federico Frighi
15/03/2012 Libertà
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