domenica 22 agosto 2010

Diocesi, settembre mese di nomine

Tempo di nomine nel prossimo mese di settembre nella chiesa piacentina. Non sarà una rivoluzione e nemmeno una serie di giri di valzer, ma solo una scossa di assestamento che interesserà alcune parrocchie della città. Di seguito l'articolo scritto questa settimana su Libertà.


Settembre caldo per la diocesi di Piacenza-Bobbio nelle parrocchie della città. All'orizzonte si profila un giro di valzer che verrà ufficializzato nei primi giorni del mese prossimo, probabilmente venerdì 3 o venerdì 10, proprio (quest'ultima data) in concomitanza con il convegno pastorale diocesano alla Bellotta di Pontenure. Il primo nodo da sciogliere è quello della parrocchia di San Sisto. Il vescovo Gianni Ambrosio accetterà ufficialmente le dimissioni dell'ottantenne don Giuseppe Formaleoni quando saprà chi mandare come successore. Tra i papabili monsignor Giuseppe Busani (già impegnato, però, nella missione popolare) e don Roberto Mazzari, parroco di Tarsogno ed ex segretario del vescovo Enrico Manfredini. Poi la questione di Sant'Antonio dove don Giuseppe Segalini potrebbe lasciare il posto all'attuale curato don Fabio Galli.
Sul tavolo c'è poi la Santissima Trinità. Qui i nodi sono due: stante il trasferimento di don Fabio Battiato a Borgonovo, dovrebbe venire ufficializzata la sua sostituzione con il giovane don Valerio Picchioni, l'unica nuova tonaca uscita quest'anno. Bloccato, invece, il cambio di parroco. Monsignor Riccardo Alessandrini, giunto al termine del proprio mandato novennale, non è stato ancora riconfermato.
Infine le tre parrocchie la cui guida pastorale è interamente retta da sacerdoti ultraottantenni: San Corrado con don Pietro Petrilli (86 anni), San Giovanni in Canale con don Cesare Ceruti (81 anni), Sant'Eufemia con monsignor Pietro Casella (80 anni). L'intendimento del vescovo Ambrosio, da quanto lasciato vedere in questi primi anni di governo, è quello di mantenere al proprio posto tutti i sacerdoti (salvo casi particolari) fino a quando le condizioni di salute lo consentono.
Ma la voce più clamorosa riguarda il nuovo vescovo di Cesena-Sarsina. Contro ogni previsione e tradizione sembra proprio che vi sia anche un piacentino nella terna dalla quale il Papa (o chi per lui) starebbe per scegliere. Com'è noto, Cesena-Sarsina è senza presule dallo scorso mese di marzo, quando il vecchio vescovo, il piacentino monsignor Antonio Lanfranchi, ha fatto ingresso a Modena, dopo essere stato promosso ad arcivescovo-abate di Modena-Nonantola. Attualmente monsignor Lanfranchi è anche l'amministratore apostolico della diocesi di Cesena-Sarsina, dunque una sorta di vescovo reggente in attesa che il Vaticano nomini il successore. Va detto che è prassi non coinvolgere nelle consultazioni il vescovo uscente, così come che, di solito, si evita di mandare in uno stesso posto due vescovi consecutivi provenienti dalla stessa diocesi. Tuttavia, i tempi lunghi per la nomina a Cesena-Sarsina, i lunghi incontri con alcuni sacerdoti durante la vacanza piacentina dell'arcivescovo Lanfranchi, insistenti voci di corridoio farebbero optare per l'inserimento di un piacentino nella terna romagnola: monsignor Lino Ferrari e monsignor Giuseppe Busani in testa. Se ne saprà di più la prossima settimana.
fed. fri.

Libertà, 20 agosto 2010

sabato 21 agosto 2010

In Duomo tornano i turisti d'agosto

Nel Duomo di Piacenza sono tornati i turisti d'agosto. Singoli, coppie, famigliole con la guida spianata, alla ricerca delle opere d'arte contenute nella bella cattedrale romanica. Un'apparizione miracolosa o un segnale che forse vale la pena di investire nella cultura riprendendo in mano il progetto del museo diocesano aggiornandolo ai tempi odierni? Sicuramente materia per una riflessione pacata e costruttiva. Sotto riportiamo l'articolo scritto su Libertà.


(fri) In Duomo tornano i turisti d'agosto. In particolare per Ferragosto, nella chiesa madre della diocesi, è stato notato un aumento di visite come non si è visto, ad esempio, lo scorso anno nel medesimo periodo. A confermarlo è Tiziano Fermi, presidente di Domus Justinae, l'associazione che raggruppa i volontari della cattedrale. «Gli anni scorsi il Ferragosto era quasi deserto e, nonostante il Duomo fosse aperto, non abbiamo visto praticamente nessuno - spiega Fermi -. Quest'anno il panorama è cambiato. Soprattutto nel pomeriggio di Ferragosto, in Duomo si sono viste diverse persone. Non gruppi organizzati, bensì singoli, coppie, famiglie; molti con le guide verdi del Touring Club Italiano sotto braccio». Si tratta, dunque, di turisti in gran parte italiani, che arrivano a Piacenza per una visita mordi e fuggi e tra le bellezze della città includono, appunto, la cattedrale. «Sono autonomi e non hanno bisogno di assistenza o di guide - continua il presidente di Domus Justinae - utilizzano per lo più il percorso didascalico che c'è all'interno della chiesa». C'è chi rimane soddisfatto tanto da portarsi a casa un ricordo del monumento. «Ci sono state chieste diverse guide della cattedrale, soprattutto quelle grandi, con le foto - rivela Fermi -. E' sempre molto richiesta anche la serie delle otto cartoline in bianco e nero che riproduce le formelle del Duomo. Sono quasi in esaurimento e presto dovremo rifarle. Hanno ormai una decina d'anni. A disposizione dei turisti ci sono anche le riproduzioni in terracotta delle formelle, realizzate dalla cooperativa il Faro». Del tutto inutilizzate le due vecchie postazioni audio che funzionano a monetine: «Sono ormai obsolete e stiamo pensando di sostituirle con strumenti adeguati tipo i monitor presenti nella cattedrale di Firenze. Il problema, come sempre, è il prezzo. Costano intorno ai 7mila euro, una cifra per noi impensabile».

Libertà, 20 agosto 2010

domenica 15 agosto 2010

Tempo di Ramadan, mese sacro per i musulmani

E' iniziato da poco il Ramadan, il mese sacro per i musulmani. A Piacenza e provincia sono circa 10mila i fedeli all'Islam. C'è di tutto: dai musulmani ultra moderati agli ultra conservatori. Il problema più grande è l'assenza dei luoghi di preghiera. Manca una moschea. La comunità locale, per questo motivo, si è divisa in due "parrocchie": chi è stanco di aspettare e si è preso un capannone, chi invece persegue la strada della diplomazia e del dialogo con le istituzioni ed ha affittato una palestra in attesa che i frutti maturino. Sotto, i tre articoli usciti su Libertà in cui abbiamo tentato di fare il punto.


Il Ramadan per un Islam unito


E' iniziato ufficialmente ieri il Ramadan anche per la comunità islamica piacentina. Il mese sacro per i musulmani ha visto ieri sera alle ore 22 l'appuntamento con la prima interruzione del digiuno e la successiva preghiera. I fedeli si sono trovati nelle due pseudo-moschee cittadine: il capannone di via Portapuglia e la palestra della scuola Mazzini, presa in affitto dal gruppo che fa capo a Torrione Fodesta. Le due "parrocchie di Allah" fanno da punto di riferimento per la comunità islamica piacentina che si è divisa dal marzo del 2009 proprio a causa della mancanza di una moschea ufficiale. Una linea attendista e speranzosa, quella dell'imam Mohamed Shemis che guida il gruppo di Torrione Fodesta; l'altra più dura e risoluta, quella del gruppo che, stanco di attendere, ha scelto di aprire un proprio centro di preghiera sulla Caorsana. Ieri l'altro, da queste colonne, l'imam storico di Piacenza, l'egiziano Shemis, ha lanciato un messaggio forte e chiaro. «Faremo di tutto perché questo Ramadan sia l'ultimo che passiamo in una palestra» ha annunciato. E, come diretta conseguenza, ha reso nota la volontà di acquisire una struttura che potrebbe anche essere Torrione Fodesta, oggi gestito dal Comune ma di proprietà del Demanio. Se dovesse rientrare nei beni dismissibili trasmessi dallo Stato alle amministrazioni locali è sicuro che un acquirente ci sarebbe già: gli attuali inquilini.
Ieri l'imam ha lanciato due nuovi messaggi. Il primo ancora sulla moschea: «Cerchiamo una struttura in affitto o da comperare per realizzarci sopra un centro islamico aperto a tutti. Siamo anche disposti a costruirlo, naturalmente se c'è l'area giusta. Avrà un impatto moderato». Nessun'intenzione di fare cupole o minareti, dunque, ma una costruzione normalissima che però deve avere una sala di 300 metri quadrati. «Vogliamo essere tutti uniti - è il secondo appello di Shemis - una sola grande comunità di musulmani che fa riferimento ad un unico luogo di preghiera. Speriamo che questo Ramadan, questo mese di purificazione esteriore e interiore ci aiuti».
ln tutta la provincia di Piacenza la popolazione straniera residente è di poco più di 26mila persone. La comunità più numerosa è quella di religione musulmana. E' formata da 2.500 marocchini, 190 algerini, 550 tunisini, quasi 400 egiziani, 140 eritrei, 40 turchi. A costoro vanno sommati quasi 800 bosniaci, 3.600 albanesi, 350 senegalesi, 260 nigeriani, 200 ivoriani, 300 del Burkina Faso; tutti questi ultimi sono paesi a maggioranza musulmana. In totale (comprese le poche unità provenienti da altri paesi musulmani) in tutta la provincia di Piacenza ci sono circa diecimila fedeli all'Islam.
Federico Frighi


Libertà, 12/08/2010

L'imam: vogliamo comprare Torrione Fodesta


Ha sempre giocato a carte scoperte Mohamed Shemis, l'egiziano che guida la storica comunità musulmana di Piacenza. Lo fa anche questa volta alla vigilia del Ramadan che inizierà questa sera, dopo il tramonto, nella palestra della scuola Mazzini. «Questo deve essere l'ultimo Ramadan che celebriamo in una palestra - si pone come obiettivo l'imam - dal prossimo anno vogliamo fare in modo che la comunità musulmana possa avere un luogo adeguato per pregare».
Dal prossimo anno infatti non esisterà più il centro di accoglienza di Torrione Fodesta (al suo posto gli alloggi di Cantone del Cristo e di Le Mose) ed è dunque presumibile che i locali dell'attuale sala di preghiera (nel medesimo complesso) dovranno abbassare la saracinesca. Chiudere, insomma. La comunità islamica di Torrione Fodesta, tuttavia, non ci sta. «Da qui noi non ce ne andiamo se non abbiamo un'altra sede per pregare, il nostro è un diritto garantito della Costituzione italiana» dicono i più giovani. Shemis, accusato da una parte dell'islam piacentino, di essere stato in questi anni troppo morbido con le istituzioni, non ha mai perduto la speranza e, ancora una volta, è fiducioso in un dialogo con il Comune di Piacenza e in una soluzione condivisa con tutta la comunità. Tanto che lancia una proposta: «Qui a Torrione Fodesta ci stiamo bene, è conosciuto da tutti anche nelle vicinanze di Piacenza, è già un punto di riferimento, è in città e non nascosto in periferia, il Comune non lo tiene più, beh, lo prendiamo noi». Se l'egiziano Shemis lo dice è perchè ci sono già i soldi ed anche un'ipotesi di progetto per la ristrutturazione del Torrione.
Tutti i lavori verrebbero fatti con manodopera del posto e con i fondi della locale comunità musulmana. Nessun aiuto dall'estero. Non si sa mai da dove arrivino i soldi; dunque, finché si può, meglio contare sulle proprie forze.
I piacentini, poi, possono stare tranquilli. Accanto alle torri della centrale di Edipower non si innalzerà alcun minareto. Si parla solo di una tensostruttura per coprire l'attuale cortile di Torrione Fodesta.
Il quartiere, secondo l'imam, ne trarrebbe giovamento. Oggi il Torrione è frequentato solo da uomini. Con la ristrutturazione verrebbero creati spazi anche le donne, una presenza che avrebbe anche la funzione di ingentilire il centro e magari di sfatare per sempre l'equazione Torrione = insicurezza della zona. «Arriverebbero le nostre mogli e i nostri bambini che oggi invece non possono frequentare lo spazio di preghiera del Torrione perché non ci sono spazi separati - è convinto l'imam -. Guardi che se a Piacenza è nata un'altra comunità è anche per questo. Diversi vanno nel capannone sulla Caorsana perché qui non possono portare le mogli e le proprie figlie».
Il sogno dell'imam Shemis è quello - lo dice sempre - di creare un centro culturale islamico aperto alla città, dove possano entrare tutti i piacentini che sono interessati a confrontarsi con l'Islam, per comprenderne la cultura e i costumi. Recentemente è stata offerto alla comunità un capannone alla Farnesiana, in zona tangenziale. Fino ad oggi non se ne è fatto nulla. «Non vogliamo andare lontano dalle zone abitate, magari in quartieri industriali, dove si finisce per venire ghettizzati - dicono i musulmani di Torrione Fodesta. Vogliamo professare la nostra fede religiosa alla luce del sole».
Federico Frighi


Libertà, 11/08/2010

Il Ramadan, in palestra o nel capannone


Inizierà questa sera o più probabilmente domani, a seconda della visibilità della luna, il Ramadan, il mese sacro dei musulmani. Trenta giorni di digiuno che, per la prima volta in questi ultimi anni, cadono proprio all'inizio di agosto: il mese più caldo e quindi, in teoria, con maggiori rischi per i lavoratori stagionali, soprattutto nell'agricoltura. A Piacenza i musulmani si ritroveranno, ad ogni tramonto, per rompere il digiuno e per le preghiere della sera, in due luoghi diversi. Una parte (circa centocinquanta persone) nella palestra della Mazzini che anche quest'anno è stata presa in affitto al Comune di Piacenza, tramite l'assessorato allo sport. Gli altri (circa duecento) frequentano invece il capannone di via Portapuglia. Due "parrocchie" diverse sotto il grande ombrello di Allah e il suo profeta.
Chi utilizza la struttura pubblica ci tiene a dire che nel contratto con il Comune per la scuola Mazzini è prevista l'assicurazione ed anche la pulizia quotidiana della palestra che verrà eseguita da una cooperativa specializzata. «L'orario delle preghiere va dal tramonto alle 23». spiega Matar Diagne, senegalese, da 12 anni a Piacenza, uno degli organizzatori. Si prega per circa due ore e mezza. Poi, dall'alba, ricominciano le pratiche del digiuno che quest'anno durano 17 ore.
Nel mese di settembre (verso il giorno 8) si terrà invece la festa di fine Ramadan per la quale è stato prenotato il palazzetto dello sport di Largo Anguissola. Anche qui la data esatta dipende dalla luna. E' il mese sacro del calendario lunare musulmano, dunque, il mese destinato al digiuno da cibo, bevande, rapporti sessuali, fumo ma anche alla penitenza e alla rinuncia. In molti commentari coranici si dice anche che è proibito «abbandonarsi all'ira». Dopo il tramonto ci si nutre, ma con moderazione, senza abbandonarsi a banchetti luculliani. La tradizione vorrebbe che il digiuno fosse rotto con un dattero e un bicchiere d'acqua perchè si presume che Maometto facesse così.
«E' il mese in cui ogni musulmano si purifica e fa un'esame di coscienza - evidenza l'imam di Torrione Fodesta, l'egiziano Mohamed Shemis -; anche nei rapporti con le persone devono essere abbandonati i conflitti e le cattive parole». In arabo antico Ramadan vuol dire torrido, mese caldo, quindi si pensa che cadesse nel periodo estivo col calendario solare. Da quando è stato introdotto quello lunare è invece diverso e, almeno, negli ultimi dieci anni, è la prima volta che cade all'inizio di agosto.
Se qualcuno può essere preoccupato per la resistenza fisica dei lavoratori musulmani soprattutto in agricoltura, non la pensa così l'imam Shemis. «L'uomo può tranquillamente resistere anche senza bere o mangiare durante le 17 ore di digiuno - sostiene -, non è un problema. I lavoratori musulmani resisteranno anche se sono impegnati nei campi». E' invece d'accordo con chi (si veda l'articolo a fianco) vede nel Ramadan un'importante occasione di integrazione sociale. «E' vero, e noi puntiamo molto su questo - confessa -. Il nostro desiderio ultimo è sempre stato quello di creare a Piacenza un centro culturale islamico in cui si potesse dialogare con la comunità locale, un cui si potessero invitare gruppi di altri religioni per parlare insieme». E' per questo che la porta della palestra della scuola Mazzini, durante queste sere del Ramadan, rimarrà aperta. «I piacentini che lo vorranno potranno venire a trovarci non solo all'inizio ma anche durante la preghiera - annuncia l'imam -. Potranno venire non solo a vedere ma anche a pregare. Nei passati Ramadan è già successo che venisse gente anche non musulmana». L'appuntamento, dunque, è per stasera o - più probabilmente - domani sera. La preghiera inizierà dopo il tramonto, verso le 22-22 e 30.
Federico Frighi


Libertà, 10/08/2010

martedì 10 agosto 2010

Santa la madre, santo il padre, santa la figlia...

Alla fine di luglio, a Piacenza, nel monastero delle Carmelitane, hanno fatto tappa le reliquie dei genitori di Santa Teresa di Lisieaux. Un avvenimento passato sotto l'uscio, probabilmente perchè caduto in piene ferie estive. Che però fa riflettere: santa la madre, santo il padre, santa la figlia ... Riporto l'articolo che ho scritto su Libertà sull'argomento.

«Sono una presenza importante e chiediamo loro una benedizione per le famiglie - dice suor Maria Paola di Cristo Re - che oggi ne hanno tanto bisogno. Loro sono stati un grande esempio». Loro sono Louis Martin e Marie-Azélie Guérin (morti negli ultimi anni dell’Ottocento), i genitori di Santa Teresa di Lisieux, beatificati nel 2008 dal Cardinale José Saraiva Martins, legato di Papa Benedetto XVI. Ebbero nove figli, ma solo cinque femmine giunsero all’adolescenza. Tutte e cinque si fecero suore. Per la prima volta un cofanetto con le reliquie della coppia è giunto, mercoledì scorso, in via Spinazzi, nel monastero di clausura delle Carmelitane di Santa Teresa.
Direttamente da Lisieux grazie ad un sacerdote che successivamente le porterà in pellegrinaggio prima a Verona, poi a Sassuolo, poi ancora in Trentino.
Le reliquie sono contenute all’interno di un cofanetto posizionato davanti all’altare della chiesa di via Spinazzi, con alle spalle le foto d’epoca dei due coniugi beati. In questi giorni diversi piacentini si sono fermati in preghiera nella chiesa del monastero. Questo pomeriggio le reliquie si congederanno da Piacenza. Per chi volesse pregare davanti ai genitori di Santa Teresa di Lisieux, oltre alla messa delle 7 e 30 di questa mattina, alle ore 12 e 15 la chiesa del monastero sarà aperta per la celebrazione dell’ora Media Sesta. Al termine avverrà il congedo ufficiale dell’urna con i sacri resti.

da Libertà, 1 agosto 2010

sabato 7 agosto 2010

Convegno pastorale 2010, il programma

VENERDÌ 10 SETTEMBRE
Centro Pastorale Bellotta

Ore 17.30
PREGHIERA DI APERTURA

Ore 18.00
Verifica del primo anno di Missione
e prospettiva generale sul secondo anno
MASSIMO MAGNASCHI – GIUSEPPE BUSANI

Ore 19.30
Cena (è necessaria la prenotazione)

Ore 21.00
Coraggio, sono io, non abbiate paura!
CELEBRAZIONE DELLA PAROLA E LECTIO DIVINA sull’icona evangelica del secondo anno della Missione (Mt 14, 22-33)

SABATO 11 SETTEMBRE
Salone degli Arazzi - Collegio Alberoni


Ore 9.00
PREGHIERA DI APERTURA

Ore 9.30
Le esperienze umane fondamentali tra paura
e fiducia: lettura antropologico-culturale
MAURO MAGATTI, sociologo
Affettività, fragilità e cittadinanza:
percorsi per il secondo anno di Missione
PIERPAOLO TRIANI, pedagogista
Spazio per il confronto
Pausa

Ore 11.45
Orientamenti pastorali per il secondo anno della Missione
S. E. MONS. GIANNI AMBROSIO, vescovo

Ore 13.00
Pranzo – Collegio Universitario S. Isidoro
(è necessaria la prenotazione)

Ore 14.30
Le esperienze umane fondamentali
tra paura e fiducia: lettura biblico-teologica
ANTONIO TORRESIN, teologo
Affettività, fragilità e cittadinanza:
itinerari sul vangelo di Matteo per il secondo anno della Missione
PAOLO MASCILONGO, biblista
Spazio per il confronto

Ore 16.30
PREGHIERA CONCLUSIVA

venerdì 6 agosto 2010

Il convegno pastorale 2010 alla Bellotta e al Collegio Alberoni

Dal 10 all'11 settembre prossimi si terrà l'abituale convegno con il quale inizia il nuovo anno pastorale. I lavori si svolgeranno venerdì 10 settembre al Centro Pastorale della Bellotta di Pontenure dalle ore 17,30 e sabato 11 settembre, nella Sala degli Arazzi del Collegio Alberoni, Piacenza, dalle 9,30 alle 16,30. Il convegno avrebbe dovuto tenersi alle Pianazze ma la concomitanza con un ritiro di Comunione e Liberazione ha indotto la diocesi a spostare l'evento. Riportiamo l'articolo uscito su Libertà il primo agosto 2010 dove si parlava del trasloco senza tuttavia parlare della seconda giornata del convegno che è stata spostata al Collegio Alberoni.

A meno di clamorosi sviluppi il prossimo convegno pastorale della diocesi di Piacenza-Bobbio non si terrà nella cornice montana di Villa Regina Mundi, al passo delle Pianazze, ma scenderà verso la pianura più piatta trasferendosi alla Bellotta di Pontenure. Una sistemazione forse meno suggestiva anche se di certo più funzionale visto la facilità di raggiungere la casa. Il dietrofront si è reso necessario per la presenza concomitante di un gruppo di Comunione e Liberazione che aveva prenotato precedentemente la struttura montana della diocesi. Un fatto, quest’ultimo, che era sfuggito a qualcuno tanto che, non solo il convegno è già stato annunciato in Alta Val Nure dal settimanale diocesano Il Nuovo Giornale, ma, a quanto si è appreso, c’è chi avrebbe già ricevuto la lettera d’invito con indicata la località delle Pianazza. Poco male. Con un beau geste la diocesi avrebbe evitato un piccolo incidente diplomatico virando verso il Centro pastorale "Bellotta", sulla strada per Valconasso, diretto da padre Luigi Hermans, che già ospitò il convegno nel 2007 per la momentanea chiusura di Villa Regina Mundi.
Il convegno pastorale 2010 si terrà venerdì 10 e sabato 11 settembre sul tema tratto dal Vangelo di Matteo "Coraggio sono io, non abbiate paura".
Il vescovo Gianni Ambrosio presenterà una relazione conclusiva sugli orientamenti pastorali per proseguire il percorso della Missione popolare. Quattro le parole-chiave, corrispondenti ad altrettante dimensioni esistenziali che verranno focalizzate durante l’anno pastorale 2010-2011: nascere, vivere insieme, soffrire, edificare. Il riferimento è a tre dei cinque ambiti del Convegno di Verona del 2006: fragilità, vita affettiva e cittadinanza.
Il filo conduttore sarà sempre l’ascolto della Parola di Dio, per continuare quel rapporto di "familiarità orante" che è stato una delle proposte più apprezzate nell’esperienza degli esercizi spirituali del primo anno di Missione. Il convegno è rivolto a sacerdoti, religiosi e religiose, ai membri del Consiglio pastorale diocesano e dei consigli pastorali delle parrocchie e delle unità pastorali, ai direttori e ai collaboratori degli Uffici e dei Servizi pastorali diocesani, ai catechisti e ai responsabili di associazioni e movimenti.
Federico Frighi

da Libertà, primo agosto 2010

mercoledì 4 agosto 2010

Padre Piccoli, una vita per la missione

Ci sono cose che non si fanno in tempo a fare e che si rimandano per farle dopo. Ma non sempre è possibile. Con padre Franco Piccoli, missionario piacentino in Brasile, avevamo un mezzo appuntamento per un'intervista sulla sua vita. Non abbiamo fatto in tempo. Stavolta il solito crudele male incurabile di questo millennio è arrivato prima. Per questo pubblichiamo gli articoli scritti dopo il funerale.

«Trovate un giovane che parta per il Brasile e mi sostituisca come missionario della Consolata. E se c’è una ragazza, pregate che si consacri e che prenda il posto di suor Leonella». L’ultimo desiderio ha voluto che venisse espresso anche il giorno del suo funerale. Padre Franco Piccoli, 75 anni, ha salutato così i piacentini nel giorno delle esequie con quelle parole affidate per lettera al parroco della Santissima Trinità, monsignor Riccardo Alessandrini, amico e celebrante, ieri, nella cripta della chiesa di viale Dante. Nonostante l’estate avanzata sono stati in tanti (un centinaio di persone) che hanno voluto salutare per l’ultima volta il missionario originario di Bettola con Piacenza e il Brasile nel cuore. In primis la sorella Anna, i nipoti e i pronipoti. A rappresentare il forte legame con la diocesi, il vicario generale monsignor Lino Ferrari, e una decina di sacerdoti che nella vita hanno conosciuto padre Piccoli. Da Torino ha accompagnato le spoglie mortali il provinciale dei Missionari della Consolata dopo che nel capoluogo piemontese, nella mattinata di ieri, si erano svolte le esequie ufficiali del missionario.
In bianco i paramenti dei sacerdoti, invece di quelli viola, come ha voluto lo stesso padre Piccoli. «Il suo funerale deve essere una Pasqua» dice monsignor Alessandrini che rivela come nelle ultime lettere il missionario chiedesse spesso di pregare per lui. «Il Signore - scriveva - mi ha chiamato per la gente e per i poveri, ad gentes e ad pauperes». Ancora, negli ultimi tempi, quando era in cura a Torino: «Spero, terminato il gran caldo, di venire a trovarvi, ma tu fai pregare e prega perché il Signore faccia arrivare nuove vocazioni missionarie alla Consolata... Trova un giovane che mi sostituisca e, se trovi una ragazza interessata, prega perchè si consacri e sostituisca suor Leonella (la piacentina suor Leonella Sgorbati, uccisa nel 2006 a Mogadiscio, ndr.). Piacenza deve continuare ad essere terra di missionari.
Dillo anche al mio funerale».
Federico Frighi

Da Libertà, 29 luglio 2010



L’ultima intervista padre Franco Piccoli l’aveva rilasciata al Cineclub Piacenza, nell’ambito di quell’opera magistrale che sta portando avanti Giuseppe Curallo: ovvero lasciare ai piacentini che verranno grandi e piccole testimonianze dei piacentini di oggi. Il colloquio con padre Franco è avvenuto la scorsa primavera, a Piacenza, in occasione di un intervallo di 15 giorni della terapia medica che il missionario stava seguendo all’ospedale di Torino. Di quel colloquio abbiamo scelto alcuni passaggi.

«Avevo iniziato il mio ministero nella formazione e nell’animazione, in Trentino, poi a Varallo Sesia e a Boario. Ma ero stanco di rimanere sempre qui in Italia e volevo dedicarmi completamente ai poveri del mondo. Fare come le campane che stanno ferme e dicono agli altri di andare in chiesa ma loro non si muovono mai, non era per me. Allora ho chiesto ai miei superiori di partire, di andare a fare un’esperienza più direttamente missionaria. In particolare avevo chiesto la possibilità di andare o in mezzo ai lebbrosi in Africa, o tra gli Indios in Amazzonia. Sono quindi stato inviato in Brasile nel territorio di Roraima, a Manaus.
Era il 1975. Ci sono rimasto cinque anni.
Poi avevano ancora bisogno di me in Italia così sono ritornato per otto anni. Ma sono riuscito a ritornare in missione al servizio direttamente dei poveri. Dodici anni con i baraccati di Manaus, in mezzo agli indios dell’Amazzonia, poi un salto di 5.100 chilometri a Rio de Janeiro, dove ho lavorato in mezzo ai favelados. Infine gli ultimi due anni a Salvador de Bahia con gli allagados, coloro che erano usciti dalle palafitte e che ora si trovavano a reintegrarsi nella società civile. I padri prima di me avevano fatto un ottimo lavoro ed erano riusciti a togliere da una situazione di vita orribile 13mila persone. Allora c’era il problema dell’integrazione nella società e nella Chiesa. Avevo cominciato questo nuovo lavoro quando, venendo in Italia, nel 2009 ho cominciato ad avere problemi di salute.
Speravo che le cose andassero a posto invece non è andata così. E’ cominciato un nuovo calvario e mi hanno detto che in Brasile non ci andrò più. A meno di un miracolo, naturalmente.
Gli aspetti della povertà sono molto diversi a seconda delle varie comunità in cui ho vissuto. A Manaus c’era un problema molto grave nelle baracche di legno, ma la povertà ricca di tanti valori. Ricordo quando queste donne presentavano i loro figli e dicevano di averne altri, bambini abbandonati da mamme che magari erano morte. Li avevano messi tutti insieme nella loro famiglia.
A Boavista invece era diverso.
La Chiesa aveva fatto la scelta preferenziale dei poveri e per noi i poveri erano gli Indios che, da padroni delle terre, erano diventati schiavi, completamente privati di ciò che era essenziale per la propria vita. Bisognava aiutare a trovare la loro identità di popolo. Dovevamo fare in modo che loro diventassero artefici del proprio destino.
A Rio de Janeiro, infine, avevo sette su settecento favelas. C’era tutto il problema del narcotraffico, della gioventù che si buttava nella droga e nella prostituzione. Ricordo che nel carcere sotto la mia parrocchia due fazioni si erano scontrate ed una aveva ucciso 68 persone dell’altra con una ferocia indicibile. La Chiesa qui deve condividere la sorte di questa gente e nello stesso tempo aiutare alla comprensione dei veri valori della vita, perchè non si cada nel gioco delle sette. Movimenti religiosi che dietro alla parola Gesù nascondo denaro e denaro. Diventano quasi multinazionali alterando la testa della gente, sulla teologia della prosperità: più dai più Dio ti darà.
A Salvator de Bahia i nuovi alagados. Qui hanno aiutato molto le adozioni a distanza. Sostegno economico che arriva a queste famiglie tramite i bambini che vengono adottati a distanza dall’Italia. Importante è anche l’opera del presidente Lula che ha stabilito un assegno mensile di 120 real alle famiglie povere a patto che mandassero i figli a scuola.
La cosa più bella della mia vita? Tutta la vita mia vita missionaria. Ne ho molta nostalgia. Non so come andrà a finire ma non mi faccio molte illusioni perché i medici non me ne danno. Cercherò comunque di aiutare i poveri anche da qui».

Da Libertà, 29 luglio 2010

lunedì 2 agosto 2010

Morto monsignor Lorenzo Losini

E’ morto ieri sera, alla Casa di Cura Piacenza, mons. Lorenzo Losini
attualmente residente alla Casa del Clero. Questa sera, lunedì 2 agosto,
presso la Casa del Clero di via Torta, dove nel frattempo sarà stata
traslata la salma, alle ore 20,30 verrà recitato un santo rosario; lo stesso
domani sera, alle ore 21, nella chiesa di Rivergaro dove mercoledì mattina,
4 agosto, verranno celebrati i funerali, alle ore 10,30, presieduti dal
vescovo mons. Gianni Ambrosio.
Mons. Losini era nato a Vigolzone il 31 gennaio 1913 ed era stato ordinato
sacerdote il 3 novembre 1935. Insegnante nel seminario di Bedonia dal 1936,
il 22 giugno 1945 è stato nominato parroco di Tarsogno e il 1° luglio 1952
di Rallio, incarico a cui rinuncia il 15 marzo 2002. Il 23 giugno 2007 è
stato nominato Cappellano di SS..

domenica 1 agosto 2010

A Pontenure il Forum sulla comunicazione cattolica

Forum sulla comunicazione: è questo il tema dell'incontro promosso il 3 e 4 settembre al Centro pastorale Bellotta a Pontenure (PC), per iniziativa dell'Ufficio per le comunicazioni sociali della diocesi di Piacenza-Bobbio e dai settimanali cattolici dell'Emilia Romagna. L'incontro è pensato per gli operatori della comunicazione ecclesiale: i collaboratori dei settimanali e dei bollettini e dei siti internet parrocchiali.
L'obiettivo è di favorire un confronto tra chi lavora nel settore della comunicazione per rispondere alla sfida della nuova evangelizzazione. L'iniziativa, nata su invito del vicario generale mons. Lino Ferrari, porta avanti l'esperienza vissuta in questi anni a Bedonia, esperienza che conta una lunga storia nel settore della formazione al giornalismo.

Questo è il programma
- venerdì 3 settembre, ore 17.30: Sempre avanti!: la sfida di don Giacomo Alberione, un beato del mondo del giornalismo. Interviene don Alessandro Castegnaro, responsabile nazionale dei Cooperatori Paolini.
- sabato 4 settembre
ore 9 - 10.30:
Incontro per i nuovi collaboratori. Approfondimenti di tecnica giornalistica.
Incontro per i vecchi collaboratori. A partire dalle notizie del giorno, come parlarne nei diversi media ecclesiali? Interviene don Giorgio Zucchelli, presidente della Federazione Italiana Settimanali Cattolici.
ore 11-12: Lo stile di lavoro del giornalista cristiano. Interviene Massimo Pandolfi, caporedattore de Il Resto del Carlino.
ore 15-17: Come avventurarsi in internet? Confronto con don Giacomo Ruggeri, direttore dell'Ufficio per le comunicazioni sociali della diocesi di Fano e direttore responsabile di www.fanodiocesitv.it.

giovedì 29 luglio 2010

Il cardinale Puljic: l'Europa non dimentichi la Bosnia-Erzegovina

«L'Europa non dimentichi Sarajevo e la Bosnia-Erzegovina. Siamo tutti una grande famiglia». E' il messaggio che il cardinale Vinko Puljic, arcivescovo di Sarajevo, ha consegnato alla delegazione piacentina nei Balcani in occasione del 15esimo anniversario del genocidio di Srebrenica. Un pellegrinaggio laico per il quale il vescovo cattolico ha ritagliato quaranta minuti di una domenica mattina di un fresco luglio estivo, almeno nella capitale della Bosnia-Erzegovina. Cordiale, sempre sorridente, nell'udienza privata ha ricevuto - oltre a chi scrive - l'insegnante di religione dell'Isii Marconi e consigliere comunale, Claudio Ferrari, nonchè il presidente dell'associazione "Bosnia oltre i confini", Medaga Hodzich.
«L'Europa ha dato un grande appoggio per creare uno stato in cui siamo tutti uguali, e questo è molto importante; però l'Europa deve entrare di più in questo paese, con leggi democratiche, come in una grande famiglia». Figlio degli accordi di Dayton, si parla della Bosnia-Erzegovina come di uno stato Frankestein: «Oggi abbiamo ben tredici governi! Mamma mia - esclama il cardinale in ottimo italiano -! E chi paga per loro? » Pulijc punta molto sull'uguaglianza dei cittadini di Bosnia-Erzegovina, indipendentemente da etnie e confessioni. «I miei cattolici non possono tornare nella repubblica serba di Bosnia. Se ne sono andati quasi in 320mila. Non può esistere uno stato dentro un altro stato! » Ancora: «Prima della guerra c'erano 528mila cattolici nell'arcidiocesi di Sarajevo. Oggi sono 213mila. L'Europa non vede questa situazione. Solo dice: è già molto che non sparano. Ma non è questa la questione. Bisogna creare una strategia per la pace e la convivenza. Siamo tre popoli (cattolici, musulmani e ortodossi) ma non è un nostro peccato. Occorre rispettare l'identità religiosa, le etnie ma anche creare un'identità nazionale. Noi siamo tutti uguali». Per il porporato «non si può ritornare alla convivenza prima della guerra ma occorre creare una nuova tolleranza. Tutti dobbiamo lavorare per questo fine».
«C'è un proverbio bosniaco - continua - che va a pennello per la nostra situazione: ai piccoli popoli viene messo sempre un grande cappello. In questo paese ci sono tanti influssi: America, Europa, Russia, Grecia, Turchia, Paesi Arabi. E' Dayton che ci ha creato». Si sofferma sulla Chiesa Cattolica in Bosnia: «E' in grande miracolo. Dall'Europa non esiste nessun fondo e nella mia arcidiocesi sono stati distrutti 600 edifici ecclesiastici». Ci vorrebbe un libro per raccontare le testimonianze dei tre anni di assedio che dal 1992 al 1995 schiacciarono Sarajevo. Puljic lo ha anche scritto: "Cristiani a Sarajevo", edizioni Paoline. In udienza ci tiene però a dare l'idea: «Eravamo senza luce, medico, acqua, gas. Mangiavamo solo riso, tanto che mi sono venuti gli occhi a mandorla - scherza -; nel mio giardino ho scavato un pozzo per trovare l'acqua, a 9 metri. Ci cadevano sulla testa granate giorno e notte. Se oggi ho qualche problema all'udito è per il loro assordante rumore». «La Chiesa oggi. Bisogna sopravvivere ma anche dare speranza ai sacerdoti e al mio popolo - prosegue Puljic -. Ho venti sacerdoti malati a causa della guerra. Ho cominciato a costruire una casa per loro ma con grandi problemi per i permessi». «Quando vado a Roma mi chiedono sempre: come va a Sarajevo? Domanda molto interessante, rispondo io... ». Parla di papa Benedetto XVI e ricorda l'impegno di Giovanni Paolo II per la pace: «Ha chiesto più di 270 volte la pace in Bosnia. Non per mio merito, ma come omaggio alla popolazione mi ha fatto cardinale. Quando è venuto, nel '97, è stato accolto da migliaia di persone. Ho conosciuto un musulmano, malato, venuto a vedere il papa allo stadio.. Per i dieci giorni successivi non ha più avuto bisogno di cure».
Al fianco del papa, allora, c'era il "piacentino" monsignor Piero Marini. «Una persona pratica, concreta, diretta» lo ricorda il cardinale. Sarajevo può essere ancora oggi una Gerusalemme d'Europa, come disse Giovanni Paolo II? «E' molto importante creare una capitale per tutti, non solo per i musulmani. Le autorità devono capire che la sicurezza dipende dalla convivenza di questa città. Questa deve essere una città per tutti. Io non parlo come politico o diplomatico ma come uomo».
Federico Frighi

Libertà, 25 luglio 2o1o


martedì 27 luglio 2010

A Srebrenica 15 anni dopo, un pellegrinaggio laico

Un pellegrinaggio laico sul luogo in cui solo quindici anni fa si consumò il peggiore massacro di civili in Europa dalla Seconda Guerra Mondiale.
Srebrenica, ovvero Potocari, a sei chilometri, il sito del memoriale, il sito della speranza sfumata. In questa cittadina della Bosnia Erzegovina, a pochi chilometri dalla Serbia, vennero uccise più di 8mila persone, a sangue freddo, colpevoli solo di essere musulmane. Altre quarantamila furono deportate in luoghi già islamizzati, decine di donne violentate in nome della pulizia etnica dei serbi di Ratko Mladic. Era l'11 luglio del 1995.
Quindici anni dopo, nell'indifferenza di una torrida estate, da Piacenza hanno percorso 1.200 chilometri e sono arrivati qui, moderni pellegrini del terzo millennio. Un piccolo gruppo guidato da Claudio Ferrari, professore di religione dell'Isii Marconi e consigliere comunale di Piacenza. Ma anche da Medaga Hodzic, bosniaco di Jajce, ingegnere, presidente dell'associazione "Bosnia Erzegovina oltre i confini" ed infaticabile costruttore di un ponte simbolico tra Piacenza, la città in cui vive con la famiglia, e la sua patria d'origine.
Srebrenica è oggi un mausoleo a cielo aperto, una cittadina racchiusa al fondo di una valle stretta tra montagne che sembrano i nostri Appennini, ricoperti da ciliegi, faggi e querce. Ma anche da distese di mine anti-uomo da recuperare e disinnescare. Cartelli rossi con teschi bianchi sugli alberi rendono così ancora più sinistro il percorso di avvicinamento se si esce dall'unica strada consigliata - non senza interesse - dalla polizia stradale bosniaca; famelica di multe come mai, per autosostenersi.
Un centinaio di case strette strette tra loro, alcune con i segni ancora evidenti della guerra, la maggioranza rattoppate alla bene e meglio. Qui vivono i serbi ortodossi fuggiti oggi da una Sarajevo sempre più musulmana. Qui vivevano i musulmani "cacciati" dalla pulizia etnica dei serbi. Ovvio che non siano ritornati. Intere famiglie sono state sterminate. Era sufficiente chiamarsi con un cognome musulmano per venire inseriti nella lista delle esecuzioni. Varnica, Vejzovic, Velic, tutti rigorosamente elencati in ordine alfabetico nella madre delle lapidi di Potacari. C'è anche un'intera colonna di Ibrahimovic. Lo "zingaro" del calcio ha i familiari originari di queste parti.
Tutto è pronto per la grande commemorazione del quindicesimo anno. Il memoriale inaugurato da Bill Clinton nel luogo dove l'Onu inviò le truppe olandesi "a difesa della città" è al centro di un set televisivo. Telecamere, fari, luci, treppiedi, zoom, obiettivi schierati ad immortalare quello che si annuncia il più grande funerale della storia moderna. Ben 775 casse bardate di verde con i resti di musulmani uccisi, identificati solo grazie al Dna, verranno per l'occasione aggiunte al fianco delle centinaia che già popolano il memoriale di Potocari. Ci si parcheggia l'auto proprio di fianco, sotto i tappeti cuciti dalle madri e dalle mogli di Srebrenica con i nomi dei morti.
Arrivano alla spicciolata i parenti, i politici, i militari, tutti coloro che hanno voluto portare la loro solidarietà in questo momento così privato e così pubblico allo stesso modo. «Ho quattro figli e mio marito qui sotto, cinque fratelli più in là» piange una donna con il velo indicando la parte opposta del memoriale-cimitero, dove le lapidi bianche portano tutte un'unica data finale: 11-07-1995. Il mondo, per Srebrenica, è finito allora. E' arrivata il giorno prima della celebrazione solenne, per evitare lo stress dei funerali trasmessi in diretta Tv. Altri non ce l'hanno fatta.
«Srebrenica, mi viene la pelle d'oca solo a sentire il nome» dice il custode della moschea di Travnik, Rasim Hadzida, una sorta di nostro arciprete ma laico, quando comprende la meta del pellegrinaggio. «Io là non ci vado; è troppo forte il dolore e la mia anima è spezzata» scuote la testa Vehid Gunic, presentatore tv e giornalista sportivo molto conosciuto nella ex Jugoslavia, una sorta di Bruno Pizzul bosniaco. La sua tragedia non si è compiuta lassù, nella città protetta dalle Nazioni Unite, ma a Sarajevo. Durante l'assedio una granata serba colpì una scuola elementare. Sua moglie stava insegnando in quella classe. Morì assieme a sei piccoli alunni. Oggi la scuola porta il suo nome: Fatima.
Federico Frighi


Da Libertà, 21 luglio 2010

lunedì 28 giugno 2010

Giuristi Cattolici contro il relativismo del Festival del Diritto

Una giornata di studio sul diritto naturale nel giorno clou del Festival del Diritto che si terrà dal 24 al 26 settembre. Ad organizzarla è l’Unione Giuristi Cattolici di Piacenza che per il prossimo 25 settembre ha chiamato nella Sala degli Arazzi del Collegio Alberoni figure del calibro di Ettore Gotti Tedeschi, monsignor Rino Fisichella, Francesco D’Agostino, Sergio Belardinelli. Amareggiata, ma poi neppure tanto, l’anima del Festival del Diritto, l’assessore Anna Maria Fellegara. «Li abbiamo invitati a partecipare al Festival - rivela - anche se il tema di questa edizione (Diseguaglianze, ndr.) è diverso dal loro. Hanno richiesto il patrocinio del Comune e glielo abbiamo dato, sapendo che il Festival del Diritto, da quando c’è, si svolge nello stesso fine settimana. Abbiamo pensato che la contrapposizione potesse essere superata, ma non è andata così». «E’ un peccato - osserva Fellegara -, perché c’era tutto il tempo per per organizzarci. La gente a Piacenza non manca, vorrà dire che quel giorno ci sarà una maggiore possibilità di scelta».
«Questa è una prova di pluralismo - si dice convinto l’avvocato Livio Podrecca, presidente dei Giuristi Cattolici piacentini - di fronte ad una manifestazione che ha una impronta forte laicista, che poi è quella del suo direttore scientifico Stefano Rodotà, noi crediamo che la cultura cattolica non sia ancillare a nessun’altra e che abbia le capacità e le prerogative di esprimersi».
«Io non mi sono preccupato più di tanto della data - prosegue Podrecca -, ho guardato sul sito del Festival e non risultava fissato nulla. Sapevamo, è vero, che poteva esserci una concomitanza, tuttavia questa non è penalizzante ma arricchente. Ha un grandissimo valore simbolico.
Le culture che rappresentiamo sono alternative e spesso sono inconciliabili su valori sui quali si gioca la stessa identità della nostra società».
«Ho una lettera del rettore della Cattolica - prosegue - Lorenzo Ornaghi, che con grande entusiasmo ha concesso il patrocinio; lo stesso entusiasmo che abbiamo trovato nel vescovo Gianni Ambrosio, il primo ad essere contattato».
Podrecca dice di non accettare di metterla sul piano della concorrenza di bottega e men che meno sul dispetto: «Occorre fare delle scelte. I temi trattati hanno un altissimo valore simbolico. Di fronte alla deriva del relativismo qual’è oggi l’argine? Il diritto naturale». Una sfida dunque: «Che ci sia una sfida è indiscutibile ma è una sfida tra culture nella libertà di espressione. Questa città ha una cultura e tradizione cattolica.
Non posso accettare che il Festival sia una tribuna nazionale di tesi che sono in aperto contrasto con la Chiesa». Questa sera, alle 20,45, la giornata "Dio, la natura, il diritto" verrà presentata in Cattolica nel corso di un incontro a cui interverranno anche don Andrea Campisi e Marco Sgroi.

Federico Frighi

Libertà, 24 giugno 2010

domenica 27 giugno 2010

Povertà zero

La Caritas diocesana di Piacenza-Bobbio ha lanciato nei giorni scorsi la campagna Povertà-zero, promossa da Caritas Europa con lo slogan zero poverty. Un pio desiderio tutt'altro che realizzabile se non si coinvolge l'intera popolazione testimoniando uno stile di vita sobrio e mirato all'essenziale, a partire dagli amministratori degli enti pubblici e privati. Gli operatori della Caritas e i tanti volontari rischiano di essere solo un granello di sabbia nel deserto. Di seguito pubblichiamo gli articoli usciti su Libertà in proposito lo scorso 18 giugno.


Straniero, dai 25 ai 54 anni, ecco il nuovo povero

Uomo, dai 25 ai 54 anni, straniero, in regola con il permesso di soggiorno.
E' uno degli identikit del nuovo povero (ce ne sono altri), così come appare
dal Report 2009 presentato dalla Caritas diocesana di Piacenza-Bobbio.
Nella mensa della fraternità di via San Vincenzo, una delle opere segno
della comunità cattolica piacentina, è stata lanciata ieri mattina la campagna
"Zero Poverty, agisci ora" promossa a livello europeo nell'anno, il 2010,
che l'Unione Europea ha dedicato alla lotta alla povertà e all'esclusione
sociale. C'era il vescovo Gianni Ambrosio che è il presidente della Caritas
diocesana, il direttore Giuseppe Chiodaroli, i responsabili di settore
Massimo Magnaschi, Francesco Argirò, Francesco Millione, la responsabile
dei 540 volontari che gravitano attorno ai servizi Caritas, Anita Natali,
e anche il parroco di Sant'Antonino, don Giuseppe Basini. «Per la Caritas
la povertà è uno scandalo - dice Chiodaroli - riprendendo le linee guida
di Caritas Europa -, la povertà e l'esclusione sociale sono la conseguenza
di una delle disfunzioni delle tre fonti del sistema sociale di welfare
(mercato del lavoro, famiglia e stato socio-assistenziale) causata dalla
trasformazione della società. A questi tre pilastri deve essere nuovamente
consentito di svolgere appieno il proprio ruolo». Ecco dunque il perchè
di una campagna europea contro la povertà. I dati di Piacenza parlano
chiaro. Nel 2008 gli accessi al Centro di Ascolto Caritas sono stati 943;
nel 2009 si è toccata quota 1.157 con un incremento di 464 nuovi poveri.
Aumentano gli stranieri, passati da 612 a 804 (di cui ben 708 in regola
con il permesso di soggiorno). Dei 1.157 accessi del 2009, 694 sono maschi
e 463 femmine, con una netta prevalenza delle classi di età centrali (25.34,
34-44, 45-54). Significativo il dato delle famiglie aiutate che quasi raddoppiano,
passando da 286 a 425. La Mensa della Fraternità ha poi accolto 624 persone
a mezzogiorno e altrettante a cena per un totale di 14.370 pasti erogati
a pranzo e 8.240 a cena. Aumentati anche gli accessi al centro diurno:
da 391 a 477. Così come gli ospiti accolti nella casa notturna Scalabrini:
da 92 a 102. Uno dei pilastri di Zero Poverty-Povertà Zero, oltre alla
petizione di cui parliamo sotto, è la sensibilizzazione nelle scuole superiori
piacentine che partirà con l'anno scolastico 2010-2011. Sarà disponibile
un kit multimediale con percorsi di educazione alla lotta contro la povertà
e l'esclusione sociale basati - come spiega Francesco Millione - «su una
nuova narrazione ed una nuova cultura capace di solidarietà e carità sfatando
quattro stereotipi: se sei povero è colpa tua; la povertà non mi riguarda;
la povertà è solo economica; ci pensino gli altri, i volontari prima di
tutto». Il kit è stato realizzato da un gruppo di lavoro di Cem Mondialità
coordinato da Aluisi Tosolini. A proposito di volontari. In Europa sono
700mila a fronte di 560mila operatori Caritas, a Piacenza sono 540 a fronte
di dieci operatori Caritas. Come si vede le proporzioni sono molto diverse.
«Abbiamo sempre bisogno di persone che dedichino il loro tempo libero ai
poveri - rivolge un appello ai piacentini Anita Natali, presidente dell'associazione
Carmen Cammi -, tutti possono trovare un servizio conforme ai propri interessi
ed alle possibilità di tempo».

Federico Frighi Libertà, 18 giugno 2010


La petizione firmata dal vescovo

Il primo a firmare è stato ieri mattina il vescovo Gianni Ambrosio, seguito
dal direttore Caritas, dagli operatori e volontari presenti e dai giornalisti
invitati alla conferenza stampa. E' la petizione promossa da Caritas Italiana
e Caritas Europa contro la povertà. «Noi popoli d'Europa - riportiamo in
estrema sintesi - consideriamo la povertà un problema che riguarda tutti.
Invitiamo i politici a dare il loro contributo per eliminare la povertà
infantile in Europa, per garantire a tutti un livello minimo di protezione
sociale, per aumentare la fornitura di servizi sociali e sanitari aumentando
del 50 per cento gli alloggi popolari, per garantire un lavoro decoroso
a tutti, facendo scendere la disoccupazione sotto il 5 per cento entro
il 2015». L'appello si può firmare anche in internet al sito www. zeropoverty.
org.

Libertà, 18 giugno 2010

Ancora fermo il fondo di solidarietà

(fri) E' di quasi 400mila euro la dotazione del Fondo straordinario diocesano
di solidarietà voluto dal vescovo Gianni Ambrosio per rispondere all'emergenza
della crisi economica. Attualmente il fondo è però fermo in attesa, da
una parte dell'entrata di nuove offerte, dall'altra per un monitoraggio
dei prestiti alle famiglie in difficoltà. Nato come aiuto alla famiglia
con un prestito responsabile fino a tremila euro da rimborsare in 24 mesi
a tasso agevolato, dopo un primo momento di funzionamento a pieno regime,
si è registrata una sempre crescente difficoltà delle famiglie a far fronte
agli obblighi di restituzione a causa della perdita del lavoro e della
cassa integrazione.
Le posizioni revocate per eccessiva morosità sono attualmente 16 per un totale di 45mila euro. «Per questo motivo - spiega il direttore Caritas, Giuseppe Chiodaroli - abbiamo sospeso temporaneamente l'erogazione nonostante le continue richieste».
Sempre attingendo al Fondo di solidarietà sono stati inoltre erogati 33 contributi a fondo perduto, di 500 euro ciascuno, per un totale di 16.500 euro, a famiglie in gravi difficoltà economiche, sprovviste di reddito o con reddito non sufficiente
a garantire il regolare rimborso del prestito. A fine febbraio (ultimi
dati disponibili prima della sospensione) i prestiti erogati dalle banche
convenzionate, su garanzia fideiussoria del Fondo, sono stati 220, per
un totale di 562.900 euro. Le motivazioni prevalenti della richiesta del
prestito riguardano il pagamento dell'affitto e delle utenze, con consistenti
arretrati, oltre a spese mediche non mutuabili.
Il direttore Caritas, assieme al responsabile Area Promozione Mondialità ed Emergenze, Francesco Millione, martedì scorso hanno preso parte in Abruzzo all'inaugurazione di un centro per minori e un centro per comunità in due località nei dintorni di L'Aquila realizzate con fondi di Caritas Emilia-Romagna. Da Piacenza, con la colletta subito dopo il sisma dell'aprile 2009, erano stati raccolti 125mila euro.

Libertà, 18 giugno 2010

Apre il centro Il Samaritano

Si chiama centro "Il Samaritano" e nasce nei locali dell'officina e del
deposito mezzi dell'ex caserma Cantore, dietro alla chiesa di Sant'Agostino.
I tre stabili sono stati dati in concessione alla Caritas diocesana di
Piacenza-Bobbio dal Demanio per 19 anni più altri 19. Il Samaritano si
propone come centro di raccolta e recupero di oggetti usati, successivamente
messi a disposizione del pubblico, e come centro di promozione di stili
di vita improntati alla tutela ambientale, al recupero degli oggetti, alla
sobrietà e al non spreco. Mobili, abiti, oggetti vari, biciclette verranno
ritirati direttamente a domicilio da cittadini, enti, associazioni, parrocchie,
circoli, gruppi e movimenti. Per favorire l'occupazione di persone emarginate
dal mondo del lavoro funziona un laboratorio di restauro-officina. Vi è
poi il magazzino stoccaggio viveri con i prodotti provenienti dal circuito
"Piacenza solidale", il guardaroba gratuito per le persone e le famiglie
in grave difficoltà, la Vetrina solidale, ma anche percorsi educativi per
i ragazzi della scuola primaria e secondaria di I° e II° grado verso una
cultura pedagogica attenta al riutilizzo di materiali di recupero e a un'adeguata
sensibilità civica contraria allo spreco e favorevole al riciclaggio.
Per informazioni Caritas diocesana di Piacenza-Bobbio, via Giordani 21,
telefono 0523/332.750, numero fax 0523/326.904, mail info@caritaspiacenzabobbio.
org.

Libertà, 18 giugno 2010

Ambrosio: occorre un cuore grande e un occhio vigile

L’anno 2010 è stato designato dalle istituzioni europee "anno della lotta alla povertà e all’esclusione sociale", con lo scopo di sensibilizzare tutti, dalle istituzioni locali e sovranazionali all’opinione pubblica europea, nell’impegno di lottare contro la povertà. La COMECE, la Commissione degli episcopati dell’Unione Europea, sostiene questa importante iniziativa. Nello stesso tempo la COMECE invita a considerare il fatto che la povertà, che troppi cittadini europei già conoscono, è aggravata dall’attuale crisi economica mondiale. Le politiche in atto non sono arrivate ad affrontare il problema alla sua origine: su questo occorre suscitare una riflessione. Se la situazione finanziaria-economica è dovuta ad una crisi morale, sarà allora necessario ridare il fondamento morale all’agire economico, per ritrovare l’equilibrio tra interessi individuali ed interesse di tutti: il bene comune deve essere messo in primo piano, così come appare necessaria una migliore conciliazione tra la libertà, la legalità e la giustizia.
Sono passati dieci anni dal varo della strategia di Lisbona che si prefiggeva l’obiettivo di "imprimere una svolta decisiva alla lotta contro la povertà in Europa entro il 2010". Parecchio cammino è stato fatto, ma i dati affermano che 79 milioni di persone, cioè il 16% degli europei, vivono al di sotto della soglia di povertà. Le cause sono certamente molte e complesse, ma le cifre sono eloquenti. È evidente che la misura del "rischio povertà" è convenzionale: si tratta di avere un reddito che non raggiunge il 60% del reddito nazionale medio del proprio paese. I Vescovi hanno suggerito ai responsabili politici dell’Unione europea di rivedere gli strumenti attuali con cui si misura la povertà, non fermandosi solo ai criteri materiali, ma tenendo presente anche quelli relazionali, assai importanti: l’indebolimento dei vincoli di solidarietà nelle famiglie e nelle comunità è preoccupante.
Comunque, l’Anno europeo contro la povertà è uno strumento per approfondire la conoscenza di un fenomeno che mette a rischio di vulnerabilità sociale ampi strati di popolazione e per impegnare l’agenda politica europea e nazionale su questo tema così rilevante.
La COMECE lavora insieme a Caritas Europa, che costituisce la più diffusa e capillare rete di solidarietà sul territorio europeo. In particolare la Caritas Europa ha lanciato l’obiettivo di "Zero Poverty", di una povertà azzerata, che ben si inserisce nella strategia dell’Anno europeo contro la povertà e l’esclusione sociale. Per la ricerca e lo studio sulla povertà è stato presentato il "Poverty Paper" ("In mezzo a noi", nella versione italiana), un documento che offre un’analisi sul fenomeno della povertà in Europa corredato da testimonianze, realizzato dalla Commissione politiche sociali di Caritas Europa.
Numerosi gli eventi che segnano lo svolgimento della campagna "Zero Poverty", accompagnata dallo slogan "Agisci ora". Il 14 febbraio scorso, memoria dei santi Cirillo e Metodio, patroni d’Europa, il Santo Padre Benedetto XVI ha dato il suo personale contributo all’iniziativa, visitando l’ostello per i poveri "Don Luigi Di Liegro" della Caritas di Roma, accanto alla stazione Termini. Con questa visita, il Santo Padre ha inteso "incontrare idealmente tutti i poveri d’Europa, inginocchiandosi davanti a loro". Così, per l’occasione, molti Vescovi europei sono stati invitati ad unirsi al gesto del Papa, visitando un’opera caritativa della propria diocesi.
Questa attenzione alla povertà e all’esclusione fa parte dell’impegno costante dei cristiani e delle Chiese. L’Anno europeo contro la povertà ci aiuta a far crescere l’attenzione per i poveri, insieme all’attenzione per il bene comune e per l’educazione. Ma deve anche aiutare la società civile a prendere coscienza della necessità di ridefinizione di alcuni stili di vita collettiva: la sfida contro la povertà esige questa ridefinizione. Non dimentichiamo che, secondo la Fao, nel mondo vi è più di un miliardo di persone che sta soffrendo la fame e il 40% della popolazione mondiale vive con meno di due dollari al giorno. Anche per l’Unione Europea, nonostante una certa ripresa, la questione dell’occupazione è molto seria. Si tratta allora di aver un cuore grande che sappia venire incontro a chi è nel bisogno, bisogno di aiuto materiale e soprattutto bisogno di relazioni umane. Ma si tratta anche di avere l’occhio vigile per lottare contro quelle cause che spingono a cadere nella spirale della povertà e della solitudine. È questo l’impegno responsabile della comunità cristiana.

sabato 26 giugno 2010

Africa Mission, 6 nuovi pozzi per l'acqua nel 2009

Grazie alla sensibilità dei Piacentini, ecco i risultati che il Movimento Africa Mission - Cooperazione e Sviluppo è riuscito a realizzare nel corso del 2009:

· Sono stati perforati 6 nuovi pozzi d’acqua potabile in Uganda e Sud Sudan, speranza concreta per oltre 6mila persone; sempre in Uganda, sono stati riabilitati 6 pozzi non più funzionati, di cui 3 presso scuole primarie, con interventi consistenti che hanno permesso a 6.950 persone (per lo più bambini) di avere a disposizione acqua pulita e di risparmiarsi diversi chilometri a piedi (in media, nella regione del Karamoja, per raggiungere un pozzo d’acqua la gente percorre ogni giorno 4 km, arrivando a portare taniche che pesano fino a 20 kg). Questi interventi sono stati realizzati grazie ai contributi di donatori privati, di un’impresa e di una parrocchia.

· La Fondazione di Piacenza e Vigevano ha contribuito a sostenere i dispensari di Loputuk e Tapac in Karamoja (Uganda) per la promozione e la tutela della salute nella regione, fornendo assistenza e servizi a circa 17mila persone.

· La generosità dei Piacentini, in particolare di un donatore privato, ha contribuito a sostenere il progetto di protezione dell’infanzia più vulnerabile in Karamoja, mirato a rispondere ai bisogni dei più piccoli, attraverso la sensibilizzazione e la presa di coscienza della società Karomojong sulle tematiche di tutela dei minori.

· Grazie alla volontà del Comune di Piacenza e della Provincia di Piacenza, insieme ad ATO e CNA, con la collaborazione di alcune ditte piacentine, abbiamo partecipato a Kamlalaf, un progetto di sensibilizzazione che coinvolge anche altre associazioni del territorio (gruppo Kamenge, Progetto mondo MLAL e Piccolo Mondo). Grazie a questo progetto, 3 ragazzi piacentini, dopo alcuni incontri di formazione, hanno potuto raggiungere l’Uganda, per vivere un’esperienza mirata a “crescere insieme, ampliare gli orizzonti e aprire il cuore”.

· Grazie alla Cna provinciale è stata lanciata la campagna “Tappiamo la sete d’acqua”, che consiste nella raccolta di tappi in polietilene di bottiglie e flaconi per la realizzazione di un nuovo pozzo d’acqua potabile in Uganda.

· Nell’estate 2009, quattro Piacentini hanno partecipato al “Vieni e Vedi”, un progetto di sensibilizzazione promosso da Africa Mission - Cooperazione e Sviluppo che prevede un viaggio formativo in Uganda per conoscere da vicino i progetti che stiamo realizzando.

· Nel corso di tutto l’anno, numerose sono state le donazioni di privati cittadini di Piacenza e provincia che hanno contribuito a sostenere complessivamente le attività del Movimento Africa Mission - Cooperazione e Sviluppo.

Gli 80 anni di don Conte: ringrazio il Signore che mi sopporta sul suo altare

San Giuseppe Operaio ieri mattina era piena come mai. Duemila
persone, forse di più. Applausi, doni, preghiere per don Giancarlo Conte,
storico parroco fondatore, che festeggia due numeri importanti: 80, gli
anni di età; 55, quelli di sacerdozio. Ci sono il coetaneo monsignor Eliseo
Segalini, i curati don Stefano Segalini e don Jonas Mlewa, poi tanti bambini
del catechismo, una schiera di chierichetti, giovani dei gruppi parrocchiali,
adulti, anziani, le comunità neocatecumenali.
«Ringrazio il Signore che mi sopporta da 55 anni sul suo altare - dice don Giancarlo -, poi tutti quelli che mi hanno accompagnato dall'inizio della mia vita: papà e mamma,
i sette fratelli che ho in Paradiso e gli altri che sono qui. Gli educatori,
i parroci, tutti voi che mi siete stati e mi siete ancora di valido aiuto
nel mio ministero, i tanti che hanno collaborato e collaborano con la nostra
comunità per portare sempre più Gesù in mezzo a noi. Perché se siamo qui
è per fare festa un poco anche al vostro parroco, ma soprattutto a Gesù».
Si sofferma sul traguardo anagrafico: «Non illudiamoci, 80 anni sono tanti;
me ne restano ancora pochi e non si può vivere di ricordi; ma guardate
che non lo dico con tristezza». Poi alza il tono della voce e scandisce
un concetto che gli sta a cuore: «San Giuseppe Operaio avrà presto bisogno
di un parroco giovane che spero e prego voglia tanto lavorare con tutti
voi, perchè Gesù sia presente almeno in una minoranza forte, luminosa,
decisa, convinta in mezzo al nostro quartiere dove ci sono anche tanti
non credenti». Ancora: «Io resto finché il vescovo mi vorrà come vostro
parroco e sempre con quella particolare qualità che mi ha sempe fatto definire
"parroco felice di stare con voi", di camminare insieme con voi per incontrare,
insieme a voi, Gesù». All'offertorio arrivano i doni dei bambini: un vincastro
colorato, le letterine, un libro con i pensieri dei giovani e degli adulti,
un altro libro con i pensieri dei bambini. Anche il "don", di libri, ne
ha scritto uno che viene presentato a fine messa: "Profeti del XX secolo"
(Berti editrice). C'è il tempo per le sublimi note di un coro ucraino portato
in Italia da don Giorgio Bosini, poi la festa di popolo nel cortile della
parrocchia.

Federico Frighi


da Libertà, 7 giugno 2010

Il pallio all'arcivescovo Lanfranchi

L’arcivescovo piacentino Antonio Lanfranchi sarà fra i 38 presuli provenienti da tutte le diocesi del mondo che martedì prossimo, 29 giugno, solennità dei Santi Pietro e Paolo, riceveranno il sacro pallio destinato ai metropoliti da Benedetto XVI. Monsignor Lanfranchi concelebrerà con il Papa nella messa solenne che si terrà nella Basilica Vaticana a partire dalle 9 e 30. «Sono onorato di questo riconoscimento che viene dato ai metropoliti» osserva monsignor Lanfranchi che spiega come il pallio sia una stola di stoffa di lana bianca (rappresenta la pecora che il pastore porta sulle spalle) che, prima di tutto, sta a simboleggiare l’impegno apostolico di chi la riceve, una partecipazione più stretta alla missione del Santo Padre, e tende a rafforzare i legami di affetto e comunione tra la diocesi e la sede apostolica. «Una volta quello del metropolita era un primato giurisdizionale - evidenzia Lanfranchi - oggi è più un primato onorifico, anche se il codice di diritto canonico stabilisce specifiche e determinate funzioni. Ma tutte in casi limite. Ad esempio l’intervento sull’amministrazione temporanea delle sedi vacanti, quando i consultori non intervengano entro 8 giorni dall’assenza del vescovo titolare; poi la vigilanza sulla fede e la disciplina ecclesiastica in caso di abusi, la visita canonica nel caso il vescovo la trascuri». Nelle celebrazioni il metropolita ha il diritto di indossare il pallio solo nella sua giurisdizione. Da monsignor Lanfranchi dipendono, in tal senso, le diocesi di Piacenza-Bobbio, Parma, Fidenza, Reggio Emilia-Guastalla e Carpi.
Trentotto, come si diceva, gli arcivescovi metropoliti tra i quali, appunto, Lanfranchi per la diocesi di Modena-Nonantola. Quattro gli italiani: oltre al piacentino, Luigi Moretti, di Salerno-Campagna-Acerno, Gualtiero Bassetti, di Perugia-Città della Pieve, Andrea Bruno Mazzocato, di Udine. Tra i metropoliti, arcivescovi di sedi cardinalizie i cui titolari saranno presso promossi alla porpora, come Lubiana (Slovenia), Bruxelles (Belgio), Praga (Repubblica Ceca). Poi gli arcivescovi di Cuenca (Ecuador), Bulawayo (Zimbabwe), Maseru (Lesotho) Olinda e Recife (Brasile), Saint-Boniface (Canada), Lubango (Angola), Lingayen-Dagupan (Filippine), Chihuahua (Messico), Birmingham (Gran Bretagna), Sevilla (Spagna), Milwaukee (Stati Uniti d’America), Douala (Camerun), Oviedo (Spagna), Bertoua (Camerun), Cape Town (Sud Africa), Cincinnati (Stati Uniti d’America), Belém do Pará (Brasile), Medellín (Colombia). Ancora: Panamá (Panama), Verapoly (India), Toamasina (Madagascar), Valladolid (Spagna), Kwangju (Corea), Nueva Pamplona (Colombia), Miami (Stati Uniti d’America), Southwark (Inghilterra), Gniezno (Polonia), Hà Nôi (Viêt Nam), Cape Coast (Ghana), Kosice (Slovacchia), Acapulco (Messico). Verranno presentati ad uno ad uno dal cardinale protodiacono e giureranno nelle mani del Papa fedeltà a Pietro, alla Chiesa di Roma, al Santo Padre e ai suoi legittimi successori.
Federico Frighi

da Libertà, 23 giugno 2010

martedì 22 giugno 2010

Africa Mission, pozzi per l'acqua contro il colera

Nella regione del Karamoja, nord-est dell’Uganda, da un paio di mesi è in corso un’epidemia di colera. Per rispondere a quest’emergenza, l’ong piacentina Africa Mission - Cooperazione e Sviluppo, da 38 anni impegnata in Uganda per promuovere lo sviluppo delle popolazioni locali, si è attiva subito per perforare un nuovo pozzo d’acqua pulita a Kanakomol, una delle aree più colpite dall’epidemia, e riabilitare 5 pozzi già esistenti ma non più funzionanti.

Le autorità sanitarie locali ritengono che la causa dello scoppio dell’epidemia sia la mancanza di fonti pulite per il consumo umano. Per questo, Africa Mission - Cooperazione e Sviluppo si è subito attivata per portare acqua potabile alle comunità colpite.
L’epidemia ha cominciato a diffondersi alla fine di aprile nel quartiere di Kanakomol, nel distretto di Moroto, e si è poi rapidamente diffusa in altri villaggi, raggiungendo anche il distretto di Kotido. Ad oggi, solo nel distretto di Moroto, il morbo ha infettato 552 persone e ne ha uccise 9. A Kotido i casi registrati sono 210, di cui 6 hanno avuto un esito mortale. Negli ultimi giorni l’epidemia sta lentamente regredendo, ma l’emergenza rimane tuttora aperta.

Gli interventi intrapresi da Africa Mission - Cooperazione e Sviluppo, in accordo con le autorità locali, consistono: nell’installazione di un tank da 5000 litri d’acqua e nella perforazione di un pozzo d’acqua potabile nel quartiere di Kanakomol; nella riabilitazione di 5 pozzi non più funzionanti nella zona colpita dal virus, di cui 2 nella città di Moroto e 3 nel villaggio di Loputuk; nel fornire a più riprese acqua all’ospedale di Moroto; nel compiere l’analisi chimico-batteriologica dell’acqua proveniente da alcune fonti sospette.
Africa Mission - Cooperazione e Sviluppo ha ricevuto inoltre una richiesta per la riabilitazione di altri 2 impianti di approvvigionamento idrico della zona e per la perforazione di un nuovo pozzo presso la scuola primaria di Nakapelim, frequentata da circa 500 bambini.

“Abbiamo bisogno di fondi per continuare gli interventi che abbiamo avviato e far fronte alle nuove richieste - dichiara Carlo Ruspantini, direttore di Africa Mission - Cooperazione e Sviluppo -. Anche perché in Uganda è in corso anche un contagio di epatite E, e ci siamo attivati anche per questa emergenza con interventi di clorinazione di 15 pozzi e con attività di promozione igienico-sanitaria tra la popolazione. Facciamo appello alla generosità dei piacentini per far fronte a questa emergenza. Servono fondi per portare avanti i nostri interventi di perforazione e riabilitazione di pozzi d’acqua potabile e soprattutto di sensibilizzazione ed educazione sanitaria della popolazione, resi ancora più urgenti da questa epidemia e necessari per prevenire in futuro la diffusione di questi contagi”.

Per maggiori informazioni, ci si può rivolgere alla segreteria di Africa Mission - Cooperazione e Sviluppo al numero telefonico 0523-499424.