Missionario factotum nel cuore del Chiapas tra indigeni fagocitati dalla globalizzazione e zapatisti sempre in guardia contro il governo del presidente Felipe Calderòn. E' in questo contesto di litigiosità e ricerca della democrazia che opera il missionario laico piacentino Giorgio Catoni, 61 anni, nativo di Torrano di Pontedellolio, tornato in Italia nelle ultime settimane per un periodo di riposo. Catoni, laico, è uno di quei missionari silenziosi che se non li vai a scovare direttamente mai si sognerebbero di chiamare i media per farsi pubblicità. E' partito per il centro America nel 1998. «Volevo aiutare i fratelli più poveri. Il Messico è stato un caso - ricorda -. A Roma dalle suore salesiane mi hanno chiesto di andare nel Chiapas. Ci sono stato sei mesi la prima volta, poi mi sono affezionato alla gente e da allora sono stato con loro 13 anni e mezzo». In questo momento sta seguendo una casa famiglia per ragazze che studiano a Tuxtla, la capitale del Chiapas: «Sono quasi tutte ragazze indigene poverissime a cui noi diamo vitto, alloggio, laboratori di taglio e cucito, informatica, corsi di panetteria». La situazione nel Chiapas del Movimento di liberazione zapatista oggi è tranquilla. «Con il presidente Vicente Fox sono state fatte nuove promesse che in parte sono state mantenute» evidenzia Catoni che, a Tuxtla, è vicino di casa del subcomandante Marcos, il rivoluzionario messicano portavoce dell'Esercito zapatista di liberazione nazionale: «Dicono che abiti vicino alla nostra casa salesiana, ma vivendo in clandestinità ovviamente nessuno l'ha mai visto».
Catoni ha maturato la decisione di partire come missionario laico dopo la morte della madre, avvenuta nel 1995 e che aveva amorevolmente assistita negli ultimi anni a causa della cecità, con l'aiuto e la solidarietà di amici e volontari. Ha lasciato una bella casa, una fiorente attività artigianale (gestiva un autolavaggio a Piacenza), una vita comoda e sicura, tanti amici ed è partito. Nella missione di Ocotepec prima, in quella di Tuxla è diventato un punto di riferimento importante per gli indigeni, per le suore della missione e per i sacerdoti.
Svolge mansioni di autista, meccanico, agricoltore, allevatore, tiene corsi di meccanografia e dattilografia, collabora nelle attività pastorali della parrocchia principale. Portando avanti la scuola materna cattolica con i servizi della tradizione salesiana e anche un accompagnamento psicologico. «Siamo riusciti ad aprire una mensa comunitaria per 150 bambini - ne va fiero -. Abbiamo costruito letti per le persone malate che prima dormivano invece sulla nuda terra». Ocotepec è situata su di un altopiano, lontano dalle città, con poche e disastrate vie di comunicazione, posta e telefono funzionano male e a fasi alterne, scarsa e irregolare la fornitura di energia elettrica, le abitazioni sono primitive e fatiscenti, estremamente precarie le condizioni igieniche.
Appena arrivato in missione ha trovato una situazione sociale disastrosa, molte persone avevano gravi problemi respiratorie e la aspettativa di vita era molto bassa: le abitazioni erano costruite senza finestre per non disperdere calore e riscaldate con fuoco libero in terra, in mezzo alla abitazione stessa. Attraverso un progetto di esperti dagli Stati Uniti è riuscito a collocare aperture con filtri per fare defluire il fumo e disperdere poco calore. Con un progetto sostenuto dal Centro Missionario Diocesano e benefattori di Carpaneto ha comperato una grande quantità di letti in legno con materassino. Ogni volta che riparte per il suo Messico ripete a tutti: «In terra di missione è più quello che si riceve di quello che si dà».
Federico Frighi
05/08/2012 Libertà
giovedì 23 agosto 2012
lunedì 20 agosto 2012
San Raimondo, un'oasi dello spirito nel cuore della città
Si apre una nuova era per il convento delle suore benedettine in Corso Vittorio Emanuale. La nuova madre superiora, suor Maria Emmanuelle, nella giornata di ieri ha preso possesso della comunità religiosa di stretta clausura accompagnata dalla madre badessa suor Anna Maria Cànopi, piacentina, originaria di Pecorara e fondatrice del Monastero benedettino Mater Ecclesiae nell'isola di San Giulio, sul lago d'Orta.
E' proprio a suor Cànopi che il Vaticano ha chiesto di aiutare il convento benedettino di Corso Vittorio Emanuele attiguo alla chiesa di San Raimondo.
Suor Cànopi, 81 anni, è una religiosa conosciuta ed apprezzata in Italia, passata alla storia come la voce femminile più potente della Chiesa, dopo aver scritto nel 1993 - prima donna in assoluto - le meditazioni della Via Crucis lette da papa Giovanni Paolo II la sera del Venerdì Santo al Colosseo. E' autrice di molti libri sulla spiritualità monastica e spiritualità cristiana. Ha collaborato all'edizione della Bibbia della CEI, al catechismo della chiesa cattolica e alle edizioni dei nuovi messali e lezionari. E' stata proprio la badessa, nel 1973, a fondare la piccola comunità sull'isola di San Giulio: un monastero impegnato su vari fronti, aperto per dare ospitalità a singoli o a gruppi, siano essi sacerdoti, religiosi, o laici. Nell'abbazia si svolgono ricerche e studi su testi antichi e traduzioni. Vengono elaborati scritti e pubblicazioni a sussidio della Lectio Divina. Si svolge l'attività di restauro di tessuti antichi (arredi, vesti sacre, arazzi). Un monastero di clausura in continua espansione di vocazioni (le religiose sono un'ottantina) al quale è stato chiesto aiuto anche per il convento di Piacenza. Negli ultimi anni hanno infatti "prestato" monache ad almeno una ventina di strutture, garantendone, in molti casi, la sopravvivenza. «Ci hanno chiesto di dare un aiuto fraterno e di carità a questa comunità, è per questo che siamo qui - spiega suor Cànopi -. Il convento di Piacenza è nel centro storico cittadino ed è un bene che nel cuore di ogni città ci siano delle monache che pregano. E' per questo che noi ci teniamo a far sì che questo convento non chiuda».
La comunità di clausura delle benedettine piacentine, con l'arrivo della collaboratrice di suor Cànopi (inviata assieme ad un'altra monaca), porta ad 11 il numero delle religiose ospitate, alcune anziane e in precarie condizioni di salute.
L'obiettivo è quello di rilanciare il convento di San Raimondo come un centro di spiritualità nel cuore di Piacenza, così come una volta era diventato. Nell'ultimo periodo, tuttavia, la comunità aveva sofferto per problemi interni che avevano indotto il Vaticano ad inviare nella struttura sul Corso un visitatore apostolico, una sorta di commissario. Venne designato padre Luigi Tiana, priore del monastero benedettino di Subiaco, che lo scorso inverno incontrò e intervistò le monache del convento (di cui alcune africane). In seguito la Congregazione per gli Istituti di vita consacrata (uno dei nove dicasteri della curia romana) decise di non spegnere la preziosa esperienza piacentina rivolgendosi alle benedettine della Mater Ecclesiae.
Federico Frighi
10/08/2012 Libertà
E' proprio a suor Cànopi che il Vaticano ha chiesto di aiutare il convento benedettino di Corso Vittorio Emanuele attiguo alla chiesa di San Raimondo.
Suor Cànopi, 81 anni, è una religiosa conosciuta ed apprezzata in Italia, passata alla storia come la voce femminile più potente della Chiesa, dopo aver scritto nel 1993 - prima donna in assoluto - le meditazioni della Via Crucis lette da papa Giovanni Paolo II la sera del Venerdì Santo al Colosseo. E' autrice di molti libri sulla spiritualità monastica e spiritualità cristiana. Ha collaborato all'edizione della Bibbia della CEI, al catechismo della chiesa cattolica e alle edizioni dei nuovi messali e lezionari. E' stata proprio la badessa, nel 1973, a fondare la piccola comunità sull'isola di San Giulio: un monastero impegnato su vari fronti, aperto per dare ospitalità a singoli o a gruppi, siano essi sacerdoti, religiosi, o laici. Nell'abbazia si svolgono ricerche e studi su testi antichi e traduzioni. Vengono elaborati scritti e pubblicazioni a sussidio della Lectio Divina. Si svolge l'attività di restauro di tessuti antichi (arredi, vesti sacre, arazzi). Un monastero di clausura in continua espansione di vocazioni (le religiose sono un'ottantina) al quale è stato chiesto aiuto anche per il convento di Piacenza. Negli ultimi anni hanno infatti "prestato" monache ad almeno una ventina di strutture, garantendone, in molti casi, la sopravvivenza. «Ci hanno chiesto di dare un aiuto fraterno e di carità a questa comunità, è per questo che siamo qui - spiega suor Cànopi -. Il convento di Piacenza è nel centro storico cittadino ed è un bene che nel cuore di ogni città ci siano delle monache che pregano. E' per questo che noi ci teniamo a far sì che questo convento non chiuda».
La comunità di clausura delle benedettine piacentine, con l'arrivo della collaboratrice di suor Cànopi (inviata assieme ad un'altra monaca), porta ad 11 il numero delle religiose ospitate, alcune anziane e in precarie condizioni di salute.
L'obiettivo è quello di rilanciare il convento di San Raimondo come un centro di spiritualità nel cuore di Piacenza, così come una volta era diventato. Nell'ultimo periodo, tuttavia, la comunità aveva sofferto per problemi interni che avevano indotto il Vaticano ad inviare nella struttura sul Corso un visitatore apostolico, una sorta di commissario. Venne designato padre Luigi Tiana, priore del monastero benedettino di Subiaco, che lo scorso inverno incontrò e intervistò le monache del convento (di cui alcune africane). In seguito la Congregazione per gli Istituti di vita consacrata (uno dei nove dicasteri della curia romana) decise di non spegnere la preziosa esperienza piacentina rivolgendosi alle benedettine della Mater Ecclesiae.
Federico Frighi
10/08/2012 Libertà
venerdì 13 luglio 2012
Lavanda, il nuovo ulivo
(fri) E' stato un successo anche quest'anno la distribuzione della lavanda benedetta, divenuta in questi ultimi 4 luglio il fiore ufficiale di Sant'Antonino. Avere in casa un mazzetto di lavanda di Sant'Antonino sta diventando popolare come tenere sul mobile d'ingresso un rametto del ben più famoso ulivo. Con tutto il rispetto per l'albero della pace. Sono stati oltre 250 i mazzi distribuiti ieri, per tutta la giornata, del patrono dai volontari della parrocchia coordinati da Giovanna Armellini Arata. «Come ogni anno - spiega - abbiamo avuto la lavanda grazie alla disponibilità dell'azienda Fantigrossi-Minoia nei campi di Rallio di Montechiaro». «Con i volontari della parrocchia - continua Armellini Arata - li abbiamo uniti in mazzi messi a disposizione sul sagrato della basilica. Le offerte raccolte verranno utilizzate per le attività parrocchiali, in particolare per il restauro della basilica e del chiostro che oggi è messo in sicurezza ed è diventato un punto di ritrovo per i nostri bambini e anche per concerti». Ma la giornata di ieri è stata anche l'occasione per dire grazie a tutti coloro che hanno contribuito a rendere vive le manifestazioni antoniniane 2012. Lo ha fatto il parroco don Giuseppe Basini, al termine della celebrazione patronale. Il grazie al cardinale Vinko Puljic, arcivescovo di Sarajevo «perchè con la sua presenza ha reso ancora più bella e significativa la nostra festa patronale»; grazie «al nostro vescovo Gianni perchè ogni anno in questo giorno ci dona di sperimentare la sua paternità a vicinanza», grazie «anche a tutti coloro che ci hanno aiutato a realizzare importanti progetti di restauro e continuano ad offrire tempo ed energie perchè la nostra parrocchia ritrovi sempre più vivacità ed entusiasmo nel vivere ed annunciare il Vangelo», grazie «ai papà e alle mamme, ai giovani che anche quest'anno hanno raccolto la lavanda per sostenere con il ricavato delle offerte l'opera di restauro dei chiostri, e per lasciare un segno di solidarietà alle popolazioni colpite dal terremoto». Ancora grazie «a tutti coloro che hanno collaborato ad organizzare le manifestazioni antoniniane 2012, all'amministrazione comunale, alla Fondazione di Piacenza e Vigevano, alla Banca di Piacenza, alla Camera di Commercio, a Taverna Inn e a tutte le altre realtà che hanno contribuito».
05/07/2012 Libertà
05/07/2012 Libertà
Argomenti
Puljic,
Sant'Antonino
Puljic: le vostre chiese hanno un'anima
Nella sua tre giorni piacentina il cardinale Vinko Puljic, arcivescovo di Sarajevo, ha avuto la possibilità di visitare alcune delle bellezze architettoniche della città.
«Queste sono chiese che hanno un'anima» ha detto davanti a Santa Maria di Campagna. Qui, ad accoglierlo, c'era il vice guardiano padre Cesare Tinelli che ha guidato in cardinale in una dotta ma anche simpatica visita tra le ricchezze del santuario mariano: dagli affreschi del Pordenone ai raggi cosmici che penetrerebbero in chiesa dal lucernario della cupola.
In precedenza il cardinale aveva visitato il Duomo condotto nella chiesa madre della diocesi dal parroco monsignor Anselmo Galvani e dall'archivista Tiziano Fermi. Significativi gli incontri con il penitenziere monsignor Pietro Bonatti e il cardinale scalabriniano Velasio De Paolis, in città per tenere degli esercizi spirituali. Il cardinale Puljic si è poi raccolto in preghiera proprio sulla tomba del Beato Giovanni Battista Scalabrini, vescovo degli emigranti. Curioso l'incontro con un missionario in pensione, il poliglotta padre Ludovico Muratori, che ha recitato una filastrocca in lingua slava davanti ad un divertito cardinale puljic. Commossa la visita all'archivio storico del Duomo. «Noi non abbiamo più memoria - ha detto il cardinale - l'impero ottomano ha distrutto tutto». C'è il tempo per un caffè espresso sotto i portici di piazza Duomo con annessa lezione sul caffè turco, poi la visita al ricco scrigno d'arte e spiritualità del Collegio Alberoni, accolto dalla professoressa Anna Braghieri, presidente dell'Opera Pia.
07/07/2012 Libertà
Sant'Antonino, arrivederci a Sarajevo!
«Sono molto ammirato per questa celebrazione di Sant'Antonino martire in questa basilica, ma sono anche molto grato per aver conosciuto questa città e questa diocesi. Vorrei che questa mia visita creasse un ponte tra Piacenza e Sarajevo».
Il cardinale Vinko Puljic, l'arcivescovo di Sarajevo che rimase nella capitale della Bosnia Erzegovina durante l'assedio più lungo della storia moderna, saluta così i piacentini dopo 48 ore trascorse all'ombra del Duomo. Lo fa dal pulpito della basilica di Sant'Antonino, alla sua destra il vescovo Gianni Ambrosio, alla sua sinistra il parroco don Giuseppe Basini. Parla all'inizio e alla fine della celebrazione. Si vede che è contento e soddisfatto dell'accoglienza ricevuta e lo dirà anche dopo, in sacrestia, una volta smessi i paramenti ed indossata la veste cardinalizia nera con la fascia e lo zucchetto rossi. Puljic è una persona concreta e non lascia Piacenza con un saluto di circostanza.
«Grazie al fraterno invito del vostro vescovo Gianni Ambrosio e del parroco don Giuseppe Basini - dice all'inizio della messa patronale, nel suo simpatico italiano imparato da autodidatta, ascoltando Radio Vaticana - quest'anno celebro insieme a voi la festa del vostro grande patrono Sant'Antonino Martire. Nella sala dei Teatini, nella conversazione con il direttore Gaetano Rizzuto (martedì sera, ndr.), ho cercato di spiegare che cosa significa essere cristiano nella multietnica e multireligiosa Bosnia Erzegovina dopo la guerra dal 1991 al 1995, nata dalla disgregazione della ex Jugoslavia. Oggi, in questa antica basilica che si può considerare un orgoglio di Piacenza, celebriamo la festa del martirio di Sant'Antonino, patrono della città».
«Qui vivono tanti cittadini della Bosnia Erzegovina che ci sono vicini - osserva poi a conclusione della celebrazione - ma anche i piacentini possono dare il loro segnale di amicizia e vicinanza per aiutare ad appoggiare i nostri cattolici in Bosnia Erzegovina a rimanere nel loro paese, a restaurare le loro case e dare loro il coraggio di rimanere a vivere in Bosnia Erzegovina».
«Vi voglio ringraziare per la vostra vicinanza specialmente durante e dopo la guerra, con la vostra Caritas impegnata nella diocesi di Banja Luka - ci tiene ad evidenziare il cardinale -, ma non dimenticatevi di noi che vogliamo sopravvivere nel nostro paese, costruire pace e uguaglianza nel nostro paese; non dimenticate i cattolici di Bosnia Erzegovina, noi viviamo insieme musulmani, ebrei, ortodossi; tutti abbiamo bisogno di una pace giusta e una società civile prospera». «Noi cattolici - prosegue Puljic - siamo grati alla Cei (Conferenza episcopale italiana) per l'aiuto che ci ha dato, in modo particolare per il sostegno e il mantenimento delle scuole cattoliche che sono scuole interetniche nelle quali offriamo insegnamenti per i bambini e i ragazzi delle diverse confessioni». Ancora: «Tutti noi in Bosnia Erzegovina siamo grati alle persone di buona volontà che ci visitano e mostrano un sincero interesse nei nostri confronti. Ci aiuti Sant'Antonino martire e patrono di Piacenza, sia per tutti noi esempio e testimonianza della fede aperta in Dio. Grazie per tutto e arrivederci in Sarajevo». Magari in occasione dell'incontro mondiale per la pace che la Comunità di Sant'Egidio ha promosso dal 9 all'11 settembre prossimi nella capitale della Bosnia Erzegovina. Un incontro con tutti i capi delle religioni per portare a Sarajevo lo spirito di Assisi. «Vogliamo dare un segno forte al mondo - ha detto il cardinale nella serata ai Teatini - che le religioni possono convivere se c'è rispetto l'uno dell'altro».
fed. fri.
05/07/2012 Libertà
Il cardinale Vinko Puljic, l'arcivescovo di Sarajevo che rimase nella capitale della Bosnia Erzegovina durante l'assedio più lungo della storia moderna, saluta così i piacentini dopo 48 ore trascorse all'ombra del Duomo. Lo fa dal pulpito della basilica di Sant'Antonino, alla sua destra il vescovo Gianni Ambrosio, alla sua sinistra il parroco don Giuseppe Basini. Parla all'inizio e alla fine della celebrazione. Si vede che è contento e soddisfatto dell'accoglienza ricevuta e lo dirà anche dopo, in sacrestia, una volta smessi i paramenti ed indossata la veste cardinalizia nera con la fascia e lo zucchetto rossi. Puljic è una persona concreta e non lascia Piacenza con un saluto di circostanza.
«Grazie al fraterno invito del vostro vescovo Gianni Ambrosio e del parroco don Giuseppe Basini - dice all'inizio della messa patronale, nel suo simpatico italiano imparato da autodidatta, ascoltando Radio Vaticana - quest'anno celebro insieme a voi la festa del vostro grande patrono Sant'Antonino Martire. Nella sala dei Teatini, nella conversazione con il direttore Gaetano Rizzuto (martedì sera, ndr.), ho cercato di spiegare che cosa significa essere cristiano nella multietnica e multireligiosa Bosnia Erzegovina dopo la guerra dal 1991 al 1995, nata dalla disgregazione della ex Jugoslavia. Oggi, in questa antica basilica che si può considerare un orgoglio di Piacenza, celebriamo la festa del martirio di Sant'Antonino, patrono della città».
«Qui vivono tanti cittadini della Bosnia Erzegovina che ci sono vicini - osserva poi a conclusione della celebrazione - ma anche i piacentini possono dare il loro segnale di amicizia e vicinanza per aiutare ad appoggiare i nostri cattolici in Bosnia Erzegovina a rimanere nel loro paese, a restaurare le loro case e dare loro il coraggio di rimanere a vivere in Bosnia Erzegovina».
«Vi voglio ringraziare per la vostra vicinanza specialmente durante e dopo la guerra, con la vostra Caritas impegnata nella diocesi di Banja Luka - ci tiene ad evidenziare il cardinale -, ma non dimenticatevi di noi che vogliamo sopravvivere nel nostro paese, costruire pace e uguaglianza nel nostro paese; non dimenticate i cattolici di Bosnia Erzegovina, noi viviamo insieme musulmani, ebrei, ortodossi; tutti abbiamo bisogno di una pace giusta e una società civile prospera». «Noi cattolici - prosegue Puljic - siamo grati alla Cei (Conferenza episcopale italiana) per l'aiuto che ci ha dato, in modo particolare per il sostegno e il mantenimento delle scuole cattoliche che sono scuole interetniche nelle quali offriamo insegnamenti per i bambini e i ragazzi delle diverse confessioni». Ancora: «Tutti noi in Bosnia Erzegovina siamo grati alle persone di buona volontà che ci visitano e mostrano un sincero interesse nei nostri confronti. Ci aiuti Sant'Antonino martire e patrono di Piacenza, sia per tutti noi esempio e testimonianza della fede aperta in Dio. Grazie per tutto e arrivederci in Sarajevo». Magari in occasione dell'incontro mondiale per la pace che la Comunità di Sant'Egidio ha promosso dal 9 all'11 settembre prossimi nella capitale della Bosnia Erzegovina. Un incontro con tutti i capi delle religioni per portare a Sarajevo lo spirito di Assisi. «Vogliamo dare un segno forte al mondo - ha detto il cardinale nella serata ai Teatini - che le religioni possono convivere se c'è rispetto l'uno dell'altro».
fed. fri.
05/07/2012 Libertà
Argomenti
Puljic,
Sant'Antonino
S'Antonino, una risposta in tempo di crisi
Sant'Antonino è ormai passato e così pure la venuta a Piacenza del cardinale arcivescovo di Sarajevo, Vinko Puljic. Ecco gli articoli scritti per l'occasione.
Un Sant'Antonino che guarda, con il suo esempio di santo laico, alla città di Piacenza immersa nella crisi economica; ma anche al mondo, in particolare a quella fetta di Europa, i Balcani, dove da poco si è conclusa una guerra fratricida e dove si sta tentando di portare una pace vera ed una convivenza tra etnìe e religioni diverse. E' il vescovo Gianni Ambrosio a sottolinearlo nella sua omelia pronunciata accanto al cardinale Vinko Puljic, arcivescovo di Sarajevo, testimone di pace in questo Sant'Antonino 2012.
«È una grazia avere qui con noi il cardinale Vinko Puljic che presiede questa solenne celebrazione in onore del nostro santo patrono - evidenzia il vescovo - e insieme a noi prega il Signore per la nostra Chiesa e per la nostra città, così come noi preghiamo per lei eminenza, per la sua Chiesa e per la pace e la fratellanza in Bosnia-Erzegovina».
La basilica di Sant'Antonino è gremita di fedeli. Nelle prime file ci sono tutte le autorità cittadine, tra cui il prefetto Antonino Puglisi, il comandante dell'Arma dei carabinieri, colonnello Paolo Rota Gelpi, il vice questore Maria Elisa Mei, il sindaco Paolo Dosi, il presidente della Provincia, Massimo Trespidi, il presidente della Camera di Commercio Giuseppe Parenti. Sulla destra dell'altare campeggia il gonfalone di Sant'Antonino con ai lati due agenti di polizia municipale in alta uniforme. Tutto secondo il tradizionale cerimoniale, compresa l'offerta dei ceri. Qui, l'unica novità: per la prima volta, a donare quello della città di Piacenza è il neo sindaco Paolo Dosi. Il destinatario non è il vescovo Ambrosio, ma il cardinale Puljic che presiede la celebrazione.
Monsignor Ambrosio, come detto, pone l'accento sulla figura del patrono, esempio di santo laico per i nostri tempi. «La nostra Chiesa, scegliendo il martire Antonino come suo patrono, ha riconosciuto in lui Cristo stesso - sottolinea il capo della diocesi -. Questa intima unione tra Cristo e il martire Sant'Antonino ci invita a celebrare con rinnovato stupore le festa che tiene viva la memoria del nostro patrono e ravviva la nostra fede cristiana».
«Il patrono della nostra comunità diocesana e della nostra città di Piacenza - continua il presule - è un giovane e, non dimentichiamolo, Antonino è un laico, diremmo oggi, un giovane laico che, nella sua testimonianza, mostra che la nuova fede, la fede cristiana, è trasparenza di umanità, è libertà dagli idoli, è forza che cambia il modo di pensare e di vivere».
«Abbiamo bisogno di questa fede - esorta Ambrosio - per far emergere un'umanità che stiamo perdendo, per vincere i tanti i idoli di turno, per trasformare la vita. Dalla fede deriva la fiducia nella vita, l'impegno di vivere le relazioni nella loro bellezza, il coraggio di guardare avanti e di imboccare strade nuove senza fermarsi davanti ai vitelli d'oro». La crisi e il terremoto in Emilia: «Soprattutto oggi, con la crisi generale che non lascia ancora intravvedere la sua fine, con un mondo che è crollato a causa del terremoto avvenuto qui vicino a noi, abbiamo bisogno di rivolgere lo sguardo a Dio per imparare di nuovo il senso dell'esistenza, dell'amare, del costruire, del soffrire e del gioire. Abbiamo bisogno di ritrovare parole, virtù e stili di vita che abbiamo trascurato: sobrietà, solidarietà, condivisione, responsabilità, sacrificio, gratuità. Possiamo come cristiani, come cristiani laici che vivono ed operano nel quotidiano, sfidare la crisi evangelizzandola, portando la parola, la luce, la libertà, la forza del Vangelo dentro i problemi e le situazioni per aiutarci a uscire dal tunnel? È la grazia che chiediamo festeggiando il nostro giovane martire Antonino».
Il vescovo dedica parte della sua omelia all'Antonino d'oro, all'esempio dei coniugi Chiappini. «È significativa la motivazione della scelta di insignire i coniugi Chiappini dell'Antonino d'oro - dice Ambrosio -: "Il conferimento vuole essere un atto di stima e di gratitudine nei confronti di una coppia di coniugi cristiani che hanno fatto della generosa accoglienza della vita e del volontariato la loro scelta comune". L'esempio di questa famiglia - Umberto ci ha lasciato da poco - ci aiuta comprendere il valore fondamentale di ogni famiglia che accoglie la vita. Se il cuore è aperto alla vita, allora si scopre la bontà della vita e si diffondono le ragioni del vivere. Oggi, come sappiamo, sembra regnare l'indifferenza verso quel valore decisivo che è la vita. Così il nostro presente rischia di essere melanconico e il nostro futuro di diventare sempre più incerto: vale per la nostra città e per il nostro Paese.
Se si apre il cuore alla vita, si apre anche la porta della casa per accogliere i fratelli e vivere buone relazioni. Così la vita si rigenera e si cresce nella fiducia, così si offrono motivi di speranza. Questo è ciò che Umberto e Giulia hanno fatto, aiutati dal Signore ed educati secondo buoni principi in famiglia e a scuola».
Un esempio, quello di Umberto e Giulia Chiappini, per tutte le famiglie piacentine: «Questa è la vocazione di ogni famiglia. Ma questa vocazione, che pure è accolta ed è vissuta da molte famiglie, anche oggi, anche qui da noi, non è aiutata, non è favorita. Speriamo che la situazione possa cambiare in fretta. Perché i nostri ragazzi e i nostri giovani hanno bisogno di vedere concretamente la bellezza di una vita aperta all'amore e di trovare lì le ragioni del vivere. E poi perché nessun sviluppo è possibile in una società che non investe nella vita, nella relazione sociale, nella comunione coniugale».
Infine un accenno all'Incontro mondiale delle famiglie che si è tenuto a Milano all'inizio di giugno: «La partecipazione così ampia ha dimostrato quanta sia radicata l'idea di una famiglia fondata su un amore aperto alla vita e solidale con tutti. Benedetto XVI si è fatto interprete di questa consapevolezza che la famiglia è il nostro patrimonio più importante. "La vostra vocazione, ha detto il Santo Padre rivolgendosi alle famiglie, non è facile da vivere, specialmente oggi, ma quella dell'amore è una realtà meravigliosa, è l'unica forza che può veramente trasformare il mondo". Accogliamo il messaggio che Benedetto XVI ha affidato a tutte le famiglie. Rendiamo lode a Dio per il dono di sant'Antonino e invochiamo su tutti la protezione del nostro patrono».
Federico Frighi
05/07/2012 Libertà
Un Sant'Antonino che guarda, con il suo esempio di santo laico, alla città di Piacenza immersa nella crisi economica; ma anche al mondo, in particolare a quella fetta di Europa, i Balcani, dove da poco si è conclusa una guerra fratricida e dove si sta tentando di portare una pace vera ed una convivenza tra etnìe e religioni diverse. E' il vescovo Gianni Ambrosio a sottolinearlo nella sua omelia pronunciata accanto al cardinale Vinko Puljic, arcivescovo di Sarajevo, testimone di pace in questo Sant'Antonino 2012.
«È una grazia avere qui con noi il cardinale Vinko Puljic che presiede questa solenne celebrazione in onore del nostro santo patrono - evidenzia il vescovo - e insieme a noi prega il Signore per la nostra Chiesa e per la nostra città, così come noi preghiamo per lei eminenza, per la sua Chiesa e per la pace e la fratellanza in Bosnia-Erzegovina».
La basilica di Sant'Antonino è gremita di fedeli. Nelle prime file ci sono tutte le autorità cittadine, tra cui il prefetto Antonino Puglisi, il comandante dell'Arma dei carabinieri, colonnello Paolo Rota Gelpi, il vice questore Maria Elisa Mei, il sindaco Paolo Dosi, il presidente della Provincia, Massimo Trespidi, il presidente della Camera di Commercio Giuseppe Parenti. Sulla destra dell'altare campeggia il gonfalone di Sant'Antonino con ai lati due agenti di polizia municipale in alta uniforme. Tutto secondo il tradizionale cerimoniale, compresa l'offerta dei ceri. Qui, l'unica novità: per la prima volta, a donare quello della città di Piacenza è il neo sindaco Paolo Dosi. Il destinatario non è il vescovo Ambrosio, ma il cardinale Puljic che presiede la celebrazione.
Monsignor Ambrosio, come detto, pone l'accento sulla figura del patrono, esempio di santo laico per i nostri tempi. «La nostra Chiesa, scegliendo il martire Antonino come suo patrono, ha riconosciuto in lui Cristo stesso - sottolinea il capo della diocesi -. Questa intima unione tra Cristo e il martire Sant'Antonino ci invita a celebrare con rinnovato stupore le festa che tiene viva la memoria del nostro patrono e ravviva la nostra fede cristiana».
«Il patrono della nostra comunità diocesana e della nostra città di Piacenza - continua il presule - è un giovane e, non dimentichiamolo, Antonino è un laico, diremmo oggi, un giovane laico che, nella sua testimonianza, mostra che la nuova fede, la fede cristiana, è trasparenza di umanità, è libertà dagli idoli, è forza che cambia il modo di pensare e di vivere».
«Abbiamo bisogno di questa fede - esorta Ambrosio - per far emergere un'umanità che stiamo perdendo, per vincere i tanti i idoli di turno, per trasformare la vita. Dalla fede deriva la fiducia nella vita, l'impegno di vivere le relazioni nella loro bellezza, il coraggio di guardare avanti e di imboccare strade nuove senza fermarsi davanti ai vitelli d'oro». La crisi e il terremoto in Emilia: «Soprattutto oggi, con la crisi generale che non lascia ancora intravvedere la sua fine, con un mondo che è crollato a causa del terremoto avvenuto qui vicino a noi, abbiamo bisogno di rivolgere lo sguardo a Dio per imparare di nuovo il senso dell'esistenza, dell'amare, del costruire, del soffrire e del gioire. Abbiamo bisogno di ritrovare parole, virtù e stili di vita che abbiamo trascurato: sobrietà, solidarietà, condivisione, responsabilità, sacrificio, gratuità. Possiamo come cristiani, come cristiani laici che vivono ed operano nel quotidiano, sfidare la crisi evangelizzandola, portando la parola, la luce, la libertà, la forza del Vangelo dentro i problemi e le situazioni per aiutarci a uscire dal tunnel? È la grazia che chiediamo festeggiando il nostro giovane martire Antonino».
Il vescovo dedica parte della sua omelia all'Antonino d'oro, all'esempio dei coniugi Chiappini. «È significativa la motivazione della scelta di insignire i coniugi Chiappini dell'Antonino d'oro - dice Ambrosio -: "Il conferimento vuole essere un atto di stima e di gratitudine nei confronti di una coppia di coniugi cristiani che hanno fatto della generosa accoglienza della vita e del volontariato la loro scelta comune". L'esempio di questa famiglia - Umberto ci ha lasciato da poco - ci aiuta comprendere il valore fondamentale di ogni famiglia che accoglie la vita. Se il cuore è aperto alla vita, allora si scopre la bontà della vita e si diffondono le ragioni del vivere. Oggi, come sappiamo, sembra regnare l'indifferenza verso quel valore decisivo che è la vita. Così il nostro presente rischia di essere melanconico e il nostro futuro di diventare sempre più incerto: vale per la nostra città e per il nostro Paese.
Se si apre il cuore alla vita, si apre anche la porta della casa per accogliere i fratelli e vivere buone relazioni. Così la vita si rigenera e si cresce nella fiducia, così si offrono motivi di speranza. Questo è ciò che Umberto e Giulia hanno fatto, aiutati dal Signore ed educati secondo buoni principi in famiglia e a scuola».
Un esempio, quello di Umberto e Giulia Chiappini, per tutte le famiglie piacentine: «Questa è la vocazione di ogni famiglia. Ma questa vocazione, che pure è accolta ed è vissuta da molte famiglie, anche oggi, anche qui da noi, non è aiutata, non è favorita. Speriamo che la situazione possa cambiare in fretta. Perché i nostri ragazzi e i nostri giovani hanno bisogno di vedere concretamente la bellezza di una vita aperta all'amore e di trovare lì le ragioni del vivere. E poi perché nessun sviluppo è possibile in una società che non investe nella vita, nella relazione sociale, nella comunione coniugale».
Infine un accenno all'Incontro mondiale delle famiglie che si è tenuto a Milano all'inizio di giugno: «La partecipazione così ampia ha dimostrato quanta sia radicata l'idea di una famiglia fondata su un amore aperto alla vita e solidale con tutti. Benedetto XVI si è fatto interprete di questa consapevolezza che la famiglia è il nostro patrimonio più importante. "La vostra vocazione, ha detto il Santo Padre rivolgendosi alle famiglie, non è facile da vivere, specialmente oggi, ma quella dell'amore è una realtà meravigliosa, è l'unica forza che può veramente trasformare il mondo". Accogliamo il messaggio che Benedetto XVI ha affidato a tutte le famiglie. Rendiamo lode a Dio per il dono di sant'Antonino e invochiamo su tutti la protezione del nostro patrono».
Federico Frighi
05/07/2012 Libertà
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Puljic,
Sant'Antonino
sabato 7 luglio 2012
lunedì 25 giugno 2012
In Sant'Agata "L'opera in salotto"
Giovedì, 28 giugno ore 21, nonostante Italia-Germania,
nella sala teatro della chiesa di S. Agata, Rivergaro (PC)
sacricorridoi.it presenta:
“L'opera in salotto”
arie da Trovatore, Traviata, Carmen, Barbiere di Siviglia, operette
Giorgia Gazzola, soprano. Corrado Pozzoli, pianoforte.
Ospite il baritono Lee Min Ho, vincitore Premio Poggi 2012.
Presenta la serata Lucia Rossi.
Ingresso libero. Al termine rinfresco
nella sala teatro della chiesa di S. Agata, Rivergaro (PC)
sacricorridoi.it presenta:
“L'opera in salotto”
arie da Trovatore, Traviata, Carmen, Barbiere di Siviglia, operette
Giorgia Gazzola, soprano. Corrado Pozzoli, pianoforte.
Ospite il baritono Lee Min Ho, vincitore Premio Poggi 2012.
Presenta la serata Lucia Rossi.
Ingresso libero. Al termine rinfresco
Morto don Ludovico Fiorentini
È morto nella mattinata di oggi, lunedì 25 giugno, all’Hospice di Piacenza “Casa di iris” don Lodovico Fiorentini. Nato a Carpaneto il 7 agosto 1924, è stato ordinato sacerdote il 22 marzo 1947. Ha collaborato fin dagli inizi del suo ministero a diverse parrocchie: San Nicolò, Vigolzone, Gragnano, Carpaneto e San Savino. Nel ’60 era giunto sempre come vicario parrocchiale in San Francesco assumendo l’incarico di Cappellano dell’oratorio di San Donnino. In questa chiesa, dove dagli anni ’70 è sorto il Centro eucaristico diocesano con la presenza delle suore Figlie della Chiesa, si è dedicato alla predicazione e al ministero della confessione.
Dal 1° gennaio ’91 era assistente dell’Apostolato della preghiera e del Movimento di spiritualità vedovile; dall’aprile dello stesso anno era canonico di S. Antonino.
Grande appassionato e cultore di musica sacra, era diplomato in composizione musicale al Conservatorio Nicolini; ha compiuto studi specifici nel settore della musica gregoriana. Era l’organista della chiesa di San Francesco.
La salma resterà all’Hospice di Piacenza fino a martedì 26 giugno alle ore 15, quando verrà traslata nella chiesa di san Donnino, dove dalle ore 15.30 si potrà accedere per la preghiera fino alle ore 23. Alle ore 20.30 sempre di martedì 26 nella vicina chiesa di San Francesco è in programma il rosario in suffragio di don Fiorentini.
Mercoledì 27 alle ore 8.30 la salma sarà traslata in San Francesco dove alle ore 10 verrà celebrato il funerale che sarà presieduto dal vescovo mons. Gianni Ambrosio.
Dal 1° gennaio ’91 era assistente dell’Apostolato della preghiera e del Movimento di spiritualità vedovile; dall’aprile dello stesso anno era canonico di S. Antonino.
Grande appassionato e cultore di musica sacra, era diplomato in composizione musicale al Conservatorio Nicolini; ha compiuto studi specifici nel settore della musica gregoriana. Era l’organista della chiesa di San Francesco.
La salma resterà all’Hospice di Piacenza fino a martedì 26 giugno alle ore 15, quando verrà traslata nella chiesa di san Donnino, dove dalle ore 15.30 si potrà accedere per la preghiera fino alle ore 23. Alle ore 20.30 sempre di martedì 26 nella vicina chiesa di San Francesco è in programma il rosario in suffragio di don Fiorentini.
Mercoledì 27 alle ore 8.30 la salma sarà traslata in San Francesco dove alle ore 10 verrà celebrato il funerale che sarà presieduto dal vescovo mons. Gianni Ambrosio.
Argomenti
Comunicati diocesi Piacenza-Bobbio
sabato 23 giugno 2012
Sisma, parmigiano in ogni parrocchia
La diocesi di Piacenza-Bobbio, attraverso la Caritas diocesana, ha predisposto un'iniziativa a medio termine per sostenere la produzione casearia di parmigiano-reggiano delle imprese colpite dal terremoto in Emilia Romagna. L'iniziativa verrà proposta nelle parrocchie a partire da domenica 24 giugno per chiuderla l'8 luglio. Ogni ordine di parmigiano (pezzi da un kg sotto vuoto con due possibili stagionature: 10-12 mesi e 24 mesi circa) verrà effettuato compilando l'apposito coupon. I tagliandi possono essere raccolti in un contenitore in chiesa o nelle segreterie parrocchiali.
Dal 9 al 13 luglio le parrocchie compileranno una lista dei richiedenti e comunicheranno alla Caritas diocesana di Piacenza-Bobbio il totale richiesto, attraverso la mail mondialita@caritaspiacenzabobbio. org o il tel. 0523/332750.
La Caritas farà il computo totale e lo girerà ai caseifici, individuati grazie all'aiuto di Andrea Summer (Facoltà di Medicina Veterinaria dell'Università di Parma). Quindi provvederà al ritiro del formaggio. Potrà fare lo stoccaggio in cella frigorifera (se la consegna avvenisse in anticipo sui tempi prestabiliti) all'interno del Centro Il Samaritano in via Giordani, 12: questo per lasciare una maggiore libertà ai caseifici, alle prese con disagi vari. Si provvederà quindi alla distribuzione intorno a metà settembre alle parrocchie, cui spetta la distribuzione ai singoli richiedenti e la raccolta di quanto dovuto che verrà poi convogliato alla Caritas diocesana. Quest'ultima provvederà al pagamento.
Nel giro di poco la diocesi fornirà le notizie relative ai caseifici individuati. Vista la natura solidale dell'iniziativa si sta provvedendo ad individuare i caseifici più danneggiati e quindi più bisognosi di un sostegno. «Questa scelta - spiegano alla Caritas - porta con sé una serie di conseguenze in termini di tempistica della consegna (non è possibile conoscere con largo anticipo il giorno in cui essa avverrà), di costi (ipotizzabili in 10-11 euro/kg per la stagionatura intorno ai 12 mesi, in 13-14 euro per quella a 24 mesi) e di assoluta certezza della consegna (pur garantendo il nostro meglio dobbiamo tenere conto dell'agibilità o meno degli edifici, di eventuali ulteriori scosse e del grado di danneggiamento di quelle forme di parmigiano Reggiano non ancora recuperate). Ecco perché in primis si chiede a tutti disponibilità, pazienza e uno spirito di solidarietà e al contempo di adattamento».
Per informazioni: Francesco Millione (Caritas diocesana.) millione@caritaspiacenzabobbio. org - cell. 3484493993
21/06/2012 Libertà
Dal 9 al 13 luglio le parrocchie compileranno una lista dei richiedenti e comunicheranno alla Caritas diocesana di Piacenza-Bobbio il totale richiesto, attraverso la mail mondialita@caritaspiacenzabobbio. org o il tel. 0523/332750.
La Caritas farà il computo totale e lo girerà ai caseifici, individuati grazie all'aiuto di Andrea Summer (Facoltà di Medicina Veterinaria dell'Università di Parma). Quindi provvederà al ritiro del formaggio. Potrà fare lo stoccaggio in cella frigorifera (se la consegna avvenisse in anticipo sui tempi prestabiliti) all'interno del Centro Il Samaritano in via Giordani, 12: questo per lasciare una maggiore libertà ai caseifici, alle prese con disagi vari. Si provvederà quindi alla distribuzione intorno a metà settembre alle parrocchie, cui spetta la distribuzione ai singoli richiedenti e la raccolta di quanto dovuto che verrà poi convogliato alla Caritas diocesana. Quest'ultima provvederà al pagamento.
Nel giro di poco la diocesi fornirà le notizie relative ai caseifici individuati. Vista la natura solidale dell'iniziativa si sta provvedendo ad individuare i caseifici più danneggiati e quindi più bisognosi di un sostegno. «Questa scelta - spiegano alla Caritas - porta con sé una serie di conseguenze in termini di tempistica della consegna (non è possibile conoscere con largo anticipo il giorno in cui essa avverrà), di costi (ipotizzabili in 10-11 euro/kg per la stagionatura intorno ai 12 mesi, in 13-14 euro per quella a 24 mesi) e di assoluta certezza della consegna (pur garantendo il nostro meglio dobbiamo tenere conto dell'agibilità o meno degli edifici, di eventuali ulteriori scosse e del grado di danneggiamento di quelle forme di parmigiano Reggiano non ancora recuperate). Ecco perché in primis si chiede a tutti disponibilità, pazienza e uno spirito di solidarietà e al contempo di adattamento».
Per informazioni: Francesco Millione (Caritas diocesana.) millione@caritaspiacenzabobbio. org - cell. 3484493993
21/06/2012 Libertà
mercoledì 20 giugno 2012
Sisma, Piacenza e Finale Emilia gemelle
Sarà la parrocchia di Finale Emilia la destinataria della generosità dei piacentini nella ricostruzione del dopo terremoto. Il gemellaggio tra la diocesi di Piacenza-Bobbio e quella di Modena-Nonantola, quest'ultima guidata dall'arcivescovo piacentino Antonio Lanfranchi, verrà sancito nelle prossime ore ma già ieri il presule originario di Ferriere ha comunicato quella che sarà la parrocchia sulla quale concentrare gli aiuti piacentini. Finale Emilia è una cittadina come Fiorenzuola, con circa 16mila abitanti. Lo scorso 20 maggio la terra ha tremato con un epicentro a pochi chilometri dal centro abitato e con una magnitudo del 5,9. Oggi gli sfollati accolti nelle tendopoli sono quasi tremila. Ma il dato totale delle persone che dormono fuori casa non è calcolabile: tantissimi in questi giorni hanno dormito nelle tende da campeggio piantate nei giardini della città.
«A Finale abbiamo cinque chiese seriamente danneggiate - fa i conti monsignor Lanfranchi -, più il duomo (dedicato ai santi Filippo e Giacomo) dove, tra l'altro, avevo appena celebrato le cresime lo scorso 6 maggio». Per dare un'idea della devastazione del sisma l'arcivescovo Lanfranchi osserva come siano cinquanta le chiese crollate in tutta la diocesi di Modena-Nonantola, compreso il duomo di Modena che rimarrà chiuso per i prossimi due mesi. Non solo. L'arcivescovo Lanfranchi, anche a seguito degli ultimi eventi sismici non ancora esauriti, ha disposto, a titolo precauzionale, che le chiese storiche del Comune di Modena e dei vicariati di Nonantola e della Bassa, restino chiuse fino a data da destinarsi. Nella vicina diocesi di Carpi la situazione è ancora più disastrosa: su cinquanta chiese, solo tre sono agibili.
Sarà la Caritas diocesana di Piacenza-Bobbio a raccogliere le offerte della comunità cattolica piacentina. Domenica scorsa c'è stata una prima giornata diocesana di colletta per aiutare i terremotati. Altre iniziative certamente seguiranno. Ieri a Ravenna le Caritas dell'Emilia-Romagna hanno fatto il punto sugli aiuti alle popolazioni colpite dal sisma. Anche la Caritas di Piacenza-Bobbio era presente con il direttore Giuseppe Chiiodaroli e il referente per le emergenze Francesco Millione.
Federico Frighi
07/06/2012 Libertà
«A Finale abbiamo cinque chiese seriamente danneggiate - fa i conti monsignor Lanfranchi -, più il duomo (dedicato ai santi Filippo e Giacomo) dove, tra l'altro, avevo appena celebrato le cresime lo scorso 6 maggio». Per dare un'idea della devastazione del sisma l'arcivescovo Lanfranchi osserva come siano cinquanta le chiese crollate in tutta la diocesi di Modena-Nonantola, compreso il duomo di Modena che rimarrà chiuso per i prossimi due mesi. Non solo. L'arcivescovo Lanfranchi, anche a seguito degli ultimi eventi sismici non ancora esauriti, ha disposto, a titolo precauzionale, che le chiese storiche del Comune di Modena e dei vicariati di Nonantola e della Bassa, restino chiuse fino a data da destinarsi. Nella vicina diocesi di Carpi la situazione è ancora più disastrosa: su cinquanta chiese, solo tre sono agibili.
Sarà la Caritas diocesana di Piacenza-Bobbio a raccogliere le offerte della comunità cattolica piacentina. Domenica scorsa c'è stata una prima giornata diocesana di colletta per aiutare i terremotati. Altre iniziative certamente seguiranno. Ieri a Ravenna le Caritas dell'Emilia-Romagna hanno fatto il punto sugli aiuti alle popolazioni colpite dal sisma. Anche la Caritas di Piacenza-Bobbio era presente con il direttore Giuseppe Chiiodaroli e il referente per le emergenze Francesco Millione.
Federico Frighi
07/06/2012 Libertà
sabato 16 giugno 2012
Don Alessandro prete a 25 anni, il coraggio di una scelta
Don Alessandro Mazzoni è l'unico prete ordinato nel 2012 nella diocesi di Piacenza-Bobbio. Pubblichiamo la sua intervista uscita pochi giorni prima dell'ordinazione.
«A 15 anni non avrei mai pensato che avrei fatto il prete. Anzi lo escludevo categoricamente». Dieci anni dopo, Alessandro Mazzoni, piacentino, si prepara a diventare sacerdote della Chiesa cattolica. Sabato prossimo 9 giugno, verrà ordinato in Duomo (ore 16,30) dal vescovo Gianni Ambrosio. Sarà l'unico nuovo prete della diocesi di Piacenza-Bobbio in questo 2012. Con il calo delle vocazioni, i seminari vuoti, l'odierna crisi dei valori, un giovane di 25 anni che sceglie di entrare in seminario terminato il liceo scientifico Respighi è una notizia da prima pagina. Un giovane normalissimo figlio di una famiglia normalissima: di Daniele, tabaccaio di via Roma, e di Marta, bancaria alla Cariparma, un fratello di 17 anni. Segno che la vocazione sceglie qualsiasi terreno per attecchire. Alessandro Mazzoni è nato a Piacenza città ed a Piacenza ha sempre vissuto.
La vita parrocchiale e l'incontro con un sacerdote, don Marco Guarnieri, è stata fondamentale. «Mi diceva che quello del prete non è un mestiere - ricorda Alessandro - ma un consegnarsi nelle mani di Dio e che questo consegnarsi non era una privazione o una sofferenza, ma un qualcosa che dava gioia alla tua vita». «Ha insinuato in me un tarlo che in quattro anni ha lavorato - continua - e mi ha fatto entrare in seminario».
Il volontariato in parrocchia è stato determinante per farsi delle domande: «Abbiamo costruito e ristrutturato l'oratorio della parrocchia di San Savino. Mi ha fatto domandare se questo mio impegno per gli altri dovesse rimanere un hobby da fine settimana o se dovesse diventare una missione per tutta la vita. Ho scelto questa seconda strada».
In una famiglia normale anche le reazioni sono quelle normali: «Inizialmente i miei si sono visti crollare il sogno di un figlio in carriera, all'inizio non capivano la scelta, temevano che fosse un abbaglio giovanile. Poi, con il passare degli anni, hanno visto che questa scelta coinvolgeva ogni aspetto della mia vita e si sono tranquillizzati».
Per don Alessandro nella Chiesa ognuno ha il suo ruolo, laici compresi: «Secondo me il mondo ha primariamente bisogno di vocazioni, di persone che capiscano che la vita deve essere spesa totalmente per una causa. Quando uno ha una vocazione autentica, allora si pone come testimone, si pone nel mondo come un segno: che sia una vocazione al sacerdozio, al matrimonio, alla missione è comunque un segno che interroga gli altri».
«La vocazione del prete, in particolare, è utile perchè costringe l'uomo che incontra ad interrogarsi su Dio - evidenzia -. Io non ritengo di essere un esempio ma un segno che interroga gli altri sul fatto che ci sia un oltre da cercare». Don Alessandro, dopo l'ordinazione, sarà molto probabilmente destinato alla parrocchia di Fiorenzuola dove già presta servizio da seminarista. Sarà il punto di riferimento per la pastorale giovanile. «Non è vero che i giovani non chiedono più di Dio - si dice convinto - vanno accompagnati più di prima perchè sono disorientati. I giovani chiedono autenticità, verità, di essere ascoltati e delle testimonianze».
Eventi aggregativi come le Giornate mondiali della gioventù o la Brk diocesana sono importanti: «La Brk di sabato e domenica ha avuto ben 670 ingressi ed è stato un gran segno, prima di tutto per le parrocchie piccole. Arrivare lì e vedere che non sei l'unico che prova a credere è un segno grande. Sono poi occasioni in cui esci dalla tua quotidianità, ti ricaricano come se fosse una stazione di servizio, logico poi che la vita non sia una Gmg o una Brk».
Che cosa diresti ad un giovane di oggi? «Che bisogna avere il coraggio di scegliere. Arriva il momento nella vita in cui si deve fare il salto: "Mollo la mia morosa ed entro in seminario", oppure "Domani chiedo alla mia morosa di sposarmi". Bisogna andare avanti decisi, oltre le difficoltà. E' un investimento, uno deve guardare lontano, non si può pensare che un sì detto al Signore porti dei risultati domani, non vuol dire avere un'assicurazione sulla vita. Chi ha fatto una scelta vera (non di comodo perchè mi pagano gli studi o perchè nella Chiesa non c'è disoccupazione), chi ha consegnato la sua vita al Signore è contento». Una provocazione: «Mi portino qualcuno che mi dimostra il contrario e faccio il passo indietro».
Federico Frighi
01/06/2012 Liberta
«A 15 anni non avrei mai pensato che avrei fatto il prete. Anzi lo escludevo categoricamente». Dieci anni dopo, Alessandro Mazzoni, piacentino, si prepara a diventare sacerdote della Chiesa cattolica. Sabato prossimo 9 giugno, verrà ordinato in Duomo (ore 16,30) dal vescovo Gianni Ambrosio. Sarà l'unico nuovo prete della diocesi di Piacenza-Bobbio in questo 2012. Con il calo delle vocazioni, i seminari vuoti, l'odierna crisi dei valori, un giovane di 25 anni che sceglie di entrare in seminario terminato il liceo scientifico Respighi è una notizia da prima pagina. Un giovane normalissimo figlio di una famiglia normalissima: di Daniele, tabaccaio di via Roma, e di Marta, bancaria alla Cariparma, un fratello di 17 anni. Segno che la vocazione sceglie qualsiasi terreno per attecchire. Alessandro Mazzoni è nato a Piacenza città ed a Piacenza ha sempre vissuto.
La vita parrocchiale e l'incontro con un sacerdote, don Marco Guarnieri, è stata fondamentale. «Mi diceva che quello del prete non è un mestiere - ricorda Alessandro - ma un consegnarsi nelle mani di Dio e che questo consegnarsi non era una privazione o una sofferenza, ma un qualcosa che dava gioia alla tua vita». «Ha insinuato in me un tarlo che in quattro anni ha lavorato - continua - e mi ha fatto entrare in seminario».
Il volontariato in parrocchia è stato determinante per farsi delle domande: «Abbiamo costruito e ristrutturato l'oratorio della parrocchia di San Savino. Mi ha fatto domandare se questo mio impegno per gli altri dovesse rimanere un hobby da fine settimana o se dovesse diventare una missione per tutta la vita. Ho scelto questa seconda strada».
In una famiglia normale anche le reazioni sono quelle normali: «Inizialmente i miei si sono visti crollare il sogno di un figlio in carriera, all'inizio non capivano la scelta, temevano che fosse un abbaglio giovanile. Poi, con il passare degli anni, hanno visto che questa scelta coinvolgeva ogni aspetto della mia vita e si sono tranquillizzati».
Per don Alessandro nella Chiesa ognuno ha il suo ruolo, laici compresi: «Secondo me il mondo ha primariamente bisogno di vocazioni, di persone che capiscano che la vita deve essere spesa totalmente per una causa. Quando uno ha una vocazione autentica, allora si pone come testimone, si pone nel mondo come un segno: che sia una vocazione al sacerdozio, al matrimonio, alla missione è comunque un segno che interroga gli altri».
«La vocazione del prete, in particolare, è utile perchè costringe l'uomo che incontra ad interrogarsi su Dio - evidenzia -. Io non ritengo di essere un esempio ma un segno che interroga gli altri sul fatto che ci sia un oltre da cercare». Don Alessandro, dopo l'ordinazione, sarà molto probabilmente destinato alla parrocchia di Fiorenzuola dove già presta servizio da seminarista. Sarà il punto di riferimento per la pastorale giovanile. «Non è vero che i giovani non chiedono più di Dio - si dice convinto - vanno accompagnati più di prima perchè sono disorientati. I giovani chiedono autenticità, verità, di essere ascoltati e delle testimonianze».
Eventi aggregativi come le Giornate mondiali della gioventù o la Brk diocesana sono importanti: «La Brk di sabato e domenica ha avuto ben 670 ingressi ed è stato un gran segno, prima di tutto per le parrocchie piccole. Arrivare lì e vedere che non sei l'unico che prova a credere è un segno grande. Sono poi occasioni in cui esci dalla tua quotidianità, ti ricaricano come se fosse una stazione di servizio, logico poi che la vita non sia una Gmg o una Brk».
Che cosa diresti ad un giovane di oggi? «Che bisogna avere il coraggio di scegliere. Arriva il momento nella vita in cui si deve fare il salto: "Mollo la mia morosa ed entro in seminario", oppure "Domani chiedo alla mia morosa di sposarmi". Bisogna andare avanti decisi, oltre le difficoltà. E' un investimento, uno deve guardare lontano, non si può pensare che un sì detto al Signore porti dei risultati domani, non vuol dire avere un'assicurazione sulla vita. Chi ha fatto una scelta vera (non di comodo perchè mi pagano gli studi o perchè nella Chiesa non c'è disoccupazione), chi ha consegnato la sua vita al Signore è contento». Una provocazione: «Mi portino qualcuno che mi dimostra il contrario e faccio il passo indietro».
Federico Frighi
01/06/2012 Liberta
Argomenti
don Alessandro Mazzoni
venerdì 15 giugno 2012
Una donna alla guida della parrocchia
Non può celebrare la messa vera e propria o confessare ma può tranquillamente proclamare le sacre scritture e commentarle con una breve omelia e talvolta impartire anche il battesimo. Mentre la diocesi di Piacenza-Bobbio è impegnata nel dibattito sui referenti parrocchiali, le figure laiche che dovranno animare le parrocchie senza preti, dal Brasile arriva la testimonianza di Giuseppina Fiorani, la prima donna piacentina a guidare una parrocchia. Nata a Pontenure 77 anni fa da genitori di San Rocco al Porto, cresciuta spiritualmente in Azione Cattolica, ha lavorato nel ramo amministrativo della facoltà di agraria dell'Università Cattolica del Sacro Cuore con responsabilità sugli acquisti delle forniture e contabilità fino al 1994, quando è andata in pensione. «Potevo andare avanti ma sentivo di aver bisogno di qualcosa d'altro» racconta nel suo breve periodo di riposo che sta trascorrendo a Piacenza. «Così decisi di fare un viaggio in Brasile con il Centro Missionario Diocesano - prosegue -. Da allora sono tornata in Brasile tutti gli anni per una sorta di vacanza alternativa. Fino a quando mi hanno prospettato di aiutare don Giancarlo Dallospedale, con il quale lavoro anche oggi». Le assegnarono l'amministrazione del seminario minore di Boavista, nello stato di Roraima, con 25 ragazzi. «Avevo giurato di non occuparmi più di conti, ma è andata così... - sorride -. Sono stata lì dal 2002 fino al 2006. Era una cosa singolare che ci fosse una donna, laica, ad occuparsi dell'amministrazione ma sono stata accolta molto bene anche dal vescovo locale». Nel 2006 sono usciti i primi preti e il seminario minore è passato sotto la guida di un sacerdote brasiliano. Ma la missione non era terminata. «Sono passata ad animare una "parrocchia" della grande area rurale di Cantà affidata a don Dallospedale. Un'area con una superficie pari all'incirca alla nostra Emilia, formata da foreste e villaggi sparsi. In tutto gli abitanti fissi sono 17-18mila. Poi ci sono le comunità nomadi. La gente vive di manioca, fagioli o riso. Gli appezzamenti più fertili sono presi di mira dai grandi fazenderos. In quest'area ci siamo solo don Giancarlo ed io, anche se don Carlo Roberti ci aiuta a livello di formazione permanente». Nell'area di Cantà sono stati costruiti dei piccoli centri pastorali: «Il primo a Felix Pinto, dove abbiamo realizzato una chiesa, una canonica e una foresteria. Poi a Vila Centrao, infine a Cantà, dove ora manca la chiesa. Tutto realizzato con i soldi donati dai piacentini, in particolare con quelli di una benefattrice usati per costruire ben due centri pastorali su tre». Giuseppina è responsabile dell'area missionaria di Vila Centrao, in prevalenza abitata da popoli indigeni usciti dalle riserve. Fa catechismo, celebra la Parola senza dire la messa ma potendo commentare le sacre scritture, impartisce il sacramento del battesimo che successivamente deve essere "ratificato" da un sacerdote, porta un conforto misericordioso alle famiglie: «Perchè non siamo tanto noi quanto la misericordia di Dio ad agire». «Non sono una suora, sono laica e ci tengo a dirlo - evidenzia Giuseppina -. Perchè la Chiesa non è fatta solo di preti e di suore. Vi possono partecipare tutti, con il lavoro di ogni giorno. Con il prete c'è un dialogo e un rapporto diverso, è vero, ma la popolazione locale ha imparato a vedermi come una di loro. I bambini mi chiamano o mamma o nonna a loro scelta». Quando ci sono problemi nelle comunità, Giuseppina è il punto di riferimento. Bambini e donne sono i più sfruttati, dal punto di vista lavorativo ma anche sessuale: «Io cerco di intervenire tentando di costruire un rapporto di fiducia». Un modello brasiliano che, con gli opportuni adattamenti, si sta cercando di importare anche in diocesi di Piacenza-Bobbio. «Non solo è giusto affidarsi ai laici - è convinta Giuseppina - ma penso che ciò sia già nella concezione di Chiesa. Nostro Signore ha tirato su dei pescatori ed erano laici. Ognuno poi ha il suo ministero». Ancora: «Non mi è mai venuto il desiderio di essere suora o prete, sono così come sono. E devo dire anche che la cosa più importante che guardano è la mia testimonianza. Io posso dire che bisogna essere bravi e generosi, ma la gente prima di tutto guarda se io lo sono».
Federico Frighi
06/05/2012 liberta
Federico Frighi
06/05/2012 liberta
martedì 12 giugno 2012
Nomine, don Mazzari in San Corrado
Giro di valzer tra i parroci della Valdarda. Lo ha reso noto ieri il vescovo Gianni Ambrosio al termine della Festa del Sacro Cuore nel seminario vescovile di Piacenza. Si cambia a Lugagnano. Don Gianni Quartaroli, 72 anni, lascia la parrocchia di Lugagnano per un servizio importante presso i Focolarini, un servizio che è temporaneo, ma che gli impedisce di continuare ad essere parroco. Don Marco Guarnieri, 56 anni, già parroco di San Savino, prende il suo posto e diventa moderatore dell’Unità pastorale della zona, dunque anche di Vernasca. Proprio da Vernasca si trasferirà a Besenzone don Giancarlo Plessi, 55 anni. Don Plessi diventerà parroco di Besenzone (oggi vacante dopo la morte di don Francesco Pallastrelli) e si occuperà della pastorale giovanile di tutta l’unità pastorale (compresa Cortemaggiore) assumendo anche il compito di moderatore. Al momento il vescovo non ha sostituito don Plessi. E’ possibile che Vernasca sia una di quelle parrocchie destinate a rimanere senza parroco, in una sorta di accorpamento con Lugagnano, per una più funzionale organizzazione dell’Unità Pastorale 6 del vicariato Valdarda. Se ne saprà di più nei prossimi giorni.
Don Sergio Agosti, 50 anni, amministratore parrocchiale di Alseno, riprenderà la strada della missio ad gentes nel cammino neocatecumenale. Don Mimmo Pascariello, 47 anni, prenderà il suo posto.
In città don Pietro Petrilli, 88 anni, lascia la parrocchia di san Corrado che ha servito con grande dedizione fin dal suo inizio, quando don Pietro l’ha fatta sorgere nel lontano 1973. Il testimone viene preso da don Roberto Mazzari, 67 anni, attualmente parroco di Tarsogno.
fed. fri.
Libertà, 8/6/2012
Don Sergio Agosti, 50 anni, amministratore parrocchiale di Alseno, riprenderà la strada della missio ad gentes nel cammino neocatecumenale. Don Mimmo Pascariello, 47 anni, prenderà il suo posto.
In città don Pietro Petrilli, 88 anni, lascia la parrocchia di san Corrado che ha servito con grande dedizione fin dal suo inizio, quando don Pietro l’ha fatta sorgere nel lontano 1973. Il testimone viene preso da don Roberto Mazzari, 67 anni, attualmente parroco di Tarsogno.
fed. fri.
Libertà, 8/6/2012
domenica 10 giugno 2012
Padre Amorth: Il diavolo tornò a Piacenza per uccidere
(fri) L'esorcismo piacentino del 1920 in Santa Maria di Campagna rappresenta ancora oggi il padre di tutti gli esorcismi per gli specialisti italiani. Ad affermarlo è padre Gabriele Amorth, celebre esorcista titolare della diocesi di Roma, nel suo libro scritto assieme al vaticanista Paolo Rodari "L'ultimo esorcista" (Piemme editore). Padre amorth, 86 anni, originario di Modena, con oltre 160mila esorcismi praticati è il più autorevole esorcista della Chiesa cattolica. Nel suo libro racconta l'esorcismo del maggio del 1920 in Santa Maria di Campagna. «Il convento è un luogo di Dio - dice - che attira anime e conversioni. Un luogo benedetto dal cielo e per questo odiato da Satana».
L'esorcista era padre Pier Paolo Veronesi, cappellano del manicomio di Piacenza, uno che ne aveva viste di cotte e di crude. Eppure... Ad ordinargli di procedere fu il vescovo di allora, Giovanni Maria Pellizzari. L'esorcismo venne documentato da uno stenografo, padre Giustino, che assistette alle sedute assieme al dottor Lupi, direttore del manicomio di Piacenza. Il luogo era la sala al primo piano del convento. La posseduta, una donna, accompagnata dal marito, dalla madre, da un amico di famiglia e da due ragazze. Dopo due mesi di estenuanti esorcismi la donna (contro la quale era stata realizzata una "fattura") venne liberata.
«Ma il demonio che era dentro di lei continuerà ad agire - osserva padre amorth - a seminare morte e distruzione». E' per questo che il caso di Piacenza, rappresenta «un unicum da studiare e ristudiare». Tre mesi dopo la liberazione, uno degli assistenti di padre Veronesi, tale signor Cassani, muore per un tumore improvviso. Lo stesso accade ad un amico della famiglia della posseduta e al vescovo Pellizzari cui, durante l'esorcismo, il diavolo preannunziò la morte imminente. Lo stesso padre Veronesi rimase menomato al collo da un colpo ricevuto al capo senza che in giro ci fosse nessuno.
«Certo, a Piacenza il diavolo è tornato - dice padre amorth - e ha fatto cose che non ho mai visto fare altre volte. E' tornato per uccidere». «Dare spiegazioni di questa cosa è arduo - continua -. Una cosa si può dire: spesso, non sempre, si viene posseduti consapevolmente. C'è la nostra volontà che dice a Satana: "Entra in me". Quando si stipula un patto con Satana scioglierlo può essere quasi impossibile. Se si concede l'anima per l'eternità a Satana, poi uno può ravvedersi e liberarsi, ma quel patto c'è stato e le conseguenze vanno comunque pagate».
16/05/2012 Libertà
L'esorcista era padre Pier Paolo Veronesi, cappellano del manicomio di Piacenza, uno che ne aveva viste di cotte e di crude. Eppure... Ad ordinargli di procedere fu il vescovo di allora, Giovanni Maria Pellizzari. L'esorcismo venne documentato da uno stenografo, padre Giustino, che assistette alle sedute assieme al dottor Lupi, direttore del manicomio di Piacenza. Il luogo era la sala al primo piano del convento. La posseduta, una donna, accompagnata dal marito, dalla madre, da un amico di famiglia e da due ragazze. Dopo due mesi di estenuanti esorcismi la donna (contro la quale era stata realizzata una "fattura") venne liberata.
«Ma il demonio che era dentro di lei continuerà ad agire - osserva padre amorth - a seminare morte e distruzione». E' per questo che il caso di Piacenza, rappresenta «un unicum da studiare e ristudiare». Tre mesi dopo la liberazione, uno degli assistenti di padre Veronesi, tale signor Cassani, muore per un tumore improvviso. Lo stesso accade ad un amico della famiglia della posseduta e al vescovo Pellizzari cui, durante l'esorcismo, il diavolo preannunziò la morte imminente. Lo stesso padre Veronesi rimase menomato al collo da un colpo ricevuto al capo senza che in giro ci fosse nessuno.
«Certo, a Piacenza il diavolo è tornato - dice padre amorth - e ha fatto cose che non ho mai visto fare altre volte. E' tornato per uccidere». «Dare spiegazioni di questa cosa è arduo - continua -. Una cosa si può dire: spesso, non sempre, si viene posseduti consapevolmente. C'è la nostra volontà che dice a Satana: "Entra in me". Quando si stipula un patto con Satana scioglierlo può essere quasi impossibile. Se si concede l'anima per l'eternità a Satana, poi uno può ravvedersi e liberarsi, ma quel patto c'è stato e le conseguenze vanno comunque pagate».
16/05/2012 Libertà
Argomenti
Esorcista,
padre Gabriele Amorth
venerdì 1 giugno 2012
Gli esorcismi nel Piacentino
(fri) Il primo consiglio è comunque sempre quello di rivolgersi al parroco o al segretario del vescovo prima di intraprendere altre strade: «Fanno da filtro e riescono a capire ed a discernere se si tratta di un caso di infestazione demoniaca oppure di un caso di suggestione. Utile è anche andare dal proprio medico». Così diceva l'esorcista diocesano monsignor Gianbattista Lanfranchi in una intervista a Libertà nel 2007. Non solo, dava anche una statistica sui casi di possessione demoniaca nel Piacentino. Dodici casi all'anno, una cifra più o meno costante dall'89 ad oggi. Casi gravi, in arrivo anche dalla zona di Pavia, di Brescia, di Lodi. I piacentini sono 6-7, in media una segnalazione ogni due mesi. Hanno dai 40 ai 50 anni. Le vittime del demonio, secondo la casistica, appartengono ad ogni categoria sociale: dalla casalinga al medico, passando per il capo treno. Tutte liberate dal maligno in una o più sedute. Per il caso più difficile si è arrivati anche a cinque.
16/05/2012 Libertà
16/05/2012 Libertà
martedì 29 maggio 2012
Nuovo esorcista per Piacenza-Bobbio
«Il giorno dopo la nomina del vescovo sono caduto e mi sono rotto una vertebra - sorride di fronte ad un benvenuto che sa tanto di zolfo -, così non sono riuscito ad andare al convegno nazionale degli esorcisti. Ma non mi scoraggio, sono qui per fare la volontà del Signore». Padre Achille Taborelli, 81 anni il prossimo ottobre, missionario scalabriniano, è il nuovo esorcista della diocesi di Piacenza-Bobbio. Dopo la morte del predecessore, il parroco di Seminò, monsignor Gianbattista Lanfranchi, e due anni di ricerche approfondite tra i sacerdoti e i religiosi diocesani, il vescovo Gianni Ambrosio ha infatti scelto un religioso. L'ufficialità della nomina verrà data nei prossimi giorni, probabilmente assieme ad altri spostamenti nel clero piacentino.
Una scelta, quella di nominare un esorcista ufficiale, che va controcorrente rispetto ad una linea di pensiero della Chiesa di oggi che non vede di buon occhio pratiche di tal genere, preferendo catalogare fenomeni non chiari al rango di questioni psichiche o psichiatriche. Tutto ciò nonostante sia Giovanni Paolo II sia Benedetto XVI più volte abbiano affermato con forza l'esistenza del maligno.
«Ho accettato questa nomina con tanta trepidazione anche perchè ben conosco una certa ritrosia della Chiesa di oggi nei confronti degli esorcismi - conferma padre Achille -. Tuttavia il vescovo ha insistito e così ho deciso di accettare. Non so perchè abbia pensato a me, l'unica cosa in comune con il mio predecessore, monsignor Lanfranchi, è che gli sono succeduto come cappellano delle monache di San Raimondo». Già, perchè padre Achille, alla soglia degli 81 anni, non ha mai praticato un esorcismo in vita sua e poco conosce di questo mondo particolare.
Nato 80 anni fa ad Abbiategrasso (provincia di Milano), ha insegnato missionarietà nel seminario Scalabriniano di Bassano del Grappa, poi ha svolto il proprio ministero sacerdotale in Svizzera e come parroco in un paesino del Bresciano e in Santa Maria del Carmine nel centro di Milano. Era già stato a Piacenza nel 1984, prima di venire inviato nel sud Italia, a Manfredonia, e di ritornare stabilmente a Rivergaro, nel 2004, come rettore del Santuario del Castello.
«Il male esiste - ci tiene ad evidenziare - altrimenti rinnegheremmo il Vangelo. E' Gesù che parla del male, del demonio, libera gli indemoniati. Il male c'è ed è dappertutto. Quindi anche a Piacenza. E' per questo che il vescovo ha voluto un esorcista diocesano». Superata la trepidazione iniziale, padre Achille si sente pronto ad iniziare. Sa che opera in un luogo protetto contro le forze maligne: «Il santuario del Castello, a Rivergaro, dal 2 febbraio scorso è un santuario Scalabriniano a tutti gli effetti, per cui gode dalla protezione, oltre che della Madonna delle Grazie e di San Giacomo maggiore (a cui lo aveva consacrato il vescovo Giovanni Battista Scalabrini), anche dello stesso Beato Scalabrini». Da poco custodisce anche una reliquia del vescovo degli emigranti (un osso del piede), posta sotto l'altare maggiore. «Nel suo ultimo discorso prima della morte - ricorda padre Achille - Scalabrini espresse il desiderio di venire sepolto a Rivergaro nel santuario del Castello. Poi, però, non essendoci nulla di scritto, venne portato in Duomo».
Federico Frighi
16/05/2012 Libertà
Una scelta, quella di nominare un esorcista ufficiale, che va controcorrente rispetto ad una linea di pensiero della Chiesa di oggi che non vede di buon occhio pratiche di tal genere, preferendo catalogare fenomeni non chiari al rango di questioni psichiche o psichiatriche. Tutto ciò nonostante sia Giovanni Paolo II sia Benedetto XVI più volte abbiano affermato con forza l'esistenza del maligno.
«Ho accettato questa nomina con tanta trepidazione anche perchè ben conosco una certa ritrosia della Chiesa di oggi nei confronti degli esorcismi - conferma padre Achille -. Tuttavia il vescovo ha insistito e così ho deciso di accettare. Non so perchè abbia pensato a me, l'unica cosa in comune con il mio predecessore, monsignor Lanfranchi, è che gli sono succeduto come cappellano delle monache di San Raimondo». Già, perchè padre Achille, alla soglia degli 81 anni, non ha mai praticato un esorcismo in vita sua e poco conosce di questo mondo particolare.
Nato 80 anni fa ad Abbiategrasso (provincia di Milano), ha insegnato missionarietà nel seminario Scalabriniano di Bassano del Grappa, poi ha svolto il proprio ministero sacerdotale in Svizzera e come parroco in un paesino del Bresciano e in Santa Maria del Carmine nel centro di Milano. Era già stato a Piacenza nel 1984, prima di venire inviato nel sud Italia, a Manfredonia, e di ritornare stabilmente a Rivergaro, nel 2004, come rettore del Santuario del Castello.
«Il male esiste - ci tiene ad evidenziare - altrimenti rinnegheremmo il Vangelo. E' Gesù che parla del male, del demonio, libera gli indemoniati. Il male c'è ed è dappertutto. Quindi anche a Piacenza. E' per questo che il vescovo ha voluto un esorcista diocesano». Superata la trepidazione iniziale, padre Achille si sente pronto ad iniziare. Sa che opera in un luogo protetto contro le forze maligne: «Il santuario del Castello, a Rivergaro, dal 2 febbraio scorso è un santuario Scalabriniano a tutti gli effetti, per cui gode dalla protezione, oltre che della Madonna delle Grazie e di San Giacomo maggiore (a cui lo aveva consacrato il vescovo Giovanni Battista Scalabrini), anche dello stesso Beato Scalabrini». Da poco custodisce anche una reliquia del vescovo degli emigranti (un osso del piede), posta sotto l'altare maggiore. «Nel suo ultimo discorso prima della morte - ricorda padre Achille - Scalabrini espresse il desiderio di venire sepolto a Rivergaro nel santuario del Castello. Poi, però, non essendoci nulla di scritto, venne portato in Duomo».
Federico Frighi
16/05/2012 Libertà
venerdì 18 maggio 2012
Il cardinale Puljic: Giovanni Paolo II fu come un padre
(fri) Una persona preparata, fedele alla Chiesa, pragmatica, già inserito nella lista dei papabili successori di Giovanni Paolo II e di cui si sentirà parlare quando si tratterà di designare il successore di Benedetto XVI. Il cardinale Vinko Puljic - 67 anni il prossimo 8 settembre - riceve cordiale e sorridente al primo piano del vescovado nel centro storico di Sarajevo, a pochi metri dalla lapide che ricorda il sacrificio dei giornalisti durante l'assedio della città. Un'altra lapide, all'ingresso del vescovado, ricorda la visita di Giovanni Paolo II nel 1997, un anno dopo la conclusione della guerra fratricida. E' la seconda volta che una delegazione piacentina si reca in udienza dal primate della Chiesa Cattolica in Bosnia-Herzegovina. La prima due anni fa, 15° anniversario del genocidio di Srebrenica. Oggi un insegnante di religione, un ingegnere bosniaco da 20 anni a Piacenza, un'insegnante d'italiano per stranieri e tre giornalisti di Libertà e Telelibertà hanno il compito di portare la lettera d'invito che il parroco di Sant'Antonino, don Giuseppe Basini, di concerto con il vescovo Gianni Ambrosio, ha scritto al cardinale in vista delle prossime celebrazioni Antoniniane. Non guasta neppure una confezione di Gutturnio dei colli piacentini che il cardinale gradisce molto e che ricambia con la pubblicazione in italiano del volumetto "Le martiri della Drina" (cinque suore assassinate nel 1941 dai cetnici). Quaranta minuti di udienza davanti ad acqua, the e succo di lamponi che qui in Bosnia è quasi una bevanda nazionale. Il cardinale ricorda con commozione la figura di Giovanni Paolo II che a Sarajevo volle fortissimamente andare durante l'assedio anche se dovette tuttavia attendere la fine della guerra. «Il beato Giovanni Paolo II non solo aveva interesse per noi - conferma il cardinale Puljic - ma conosceva e seguiva da molto vicino la situazione della Bosnia Herzegovina. Era un padre per tutti coloro che soffrivano». Diversa la figura di Benedetto XVI: «Non segue molto la Bosnia-Herzegovina ma conosce ed ha interesse verso i nostri problemi e specialmente negli ultimi tempi ci incoraggia e si tiene in contatto con noi attraverso la nunziatura apostolica. Sentiamo il suo conforto e la sua vicinanza». In ripresa le vocazioni: «Durante il comunismo, in Bosnia Herzegovina, le nostre famiglie erano la prima scuola della fede, prima anche dei seminari - evidenzia l'arcivescovo -. Dopo la guerra è rimasta questa mentalità dove il primo passo per la vocazione è la famiglia. Oggi il vero problema è che diminuiscono le famiglie». «Oggi abbiamo nel seminario maggiore 35 seminaristi e altrettanti nel seminario minore - fa una rapida radiografia della Chiesa del suo Paese -. I cattolici in tutta la Bosnia-Herzegovina erano 820mila prima della guerra, oggi siamo rimasti in 446mila. A Sarajevo prima della guerra c'erano 528mila cattolici, oggi siamo meno di 200mila. In questo momento abbiamo 221 sacerdoti diocesani (con 20 ammalati e 45 che lavorano in Europa con i profughi). Infine ci sono i francescani che hanno il seminario minore e il seminario maggiore».
05/05/2012 Libertà
05/05/2012 Libertà
giovedì 17 maggio 2012
Il cardinale Puljic: prego per una pace giusta per la Bosnia
"Vengo volentieri a Piacenza, celebrerò con voi e pregherò il vostro patrono Sant'Antonino, il giorno prima di festeggiare a Sarajevo Cirillo e Metodio, patroni dei popoli slavi e copatroni d'Europa». In questo intreccio di memoria, esempio e santità, il cardinale Vinko Puljic conferma la sua presenza a Piacenza, invitato dal vescovo Gianni Ambrosio e dal parroco di Sant'Antonino, don Giuseppe Basini, in occasione delle celebrazioni per il santo patrono della diocesi di Piacenza-Bobbio. Lo fa ricevendo una delegazione piacentina recatasi nella capitale Sarajevo e nella città di Jajce la scorsa settimana. L'arcivescovo parlerà alla gente ai Teatini la sera del 3 luglio, intervistato dal direttore di Libertà, Gaetano Rizzuto, e presiederà la solenne celebrazione nella basilica patronale il giorno successivo. Verrà a portare la sua testimonianza di vescovo da un Paese in cui esattamente 20 anni fa iniziava una guerra fratricida e che oggi tenta, con grandi difficoltà, di rialzare la testa.
«Dopo la guerra c'è stato da rinnovare tante case - dice Puljic nel suo italiano imparato da Radio Vaticana - e così è stato fatto, con una ristrutturazione molto più veloce della ristrutturazione dei cuori». Sorride il cardinale, sorride sempre perchè chi ha vissuto cinque anni sotto assedio o sdrammatizza o ci muore. «E' molto importante creare un clima di fiducia, di tolleranza, di perdono e noi capi religiosi lo stiamo facendo e lo faremo anche a settembre nel convegno della Comunità di Sant'Egidio; porteremo a Sarajevo lo spirito di Assisi». «Ma è difficile - ammette - perchè la politica sempre prende una strada diversa. Una politica che è in mano ai musulmani. Noi capi religiosi, compresi quelli musulmani, vogliamo invece creare un nuovo clima, mostrare Sarajevo come capitale per tutti; siano diversi a livello culturale e religioso, ma vogliamo creare una città in cui ognuno ha una sua casa».
La guerra ha dunque terminato il fuoco ma oggi continua con le parole. «Questo è vero - annuisce il porporato -. La guerra è finita ma non si è costruita una pace giusta. L'accordo di Dayton divide la Bosnia-Herzegovina in due parti, di cui una è serba, come una sorta di stato nello stato. Alcuni non possono ritornare in questa zona che si chiama Repubblica Srpska. L'altra parte è quella della Federazione, dove vivono insieme musulmani e cattolici, croati e bosniaci. Una zona a maggioranza musulmana in cui non è facile creare diritti uguali per tutti. La comunità locale gioca sempre a trovare un primo che comandi sugli altri. Ma anche la comunità internazionale sta al gioco. Non aiuta a creare una pace giusta, una pace vera e una prospettiva per vivere in questo paese». «Specialmente i giovani non hanno prospettiva, tanti sono senza lavoro - prosegue il cardinale -. Si stima che il 43 per cento dei giovani non abbia un'occupazione fissa ed io sono stupito di come questo popolo senza lavoro possa sopravvivere in Bosnia Herzegovina. Penso però che sarebbe più facile e veloce creare una pace giusta proprio lavorando insieme, creando una società in cui ognuno per il proprio lavoro riceve il medesimo premio e con questo può aiutare la propria famiglia. Questo è il primo passo per creare un clima di fiducia, di tolleranza e di convivenza insieme in questo paese». La comunità internazionale è stata sempre presente, ma a suo modo. «Non posso dire tutto quello che so - sorride sempre il cardinale -. Sono molto triste quando penso che tanti e tanti soldi sono arrivati in Bosnia-Herzegovina ma pochi si sono usati per investire. Molti si sono persi per strada. Io so tante cose ma non le posso dire. America e Europa hanno annunciato l'invio dei fondi ma io non ho visto dove sono andati a finire. L'Europa entra molto lentamente in questo paese. Ma prima di tutto dovrebbe entrare con i suoi principi democratici, portare investimenti per dare speranza e prospettiva a questo popolo, perchè rimanga e rinnovi questo Paese come stato democratico e come stato europeo».
Nel 2012 si ricorda il ventesimo anniversario dell'inizio dell'assedio di Sarajevo.
«Non parlo volentieri di questo perchè durante la notte spesso me lo sogno» dice il cardinale che poi però non si sottrae alle domande e non lesina le risposte. «Ho ricevuto questa arcidiocesi nel 1991 - inizia -. Il beato Giovanni Paolo II ha consacrato me come arcivescovo il 6 gennaio di quell'anno. Sono entrato a Sarajevo e sognavo un futuro bello e di speranza perchè arrivavo dopo il comunismo, con la democrazia, avevo in mente tanti progetti. Ma subito tutto è svanito perchè proprio nel ‘91 è scoppiata la guerra».
«Durante il conflitto sono stato sempre a Sarajevo e in Bosnia Herzegovina - ci tiene a sottolineare -, ho girato tante volte in modo segreto perchè era molto pericoloso, lo ho fatto per dare coraggio ai miei sacerdoti e al mio popolo. Anche in questa città io ero quasi l'unico capo religioso rimasto, perchè tutti erano andati via. Ogni volta che parlavo pubblicamente contro la guerra, subito ricevevo qualche granata sul vescovado». Un aneddoto raccontato con il sorriso di chi l'ha scampata bella: «Una volta un mio sacerdote mi disse: arcivescovo... parla, parla, rimarrai senza testa, non solo senza casa. Era molto pericoloso parlare pubblicamente di verità e giustizia. Grazie a Dio sono rimasto vivo e sono sopravvissuto in modo quasi normale. Perchè non è facile sentire migliaia di granate sulla testa e rimanere normali».
«Mi si chiede che testimonianza può dare oggi la chiesa cattolica qui a Sarajevo? Durante la guerra - risponde il cardinale - un giornalista mi disse: l'unica cosa che funziona qui è la chiesa cattolica. I miei sacerdoti non sono stati santi ma coraggiosi, hanno testimoniato una speranza, hanno dato il coraggio per sopravvivere. Durante la guerra hanno aiutato tutti a livello non solo spirituale. Dopo la guerra, tanti sono ritornati e hanno cominciato a ricostruire tutto quello che era stato distrutto, ovvero quasi il 60 per cento della mia arcidiocesi».
Il cardinale Puljic è molto devoto a al beato Giovanni Paolo II che fortemente volle andare a Sarajevo durante l'assedio e che definì la capitale bosniaca la "Gerusalemme d'Europa". «La Gerusalemme d'Europa in realtà è da ricreare - ammette il porporato -. A settembre avremo il convegno con la San Egidio per costruire un clima positivo per la pace, la convivenza e la tolleranza. Siamo diversi, ma grazie a Dio non è peccato. Bisogna creare un clima per rispettare e collaborare, oggi la politica manipola la religione e questo è molto grave».
Qui a Sarajevo convivono minareti, campanili cattolici e ortodossi, sinagoghe: «Ogni gruppo vuole dare una testimonianza di presenza. Ogni moschea, ogni chiesa significa la nostra identità, chi siamo. I nostri profughi, quando tornano, prima di tutto vogliono ricostruire la chiesa, perchè la chiesa significa esistere per cattolici, ortodossi, la moschea per i musulmani. Il problema è che di fronte a tante moschee che crescono come funghi, io qui a Sarajevo da 13 anni aspetto il permesso per costruire una chiesa. Con la gente in strada non c'è problema. La gente ha simpatia per la chiesa cattolica; ortodossi, musulmani, ebrei ascoltano la nostra parola».
Federico Frighi
05/05/2012 Libertà
«Dopo la guerra c'è stato da rinnovare tante case - dice Puljic nel suo italiano imparato da Radio Vaticana - e così è stato fatto, con una ristrutturazione molto più veloce della ristrutturazione dei cuori». Sorride il cardinale, sorride sempre perchè chi ha vissuto cinque anni sotto assedio o sdrammatizza o ci muore. «E' molto importante creare un clima di fiducia, di tolleranza, di perdono e noi capi religiosi lo stiamo facendo e lo faremo anche a settembre nel convegno della Comunità di Sant'Egidio; porteremo a Sarajevo lo spirito di Assisi». «Ma è difficile - ammette - perchè la politica sempre prende una strada diversa. Una politica che è in mano ai musulmani. Noi capi religiosi, compresi quelli musulmani, vogliamo invece creare un nuovo clima, mostrare Sarajevo come capitale per tutti; siano diversi a livello culturale e religioso, ma vogliamo creare una città in cui ognuno ha una sua casa».
La guerra ha dunque terminato il fuoco ma oggi continua con le parole. «Questo è vero - annuisce il porporato -. La guerra è finita ma non si è costruita una pace giusta. L'accordo di Dayton divide la Bosnia-Herzegovina in due parti, di cui una è serba, come una sorta di stato nello stato. Alcuni non possono ritornare in questa zona che si chiama Repubblica Srpska. L'altra parte è quella della Federazione, dove vivono insieme musulmani e cattolici, croati e bosniaci. Una zona a maggioranza musulmana in cui non è facile creare diritti uguali per tutti. La comunità locale gioca sempre a trovare un primo che comandi sugli altri. Ma anche la comunità internazionale sta al gioco. Non aiuta a creare una pace giusta, una pace vera e una prospettiva per vivere in questo paese». «Specialmente i giovani non hanno prospettiva, tanti sono senza lavoro - prosegue il cardinale -. Si stima che il 43 per cento dei giovani non abbia un'occupazione fissa ed io sono stupito di come questo popolo senza lavoro possa sopravvivere in Bosnia Herzegovina. Penso però che sarebbe più facile e veloce creare una pace giusta proprio lavorando insieme, creando una società in cui ognuno per il proprio lavoro riceve il medesimo premio e con questo può aiutare la propria famiglia. Questo è il primo passo per creare un clima di fiducia, di tolleranza e di convivenza insieme in questo paese». La comunità internazionale è stata sempre presente, ma a suo modo. «Non posso dire tutto quello che so - sorride sempre il cardinale -. Sono molto triste quando penso che tanti e tanti soldi sono arrivati in Bosnia-Herzegovina ma pochi si sono usati per investire. Molti si sono persi per strada. Io so tante cose ma non le posso dire. America e Europa hanno annunciato l'invio dei fondi ma io non ho visto dove sono andati a finire. L'Europa entra molto lentamente in questo paese. Ma prima di tutto dovrebbe entrare con i suoi principi democratici, portare investimenti per dare speranza e prospettiva a questo popolo, perchè rimanga e rinnovi questo Paese come stato democratico e come stato europeo».
Nel 2012 si ricorda il ventesimo anniversario dell'inizio dell'assedio di Sarajevo.
«Non parlo volentieri di questo perchè durante la notte spesso me lo sogno» dice il cardinale che poi però non si sottrae alle domande e non lesina le risposte. «Ho ricevuto questa arcidiocesi nel 1991 - inizia -. Il beato Giovanni Paolo II ha consacrato me come arcivescovo il 6 gennaio di quell'anno. Sono entrato a Sarajevo e sognavo un futuro bello e di speranza perchè arrivavo dopo il comunismo, con la democrazia, avevo in mente tanti progetti. Ma subito tutto è svanito perchè proprio nel ‘91 è scoppiata la guerra».
«Durante il conflitto sono stato sempre a Sarajevo e in Bosnia Herzegovina - ci tiene a sottolineare -, ho girato tante volte in modo segreto perchè era molto pericoloso, lo ho fatto per dare coraggio ai miei sacerdoti e al mio popolo. Anche in questa città io ero quasi l'unico capo religioso rimasto, perchè tutti erano andati via. Ogni volta che parlavo pubblicamente contro la guerra, subito ricevevo qualche granata sul vescovado». Un aneddoto raccontato con il sorriso di chi l'ha scampata bella: «Una volta un mio sacerdote mi disse: arcivescovo... parla, parla, rimarrai senza testa, non solo senza casa. Era molto pericoloso parlare pubblicamente di verità e giustizia. Grazie a Dio sono rimasto vivo e sono sopravvissuto in modo quasi normale. Perchè non è facile sentire migliaia di granate sulla testa e rimanere normali».
«Mi si chiede che testimonianza può dare oggi la chiesa cattolica qui a Sarajevo? Durante la guerra - risponde il cardinale - un giornalista mi disse: l'unica cosa che funziona qui è la chiesa cattolica. I miei sacerdoti non sono stati santi ma coraggiosi, hanno testimoniato una speranza, hanno dato il coraggio per sopravvivere. Durante la guerra hanno aiutato tutti a livello non solo spirituale. Dopo la guerra, tanti sono ritornati e hanno cominciato a ricostruire tutto quello che era stato distrutto, ovvero quasi il 60 per cento della mia arcidiocesi».
Il cardinale Puljic è molto devoto a al beato Giovanni Paolo II che fortemente volle andare a Sarajevo durante l'assedio e che definì la capitale bosniaca la "Gerusalemme d'Europa". «La Gerusalemme d'Europa in realtà è da ricreare - ammette il porporato -. A settembre avremo il convegno con la San Egidio per costruire un clima positivo per la pace, la convivenza e la tolleranza. Siamo diversi, ma grazie a Dio non è peccato. Bisogna creare un clima per rispettare e collaborare, oggi la politica manipola la religione e questo è molto grave».
Qui a Sarajevo convivono minareti, campanili cattolici e ortodossi, sinagoghe: «Ogni gruppo vuole dare una testimonianza di presenza. Ogni moschea, ogni chiesa significa la nostra identità, chi siamo. I nostri profughi, quando tornano, prima di tutto vogliono ricostruire la chiesa, perchè la chiesa significa esistere per cattolici, ortodossi, la moschea per i musulmani. Il problema è che di fronte a tante moschee che crescono come funghi, io qui a Sarajevo da 13 anni aspetto il permesso per costruire una chiesa. Con la gente in strada non c'è problema. La gente ha simpatia per la chiesa cattolica; ortodossi, musulmani, ebrei ascoltano la nostra parola».
Federico Frighi
05/05/2012 Libertà
martedì 8 maggio 2012
Don Sciortino: la politica torni a pensare al bene comune
Una barca alla deriva con timonieri in grado di conoscere solo la rotta più prossima, senza sapere dove punterà la nave. E' questa, se non si interviene subito, l'Italia secondo don Antonio Sciortino, direttore di Famiglia Cristiana, ieri ospite alla Cattolica per il convegno "Educare i giovani alla giustizia e alla pace, le responsabilità di cittadini, media e istituzioni". Il convegno, organizzato dall'Università Cattolica del Sacro Cuore con il contributo dello Studio Commercialista Giuseppe Avella, è stato introdotto dal direttore di sede Mauro Balordi e dalla professoressa Claudia Mazzucato (docente di diritto penale).
Giovani sotto la lente dunque, quei giovani che oggi non sembrano al centro delle politiche italiane. «Nessuno sta programmando questo Paese - evidenzia don Sciortino -, presto lo capiremo. Noi parliamo tanto di giovani, questo Paese non investe sulle nuove generazioni. Perché negli altri stati a 40 anni si può governare e qui no? Dobbiamo cominciare a svecchiare l'Italia che si sta suicidando dal punto di vista demografico. Chi governa al massimo vede sino al 2013, non oltre. Ed abbiamo due milioni di giovani che non studiano nè lavorano». «Ci sono giovani che qui non cercano più il futuro - prosegue don Sciortino -. Si va all'estero e questo non fa problema per i governanti». Correlato è il sostegno alla famiglia: «La famiglia oggi non ha politiche che la sostengano. Spacciamo i bonus per aiuti ma non hanno nulla a che fa con una politica strutturale». «Il Papa chiama in causa le istituzioni e gli operatori della politica - sottolinea il direttore - ma oggi non c'è più il servizio al bene comune, quello inteso da Paolo VI. Noi qui insegnamo come arginare le leggi non come rispettarle. Ciò che ci deve preoccupare non é la crisi economica ma la crisi etica in cui siamo caduti».
«Dobbiamo educare i nostri giovani alla mondialità - esorta don Sciortino -, educare i giovani a considerare il mondo come un'unica famiglia umana. Quando parliamo di pace non possiamo non parlare di giustizia. Occorre una maggiore equità a livello mondiale».
Ancora: «Il nostro Paese sta ripetendo la disparità tra ricchi e poveri dei paesi del terzo mondo». Don Sciortino vede un'Italia arcobaleno: «Non c'è nessuna paura a far nascere moschee accanto alle chiese. Ma la vera religione non può che essere per la pace e per il dialogo. In questo modo si può crescere e le religioni hanno un ruolo determinante nella pacifica convivenza. Mi parlano del principio di reciprocità. Bisogna battersi perché oggi i cristiani nel mondo non vengano perseguitati, ma occorre battersi per la libertà religiosa di tutti. Nessuno può rinunciare alle proprie radici e il cammino dell'integrazione é la conoscenza e il rispetto reciproco».
D'altro canto Bendetto XVI, come sottolinea don Sciortino, affronta il fenomeno migratorio a partire dal concetto di persona: «Se ci battiamo per la vita di Eluana ci dobbiamo battere per la vita dell'ultimo straniero che arriva in Italia. Questo bisogna dirlo. Ci sarebbe bisogno che la Chiesa parlasse di più, non bisogna avere nessuna remora... altrimenti il silenzio é sospetto»
«Se vogliamo insegnare ai giovani dobbiamo renderli protagonisti responsabili del nostro tempo - evidenzia Flavio Lotti, Direttore del Coordinamento Nazionale degli Enti Locali per la Pace e i Diritti Umani -. Quando noi invochiamo il principio di responsabilità, é importante che si capisca che cosa si può fare in prima persona e che cosa si deve fare insieme. Nelle nostre città le tante culture presenti sono importanti per costruire pace e giustizia. Non c'è solo l'inquinamento da combattere ma anche la possibilità di costruire un pezzetto della pace e della giustizia nel mondo». Al termine dell'incontro è stata assegnata alla piacentina Silvia Corradi la borsa di studio "Giuseppe Avella".
Federico Frighi
04/05/2012 Libertà
Giovani sotto la lente dunque, quei giovani che oggi non sembrano al centro delle politiche italiane. «Nessuno sta programmando questo Paese - evidenzia don Sciortino -, presto lo capiremo. Noi parliamo tanto di giovani, questo Paese non investe sulle nuove generazioni. Perché negli altri stati a 40 anni si può governare e qui no? Dobbiamo cominciare a svecchiare l'Italia che si sta suicidando dal punto di vista demografico. Chi governa al massimo vede sino al 2013, non oltre. Ed abbiamo due milioni di giovani che non studiano nè lavorano». «Ci sono giovani che qui non cercano più il futuro - prosegue don Sciortino -. Si va all'estero e questo non fa problema per i governanti». Correlato è il sostegno alla famiglia: «La famiglia oggi non ha politiche che la sostengano. Spacciamo i bonus per aiuti ma non hanno nulla a che fa con una politica strutturale». «Il Papa chiama in causa le istituzioni e gli operatori della politica - sottolinea il direttore - ma oggi non c'è più il servizio al bene comune, quello inteso da Paolo VI. Noi qui insegnamo come arginare le leggi non come rispettarle. Ciò che ci deve preoccupare non é la crisi economica ma la crisi etica in cui siamo caduti».
«Dobbiamo educare i nostri giovani alla mondialità - esorta don Sciortino -, educare i giovani a considerare il mondo come un'unica famiglia umana. Quando parliamo di pace non possiamo non parlare di giustizia. Occorre una maggiore equità a livello mondiale».
Ancora: «Il nostro Paese sta ripetendo la disparità tra ricchi e poveri dei paesi del terzo mondo». Don Sciortino vede un'Italia arcobaleno: «Non c'è nessuna paura a far nascere moschee accanto alle chiese. Ma la vera religione non può che essere per la pace e per il dialogo. In questo modo si può crescere e le religioni hanno un ruolo determinante nella pacifica convivenza. Mi parlano del principio di reciprocità. Bisogna battersi perché oggi i cristiani nel mondo non vengano perseguitati, ma occorre battersi per la libertà religiosa di tutti. Nessuno può rinunciare alle proprie radici e il cammino dell'integrazione é la conoscenza e il rispetto reciproco».
D'altro canto Bendetto XVI, come sottolinea don Sciortino, affronta il fenomeno migratorio a partire dal concetto di persona: «Se ci battiamo per la vita di Eluana ci dobbiamo battere per la vita dell'ultimo straniero che arriva in Italia. Questo bisogna dirlo. Ci sarebbe bisogno che la Chiesa parlasse di più, non bisogna avere nessuna remora... altrimenti il silenzio é sospetto»
«Se vogliamo insegnare ai giovani dobbiamo renderli protagonisti responsabili del nostro tempo - evidenzia Flavio Lotti, Direttore del Coordinamento Nazionale degli Enti Locali per la Pace e i Diritti Umani -. Quando noi invochiamo il principio di responsabilità, é importante che si capisca che cosa si può fare in prima persona e che cosa si deve fare insieme. Nelle nostre città le tante culture presenti sono importanti per costruire pace e giustizia. Non c'è solo l'inquinamento da combattere ma anche la possibilità di costruire un pezzetto della pace e della giustizia nel mondo». Al termine dell'incontro è stata assegnata alla piacentina Silvia Corradi la borsa di studio "Giuseppe Avella".
Federico Frighi
04/05/2012 Libertà
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