mercoledì 13 aprile 2011

Enzo Bianchi: oscuriamo la sofferenza per non vedere il male

Carissimo padre e vescovo, carissimi fratelli e sorelle,

siamo tutti impegnati nel cammino quaresimale, il cammino di conversione, di ritorno al Signore. E per questo, in questa assemblea di credenti cerchiamo di ascoltare il Signore in modo più intenso e più attento.

Ascoltare il Signore, e dunque ascoltare la sua Parola contenuta nelle sante Scritture è non solo ciò che ci compete ma ciò che è decisivo nella nostra vita. Dall’ascolto della parola di Dio, infatti, dipende la qualità della nostra fede, la qualità della nostra conoscenza del Signore Gesù Cristo. Dipende la nostra capacità di amore per il Signore, e quindi anche la nostra capacità di amore verso gli uomini, in mezzo ai quali noi viviamo.

Questo ascolto della parola del Signore si concretizza questa sera in un cercare di comprendere maggiormente la preghiera che Gesù stesso ci ha consegnato, il “Padre nostro”. E comprendere maggiormente una domanda di questa preghiera, la settima e ultima del ‘Padre nostro’ secondo Matteo che abbiamo ascoltato: “liberaci dal male”.

Quando il vostro Vescovo, che nella sua amicizia nei miei confronti, mi ha invitato, io ho gioito di questo invito per tornare di nuovo in mezzo a voi. Ma mi sono anche ricordato di aver già meditato qui a Piacenza su questa domanda contenuta nel ‘Padre nostro’. Ma ho pensato di acconsentire ugualmente tornando però sul tema rinnovando la mia meditazione e ricerca in modo da non ripetere quello che già avevo detto in quell’occasione del 2008 [1].

Vi propongo dunque stasera un nuovo itinerario che comprenderà la meditazione di tre anni fa. D'altronde il tema, anche se racchiuso in tre parole, “liberaci dal male”, è un tema inesauribile.

Perché proprio in questa domanda del “Padre nostro” è contenuto il dramma di tutta l’umanità e dell’umanità di tutti i tempi e di tutte le culture. Ma vi è anche contenuta la volontà di Dio, che è liberazione del mondo, liberazione dal male.

E per facilitare il vostro ascolto vi traccio l’itinerario:

1. Vorrei riflettere sul modo innanzitutto sull’esperienza del male.

2. Quindi sul grido: il grido che sale dalla sofferenza, il grido che è una preghiera: “Liberaci dal male”!

3. Infine, sulla risposta di Dio alla nostra preghiera: la vittoria sul male.

1. L’esperienza del male.

L’esperienza del male, innanzitutto. Al male! alla presenza del male, non è possibile non credere. Perché del male ogni uomo, ogni donna, fa l’esperienza. È verissimo che noi lottiamo contro il male. È anche vero che noi vorremmo rimuoverlo, e che forse la cultura dominante oggi riesce in parte a rimuovere il male, tenta di non tenerlo presente all’orizzonte della vita, tende a negarlo, cerca di coprirsi gli occhi. Ma il male prima o poi ci appare, e ci appare con tutta la sua forza, che è sempre una forza mortifera, sempre una forza che è una presenza della morte.

Il sogno dell’uomo non è soltanto quello di non conoscere il male, ma il sogno dell’uomo è anche quello di non vedere il male, di non considerarlo. Perché il male è sempre sofferenza, dolore, morte.

Noi non vorremmo fare la domanda, che però siamo obbligati a farla, quando prima o poi la sofferenza, il male, ci coglie. Perché? Perché? Che senso ha? Come è possibile di questa rimozione del male? Rimozione molto umana. Tutte le culture ne danno testimonianza.

Mi permetto solo di ricordarvi molto istruttiva per noi: la storia del Buddha. Okkava Buddha. Sta scritto nella storia di questo grande paziente che suo padre, che era un principe, quando nacque il figlio si preoccupò che potesse crescere veramente felice. Fece costruire una cinta al palazzo in modo che Okkava potesse vedere soltanto la bellezza, conoscere soltanto la gioia, godere in quel giardino e in quel palazzo. E Okkava, ci dice la storia di Buddha, fece la sua crescita in quel recinto felice. Ma un giorno sentì che quel luogo era una prigione, e che anche in quel luogo in cui non si presentava il dolore, lui soffriva. E allora uscì fuori da quel giardino, da quel palazzo. E incontrò subito dopo un malato lebbroso. Poi incontrò un vecchio decrepito. Poi incontrò un morto, un cadavere. E così vide il dolore, vide la realtà, conobbe davvero l’umanità.

La storia di Buddha prosegue dicendo che subito dopo incontrò un monaco, un monaco indù. Ed ecco allora nacque la domanda, una domanda che nasceva dalla adesione alla realtà umana, non dalla falsa situazione di un recinto felice.

Ecco, la nostra società, sembra avere il pensiero del padre di Buddha: impedire di vedere il male! Non chiamare neanche più male ciò che è male.

E così noi tutti siamo indotti a rimuovere il male in mille maniere.

Pensateci bene, ormai siamo sempre più lontani dai morti, il più possibile. Vogliamo stare lontano da quelli che soffrano. Aiutiamo, certo, perché siamo buoni; aiutiamo anche gli altri, ma abbiamo la tendenza ad aiutarli sempre più da lontano, senza avvicinarci troppo alla loro sofferenza. Addirittura noi oggi siamo tentati di vivere la ‘carità’ mandando magari un’offerta attraverso il ‘telefonino’ pur di non incontrare chi soffre.

Si dice che “è morto dio nella nostra società”; è vero! Ma è morto soprattutto il prossimo, e tra il prossimo appaiono perciò i lontani, quelli che del prossimo sono bisognosi. Li teniamo lontani il più possibile. E anche quando vogliamo aiutare gli altri, siamo tentati di aiutarli con la carità presbite, che funziona solo con chi è lontano. E tiene lontano da noi soprattutto la realtà della sofferenza del male.

Non è forse così?

Ma voi sapete che resta la realtà. E per chi aderisce alla realtà, per chi aderisce al presente e al quotidiano, prima o poi noi incontriamo il male operante nella nostra vita. Ci vuol poco per riconoscerlo. La malattia che ci coglie nella mente, e che è sempre più presente nella nostra società. La malattia che ci coglie nel corpo, la malattia che ci porta alla morte.

Ma conosciamo anche la sofferenza causata dagli altri, quando ci abbandonano, quando smentiscono il loro amore, quando ci calunniano; quando magari arrivano alla violenza nei nostri confronti.

Ma conosciamo anche il male attraverso la sofferenza causata dalla natura stessa, la natura che porta la morte, la fame. Come non possiamo pensare in questi giorni al male portato dalla natura attraverso il terremoto in Giappone, con una devastazione di morte che certo ci impressiona.

Questo è il male che noi, ciascuno di noi, soffriamo.

Ma non basta questa ricognizione, perché c’è una dimensione del male che non può essere tralasciata: il male di cui noi siamo protagonisti, il male che noi facciamo con azioni, con parole, con monizioni. Quel male che la nostra tradizione cristiana chiama peccato. Una parola che noi cerchiamo di evitare il più possibile, perché non vogliamo riconoscere il male di cui noi siamo responsabili.

Ma c’è un male, di cui siamo responsabili, che non è mai soltanto rivolta contro la volontà di Dio, ma che conosciamo come contraddizione all’amore, contraddizione alla comunione, caduta e sempre disumana e disumanizzante.

Ecco, questo è il male di cui facciamo esperienza nella nostra vita, per cui soffriamo. E così fatichiamo a vivere. A volte addirittura fatichiamo a causa del male a trovare senso alla nostra vita.

E qui va detto, solo l’uomo ha coscienza del male in tutte le sue dimensioni. Solo l’uomo può dire dove c’è il male e dove c’è il bene. Quell’uomo, che il Salmo 8°, alla domanda: “Che cosa è l’uomo, Signore?” – Risponde: “È poco meno di un Dio”; è la grandezza dell’uomo: poco meno di Dio. Ma è anche l’uomo che nel Salmo 44°, sempre alla domanda: “Che cosa è l’uomo, Signore?” – Risponde: “È un mortale”; è una creatura che va verso la morte, la cui vita è come il fiore, è come l’erba, è come l’ombra che declina. Secondo la Bibbia: l’uomo sta proprio in questa sua dignità, “poco meno di un Dio”; e in questa sua fragilità, è una creatura votata che va verso la morte.

L’uomo, proprio perché ‘poco meno di Dio’, ha una consapevolezza, ha una coscienza del male come nessun altra creatura del mondo. Gli animali soffrono anche loro, ma non hanno consapevolezza di che cosa sia il male; ma gli uomini sì. E gli uomini sanno che il male può venire dalla natura, dalla vita, ma può venire anche dagli altri, può venire dalla storia, e che il male può venire da noi stessi, perché ciascuno di noi può essere soggetto di male. Siamo peccatori, cioè gente che sa che sono sedotti dal male. Non dimenticate mai quella espressione di Paolo, di cui dovremmo avere coscienza quotidiana noi: “Non c’è bene che voglio fare che ho fatto; ma il male che detesto, il male che non voglio fare, in realtà poi io lo faccio” (cf Rm 7, 15 – N.d.R.).

È indubbio che nella fede ebraica, e quindi nella fede cristiana, anche se non si arriva a dare una risposta alla domanda “Un de mago?” – “Da dove viene il male?”, si afferma però anche un’altra qualità del male, che noi oggi proprio dimentichiamo, tralasciamo, anche nello spazio cristiano. Cioè, sia l’Antico che il Nuovo Testamento affermano che il male è anche un’azione di una potenza, di una forza, che viene chiamato ‘demonio’, che il male è anche l’azione di qualcuno che viene chiamato ‘avversario’, ‘satanico’, ‘satana’; che il male è anche qualcosa che è causato da un ‘divisore’ – ‘di-a-volo’ (divisore – diavolo). Ci viene anche detto che il male regna perché c’è “un principe di questo mondo”, dice il quarto Vangelo (Gv 16, 11); e questo principe di questo mondo vuole il male. Paolo addirittura chiama questa presenza il “dio di questo mondo” (cf Ef 6,12). Gesù lo ha chiamato qualche volta il “nemico per eccellenza”, il nemico di Dio, il nemico della Sua opera, il nemico del bene, il nemico anche della Creazione come opera che Dio ha vinto bella e buona. È un nemico dell’uomo. Ed è talmente capace di male che viene anche chiamato “maligno”.

È così che la domanda del “Padre nostro”, “Liberaci dal male”, può essere tradotta in due maniere; e noi non possiamo preferire una maniera all’altra.

Possiamo tradurre dal greco, che è la lingua in cui è scritto il vangelo di Matteo, con “liberaci dal male”, cioè liberaci da tutte le espressioni del male.

Ma possiamo anche tradurre “liberaci dal maligno”. Perché l’espressione greca, poneroù, non ci dice se qui c’è solo l’espressione del male, o “mistificatore” ‑ il responsabile supremo del male. Tanto è vero che all’interno della traduzione della Bibbia, che è stata assunta dalla Conferenza Episcopale italiana, proprio nell’indecisione di tradurre il “Padre nostro” – “liberaci dal male” o “liberaci dal maligno” ‑ , ma scegliendo una espressione o l’altra si sarebbe operato una scelta che tralasciava una comprensione, giustamente i vescovi hanno preferito “liberaci dal Male”, ma mettendo la ”M” maiuscola. Per cui con la “M” maiuscola al “Male” si lascia la possibilità di chiedere a Dio: “liberaci dalle espressioni del male”. Ma il male con “M” maiuscola ci rinvia al maligno, al maligno quello che Gesù chiama il “principe di questo mondo”, il nemico, il diavolo, il divisore, satana.

Notate che tutti questi nomi sono stati dati da Gesù al male operante e che Gesù incontrava in mille situazioni. Di fatto il male appare con una forza che noi subiamo, che poche volte noi riusciamo a vincere, a contenere. Una forza che appare come seduzione alla quale è difficile resistere

Davvero credo che il termine migliore per definire il male è ancora quello di “demonio”, dove questa espressione greca demòn indica una dominanza, qualcosa che si impone. Appunto, come diceva Paolo, “non il bene che voglio fare faccio, ma proprio il male che non voglio fare alla fine io faccio”. E qui credo che ciascuno di voi, come me, constata che questo è la nostra situazione.

E così nel “Padre nostro” noi diciamo, denunciamo, il male e il “maligno” come realtà che conosciamo. In questo senso, permettetemi di dire: è molto sciocco dire se si crede al demonio sì o no. Perché del demonio, di questa sua forza, noi facciamo l’esperienza. Non è proprio il caso di crederci. E questa esperienza la facciamo in modo banale, quotidiano, semplice, sovente senza essere all’altezza del discernimento di chi è all’opera, di chi tenta e ci seduce.

Non a caso noi siamo riusciti nel secolo che sta’ alle spalle a parlare della ‘ banalità del male ’.

Attenzione! Nessuna fantasia sul diavolo-demonio. Nessuna fantasia! Tanto meno nessuna curiosità lussuriosa; ma solo la non negazione della sua presenza, perché certamente c’è una forza che è efficace; c’è una forza nel male che è plurale, ha molte facce, è una forza seducente. Ci tenta… Ed è una forza che prima o poi appare sempre come paura della morte

2. Liberaci dal male.

Secondo momento della nostra riflessione.

Da questa consapevolezza, esperienza del male che ci colpisce, noi allora gridiamo: “liberaci dal male”!. Noi gridiamo, noi invochiamo, noi chiediamo aiuto, ci rivolgiamo a Dio, nella coscienza che da soli non sappiamo liberarci dal male, né totalmente, né definitivamente.

Oggi una cultura dominante ci vorrebbe fare intravedere che andiamo verso una vita personale o collettiva… Ieri l’accento cadeva sulla dimensione collettiva. Oggi la dimensione è piuttosto individualista. Ma si vorrebbe far credere che il male in realtà diminuisce fino a scomparire, perché la scienza e la tecnica vincono il male. Ci viene promessa una vita sempre più longeva… Ma in realtà fin che c’è la morte c’è il male.

E l’avevano già capito bene i credenti dell’Antico Testamento, là dove si afferma “liberazione non c’è se non dalla morte”.

Noi a volte riusciamo a liberarci da un male, ma in realtà subito dopo dobbiamo iniziare un’azione di liberazione da un altro male, e così via… E poi comunque incontriamo la morte la quale ci attende inesorabilmente. Lo dobbiamo ammettere. E chi è capiente tra gli uomini, lo sa. L’uomo non è immortale. L’uomo può allungare di qualche anno la sua vita, ma alla fine c’è il traguardo. È stato così dall’inizio dell’umanità, millenni di umanità. E anche gli scienziati più sapienti ci avvertono che è impossibile per noi uomini sconfiggere la morte.

Alla fine, dunque, noi abbiamo la morte. E prima nella vita abbiamo delle anticipazioni che sono sempre segno della morte. Che cos’è la malattia? Ma che cos’è anche la separazione in una storia d’amore? Che cos’è la situazione di bisogno che ci minaccia nel nostro vivere? Che cos’è la cattivazione degli altri che ci provoca sofferenza? Non c’è liberazione se non dalla morte.

E per questo noi invochiamo Dio: “Liberaci tu dal male”. Perché noi la liberazione dal male non ce la possiamo dare.

Vorrei invitarvi qualche volta a pregare i Salmi. Queste centocinquanta preghiere, che cosa sono? Sono grida! pianti! lamenti! urli! da una situazione di male. Perché quell’uomo, quel credente, che prega nel Salmo, vuole il bene, vuole la felicità, vuole la liberazione, vuole la salvezza.

Questa ultima invocazione del ‘Padre Nostro’, “liberaci dal Male”, dice in tre parole tutto quello che è contenuto nei Salmi. Direi che dice tutto il movimento della preghiera cristiana. Ogni preghiera è un’invocazione al Signore, al Dio in cui si crede, per passare dalla malattia alla salute, dalla morte alla vita, dalla disperazione alla felicità, dal peccato all’amore di Dio.

In tutte le preghiere che noi uomini facciamo c’è sempre esplicito, sottointeso, “liberaci dal male”. E i mali dai quali chiediamo la liberazione sono diversi; mutano anche nella nostra preghiera. Ma ciò che chiediamo è indirizzato sempre allo stesso Destinatario, il Dio in cui abbiamo fiducia, il Signore. E noi vogliamo da Lui sempre la sua presenza, la sua consolazione, il suo amore.

La preghiera del “Padre nostro” inizia con l’invocazione a Dio come Padre: “Padre nostro”. Cioè noi abbiamo la fiducia che da Lui viene la vita. Ecco perché lo chiamiamo “Padre”: perché da Lui viene la vita.

E concludiamo il ‘Padre nostro’ con queste invocazioni contro il male, queste invocazioni di liberazione di salvezza.

E vorrei dirvi di più, come notava un padre della chiesa ‑ che ha commentato bene il ‘Padre nostro’ ‑, un padre della Chiesa antica: Giovanni Crisostomo, il quale diceva: “Quando noi diciamo ‘ liberaci dal male ’, di fatto stiamo dicendo tutto il ‘Padre nostro’”. Tutte le invocazioni ‑ perché le invocazioni precedenti: “venga il tuo regno”, “sia fatta la tua volontà”, “dacci oggi il pane quotidiano”, “rimetti a noi i nostri peccati”, “non abbandonarci alla tentazione” ‑ sono tutte richieste di liberazione dal male. È sempre il male che impedisce che siano realtà: vita degli uomini, le cose che chiediamo nel ‘Padre nostro’, il Regno, la realizzazione della volontà di Dio, il perdono.

Potremmo dire che queste parole sulla bocca del cristiano sono alla fin fine sempre ‘liberaci dalla morte’: sì, dalla morte! “Dalla morte”, come ultima parola per ciascuno di noi. Certo la morte eterna, quella morte che significa “esclusione dalla comunione con Dio”. Ma anche dalla morte che ti raggiunge alla fine della nostra vita. E anche dalla morte che è presente magari in uomini e donne che sembrano vivi, ma che sono “morti” perché incapaci di una vita di comunione, incapaci di speranza.

Dobbiamo pregare, e pregare dunque, chiedendo al Signore ciò che noi non possiamo da soli. Dobbiamo pregare il Padre perché ci dia la forza di resistere al male, perché c’è una resistenza al male che ci spezza, senza la quale Dio non può operare. Resistere a satana, al ‘tentatore’. Lottare contro tutte le forze del male che ci assalgono, è il nostro compito.

E per resistere occorre esser pronti ad una dura e incessante lotta spirituale, ma in questa resistenza occorre che sia presente il Signore.

Nel Salmo 119° c’è un’espressione straordinaria: “Signore, nella mia lotta si tu a lottare”. Quando noi lottiamo contro la tentazione, contro il male, il Signore è lui che lotta in noi.

E come dimenticare le parole di Gesù? che, nella lotta contro il male, aboliva “Questa specie di demoni non la si può scacciare, se non con la preghiera” (Mc 9, 29). E come dimenticare le parole dell’apostolo Paolo?: “Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene” (Rm 12, 21).

3. La vittoria sul male.

Infine, ultimo punto della nostra meditazione, “la vittoria sul male”.

Il male che ti colpisce. Questa azione del demonio che si fa sentire nella nostra vita personale e collettiva, è invincibile? È una realtà ultima? È l’ultima parola sulla vita degli uomini?

Ecco, qui c’è la buona notizia: c’è il Vangelo! Che è davvero la risposta, l’unica risposta al dramma del male. Infatti, la “buona notizia”, l’unica vera buona notizia ‑ che i cristiani dovrebbero non solo ritenere loro speranza, ma sentirlo soprattutto come l’unico vero debito che hanno verso l’umanità, verso i fratelli ‑, questa buona notizia è che Gesù con la sua vita, la sua morte e la sua resurrezione ha vinto il male e il maligno per sempre.

Ci bastino due parole del Nuovo Testamento.

Negli Atti degli Apostoli, Pietro riassume così la vicenda di Gesù: “Gesù, un uomo che passò facendo il bene e risanando tutti quelli che stavano sotto il potere del male, perché Dio era con Lui”, sta’ in Atti 10, 38. Ecco la vita di Gesù: una vita in cui ha fatto il bene, sottraendo al potere del male tutti quelli che erano malati e che Lui guarì.

Ma un’altra affermazione importante si ha sulla bocca di Gesù secondo il quarto Vangelo. Quando Gesù, ormai attraverso la sua passione e morte, la vigilia, a Gerusalemme, Gesù grida: “Ora il principe di questo mondo è buttato fuori” (Gv 12, 31). Cioè ora il demonio, con la mia passione morte e resurrezione, è vinto per sempre! È buttato fuori! Non ha più una vittoria definitiva per gli uomini.

Tutta la vita di Gesù è stata una battaglia contro il male, e contro il Male con la “M” maiuscola, perché Gesù è stato tentato e ha resistito alle tentazioni: ha vinto il demonio. Perché Gesù ogni volta che ha incontrato il Male nelle sue varie forme – i malati, i peccatori – ha dato loro la vita, ha rinnovato la loro vita, ha dato loro il perdono e l’amore. Tutto l’operare di Gesù era togliere terreno e potere al male. E questo Gesù non l’ha fatto interessandosi del male in modo astratto. Gesù ha mai speculato sulla realtà del male, come siamo tentati di fare noi; ma ha voluto incontrare uomini e donne segnate dal male, segnate dalla malattia, segnate dal peccato, segnate dalla morte.

E Gesù ha incontrato noi uomini prendendosi cura di noi, curando le nostre malattie – dicono i Vangeli –, liberandoci dal potere del male.

Tutta la sua dizione, come aveva detto nella sinagoga di Nazaret, era annunciare la buona notizia ai poveri, portare la libertà ai prigionieri, portare ai ciechi la vista, portare la liberazione agli oppressi (cf Lc 4, 16-19).

E questa lotta di Gesù contro il male, era una lotta combattuta soltanto con la voce.

E possiamo anche riassumere la vita di Gesù, non solo come facevano gli Atti degli Apostoli, ma sto facendo del bene, ma come fa il quarto Vangelo: adesso ho amato: ‘amò fino all’estremo’, “amò fino alla fine” (Gv 13,1). Questa è la sintesi di tutta la vita di Gesù.

E se i discepoli potranno arrivare a dire che “Dio è amore” – questa è l’affermazione che fa Giovanni nella sua lettera (1 Gv 4, 8.16) ‑ (e lo sapete) è l’affermazione ultima, l’ultima del Nuovo Testamento, dopo la quale non sono possibili altre definizioni ulteriore di Dio. Ma se sono arrivati a dire che “Dio è amore”, ciò cui non era giusto l’Antico Testamento. L’ha fatto perché avevano visto l’amore di Dio presente nella vita umanissima di Gesù, l’autorevolezza di Gesù, la sua forza, quella che permetteva a Gesù di guarire i malati, di risvegliare una donna in una prostituta, di risvegliare un uomo nuovo in uno strozzino, di mettere vita dove c’è la morte. Era la sua capacità di amare concretamente, umanamente e gratuitamente.

Così Gesù dimostrava che il male può soltanto essere vinto soltanto dal bene, dunque dall’amore che è il bene supremo.

E dopo un’esistenza segnata dall’amore, anche nella Passione. Quando si scaricava su di Lui l’odio dei potenti ‑ la violenza dei persecutori, il tradimento degli amici ‑, Gesù ha continuato ad amare mai contraddicendo l’Amore. Mai cedendo al Male, mai cedendo alla tentazione di opporsi al male con il male.

È andato incontro alla morte come ogni altro uomo, ma è entrato nella morte amando. E questo suo Amore non poteva morire per sempre. Sicché Dio ‑ il Padre – ha dovuto confermare il suo Amore risuscitandolo da morte.

Stiamo attenti a noi cristiani! Quando finiamo per dire che Gesù è risorto solo perché era Figlio di Dio – messaggio troppo breve che agli uomini non interessa nulla! Gesù è risorto perché il suo Amore – che era l’amore di Dio operante in Lui – non poteva morire, e non poteva permettere che l’ultima parola fosse la morte. Per cui, il Padre confermandolo come Figlio ‑ come sua Narrazione, come sua Rivelazione ‑ lo ha resuscitato dai morti: ha mostrato che l’Amore vince la morte. E questa è la Pasqua, questa è la buona notizia pasquale. L’Amore è più forte della morte. L’Amore è capace di vincere il male.

Cari fratelli e care sorelle, in questo cammino quaresimale ci siamo impegnati a lottare contro il male, e abbiamo certamente pregato più volte il Signore “liberaci dal male”. E ormai, ecco, la Pasqua ci sta’ davanti. La Pasqua è vittoria sulla morte, sul Male e sul peccato. La vittoria dell’amore di Dio. La Pasqua è l’evento decisivo per l’umanità.

Vogliamo noi partecipare a questo evento? L’evento del Cristo vincitore del Male e della morte? Vogliamo essere con Cristo nella lotta contro il male, vittoriosi! Grazie soltanto a Lui, alla sua azione, alla sua Grazia, non certo fondando sulle nostre forze? E vogliamo con tutti i nostri limiti essere con Cristo nell’Amore fino alla fine, a prezzo anche della croce?

Così saremo liberati dal Male, e saremo esauditi nella nostra preghiera del ‘Padre nostro’: “Liberaci dal Male”. Questa è l’invocazione. Una invocazione che facciamo però nella fede di Cristo, che ci ha liberati dal male con la sua vita, la sua morte, la sua Passione, cioè con il suo Amore fedele fino alla fine.

Apprestiamoci a celebrare la Pasqua, come vittoria dell’amore di Dio sul Male, che purtroppo regna nel Mondo, e che sovente regna anche in noi: il male che conosciamo, che non possiamo rimuovere, ma che Dio in Gesù Cristo ha vinto per sempre.

Documento rilevato da registrazione audio da Vittorio Ciani, nel linguaggio parlato, ma non rivisto dall’Autore.




lunedì 11 aprile 2011

Africa Mission, partono i container di aiuti

È partito oggi (lunedì 11 aprile) un container di aiuti per l’Uganda allestito in questo fine settimana da Africa Mission - Cooperazione e Sviluppo con la collaborazione di un gruppo di volontari. Si tratta di un carico di 7.727 chilogrammi di aiuti (coperte, materiale sanitario, indumenti, stoffe, cancelleria e anche un generatore di corrente) raccolti dai vari gruppi dell’organizzazione diffusi in tutta Italia, in particolare dalla sede distaccata di Morciola di Colbordolo (Pesaro e Urbino), e destinati ai missionari che operano nel Paese africano e ai progetti gestiti direttamente dalla Ong piacentina nella capitale Kampala e a Moroto, nell’arida regione ugandese del Karamoja.

Mercoledì 13 aprile, invece, partirà un secondo container di aiuti destinato in questo caso al Sud Sudan, un’altra area africana in cui è attiva Africa Mission - Cooperazione e Sviluppo. Nei giorni scorsi l’Ong piacentina aveva lanciato un appello per raccogliere i fondi necessari per coprire le elevate spese di spedizione. E ora, grazie alle donazioni di numerosi sostenitori, in particolare di un donatore della zona di Como, il container potrà essere inviato in Sud Sudan, dove gli aiuti verranno consegnati per metà alla diocesi di Tombura-Yambio, guidata dal vescovo mons. Edward Hiiboro Kussala, che nei mesi scorsi è stato in visita anche a Piacenza, e per metà alle Suore Comboniane che gestiscono nella città di Nzara l’unico ospedale funzionante della zona.

Anche in questo caso, con il container vengono spediti generi di prima necessità (riso, zucchero, coperte, materiale sanitario vario, vestiti) per un carico complessivo di 8.348 chilogrammi di aiuti.

Ringraziamo di cuore i tanti sostenitori, volontari e collaboratori - dichiara il direttore della Ong piacentina, Carlo Ruspantini - che con il loro prezioso contributo, espresso in tante forme, hanno consentito di far partire questi due container e dunque di rispondere con un gesto concreto di solidarietà al grido di aiuto che giunge dalle popolazioni africane”.

domenica 10 aprile 2011

Vicini e lontani/ A Brescia la lettera del vescovo Luciano Monari sui migranti

L’immigrazione in Italia è uno dei fenomeni più rilevanti
degli ultimi anni, un fenomeno che è destinato a segnare
in modo significativo il futuro del nostro paese come,
d’altra parte, il futuro dell’intera Europa occidentale.
Come è inevitabile, questo fenomeno produce una serie di
problemi che è compito della politica affrontare e risolvere
nel modo migliore. Ma il problema non è solo politico;
è anzitutto un problema umano, quello dell’incontro, del
confronto e dell’interazione di persone che provengono
da paesi diversi, parlano lingue diverse e sono portatrici di
culture diverse. Non mi è naturalmente possibile affrontare
i numerosi e complessi problemi che questo fenomeno
pone e che vanno ben al di là delle mie competenze. Ma
come vescovo non posso non interrogarmi sul significato
del fenomeno e sulla risposta che la comunità cristiana è
chiamata a dare. Provo allora a dire quello che mi sembra
sia l’essenziale.
1. Il fenomeno dell’immigrazione. La prima domanda
riguarda le comunità cristiane: diocesi, parrocchie,
gruppi ecclesiali; come debbono interpretare il fenomeno
dell’immigrazione? e quale atteggiamento debbono tenere
nei confronti degli immigrati? Non è difficile capire che il
fenomeno delle migrazioni, degli spostamenti dell’uomo
da una terra all’altra è antico quanto l’uomo stesso. Le condizioni
di vita variano da un posto all’altro, si modificano
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col passare del tempo e l’uomo tende naturalmente a cercare
quelle condizioni di vita che offrano opportunità più
grandi e permettano un benessere maggiore. C’è una radicale
inquietudine nell’uomo, che non gli permette mai
di accontentarsi di quanto conosce e possiede e lo spinge
a una conoscenza sempre più ampia, a una crescita incessante
dal punto di vista economico, culturale, relazionale.
Proprio per questo la storia dell’uomo è affascinante e tragica
nello stesso tempo: è stata, ed è, un’immensa avventura
che ha accresciuto nell’uomo la coscienza di sé e la consapevolezza
delle sue possibilità; che ha portato a una conoscenza
e a un controllo maggiore sull’ambiente di vita fino
a trasformarlo e a renderlo adatto alla vita dell’uomo. Basta
pensare a quella straordinaria realizzazione che sono le città
moderne con la loro ricchezza e complessità che permette
di soddisfare un numero impensabile di bisogni e di desideri.
Tutto questo, però, pagando un prezzo a volte elevato
di sofferenze, paure, insuccessi.
C redo che si debba vedere l’immigrazione all’interno
di questo fenomeno più ampio e tipicamente umano: la
ricerca di condizioni di vita sempre migliori, l’impulso ad
allargare gli interessi e le relazioni fino a comprendere, al
limite, tutte le persone. D’altra parte, la storia della salvezza
inizia con una migrazione, quando il Signore disse ad
Abramo: “Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela, dalla
casa di tuo padre verso la terra che io ti mostrerò. Io ti be6
nedirò…” Spinto da questa parola, Abramo è vissuto come
(semi)nomade, ha percorso tutto il margine della mezzaluna
fertile per giungere nella terra di Canaan dove ha abitato
come straniero e ospite. E quando la terra di Canaan
fu colpita dalla carestia, Abramo e i suoi discendenti cercarono
altre terre dove poter sopravvivere e migrarono in
Egitto. Diverso è il motivo della migrazione opposta, quella
che dall’Egitto condusse i figli di Giacobbe verso la terra
di Canaan al tempo di Mosè: fu la politica di sterminio
da parte di Faraone a muovere Dio perché salvasse il suo
popolo conducendolo verso un’altra terra. Ma proprio la
storia dell’esodo ci dice il paradosso presente nel fenomeno
della migrazione: gli Israeliti, minacciati di sterminio,
migrarono verso la terra di Canaan; ma questa terra era già
occupata e l’insediamento non poteva avvenire senza contrasti,
guerre, sofferenze.
Sarebbe ingenuo cercare nella Bibbia la soluzione ai
problemi attuali dell’immigrazione; ma nell’esperienza di
Israele possiamo intravedere la profondità del fenomeno,
la sua complessità e anche le tensioni che inevitabilmente
porta con sé. Sognare un mondo dove ciascun popolo abbia
una sua terra, viva entro confini ben determinati e non
abbia contrasti con altri popoli ed altre terre è illusione; e
le illusioni servono solo a preparare risvegli più amari. Vale
la pena prendere atto della situazione per imparare a controllarla
e dirigerla al meglio; come?
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2. Comunità cristiana e immigrati. È giusto anzitutto
chiederci che cosa ci domanda il Signore attraverso questo
imponente fenomeno. Giungono nella nostra terra persone
che provengono da altre Chiese: cattolici provenienti dall’America
Latina, ortodossi che vengono dall’Europa orientale,
cristiani cattolici e protestanti che vengono dall’Africa
e dall’Asia. Come comportarci? Ogni comunità cristiana è
una realizzazione particolare dell’unica Chiesa santa, cattolica
e apostolica. Ogni comunità cristiana è quindi chiamata
ad accogliere i credenti battezzati da qualunque parte essi
provengano: sono a pieno titolo membri delle nostre stesse
comunità – come noi e non meno di noi. Questo richiede
una sensibilità attenta sia da parte di chi arriva sia da parte
di chi accoglie. Un cattolico che viene dall’America Latina
arriva in una comunità cristiana organizzata, che ha una sua
identità e una sua storia. Proprio perché identità e storia della
Chiesa bresciana sono ricchissime è molto facile che chi
viene da fuori si senta estraneo e abbia, all’inizio, l’impressione
di essere respinto dalla nuova comunità: quanto più
una comunità è ‘strutturata’, tanto più alta appare la soglia
di ingresso. È necessario impegnarsi attivamente per offrire
un’accoglienza calda; ci vogliono persone che prendano l’iniziativa
di andare incontro ai nuovi arrivati, di interessarsi
di loro, di introdurli poco alla volta nei diversi luoghi e alle
diverse iniziative della parrocchia. Si tenga presente che una
rete pastorale così fitta come quella presente a Brescia è
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abbastanza rara nel mondo e che quindi un certo senso di
disorientamento diventa molto facile. Per questo non possiamo
lasciare all’iniziativa degli immigrati tutta la fatica di
inserirsi nella comunità; deve essere anche la comunità che
se ne fa carico in modo esplicito. Anche nel caso più felice,
però, i nuovi arrivati non potranno integrarsi immediatamente;
hanno alle spalle tradizioni proprie, soprattutto
pensano e parlano spontaneamente in una lingua propria.
Anche se apprendono l’italiano, sarà difficile che riescano
davvero a ‘pensare italiano’. Per questo la diocesi ha eretto
una missio cum cura animarum, con il suo centro alla Stocchetta,
che opera in vari luoghi del territorio diocesano grazie
all’apporto di missionari di varie etnie. Alla Stocchetta
viene celebrata regolarmente l’eucaristia nelle principali lingue
(inglese, polacco e spagnolo); in altre chiese vengono
celebrate Messe in francese, inglese (per gli Africani e per i
Filippini), cingalese, ucraino. Partecipare a queste eucaristie
celebrate nella lingua nativa permette ai cristiani immigrati
di sentirsi a proprio agio, di comunicare con connazionali,
di pregare secondo forme loro usuali. Sono convinto che
per la prima generazione di immigrati questo servizio sia
indispensabile; pur con le poche forze di cui disponiamo,
dobbiamo cercare di garantirlo. Tutto questo non significa
che le parrocchie di residenza possano disinteressarsi degli
immigrati cattolici delegando tutto alla ‘Migrantes’. Anzitutto
perché non tutte le domeniche sarà possibile per gli
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immigrati raggiungere questi centri etnici; ma soprattutto
perché è importante che i nuovi arrivati si integrino nel
territorio in cui risiedono. Ciò richiede che si creino legami
di conoscenza e di stima con i cristiani residenti; che
si vivano momenti di preghiera comune, di festa comune.
Se un immigrato si sente cercato e accolto, si integrerà più
facilmente nel territorio; e soprattutto avrà chiara la percezione
che la fede crea tra tutti i battezzati un legame saldissimo,
maggiore di quello che nasce dalla medesima cultura.
Non sto esagerando. A chi gli annuncia: “Ecco tua madre
e i tuoi fratelli ti cercano”, Gesù risponde: “Chi è mia madre
e chi sono i miei fratelli?... Chiunque fa la volontà del
Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e
madre.” Gesù vuole dire che la condivisione della medesima
fede crea tra le persone un legame più forte dello stesso
legame di sangue, di parentela. Davvero la Parola di Dio ci
rigenera; davvero a motivo di questa parola siamo figli di
Dio; davvero l’essere figli di Dio fa di noi dei fratelli e delle
sorelle in senso reale. Questo legame di fraternità manifesta
tutta la sua forza proprio nel rapporto con persone che
non abbiamo mai visto né conosciuto prima e che tuttavia
riconosciamo vicine a motivo del medesimo battesimo che
ci unisce realmente a Cristo, del medesimo Spirito che anima
i nostri sentimenti. In questa linea vanno valorizzate
tutte le occasioni per introdurre i cristiani immigrati nella
vita della comunità: feste, incontri di caseggiato, gruppi
10
di ascolto della Parola di Dio, devozione mariana; e vanno
colte le occasioni di incontro e di aiuto reciproco.
Un ragionamento analogo andrà fatto per i cristiani ortodossi
e per i protestanti o evangelici. A livello della carità,
della comunione della collaborazione e dell’aiuto reciproco
non ci sono limiti; a livello dell’espressione della fede (cioè
per la partecipazione ai sacramenti) bisogna che tutto sia
fatto con chiarezza e senza ambiguità; la confusione non
giova a nessuno. Per i particolari rimando ai diversi documenti
della Santa Sede nonché al prezioso “Vademecum
per la pastorale delle parrocchie cattoliche verso gli orientali
non cattolici” pubblicato dalla Cei.
Un problema nuovo e complesso riguarda i movimenti,
le sette, le molteplici comunità religiose che, nate in Africa
e in America Latina, si stanno impiantando anche in mezzo
a noi e attirano numerosi seguaci. Da una parte, questi
movimenti sono il segno del forte bisogno religioso che è
presente nella nostra società; dall’altra parte, però, si tratta
di esperienze radicalmente lontane dalla fede cattolica.
Alla loro origine non sta la rivelazione concreta, storica di
Dio in Gesù di Nazaret, ma la soddisfazione di un bisogno
psicologico soggettivo.
P er questo è necessaria una grande cautela. Bisogna che
i nostri fedeli siano avvertiti del pericolo che questi movimenti
rappresentano per la fede; e bisogna che la nostra
prassi pastorale sia chiara, non ambigua. Non deve passare
11
l’idea che si possa essere cristiani mettendo insieme esperienze
religiose contraddittorie. È per questo motivo che
non si debbono offrire (o affittare) gli ambienti parrocchiali
per incontri di questi movimenti o per pratiche psicologiche
che sconfinano nel religioso.
3. Il dialogo con credenti di altre religioni. Naturalmente
i problemi più difficili si presentano nel rapporto
tra la comunità cristiana e immigrati di altre religioni:
musulmani, induisti, buddisti… Con tutti questi non c’è
evidentemente una comunione di fede. Possiamo allora disinteressarcene?
Naturalmente no. Dobbiamo partire dalla
convinzione che tutti gli uomini formano una famiglia unica,
voluta e creata da Dio. C’è dunque un amore eterno
e generoso di Dio che si rivolge verso ogni creatura umana;
e se Dio ama ciascun uomo, lo stesso amore aperto a
tutti è chiesto a ciascuno di noi. Non possiamo disprezzare
nessuno, non possiamo essere indifferenti all’esperienza
di nessuno; siamo chiamati ad amare tutti e cioè a volere
e difendere la vita di tutti. Su questo non ci sono dubbi o
incertezze.
N aturalmente questo non significa essere relativisti e
cioè pensare che tutte le religioni siano uguali e che tutte
le appartenenze religiose si equivalgano. Può confondere le
religioni in una miscela indistinta solo chi non le conosce
o chi ritiene che nell’ambito della religione non ci sia que12
stione di vero e falso, ma solo di preferenze personali. Non
è certo questo la concezione cristiana della religione. Noi
siamo convinti che Dio si è rivelato in pienezza nella vita,
nella morte e nella risurrezione di Gesù di Nazaret; siamo
quindi convinti che la rivelazione dell’amore di Dio che ci
è data in Gesù e che il comandamento dell’amore fraterno
siano ‘veri’ e cioè comandino la sottomissione della nostra
intelligenza, l’obbedienza della nostra vita. Ma questo non
ci porta a disprezzare le altre religioni e gli altri credenti.
Anzitutto perché tutte le religioni conoscono e proclamano
alcuni aspetti veri di Dio e dell’uomo e possono favorire
la crescita della convivenza umana nel rispetto reciproco.
In secondo luogo perché la persona umana è un soggetto
cosciente di sé, libero e responsabile; è un dovere etico
rispettare il cammino di libertà responsabile che ciascuno
riesce a percorrere.
L’unico atteggiamento personale davvero disprezzabile
è quello inautentico, cioè quello che non si lascia guidare
dalla verità conosciuta, ma che ‘bara al gioco’ e cioè rifiuta
per interesse o per capriccio quello che pure sa essere vero;
insomma, quello che non è pulito nella coscienza. Ma
il giudizio sulla coscienza delle persone solo Dio è in grado
di darlo. Noi possiamo solo vedere l’esterno, ipotizzare
i processi che stanno dietro ai comportamenti, ma senza
dare giudizi definitivi. Per questo è doveroso verso tutti
quell’amore che accetta cordialmente l’esistenza dell’altro,
13
considera questa esistenza una ricchezza per il mondo e per
se stessi, prende posizione a favore della vita dell’altro in
modo da proteggerla, per quanto è possibile. Con tutti gli
uomini i cristiani condividono l’esistenza, con tutti sono
destinatari dell’amore di Dio; di conseguenza sono chiamati
a collaborare insieme con tutti nelle cose che favoriscono il
bene sociale: si pensi all’attività economica, alla vita politica,
al volontariato, alle diverse iniziative che possono essere
prese a favore della pace, della concordia tra i popoli, della
difesa dell’ambiente e così via.
Spesso accade che bambini e ragazzi di altre religioni
partecipino alla vita degli oratori e costruiscano nell’oratorio
rapporti sinceri di conoscenza, di rispetto e di amicizia.
Sono esperienze da incoraggiare perché creano fiducia e
contribuiscono a migliorare il clima stesso della convivenza
sociale. L’unica avvertenza è che la presenza di ragazzi
di altre religioni non affievolisca l’impegno di fede, di maturazione
ecclesiale dei gruppi di ragazzi. L’oratorio è luogo
aperto a tutti, ma con una proposta forte di impegno
umano ed ecclesiale.
È positivo che la comunità cristiana organizzi o partecipi
a momenti di dialogo, confronto, festa insieme con tutti.
Questi momenti, se sono compiuti correttamente, favoriscono
l’incontro tra le persone, sciolgono alcuni sospetti e
timori istintivi, creano ponti di collegamento che superano
l’isolamento e diminuiscono la paura. Certo, bisogna avere
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coscienza delle diversità culturali, dei modi diversi nei quali
le singole culture si esprimono, dei valori che vengono
messi in gioco. Non è con il cosiddetto ‘buonismo’ che si
matura; col termine ‘buonismo’ intendo l’atteggiamento
che si preclude per principio di vedere le cose negative, di
individuare gli ostacoli e gli errori; che giustifica ogni cosa
e vuole omogeneizzare le culture senza prendere seriamente
coscienza delle diversità e a volte delle opposizioni che
sono presenti. Il dialogo ha bisogno di una grande apertura
di orizzonte e quindi di studio accurato, di equilibrio
nell’interpretazione, di saggezza nelle decisioni; un buonismo
irenico finisce per produrre danni maggiori.
P er questo motivo bisogna essere prudenti a organizzare
momenti di preghiera insieme. Si tratta di cosa buona che
può favorire il rispetto reciproco; ma è necessario evitare i
rischi di sincretismo o di relativismo, come se le diversità
di fede e di preghiera fossero irrilevanti. È vero che Dio è
più grande di tutte le nostre idee e di tutte le nostre immagini.
Ma non è vero che, per un cristiano, qualsiasi idea o
immagine di Dio sia accettabile.
4. L’annuncio del vangelo a tutti. Tra i compiti della
comunità cristiana sta necessariamente quello dell’annuncio
del vangelo a tutti, nessuno escluso. Siamo convinti che
in Gesù Cristo Dio ha mostrato e donato il suo amore a
tutti gli uomini; possiamo solo desiderare che tutti gli uo15
mini riconoscano e accolgano l’amore di Dio. Per questo
l’annuncio missionario del vangelo è un atto di amore; nasce
dal desiderio sincero di fare conoscere l’amore di Dio e
dall’amore sincero verso tutti gli uomini.
C hi nel suo cuore disprezza gli altri o li considera inferiori
o li esclude dalla sua amicizia, per ciò stesso diventa
incapace di annunciare loro il vangelo. La missione o
nasce dall’amore o non è missione. Forse proprio qui sta
la distanza della missione autentica dall’indifferenza e dal
proselitismo. L’indifferenza non si prende cura alcuna degli
altri: vede che esistono ma volta lo sguardo da un’altra
parte; si preoccupa solo di difendere il suo benessere e la
sua presunta superiorità. A sua volta il proselitismo nasce
dal bisogno di rendere più forte la propria parte (e quindi
se stessi); considera l’altro come un patrimonio potenziale
di cui appropriarsi; mette in opera tutti i mezzi per
conquistare l’altro al proprio ‘partito’ religioso; non nasce
dall’amore per l’altro, ma dall’affermazione di sé.
P ossiamo condurre gli uomini a credere nell’amore di
Dio solo amandoli concretamente, con un amore sincero
e generoso, con una prassi di vita che sia fraterna e accogliente.
Danno di Dio una pessima immagine coloro che
si mostrano fanatici o faziosi o settari; coloro che disprezzano
chi non ha la loro fede; coloro che respingono con
indifferenza chi non condivide il loro modo di pensare e
di agire.
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5. La responsabilità politica dei cristiani e l’immigrazione.
Ma il problema dell’immigrazione non riguarda solo
la prassi della comunità cristiana al suo interno. I cristiani
sono chiamati a partecipare alla vita politica che definisce
i parametri della convivenza delle persone; e debbono fare
questo in un modo che sia coerente con la loro fede. Che
cosa significa questo? Quali sono le conseguenze del vangelo
nel modo di affrontare il problema dell’immigrazione?
Vorrei stare lontano da ogni massimalismo che abbraccia
una posizione, la estremizza senza sfumature, e si rifiuta di
prendere in considerazione le opinioni e le motivazioni altrui.
Per questo mi sembra insostenibile sia la posizione di
chi ritiene necessario ‘accogliere tutti’ sia quella di chi vuole
‘chiudere a tutti’. L’accoglienza dell’altro che il vangelo
chiede – e la chiede davvero! – deve saggiamente fare i conti
con le possibilità concrete, in modo che l’accoglienza non
produca danni maggiori. Accogliere tutti indiscriminatamente
può provocare alterazioni traumatiche della vita economica,
delle relazioni politiche, delle relazioni culturali e
della coesione sociale. A soffrirne sarebbero non solo coloro
che accolgono, ma anche quelli che vengono accolti e che
si troverebbero in una società impoverita, incapace di dare
a loro la speranza che cercano. Viceversa ‘respingere tutti’
è oggettivamente impossibile. C’è un dovere riconosciuto
con accordi internazionali di accogliere i rifugiati che fuggono
da condizioni di ingiustizia e di oppressione; a questo
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dovere nessun paese può legittimamente sottrarsi. E c’è un
dovere di solidarietà di non rifiutare l’aiuto a chi vive situazioni
di povertà. I beni della terra sono di tutti; debbono
servire per il sostentamento di tutti. Chi (come noi) ha ricevuto
in eredità una condizione privilegiata deve rendere
grazie a Dio ma deve, nello stesso tempo, sentire e vivere
la responsabilità verso chi è stato meno fortunato. Per di
più, del lavoro di immigrati abbiamo bisogno: molti nostri
anziani vivono decentemente la vecchiaia per l’assistenza di
tante badanti; molti posti dell’industria e dell’agricoltura
sono coperti da immigrati; molti servizi vitali dipendono
da loro e così via. Rifiutare tutti gli immigrati significherebbe
un abbassamento drastico del nostro stesso tenore di
vita.
I l fatto che nessuna delle due tesi estreme sia accettabile
significa che la soluzione può essere cercata solo attraverso
l’equilibrio dei valori che sono in gioco e che sono diversi:
valori politici, economici, personali (sicurezza delle persone;
ordine sociale; rispetto dei diritti di ciascuno; produzione
di beni e loro equa distribuzione; dignità della persona;
possibilità di guadagnare il necessario per vivere e per mantenere
la propria famiglia e così via). È difficile avere una
formula precisa che determini quanti e quali immigrati si
debbano accettare, quanti e quali si possano rifiutare. Ma
proprio questo dovrebbe avvertirci che il dibattito non è
tra buoni e cattivi, ma tra valutazioni diverse dell’equilibrio
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migliore. Possiamo appassionarci per la nostra valutazione,
ma non dobbiamo considerare quelli che pensano diversamente
indegni di attenzione o di rispetto: questo altererebbe
il confronto e lo trasformerebbe in conflitto, anzi in
un conflitto non risolvibile. Bisogna piuttosto imparare a
riflettere sui dati concreti e sulle motivazioni reali: su questi
il confronto può essere fecondo e può condurre a giudizi
più intelligenti, a decisioni più sagge.
N on sono quindi in grado di risolvere una volta per
tutte il problema. Credo però si possano ugualmente dire
alcune cose. La prima è che chi lavora presso di noi e contribuisce
in questo modo al nostro benessere ha il diritto
di vedere riconosciuta la propria attività e di essere messo
in regola. Se un’immigrata accudisce un anziano italiano e
compie in questo modo un reale servizio al benessere della
nazione italiana ha il diritto di essere regolarizzata. Certo,
l’Italia può scegliere di fare a meno di immigrati e provvedere
da sé ai suoi bisogni; ma se non riesce a fare questo e
i suoi cittadini fanno ricorso a immigrati per compiere un
servizio utile, che migliora il benessere degli Italiani, l’Italia
non può rifiutare a queste persone il riconoscimento giuridico
e la garanzia di quei servizi che noi abbiniamo coerentemente
al lavoro (sanità, scuola). Quando una coppia di
Italiani mette al mondo un figlio, lo Stato riconosce a questo
figlio tutti i diritti propri dei cittadini italiani. Quando
un Italiano fa lavorare un operaio per la sua ditta – il cui
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profitto va a beneficio di tutta la nazione – oppure gode
di un servizio alla persona che lo Stato non è in grado di
garantire, il riconoscimento giuridico è, mi sembra, moralmente
doveroso. E un politico che voglia dirsi cristiano
è chiamato a favorirlo.
C osì mi sembra da migliorare la norma che toglie automaticamente
il permesso di soggiorno a chi perde il lavoro.
La logica di questa norma appare del tutto egoistica:
“Finché mi servi, ti tengo e faccio uso della ricchezza che
produci; ma, appena la tua presenza smette di servirmi, ti
caccio.” Un meccanismo di questo genere è non solo ingiusto
in sé, ma giustifica nel sentire comune un modo di
ragionare egoista e perciò pericoloso. È illusione credere che
questo sentimento possa essere controllato e diretto solo
verso gli immigrati; una volta ammesso per gli immigrati,
tende necessariamente a diffondersi in tutte le direzioni e
contribuisce ad avvelenare anche il tessuto sociale italiano.
Si provi anche solo a immaginare il carico di insicurezze
che produrrebbe questa logica quando venisse applicata alle
diverse dimensioni della vita sociale.
Va ricordato anche il problema dei bambini nati da
genitori stranieri (che non hanno la cittadinanza italiana)
in Italia e che da sempre risiedono in Italia. A loro la legge
attuale, riconoscendo solo lo ius sanguinis, non riconosce
la cittadinanza italiana. Il problema è spinoso perché
questi bambini sono, dal punto di vista culturale, italiani:
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parlano la nostra lingua, frequentano le nostre scuole e vivono
i rapporti di amicizia e di dialogo con ragazzi italiani;
godono e soffrono le nostre ricchezze e le nostre povertà.
Costringerli a essere cittadini di uno Stato che non conoscono
(quello dei loro genitori) e rifiutare la cittadinanza
dello Stato che li ha educati, mi sembra illogico. Il rischio
è fare di loro delle persone culturalmente apolidi: che non
appartengono al paese dove abitano e non hanno niente a
che fare col paese di cui hanno la cittadinanza. Per questo
chiedo ai politici di fare il possibile perché questi bambini
siano ammessi a pieno titolo nel nostro paese: sono una
delle ricchezze che possono aiutarci a superare l’handicap
del declino demografico; i nostri figli hanno interesse (anche
economicamente) ad averli come compagni di lavoro
e di vita.
È evidente che la persona non può essere pensata senza
la sua famiglia. Bisogna quindi cercare di favorire i riavvicinamenti
familiari. Se accogliamo un emigrato, non possiamo
rendere impossibile per la sua famiglia raggiungerlo; e,
nello stesso modo, dobbiamo favorire l’inserimento scolastico
dei suoi figli. Bisogna considerare che un immigrato
è, dal punto di vista economico, un guadagno significativo.
Per condurre un bambino italiano all’età in cui può lavorare
e produrre, la famiglia spende un patrimonio significativo
e lo stato impegna servizi costosi. Ricevere come
operaio un giovane di venti, trent’anni significa godere il
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frutto del lavoro di un adulto senza aver dovuto spendere
nulla per formarlo. Quello che lo Stato può spendere per
la sua famiglia e per la scolarizzazione dei suoi figli è, in un
certo senso, il pagamento di un debito.
I nfine un politico è chiamato a evitare e impedire qualsiasi
forma di discriminazione. Con questo termine mi riferisco
a comportamenti vessatori che trasformano i diritti
in scelte di compiacenza; che usano le lentezze burocratiche
per sfiancare le persone e costringerle alla rassegnazione o
alla rinuncia; che usano due pesi e due misure a seconda
della nazionalità o del colore della pelle. Non è lecito a un
cristiano approfittare della condizione di debolezza del contraente
immigrato per imporre contratti non equi (penso
naturalmente ai contratti di affitto o di lavoro). Discriminare
può sembrare una scelta vantaggiosa, se si considera
solo il profitto economico; in realtà si tratta di un comportamento
che usa l’altro come fosse una cosa e finisce – per
una specie di effetto-boomerang – per corrodere l’anima
di chi lo compie. È un veleno sottile che s’insinua nella coscienza
delle persone e distrugge la loro sensibilità umana:
quando so, anche se esternamente lo nego, di avere umiliato
deliberatamente una persona, perdo la stima di me stesso,
del mio valore di persona e questo produce in me insicurezza
e senso di privazione. Quando impongo un contratto
non equo, inevitabilmente sono portato a pensare che
l’equità sia illusione e finisco per sentirmi io stesso in balia
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dell’arbitrio e dell’interesse egoistico degli altri. Insomma,
l’ingiustizia non solo priva chi la subisce di un diritto che
gli compete, ma priva chi la commette della nobiltà che gli
appartiene come ogni persona umana.
6. Conclusione. Ho voluto scrivere questa lettera per
aiutare le comunità cristiane a prendere in considerazione e
affrontare con serenità un fenomeno oggettivamente complesso.
Il contenuto di questa lettera può lodevolmente essere
ripreso e discusso nei Consigli pastorali per vedere quale
sia la situazione concreta nella parrocchia (o unità pastorale),
che cosa si stia facendo e che cosa sia utile fare perché
la comunità risponda efficacemente a ciò che il Signore si
attende da lei oggi. Ogni situazione che viviamo è per noi
una domanda alla quale dobbiamo cercare di rispondere
alla luce del vangelo. Quanto ho scritto è solo un piccolo
capitolo del racconto che dobbiamo scrivere insieme, mossi
dallo Spirito del Signore.
+ Luciano Monari
Vescovo
Brescia, 15 febbraio 2011
Solennità dei SS. Faustino e Giovita,
patroni della città e della diocesi

giovedì 7 aprile 2011

Una giornata per la famiglia

“Da tre anni abbiamo recuperato la ‘giornata della famiglia perché sentivamo il bisogno di far incontrare le coppie sposate, che spesso nel loro cammino devono far fronte a difficoltà e disagi con il rischio di spegnere lentamente l’entusiasmo e la gioia di essersi sposati in Cristo e nella Chiesa”.

Così si esprime don Francesco Cattadori, direttore dell’ufficio diocesano per la pastorale della famiglia annunciando il programma della giornata diocesana in programma domenica prossima 10 aprile sui temi: “Le famiglie si incontrano” e “Sposarsi in chiesa non basta”.

Gli incontri si terranno al centro pastorale della Bellotta di Pontenure con il seguente programma: accoglienza alle ore 9, alle 9,30 preghiera e canti anche per i bambini.

Alle 10 intervento del vescovo ausiliare di Milano mons. Franco Giulio Brambilla, mentre alle ore 12 il vescovo mons. Gianni Ambrosio presiederà la celebrazione eucaristica.

Alle 13 pranzo: al costo di euro 12 a persona (gratis per i bambini fino a tre anni). Nel pomeriggio è in programma l’approfondimento tematico “Una coppia si racconta; dialogo e confronto”. Sono invitati alla giornata anche i ragazzi e i bambini.

Don Cattadori, sempre sul tema della famiglia, rileva anche come oggi un altro aspetto sia costituito dai mass media spesso impegnati a sgretolare le fondamenta dell’istituzione familiare “Scegliere di sposarsi in Cristo diventa un atto coraggioso che contrasta con un modo nuovo, nato da una cultura dominante, di concepire l’amore tra un uomo e una donna…. E’ necessaria una testimonianza che mostri come la bella notizia del matrimonio cristiano, voluto dal Signore, sia il modo più vero e umanamente esaustivo perché un uomo e una donna possano veramente realizzarsi”.

lunedì 4 aprile 2011

Volontari perchè?

Persone dal cuore grande o chissà. Che cosa spinge i volontari della Pubblica Assistenza Croce Bianca a fare del bene per gli altri? Il vescovo Gianni Ambrosio ha provato a dare una spiegazione: è il grande amore di Gesù per l'uomo che si manifesta nell'uomo.


Il mondo del volontariato risponde ogni giorno con dedizione ed entusiasmo ai comandamenti fondamentali del cristianesimo. Lo ha detto ieri pomeriggio il vescovo Gianni Ambrosio, nella sede della Pubblica Assistenza Croce Bianca, dove ha celebrato la messa per i volontari di quella che verosimilmente è la più numerosa delle associazioni nate a Piacenza.
A fare gli onori di casa il presidente della Croce Bianca, il professor Giancarlo Carrara, assieme al suo vice Renzo Ruggerini. Presente una nutrita rappresentanza degli oltre ottocento iscritti all'associazione ed un gruppo di "colleghi" della Confraternita della Misericordia, guidati dal governatore Rino Buratti. All'altare, assieme al vescovo, il parroco di San Lazzaro, don Pietro Bulla, il cappellano dell'ospedale civile, don Virgilio Zuffada, e il diacono Pierluigi Marchionni. «In questi sette anni da presidente della Croce Bianca - esordisce il professor Carrara - ho imparato tanto dai volontari che, con il loro operato, giorno dopo giorno, penso si siano meritati il patentino per andare in Paradiso, quando sarà l'ora».
Il vescovo annuisce e ringrazia per l'invito. Poi mette in luce le letture del giorno che sembrano fatte apposta per spiegare il fondamento del volontariato. «Se io chiedo ad un volontario perchè lo fa - osserva Ambrosio - quasi sempre la risposta è: "Cerco di dare una mano agli altri"». «In realtà c'è qualche cosa di più profondo che il Signore ci aiuta a far emergere» è convinto il presule. «Il comandamento di Gesù è uno solo - dice riferendosi al Vangelo del giorno -: amare Dio e amare il proprio prossimo come se stessi». Ebbene, così facendo, il volontariato risponde ogni giorno, come evidenzia il vescovo, ai comandamenti fondamentali del cristianesimo. «Noi siamo fatti per amare gli altri - scende più in profondità il capo della diocesi -... nel volontariato, donando qualche cosa di nostro, ci accorgiamo della verità della parola di Dio». Ecco perchè, continua, il volontario stesso, grazie al suo operato quotidiano, riceve una grande lezione e «scopre la verità che è nel suo cuore».
Il vero successo della Pubblica Assistenza Croce Bianca sono proprio i volontari, in prima linea e dietro le quinte che ogni giorno si prodigano per far funzionare la macchina dell'associazione (duecento sono gli operativi). Vi sono volontari che spendono molto più tempo nella sede di via Emilia Parmense 19 che tra quelle domestiche. Solo per citare alcuni progetti della Croce Bianca: il TVB, educazione stradale nelle scuole, il progetto per gli anziani "Mens sana in corpore sano" ogni mercoledì con il vicepresidente professor Renzo Ruggerini, il progetto del dottor Pio Vampirelli, "Potenziamento Cognitivo" per la Terza età e, per finire, la formazione continua per i volontari, anche quest'anno grazie a Paolo Rebecchi, con un corso specifico ed unico nel suo genere.
Federico Frighi


02/04/2011 libertà



venerdì 1 aprile 2011

Un corso per archivisti parrocchiali

L’associazione dei volontari della diocesi “Priscilla”, in collaborazione con gli Archivi Storici Diocesani, propone nel prossimo mese di maggio un corso per archivisti parrocchiali . L’obiettivo è di formare un gruppo di operatori con le necessarie capacità per tutelare e valorizzare il patrimonio documentario conservato negli archivi ecclesiastici locali. Il corso si svolgerà dal 6 al 27 maggio 2011, per quattro venerdì consecutivi, presso il Centro Incontro Priscilla, via G. Alberoni 39, Piacenza, dalle ore 17 alle 19. Durante gli incontri verrà fornito materiale didattico e bibliografico, utile all’approfondimento personale degli argomenti affrontati durante il corso. Al termine verrà rilasciato un attestato di partecipazione. Gli interessati, per iscriversi, devono compilare un modulo che possono avere rivolgendosi al referente di Priscilla per questa iniziativa, Giordano Missieri, presso la Curia vescovile (tel. n. 0523/30.83.33 oppure 3477266294 – 3385326824). Questo il programma degli incontri: 6 maggio, tema: “Archivistica ecclesiastica. Concetti, definizioni.” (relatore dott. Ugo Bruschi degli Archivi Storici Diocesani); 13 maggio: “Fonti per la legislazione archivistica ecclesiastica” (dott. don Angiolino Bulla, direttore Archivi Storici Diocesani); 20 maggio: “Riordino e inventariazione” (Ugo Bruschi); 27 maggio: “Conservazione e consultazione” (don Angiolino Bulla). Ai partecipanti, per le spese di cancelleria, verrà chiesto un contributo di 10 euro. Perchè questo corso? Perchè un corso per archivisti parrocchiali? Lo spiegano gli stessi promotori di Priscilla e le loro ragioni possono essere così riassunte: I REGISTRI PARROCCHIALI. La Chiesa cattolica si è occupata fin dagli inizi di formare archivi e di conservare il patrimonio documentario sulla scorta dell’esperienza acquisita dagli Archivi degli Uffici dell’Impero Romano. Le indicazioni più esplicite su questi argomenti sono state date dal Concilio di Trento. Il cardinale Carlo Borromeo, ad esempio, nei Sinodi tenuti a Milano tra il 1565 e il 1579, ordinò che si istituissero gli archivi presso quelle parrocchie che ancora non li avevano. In varie circostanze, con Costituzioni, lettere e il Codice di Diritto Canonico del 1917 sono state emanate legislazioni archivistiche ecclesiastiche. Sullo stato degli archivi parrocchiali si è espresso anche l’ultimo Codice di Diritto Canonico del 1983, che insiste sulla custodia più idonea di questi preziosi documenti. LA CONSERVAZIONE DEI REGISTRI PARROCCHIALI. Attualmente, alle tradizionali cause che hanno provocato la perdita di un considerevole numero di registri (negligenza nella conservazione, manomissioni, fuoco, guerra, inondazioni, furti ecc.) si sovrappone in modo preoccupante la dissoluzione di numerose, piccole comunità parrocchiali rurali e montanare, con perdita di fonti di informazione sulla loro identità storica. ACCESSIBILITA’ AI REGISTRI PARROCCHIALI. Il Codice di Diritto Canonico del 1983 e precedenti, ribadisce che gli archivi devono essere accessibili alla consultazione, salvo quelli segreti. I REGISTRI PARROCCHIALI: UN PATRIMONIO VERSO LA DISPERSIONE? Si registra ovunque un disinteresse nella Pubblica Amministrazione, negli uomini di cultura e nelle stesse Comunità Parrocchiali (alle quali questi documenti appartengono) verso gli Archivi Parrocchiali, nonostante questi vivano oggi una stagione di grave rischio per la loro conservazione. REGISTRAZIONE CIVILE ED ECCLESISTICA IN ETÀ PRESTATISTICA. L’istituzione dello Stato Civile per tutto il Paese è stato attivato con la dichiarazione dell’Unità d’Italia. Il codice napoleonico del 3 settembre 1807 aveva dato disposizioni in materia, ma la loro incidenza non fu determinante a causa della breve durata del regime.

giovedì 31 marzo 2011

Padre Gherardo in 60 pagine

E' un quaderno, più che un libro vero e proprio. Si può trovare alla Casa del Fanciullo con un'offerta di 5 euro. E' il volumetto su padre Gherardo Gubertini, curato da Fausto Fiorentini, presentato per il decennale della morte del frate dei bambini. Uno strumento buono per fare memoria di un testimone più che mai attuale.

(fed. fri. ) «Oggi più che mai abbiamo bisogno di fare memoria e di riscoprire nella nostra vita, nella cultura dei nostri tempi, delle persone che possono ancora fare da punto di riferimento». Ne è convinta la celebre maestra piacentina Dina Bergamini che, dopo 41 anni di insegnamento alle Elementari, si è dedicata al volontariato proprio alla Casa del Fanciullo.
«Oggi la debolezza della nostra cultura è proprio quella di non avere riferimenti stabili - osserva -. Padre Gherardo è stato invece un punto fermo non solo nelle cose essenziali ma anche nel suo grande dono d'amore. Ha amato i bambini e, attraverso i bambini, ha amato tutte le persone». La testimonianza della maestra Bergamini è racchiusa nelle 60 pagine del libro curato da Fausto Fiorentini per l'associazione Amici della Casa del Fanciullo, assieme a quelle degli insegnanti, di Maria Scagnelli (Tandem), di Alberto Manzoni (Gruppo Famiglie), di Dario Redaelli (casa di Carenno), di Paolo Ripamonti (associazione Amici della Casa del Fanciullo). Il libro è formato da cinque sezioni, ognuna ben identificata da un colore diverso. L'azzurro per gli editoriali: del vescovo Gianni Ambrosio, del guardiano dei francescani padre Secondo Ballati, del professor Fausto Fiorentini. Il blu per i cenni biografici sulla storia del frate. Il rosso sulla storia della Casa del Fanciullo. L'arancio sulle testimonianze. Infine il rosa, con un'antologia degli scritti del frate.
E' stato scelto un formato quaderno (stampato dalle Grafiche Lama), inedito per un libro storico. «E' la prima volta che uso il formato 20X24 che di solito è più adatto ad una pubblicazione artistica. Volevo dare molto spazio alle foto - spiega Fiorentini - perchè si avesse una visione ampia della figura di padre Gherardo». Nel volumetto ci sono anche delle vere e proprie chicche. Oltre alle foto, nella penultima di copertina, lo spartito dell'Ave Maria composta dal frate, che verrà eseguita in cattedrale durante la messa del prossimo 28 agosto, in suffragio, celebrata dal vescovo Gianni Ambrosio. L'Ave Maria venna eseguita per la prima volta in Santa Maria di Campagna dal tenore Flaviano Labò.
Il prossimo appuntamento delle celebrazioni per il decennale della morte del fondatore della Casa del Fanciullo si terrà sabato prossimo, 2 aprile, con il convegno "Figli contesi. I figli delle procedure di separazione e di divorzio: aspetti processuali e psicologici". L'appuntamento è per le ore 15 all''auditorium della Fondazione di Piacenza e Vigevano, in via Sant'Eufemia. Il 17 luglio, poi, a Carenno (Lecco), nella sede estiva della Casa del Fanciullo, a partire dalle ore 11 si terrà la Festa dell'Amicizia, sempre in onore di padre Gherardo.


27/03/2011 Libertà