domenica 17 gennaio 2010

La tragedia del Pendolino 13 anni dopo

Martedì 12 gennaio alla stazione di Piacenza si è tenuta la tredicesima commemorazione della tragedia del Pendolino. E' passato qualche giorno ma pensiamo sia utile riproporre su Sacricorridoi la bella omelia con cui don Giuseppe Basini, parroco di Sant'Antonino, ha voluto ricordare quel giorno. Eccola qui di seguito:

Domenica 12 gennaio 1997. Sono trascorsi tredici anni da quella terribile giornata che ha aperto una ferita profonda, difficilmente rimarginabile, nel cuore di tutti i familiari delle vittime e di molte altre persone che hanno partecipato con intensità e verità al loro dolore. Personalmente, porto ancora nel cuore lo sconcerto sperimentato in quella triste e fredda giornata. Certamente sono stato tra i primi ad essere informato dell’accaduto perché in quel periodo svolgevo l’incarico di segretario particolare del vescovo di Piacenza monsignor Luciano Monari. Quel giorno, pur non conoscendo personalmente nessuna delle persone coinvolte nell’incidente, da subito mi è venuto spontaneo invocare l’aiuto di Dio per i familiari che, improvvisamente, erano stati chiamati a portare il gravoso peso dell’assenza di una persona cara e familiare. Umanamente la morte è una sentenza senza appello; è possibile scalfirla unicamente facendo memoria della persona amata. Vorrei quindi che in questo momento tutti noi potessimo rivolgere un pensiero grato e carico di affetto a Pasquale Sorbo, Lidio De Santis, Francesco Ardito, Gaetano Morgese, Cinzia Assetta, Lorella Santone, Carmela Landi e Agatina Carbonaro. E’ doveroso e motivo di fecondità spirituale, civile e religiosa, fare memoria delle loro persone e, per chi ha avuto la grazia di conoscerli e di amarli, della loro testimonianza. Perché senza memoria non c’è futuro e possibilità di costruire un mondo migliore, più umano e più giusto.
Come disse il vescovo Luciano durante la celebrazione eucaristica un anno dopo l’incidente, “occasioni dolorose come questa, non possono che richiedere parole di speranza. Ne abbiamo bisogno, perché senza il sostegno della speranza non si riesce a vivere, non si possono affrontare le sfide difficili del tempo. Ma le parole di speranza, pur belle, rischiano di rimanere soltanto parole; possono esprimere una sincera solidarietà umana, la vicinanza del cuore e dei sentimenti, ma sembrano destinate a infrangersi contro il muro impenetrabile della morte. Ecco perché è importante che le parole umane, necessarie ma deboli, si appoggino sulla parola di Dio, potente nella sua misericordia”. Abbiamo bisogno della Parola di Dio che ci può aiutare a interpretare nella direzione giusta il lutto che tredici anni fa ha colpito otto famiglie e l’intera città di Piacenza.
Punto di partenza è il riconoscimento della nativa fragilità della condizione umana. L’uomo è grande nella sua intelligenza creativa, nella sua forza morale, nella sua capacità di amore e di sacrificio. Ma tutta questa ricchezza, è contenuta in un involucro debole e fragile. Basta un microscopico virus a bloccare la nostra esistenza; basta poco per porre fine all’avventura umana di una persona. E allora? Diremo che l’esistenza umana è uno scherzo dal momento che basta così poco per vincerla? O ci abbandoneremo alla disperazione o al fatalismo, dal momento che non riusiamo a proteggerla sempre dai rischi?
Questo significherebbe cedere alla potenza della morte. Ma il vangelo ci chiede piuttosto di affermare la nostra fede nella vita nonostante tutto e contro tutto. Dice Gesù: “Beati gli afflitti, perché saranno consolati. Beati voi che ora piangete, perché riderete”. Queste parole, non vogliono essere una facile e illusoria consolazione. Come diceva il poeta francese Paul Claudel: “Dio non è venuto a spiegare la sofferenza: è venuto a riempirla della sua presenza”. Le spiegazioni filosofiche della realtà del dolore sono spesso sterili. Cristo non è venuto a giustificare lo scandalo del male inquadrandolo in un sistema di pensiero convincente. Egli è venuto a condividere il nostro limite, assumendolo in sé. L’amore di Dio non ci protegge da ogni sofferenza, ma ci sostiene in ogni sofferenza. L’esperienza del dolore può essere disperante e angosciante, anche perché è come essere in una prigione che ci stringe e ci soffoca. L’ingresso del Figlio di Dio in quel carcere segna una svolta: egli non elimina la nostra condizione di creature fragili e limitate, ma apre la porta e ci prende per mano, per condurci oltre quel carcere, cioè oltre la sofferenza e la morte. La fede ha il compito di svelarci ciò che attende il nostro soffrire e morire: non è il gorgo oscuro del nulla e del non senso, ma la liberazione definitiva verso quella pienezza cantata dall’Apocalisse: nella città di Dio “non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate” (Ap 21,4).
Tutti noi abbiamo perduto persone care alle quali la nostra vita era attaccata con un filo di affetto solido e consolante; e tutti noi – seppure in modi diversi – abbiamo dovuto misurare la nostra debolezza di fronte alla morte. Io prego perché il ricordo delle persone care, del loro volto, del loro sorriso, delle loro parole, non diventi motivo di tristezza infinita ma produca un amore ancora più grande e più maturo per la vita. È il modo giusto, credo, per onorare i nostri cari e dare valore al loro stesso sacrificio. Non vorrei che in noi venisse meno la capacità di reagire e di sperare. Per questo prego il Dio della vita per me e per voi.

sabato 16 gennaio 2010

Haiti, l'appello di Africa Mission

Pubblichiamo con piacere anche l'appello che Africa Mission ha rivolto ai piacentini per la tragedia che ha colpito Haiti. Il movimento fondato da don Vittorione e dal vescovo Enrico Manfredini ha indetto una sottoscrizione versando una somma iniziale di diecimila euro.

Carissimi amici,
la tragedia di Haiti ci lascia sgomenti e senza parole.

Le notizie che giungono portano un carico di dolore così grande che ci risulta insostenibile.

Come Movimento di cristiani impegnati in favore dei più poveri dell’Africa, “Africa Mission – Cooperazione e Sviluppo”, vuole essere vicino al popolo Haitiano, perché, pur nella sofferenza, non si senta abbandonato.

Vogliamo aiutare questi fratelli ad affrontare una sfida che supera ogni umana comprensione con la nostra preghiera e con la nostra concreta solidarietà.

Nella nostra missione di essere sempre vicini agli ultimi, abbiamo deciso di unirci all’intervento della Caritas Italiana, impegnandoci di mettere a disposizione 10.000,00 euro.
Quanti vogliono contribuire attraverso il Movimento, possono versare la propria donazione sui conti di:
Africa Mission:
conto corrente postale: 11145299
bonifico – codice Iban: IT18 M051 5612 600C C000 0033 777 (Banca di Piacenza)
Cooperazione e Sviluppo Ong:
conto corrente postale: 14048292
bonifico – codice Iban: IT44 Z050 4812 6000 0000 0002 268 (Banca Popolare Commercio e Industria)
Causale: “per il popolo di Haiti”
(per maggiori informazioni chiamate la segreteria di Piacenza 0523.499424).

"Non si faccia mancare - ha detto il Papa - a questi fratelli e sorelle che vivono un momento di necessità e di dolore, la nostra concreta solidarietà' e il fattivo sostegno della Comunità' internazionale''.

“Anche tu ... insieme” alla chiesa universale per arrivare a tutti coloro che sono nel bisogno.


don Maurizio Noberini - Presidente di Africa Mission

Carlo Antonello - Presidente di Cooperazione e Sviluppo

Sant'Antonio, una domenica a quattro zampe (2)

Un amico di Facebook ci segnala che si svolgerà domenica diciassette gennaio la festa di Sant’Antonio Abate anche a Groppallo, piccolo paese dell’Alta Valnure. Un evento che si ripete da innumerevoli anni e ormai a “mettere la firma sull’albo” della sagra è proprio il parroco Don Gianrico Fornasari. La tradizione è rimasta puramente intatta con la benedizione degli amici a quattro zampe ma non solo, anche cavalli e tante altre speci. Tutti gli animali, accompagnati dai loro padroni sfileranno in corteo per le vie del paese per raggiungere la Chiesa di Santa Maria Assunta alle ore undici.

Sant'Antonio, una domenica a quattro zampe

Domenica 17 si celebra la festa di Sant'Antonio abate, protettore degli animali. Riti religiosi legati sia agli amici a quattro o due zampe da salotto sia a quelli impegnati nei campi o nelle stalle si tengono in diverse località della diocesi di Piacenza-Bobbio. Qui di seguito riportiamo il programma di Bobbio e Vaccarezza che ci è stato gentilmente segnalato.


Sant' Antonio Abate, da sempre è venerato dalla gente della nostra campagna come protettore degli animali, spesso unica ricchezza per tanti nostri contadini.
Pur nel cambiamento avvenuto in questi anni causa lo spopolamento della campagna tuttavia si mantiene vivo il ricordo delle origini della cultura contadina e degli elementi che la costituiscono, tra questi si colloca appunto la festa di Sant´Antonio.


Programma:

-A Bobbio:

Messa delle ore 10 nella cripta della Basilica di San Colombano, con la tradizionale benedizione del sale.

-A Vaccarezza (frazione di Bobbio - circa 5 km. sulla strada provinciale 461 del Penice):

Grande festa al Santo alle ore 11 nella locale Chiesa parrocchiale di Sant´Eustachio da parte di Don Mario Poggi.

Dopo la celebrazione eucaristica, il parroco sul piazzale della chiesa impartirà la tradizionale benedizione del sale, degli animali e dei mezzi agricoli.

venerdì 15 gennaio 2010

Haiti, appello della Caritas diocesana

Un devastante terremoto ha colpito Port au Prince, la capitale di Haiti, provocando migliaia di vittime e danni enormi. Haiti è il paese più povero dell'America Latina ed è periodicamente provato da calamità naturali e crisi sociali. Dei circa nove milioni di abitanti - su una superficie che è poco più di quella della Sicilia oltre la metà vive con meno di 1 dollaro al giorno.

La Caritas di Haiti, nata nel 1975, oltre ai consolidati impegni in settori fondamentali come l'alimentazione, la salute, l'educazione e l'abitazione, lo sviluppo integrale, si è sempre attivata in ogni emergenza e anche in questa occasione ha avviato aiuti d'urgenza, in coerenza con quella che il suo presidente, Mons. Pierre André Dumas, vescovo di Anse-À-Veau et Miragoâne, ha definito "una pastorale samaritana, di prossimità, attenta alle piccole comunità, con una rinnovata opzione per i più poveri".

Caritas Italiana che da anni affianca la Chiesa locale - in particolare per le emergenze e per interventi di promozione della donna e di economia solidale - ed ha prontamente manifestato vicinanza e solidarietà, mettendo a disposizione centomila euro per i bisogni immediati.

La Caritas Diocesana di Piacenza-Bobbio sostiene Caritas Italiana, lanciando un'appello alla cittadinanza per contribuire alla realizzazione del piano d'emergenza.


Per sostenere gli interventi si possono utilizzare le seguenti modalità:

  • versamento presso i nostri uffici in Via Giordani, 21 a Piacenza dalle ore 9 alle 12 e dalle ore 15 alle 18
  • C/C bancario tramite Banca di Piacenza intestato a Fondazione Caritas Diocesana (causale EMERGENZA HAITI) Iban: IT61 A 05156 12600 CC0000032157
  • Versamento con CartaSi e Diners telefonando a Caritas Italiana tel. 06 66177001 (orario dufficio).

lunedì 11 gennaio 2010

Ambrosio: nessuno è escluso dalla Missione Popolare

Diocesi di Piacenza-Bobbio
Ufficio stampa

Rito inizio Missione Popolare Diocesana

Cattedrale di Piacenza – 10 gennaio 2010
Omelia del vescovo mons. Gianni Ambrosio

Festa del Battesimo del Signore, inizio della Missione Popolare Diocesana.
(Isaia 42, 1-4.6-7; Atti 10, 34-38; Luca 3, 15-16.21-22)


Carissimi fratelli e carissime sorelle,

è bello e profondo il nesso tra la festa del battesimo di Gesù che stiamo celebrando e l’inizio della missione popolare nella nostra Chiesa. Non si tratta solo di una felice coincidenza, ma di un provvidenziale legame.

1. Nella celebrazione del battesimo di Gesù, viene svelato a tutti gli uomini il mistero della misericordia di Dio che, in Cristo Gesù, scende fino a raggiungere l’uomo nel più profondo del suo cuore. Sulle rive del Giordano Gesù manifesta la sua sorprendente solidarietà con tutti gli uomini. Egli è lì, in fila, con tutti coloro che sono accorsi per ricevere il battesimo di Giovanni, il profeta inviato da Dio. Giovanni annuncia la conversione in vista del Regno che sta per venire e chiama tutti a un deciso cambiamento di vita nel segno dell’immersione nelle acque del Giordano. Il battesimo di Giovanni è un “battesimo di conversione per la remissione dei peccati” (Lc 3,3): “anche i pubblicani” si recano da Giovanni per farsi battezzare (Lc 3,12). Gesù si mescola con quella folla che confessa i propri peccati e riceve il segno del battesimo di penitenza. Egli è, dice il Vangelo, con “tutto il popolo”, ne fa parte, ne condivide il desiderio di liberazione dal male, di perdono, di vita nuova.
L’evangelista Luca sembra voler solo accennare al battesimo di Gesù per subito portare l’attenzione su ciò che accade dopo il battesimo, la teofania. Ma è opportuno sostare: nel battesimo al Giordano, Gesù rivela lo stile e il contenuto della missione. Colui che è il Verbo eterno per il quale “tutto è stato fatto”, si trova a condividere il gesto di “tutto il popolo”, del popolo che si riconosce peccatore. Colui che è “la vita e la luce”, condivide il bisogno umano di luce e di vita, di grazia e di misericordia che si esprime nel gesto di invocazione e di purificazione. Il mistero dell’incarnazione è mistero di abbassamento, di condivisione, di solidarietà. Gesù, nel battesimo condiviso con tutto il popolo, assume su di sé tutta l’umanità peccatrice. Egli è l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo, prendendolo sulle proprie spalle nella logica dell’amore, della solidarietà, della sostituzione.

2. Carissimi fratelli, l’immersione battesimale è il primo atto pubblico di Gesù, il primo gesto della sua missione. Questa è la prima immagine pubblica che Gesù offre di sé: egli è in mezzo al popolo nelle acque del Giordano per ricevere il battesimo di Giovanni. Un atto, un gesto, un’immagine che anticipano il dono totale della sua vita fino alla morte in croce.
Possiamo dire che nelle acque del Giordano, davvero “è apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini", come afferma l’apostolo Paolo (seconda lettura). Così “il cielo si aprì” appena Gesù ha ricevuto il battesimo e sosta in preghiera: é il frutto immediato del primo gesto della missione di Gesù, un gesto di amore per noi. E l’amore apre il cielo, perché il cielo è abitato dall’amore. Come ricorda l’evangelista Giovanni: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna” (Gv 3, 16).
Si apre il cielo su Gesù e “scese su di lui lo Spirito santo…e venne una voce dal cielo: Tu sei il Figlio mio, l’amato”. Cristo riceve lo Spirito Santo per comunicarlo a noi: “ha dato se stesso per noi”, dona anche lo Spirito Santo. E con il dono dello Spirito, diventa possibile la vita nuova dei figli, salvati, giustificati per grazia, eredi della vita eterna. Il cielo si aprì su Gesù e si apre su tutti noi: siamo resi figli nel battesimo in Cristo Gesù, “con un’acqua che rigenera e rinnova nello Spirito Santo” (seconda lettura).
La voce scende sul Verbo fatto uomo immerso nelle acque del Giordano. È la voce del Padre per il suo Figlio. Ma la voce del Padre risuona ormai per tutti i figli. Vi è ormai, a partire da quelle acque del Giordano, un’unica storia: è la storia degli uomini che si mescola con la storia del Figlio del Padre.
La voce del Padre sul suo Figlio, l’amato, raggiunge tutti coloro che il Figlio ha amato e ha voluto unire a sé, nel gesto condiviso del battesimo. Uniti a Cristo, abitati e santificati dal suo Spirito, siamo diventati in Lui figli del Padre. Per sempre, in attesa della pienezza della vita, quella vita che chiamiamo eterna. Immersi in Cristo nel suo santo battesimo, sentiamo rivolta a ciascuno di noi la voce del Padre: “tu sei il figlio mio”.

3. Carissimi sacerdoti, carissime fratelli e sorelle, la celebrazione del battesimo di Gesù offre un preciso orientamento alla nostra missione popolare. La gioiosa celebrazione del battesimo di Gesù è il punto di riferimento per tutti noi cristiani, immersi nella sua morte e resurrezione con il battesimo che abbiamo ricevuto. Da lì prende inizio la nostra nuova vita.
Per questo la nostra celebrazione è iniziata al fonte battesimale. La grande vasca battesimale della nostra Cattedrale, come sappiamo, risale al IV secolo: è molto significativo nella nostra Chiesa il più antico ‘segno’ liturgico della vita nuova in Cristo sia proprio la vasca del battesimo. Da lì accogliamo l’invito semplice e concreto che sgorga dal nostro cuore riconoscente e si fonda sul comando stesso di Gesù: raccontiamo l’amore misericordioso di Dio che si rivela in Cristo Gesù, testimoniamo la gioia di non essere soli ma uniti, uniti al Padre in Cristo Gesù e uniti ai fratelli e alle sorelle, viviamo la vita nuova che ci è donata, la vita liberata dal peso del peccato e resa vita filiale dallo Spirito Santo sceso su di noi.

4. Desidero sottolineare tre aspetti presenti nel brano evangelico che segnano la nostra missione.

Il primo aspetto è il popolo. Nei pochi versetti del brano evangelico, Luca parla del popolo per due volte, la prima volta dicendo che “il popolo era in attesa”, la seconda che “tutto il popolo veniva battezzato”.
Anche la nostra missione mette il popolo in primo piano, perché è missione popolare, perché è missione del popolo, con il popolo e per il popolo.
Luca afferma che “il popolo era in attesa”. Sorprende questa affermazione, perché Luca sa bene che quel popolo inquieto non accoglierà prontamente l’annuncio di Gesù. E tuttavia Luca dice: “il popolo era in attesa”. Sa riconoscere nel cuore inquieto e fragile degli uomini e delle donne del suo tempo una segreta invocazione, il desiderio di un cambiamento. Luca riconosce poi in Gesù colui che si immerge in questa attesa del popolo, la fa sua e la orienta, per non lasciarla nella sua indeterminatezza.
È questo il modo con cui anche noi siamo invitati ad avvicinarci gli uni gli altri nel tempo della missione: attenti a riconoscere e ad accompagnare l’attesa dell’altro, che nasconde sempre un desiderio di cielo, che è sempre un’invocazione rivolta a Dio, che lascia trasparire la speranza dell’incontro con Lui. Riconoscere e affermare con convinzione interiore che il popolo è in attesa è il compito fondamentale dei discepoli di Gesù nella storia. Perché, proprio in quanto discepoli, sappiamo di non conoscere fino in fondo il cuore dell’uomo e sappiamo pure che il regno che Gesù annuncia ha caratteri di novità che richiedono un modo sempre nuovo di pensare Dio e la sua presenza salvifica nel mondo.

Con questa sapienza che viene dall’alto, possiamo comprendere che i fatti del mondo non solo l’ultima parola e allora possiamo riconoscere che il popolo è in attesa di consolazione: “consolate il mio popolo, parlate al cuore di Gerusalemme, alza la voce tu che annunci liete notizie a Gerusalemme”. L’invito del profeta Isaia, ascoltato nella prima lettura, è sempre di viva attualità. Anche l’uomo del nostro tempo è inquieto e bisognoso, ferito dalle molte infedeltà, incerto per le molte fragilità, deluso per aver messo mano all’aratro e aver poi rivolto indietro lo sguardo (cf Lc 9,62): con quest’uomo possiamo cercare insieme la verità e condividere insieme la speranza, a quest’uomo possiamo comunicare la consolante notizia del Vangelo.
Il popolo è in attesa di Dio: “Ecco, il Signore Dio viene, come un pastore egli fa pascolare il gregge” (prima lettura). Il quaerere Deum, il cercare Dio, fa parte dell’humanum, anche se variano i modi di questa ricerca, anche se in particolari epoche della storia la ricerca avviene a tentoni, anche se il senso religioso sembra affievolito. Ma se sappiamo che la ricerca di Dio non è esaurita, sappiamo soprattutto non è venuta meno la ricerca di Dio per noi, per ciascuno di noi: è innanzi tutto l’uomo ad essere cercato da Dio che, per amore, “non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi” (Rm 8,32).

Il secondo aspetto è la frase di Luca: “il cielo si aprì”.
La missione di Cristo può essere riassunta in questo “aprirsi del cielo”: in Cristo Gesù il cielo si apre, come si aprono le braccia di un padre e di una madre che accolgono i figli. È un’espressione familiare che indica il comunicarsi di Dio all’uomo, l’apertura, la speranza. Con Gesù battezzato nel Giordano, il cielo è aperto e il cielo è per l’uomo, la comunicazione si è stabilita tra cielo e terra, tra il nostro quotidiano e il nostro destino ultimo.
Nell’avventura della missione popolare siamo invitati a ricordare che il cielo è aperto per tutti, senza differenza, senza distinzioni. Siamo “un popolo chiamato a guardare in alto”, secondo la stupenda espressione che troviamo nel profeta Osea 11,7, siamo un popolo in cammino verso l’alto, in pellegrinaggio verso quel cielo aperto ove siamo attesi.

Il terzo aspetto riguarda la preghiera di Gesù: “Gesù stava in preghiera”, dice Luca, l’evangelista che sottolinea sempre il valore fondamentale della preghiera. Sulle rive del Giordano, Gesù vive nella preghiera la comunione con il Padre. Ma appare anche come un figlio che attende la voce del Padre, quasi indugiando in preghiera che esprime il desiderio che il Padre stesso aggiunga ciò che il battesimo con acqua non può dare, invocando ciò a cui quel segno rinvia: lo Spirito Santo. Perché solo lo Spirito di Dio può liberare dal male e donare la vita nuova.

E’ davvero singolare che Gesù inizi la sua missione di inviato del Padre con un atto di preghiera e di ascolto della voce del Padre. Un atto che non consiste nel fare o nell’insegnare, ma nell’ascoltare e nell’invocare: è l’atto tipico del Figlio, di colui che sa di non poter fare nulla da sé, ma solo in comunione.
Anche la nostra Chiesa inizia la sua attività missionaria ‘fermandosi’, cioè ponendosi in ascolto della voce del Padre in preghiera. Iniziamo la missione invocando e accogliendo, come Gesù sulle rive del Giordano. Iniziamo la missione come ‘Chiesa del Signore’, come comunità di figli e di fratelli. Non mettiamo avanti noi stessi e i nostri progetti, ma lasciamo l’iniziativa a Dio e al soffio dello suo Spirito.
Per lasciarci educare da Dio e diventare suo popolo, per diventare discepoli di Gesù e mandati da lui in missione, siamo invitati alla grande scuola della Parola da accogliere nella preghiera. Anche noi, come Gesù, dobbiamo indugiare nella preghiera e arrivare ad rapporto di familiarità con la Parola di Dio. Per questo ho appena consegnato ai rappresentanti dei sacerdoti e dei laici di tutte le Unità Pastorali della diocesi l’Evangeliario della Missione. Lo scopo del primo anno della missione, come ho detto nell’atto della consegna, è questo: “il Vangelo sia accolto con animo libero e grato, sia annunciato a tutti e giunga al cuore dei cercatori di Dio”. Solo nella ‘familiarità orante’ con il Vangelo comprendiamo che l’uomo è fatto per Dio e che lo Spirito Santo abita nel più profondo del nostro cuore e ci rende capaci di servire nell’amore i fratelli.

5. Concludo dicendo a tutti che l’avventura della missione comincia da qui, dalla preghiera. Nessuno è escluso dalla missione, perché nessuno può dire di non aver tempo di pregare: sarebbe come dire di non aver il tempo di respirare.
Ma allora, nella preghiera, sarà facile renderci conto che siamo tutti in attesa, perché tutti vogliamo vivere, e non solo sopravvivere, sarà facile scoprire che tutti desideriamo guardare verso l’alto, perché abbiamo bisogno di speranza e di cielo aperto su di noi. Nella preghiera sarà soprattutto facile riconoscere che Gesù Cristo è il sì di Dio per noi: il suo amore trasforma la nostra esistenza.

So bene, lo dico soprattutto ai carissimi sacerdoti, che non mancano le difficoltà. Per questo desidero ringraziarvi molto, perché insieme abbiamo cercato di superare il piano delle obiezioni, pur legittime e comprensibili. E cercheremo di proseguire, confidando nel soffio dello Spirito ed anche nella buona volontà. Così come ringrazio i laici, e in particolare i giovani, che generosamente hanno accettato l’invito di prendere il largo. Ringrazio le religiose e i religiosi, gli ammalati e gli anziani, ringrazio tutti coloro che da tempo sono sul fronte della missione perché da tempo sostano in preghiera, anche con la particolare intenzione per la nostra missione popolare. Ringrazio infine i nostri missionari che sono in Brasile: sono uniti a noi nella preghiera e noi siamo in comunione con loro e li ringraziamo perché, con l’entusiasmo, ci hanno aiutato a preparare la missione come proposta di evangelizzazione da parte di una Chiesa che ascolta e annuncia, che prega e si converte, che educa e si lascia educare, che dialoga e propone.

In questa nostra Cattedrale, carissimi fedeli, si venera la Vergine Maria con il bel titolo di Madonna del popolo. La invochiamo con fiducia filiale, così come invochiamo la lunga schiera dei Santi di questa nostra Chiesa di Piacenza-Bobbio: ci accompagnino nel nostro cammino di popolo credente, lieto di vivere e di testimoniare la fede in Gesù Cristo e di donarla ai fratelli come vita, luce, gioia, speranza. Amen

+ Gianni Ambrosio
Vescovo di Piacenza-Bobbio

domenica 10 gennaio 2010

La Missione Popolare che non ti aspetti

Duemila persone nel Duomo di Piacenza non si vedevano dall'ordinazione del vescovo Gianni Ambrosio quasi due anni fa. Cento e passa sacerdoti in un colpo solo anche quelli erano ormai una rarità. Eppure ieri pomeriggio la Missione Popolare della diocesi di Piacenza-Bobbio è iniziata con grandi numeri, numeri su cui pochi avrebbero scommesso. Invece la gente - i cattolici piacentini - ha dimostrato ancora una volta quanto forte sia oggi il bisogno di riflettere, il volersi interrogare sui fondamenti della propria esistenza. Di fronte alla complessità della società odierna, al disorientamento degli idoli falsi, alla strumentalizzazione dei simboli veri, all'ipocrisia, alla demagogia, eccetera eccetera, c'è probabilmente la ricerca di un approdo sicuro in un mare in tempesta. Un approdo che può trovarsi nei valori del Vangelo ed in una rinnovata sacralità. Ecco perchè la Missione Popolare, ora che è partita, deve rappresentare il primo impegno per la Chiesa piacentina, ora dopo ora, giorno dopo giorno. Il popolo vede nei suoi pastori un punto di riferimento in questo scenario di una rinnovata evangelizzazione che, prima di tutto, passa per il salotto di casa.
E' un'occasione nuova e forse unica, in questi tempi, per riscoprire perché vale la pena vivere. La Chiesa non se la lasci scappare.

sabato 9 gennaio 2010

Black and white 2010

Buon anno a tutti. Dopo una lunga assenza Sacricorridoi torna operativo. Come primo post del 2010 ci piace pubblicare l'omelia integrale del vescovo di Brescia, Luciano Monari, tenuta durante la solennità dell'Epifania. Pensiamo sia una risposta a tutto quello che sta accadendo in questi giorni: dalla rivolta degli immigrati in Calabria, ai vari White Christmas.

Unica è l’origine di tutti gli uomini in Adamo; unica la vocazione di tutti gli uomini in Cristo. La varietà dei popoli, la diversità delle culture, la molteplicità delle lingue esprimono l’infinita ricchezza del mistero di Dio a cui immagine l’uomo è stato creato. Ma nessun popolo per quanto numeroso, nessuna cultura per quanto raffinata, nessuna tradizione per quanto ricca può esprimere davvero la bellezza di Dio senza l’apporto degli altri popoli, delle altre culture, delle altre tradizioni. Questo è il mistero che Paolo ha visto risplendere davanti ai suoi occhi quando ha contemplato la gloria di Cristo e il disegno di Dio che Egli, Cristo, è venuto a compiere nel mondo. Questo mistero, abbiamo ascoltato nella seconda lettura, “non è stato manifestato agli uomini delle precedenti generazioni come ora è stato rivelato ai suoi santi apostoli e profeti per mezzo dello Spirito: che le gentili (i pagani) sono chiamati, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del vangelo.” In Cristo Dio offre la salvezza all’umanità intera e questa salvezza consiste esattamente nella vittoria sulle divisioni per diventare una cosa sola, un unico corpo, un’unica Chiesa insieme con tutti gli altri. In Cristo ci è data una memoria comune – quella della salvezza che Dio ha operato per noi; ci è data una speranza comune, quella di partecipare alla vita stessa di Dio; ci è data una forma di vita comune, quella dell’amore fraterno. Come ricorda san Giovanni: Da questo abbiamo conosciuto l’amore: Egli ha dato la sua vita per noi. Quindi anche noi dobbiamo donare la vita per i fratelli.
In questo modo si compiono le promesse dei profeti, come quella di Isaia che abbiamo ascoltato nella prima lettura. Mentre il mondo intero è immerso nelle tenebre, Isaia vede Gerusalemme, alta sul colle di Sion, illuminata dalla gloria di Dio; lo splendore della città di Dio si riflette sul mondo intero e muove tutti i popoli a mettersi in cammino, come pellegrini, verso la città santa: “Cammineranno le genti alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere. Alza gli occhi intorno e guarda: tutti costoro si sono radunati, vengono a te. I tuoi figli vengono da lontano, le tue figlie sono portate in braccio… Uno stuolo di cammelli ti invaderà, dromedari di Madian e di Efa, tutti verranno da Saba, portando oro e incenso e proclamando le glorie del Signore.” È l’immagine di una vitalità immensa; c’è di tutti: uomini che vengono da lontano, dalle zone lontane dell’Arabia e dello Yemen; cammelli e dromedari che permettono di attraversare i deserti aridi; oro e incenso, segni di ricchezza. Sembra che la vita prorompa vittoriosa, irresistibile. In realtà la città che il profeta ha davanti agli occhi, la Gerusalemme degli anni immediatamente successivi al ritorno dall’esilio, è una piccola città, economicamente povera, politicamente serva, priva di libertà e di autonomia. Ma è pur sempre la città di Dio; e basta quello perché gli occhi del profeta vedano una bellezza nascosta e proclamino un destino di gloria. Tutti i popoli, tutte le razze si riuniscono in quella città e trovano nel Signore motivo di esultanza e forza di comunione. Se a Babele Dio aveva confuso le lingue dei popoli e i popoli erano stati dispersi su tutta la faccia della terra, adesso la gloria di Dio li convoca e fa di loro i figli di una città nuova e santa.
Non so se esista un’immagine più bella e affascinante della Chiesa, di questa madre che riceve figli da ogni angolo del mondo e a tutti imprime una forma nuova, divina. Il giorno di Pentecoste erano presenti a Gerusalemme genti “di ogni nazione che è sotto il cielo.” E tutti si sentono in patria perché odono parlare la loro lingua nativa. Non è proprio questo il miracolo della Chiesa? In realtà a operare la riunificazione degli uomini è la croce di Gesù, innalzata fuori delle mura di Gerusalemme: su quella croce sono inchiodati i peccati, le cattiverie, le divisioni del mondo intero; e da quella croce sgorga un fiume di acqua limpida che lava le brutture del mondo, una sorgente di vita che rinnova e santifica il mondo. Cristo ha abbattuto il muro di separazione che teneva i pagani lontani dalla salvezza, esclusi dall’eredità di Israele, nemici gli uni degli altri. Cristo ha subito il tradimento, l’ingiustizia, la violenza da parte di tutti: dei Romani come dei Giudei, dei sacerdoti come dei discepoli. Nessuno è innocente di fronte a lui, ma tutti ricevono ugualmente da lui perdono e grazia. Chi sta davanti alla croce con la consapevolezza del suo peccato comprende che i suoi risentimenti verso gli altri vengono sciolti, che le sue paure vengono superate da una corrente di grazia che unisce e rinsalda.
Ecco perché acquista grande significato questa eucaristia che celebriamo. La chiamiamo Messa dei popoli e lo è davvero a vedere la molteplicità delle provenienze di noi che siamo qui insieme. Veniamo da tutti i continenti e parliamo molte lingue diverse; eppure ci troviamo qui e uniamo le nostre voci nella comune lode di Dio, ci scambiamo sinceramente un segno di comunione e di pace, ci sentiamo liberi da paure o da timidezze. Davvero l’universalità, la cattolicità della Chiesa si manifesta nel modo più chiaro. Ma vale la pena ricordare che ogni eucaristia è necessariamente cattolica, cioè universale. Fosse anche celebrata da poche persone in una parrocchia isolata di montagna, rimarrebbe pur sempre una esperienza di cattolicità, di universalità perché Cristo è di tutti e tutti sono chiamati a riconoscersi in lui. Un’eucaristia che chiudesse pregiudizialmente l’ingresso a un battezzato, chiunque egli sia, cesserebbe di essere eucaristia vera perché rinnegherebbe la cattolicità della Chiesa che è una sua nota essenziale. È bello allora che ci troviamo qui oggi. La Chiesa bresciana vuole dire in questo modo che vi riconosce come suoi figli dal momento che essa, la Chiesa bresciana, non è altra dalla chiesa romana, da quella brasiliana o congolese o filippina. Gesù è venuto per riunire quelli che sono vicini e quelli che sono lontani. E san Giovanni Cristostomo spiegava: “degli uni e degli altri Cristo fa un corpo solo. Così chi risiede a Roma considera gli Indiani come sue proprie membra. C’è un’unione che si possa paragonare a questa? Cristo è la testa di tutti.” A me sembrano espressioni bellissime, che possono darci speranza in un tempo come questo segnato da tensione e da aggressività. La Chiesa sta in mezzo al mondo come segno di quella comunione alla quale tutti gli uomini sono chiamati. Voi venite dal mondo intero; siete stati portati a Brescia dalle necessità concrete delle vostre famiglie. Bene, a Brescia siete a casa vostra, qui trovate la stessa chiesa che vi ha generato alla fede, trovate lo stesso Cristo che vi è stato annunciato, lo stesso Spirito che vi ha santificato.
Insieme siamo il corpo di Cristo e cioè la presenza di Cristo oggi, nel nostro mondo. Viene da tremare a pensare alla responsabilità che questo comporta. Col nostro modo di vivere, di parlare, dobbiamo manifestare la presenza di Cristo oggi, in questo luogo; il nostro cuore dovrebbe mostrare la tenerezza del cuore di Gesù; le nostre parole dovrebbero avere la grazia delle parole di Gesù. Quanto siamo distanti! Quanto abbiamo da crescere! Noi crediamo che la Chiesa è il corpo di Cristo; lo dice san Paolo con parole così chiare che non ci è lecito dubitare. Nello stesso tempo misuriamo con sofferenza la distanza tra la verità di Gesù e il nostro modo concreto di vivere e di pensare. Ma non ci perdiamo d’animo; quello che il Signore ci chiede, egli per primo ce lo dona con la sua grazia. Sappiamo perciò che la comunione è possibile anche tra culture diverse, anche parlando in lingue diverse. Perlomeno è possibile camminare e avvicinarci gli uni agli altri, attirati come siamo dalla medesima croce di Gesù. Quanto più ci avviciniamo a lui tanto più siamo prossimi gli uni agli altri e riusciamo a riconoscere il volto del nostro Signore nel volto diverso degli altri.
La tradizione del presepe mostra i re magi come segno dell’universalità dei credenti: vengono da lontano, mossi da una stella; di loro uno è bianco, uno nero, uno color cioccolata; uno porta oro, segno di regalità, uno incenso, segno di onore divino, uno mirra, segno di sofferenza e di passione. Ci sono proprio tutti ed è necessario che ci siano tutti; ne mancasse uno, mancherebbe qualcosa alla rivelazione del mistero di Gesù. Così, ammirando i magi, comprendiamo meglio il senso dell’epifania e benediciamo il Signore perché ci ha raccolti insieme: veniamo da un unico padre, Adamo; e cresciamo verso un unico corpo, Cristo. Dio vi benedica! Vi faccia sentire la tenerezza del suo amore; vi renda consapevoli della vostra dignità: siete figli di Dio! Vi aiuti a portare il peso non sempre leggero della vita; il tempo che viviamo, con la crisi economica e le paure che la crisi porta con sé è motivo di preoccupazioni. La Chiesa bresciana farà quello che le è possibile. Ma al di là di questo vorremmo che sentiste, qui a Brescia il calore della Chiesa in cui siete nati e dalla quale avete ricevuto il vangelo. Quando frequentate le parrocchie, non sentitevi come estranei accolti provvisoriamente ma come persone che vivono nel loro ambiente, in quello spazio che Dio ha creato per loro.


monsignor Luciano Monari, vescovo di Brescia

lunedì 21 dicembre 2009

Il vescovo dona la Caritas in veritate ai politici: è il libro dell'anno

Vi ringrazio di aver accolto l’invito di partecipare a questo incontro.

Così posso rivolgervi gli auguri di Natale e di buon anno nuovo e, insieme, esprimervi il mio ringraziamento personale e di tutta la comunità ecclesiale per il vostro impegno di amministratori della cosa pubblica.

Ringraziando voi, ringrazio anche coloro che si sono impegnati per questo incontro, in particolare l’Ufficio per la pastorale sociale e del lavoro, e soprattutto il dr. Enrico Corti.

Vorrei dare un contenuto a questo ringraziamento con un omaggio: la lettera enciclica di Benedetto XVI, Caritas in veritate. Il dono è piccolo, certo, ma il contenuto è grande, davvero grande. Se l’avete già letta, sono certo che condividete con me questo giudizio. Se non l’avete letta – il tempo disponibile per le buone letture è poco anche per voi –, vorrei invitarvi a trovare il tempo. È il libro dell’anno, come ha detto Mario Deaglio, professore ordinario di Economia Internazionale presso la Facoltà di Economia dell’Università di Torino, sul Sole 24 ore del 6 dicembre scorso. Ancora qualche giorno fa, il 17 dicembre scorso, sempre sul Sole 24 ore vi era una discussione sull’enciclica (a p. 17). Dico questo perché sono passati ormai sei mesi da quando l’enciclica è stata pubblicata – il 29 giugno – , e, come sapete, oggi un libro ha vita piuttosto breve, molto spesso di pochi mesi.

Insieme al dono dell’enciclica, vorrei anche cogliere l’occasione per condividere con voi alcune riflessioni che traggono ispirazione proprio dall’enciclica stessa.

1. Parto da una frase che non troviamo nell’enciclica, ma che può aiutare a capire il pensiero del Papa.

La frase è la seguente: “la comunicazione costruisce la casa e la città”. È di san Tommaso questa frase: communicatio facit domum et civitatem, la comunicazione fa o edifica la comunità familiare (rappresentata dalla casa) e la comunità civile (rappresentata dalla città, che è tale perché è comunità civile). Vi leggo tutta la frase di san Tommaso: “Poiché, dunque, il discorso è dato all’uomo dalla natura ed è ordinato al fine della comunicazione umana riguardo a ciò che è utile o nocivo, giusto o ingiusto e così via, ne consegue, in considerazione del fatto che la natura non fa nulla di vano, che gli uomini comunichino fra loro. Ma la comunicazione in queste cose costruisce la casa e la città. Dunque l’uomo è per natura un animale domestico e civile” (Tommaso d’Aquino, In Octo Libros Politicorum Aristotelis Expositio, L.I, lectio I, n.37).

Così conclude San Tommaso: “l’uomo è per natura un animale domestico e civile”. San Tommaso scrive queste riflessioni partendo da Aristotele, anzi commentando Aristotele. Quindi se con san Tommaso andiamo indietro nel tempo – è nato nel 1225 –, con Aristotele, nato nel 384 prima di Cristo, arriviamo ai tempi antichi.

Eppure credo che questa frase, con la riflessione che è alla sua origine, sia di una straordinaria modernità. Solo comunicando si costruisce la vita, quella della casa domestica e quella civica, della polis. Il termine comunicare è collegato a ‘comune’, communis, composto dalla preposizione cum e dall’aggettivo munis, il cui significato è dono e impegno. Si tratta allora con la comunicazione di condividere un dono e una carica, una responsabilità, costruendo la comunità civile su ciò che è ‘comune’, condizione essenziale per l’esistenza di qualsiasi comunità.

Perché san Tommaso ci aiuta a capire l’enciclica? Ma ancor di più: perché l’enciclica ci aiuta ad affrontare i gravi problemi economici, politici e umani?

Perché sia san Tommaso sia l’enciclica fanno appello all’unica grande risorsa che abbiamo per uno sviluppo vero, per una crescita autentica: e cioè la persona in relazione, e non l’individuo isolato, la persona che comunica e cioè favorisce ciò che è communis, condivide il dono dello stare insieme e la responsabilità di crescere insieme, e non la lotta tribale, per clan o fazioni o corporazioni di vario genere. Siamo chiamati tutti – in particolare chi ha la responsabilità della cosa comune – a favorire la persona in relazione, la persona che comunica e costruisce la comunità civile, prendendosi cura del bene comune che è il bene di noi-tutti.

2. Proprio su questo bene comune vorrei soffermarmi qualche istante.

Il bene comune, dice il Papa, è il bene di “noi-tutti, formato da individui, famiglie e gruppi intermedi che si uniscono in comunità sociale” (n. 7). Noi-tutti siamo questo bene comune da ricercare, da rispettare, da promuovere. Noi-tutti a livello interpersonale: fin qui la cosa è pacifica. Ma il bene comune è più ampio, legato al vivere sociale delle persone. Per questo il bene comune comporta il “prendersi cura, da una parte, e avvalersi, dall’altra, di quel complesso di istituzioni che strutturano giuridicamente, civilmente, politicamente, culturalmente il vivere sociale che in tal modo prende forma di pólis, di città” (n. 7).

Voi, amministratori e politici, avete questo grande compito di curare il bene comune più ampio. È un compito grande. Il Papa parla della via istituzionale e politica della carità: “Ogni cristiano è chiamato a questa carità, nel modo della sua vocazione e secondo le sue possibilità d’incidenza nella pólis. È questa la via istituzionale – possiamo anche dire politica – della carità, non meno qualificata e incisiva di quanto lo sia la carità che incontra il prossimo direttamente, fuori delle mediazioni istituzionali della pólis” (n. 7).

L’esercizio di questa mediazione istituzionale della pólis è delicato. Per tanti motivi. Permettetemi di accennare a un rischio che è presentato dalla enciclica.

Può capitare che l’amministrazione pretenda di dirigere tutto e imporsi a tutto. Così si finisce con il distruggere la vita, la vita della pólis, perché non si comunica, non si condivide, non si favoriscono le soggettività sociali, ma si annullano. Questo è un grande rischio: un rischio che incombe e che va dalla nostra Unione europea alla nostre regioni e ai nostri comuni.

Allora si guarda sempre e solo alla quantità, poco o mai alla qualità, anche nelle spese. Allora si guarda alla gestione di vertice della vita sociale, con una pesante burocratica. Allora si confonde la sfera pubblica con la sfera politicamente controllata e burocraticamente gestita.

Allora si crea nel cittadino la cultura del “dovuto”, dei rapporti di scambio di tipo mercantile. Non si cerca di comunicare, ma di scambiare: io ti do e tu mi dai. Questo mortifica l’uomo e annulla la coscienza. Questo distrugge ogni dimensione comunitaria, per cui alla fine scompare la vita civile.

Si va smarrendo il senso del “dono”, di ciò che mi è donato, senza che io l’abbia potuto richiedere o meritare. Questa dimenticanza comporta una visione riduttiva dell’uomo, e questa visione riduttiva rovina l’economia, e le conseguenze le sperimentiamo. Ma rovina anche la politica, e anche qui lo sperimentiamo. E, ancor più, rovina la vita: senza la logica del dono, la vita non la si capisce e non la si vive come vita umana, relazionale, sociale.

Il Papa scrive: “Quando la logica del mercato e quella dello Stato si accordano tra loro per continuare nel monopolio dei rispettivi ambiti di influenza, alla lunga vengono meno la solidarietà nelle relazioni tra i cittadini, la partecipazione e l’adesione, l’agire gratuito, che sono altra cosa rispetto al ‘dare per avere’, proprio della logica dello scambio, e al ‘dare per dovere’, proprio della logica dei comportamenti pubblici, imposti per legge dallo Stato” (n. 39).

Il Papa non è un moralista: è moralista e fa il moralista chi ha abbandonato la morale. Il Papa non ha abbandonato la morale. Il Papa evidenzia un rischio, molto attuale. Se non si è attenti, viene meno la communicatio di cui parlava san Tommaso, viene meno il dialogo tra persone libere e responsabili, viene meno l’interazione etica delle coscienze e delle intelligenze. Viene a mancare ciò che è essenziale per lo sviluppo veramente umano e solidale di una città, di una convivenza civile.

“La società sempre più globalizzata ci rende vicini, ma non ci rende fratelli” (n. 19): il Papa ci ricorda che abbiamo bisogno della logica del dono e della dimensione della fraternità. Proprio la fraternità è il criterio decisivo, capace di dare il giusto risalto anche a quei criteri dell’agire morale che vengono presentati al termine dell’enciclica, come il principio di sussidiarietà, della solidarietà e di reciprocità, strettamente collegato con la giustizia e il bene comune (nn. 57-58). Benedetto XVI, richiamando l’insegnamento di Paolo VI, afferma che “il sottosviluppo ha una causa ancora più importante della carenza di pensiero: è “la mancanza di fraternità tra gli uomini e tra i popoli” (n. 19, Populorum progressio, n. 66).

Sono certo che state già facendo parecchio per cercare di favorire la crescita della vita civile, e dunque anche la crescita della “comunicazione”, secondo il pensiero di san Tommaso, della gratuità e della fraternità secondo l’indicazione del Papa.

Per esempio, vedo che cercate di ridare memoria alla città, ai paesi. È vivo e acuto il bisogno di riacquistare la memoria, per non essere come un viandante colpito sulla strada da improvvisa amnesia: continua a camminare frettolosamente, ma non ricorda più da dove viene e dove va. Una vita schiacciata sul presente è una vita poco civile, appiattita sull’attualità e sull’effimero. Una città cordialmente abitabile ha bisogno di recuperare la memoria storica del suo passato, se non vuole ridursi a un agglomerato di case e di appartamenti. Non si tratta di indulgere a sogni romantici, ma si tratta di recuperare le radici per tradurre l’energia del passato in energia di futuro, in un confronto tra tradizione o memoria o radici da una parte e progetto e creatività dall’altra.

Credo che si possa fare qualcosa anche per aiutare le nostre città e i nostri paesi a riscoprire la gratuità come valore irrinunciabile dell’esistenza. Non solo ricordando che tutti siamo preziosi, che nessuno è inutile e nessuno è superfluo, che tutti siamo abbastanza ricchi per poter dare e abbastanza poveri per dover ricevere. Tutto ciò che facciamo, lo possiamo vivere in spirito di gratitudine e di gratuità, con stile di condivisione e di corresponsabilità: il lavoro, lo studio, la ricerca, l’educazione, il volontariato, il servizio, il riposo, la festa, il riposo. Sì, anche la festa: senza la festa, la gratuità è più difficile da capire e da vivere, ma allora è più difficile la serenità, dentro di noi e tra di noi, è più difficile la relazione, sia in casa sia nella comunità civica, direbbe san Tommaso.

3. Il secondo punto su cui vorrei soffermarmi brevemente riguarda i tradizionali principi dell’etica sociale che sono importanti per una buona amministrazione. Anche qui prendo spunto dal Papa, che parla di trasparenza, di onestà e di responsabilità nell’ultimo capoverso del capitolo terzo, al n. 36. Mi pare che anche su questo aspetto l’invito del Papa sia molto attuale. Leggo per intero la frase: “La grande sfida che abbiamo davanti a noi, fatta emergere dalle problematiche dello sviluppo in questo tempo di globalizzazione e resa ancor più esigente dalla crisi economico-finanziaria, è di mostrare, a livello sia di pensiero sia di comportamenti, che non solo i tradizionali principi dell'etica sociale, quali la trasparenza, l'onestà e la responsabilità non possono venire trascurati o attenuati, ma anche che nei rapporti mercantili il principio di gratuità e la logica del dono come espressione della fraternità possono e devono trovare posto entro la normale attività economica” (n. 36).

Se la trasparenza, l’onestà e la responsabilità devono caratterizzare la vita economica, devono ovviamente caratterizzare i comportamenti degli amministratori pubblici. Sono condizioni di base del buon operato personale, e questo riavvicina i cittadini e l’amministrazione, la vita sociale e la vita politica. Occorre ricuperare un clima di fiducia anche attraverso la coerenza personale.

Sono certo che anche su questo fronte già fate parecchio e anche di questo vi ringrazio molto.

Concludo con gli auguri più fervidi di buone feste natalizie a tutti voi, alle vostre famiglie, ai vostri concittadini. Vi assicuro anche la mia preghiera per il vostro compito così importante.

+ Gianni Ambrosio, vescovo

Palazzo Vescovile di Piacenza, 19 dicembre 2009.

venerdì 18 dicembre 2009

Il concerto di Natale di Sacricorridoi

L'auditorium del nuovo centro parrocchiale di Rivergaro domani sera
ospita il concerto di Natale 2009 "Armonie sotto l'albero".
Appuntamento - nei locali attigui alla chiesa di Sant'Agata - alle
21. Protagonista un gruppo di musicisti che eseguirà brani del 900
musicale da Gershwin a Sinatra oltre agli evergreen natalizi. La voce
è Giorgia Gazzola, al piano Corrado Pozzoli, al clarinetto Carlo
Giosuè Vallone, alla chitarra Augusto Martini, coriste Silvia
Cavazzuti, Manuela de Nobile e Cristiana Elmini. Ad organizzare la
serata Marco Gazzola (Gazzola consulenza immobiliare) che già da tre
anni dedica al proprio paese il concerto di Natale.

Inviato da iPhone

domenica 13 dicembre 2009

Il vicario generale sulla crisi: migliaia le famiglie colpite

La mobilitazione dell’intera Comunità Diocesana attivatasi dopo il lancio dell’iniziativa di solidarietà voluta, nella primavera scorsa, dal nostro Vescovo Gianni Ambrosio per far fronte ai dirompenti effetti sui bilanci delle famiglie, con gravi rischi d' aggravamento delle condizioni di disagio sociale, conseguenti alla crisi economico-finanziaria, ha dato sino ad oggi buoni risultati.
L’ammontare raggiunto con le offerte confluite sul Fondo Straordinario di Solidarietà, finalizzato a sostenere e ad accompagnare le famiglie in difficoltà in una fase delicata, purtroppo, di non breve durata, sta a dimostrare come una comunità si qualifichi per i valori che pratica.
Attualmente il fondo è di 345.000 euro; sono stati erogati circa 200 prestiti per un totale di 450.000 euro e elargiti 15 contributi a fondo perduto per un totale di 7.500 euro.
Il Comitato Diocesano costituito per l’organizzazione della raccolta e gestione delle risorse è fermamente convinto, come richiama sempre Papa Benedetto XVI, che occorre avere il senso delle vere priorità; la crisi, infatti, deve rappresentare per tutti una straordinaria lezione di etica ed un’occasione propizia per cambiare regole, modelli economico-finanziari e di sviluppo, stili di vita e soprattutto per recuperare i valori della solidarietà senza confini, della coesione e della sobrietà.
E’ proprio nei periodi difficili, incerti, che deve emergere ed affermarsi l’etica delle responsabilità, di un senso civico che sia rispetto ma anche un capitale sociale eccezionale che aiuta a riscoprire il valore del lavoro, il senso del dovere e del sacrificio ovunque si operi.
Queste affermazioni ci portano a richiamare l’attenzione e la sensibilità della nostra comunità verso la scottante realtà che vivono ormai migliaia di famiglie della nostra provincia (i numeri sono purtroppo in costante crescita) per la perdita del posto di lavoro di un proprio componente, e a richiedere con fiducia uno slancio di generosità, nella consapevolezza che il dono elargito andrà a sicuro beneficio di chi è effettivamente in condizione di bisogno.
Alle lodevoli e nobili iniziative attivate dalle parrocchie, dal mondo del lavoro, dal mondo associativo, ai contributi significativi della Fondazione di Piacenza e Vigevano, di alcune Banche e di singoli cittadini, rivolgiamo un sentito ringraziamento.
Alla luce, però, delle numerose richieste di sostegno rivolte ai nostri Centri d' ascolto da molti cittadini della Diocesi e della scarsità di risorse ancora a disposizione, risulta sempre più fondamentale che l’attivismo dimostrato nella fase di avvio trovi continuità nel tempo ed una più ampia diffusione.
Infatti, solamente l’arrivo di nuovi e congrui contributi potrà consentire la prosecuzione delle erogazioni che, ricordiamo, si concretizzano attraverso le modalità e gli strumenti che il Comitato Diocesano ha definito.
Esprimiamo l’auspicio che l’appello che abbiamo deciso di rinnovare a tutta la Comunità Diocesana, in particolare a coloro che hanno buon cuore e maggiori disponibilità, sia recepito nel suo vero spirito, quello dell’altruismo e della solidarietà.
Siamo, infatti, convinti che l’impegno alimentato dalla viva speranza, che non conosce rassegnazione, sarebbe un esempio educativo e la dimostrazione che siamo ancora in grado di esprimere forza morale e intellettuale per metterci in discussione, correggere quelle concezioni della vita che non possono reggere all’urto degli eventi e aprire un cammino nuovo di coesione e di condivisione reale.
E’ stato detto: “Chi dà al povero presta a Dio”. Nella certezza che Lui non si lascia battere in generosità, ringrazio e saluto cordialmente.


Monsignor Lino Ferrari, vicario generale diocesi di Piacenza-Bobbio

mercoledì 9 dicembre 2009

A Fiorenzuola la veglia dei giovani con il vescovo

“Magnificat”. Questo è il titolo della veglia di avvento dei giovani con il Vescovo, esperienza diocesana che da sei anni coinvolge alcune centinaia di giovani appartenenti a molte parrocchie della chiesa di Piacenza-Bobbio.
La veglia di quest’anno, presieduta dal vescovo Gianni Ambrosio, si svolgerà nella chiesa Collegiata di Fiorenzuola d’Arda venerdì 11 dicembre 2009, con inizio alle ore 21.00.
I giovani presenti alla Veglia, riceveranno in dono dal Vescovo il Vangelo di Luca, stampato in una versione personalizzata per l’occasione.
Un dono che, insieme, dice anche un compito: quello di riscoprire una familiarità con la Parola di Dio in sintonia con lo spirito della Missione Popolare che la nostra Diocesi si appresta a vivere.
In apertura del testo donato ai giovani le parole del Vescovo, che li ringrazia per il loro prezioso coinvolgimento “nell’avventura impegnativa della Missione Popolare Diocesana”; a seguire la Prefazione a cura del Servizio diocesano per la pastorale giovanile.
Anche quest’anno la celebrazione sarà animata dal Coro Giovani diocesano, composto da un centinaio di giovani tra coristi e strumentisti, che già da alcune settimane si sta preparando.
Al termine della celebrazione i giovani potranno condividere un momento di fraternità preparato dalla consulta dei Giovani delle Val d’Arda.
La Veglia sarà anche l’occasione per lanciare i prossimi appuntamenti della Pastorale giovanile diocesana:
- Esercizi spirituali presso la comunità monastica di Bose (BI) dal 26 al 28 febbraio 2010;
- Preghiera di quaresima nei Sette Vicariati della Diocesi, 5 marzo 2010;
- XXV Giornata Mondiale della Gioventù, 27 marzo 2010;
- XI Tour de Vie, esperienza di viaggio che quest’anno avrà come meta Parigi, 30 aprile – 2 maggio 2010;
- Viaggio in Terra Santa, fine agosto 2010.
Tutte le informazioni riguardanti la pastorale giovanile si possono reperire sul sito www.pagiop.net

venerdì 4 dicembre 2009

Suore, vocazioni in drastico calo

Ieri mattina, giovedì 3 dicembre, nella Sala degli Affreschi di Palazzo Vescovile, si è riunito il Consiglio presbiterale diocesano presieduto dal vescovo mons. Gianni Ambrosio; ha coordinato i lavori mons. Aldo Maggi. Ha fatto il proprio ingresso nel Consiglio il nuovo rappresentante dei religiosi, padre Secondo Bollati.
La seduta si è aperta con le comunicazioni del vicario generale mons. Lino Ferrari: il 7 novembre si è tenuto il convegno di studi storici su Giuseppe Berti per il quale si sta raccogliendo la documentazione per avviare il processo di beatificazione; il 16 novembre di vent’anni fa la diocesi di Piacenza si univa a quella di Bobbio: si tratta di una ricorrenza che sarebbe da ricordare anche per fare un bilancio di questa nuova esperienza (a questo proposito sono stati chiesti chiarimenti sull’unificazione dei due Propri liturgici: è già stata predisposta una versione unica e si è in attesa delle necessarie approvazioni); il 28 novembre scorso si è riunito il Consiglio pastorale diocesano ed è stato affrontato il programma del secondo anno della missione popolare diocesana; l’11 dicembre a Fiorenzuola si terrà la veglia di preghiera dei giovani; il 21 dicembre, alle ore 18, al Palabanca verrà celebrata la Messa per il Natale dello sportivo; il 10 gennaio prossimo ci sarà l’avvio ufficiale della missione; sono giunte tutte le autorizzazioni e presto i lavori per l’ampliamento del Cerati potranno essere appaltati; da parte sua il Vescovo ha ricordato che nell’ambito dell’anno sacerdotale nei prossimi 11 e 12 marzo si terrà un convegno presso l’università romana del Laterano; previsto anche un pellegrinaggio internazionale a Roma nei giorni 9 – 11 giugno 2010. I sacerdoti che intendono partecipare possono rivolgersi all’Ufficio pellegrinaggi della diocesi (forse può essere possibile partecipare un solo giorno).
E’ stata poi la volta dell’intervento dell’Economo della diocesi, don Giorgio Bosini, che ha fornito informazioni sullo stato economico della diocesi, sui cambiamenti che sono in corso in ordine alla gestione dei bilanci e sulla distribuzione dei fondi dell’otto per mille.
Il vicario episcopale per i religiosi, padre Sisto Caccia, ha illustrato l’entità della presenza dei religiosi e delle religione in diocesi. Le suore sono attualmente circa 350 e nel giro di qualche anno il loro numero è diminuito di ben cento unità; anche la presenza maschile (ora i religiosi sono 53 appartenenti a sei comunità) è in diminuzione. Padre Caccia ha sottolineato la necessità che la presenza dei religiosi sia maggiormente conosciuta e per questo ha chiesto al Vescovo un incontro di una mezza giornata perché le singole comunità possano presentare il loro carisma ed illustrare il servizio che svolgono in diocesi. Mons. Ambrosio ha dato la sua disponibilità; resta da stabilire la data.
Padre Caccia ha pure illustrato il programma di un seminario di studio su “La vita consacrata nella chiesa locale: risorsa preziosa per una ecclesiologia di comunione” in programma a Roma nei giorni 1° - 3 marzo 2010. Nel dibattito è stato sottolineato il servizio che svolgono in diocesi i religiosi; il vicario generale mons. Ferrari, a questo proposito, ha precisato che la loro presenza è preziosa soprattutto per l’apporto del loro carisma nella pastorale.
Don Luigi Bavagnoli ha illustrato le proposte per l’anno sacerdotale predisposte dalla Commissione permanente per la formazione del clero. In particolare sono stati indicati i temi per i ritiri di gennaio, marzo, aprile e maggio; il 18 febbraio viene proposto un ritiro a Chiaravalle della Colomba sulla riconciliazione con la celebrazione comunitaria della penitenza; incontro di aggiornamento per tutto il clero il 18 marzo a Piacenza per un approfondimento teologico-pastorale sempre sul tema della riconciliazione; in entrambi gli incontri il relatore dovrebbe essere mons. Rollando.
La commissione propone di rimandare all’aggiornamento di settembre il rapporto con la Parola di Dio, con particolare riferimento all’omelia e alla lectio divina. Nel dibattito è stato chiesto di valorizzare le figure di sacerdoti che, nel passato, si sono distinti per la loro testimonianza. A questo proposito è stata anche sottolineata l’opportunità di proseguire nell’impegno nelle cause di beatificazione avviate e tra queste – come ha sottolineato don Carbeni - quella di don Beotti per la quale è già stata raccolta tutta la documentazione.

sabato 28 novembre 2009

Nomine, monsignor Ponzini assistente della Famiglia Piasinteina

Con Atto proprio dell’Ordinario diocesano in data 18 novembre 2009 al M. R.
Inzani don Paolo, attualmente vicario parrocchiale della parrocchia di San
Nicolò (Piacenza), è stato conferito l’incarico di responsabile per il
Servizio della Pastorale vocazionale.

Con Atto proprio dell’Ordinario diocesano in data 18 novembre 2009 al M. R.
Isola don Roberto, attualmente vicario parrocchiale della parrocchia di
Castelsangiovanni, è stato conferito l’incarico di direttore dell’Unione
Apostolica del Clero.

Con Atto proprio dell’Ordinario diocesano in data 18 novembre 2009 al M. R.
Dosi don Celso, attualmente segretario vescovile, è stato conferito l’incarico
di consulente ecclesiastico del Centro Italiano Femminile.

Con Atto proprio dell’Ordinario diocesano in data 18 novembre 2009 al M. R.
Albertelli don Alfredo è stato conferito l’incarico di assistente del
Movimento Apostolico Ciechi.

Con Atto proprio dell’Ordinario diocesano in data 25 novembre 2009 il M. R.
Musso don Emanuele Massimo, mantenendo i precedenti incarichi, è stato nominato amministratore parrocchiale delle seguenti parrocchie:
* San Bernardino da Siena in Tornolo, Provincia di Parma.
* Sant’Antonio Abate in Isola, Comune di Compiano, Provincia di Parma.

Con Atto proprio dell’Ordinario diocesano in data 25 novembre 2009 il M. R.
Ponzini mons. Domenico, decano del Capitolo della Cattedrale, è stato
nominato assistente ecclesiastico del sodalizio “Famiglia Piasinteina”.

venerdì 27 novembre 2009

Un libro sui francescani a Piacenza

Sabato prossimo, 28 novembre, alle ore 16, nella basilica di Santa Maria di Campagna verrà presentato il libro di Franco Fernandi “Piacenza e Francesco d’Assisi – Alla riscoperta della presenza francescana”, edito dalla Berti. Interverranno, oltre all’autore, padre Berardo Rossi ofm, padre Raffaele Russo ofm cap. ed il giornalista Roberto Mori. Nell’occasione, la Corale di Santa Maria di Campagna, eseguirà alcuni canti francescani.
La presentazione del libro, che ricostruisce la presenza di questi religiosi a Piacenza dal Duecento ai nostri giorni, rientra nelle iniziative promosse per ricordare l’ottocentesimo anniversario dell’approvazione, da parte di papa Innocenzo III, della prima Regola che San Francesco aveva predisposto per i suoi frati nel 1209; è appunto la “Protoregola”. Un altro momento dedicato a questa ricorrenza si avrà domenica prossima, alle ore 11, con una solenne concelebrazione eucaristica, sempre nella basilica di Santa Maria di Campagna.

SCHEDA SUL VOLUME DI FRANCO FERNANDI.

Le celebrazioni per l’ottavo centenario dell’approvazione della “Protoregola” dell’Ordine dei Frati Minori (1209) ci forniscono l’occasione per poter tracciare un bilancio della presenza dei francescani nella nostra città e provincia. Il loro arrivo a Piacenza, databile intorno agli anni 1228-1230 (sulla datazione non c’è concordanza tra gli storici), li vede insediarsi in un luogo poco distante dalle mura cittadine, nelle vicinanze di Porta San Raimondo, ove sorge ancora oggi l’ex Monastero di Santa Chiara e dove i frati si tratterranno sin verso il 1280, quando si trasferiscono nel centro della città, a fianco della basilica di San Francesco, che è in costruzione. All’origine della costruzione di questo grandioso tempio, dedicato al Santo di Assisi, vi è la liberalità di Ubertino Landi “ ... quel gran ghibellino e capo di rissa… a fine di risarcire in qualche parte i mali esempi per lui dati al mondo in addietro”(Poggiali, V volume, pagg. 385 ss.), che dona ai frati il suo palazzo e altre case da lui comprate nelle vicinanze, affinché vi costruissero una sede più comoda e più adatta alla loro vita. Sorge così, seppur tra mille difficoltà, il grande convento e la basilica di San Francesco in Piazza. Qui i frati rimangono dal 1336 al 1810, quando in seguito alle soppressioni napoleoniche, sono costretti ad abbandonare chiesa e convento, che diventano sede di parrocchia affidata al clero secolare.
Nel secolo XV l’Ordine francescano aveva visto una riforma spirituale con la nascita dei Frati Minori, chiamati Osservanti, che si distingue per il genere di vita, dalla corrente detta dei Conventuali.
Nel 1420 si trova a predicare a Piacenza, San Bernardino da Siena, frate minore osservante, egli con la sua parola ardente suscita un tale entusiasmo che la Comunità piacentina supplica Papa Martino V a voler concedere ai frati dell'Osservanza il convento di Santa Maria di Nazareth, fuori Porta San Raimondo, nell’area occupata oggi dall’Ospedale Militare. Piacenza accoglie così una seconda comunità di frati francescani.
In seguito, a partire dal 1547, agli Osservanti è affidato, il complesso di Santa Maria di Campagna; ancora oggi, con il semplice nome di Frati Minori, essi sono custodi della basilica cittadina.
Piacenza, nel corso dei secoli, vede l’insediarsi di altre comunità francescane. I Frati del Terz’Ordine Regolare sono presenti nella chiesa di S.Antonio Abate e Santa Maria di Loreto (sorgeva nelle vicinanze della chiesa di San Savino; di essa non resta nulla) mentre i Conventuali Riformati hanno una fugace presenza nella nostra città negli anni 1619-1626 in Santa Margherita. Nell’anno 1568 Piacenza vede l’arrivo di un'ulteriore presenza francescana, i frati minori cappuccini, che subentrano agli Amadeiti nel convento di San Bernardino da Siena, sullo Stradone Farnese, ove sono tuttora presenti, nella chiesa detta popolarmente di S. Rita.
Anche il ramo femminile dell’Ordine Francescano ha una valida presenza nella nostra città; le suore Clarisse arrivano a Piacenza contestualmente alla prima comunità maschile fondando un monastero poco fuori Porta San Raimondo. Negli anni successivi le suore subentrano, ai frati minori, nel convento posto sullo Stradone Farnese, che da quel momento viene intitolato a Santa Chiara. Le Clarisse sono presenti anche nel monastero di Valverde, posto sull’attuale via Taverna nell’area prospiciente il vecchio ingresso dell’Ospedale Civile. Questa comunità è particolarmente beneficata dal Cardinale Giulio Alberoni (nato a poche decine di metri da quel monastero) che, non solo si dimostra provvido benefattore, ma anche attento e risoluto custode dell’osservanza della Regola e delle vicende amministrative del monastero.
Ultime nel tempo, ma non per ordine di importanza, troviamo le Suore Cappuccine presenti per circa due secoli (1613-1810) nella chiesa di San Carlo in via Torta.
Anche la nostra provincia è sede di importanti insediamenti francescani. Bettola, Bobbio (un convento maschile e un monastero di clarisse), Borgonovo, Castel San Giovanni, Castell’Arquato, Fiorenzuola (ove è presente ancora oggi una comunità di Frati Minori), Monticelli d’Ongina e Rocca d’Olgisio conoscono nel corso dei secoli, l’importanza di una presenza religiosa che si mostra determinante per la crescita spirituale e culturale di quelle comunità.

A Piacenza i francescani hanno un ruolo determinante nella fondazione del nostro Ospedale Civile e del Monte di Pietà, quest’ultimo insostituibile baluardo contro la piaga dell’usura. L’assistenza spirituale agli ammalati vede, i Frati Cappuccini attivi per oltre tre secoli (1687-1997) nel nostro Ospedale e nei vari luoghi di cura che negli anni sorgono nel nostro territorio.
La presenza dei francescani anche in tempi recenti si dimostra efficace, particolarmente con l'assistenza alle giovani generazioni, spesso nel disagio, come testimoniato dall’opera di due Frati Minori di S. Maria di Campagna, Fra Paolo Ligutti e Fra Gherardo Gubertini, fondatore quest’ultimo nel 1948, della Casa del Fanciullo, benefica istituzione ancora attiva ai nostri giorni.

giovedì 26 novembre 2009

Vigo e don Conte, notizia da prima pagina

Il parroco di San Giuseppe Operaio, don Giancarlo Conte, ha ricevuto
l'onorificenza di cittadino benemerito di Vigo di Fassa. E' una
notizia importante? Da prima pagina? Secondo Sacricorridoi si'. Per
una serie di motivi. Prima di tutto perche' la casa di Vigo, dedicata
a San domenico Savio, negli anni ha costituito la testa di ponte della
Val di Fassa di quell'immaginario collegamento tra Piacenza e questo
angolo delle Dolomiti. Migliaia di piacentini, in 50 anni, hanno
conosciuto Vigo, imparato ad amare la montagna e i suoi valori,
proprio grazie a quella geniale intuizione di un sacerdote che ci ha
creduto fino in fondo e non smette di farlo oggi sulla soglia degli 80
anni. Don Conte, nei suoi archivi, ha contato 5mila nomi, ma
sicuramente sono molti di piu'. Non esiste a Piacenza una persona che
non ha mai sentito nominare almeno una volta il nome di Vigo di Fassa.
Ecco perche' la cittadinanza benemerita per una persona definita dallo
stesso sindaco di Vigo "pioniere del turismo" della val di Fassa,
probabilmente e' anche poco. C'e' chi a Vigo si e' incontrato e si e'
sposato. C'e chi ha Vigo ci e' tornato da adulto con la famiglia, chi
da anziano viene ogni anno a trascorrere l'estate in villeggitura,
magari in albergo o in una casa pres in affitto sotto il Catinaccio.
Ma la storia di Vigo e don Conte e' anche la dimostrazione, ennesima,
che una Provvidenza esiste. Cinquant'anni fa l'assegno scoperto di
50mila lire del primo affitto. Dieci anni fa esatti i 500 milioni di
lire messi dalla Fondazione di Piacenza e Vigevano per l'acquisto
della casa dopo che gli eredi l'avevano messa in vendita, quindi la
concessione in comodato gratuito per 99 anni (scade nel 2098) della
casa alla parrocchia di San Giuseppe Operaio a condizione che il
campeggio di Vigo abbia un utilizzo il piu' possibile allargato alla
citta'. Ecco perche' Vigo e' da prima pagina.


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lunedì 16 novembre 2009

Crocifisso - Monari sulla sentenza: pronunciamento dogmatico

Bisognerà naturalmente esaminare attentamente le motivazioni della se
ntenza della Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo che ha
chiesto di togliere i crocifissi dalle scuole; ma, a una prima
valutazione, sembra proprio di essere di fronte a una sentenza
ideologica e quindi stolta. I giudici sono partiti con un'idea
precisa della laicità; un'idea cartesiana, chiara e distinta, ma che
esce dalla testa dei giudizi, senza nessuna considerazione previa dei
fatti, del mondo concreto nel quale la laicità può e deve essere
vissuta. Hanno detto: laicità significa esclusione dalla vita pubblica
della scelta religiosa; mentre, infatti, alla vita pubblica debbono
partecipare ugualmente tutti i cittadini, la scelta religiosa è
eminentemente personale e quindi 'di parte'; portata nella vita
pubblica, creerebbe inevitabilmente delle disuguaglianze,
privilegiando qualcuno (chi condivide una certa visione religiosa) ed
emarginando altri (chi a quella visione è ostile o estraneo). Avendo
chiarissima questa idea, i giudici l'hanno applicata alla realtà;
hanno trovato che in un certo numero di scuole è presente il
crocifisso; hanno valutato che questa presenza configgeva con l'idea
di laicità che a loro sembra perfetta (è chiara e distinta) e hanno
pronunciato il giudizio: via i crocifissi dalle scuole perché le
scuole possano essere luoghi dove tutti si trovano a proprio agio e
non luoghi in cui qualcuno non si sente rispettato (nella fattispecie:
la persona che ha presentato il ricorso).
In realtà il mondo su cui i giudici sentenziano non è una lavagna
pulita; è un mondo che si è creato attraverso i secoli e che ha preso
forma a partire dalle scelte di molte persone, dalle loro idee e dai
loro comportamenti. È a partire da questo mondo che si deve costruire
un concetto corretto di laicità. Immaginare di poter cancellare tutto
quello che si è formato attraverso i sentieri tortuosi della storia e
di poter istituire per decreto una società che risponda a un'idea
perfetta di società (appunto: un'idea chiara e distinta) è
illusione che si è pagata cara in passato e che impoverisce la vita
culturale, la rende meno umana. In concreto: la società occidentale è
stata formata (non solo ma soprattutto) dalla visione cristiana della
realtà. Basta pensare all'arte, alla letteratura, all'assetto
urbanistico e soprattutto al vissuto delle persone concrete. In
particolare ha avuto un portato immenso la visione cristiana
dell'uomo come creatura di Dio, fatto a sua immagine e somiglianza.
Il riconoscimento del valore del singolo, la concezione della società
come luogo di solidarietà, il rispetto per l'uomo povero e debole,
nascono da queste radici. Potranno rimanere i 'diritti dell'uomo'
se ciò che in passato ha fondato la dignità dell'uomo viene reciso?
Qualcuno potrà anche rispondere di sì; ma in ogni modo questa è la
domanda che ci si deve porre e alla quale si deve cercare di
rispondere. E anche qui bisognerà rispondere in modo concreto, non
ideologico. Si tratterà di vedere quali comportamenti produce la
scelta cristiana; se sono comportamenti umanamente arricchenti o
mortificanti, se contribuiscono al bene della società o se producono
danni. Si tratterà di verificare l'effetto che il rifiuto della
trascendenza produce nell'esistenza dell'uomo: lo rende più
libero? O lo rende più inquieto, più insoddisfatto, più facilmente
preda di seduzioni stupide, di promesse illusorie?
Certo, il mondo cambia. Potrà avvenire che il riferimento a Gesù
Cristo, così importante in passato, diventi meno significativo e meno
diffuso; e allora inevitabilmente cambierà la fisionomia delle nostre
città e delle nostre scuole. Ma appunto: è a questo che si dovrà
fare attenzione, non al concetto astratto di laicità. Mi sembra di
essere un sostenitore dell'approccio empirico al problema e ho a che
fare con un approccio ideologico. È interessante notare che giudici i
quali si presentano come difensori della laicità, pensino e decidano
in modo ideologico e dogmatico. E che noi, da sempre considerati con
disprezzo 'dogmatici' abbiamo imparato un approccio più sfumato,
più attento alla realtà delle cose, più concreto.


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