lunedì 3 marzo 2008

Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo ...

Pubblichiamo il testo dell'intervento che il vescovo di Piacenza-Bobbio, Gianni Ambrosio, ha tenuto a Chiaravalle della Colomba lo scorso 21 febbraio con i sacerdoti del vicariato della Valdarda. Era, quello, il primo di una serie di incontri con i sacerdoti che il nuovo vescovo sta compiendo in queste prime settimane del suo ministero piacentino-bobbiese.

Con il saluto fraterno vi confesso che, venendo a fare il vescovo, avevo ben chiaro un proposito: ascoltare molto e parlare poco. E invece mi tocca parlare spesso, forse troppo; spero almeno di riuscire ad ascoltare. Se così fosse, mezzo proposito sarebbe realizzato.

Vi chiedo poi scusa se non ho pensato ad un tema specifico per questo ritiro. Questi giorni sono per me piuttosto caotici. Mi manca il tempo per pensare, mi manca la tranquillità per meditare.

Allora vi propongo qualche spunto di riflessione partendo dalla Quaresima, dal cammino verso la Pasqua, con un’attenzione particolare al dono della salvezza, che è la finalità della missione di Gesù: “Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo…”, recitiamo nel Credo.

Ho il timore – spero infondato – che questa finalità non sia molto considerata. Ho il sospetto – spero infondato ‑ che ciò che caratterizza e segna in profondità la rivelazione cristiana sia alla fin fine poco avvertito.

Ma lasciamo da parte sospetti e timori. Chiediamoci piuttosto: come ravvivare in noi – e suscitare nei nostri fratelli ‑ il desiderio di salvezza? È possibile intravedere un desiderio di salvezza in questo tempo di certezze solo provvisorie e precarie? Come risvegliare l’attesa di salvezza e fare in modo che il Vangelo possa essere non solo comunicato ma accolto come dono prezioso dagli uomini e dalle donne che sono alla ricerca di ragioni per vivere?

Questi sono gli interrogativi che rivolgo a me ma che affido anche a voi, alla vostra meditazione.

Suggerisco due spunti di risposta.

Il primo: per l’annuncio della salvezza occorre ricuperare, come stile, come metodo, come proposta, il colloquium salutis.

Il secondo: per suscitare il desiderio di salvezza occorre essere convinti che “il popolo è in attesa”.

1) Faccio ricorso ad un’espressione cara a Paolo VI, il colloquium salutis. È l’espressione centrale di quell’enciclica sempre attuale, l’Ecclesiam suam. L’annuncio della salvezza non può prescindere dal dialogo, come stile, come metodo, come proposta. La Chiesa è Mater et Magistra, ma per essere madre e maestra deve essere anche sorella. In modo particolare oggi: l’annuncio del Vangelo deve essere permeato di spirito dialogico. L’invito ad accogliere – a “condividere” ‑ il dono straordinario della salvezza passa attraverso l’ascolto attento delle attese e delle speranze umane e proprio in quanto attento l’ascolto è anche critico.

Alla base del colloquium salutis, vi è una precisa convinzione: la verità offerta nell’annuncio è in grado di incontrare la ricerca umana. Per cui la verità donata attraverso il dialogo è capace di venire incontro alle esigenze di fondo che muovono l’umanità. È per rispetto dell’uomo e della sua ricerca che si esige lo spirito di dialogo. Ma, ancor più, è per coerenza con la verità del messaggio annunciato che si esige lo spirito di dialogo.

La Chiesa ha sempre camminato nella storia amando la compagnia degli uomini, intercettando le loro profonde esigenze e mostrando quanto sia ricca di frutti la scelta di libertà dell’uomo che si apre a Dio.

La nostra Chiesa è ‘cattolica’: è mandata ad evangelizzare il mondo intero. Ma è ‘cattolica’ anche in questo senso: è aperta alla storia umana perché sia storia di vita e di salvezza. La Chiesa cattolica ha sempre rifiutato ogni drastica divisione tra la salvezza donata in Cristo Gesù e la storia umana. Anzi è sempre stimolata a riconoscere che, in Gesù Cristo, la storia umana – così volubile, così incerta, così problematica – è connessa intimamente al regno di Dio, aperto a tutti, già presente ed inaugurato nella storia come un seme che germoglierà nel futuro.

È stata davvero straordinaria la capacità della Chiesa di affiancare il cammino degli uomini e di sostenere il loro sforzo di crescita verso una dignità degna dell’uomo, cogliendone le aspettative più vere. Per questo la “prima attenzione” consiste “nello sforzo di metterci in ascolto della cultura del nostro tempo, per discernere i semi già presenti in essa”: è importante questa attenzione “per poterci fare servi della gioia e della speranza” dei nostri contemporanei” (Orientamenti Pastorali, n. 34). Naturalmente “l’attenzione a ciò che emerge nella ricerca dell’uomo non significa rinuncia alla differenza cristiana, alla trascendenza del Vangelo, per acquiescenza alle attese più immediate di un’epoca o di una cultura” (Orientamenti Pastorali, n. 35).

La stessa parrocchia è lì a dimostrare, con la sua straordinaria storia, l’ospitalità della Chiesa tutta per la vicenda umana. Come la comunità parrocchiale nel suo insieme si è fatta carico dei poveri, pena il venir meno della carità ecclesiale in quel luogo, così la comunità parrocchiale si è preoccupata dei molti equivoci che oscurano la trasparenza dell'immagine di Dio ed intralciano il cammino che nella fede in Gesù conduce al riscatto dell’esistenza. Questa ospitalità non è peraltro da pensare in termini di semplici occasioni di incontro e di conversazione. Essa è stata articolata e programmata nella forma di una rete di relazioni che hanno come polo di riferimento l'ambito dell'insediamento domestico. È quindi una ospitalità che fa riferimento alla 'casa' e alla 'famiglia', non nel senso ristretto e materiale delle rispettive figure, bensì nell'accezione complessiva e significativa di quell’insieme di rapporti che fanno capo alla dimensione 'domestica' dell'esistenza quotidiana.

L’ospitalità cristiana, così intesa e realizzata, è uno dei modi più eloquenti con cui la parrocchia ha reso – e deve rendere anche nell’oggi ‑ concretamente visibile l’accessibilità al cristianesimo e alla Chiesa. E dunque alla salvezza in Gesù Cristo. La parrocchia, per la realizzazione di tale ospitalità, ha fatto leva sull'indole peculiare del suo modo di essere, ha cioè realizzato la propria iniziativa cristiana di comunicazione della fede e di presenza della Chiesa, nei termini relativi alla sua caratteristica figura di insediamento locale dell'istituzione ecclesiale. Il cammino di fede verso la salvezza è così connesso alle condizioni domestiche della vita quotidiana. Scontando, è il caso di ricordarlo, il carattere complesso ed imprevedibile della ricerca di Dio e dell’appartenenza ecclesiale nella realtà odierna. Con una duttilità ed una flessibilità notevoli, la parrocchia ha valorizzato con intelligente disponibilità le opportunità di realizzazione di un’immagine irrinunciabile del cristianesimo: quella cioè che mette in luce l'universalità dell'accesso e della appropriazione della fede nelle condizioni offerte dalla normalità della vita individuale e collettiva di base.

2) Fin qui abbiamo parlato di stile. Per ravvivare e suscitare il desiderio di salvezza, occorre fare un passo successivo. Potremmo lasciarci guidare da un’indicazione scarna e sobria dell’evangelista Luca il quale afferma che “il popolo era in attesa” (Lc 3, 15).

Quel mondo ebraico inquieto e pieno di aspettative, preparato fin dall’esodo all’attesa del Regno di Dio cui i profeti hanno sempre richiamato il popolo con insistenza e con forza, avrebbe potuto accogliere prontamente il messaggio di Gesù che annuncia la venuta del Regno di Dio, concetto familiare all’Antico Testamento e al giudaismo. Così non è avvenuto. E tuttavia Luca dice: “il popolo era in attesa”.

L’interesse di molti per quell’annuncio si intreccia con lo sconcerto, la diffidenza, la delusione, il rifiuto. D’altronde il Regno che Gesù annuncia ha caratteri di novità – pensiamo anche solo alla sorprendente universalità ‑ che richiedono un modo muovo di pensare Dio e la sua presenza nel mondo.

Anche per la nostra realtà culturale si deve richiamare la sobria annotazione di Luca: “il popolo è in attesa”. Anche se, per diversi aspetti, l’odierna realtà sembra poco disposta ad attendere il Regno di Dio e poco preparata ad accoglierlo. Domande e desideri dell’uomo di oggi vanno spesso in altra direzione rispetto all’incontro con Dio. Molte aspettative odierne non si lasciano ispirare all’invocazione “Venga il tuo regno” (Mt 6, 10).

E tuttavia possiamo dire che anche oggi “il popolo è in attesa”: perché il Regno non si impone in modo clamoroso, perché è imprevedibile e si nasconde nella debolezza e nell’apparente fallimento.

Possiamo dire che oggi “il popolo è in attesa” anche perché l’uomo del nostro tempo, come di ogni tempo, è incerto ed inquieto: a quest’uomo è innanzi tutto rivolta la “buona notizia”, come promessa e come esperienza.

Occorre saper vedere nelle contrastanti condizioni di vita e nei rapidi cambiamenti la difficoltà di molti contemporanei di “identificare realmente i valori perenni”. Si tratta allora di illuminare la realtà vissuta per stimolare la ricerca di questi valori fondamentali. Gli Orientamenti pastorali della Chiesa italiana ci aiutano a comprendere il rapporto fra l’attesa cristiana e le aspettative storiche, fra la fede cristiana e la realtà quotidiana. Tale rapporto si fonda sul fatto che Dio, rivelandosi all’uomo come amore, rende l’uomo capace di una profonda coscienza della sua condizione umana, capace di svelarsi a se stesso. Ogni affermazione teologica è contemporaneamente un’affermazione sull’uomo, così come le nuove esperienze umane dicono qualcosa delle intenzioni di Dio nei nostri riguardi.

È opportuno ricordare alcune affermazioni della Gaudium et Spes: "Poiché la Chiesa ha ricevuto l'incarico di manifestare il mistero di Dio, il quale è il fine ultimo personale dell'uomo, essa al tempo stesso svela all'uomo il senso della sua propria esistenza, vale a dire la verità profonda sull'uomo"; “Dio Salvatore e Dio creatore sono sempre lo stesso Dio, e così pure si identificano il Signore della storia umana e il Signore della storia della salvezza” (n. 41).

Creazione ed alleanza costituiscono un unico piano divino che ha al centro l’azione di salvezza di Dio nei confronti dell’uomo, immagine di Dio, capace di conoscere e amare di Dio.

Anche oggi, nella società postmoderna, il "popolo è in attesa". Nonostante tutto, al di là di tutto. Poiché anche oggi il cuore dell'uomo è inquieto, poiché è forte la nostalgia della “casa”, poiché vivo è il bisogno di salvezza, anche se spesso inconsapevole. I fatti del mondo non sono l'ultima parola. La questione di Dio non può essere rimossa, perché è questione cruciale per la serietà della vita e per un progetto di vita buona che guarda fiducioso al futuro.

È decisiva questa consapevolezza per comunicare il Vangelo.

Perché solo con cristiani consapevoli del dono ricevuto si affrontano le sfide che concernono il futuro dell'umanità e il futuro del cristianesimo. Solo con comunità ecclesiali convinte che "il Vangelo di Cristo, affidato alla Chiesa, annuncia e proclama la libertà dei figli di Dio" (Gaudium et Spes, n. 41), si può attuare un dialogo effettivo con gli uomini di oggi in vista dell’evangelizzazione della cultura del nostro tempo.

Insieme alla crescita di questa fondamentale consapevolezza, si tratta di rendere i credenti e le comunità ecclesiali capaci di dire e, prima ancora, di dirsi le ragioni della reale “convenienza” della fede cristiana con l’umano più autentico, nell’approfondimento del tema della libertà e nella valorizzazione dell’istanza della verità: così si attua il confronto con le attuali forme della cultura.

È una via difficile ma possibile, perché l’annuncio cristiano è per tutti gli uomini e per tutte le culture. E' una via praticabile perché la Chiesa, "dalla virtù del Signore risuscitato, trova la forza per vincere (…) le difficoltà e per svelare al mondo, con fedeltà, anche se non perfettamente, il mistero di Lui, fino a che alla fine dei tempi sarà manifestato nella pienezza della sua luce" (Lumen Gentium, 8).

Conclusione

Vorrei concludere con un esempio concreto, riguardante la cura pastorale – ed anche l’impegno spirituale e culturale ‑ delle celebrazioni liturgiche. Si tratta, ripeto, solo di un esempio, di un’applicazione in cui far interagire la spiritualità cristiana e la cultura per far emergere il desiderio di salvezza per noi e per i fratelli.

Nel linguaggio pastorale corrente, le celebrazioni sacramentali ‑ in particolare la celebrazione eucaristica ‑ vengono considerate occasioni decisive della relazione con la Chiesa. Come tali, i momenti celebrativi sono spesso preparati e gestiti con l'intento programmatico di sfruttarne al massimo le opportunità di istruzione, di esortazione, di coinvolgimento.

La capacità della celebrazione di edificare la Chiesa è reale. Ma l'evento rituale della celebrazione eucaristica è destinato a conseguire tale obiettivo se si matura il confronto con la Parola di Dio, se si rinvigorire la confessione della fede, se si incrementare la disponibilità alla dedizione e alla relazione fraterna.

La cura pastorale (sottolineo che questo aggettivo implica anche altri aggettivi, come spirituale e culturale) della celebrazione deve sviluppare tutte le sue virtualità, secondo la logica che le è propria. Ritengo che se riuscissimo a far lievitare la qualità della celebrazione eucaristica nella prospettiva non solo di una più bella immagine dell’appartenenza ecclesiale – per il ‘convenire in assemblea ‑ ma anche nella prospettiva di una più gioiosa esperienza di essere ‘popolo di salvati’, di vivere la comunione con il mistero di Gesù, di confessare con cuore grato la liberazione dal male, allora la comunità eucaristica è davvero – oserei dire è di per sé, spontaneamente, naturalmente, ovviamente ‑ comunità significativa dal punto di vista di quella salvezza che è la finalità della missione del Signore Gesù.

Nell’Eucaristia Cristo morto e risorto è presente nel cuore del suo popolo. Nell’Eucaristia e grazie all’Eucaristia Cristo genera e rigenera incessantemente il suo popolo. La Chiesa, ogni comunità particolare e ogni parrocchia sono frutto dell’Eucaristia e annunzio di Cristo salvatore di tutti gli uomini.

Nel vivo dell’azione eucaristica la comunità riconosce Cristo Salvatore dell’uomo e del mondo. Questo riconoscimento è l’annuncio vivente della salvezza in Gesù Cristo nella concretezza della vita personale e sociale. Con tutti i suoi limiti, il ‘popolo di Dio’ rende presente Cristo e lo comunica al cuore di ogni uomo. E’ il popolo cristiano che ha la grande responsabilità di rendere permanentemente attuale il dialogo – il colloquium salutis ‑ fra Cristo/Chiesa e il cuore dell’uomo. Da questo dialogo nasce la spiritualità cristiana, da questo dialogo sorge anche la cultura, quella cultura che è al servizio dell’uomo raggiunto nella sua globalità e nella sua interezza.

† Mons. Gianni Ambrosio,
Vescovo Piacenza-Bobbio

Si ringrazia Vittorio Ciani per la collaborazione.

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