martedì 10 febbraio 2009

Il primo anno di Ambrosio a Piacenza

Diocesi di Piacenza-Bobbio
Ufficio stampa

Il vescovo mons. Gianni Ambrosio da un anno
alla guida della diocesi di Piacenza-Bobbio


Il vescovo mons. Gianni Ambrosio sta completando il suo primo anno di episcopato alla guida della diocesi di Piacenza-Bobbio. Nominato vescovo della diocesi emiliana il 22 dicembre 2007, ha ricevuto l’ordinazione episcopale il 16 febbraio 2008 nella cattedrale di Piacenza. In questi mesi, oltre a prendere contatto con la nuova realtà ecclesiale affidata alla sua guida, mons. Ambrosio ha provveduto anche ad emettere importanti documenti pastorali quali le linee presentate in settembre alla Bellotta sull’educazione e la lettera alle famiglie in occasione del Natale.
Il primo anno di episcopato sarà ricordato domenica prossima,15 febbraio, alle ore 18,30, in cattedrale, con una celebrazione eucaristica presieduta dallo stesso Vescovo; il giorno seguente, lunedì, alle ore 11,30, il personale di Curia festeggerà mons. Ambrosio con un incontro alle ore 11,30, nella Sala degli Affreschi di Palazzo Vescovile.

Una lettera alla diocesi di mons. Ferrari e di mons. Busani

In occasione della ricorrenza il vicario generale mons. Lino Ferrari ed il vicario episcopale per la pastorale mons. Giuseppe Busani hanno inviato, nei giorni scorsi, una lettera alla comunità diocesana con la quale, dopo aver ricordato il giorno dell’ordinazione, il 16 febbraio dello scorso anno, sottolineano: “Non possiamo dimenticare la gioia di quel giorno: il grande numero di fedeli e di sacerdoti provenienti anche dalle parrocchie più lontane, la presenza di numerosi cardinali e vescovi e del cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato del Santo Padre, il calore dell’accoglienza, il clima di intensa preghiera. Una bella e corale testimonianza di fede e di senso ecclesiale.
“Il Vescovo nella Chiesa è un dono prezioso e una presenza necessaria: garantisce il legame con la fede degli Apostoli, rende possibile la comunione con le altre Chiese, custodisce l’unità tra le varie forme di vita cristiana, promuove l’apertura al mondo e il servizio della carità nella verità.
“Noi siamo grati al Signore per il dono del Vescovo Gianni. Con lui ci siamo posti con entusiasmo rinnovato sulle ‘orme di Cristo’ per lasciarci educare da lui e per seguirlo nel suo stile di vivere le relazione con i discepoli e con la folla. Sotto la guida del Vescovo abbiamo vissuto momenti significativi del nostro pellegrinaggio di discepoli di Gesù: in Cattedrale, ma anche in tante parrocchie; nei luoghi formativi ecclesiali, ma anche in momenti culturali e civili. A tutti il nostro vescovo ha stretto la mano, volentieri si è intrattenuto con le persone, in ogni situazione ha offerto il suo contributo di riflessione utile per un discernimento attento della realtà ecclesiale e sociale. In questo modo abbiamo iniziato a conoscerci e a camminare insieme come pellegrini che non pretendono di raggiungere la meta troppo in fretta, ma che nella gioia e nella fatica dei giorni hanno imparato a mettere i loro piedi sulle tracce lasciate dall’unico maestro, il Signore Gesù”.
I due Vicari concludono facendo riferimento alla celebrazione di domenica prossima: “Per esprimere al Padre un corale inno di grazie e al Vescovo Gianni la vicinanza grata per questo primo anno vissuto insieme, una rappresentanza della comunità diocesana si dà appuntamento in Cattedrale per la Celebrazione Eucaristica presieduta dal Vescovo alle ore 18,30 del 15 febbraio. Invitiamo i sacerdoti e i religiosi a concelebrare, le religiose, le parrocchie, le Associazioni e i movimenti, tutti i fedeli laici a vivere insieme questo significativo momento ecclesiale. L’unità nella preghiera faccia crescere la comunione della nostra Chiesa intorno al suo Pastore”.

domenica 8 febbraio 2009

Ambrosio su Eluana, se manca la tensione verso la vita viene meno l'umanesimo

Piacenza - «Il nostro umanesimo è tale perché è sempre un favor vitae in qualsiasi situazione e circostanza. Ora, se il favore verso la vita viene meno, viene meno la fiducia tra di noi». Il vescovo di Piacenza-Bobbio, Gianni Ambrosio, interviene sul caso Eluana. Lo aveva fatto ieri l’altro dalle colonne del settimanale diocesano il Nuovo Giornale invitando alla preghiera e rifacendosi alle parole del segretario generale della Cei, Mariano Crociata. Stavolta va oltre. Lo stupore e lo sconcerto del vescovo di fronte a quello che sta accadendo è tanto. «Il rapporto tra figlio e padre e padre e figlio, oggi è messo in dubbio, proprio perché viene meno la vita. Questo al di là poi delle forme e delle modalità, di cui si può parlare. Sono stupito di come si possa fare una battaglia su questo caso: è veramente il venir meno dell’umanesimo che ha invece sempre caratterizzato la tradizione non solo cristiana ma umana. È un problema di civiltà». «Mi stupisco - continua Ambrosio - di come persone che vogliono difendere i diritti umani si schierino contro la vita. Perché Eluana, al di là della drammaticità della situazione, è vivente, ha un sondino per nutrirsi ma non ha bisogno di nessuna macchina per respirare e per vivere». «L’ideologia, se davvero impedisce di riconoscere questo dato elementare - evidenzia il vescovo - allora davvero è l’oscurità che annebbia le nostre relazioni. Come possiamo ancora fidarci l’uno dell’altro? L’Europa sta tornando a fare le stesse cose che ha fatto nel secolo passato».«Un certo favor vitae - ribadisce - è indispensabile per avere fiducia tra di noi, sennò l’umanità va verso il buio. Questa è la sostanza. Qui non c’è l’accanimento terapeutico. È il dominio dell’uomo sull’uomo». Lo sconcerto è grande, soprattutto per l’uomo, non solo per la guida della chiesa cattolica di Piacenza-Bobbio: «Dobbiamo riconoscere che la vita non è nostra. E questo non per una motivazione religiosa ma per lo stesso umanesimo, per la pietas umana che anche i pagani avevano e che qui scompare. Poi io trovo ulteriori motivi dentro di me per il fatto di essere un cattolico. Ma qui la religione non c’entra». Il vescovo ha letto e cita l’intervista al medico e cantautore Enzo Jannacci pubblicata venerdì sul Corriere della Sera: «Si dichiara non credente eppure, da medico, non accetterebbe mai l’idea di togliere la vita ad una persona».Che fare ora?«Il cattolico - sostiene Ambrosio - ha l’arma della preghiera, del digiuno, del discutere con gli altri. Ci sono periodi della storia, fasi in cui nessuno vuole più ragionare. È capitato nel secolo scorso e sta capitando anche ora».
fri

Il testo integrale su Libertà dell'8 febbraio 2009

Ambrosio al Sir, l'Europa ha bisogno di un'anima

“In Europa culture differenti si confrontano e si sostengono reciprocamente; è pertanto necessario non stancarsi di promuovere il dialogo tra questi diversi orizzonti di pensiero. Il nostro continente ha tuttavia bisogno anche di un’anima, ossia di una dimensione spirituale e di quell’umanesimo che valorizza la persona nella sua interezza”. E’ quanto afferma al Sir il vescovo di Piacenza–Bobbio, mons. Gianni Ambrosio, da poco nominato dal Consiglio permanente Cei, delegato presso la Commissione degli episcopati della Comunità europea (Comece). “Sull’Europa – spiega il vescovo - incombe il grave rischio di una visione univoca e piatta, che mortifica l’uomo ed è priva di orizzonti alti, e per questo la sua unità rischia di rivelarsi puramente burocratica. La Chiesa può offrirle l’anima di cui ha bisogno affinché l’uomo europeo possa esprimere il meglio di sé”. “In Europa stiamo conoscendo una sorta di ‘autunno morale e culturale’”, aggiunge Ambrosio riferendosi al crescente secolarismo e individualismo del Vecchio Continente, “e di fronte alle sfide della secolarizzazione credo sia importante riuscire a far comprendere che se andiamo avanti di questo passo sarà presto inverno! Stiamo perdendo di vista ciò che ha fatto grande la nostra cultura e civiltà; è pertanto necessario far riaffiorare i grandi valori e ricollocarli al centro della società europea”.
“Dobbiamo renderci conto che la laicità – o meglio il laicismo – assurta a pseudoreligione che esclude ogni riferimento a principi etici e morali è mortifera. Di qui l’urgenza dell’impegno culturale della Chiesa per far comprendere che se l’Europa si riduce ad insieme di popoli appiattiti sul secolarismo, non avrà più nulla da dire al mondo, che per certi aspetti sembra oltretutto andare in una diversa direzione”. Impegno che, per mons. Ambrosio, deve tradursi in “un’opera capillare di sensibilizzazione e informazione/formazione che consenta ai cittadini di comprendere che nell’Ue una élite agnostica pretende di dettare legge e fare pressione sugli orientamenti morali e culturali dell’opinione pubblica. Lobby pseudoculturali che pur non rispecchiando il sentire comune dei cittadini, di coloro cioè che costituiscono concretamente il tessuto europeo, sono abbastanza potenti dal punto di vista economico/mediatico per influenzarlo, quasi imponendo dall’alto la propria visione del mondo. Per questo – ed è un altro importante compito per la Chiesa - occorre potenziare l’impegno e il dialogo al fine di attrezzare culturalmente e criticamente i cittadini Ue”.

Dal Sir (Servizio informazione religiosa) del 6 febbraio 2009

venerdì 6 febbraio 2009

Ambrosio: per Eluana silenzio e preghiera

Piacenza - Per Eluana silenzio e preghiera. È questo, in estrema sintesi, il senso dell’intervento del vescovo Gianni Ambrosio sul caso di Eluana Englaro dalle colonne del settimanale diocesano il Nuovo Giornale in uscita oggi. Il vescovo Ambrosio si rivolge ai fedeli piacentini utilizzando l’organo ufficiale della diocesi con un messaggio che assume ancor più valore essendo scritto in prossimità della Giornata del malato che si celebrerà domenica. Ambrosio invita i piacentini a fermarsi a riflettere in silenzio e a pregare. Fa riferimento alla Madonna, al santo rosario e, citando il lungo discorso del segretario generale della Cei, monsignor Mariano Crociata, sul caso Englaro, osserva come «la vera pietà è quella testimoniata dalle suore che hanno accudito Eluana». In gioco, quindi, è «la capacità della nostra società di rendere possibile l’accompagnamento di chi è nella sofferenza e in difficoltà fino ad arrivare al termine naturale della propria esistenza. Senza accanimento né abbandono terapeutico, in un’alleanza non solo tra medico e paziente, ma di tutta la società».
fri

Il testo su Libertà del 6 febbraio 2009

giovedì 5 febbraio 2009

Giornata del malato, una messa e un convegno con Bonadonna

Diocesi di Piacenza-Bobbio
Ufficio stampa

Giornata mondiale del malato:
gli appuntamenti piacentini


L’11 febbraio prossimo la Chiesa celebra la XVII giornata mondiale del malato che ha per tema: “Educare alla salute, educare alla vita”. L’Ufficio nazionale per la pastorale della Sanità della Cei ha, in proposito, diffuso un documento nel quale vengono esaminati i vari aspetti del problema (il testo può essere reperito nel sito internet della Cei)
A Piacenza la ricorrenza sarà ricordata domenica 8 febbraio, alle ore 16, in cattedrale, con una celebrazione eucaristica presieduta dal vescovo mons. Gianni Ambrosio. Sono invitati, in modo particolare, medici, operatori sanitari, tutto il personale sanitario, associazioni e istituzioni pubbliche e religiose che operano nell’ambito della sanità.
Mercoledì, 11 febbraio, in collaborazione con l’Ordine provinciale dei medici, l’associazione La Ricerca, l’Ausl di Piacenza e il Nuovo Giornale, la diocesi organizza un incontro, alle ore 17,30, all’auditorium della Fondazione in via Sant’Eufemia 12, sul tema: “Educare alla salute. Educare alla vita. Ritrovarsi nella malattia”.
Con l’introduzione del vicario generale della diocesi mons. Lino Ferrari, Giangiacomo Schiavi, piacentino, caporedattore del Corriere della Sera, e Gianni Bonadonna, oncologo divenuto paziente, presenteranno il loro libro: “Medici umani, pazienti guerrieri. La cura è questa”. Al termine sarà proiettato il video: “Ritrovarsi nella malattia”.

Ambrosio rappresentante della Cei a Bruxelles

Piacenza - Il Consiglio episcopale permanente della Cei, presieduto dal cardinale Angelo Bagnasco, nell’ultima seduta di fine gennaio, ha nominato il vescovo di Piacenza-Bobbio, Gianni Ambrosio, nuovo delegato presso la Commissione degli Episcopati della Comunità Europea (Comece). Monsignor Ambrosio prende il posto del vescovo di Lodi, monsignor Giuseppe Merisi. La Comece è composta da 21 vescovi delegati delle Conferenze Episcopali dei Paesi dell’Unione Europea: Germania, Austria, Belgio, Scandinavia, Scozia, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Francia, Grecia, Ungheria, Inghilterra e Galles, Irlanda, Italia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo e Repubblica Ceca. La Conferenza Episcopale della Svizzera è membro associato. Il suo Segretariato permanente si trova a Bruxelles, dove il prossimo marzo verrà inaugurata la nuova sede. Obiettivi della Comece sono quelli di analizzare il processo politico dell’Unione europea, di informare la Chiesa sullo sviluppo della politica e della legislazione dell’UE, di promuovere la riflessione, basata sulla dottrina sociale della Chiesa, sulle sfide che interpellano una Europa unita.
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Il testo integrale su Libertà del 5 febbraio 2009

lunedì 2 febbraio 2009

Dopo 7 anni torna in Congo il primo prete nero di Piacenza

Piacenza - Dopo sette anni trascorsi nella parrocchia piacentina di San Giuseppe Operaio, è tornato nel suo paese natale don Alfred Bwidi Kitambala (53 anni) - più conosciuto come don Alfred -, il primo sacerdote di colore a svolgere le mansioni di “curato” nella diocesi di Piacenza-Bobbio. Don Alfred è tornato nella Repubblica Democratica del Congo, nella diocesi di Idiofa, 700 chilometri a ovest della capitale Kinsasha. Si occuperà di insegnare nel seminario diocesano. Ordinato in Congo nel 1983, successivamente venne inviato a Roma per studiare. Al termine dei corsi biblici si rese necessaria una parentesi in una parrocchia per fare un po’ di pratica pastorale. L’allora vescovo di Piacenza-Bobbio, Luciano Monari, diede il suo benestare e don Alfred arrivò in San Giuseppe Operaio. A Piacenza prese servizio nel novembre del 2001 come collaboratore del parroco don Giancarlo Conte che gli affidò la cura d’anime soprattutto della chiesa di San Bonico. «Per me don Giancarlo rimane un maestro - dice in occasione del saluto alla parrocchia -. La lettura che abbiamo letto l’altra domenica parlava della chiamata di Samuele da parte del profeta Elia. Samuele non conosceva il linguaggio di Dio ed Elia glielo insegnò. Per me don Giancarlo è stato come il profeta Elia. L’ho invitato in Congo, come tutti i parrocchiani che vorranno venire». «Piacenza mi rimarrà sempre nel cuore - continua -: ho sentito l’accoglienza e la fraternità del clero locale nei miei confronti, prima di tutto del vescovo Luciano e del vescovo Gianni». La situazione che si vive nel resto dell’Italia non è certo rosea e don Alfred è il primo ad ammetterlo. Tuttavia ci tiene ad evidenzioare come in Congo, all’est, si stia verificando una situazione tutto sommato simile all’Italia «con gli altri africani che premono per entrare in Congo». «Come uomo - è convinto don Alfred - penso che l’accoglienza vada bene però occorre stabilire delle regole che devono essere rispettate. L’immigrato non può imporre la sua mentalità ma deve rispettare i costumi di vita italiani con umiltà».
fri

Il testo integrale su Libertà del 2 febbraio 2009

domenica 1 febbraio 2009

Emergenza educativa; per Charmet necessario patto tra scuola e famiglia

Piacenza - Occorre ricostituire l’alleanza educativa tra tutti coloro che hanno responsabilità di questo tipo, primi fra tutti la scuola e la famiglia. Oggi sono ai minimi storici e il patto d’acciaio di una volta tra genitori e presidi non c’è più». È il pensiero del professor Gustavo Pietropolli Charmet, docente di psicologia dinamica all’università di Milano e direttore dell’Istituto Minotauro di Milano, intervenuto ieri pomeriggio al convegno organizzato dalla Casa del Fanciullo (all’auditorium della Fondazione di Piacenza e Vigevano) quale ultimo atto delle iniziative del sessantesimo anniversario della nascita. «Scuola e famiglia - sostiene Charmet - spesso si trovano su posizioni contrapposte con l’intervento di giudici e avvocati. Oggi più che mai è evidente la loro povertà rispetto alle agenzie che spacciano illusioni, droghe e via dicendo. Solo rivedendo le ragioni del patto si può uscire». Che sia emergenza non ci piove. Ma, secondo Charmet, «è sbagliato pensare ad un’emergenza educativa con riferimento solo e soltanto a bullismo, droga, reati di gruppo. Occorre invece pensare a tutta una serie di comportamenti che i ragazzi intendono normali».«Oggi il contesto socio culturale è diverso dal passato - continua - si vive nella società non solo del consumo ma anche del narcisismo, una società in cui l’aspirare al successo con qualsiasi sistema è ritenuto normale, in cui il potere dei media è di gran lunga superiore a quello della famiglia e della scuola». «Quando parliamo di emergenze - evidenzia Charmet - parliamo di bambini formati dai modelli socioculturali in cui vivono, dalla sottocultura dei media che arriva attraverso la rete, il gruppo, le mode, gli idoli, in un contesto in cui i bambini stessi sviluppano una competenza sociale precoce e sono sempre più autonomi, quindi meno influenzati dalla famiglia». Chi ha una responsabilità educativa si trova di fronte a novità in continuo cambiamento che - fa notare il professore - non sa come gestire. O gestisce male «tornando al maestro unico quando, con i giovani d’oggi, di maestri ne occorrono cinque». «L’emergenza - osserva Charmet - è che ci sono delle novità a cui noi non sappiamo dare il senso». La più significativa è lo «sdoganamento del narcisismo. I ragazzini hanno I’impressione di dover sviluppare il sé, il proprio talento, le proprie capacità, sentono dentro di loro che i genitori e la società li spingono verso il culto della persona. A scapito del mettersi al servizio dell’altro, dell’accettare il sacrificio in vista del bene condiviso». Una volta la crisi adolescenziale era da riscontrare nella ribellione alle regole, oggi, secondo Charmet, nella vergogna: «La vergogna di non essere all’altezza degli ideali narcisistici. Basta poco perché il ragazzino abbia la sensazione di non essere considerato; la sua permalosità è grande». Le vie di uscita sono due: «O sparire, o ritornare cambiati, da vendicatori».
fri

Il testo integrale su Libertà di oggi primo febbraio 2009

sabato 31 gennaio 2009

L'ex lefevriano don Cantoni, negare l'Olocausto è una stupidaggine

Piacenza - «L’uscita di Williamson è stata una sparata. Negare l’Olocausto una stupidaggine. Con quelle modalità allora ci sono anche quelli che dicono che le Torri Gemelle se le sono buttate giù gli americani». A pensarla così è teologo piacentino don Piero Cantoni, ex lefevriano, oggi incardinato nella diocesi di Pontremoli-Massa. Cinquantotto anni, è uscito dai Lefevriani nel 1981, è stato professore di due dei quattro vescovi ai quali il Papa ha revocato la scomunica: l’attuale superiore della Fraternità San Pio X, Bernard Fellay, e monsignor Alfonso de Gallareta. Confessa di avere avuto già allora qualche contrasto con monsignor Richard Williamson e di essere uscito dalla Fraternità anche a causa sua. «È una persona intelligente - ricorda - ma è sempre stato molto drastico. Era anglicano ed è passato dall’anglicanesimo alla fraternità lefevriana. Gli manca quell’equilibrio che secondo me dovrebbe caratterizzare i cattolici: la capacità di fare delle sintesi e non insistere con una contrapposizione continua». «Personalmente il mio atteggiamento sull’Olocausto è di ferma condanna, senza se e senza ma. Mi sembra che non sia simpatico mettere in discussione una cosa del genere. Così come per gli altri genocidi (vedasi gli armeni) che è giusto condannare con ugual forza». Don Cantoni è stato ordinato il 24 dicembre del 1978 a Econe dall’arcivescovo Marcel Lefebvre. «Ero entrato nella Fraternità - racconta - perché una certa idea di interpretare il Vaticano II° non mi andava. Io il Vaticano II° l’ho sempre accettato ma come un concilio che ha aggiornato la fede. Aggiornare la fede non vuol dire cambiarla». «La mia permanenza a Econe mi ha insegnato ad essere più seriamente vicino al Signore. Però ci sono degli errori che mi hanno indotto a uscire: una mentalità che avrebbe portato ad una rottoura che infatti è avvenuta».
fri

Il testo integrale su Libertà del 31 gennaio 2009

Beni culturali, la Chiesa diventa un laboratorio

Piacenza - La Chiesa piacentina diventa un laboratorio di ricerca nel settore della bioedilizia e della sostenibilità del restauro dei beni immobili culturali. Lo fa presentando tre progetti su altrettanti immobili, aventi come denominatore comune il fatto di essere tutti e tre appartenenti al patrimonio ecclesiastico: una residenza in città (Palazzo Fogliani), una casa colonica vicino ad Agazzano (San Pietro in Tranquiano), un complesso parrocchiale (Pieve Dugliara). Uno studio realizzato in fase interlocutoria anche con l’aiuto della Sovrintendenza che ha incoraggiato la ricerca indicando delle strade guida. Se ne parlerà in modo approfondito venerdì 6 febbraio (dalle ore 9) in un convegno alla Volta del Vescovo. L’evento è stato presentato ieri mattina nella sala degli affreschi della Curia di Piacenza da don Giuseppe Lusignani, direttore dell’Ufficio per i beni culturali ed ecclesiastici della diocesi di Piacenza-Bobbio e dai vari attori del progetto. «L’obiettivo è di conservare, mantenere e rendere vivibili gli immobili sacri - osserva don Lusignani -. Come diocesi di Piacenza-Bobbio ci proponiamo di essere attori anche nel campo dell’approfondimento e della ricerca». Uno sguardo al futuro ma anche uno al presente. «È doveroso per i parroci custodire al meglio i beni immobili ecclesiastici - osserva don Lusignani -, questo può voler dire liberare risorse messe poi a disposizione dell’impegno pastorale. In che modo? Con un intervento di restauro appropriato e in una logica di possibile risparmio».
fri

Il testo integrale su Libertà del 31 gennaio 2009

venerdì 30 gennaio 2009

Catechisti, una giornata di formazione

Piacenza - Si svolgerà il pomeriggio di domenica 8 febbraio (14.30, parrocchia di S. Franca), dal titolo «Tu sei il mio Dio, i miei giorni sono nelle tue mani», una giornata di formazione per i catechisti.

Alla “giornata” sono invitati tutti i catechisti della diocesi, come occasione di approfondimento e di formazione “ad alto livello”.

Sarà infatti presente all’incontro, con la relazione iniziale, Mons. Bassano Padovani, della Diocesi di Lodi, già direttore dell’Ufficio catechistico nazionale; le conclusioni saranno invece affidate al nostro Vescovo Mons. Gianni Ambrosio.

Inoltre, saranno attivati sei gruppi di formazione cui parteciperanno liberamente i catechisti (approfondimento biblico e di metodo, ascolto di musica, film, ecc…). Alla giornata partecipano anche gli oltre 70 giovani iscritti al corso base loro dedicato, che vedrà la sua conclusione.

Attenzione: chiediamo ai parroci di favorire la partecipazione e di indicare entro il 4 febbraio il numero indicativo di partecipanti all’Ufficio catechistico (segreteria@catechistipiacentini.net e 0523 308344)


Comunicato stampa diocesi di Piacenza e Bobbio

Una giornata per i catechisti

giovedì 29 gennaio 2009

Otto per mille alla Chiesa, l'intuizione del cardinale Casaroli

Piacenza - L’8 per mille nasce con il nuovo “Accordo di revisione del Concordato fra l’Italia e la Santa Sede” - osserva monsignor Lino Ferrari - sottoscritto il 18 febbraio 1984 a Villa Madama nella logica della “indipendenza” e della “collaborazione”. Tra l’altro, firmatario per la Chiesa cattolica fu un piacentino: il cardinale segretario di Stato, Agostino Casaroli». Il nuovo sistema ha comportato da parte della Chiesa la rinuncia alla congrua e ai fondi per l’edilizia per il culto, dunque alle forme di finanziamento automatico da parte dello Stato previste a suo tempo anche a titolo di risarcimento rispetto alle leggi eversive del patrimonio ecclesiastico. «Gli aiuti per l’otto per mille noi li intendiamo in una idea di Chiesa che, forte degli insegnamenti del Concilio - evidenzia il vicario generale - vive un’esperienza di comunione, partecipando ai problemi della gente. Una Chiesa che vuole testimoniare la povertà evangelica, non perchè rinuncia alle risorse materiali, ma perchè non tiene nulla per sé e tutto rimette in circolazione intervenendo là dove c’è bisogno».
fri

Il testo integrale su Libertà del 29 gennaio 2009

Chiesa, dall'8xmille 4,5 milioni di euro

Piacenza - Se non ci fosse l’8 per mille ben oltre il 50 per cento delle attività della diocesi di Piacenza-Bobbio non avrebbe copertura finanziaria e dunque non sarebbe possibile. Lo ammette tranquillamente l’economo diocesano don Giorgio Bosini che, assieme al vicario generale, monsignor Lino Ferrari, e all’incaricato diocesano Romolo Artemi, ha reso note le entrate e le assegnazioni dell’8 per mille per il 2008. Lo scorso anno la chiesa cattolica piacentina ha ricevuto 4,5 milioni di euro dalle firme dei cittadini dalla dichiarazione dei redditi. Tale somma è stata così distribuita: per il culto e la pastorale 743.291,97 euro, per gli interventi caritativi 419.053,01, per il sostentamento del clero circa 3,4 milioni di euro (destinati all’Istituto diocesano per il sostentamento del clero, presieduto da monsignor Antonio Bozzuffi). Da precisare che settori come la carità e i beni culturali si avvalgono anche di altri contributi provenienti o direttamente dalla Cei (Conferenza episcopale italiana) su singoli progetti o da enti pubblici e privati che operano in diocesi. A titolo di esempio, secondo i dati resi noti da don Bosini, nel 2008 sono stati erogati alla diocesi 260mila euro dalla Fondazione Cariparma, oltre 300mila dalla Fondazione di Piacenza e Vigevano. Per le esigenze del culto altri 350mila euro provenienti direttamente da un fondo Cei e destinati ogni anno alla diocesi di Piacenza-Bobbio per il finanziamento di 4 o 5 progetti (al 30-40 per cento); sempre dalla Cei circa 20mila euro per gli allarmi delle chiese, 25mila per la manutenzione degli organi, 50mila per gli archivi ecclesiastici diocesani. Nell’aiuto ai bisognosi non va dimenticato che la Chiesa solo in minima parte ricorre all’otto per mille, avendo in campo ben altre forze come volontari e altri aiuti provenienti dalle comunità parrocchiali e dai singoli fedeli.
Ciò nonostante i soldi non bastano e si rende necessaria una razionalizzazione. Come ha confermato l’economo don Bosini, è in corso una mappatura con strumentazioni satellitari di tutte le chiese della diocesi (sono oltre 800). Diverse dovranno chiudere, soprattutto nel territorio collinare e di pianura. Una lista non è ancora stata redatta ma quel che è certo è che vi sono luoghi di culto che necessiterebbero di interventi di migliaia di euro a fronte di una frequentazione di meno di una decina di fedeli. È chiaro che saranno queste le prime chiese a chiudere i battenti.
Molto più severa si è fatta poi la procedura per l’ottenimento dei fondi per finanziare i vari progetti. I criteri sono sempre più selettivi. Don Bosini ricorda l’iter: entro giugno gli uffici amministrativi della diocesi raccolgono le varie domande provenienti da parrocchie e da singole realtà diocesane. «Non si tratta, però, di domande provenienti da singoli sacerdoti o enti - precisa l’economo -. Seguendo i principi di comunione, corresponsabilità, trasparenza, rigore le singole domande devono aver superato già una prima verifica alla partenza. Ogni parrocchia deve avere un Consiglio parrocchiale economico composto da laici; ogni parrocchia si muove nell’ambito di una circoscrizione che è l’Unità Pastorale e pertanto ogni intervento dev’essere visto in un contesto più ampio e articolato con il parere dell’Unità Pastorale». La diocesi è divisa in sette Vicariati: «In prospettiva saranno chiamati ad un ruolo sempre più importante anche sul piano del coordinamento delle risorse economiche». Questo rigore permette agli organi diocesani (Consiglio economico, Collegio dei consultori, vescovo...) di prendere decisioni in accordo con il quadro generale delle esigenze da rapportare alle disponibilità.
fri

Il testo integrale su Libertà del 29 gennaio 2008

martedì 27 gennaio 2009

I funerali di don Franchi celebrati dal vescovo di Fidenza

Piacenza - I funerali di don Ferruccio Franchi, già parroco di Mercore di Besenzone,
si terranno domani, mercoledì 28 gennaio, alle ore 15, nella chiesa
parrocchiale di Mercore e saranno presieduti dal vescovo di Fidenza mons.
Carlo Mazza (il sacerdote era incardinato nella diocesi di Fidenza), mentre
la diocesi di Piacenza Bobbio sarà rappresentata dal vicario generale mons.
Lino Ferrari (il vescovo mons. Ambrosio è impegnato a Roma con il
pellegrinaggio diocesano).

Comunicato stampa diocesi Piacenza-Bobbio

Il cardinale Ruini al festival della teologia

Piacenza - Sarà il cardinale Camillo Ruini la guest star del prossimo Festival della teologia in programma a Piacenza nel mese di maggio. Nato a Sassuolo il 19 febbraio 1931, è stato Cardinale vicario del pontefice per la Città e la Provincia di Roma e Arciprete della Basilica Lateranense dal 1° luglio 1991 al 27 giugno 2008; era stato Pro-Vicario dal 17 gennaio dello stesso 1991. È stato inoltre Presidente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) dal 7 marzo 1991 alla stessa data del 2007.
Attualmente il cardinale si gode la pensione nel suo appartamento appena fuori le mura vaticane, scrive interventi per Avvenire, un libro per Mondadori ed è presidente del comitato per il progetto culturale della Cei.

Morto don Franchi, già parroco di Mercore

E' morto lunedì 26 gennaio, a Mercore di Besenzone, don Ferruccio
Franchi, già parroco di questa comunità. Nato il 21 novembre 1921, era stato
ordinato sacerdote il 28 maggio 1944. Don Franchi era incardinato nella
diocesi di Fidenza: Mercore, infatti, fino a qualche anno fa era parrocchia
della diocesi di Fidenza e, quando sono stati rivisti i confini, è passata a
Piacenza. I parroci avevano però la facoltà, pur mentenendo il loro
incarico, di scegliere - come ha fatto don Franchi - di restare nella loro
diocesi di provenienza.
I funerali si terranno mercoledì prossimo, 28 gennaio, alle ore 15, nella
chiesa parrocchiale di Mercore.
Con successivo comunicato daremo altre informazioni.

Comunicato stampa diocesi di Piacenza-Bobbio

lunedì 26 gennaio 2009

La croce di suor Leonella in S.Bartolomeo sull'Isola Tiberina

Piacenza - La croce di suor Leonella Sgorbati riposerà per sempre a Roma nel mezzo dell’Isola Tiberina. Lì, nella basilica di San Bartolomeo, l’hanno deposta le sue consorelle e la madre generale suor Gabriella Bono. Il ricordo della suora piacentina (agazzanese di origine) assassinata a Mogadiscio il 17 settembre del 2006 è una croce, la croce che la religiosa teneva al collo nel momento dell’agguato. Sarà per sempre custodita nella cappella che ricorda i martiri dell’Africa. «Questa croce, in modo straordinario ci parla dell’amore di suor Leonella per i giovani - ha detto don Angelo Romano, rettore della basilica di San Bartolomeo - della generazione di infermiere e di cristiane che lei ha formato a un incontro con il dolore, carico di speranza e di promessa di guarigione; questa croce ci parla della sua forza interiore, che bene sapeva comunicare con il suo sorriso, espressione di un senso della vita chiaro e illuminato dalla Parola di Dio». Ancora: «Suor Leonella non si è lasciata intimidire dalla forza del male. Ha nutrito una grande fiducia negli uomini e nei popoli, perchè anzitutto ha creduto nel Signore Gesù».
fri

Il testo integrale su Libertà del 25 gennaio 2009

Ambrosio, quella della stampa è una crisi non solo economica ma di fiducia

Piacenza - «Se il giornalismo è attuato con senso di responsabilità verso i lettori, allora la comunicazione e l'educazione non solo convergono ma si alleano». A parlare è il vescovo di Piacenza-Bobbio nella ricorrenza di San Francesco di Sales, patrono della stampa. «Siamo in tempi di crisi economica, più in generale - osserva Ambrosio - di crisi della nostra epoca segnata dalle “passioni tristi”: espressione di Spinoza tornata in auge grazie al titolo di un recente libro di Benasayag e Schmit (L'epoca delle passioni tristi). Gli autori suggeriscono la necessità di creare e ricreare i legami vitali. Una strada da percorrere ricreando o rinnovando anche il legame tra educazione e comunicazione». Ambrosio cita la crisi mondiale della stampa. «L'editoria - osserva - dovrà nel 2009 fare i conti con una riduzione della pubblicità e con una contrazione delle copie vendute. Neppure il web potrà correre in aiuto». «Sarebbe molto superficiale - evidenzia - ritenere che la crisi sia dovuta solo alla difficile congiuntura economica. In realtà è venuta meno la fiducia e occorre recuperarla». Per Ambrosio ciò significa due cose. La prima: «Tutti gli operatori della comunicazione debbono rendersi conto che svolgono un ruolo importante per la vita sociale, come informatori dell'opinione pubblica». La seconda: «L'opinione pubblica deve avere la possibilità di poter riconoscere che gli operatori della comunicazione svolgono bene questo ruolo importante». In definitiva, «solo ritornando ai lettori non secondo il marketing, ma in quanto cittadini, si ricupera la fiducia».
Ambrosio riprende il tema della Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali. «Credo che il Papa consideri chi opera nei media anzitutto come un operatore culturale. La notizia è un bene pubblico e chi opera nella comunicazione svolge un servizio culturale, in quanto fornisce gli elementi di informazione, di conoscenza per la visione del mondo dei cittadini. Occorre cercare una convergenza fra le istanze educative e la comunicazione».
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Il testo integrale su Libertà del 25 gennaio 2009

sabato 24 gennaio 2009

Ambrosio: giornalisti comunicatori ed educatori

Diocesi di Piacenza-Bobbio
Ufficio stampa


Incontro con i giornalisti: intervento del Vescovo

Educazione e Comunicazione

Dico a tutti il mio grazie per la cortese presenza a questo incontro del Vescovo con i giornalisti e con gli operatori della comunicazione sociale nella ricorrenza del patrono, San Francesco di Sales. Per me è una felice occasione per rivedere persone di cui conosco ed apprezzo la professionalità e di cui mi onora l’amicizia ed anche per esprimere loro gratitudine per l’attenzione che riservano alla vita religiosa della città e della diocesi, e, in particolare, al Vescovo di questa Chiesa.
A questo nostro incontro è stato assegnato anche un titolo: educazione e comunicazione.
Posso confidarvi che mi sono preoccupato quando ho visto un simile titolo, molto vasto e impegnativo. Poi mi sono rincuorato leggendo il tema della 43ª Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali. Un tema anch’esso impegnativo: “Nuove tecnologie, nuove relazioni. Promuovere una cultura di rispetto, di dialogo, di amicizia”. Questa seconda parte del tema non è lontana dal nostro argomento, l’educazione e la comunicazione, anzi la promozione della cultura di rispetto, di dialogo, di amicizia può aiutarci a precisare il rapporto tra l’educazione e la comunicazione.
Credo che sia questa la vocazione di chi opera nella comunicazione: siete chiamati ad assumervi in prima persona la promozione di una cultura rispettosa, dialogante, amichevole, capace di infondere fiducia e speranza. Sviluppo solo due rapidi punti.

1. Non possiamo ignorare la situazione di crisi nella quale ci troviamo. Non mi riferisco solo alla crisi economica ma, più in generale, alla nostra epoca segnata, come è stato detto, dalle “passioni tristi”, un’espressione di Spinoza tornata in auge grazie al titolo di un recente libro di M. Benasayag e G. Schmit, intitolato appunto L’epoca delle passioni tristi. Gli autori suggeriscono la necessità di creare e ricreare i legami che possono essere chiamati, con buona ragione, vitali. È una strada da percorrere ricreando o rinnovando anche il legame tra educazione e comunicazione.
Ma è possibile ricreare e rinnovare questo legame? Credo di sì. Partendo dalla situazione di incertezza che riguarda tutti, anche la comunicazione e i giornalisti, vorrei sostenere che proprio oggi è necessario pensare a un nuovo legame tra educazione e comunicazione.

Tutti gli osservatori affermano che l’attuale crisi finanziaria-economica influenza in modo diretto i media e soprattutto la stampa. D’altronde questi osservatori dicono ciò che sta già avvenendo.
Se per esempio guardiamo agli Stati Uniti, lì il terremoto è già in atto. È avvenuto il collasso della Tribune Corp. (proprietaria di Los Angeles Times e Chicago Tribune). È poi in atto la crisi del New York Times, fondato nel 1851: è stata annunciata la possibilità di ipotecare la sede, il nuovo grattacielo di Renzo Piano a Manhattan, per raccogliere 225 milioni di dollari di liquidità. Possiamo continuare: la società MediaNews Corp., proprietaria di ventinove quotidiani, fra cui il Denver Post, è stata declassata dall’agenzia di rating Moody’s in quanto non più in grado di saldare i debiti. Insomma, negli USA la crisi dei media non risparmia nessuno, neanche le testate più solide e blasonate. L’editoria americana sta attraversan­do una crisi profonda: secondo alcuni studiosi sarebbe senza precedenti una simile crisi. Non sono pochi coloro che auspicano che il governo di Washington intervenga contro il fallimento dei giornali con offerte generose, come si pensa di fare per salvare le industrie dell’automobile. Ma sarebbe molto superficiale ritenere che la crisi dell’editoria sia dovuta solo alla difficile congiuntura economica: sono tanti i motivi della crisi, su cui tornerò più avanti.
Se Atene piange, Sparta non ride. Anche l’Europa manifesta non poche difficoltà. Pensiamo alla Francia. È noto il travaglio che da anni sta vivendo Le Monde. Prima vi è stata la lunga crisi della dirigenza del gruppo, poi quella riguardante i dipendenti. Nel 2008, stando alle dichiarazioni di Éric Fottorino, presidente della testata, e di David Guiraud, vice presidente e direttore generale, la perdita dovrebbe aggirarsi attorno ai 4,7 milioni di euro, che però – così dicono – dovrebbe essere in parte riassorbita dalle prospettive di guadagno nel 2009. Comunque il quotidiano ridurrà le pagine da 32-30 a 28-26 a partire da questi giorni, dal 20 gennaio, opterà per una gerarchizzazione delle notizie, cercherà di collegare meglio il giornale stampato con quello web.
La crisi di Le Monde ci fa comprendere che non è solo l’attuale congiuntura a mettere in difficoltà l’editoria: il tentativo di aprirsi sempre più al web – da parte di un quotidiano che per decenni ha rifiutato le foto come poco consone al giornalismo serio – è motivato da due ragioni: la diminuzione dei lettori del giornale (in particolare sotto la direzione di J-M. Colombani) e la diminuzione di introiti pubblicitari nel mondo della carta stampata.
È pure nota la lunga crisi di Liberation, che fra l’altro ha subito un duro colpo con la morte di Carlo Caracciolo, propostosi quale editore del rilancio.
Così in Spagna: i quotidiani iberici registrano una paurosa disaffezione dei lettori.

Non dissimili sono gli scenari riguardanti il nostro Paese, anche se è più difficile avere dati precisi in Italia (pensiamo solo al fenomeno delle copie-omaggio). Comunque da noi la situazione non è rosea: la diffusione sta calando, dapprima ha colpito i periodici poi anche i quotidiani.
Credo che sia da cercare col lanternino un gruppo edito­riale che da Torino a Milano a Ro­ma non vada predisponendo una riorganizzazione, con relativi ta­gli. Meno pubblicità, forse meno pagine, forse meno…tutto il resto.
Insomma, il 2009 sarà un anno difficile per i media, in particolare per i giornali. Le previsioni non sono rosee, anzi tendono verso il nero. L’editoria dovrà nel 2009 fare i conti con una riduzione degli investimenti pubblicitari e con un’ulteriore contrazione delle copie vendute. E neppure il web potrà correre in aiuto dei giornali di carta. Neppure il sito online con il maggior successo può compensare le perdite del suo corrispettivo cartaceo.

Ho fatto alcuni cenni alla situazione di crisi dei media, perché credo che da qui occorra partire per far sì che la situazione odierna sia vissuta come occasione per riflettere e per scegliere. La crisi può trasformarsi in opportunità per il bene della comunicazione e della vita sociale se si riconosce che è venuta meno la fiducia e dunque occorre ricuperarla.

Ciò significa due cose.
La prima: credo che tutti gli operatori della comunicazione debbono rendersi conto che svolgono un ruolo importante per la vita sociale, come informatori dell’opinione pubblica.
La seconda: credo che l’opinione pubblica deve avere la possibilità di poter riconoscere che gli operatori della comunicazione svolgono bene questo ruolo importante.
In definitiva, solo ritornando ai lettori – ai lettori non secondo il marketing, ma ai lettori in quanto cittadini che vivono nel nostro contesto sociale – si ricupera la fiducia: in un periodo di crisi il lettore ha ancora più bisogno di informazioni per comprendere ciò che sta avvenendo.

2. Riprendo il tema della Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali. Appare evidente la fiducia del Papa nei confronti delle possibilità dei media: egli ritiene che i media possano dare un grande aiuto nel favorire un clima di dialogo e di fiducia. Credo che il Papa consideri chi opera nei media anzitutto come un operatore culturale. La notizia è un bene pubblico e chi opera nella comunicazione svolge un servizio culturale, in quanto fornisce gli elementi di informazione, di conoscenza per la visione del mondo dei cittadini.
Dunque chi opera nella comunicazione non può non ragionare sul rapporto fra comunicazione ed educazione. Credo che questo ragionamento possa essere fatto soprattutto a livello locale. Ecco allora qualche ulteriore spunto per questo ragionamento.

Non è sufficiente la cosiddetta Media Education, ovvero l’educazione ai mass media: quanti corsi su questo argomento, certamente importante in quanto prepara alla recezione intelligente dei mass media. Ma occorre andare oltre e cercare una convergenza fra le istanze educative e la comunicazione: da questo punto di vista credo che siamo ancora poco disponibili e siamo anche poco preparati. Anche perché la linea dell’autonomia tra i due campi, quello comunicativo e quello educativo, è dominante, è la più seguita.
Se si vuole, questa autonomia è la visione illuminista e funzionalista dei rapporti sociali, che vorrebbe mantenere isolati e incomunicabili i vari campi della conoscenza e i diversi ambiti della vita.
Si dice: “gli affari sono affari”. Ogni ambito della vita risponde solo a se stesso, alle poche generiche regole stabilite all’interno del proprio ordine professionale. Prendendo a prestito il titolo del libro di Giorgio Bocca, potremmo dire: E’ la stampa, bellezza! (Feltrinelli 2008), sottintendendo che la stampa ha qualche regola stabilita dall’Ordine (in verità, Bocca, come sappiamo, denuncia proprio la crisi di etica della stampa).

Considerando il peso di questa corrente funzionalista, i due ambiti – la comunicazione e la educazione - sono destinati a ignorarsi, svolgendo ruoli sociali diversi e, spesso, in antitesi fra loro. Questa concezione è responsabile, per esempio, della totale separazione tra i corsi e i programmi della facoltà di Scienze della formazione e i corsi e i programmi della Facoltà di Scienze della Comunicazione. Al limite vi è un mini-corso che può intitolarsi Etica della comunicazione, in cui si considerano alcune questioni che hanno rilevanza etica e pedagogica.
A me pare che la prospettiva di una convergenza sostanziale tra i due ambiti sia strategica per ricuperare quella fiducia che è a rischio, se a volte non è andata persa. Il cronista e l’opinionista non possono comunicare ‘a distanza’, non possono parlare o scrivere ‘da nessun luogo’, cioè irresponsabilmente, lasciando fuori dalla comunicazione il volto dell’altro o l’etica della responsabilità: si crea un clima di indifferenza e di cinismo che rovina la comunicazione, e dunque rovina la vita sociale.
Ciò che deve caratterizzare questa convergenza strategica è l’idea, forse alquanto utopica, della costruzione della comunità civile. Sarà anche utopica questa idea, ma se nessuno si impegna nel costruire la comunità civile, allora la comunità sarà poco civile e l’opinione pubblica sarà poco intelligente.
In altre parole, se si accetta l’idea di una convergenza tra comunicazione e educazione, allora si ci incammina verso questo obiettivo: favorire la diffusione di un’etica della responsabilità sociale per quel bene prezioso che è la notizia, l’informazione, l’opinione argomentata.
Allora non basta la lettura critica dei mezzi d'informazione. Si tratta invece di rivedere la logica della comunicazione, del sistema di comunicazione: deve prevalere la logica della responsabilità di ciò che si comunica e del modo in cui si comunica. Questa responsabilità non può non avere al suo centro le istanze educative.
Se il giornalismo è attuato con senso di responsabilità verso i lettori, allora la comunicazione e l’educazione non solo convergono ma si alleano. Occorre che il professionista riconosca il diritto del pubblico ad una informazione corretta e affidabile: questo riconoscimento obbliga il professionista a rispettare sia le regole tecniche di ricerca delle informazioni e delle notizie sia le norme etiche di diffusione della notizia, senza travisarla e senza enfatizzarla.
Si eviterebbero così tante polemiche che lacerano il tessuto comunitario, che non creano un clima di fiducia ma un clima di rissa, come i famosi polli di Renzo che s’ingegnavano a beccarsi, “come accade troppo sovente tra compagni di sventura”, annotava il Manzoni.

Concludo ricordando che ciò che può apparire utopia sta realizzandosi in alcuni Paesi dove si lavora parecchio sul tema della Educomunicazione: ci si rende conto che non basta la convergenza tra educazione e comunicazione, ma occorre arrivare ad una sorta di alleanza. Con questo convincimento: la società ha bisogno di professionisti della stampa e dei media con la mente aperta e attenta ai bisogni dei bambini, dei giovani e del mondo dell’educazione in generale.
Sono certo che tutti noi cerchiamo di avere e cerchiamo di favorire questa mente aperta e attenta alla crescita della società civile.

†Gianni Ambrosio
Vescovo di Piacenza-Bobbio

Piacenza, 24 gennaio 2009