martedì 19 febbraio 2008

Ambrosio al convegno su Ries, poi l'incontro con Bagnasco

Piacenza- Oggi e domani il vescovo di Piacenza-Bobbio, Gianni Ambrosio, sarà all’Università Cattolica di Milano. Oggi (in mattinata) per il convegno internazionale dedicato a Julien Ries, grande storico belga delle religioni, promosso dalla Jaca Book (che pubblica tutti i suoi scritti) in collaborazione con l’Università Cattolica del Sacro Cuore ed il Centro Pastorale (sempre della Cattolica); domani per la prolusione dei corsi di teologia che sarà tenuta dal presidente della Cei, il cardinale Angelo Bagnasco. Sarà proprio il consiglio permanente della Cei fissato per la metà di marzo a stabilire il nuovo assistente ecclesiastico generale della Cattolica. Fino ad allora in carica rimarrà il vescovo Ambrosio che dovrà recarsi a Milano verosimilmente una volta alla settimana per adempiere al proprio servizio.

Ambrosio, squadra che vince non si cambia


Piacenza - Squadra che vince non si cambia. Da ex giocatore di calcio il neo vescovo Gianni Ambrosio applica la celebre massima e conferma, senza eccezione alcuna, lo stesso organico di curia ed i medesimi ruoli decisi da monsignor Luciano Monari. In particolare, con decreto vescovile, monsignor Lino Ferrari (60 anni, di Albareto in provincia di Parma) è stato rinominato vicario generale della diocesi di Piacenza-Bobbio, conferendogli tutte le potestà e facoltà sancite dalle vigenti disposizioni canoniche e che aveva prima della sua elezione ad amministratore diocesano. Come ha fatto sapere il cancelliere di curia don Mario Poggi in una nota della diocesi, monsignor Ambrosio ha stabilito di confermare i vicari episcopali di settore e i vicari episcopali territoriali secondo la formula "donec aliter provideatur”, finché, dunque, non si provveda altrimenti. Torneranno nei loro ruoli, dunque, monsignor Giuseppe Busani, vicario episcopale per la pastorale, ma anche monsignor Eliseo Segalini (pastorale sociale, lavoro, cultura, aggregazioni laicali), padre Sisto Caccia (vita consacrata), monsignor Mario Da Crema (organismi di partecipazione). Poi don Luigi Chiesa (vicariato di città e Gossolengo), monsignor Giovanni Vincini (Valdarda), don Gianrico Fornasari (Valnure), don Claudio Carbeni (bassa e media Valtrebbia, Valluretta), don Paolo Buscarini (Valtidone), don Aldo Maggi (Alta Valtrebbia, Aveto e Oltre Penice), don Piero Lezoli (Valtaro e Valceno). Confermato nel suo ufficio anche il vicario giudiziale, monsignor Renzo Rizzi, mentre verranno lasciati invariati fino alla scadenza del mandato in corso, «per quelli “ad tempus” e “ad nutum Episcopi”, fatta salva ogni differente futura decisione», gli uffici, gli incarichi e le deleghe conferiti sempre da Monari. Il vescovo ha anche stabilito che i Consigli presbiterale e pastorale diocesano, «cessati a norma del diritto, riprendano ad esercitare il loro compito fino alla scadenza naturale del mandato, secondo la rispettiva conformazione al momento della vacanza della diocesi». Non è specificato nella nota della diocesi ma il vescovo Ambrosio ha nominato come proprio segretario personale don Giuseppe Basini che per dodici anni è stato segretario di monsignor Monari.
(f.fr.)

Il testo integrale su Libertà di oggi 19 febbraio 2008

lunedì 18 febbraio 2008

Ambrosio, il primo giorno da vescovo


Piacenza- La telefonata arriva assai prima delle 8. È il cardinale di Torino, Severino Poletto, che, di buon’ora, vuole sapere com’è andata, rinnova i suoi auguri per l’ordinazione e assicura le sue preghiere. Inizia di buon mattino la prima giornata da vescovo per monsignor Gianni Ambrosio. «Ero già sveglio, come ogni prete sono abituato a celebrare presto la messa e dunque sono mattiniero» sorride don Gianni. Una mattinata trascorsa con la famiglia, ma soprattutto passata a mettere ordine alla posta. Ci vogliono tre ore per leggere tutto, telegrammi, lettere e piccoli ricordi. «Una cosa molto simpatica mi è stata regalata dai miei vecchi scout di Santhià - rivela -, oggi ormai tutti adulti: un fazzoletto storico, del Santhià 1°, risalente agli anni Cinquanta». Poi la visita, verso le 11 e 30, di monsignor Lino Ferrari, che stamattina sarà confermato vicario generale, e quella di don Giuseppe Basini, che verrà confermato nel ruolo di segretario personale del vescovo. Nel pomeriggio la famiglia e la preparazione della sua prima omelia in Duomo per la messa vespertina. Una giornata, tutto sommato, finalmente calma. Alla giornata dell’ordinazione e della presa di possesso, ieri l’altro, monsignor Ambrosio ci era arrivato dopo una lunga marcia di quasi due mesi (dal giorno della nomina) a volte anche faticosa per gli impegni di ogni giorno, ai quali neppure un vescovo eletto si può sottrarre. Gli scatoloni da spostare, l’anziana madre da ambientare e tutto il resto. «C’era la stanchezza - ammette Ambrosio - ma anche tanta gioia nel cuore, il popolo piacentino ha risposto con gioia all’arrivo del nuovo pastore». «Il mio sentimento spontaneo è di gratitudine al Signore - continua - per aver trovato un popolo, e sottolineo popolo, accogliente, desideroso di incontrare il vescovo; mi ha rallegrato il cuore. Questo non l’ho provato solo io: anche parecchi amici, provenienti da altre parti d’Italia hanno manifestato un certo stupore nel vedere così tanta attesa, così tanta gente partecipare a questa celebrazione in modo gioioso e festoso. È per me davvero un motivo di conforto nello svolgimento del mio ministero».
Più volte, monsignor Ambrosio, durante la cerimonia di sabato, ha puntato lo sguardo verso la facciata prima, la grande navata centrale del Duomo poi: «Sono rimasto colpito dalla bellezza della nostra cattedrale che invita a guardare verso l’alto, alla preghiera, che invita a riconoscere che non siamo soli nel nostro cammino, che c’è un qualcuno che ci accompagna. È una cattadrale calda, che sospinge alla preghiera».
«Ho notato che c’erano molti preti - continua - e mi ha fatto molto piacere. I vescovi, sì, erano tanti e questo per me sta a significare il gioco di squadra della collegialità espiscopale, il sentirsi in comunione con gli altri confratelli e con il Santo Padre».
L’emozione: «L’imposizione del Vangelo sul capo, è li che mi sono emozionato: tu sei sotto il Vangelo, sotto la parola buona di Gesù, tu non devi fare altro che annunciarla».
Lo stupore: «L’attesa grande e la gioia del popolo piacentino di incontrarsi con il suo vescovo, come se fossi già uno di casa, di famiglia che viene a svolgere la sua funzione di padre e di guida. Mi hanno fatto sentire così». C’erano anche i rappresentanti delle religioni protestanti e ortodosse: «Uno di loro mi ha scritto una lettera in cui parla di grazia del Signore da vivere nell’amicizia; volutamente sono andato a stringere la mano a questi fratelli cristiani appartenenti ad altre confessioni ma sempre credenti in Cristo». La presenza del cardinale Tarcisio Bertone come celebrante e ordinante principale ha portato in duomo una ventata di aria vaticana. «Ho avuto la gioia di parlare con lui per diverso tempo - osserva il vescovo -. Il Papa, che aveva concluso gli esercizi spirituali proprio nella mattinata di sabato, sapeva che Bertone sarebbe venuto a Piacenza e per questo portava i suoi saluti e la sua benedizione». A proposito di Bertone, potrebbe essere un’occasione per invitare papa Ratzinger a Piacenza? Ambrosio non lo ha chiesto, sabato mattina, tuttavia non lo esclude: «Tendenzialmente Benedetto XVI non si muove molto da Roma se non per impegni particolari. Bisognerebbe trovare un’occasione davvero bella che in qualche modo favorisca la sua venuta».
Anche questa mattina il vescovo Ambrosio si alzerà molto presto. Alle 7 in punto celebrerà la messa dalle suore carmelitane, nel monastero di clausura di via Spinazzi. La sua prima uscita nella città.
Federico Frighi

Da Libertà, 18 febbraio 2008

La diocesi promette fedeltà al vescovo Ambrosio

Piacenza «Diamo la nostra disponibilità a camminare da lei guidati sulle orme di Cristo». Così Pierpaolo Triani, presidente dell’Azione cattolica diocesana e segretario del consiglio pastorale diocesano esprime, in modo simbolico, l’obbedienza dei laici impegnati della Chiesa piacentina al vescovo Gianni AmbrosioEra, quello di ieri pomeriggio, il primo atto dell’episcopato: la professione di obbedienza; manifestata anche da Grazia Maloberti responsabile della Consulta delle associazioni laicali e da sette persone rappresentanti degli altrettanti vicariati nei quali è suddivisa la diocesi.
Nel Duomo di Piacenza sono in tanti per la messa vespertina delle 18 e 30. Un migliaio di persone che desiderano, con la loro presenza, manifestare la fedeltà al nuovo capo della diocesi. Ma anche vedere da vicino ed ascoltare il nuovo vescovo, in un’occasione più tranquilla - anche se non per questo meno solenne - rispetto all’affollata celebrazione di sabato. È questo l’inizio ufficiale del ministero episcopale per monsignor Gianni Ambrosio che, per la prima volta, presiede come vescovo dopo l’ordinazione e la presa di possesso. La celebrazione inizia con le parole di gratitudine di monsignor Lino Ferrari che parla di una giornata memorabile per la diocesi di Piacenza-Bobbio: «Se ieri per lei, eccellenza, è stato il giorno del dono dello spirito, oggi è invece il primo giorno del servizio». La prima omelia è breve ma profonda. La riportiamo integralmente sotto, con il titolo scelto dallo stesso monsignor Ambrosio. Dieci minuti esatti in cui il vescovo commenta le letture della seconda domenica di quaresima: capitolo 12 della Genesi (versetti 1-4); 2Timoteo 1 (8-10); Matteo 17 (1-9). Invita a salire sul monte, per ripetere l’esperienza degli apostoli che comprendono come la missione di Gesù sia quella di dare luce «agli uomini manifestando l’amore di Dio per l’uomo. E così comprendono anche quel’è la loro missione: donare luce, vita e amore all’umanità». Fa riferimento alla celebrazione del giorno prima: la definisce «toccante e coinvolgente». Poi chiede di continuare nella preghiera: «So che lo avete fatto tanto per me prima del mio ingresso. Vi prego di continuare a farlo perché il cammino della nostra Chiesa sia via, verità e vita».Sceglie la parte finale della celebrazione per ringraziare i piacentini: «Vorrei esprimere pubblicamente il mio grazie a tutti voi, un grazie sincero e riconoscente per la gioiosa accoglienza che mi avete tributato ieri e che continua anche oggi con questa cattedrale piena».
fed.fri.

Il testo integrale su Libertà di oggi, 18 febbraio 2008

Monsignor Lino Ferrari confermato vicario generale

Monsignor Lino Ferrari nominato vicario generale

Con decreto vescovile in data 16 febbraio 2008, il M.R. Ferrari mons. Lino è stato nominato Vicario Generale della Diocesi di Piacenza-Bobbio, conferendogli tutte le potestà e facoltà sancite dalle vigenti disposizioni canoniche.Con decreto vescovile in data 16 febbraio 2008, mons. Gianni Ambrosio ha stabilito:
* di confermare i Vicari episcopali di settore e i Vicari Episcopali territoriali “donec aliter provideatur”.
* di confermare nel suo ufficio il Vicario Giudiziale, mons. Renzo Rizzi, ai sensi del can. 1420 § 5 CJC.
* di lasciare invariati fino alla scadenza del mandato in corso, per quelli “ad tempus” e “ad nutum Episcopi”, fatta salva ogni mia differente futura decisione, gli uffici, gli incarichi e le deleghe conferiti dal mio Predecessore.
* di stabilire che i Consigli Presbiterale e Pastorale Diocesano, cessati a norma del diritto, riprendano ad esercitare il loro compito fino alla scadenza naturale del mandato, secondo la rispettiva conformazione al momento della vacanza della Diocesi.Piacenza, dalla Curia Vescovile 18 febbraio 2008

il Cancelliere Vescovile
Don Mario Poggi

Comunicato stampa diocesi di Piacenza-Bobbio

L'abbraccio di Ambrosio alla sua diocesi

Piacenza - Sono da poco passate le sei di sera e dal portale della cattedrale spalancato si intravede il cielo velato dall’imbrunire. Monsignor Gianni Ambrosio è il nuovo vescovo di Piacenza-Bobbio. Con la mitria postagli sul capo dal cardinale Tarcisio Bertone, l’anello, il pastorale nella mano sinistra, percorre per due volte la navata centrale del duomo di Piacenza. A fianco, indietro di un passo, il vescovo Luciano Monari, in un simbolico passaggio di consegne. È il segno della presa di possesso, dell’entrata ufficiale in diocesi del nuovo vescovo. Giunge quasi al termine di una lunga celebrazione che vede richiamare in Duomo oltre duemila persone. Tra chi è rimasto fuori davanti al maxischermo, chi ha seguito il rito in qualche postazione di fortuna, si stima siano tremila o poco più i fedeli che hanno partecipato alle varie tappe dell’ordinazione e ingresso del nuovo vescovo di Piacenza: la visita privata alla Cattolica, l’arrivo al monumento ai Pontieri, l’accoglienza dei giovani in piazza Sant’Antonino, il saluto delle autorità in piazza Duomo, la celebrazione.
Una celebrazione carica di simboli. Ogni momento, ogni gesto, ha un suo preciso significato. A cominciare dai sacerdoti che assistono monsignor Ambrosio. Sono due e stanno al suo fianco. Il più anziano: l’assistente ecclesiastico dell’Università Cattolica del Sacro Cuore a Roma, don Decio Cipolloni; il più giovane: l’ultimo sacerdote ordinato in diocesi di Piacenza nel 2006, don Stefano Segalini, vicario in San Giuseppe Operaio.
Con voce sicura, dopo che ancora una volta l’impianto audio del Duomo, nel momento clou, si mette a fare le bizze - lo scorso 22 ottobre dovette ritardare il suo intervento di saluto il vescovo Monari, ieri lo stesso destino è toccato al segretario di Stato di Sua Santità -, con voce sicura, si diceva, monsignor Ambrosio risponde alle domande del cardinale ordinante che delineano i compiti di chi è chiamato alla pienezza del sacerdozio. Nove domande alle quali monsignor Ambrosio risponde sempre «Sì, lo voglio», assumendosi così altrettanti impegni: l’adempimento fino alla morte del ministero affidato dagli Apostoli, la fedeltà al Vangelo, la custodia della fede, l’unità dei vescovi con il Papa, l’obbedienza e la fedeltà al Papa, la cura del popolo santo di Dio, l’accoglienza verso i bisognosi, la ricerca delle “pecore smarrite”, l’esercizio irreprensibile del sommo sacerdozio. Poco prima il cardinale Bertone aveva ricordato a monsignor Ambrosio i quattro pilastri del ministero episcopale: l’atteggiamento della ricerca, l’offerta di una vita spesa per il bene del popolo di Dio, la conoscenza del popolo di Dio, l’unità.
La cattedrale è gremita e applaude più volte nel corso della liturgia: quando monsignor Ambrosio entra in solenne processione dopo i sacerdoti e prima dei vescovi - una ventina tra i quali i consacranti Monari ed Enrico Masseroni (Vercelli), i piacentini Antonio Lanfranchi e Piero Marini - e dei tre cardinali (oltre a Bertone anche Ersilio Tonini e Luigi Poggi). Quando l’amministratore diocesano monsignor Lino Ferrari, nel suo saluto, ringrazia il vescovo Monari; quando il cardinale Bertone, al termine della sua omelia, ringrazia la novantenne signora Caterina, madre di monsignor Ambrosio; quando, sempre Bertone, porta i saluti di Benedetto XVI visto in mattinata, e in Duomo si sente aria di Vaticano; quando il vescovo Gianni annuncia la conferma di monsignor Ferrari a “vicario generale”. Il battimani spontaneo e sincero lo blocca. «Sì, è giusto» dice il vescovo, e si volta verso il suo “braccio destro”.
In duomo, anche stavolta, c’erano tutti: prefetto, questore, colonnello dei carabinieri, della finanza, autorità militari, parlamentari, presidente della Provincia di Piacenza, quello della Provincia di Parma, il sindaco di Piacenza, di Carisio (paese di origine di monsignor Ambrosio) e di molti Comuni facenti parte della diocesi piacentina-bobbiese. Fedeli provenienti da Vercelli, Santhià, Carisio, dalle sedi dell’Università Cattolica di Milano, Brescia e Roma: una piccola fetta dell’universalità della Chiesa Cattolica.
Ci sono emozione, commozione, attesa. Ambrosio prende la parola al termine della celebrazione. È un saluto, il suo, la prima vera omelia la terrà nella messa di questo pomeriggio, alle 18 e 30, in Duomo. Un saluto che arriva dopo l’omaggio di alcuni rappresentanti del popolo di Piacenza-Bobbio: la famiglia Bosi di Pontenure, con papà Massimo, mamma Valentina, i bambini Pietro e Beatrice; un giovane catecumeno, Kreshnik Dervishaj, che diventerà cattolico la notte di Pasqua assieme ad altre 11 persone, il diacono Emilio Boledi, il sacerdote don Giuseppe Sbuttoni, un religioso ed una religiosa. È il gesto che sta a significare la disponibilità della diocesi a camminare, illuminati dalla parola e uniti nella fede, sotto la guida del nuovo Pastore.
«È l’abbraccio che segna l’inizio del mio ministero - osserva il vescovo Ambrosio -. Esso è rivolto a tutti, e in particolare giunga, davvero fraterno, a tutti voi carissimi sacerdoti e diaconi». Cita e fa sue le parole del beato Giovanni Battista Scalabrini nel giorno dell’ordinazione episcopale: «Tutti finalmente vi abbraccio quanti siete, figli della santa Chiesa piacentina e miei amatissimi, alla cui santificazione e verace prosperità devo attendere». Inizia così il 107esimo episcopato della diocesi di Piacenza-Bobbio.
Federico Frighi

da Libertà, 17 febbraio 2008

Monsignor Ferrari, 118 giorni da reggente

Piacenza - Termina il mandato di amministratore diocesano di monsignor Lino Ferrari. Centodiciotto giorni in cui don Lino, su investitura del collegio dei consultori, ha fatto le veci del vescovo Luciano Monari non più da vicario generale ma da capo della diocesi di Piacenza-Bobbio. Dalla prossima settimana monsignor Ferrari verrà riconfermato vicario generale per decreto vescovile che monsignor Ambrosio dovrebbe firmare già nella mattinata di lunedì. «Sono contento perchè sono stati mesi positivi e sereni - dice monsignor Ferrari -, non ci sono stati grandi momenti di difficoltà; se qualche anno fa mi avessero detto che per quattro mesi avrei dovuto fare l’amministratore diocesano mi sarei preoccupato molto. Il timore c’era e devo ammettere che qualche volta ho chiesto al Signore che mi aiutasse a non fare danni. La realtà poi è stata diversa, l’ho affrontata serenamente anche perché avevo attorno dei collaboratori validi, da monsignor Giuseppe Busani al collegio dei consultori, ai vari sacerdoti, a tutti gli operatori degli uffici di curia che voglio ringraziare». Dopo 12 anni di monsignor Monari abituarsi alla “sede vacante” non è stato facile. «Abbiamo sofferto un po’ tutti la partenza del vescovo Luciano, specialmente noi suoi collaboratori più stretti» ammette monsignor Ferrari. «Monari stesso però - continua - ci ha aiutato a metterci nello stato d’animo adatto ad accogliere al meglio il successore: quando ci ha salutato ci ha ricordato che è importante amare il proprio vescovo, non quello di prima o quello della diocesi vicina».
Da oggi è un nuovo inizio. Ferrari è d’accordo: «In un certo senso sì, anche se monsignor Ambrosio, diverse volte, ha messo in evidenza come sia arrivato per inserirsi nel cammino di questa chiesa».
Quattro mesi da reggente della diocesi. Anche momenti dolorosi: «Tre funerali di sacerdoti: don Vincenzo Calda a Bettola (un momento che mi ha colpito, compresa la presenza del ministro Pierluigi Bersani); monsignor Silvio Losini a Pontenure, con una partecipazione corale pur a distanza di anni dalla sua presenza in parrocchia; infine l’ultimo, pochi giorni fa: monsignor Luigi Molinari a Pianello. Tre figure significative di parroci. Tre momenti tristi che fanno riflettere sul calo del clero ma anche sulla ricchezza che ha avuto la nostra chiesa in passato con queste persone che hanno segnato la vita dei paesi in cui erano inserite».
L’annuncio, inaspettato, del nuovo pastore, proprio sotto Natale, ed altri piccoli segni: sono il bagaglio che monsignor Ferrari si porta dietro dopo la sua esperienza: «Porto con me una consapevolezza più grande che le responsabilità che ti vengono affidate vanno accolte con fede. Ti reputavi non adatto per fare certe cose, poi, un po’ con l’aiuto di chi ti sta vicino, un po’ con l’aiuto che viene dall’alto e che si sente davvero, quel tratto di strada sei riuscito a farlo. Porto con me un irrobustimento della mia fede, e questa gratitudine nei confronti delle persone che anche in questo periodo, direi in maniera molto forte, hanno manifestato l’amore per la nostra Chiesa».
Ferrari oggi dirà ad Ambrosio che qui «trova una bella chiesa. Credo di poterlo affermare con sincerità anche se non mancano i problemi, primo fra tutti il numero dei sacerdoti che è in fortissimo calo. Una bella Chiesa non solo per la sua storia, che è una storia di santità, ma anche perché attualmente sono tante le forze vive che hanno a cuore l’annuncio del Vangelo e la vita fraterna nelle nostre comunità». Non che tutto sia rose e fiori - conferma lo stesso monsignor Ferrari - «ci sono anche dei segni di divisione, ma fondamentalmente penso che la nostra chiesa si presenti come una Chiesa unita e bella».
Piacenza non è comunque un’isola felice: «Le contraddizioni del nostro mondo ci sono anche qui. Da un altro punto di vista Piacenza ha però ancora una radice cristiana evidente, non solo per le tante chiese che incontriamo per le strade della città, ma anche perché una percentuale notevole di persone fa riferimento alla comunità parrocchiale, a gruppi in cui sente di trovare un alimento importante per la vita». Un riconoscimento alle autorità: «Credo di aver vissuto un’esperienza bella di unità anche con le istituzioni cittadine. Durante le celebrazioni ufficiali, ad esempio, il modo di salutarsi è cordiale e sincero. Nei confronti della Chiesa diocesana c’è grande rispetto e considerazione. Senz’altro sarà merito della storia della nostra Chiesa, della presenza di un vescovo come Monari per dodici anni, ma è una base di partenza ottima anche per monsignor Ambrosio e glielo dirò».
Il problema maggiore di Piacenza? «La famiglia in crisi, se si riuscisse a puntare tutti sulla famiglia, rendendola più solida, aiutandola a svolgere il suo ruolo educativo, si farebbe il bene della Chiesa e di tutta la società>.
Federico Frighi

da Libertà, 16 febbraio 2008

domenica 17 febbraio 2008

La prima omelia in Duomo del vescovo Ambrosio

2ª DOMENICA DI QUARESIMA
(Genesi 12, 1-4; 2Timoteo 1, 8-10; Matteo 17, 1-9)

LA LUCE, LA VOCE, LA MISSIONE

Cari fratelli e sorelle,

è pieno di fascino l’invito della Parola del Signore di questa seconda domenica di Quaresima. Il Signore Gesù ci invita a salire sul monte, e così anche a noi, come a Pietro, Giovanni e Giacomo, sarà data la luce, e potremo ascoltare la voce che viene dall’alto. Comprenderemo allora, come hanno compreso gli apostoli, il senso della missione di Gesù e così potremo svolgere la missione che ci è affidata, la nostra missione.

La luce, la voce, la missione: tre aspetti, tre dimensioni di un’unica realtà, e cioè la chiamata del Signore, la nostra vocazione.
C’è però una condizione di base: si tratta di salire sul monte. Ma se questo invito viene accolto, si entra in quella storia luminosa che è la storia della salvezza, in cui ogni passo del nostro cammino è illuminato dalla luce del Signore ed è sorretto dalla sua grazia.

Questa storia di salvezza ha inizio con la vocazione di Abramo, di cui ci parla la prima lettura. Il patriarca Abramo, in verità, non deve salire sul monte, deve invece lasciare il suo paese e la casa di suo padre per incamminarsi verso un paese lontano che il Signore stesso gli indicherà. Ma l’obbedienza di Abramo è come un salire sul monte, nel senso che deve abbandonare ciò che gli è consueto - le proprie abitudini, le proprie sicurezze - per obbedire a Dio che lo ha chiamato. Abramo si fida di Dio e crede nella promessa di Dio.
E così con questo atto di fiducia, con questa obbedienza, Abramo apre la via al compiersi della promessa di Dio che è benedizione per tutte le genti.
Sul monte della trasfigurazione, Mosé ed Elia attestano che in Gesù Cristo, il Figlio prediletto dal Padre, questa storia di salvezza raggiunge il suo punto culminante, il suo pieno compimento. E così da allora questa storia prosegue nei tempi della Chiesa con la “vocazione santa” dischiusa dall'evangelo di Gesù Cristo, come afferma l’apostolo Paolo nella seconda lettura: nel Figlio siamo salvati e con il Figlio ci è data la possibilità di poter vivere anche noi come figli dello stesso Padre, e dunque di vivere nella gioia, nella libertà, nell'amore.

Cari fratelli e sorelle, iniziando il mio ministero episcopale in questa Chiesa di Piacenza-Bobbio, dopo la celebrazione così toccante e coinvolgente della ordinazione episcopale, sento rivolto a me, in modo del tutto particolare, l’invito a salire sul monte per poter camminare con Gesù che sale a Gerusalemme. Il motto che ho scelto – e che ho ripreso dal ‘diario di viaggio’ di quel piacentino che si è recato nei luoghi santi verso il 570 – indica innanzi tutto questo invito di Gesù, questa grazia che mi è data, e indica poi il preciso impegno di seguire le orme di Cristo per essere ‘segno’ di Cristo in mezzo a voi, per far risplendere la luce di Cristo nella mia vita, per diventare pastore e padre che dona il suo cuore e la sua vita al popolo che gli è affidato.

Ma con me è la nostra Chiesa ad essere invitata a seguire Gesù. Tutta la Chiesa è sospinta a vivere la quaresima come un tempo forte di quella storia di salvezza, di grazia, di speranza. Si tratta di un cammino di approfondimento, di maturazione, di crescita che riguarda tutti ed interpella tutti.
Chi non avverte la necessità di crescere nella vita di fede, di speranza e di carità e di vivere con maggior verità ed autenticità il mistero della Pasqua del Signore Gesù?
E guardando poi attorno a noi, alla nostra realtà culturale ed educativa, chi non avverte la necessità di crescere in «umanità», in responsabilità, in attenzione alla qualità della vita propria ed altrui?
Siamo dunque invitati tutti a intraprendere con slancio questo cammino quaresimale sapendo che è un cammino che ci porta a conoscere Gesù e a vivere l’amicizia con Lui.
Così è avvenuto per gli apostoli, in particolare per Pietro, Giacomo e Giovanni. Essi non avevano ancora compreso il senso della missione di Gesù: continuavano a sognare un Messia che instaurasse il Regno in termini di potenza umana, proprio mentre veniva loro annunciato lo scandalo della passione.
Tuttavia, nonostante la situazione di incomprensione, i tre apostoli accettano di essere condotti in disparte e di salire sul monte. Continuano a seguire Gesù. E così gli apostoli comprendono il senso della missione del Figlio: viene loro concessa una luce preziosa che anticipa la gloria del Risorto.
Sul monte i tre apostoli fanno un’esperienza breve ma profonda e gioiosa di Gesù trasfigurato, un’esperienza che illumina il cammino verso Gerusalemme, verso la passione e la morte, cui seguirà la risurrezione. Gli apostoli comprendono che la missione di Gesù è di donare luce agli uomini manifestando l’amore infinito di Dio per l’uomo. E così comprendono anche quale è la loro missione, la missione degli apostoli e della Chiesa tutta: donare luce, vita e amore all’umanità.

Anche a noi sia data la grazia di lasciarci condurre in disparte e di salire sul monte della rivelazione e della manifestazione di Gesù.
Nella vita concitata di tutti i giorni non si presta una vera attenzione all’altro, e soprattutto non si presta una vera attenzione a Dio.
Il cammino di fede sulle orme di Gesù non dimentica certamente l’attualità, con i suoi problemi ed anche con le sue possibilità, ma non si ferma all’attualità. Il cammino di fede intende dischiudere il nostro ‘oggi’ alla visita di Dio, al dono della luce di Dio. Il cammino di fede intende far risuonare in noi la voce, la voce che viene dall’alto, la voce del Padre che invita ad ascoltare il Figlio.

Fratelli e sorelle, so che avete pregato molto per me perché possa diventare pastore secondo il cuore di Gesù, Buon Pastore. Vi prego di continuare nella preghiera perché il cammino della nostra Chiesa sia, come quello degli apostoli, illuminato dal Signore Gesù, via, verità e vita. La Vergine Maria, Madre della Chiesa e Regina degli apostoli, venerata in questa Cattedrale come Madonna del popolo, sia la ‘compagna di viaggio’ di questo popolo in cammino sulle orme di Gesù. Amen.

Messa solenne delle 18 e 30 di domenica 17 febbraio 2008, durata dell’omelia dieci minuti, duomo di Piacenza.

Ambrosio, il saluto del sindaco Reggi

Ambrosio, la processione dei sacerdoti

Ambrosio, la processione dei vescovi e dei cardinali

Le nove promesse di Ambrosio davanti al cardinale Bertone

sabato 16 febbraio 2008

Ambrosio, l'abbraccio a Piacenza

Pubblico l'intervento del vescovo di Piacenza-Bobbio, Gianni Ambrosio, al termine della cerimonia di ordinazione e presa di possesso della diocesi.

1. Con l’abbraccio ad alcune persone rappresentative del popolo di Dio che è in Piacenza-Bobbio, si conclude la celebrazione della mia ordinazione episcopale in questa Cattedrale dalla bellezza nobile e austera.
Questo abbraccio segna pure l’inizio del mio ministero. Esso è rivolto a tutti, e in particolare giunga, davvero fraterno, a tutti voi carissimi sacerdoti e diaconi. Faccio mie le parole del beato Giovanni Battista Scalabrini nel giorno della sua ordinazione episcopale: “Tutti finalmente vi abbraccio quanti siete, figli della santa Chiesa piacentina e miei amatissimi, alla cui santificazione e verace prosperità devo attendere” (Lettera da Roma, 30 Gennaio 1876).

2. Insieme all’abbraccio vi rinnovo il saluto della liturgia cristiana – “il Signore sia con voi” - con cui ho iniziato la lettera che vi ho inviato non appena il Santo Padre Benedetto XVI mi nominò pastore e padre di questa santa Chiesa di Dio.
Il saluto liturgico è invocazione, e soprattutto è esperienza gioiosa. Sappiamo che il Signore è con noi, sperimentiamo la sua presenza, siamo in profonda amicizia con Gesù Cristo, che ci manifesta il vero volto di Dio e ci dona lo Spirito che assiste e guida la sua Chiesa. E poi siamo in amicizia tra noi che abbiamo la grazia di vivere la comunione della Chiesa.
Questa amicizia è la nostra gioia, il nostro tesoro, e dunque è la nostra passione e la nostra missione. A tutti vogliamo testimoniare e comunicare la gioia di quest’amicizia, che è salvezza offertaci da Dio dentro il cammino della nostra vita.
Anche la celebrazione dell’ordinazione è il segno sacramentale di questa compagnia che continua, di questa amicizia che si rinnova, dell’incessante offerta di amore di Dio per il suo popolo, un amore che trasforma la nostra storia in storia di salvezza, come ci ha ricordato nell’omelia il cardinale Bertone.
L’imposizione delle mani dei vescovi, successori degli apostoli, l’invocazione dello Spirito e la preghiera di tutta la comunità rendono particolarmente vera - per me innanzi tutto ma anche per tutti voi insieme a me – l’affermazione del Concilio Vaticano II che raccoglie la tradizione ecclesiale: “Nella persona dei vescovi, uniti al loro presbiterio, è presente in mezzo ai credenti il Signore Gesù Cristo” (cf Lumen Gentium 21).

3. Cari fratelli e sorelle, più sperimentiamo con stupore rinnovato questa presenza di Cristo nella nostra storia, più ci rendiamo conto che viva è l’attesa di Dio, perché solo Dio può colmare il cuore dell’uomo. Sì, pure oggi è viva questa attesa, anche se è spesso nascosta o confusa dentro altre attese.
La convinzione che Gesù Cristo – la sua conoscenza, la sua amicizia - costituisce la vera attesa di ogni uomo poggia sulla Parola di Dio. Leggiamo nel prologo del Vangelo di Giovanni che Gesù è il Logos, è il ‘progetto’ di Dio in base al quale tutto è stato pensato e fatto.
E in Gesù Cristo tutto acquista significato e valore. In Lui la speranza è fondata e motivata, come ci è stato ricordato nel Convegno ecclesiale di Verona, in Lui possiamo vivere con serena vigilanza l’attuale complessità, capaci di opporci al male e capaci di riconoscere la multiforme sapienza di Dio presente nella nostra storia e all’interno delle nostre comunità (cf Ef 3,10).
Non c’è niente di più ‘pastorale’ di una buona e solida spiritualità cristiana che pone al centro la novità evangelica da riscoprire e da riproporre sempre da capo nella sua freschezza e nella sua concretezza, nella sua forza che trasforma il cuore e apre la mente, nella sua luce che illumina tutta la realtà. Proprio il vangelo di Gesù ci fa incontrare l’uomo, perché ci dona la possibilità e la capacità di entrare veramente nella realtà in tutti i suoi aspetti e in tutte le sue dimensioni, e quindi con una visione culturale autenticamente umana.

4. Nonostante le nostre povertà, come cristiani e come Chiesa, siamo, come dice l’Apostolo Paolo, “concittadini dei santi e membri della famiglia di Dio, edificati sul fondamento degli apostoli e dei profeti con Gesù Cristo stesso come pietra angolare” (Ef 2, 19-21).
Sono certo che la nostra Chiesa è consapevole di essere segno vivo del Vangelo nella storia e vorrà continuare a rendere possibile, soprattutto per il bene dei nostri giovani e per le future generazioni, la luminosa testimonianza della vita cristiana.
Sono certo che tutti - a cominciare dal vescovo insieme ai sacerdoti - vorremo avvertire con entusiasmo il fascino di essere ‘lavoratori del Vangelo’ nella vigna che ci è affidata.
Non ci nascondiamo le difficoltà che ci attendono, in particolare la questione educativa e una serie di tendenze disumanizzanti che rappresentano una terribile sfida per le sorti della nostra vita sociale e culturale e al tempo stesso per le sorti della fede cristiana.
Vogliamo dare a queste sfide una risposta che esprima la sapienza evangelica, che offra la luce della verità cristiana, che manifesti la bellezza della nostra ricca tradizione.

5. Cari amici, vi chiedo ora di unirvi a me per esprimere dal profondo del cuore i ringraziamenti più sinceri.
Ringraziamo insieme il Signore Dio, lodiamo il suo amore misericordioso, celebriamo la sua presenza in mezzo a noi mediante la parola del Vangelo, i sacramenti della fede e la varietà dei ministeri.
Ringraziamo il Santo Padre Benedetto XVI: a Lui, che ha voluto confidarmi il governo pastorale di questa diocesi, esprimo i miei sentimenti di filiale devozione.
Ringraziamo di cuore l’eminentissimo Cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato. La sua presenza qui, in questa Cattedrale, per presiedere questa celebrazione di ordinazione episcopale è un motivo ulteriore per esprimere al Santo Padre e a Lei, Eminenza, la riconoscenza mia e di questa Chiesa.
Ringraziamo i vescovi Luciano Monari e Enrico Masseroni. E con l’arcivescovo di Vercelli saluto e ringrazio i vescovi piemontesi, in particolare l’amico vercellese mons. Giuseppe Versaldi.
Ringraziamo i cardinali Ersilio Tonini e Luigi Poggi, l’arcivescovo Pietro Marini, il vescovo Antonio Lanfranchi che provengono dalla Chiesa piacentina-bobbiese. Siamo in comunione con mons. Luigi Ferrando, vescovo in Brasile e mons. Domenico Berni, in Perù. Con loro salutiamo tutti i nostri missionari piacentini, come pure salutiamo il vescovo mons. Bruno Bertagna..
Ringraziamo mons. Benito Cocchi, nostro metropolita. E con lui ringraziamo i vescovi dell’Emilia Romagna con i quali avrò la grazia di fare esperienza di collegialità episcopale. Ringraziamo l’arcivescovo di Palermo mons. Paolo Romeo.
Ringraziamo infine, con particolare affetto, il segretario della Cei Mons. Giuseppe Betori e il preside della Facoltà Teologica di Milano mons. Franco Giulio Brambilla. Con loro ringrazio gli amici della Cei e i colleghi della Facoltà teologica. Ringraziamo l’amministratore diocesano mons. Lino Ferrari e con lui tutti coloro che hanno intensamente lavorato in questo periodo.
Saluto e ringrazio per la loro presenza e la loro vicinanza nella preghiera i fratelli delle confessioni cristiane che operano in questo territorio.

Saluto poi gli amici di Santhià, di Carisio, di Vercelli e li ringrazio di cuore per la presenza e per l’amicizia che continua.
Un particolare ringraziamento lo rivolgiamo agli amici dell’Università Cattolica, a cominciare dal Rettore Lorenzo Ornaghi. Davvero è stata per me un’avventura entusiasmante l’esperienza di questi sette anni in Cattolica. Desidero dirvi che l’amicizia continua e la porta della casa di Piacenza è aperta, come sempre aperta è stata la porta del Centro pastorale.
Concludo con l’affettuoso ringraziamento alla mia famiglia, prezioso dono del Signore.
Affidiamo la nostra Chiesa e il suo cammino al Signore Gesù, buon Pastore, alla protezione di Maria alla cui assunzione al cielo è dedicata questa cattedrale e venerata come Madonna del popolo, all’intercessione dei molti santi e beati di questa Chiesa, a cominciare dai santi patroni, Antonino e Colombano.

Il saluto di monsignor Ferrari al vescovo Ambrosio

Carissimo Vescovo Gianni,

a nome di tutta la Chiesa di Piacenza – Bobbio Le porgo il più grande e affettuoso benvenuto.
Oggi siamo in festa e ci stringiamo attorno a Lei: nella storia della nostra cattedrale è la seconda volta che la comunità diocesana ha la gioia di partecipare all’ Ordinazione del proprio Vescovo.
Con Lei vogliamo innanzitutto ringraziare il Signore. E’ la sua Grazia che alimenta la vita della nostra Chiesa, è la sua Grazia che ha compiuto in Lei meraviglie e che La sosterrà nel servizio che sta per iniziare.
Tra poco con l’ Ordinazione episcopale sarà inserito nella lunga e feconda catena della successione apostolica. Al successore di Pietro, Sua Santità Benedetto XVI, va la nostra sincera e profonda gratitudine per averLa scelta come Vescovo della Chiesa di Piacenza- Bobbio. Di fronte alla chiamata che, tramite il Santo Padre, il Signore Le ha fatto, Lei ha pronunciato nuovamente il sì come quando ha iniziato il Suo ministero sacerdotale. Grazie per questa disponibilità, grazie per la Sua venuta tra noi e per il servizio di Maestro e di Pastore che ha accettato di svolgere.
Un grazie sincero a Sua Eminenza il Card. Tarcisio Bertone, che presiede questa celebrazione e a tutti i Vescovi concelebranti; un saluto particolare ai Cardinali e ai Vescovi piacentini, a Mons. Enrico Masseroni, Arcivescovo di Vercelli e a Mons. Monari, che per dodici anni ha guidato la nostra Diocesi: con la loro presenza esprimono vicinanza ed amicizia a Lei e alla nostra comunità e rendono visibile l’unità e la cattolicità della Chiesa. Grazie alla Sua famiglia, in particolare alla Sua mamma, che ha deciso di accompagnarLa nella nuova missione affidataLe.
In questa cattedrale oggi sono raccolte molte persone di una Chiesa e di un territorio che Lei, Eccellenza, ha già cominciato a conoscere ed amare nelle settimane scorse e che da oggi sarà la Sua nuova casa e la Sua nuova famiglia. Ci auguriamo, con l’aiuto del Signore, di essere capaci di mostrarLe concretamente il nostro legame, il nostro affetto, la nostra grata collaborazione.
Nella preghiera si uniscono a Lei anche coloro che non possono essere presenti: i piccoli, i sofferenti, gli ammalati. Molti di loro ci stanno seguendo attraverso i mezzi di comunicazione.
Abbiamo una Chiesa bella da presentarLe, fecondata dal sangue dei Martiri Antonino e Giustina, illuminata dalla predicazione di San Colombano e dei suoi monaci, guidata da esemplari Pastori, tra i quali S. Antonio Gianelli e il Beato Giovanni Battista Scalabrini, animata da una schiera di Santi religiosi e laici.
Questa preziosa eredità è per noi invito ad essere una comunità cristiana, che vive il tempo presente nella consapevolezza delle difficoltà ma anche cosciente dei doni che la caratterizzano. Attraverso l’azione dei presbiteri, dei diaconi, dei religiosi e delle religiose, dei singoli laici e delle aggregazioni laicali, degli uffici diocesani, delle diverse opere missionarie, caritative, catechistiche, contemplative, ci impegniamo a testimoniare il Signore Risorto, nostra unica speranza, agli uomini di oggi.
Vogliamo, con entusiasmo, camminare insieme con Lei sulle orme di Cristo; vogliamo, attraverso la Sua guida, crescere come Chiesa capace di comunione, collaborazione, corresponsabilità a livello parrocchiale, di unità pastorale e di diocesi, crescere nella capacità di discernimento, e nello stile di servizio, per una testimonianza coraggiosa e amorevole.
Da Lei guidati vogliamo continuare a seguire, come discepoli gioiosi, il Signore Gesù, il Figlio amato del Padre. La vita del credente, come ci ricorda nel Suo stemma episcopale, è sequela di Cristo, che chiede apertura del cuore, capacità di amare, coraggio di muoversi e di vivere come pellegrini.
Affidiamo al Signore, invocando l’ intercessione di Maria, venerata come Madonna del nostro popolo, il Suo servizio e il Suo magistero episcopale, certi che la grazia divina ci sosterrà nel cammino che ci attende.

Il saluto del vescovo Ambrosio al sindaco Reggi

Signor Sindaco,

giunto in questa suggestiva piazza, ho il cuore pieno di meraviglia e di gioia. Di meraviglia innanzi tutto, per la bellezza di questa Cattedrale, davvero maestosa, costruita dal popolo di Piacenza, in particolare dalle Corporazioni di Arti e Mestieri. Di gioia poi – e di gioia davvero grande - perché nel disegno della Provvidenza questo popolo operoso, che ha voluto contribuire all’edificazione della propria Cattedrale, è il popolo che il Signore mi ha affidato.
Sono lieto e onorato, Signor Sindaco, di venire a far parte di questa comunità. Vengo come un pellegrino che trova qui la terra ospitale, la sua casa, la sua famiglia. Vengo come un cittadino che desidera inserirsi in questa civitas ricca di storia e protesa al futuro, come Lei ha molto bene evidenziato.
Come membro di questa comunità civica, mi sento impegnato a lavorare con tutti per il bene della città, dei suoi cittadini, di tutti gli abitanti di questa terra.
Come Pastore di questa Chiesa, assicuro la collaborazione mia personale e di tutta la comunità ecclesiale. Nel dialogo sereno e rispettoso si cercano insieme le strade per realizzare quel bene comune che favorisce la crescita civile, etica e culturale della nostra popolazione, con particolare attenzione ai nostri giovani e alla questione educativa e con particolare solidarietà nei confronti delle persone più deboli.
Mi sia concesso ricordare qui, in questo primo incontro cui seguiranno tanti altri, la sapienza antica espressa nel salmo 127 e attribuita a Davide, il re-pastore di Israele: “Se il Signore non costruisce la casa, invano faticano i costruttori. Se il Signore non custodisce la città, invano veglia il custode” (Sal 127,1). Sapienza antica e profonda, dicevo, e, mi permetto di aggiungere, sapienza quanto mai attuale.
Il saluto e l’augurio che Lei, signor Sindaco, mi ha cortesemente rivolto a nome di tutta la città, sono di grande conforto e di stimolo per il mio ministero, e gliene sono sinceramente grato.
Saluto e ringrazio tutti i sindaci dei comuni della nostra vasta diocesi.
E ringrazio di cuore il Sindaco di Santhià, mia città natale, come quello di Carisio ove risiede la mia famiglia.
Saluto e ringrazio il Signor Prefetto, il presidente della Provincia di Piacenza e il presidente della Provincia di Parma, tutte le autorità civili e militari che con la loro presenza onorano questo mio primo contatto con la gente piacentina.
Rendendo omaggio al nuovo Pastore, voi onorate, al di là della mia persona, la Chiesa di Piacenza-Bobbio che tanta parte ha avuto nella storia del popolo piacentino-bobbiese. E questa comunità ecclesiale continuerà il suo impegno per essere forza vitale della società, come ‘sale della terra’ e ‘anima del mondo’ (cf. Lettera a Diogneto).
Incamminiamoci ora verso la Cattedrale ove, dinanzi all’altare, ci rivolgeremo al Padre perché venga incontro alle nostre giuste aspirazioni.

Il saluto dei giovani al vescovo Ambrosio

Saluto al vescovo mons. Gianni Ambrosio
da parte di Elisa Ghiadoni e Marco Vino,
in rappresentanza dei giovani della diocesi


Benvenuto tra noi, vescovo Gianni!

La Diocesi di Piacenza-Bobbio, dopo averti atteso, ti accoglie oggi con gioia come dono del Signore.
Vestigia Christi sequentes: sulle orme di Cristo.
Ti ringraziamo per le parole che hai scelto per il tuo motto episcopale.
Al primo posto, poni Lui, Cristo, richiamando così la nostra attenzione e indirizzandola immediatamente dove anche tu non vuoi smettere di guardare, a quel centro attorno al quale ruota tutta la nostra vita e quella della nostra Chiesa.
E’ da Lui, Cristo, che desideriamo sempre di nuovo lasciarci incontrare, per essere pietre vive della sua Chiesa e cristiani che nel mondo testimoniano la gioia di stare dalla parte delle ragioni del vivere e del credere, certi che “ogni agire serio e retto dell'uomo è speranza in atto”.
Ti auguriamo di cuore di poter sentire oggi, e da oggi tutti i giorni, l’abbraccio buono del Mistero che Gesù ha portato nel mondo. Di poter contemplare, anche nei volti per te nuovi della Chiesa piacentina, il volto dell’unico Signore e maestro. Di poter sperimentare, nelle croci e nelle gioie dell’episcopato, quella conformazione a Cristo che ci hai voluto indicare come traccia sicura di cammino, proponendoci di seguire, insieme, le sue orme.

Sulle orme di Cristo, recitano le parole che hai scelto come motivo del servizio episcopale.
Le orme di Cristo sono quelle che ti hanno e ci hanno portati sino a qui ed è da qui che, con te, vogliamo oggi ripartire.
Nella storia della nostra Chiesa di Piacenza-Bobbio abbiamo camminato: in essa riconosciamo i segni della grazia e dell’amore di Dio. Ci piacerebbe rileggerla con te, questa storia, e rendere grazie per le orme già tracciate. Queste orme, tanto fedeli nella sequela da poter essere considerate quelle di Cristo stesso, non vogliamo dimenticarle, ma desideriamo continuare a camminare insieme sulla via già aperta.
Nessuno è solo in questo nuovo inizio. Possiamo dirlo senza incertezza alcuna: non solo perché noi possiamo contare su di te come tu puoi contare su di noi, sulla nostra più completa disponibilità e amicizia, ma perché insieme possiamo contare sulla storia benedetta della nostra Chiesa, che ha lasciato segni indelebili nati dalla fedeltà alla promessa che Dio ci ha fatto.
Ci siamo, cammina con noi!

Il richiamo a seguire le orme di Cristo ci porta con gioia a guardare avanti, al cammino da percorrere insieme negli anni a venire.
Per questo ti chiediamo, con le parole di Sant’Agostino, di essere con noi cristiano e per noi vescovo.
Sentiamo vivo il desiderio di continuare a ricercare orme che orientino il nostro cammino, rendendolo meno incerto: in questa ricerca sta il desiderio di senso che, ne siamo certi, abita il cuore di ogni uomo.
Abbiamo bisogno che tu condivida con noi la misura altamente umana di questo desiderio, ma ti chiediamo anche di essere per noi pastore: non sempre, infatti, nella complessità che viviamo, è facile discernere le orme di Cristo per camminare alla sua sequela. Abbiamo imparato, nei secoli della storia e negli anni appena trascorsi, a cercare nel Vescovo la guida sicura verso la verità, che sempre ci precede e ci viene incontro, ma anche la pazienza del padre, capace di accoglierci in un abbraccio misericordioso e la voce che illumina e rende viva la Parola del Vangelo.
Queste orme le vogliamo seguire insieme, come Chiesa di Piacenza Bobbio.
Sappiamo che non sarà sempre facile camminare uniti: da soli sembra a volte di fare meno fatica e ci si illude di arrivare più in fretta alla meta.
Per questo ti chiediamo, quando incontrerai la realtà della nostra Chiesa anche nelle sue differenze, di essere tra queste punto di riferimento e segno di unità.
Ci affidiamo al Signore affinchè in questo cammino non ci vengano mai a mancare la consolazione della comunione con i fratelli nella fede, ma anche la sincerità e la stima reciproca per stare nella compagnia degli uomini.

Come hai visto, vescovo Gianni, ad accoglierti ci siamo anche noi giovani: vogliamo esprimere la nostra gioia per il tuo arrivo e vogliamo dirti il nostro desiderio di camminare con te.
Ti abbiamo accolto gioiosamente perché ci piace pensare alla fede con gioia e alla Chiesa come ad un luogo accogliente. Certo, non vogliamo illuderci ed illuderti: non è sempre così la nostra Chiesa, né è sempre facile il nostro cammino in essa.
Nell’attesa di poterci incontrare e conoscere più da vicino, fin d’ora ti diciamo grazie per aver accettato di essere per noi maestro e padre e con noi fratello e compagno di strada, disposto a prenderti a cuore le nostre molte domande e poche certezze, il nostro grande desiderio di autenticità e di una vita spesa in pienezza.
Ti attendiamo nelle nostre parrocchie, nei nostri movimenti e associazioni, a scuola e all’università. Non stancarti di cercare anche quei giovani che sembra non vogliano farsi trovare. Abbiamo bisogno che qualcuno ci doni fiducia, anche se sbaglieremo per la nostra inesperienza. Ti mettiamo a disposizione la nostra fragilità, non come un ostacolo da aggirare ma come un desiderio da abitare, una speranza da sostenere.
Siamo fragili, ma convinti che, proprio in questa fragilità, chieda di essere seminata quella Parola che a te è stata affidata. Non smettere mai di donarcela. Non stancarti delle nostre fatiche, non temere le nostre resistenze e i nostri errori: sono spesso il tentativo di dire la nostra voglia di vivere, la nostra sete di infinito, il nostro desiderio di sentire che il Vangelo è proprio quella parola che può renderci forti e sereni.

Ci siamo, vescovo Gianni! Cammina con noi!
Grazie per aver accolto questa nuova chiamata del Signore: che Egli possa illuminarti con il suo Santo Spirito, che oggi scenderà su di te, come maestro sapiente e pastore buono.
Benvenuto a Piacenza!

Il saluto del sindaco Reggi al vescovo Ambrosio

Eccellenza,
è con profonda emozione che, anche a nome della collettività piacentina, sono lieto di porgerLe il benvenuto nella nostra città, che oggi La accoglie con sincera e gioiosa partecipazione. Oggi festeggiamo il Suo ingresso nella nostra Diocesi e desidero quindi esprimere con queste parole la vicinanza, l’affetto, l’abbraccio ideale di tutti i piacentini, sottolineando, nel contempo, la storia e le eccellenze di una realtà bimillenaria quale è Piacenza.
Terra di papi, come Gregorio X, guelfa per vocazione, nel Cinquecento visse il dominio dei Farnese. Qui crearono il loro avamposto militare proprio come avevano fatto i legionari romani nel 218 a.C., quando fondarono la città per contrastare le truppe di Annibale. Una città dove i mercanti, nel Medioevo, si fecero conoscere in tutta Europa per la loro intraprendenza commerciale ed economica. Piacenza batteva addirittura moneta e teneva un’università.
Nei secoli, questa città è stata crocevia di razzie spagnolesche, francesi e asburgiche, ma anche luogo di transito di pellegrini ansiosi di conoscere il messaggio di Cristo: perché da queste parti la via Francigena ha avuto un ruolo importante per la storia e la cultura cristiana. Il suo patrono, S. Antonino, è un martire cristiano che difende gli ideali della fede e proprio per questo viene ucciso.
Eccellenza, chi non ha memoria del proprio passato non può essere padrone del proprio futuro, perché, come diceva Enzo Biagi “la vita è memoria”.
Durante il Risorgimento, Piacenza si distinse per l'annessione al nascente Regno d'Italia, con un plebiscito in cui la quasi totalità dei votanti scelse di seguire le sorti del Piemonte, tant’è che per questa ragione fu nominata la Primogenita. Spettò alla cultura, un ruolo fondamentale nel rimarcare e diffondere lo spirito volto, nell’Ottocento, all’unità nazionale, e, nel secolo scorso, alla ricerca di un’identità comune europea.
E anche la Chiesa piacentina ha confermato, con la sua storia, quello stesso legame profondo e inscindibile tra cultura e società. In questa città è nato il cardinale Giulio Alberoni, il quale decise di lasciare in dono a Piacenza il collegio a lui dedicato; un’istituzione che nel tempo ha formato prelati e porporati, alcuni dei quali hanno poi prestato il loro servizio a Sua Santità.
Negli anni, il confronto tra Chiesa e mondo laico ha prodotto fermenti culturali e sociali di rilevante importanza. Non a caso, questa terra, per tradizione e per vocazione, ha visto affermarsi grandi personalità ecclesiastiche: dal Beato Giambattista Scalabrini, che ha dedicato la sua opera ai migranti del secolo scorso, al cardinale Agostino Casaroli, uomo del dialogo tra la Chiesa e l’Est europeo prima della caduta del Muro di Berlino, fino al cardinale Ersilio Tonini, che con la sua spiccata capacità comunicativa porta le parole del Vangelo ai giovani, anche attraverso i media.
Discreta e sfuggente alle classificazioni, Piacenza è stata definita “terra di passo”, anche da Leonardo Da Vinci, per la sua posizione strategica, crocevia tra regioni diverse. Ciò, tuttavia, non ha impedito ai piacentini di esprimere una propria identità, fondata sui valori della libertà, della giustizia sociale, della solidarietà, della tolleranza e della pace.
Piacenza, nel rispetto dei ruoli che ciascuno occupa a livello istituzionale, indossa un abito intessuto di quella generosità silenziosa e concreta che caratterizza il volontariato, con le sue numerose associazioni pronte a intervenire in favore degli ultimi e dei deboli, sia sul nostro territorio che nei Paesi più lontani e bisognosi d’aiuto. La solidarietà nei confronti di popolazioni dilaniate dalla povertà e dalla guerra ci ha condotto a rafforzare, in particolare, il legame con l’Unicef e con altre organizzazioni umanitarie, che si concretizza nel sostegno diretto ed esclusivo a strutture di accoglienza rivolta alle ragazze e ai ragazzi di strada in Congo e in altre parti del mondo.
Un’attenzione, quella rivolta ai più piccoli, che si riflette anche in ambito locale, innanzitutto attraverso progetti mirati a restituire loro quegli spazi di socializzazione che l’evoluzione del territorio urbano rischia di cancellare. Una politica che considera i bambini al primo posto, e insieme a loro gli anziani, che rappresentano un quarto della nostra popolazione e ai quali vogliamo essere particolarmente vicini. Sia a coloro che sono indipendenti e attivi, ma soprattutto ai non autosufficienti, a quanti vivono situazioni di solitudine.
Piacenza sta cambiando volto: se è vero che è stata città di chiese e caserme, in questi ultimi anni è emersa una forte volontà di recupero agli usi civili delle aree militari e industriali dismesse, che potranno diventare spazi di aggregazione, accoglienza ed elementi di riqualificazione urbana.
Quanto alle chiese, voglio ricordare ciò che disse a proposito della basilica di S. Antonino lo scrittore Giorgio Manganelli: “E’ una meraviglia. E’ forse una delle meraviglie di Piacenza. Una chiesa di gran classe, nasce carolingia, si imparenta col Gotico… Qui si discusse della pace di Costanza tra gente teologica ed irta”. E non posso non citare la maestosità della Cattedrale, che oggi ci accoglie per questo evento di particolare importanza. In queste due chiese si impastano storia e cultura, romanico medio padano e rinascimento, vita e morte, mercanti senza tempo di un Medioevo lontano e gente comune, che ancora oggi fa di questi tesori il centro dei momenti di raccoglimento e di preghiera.
Poco distante dalla basilica patronale c’è il nostro teatro, il Municipale, che nel 2004 ha celebrato i duecento anni dalla nascita. Sul palco del teatro piacentino si sono esibiti i grandi nomi della lirica, della prosa e della concertistica, e ancora oggi si alternano grandi maestri capaci di attrarre, oltre agli appassionati di sempre, un pubblico giovane in forte crescita.
Una città è fatta di tante presenze più o meno evidenti, ma tutte ugualmente importanti. Tra queste realtà preziose c’è il 2° Reggimento del Genio Pontieri – presente da più di 120 anni a Piacenza – impegnato in missioni di pace in Kosovo e in Afghanistan, dove abbiamo pianto, recentemente, la scomparsa del maresciallo capo Daniele Paladini, brutalmente ucciso da quel fondamentalismo che ognuno di noi respinge con forza. I Pontieri ricostruiscono, ripristinano arterie stradali e nuovi ponti, e allora parlare di ricostruzione, in questo caso, significa guardare con fiducia al domani ma anche, inevitabilmente, ritornare con la memoria all’epoca in cui fu il nostro Paese a conoscere la devastazione della guerra. In quegli anni, il territorio piacentino poté contare sull’impegno e sul coraggio di oltre seimila partigiani. Al termine del secondo conflitto mondiale, la città pianse 926 caduti – molti dei quali giovani – e altrettanti feriti, in una strenua battaglia per la Resistenza contro il nazi-fascismo che le è valsa la Medaglia d’Oro al Valore Militare. E, prima ancora, la consapevolezza del sacrificio in nome della libertà e della democrazia.
Ideali altissimi, questi, già rivendicati nelle prime lotte operaie tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, in una Piacenza che nel 1891 aveva visto sorgere la prima Camera del Lavoro d’Italia.
La svolta del XX secolo comportò un fervido impulso allo sviluppo economico: fiorivano, in città, le industrie manifatturiere, meccaniche e i bottonifici, dove venne impiegata anche e soprattutto la manodopera femminile. Gli archivi fotografici del tempo ci restituiscono profili di donne chine nei campi, su distese di pomodori o in fabbrica. La fatica quotidiana si rivelò un passo fondamentale nell’acquisizione di autonomia, e il lavoro fu, per quelle donne e ragazze fiere e forti, una conquista dura, ma essenziale, nel lungo cammino verso il riconoscimento della parità di diritti che conduce sino ad oggi: il mondo femminile è alla ricerca, con successo, di una propria dimensione professionale e politica, destinata a crescere e ad essere sempre più qualificata.
Nella nostra città, nei primi anni Cinquanta, sorse, come Ella ben sa, l’Università Cattolica del Sacro Cuore, avviata da Padre Agostino Gemelli. Una realtà accademica che ben presto assunse dimensioni importanti. Gli studenti provenivano e provengono da tutta Italia. La Cattolica è da sempre un centro di eccellenza a supporto dell’industria agricola, che nel territorio piacentino ha avuto e ha tuttora un ruolo fondamentale, soprattutto nell’agroalimentare.
Un ulteriore elemento di pregio, per Piacenza, è costituito dalla presenza del Politecnico di Milano, che valorizza la nostra tradizione imprenditoriale nei settori della meccanica, dei trasporti e dell’energia.
L’economia del nostro territorio risente delle sofferenze esistenti a livello nazionale, ma la qualità delle aziende, soprattutto di piccole e medie dimensioni, che Ella avrà modo di conoscere, è all’avanguardia e ci consente di guardare con fiducia al futuro. Inoltre, si sta ampliando una rete di infrastrutture moderne, adeguate alle esigenze delle realtà che portano lavoro e occupazione in questo contesto in espansione. Non possiamo però dimenticare che anche qui, come in ogni città italiana, esistono sacche di povertà e di emarginazione. La qualità della vita è buona, è vero, ma di questi tempi la crisi coinvolge soprattutto i più deboli e i meno abbienti, che dobbiamo mettere in condizione di migliorare la loro situazione sociale.
Favorire la coesione sociale significa anche procurare un ambiente sicuro ai propri concittadini, attraverso la riqualificazione e la ricostruzione urbana, e servizi basilari in campo educativo, sociale e culturale.
Mi rivolgo dunque a Lei, Eccellenza, chiedendoLe di accompagnarci in questo difficile percorso, nel tentativo di dare conforto a chi ne ha realmente bisogno e di far sì che coloro che vivono in situazioni di privilegio abbiano la giusta sensibilità per una città più solidale, più equa e meno rintanata in quell’individualismo che è il male del nostro tempo.
In questa terra di confine, crocevia di culture e tradizioni, che oggi si interroga sulla crescente complessità del mondo e della società contemporanea, il dialogo tra laicità e spiritualità rappresenta da sempre uno stimolo prezioso alla riflessione e al dibattito pubblico. Sono certo che a Piacenza potrà trovare una comunità aperta all’ascolto e desiderosa di condividere, insieme a Lei, un percorso di crescita interiore e riscoperta di valori essenziali quali la carità cristiana, l’incontro con la diversità, l’attenzione alle necessità di chi vive situazioni di disagio, solitudine e povertà.
Eccellenza, un’ultima considerazione. Ella è un viaggiatore, porta tra la gente la parola di Dio e, come diceva William Shakespeare, “quelle dei viaggiatori non furono mai frottole, anche se qualche pazzo sedentario non è disposto a crederle”. Ecco, insieme possiamo dare un senso a questo viaggio continuo, in una Piacenza che deve crescere e far sì che i “sedentari”, intesi come coloro che rifiutano il cambiamento e si richiudono nel loro immobilismo, siano sempre meno.
Anche con questo intento, farò il possibile, come sindaco, affinché la collaborazione tra mondo laico e cattolico prosegua proficuamente, come è avvenuto in passato. Perché anch’io sono convinto, come Ella ha affermato in un suo intervento che ho avuto il piacere di leggere, che “il segreto è guardare la realtà sapendo vedere, nelle piccole trasformazioni di ogni giorno, il fondamento di una speranza grande”.
Grazie.

Buon episcopato sulle orme di Cristo

Buona giornata a tutti. Oggi monsignor Gianni Ambrosio viene ordinato vescovo nel duomo di Piacenza (ore 16) e, subito dopo, prende possesso della diocesi. A lui e a tutti i suoi collaboratori gli auguri di un grande episcopato "sulle orme di Cristo".

Sacri corridoi

venerdì 15 febbraio 2008

Il programma di Ambrosio: con la speranza nel cuore

Pubblico un articolo di monsignor Gianni Ambrosio uscito sul bollettino del “Servizio nazionale del progetto culturale” del novembre 2006 dal titolo: “Con la speranza nel cuore”. E’ un brano che rispecchia la personalità di questo vescovo e presenta una chiesa (e, in fondo il programma di Ambrosio) che si manifesta attenta alla storia, condivide i drammi dell’umanità e spinge verso uno sguardo positivo della vita.


È notevole la “distanza” tra il cristianesimo e tanti aspetti della mentalità contemporanea. La coscienza evangelizzatrice della Chiesa avverte e comprende la differenza, l’originalità e la novità della speranza cristiana, e si interroga sul nucleo incandescente della sua identità e del suo contenuto: Gesù crocifisso, l’amore di Dio che ha assunto la forma della donazione totale di sé per l’umanità. Questo dono della vita per amore dischiude un orizzonte di speranza singolare, capace di vincere anche il limite oscuro e abissale della morte, il suo potente pungiglione: la paura per il futuro. Quella del cristiano è speranza fondata sul Risorto dai morti, è speranza anche “nella e oltre” la morte, in un Dio che non abbandona mai l’uomo, custodendolo nel suo amore misericordioso per la vita eterna: la speranza cristiana è uno sguardo oltre il tempo. Ogni paura del futuro è sconfitta dal futuro nuovo dischiuso da Cristo risorto, il fine dell’esistenza terrena, il suo senso, il suo logos, ciò che lega insieme, con un significato ricco di felicità, tutti gli istanti della vita terrena, valorizzandoli nella prospettiva del regno di Dio e della sua giustizia. Perciò, per testimoniare il Vangelo come speranza per il mondo è necessario mostrare con chiarezza – dentro i drammi concreti della vita – quanto l’eschaton cristiano (il futuro in Cristo risorto) aiuti gli uomini e le donne della nostra società “liquida e ripiegata” ad andare avanti senza mai fermarsi nella ricerca della gioia e del senso della vita. Il futuro cristiano – custodito da Dio nella risurrezione che è vittoria sul limite della morte –, tocca l’uomo, in ogni sua situazione storica, in ogni condizione esistenziale e incide profondamente nel suo cuore, perché corrisponde alle sue attese più vere. “La risurrezione di Cristo – ha affermato Benedetto XVI – è la più grande «mutazione» mai accaduta, il «salto» decisivo verso una dimensione di vita profondamente nuova, l’ingresso in un ordine decisamente diverso, che riguarda anzitutto Gesù di Nazareth, ma con Lui anche noi, tutta la famiglia umana, la storia e l’intero universo”. L’identità più profonda della Chiesa è di essere stata coinvolta in questo salto di qualità di vita che è la risurrezione di Cristo. Il popolo cristiano è testimone del Risorto in quanto partecipa alla risurrezione di Cristo: nella comunione con il Signore Risorto il popolo cristiano è il luogo della prosecuzione della Resurrezione. Lo spessore antropologico e sociale della speranza cristiana appare allora indiscutibile: non proietta in un oltre vuoto, non aliena e non distoglie dalle responsabilità della storia, piuttosto immerge totalmente il credente nel mondo con la testimonianza della carità. Una fede che opera attraverso la carità è la verifica più plastica del modo cristiano di sperare.

giovedì 14 febbraio 2008